Aldo Nove, ritratto dell’alchimista da piccolo

dunlopLaura Pugno

All’inizio era il profumo. Storia personale, e universale, dei profumi di Aldo Nove è un libro insolito, tra romanzo e saggio, tra diario e dissertazione, tanto da aprirsi su una paginetta d’istruzioni per l’uso. Di cui in realtà non ha bisogno, dato che fa esattamente ciò che il sottotitolo promette: avventurarsi di là da Proust e tra gli alberi, oltre la madeleine di tutti, per raccontare, da un lato, il rapporto personalissimo tra il suo autore – figlio di un’estetista amante dei profumi, e cresciuto tra campi di fieno e cartolerie-universo nella provincia italiana – e il mondo, rassicurante e insieme unheimlich, degli odori e delle fragranze; e, dall’altro, la storia di questo stesso mondo, davvero dalle origini ai giorni nostri, tra barbarie apparenti o reali e civiltà raffinatissime. Sempre all’inseguimento di quell’arte dell’invisibile, costantemente collegata alla dimensione del sacro, intimo o collettivo, che è la creazione – o anche, perché no, la scelta – di un profumo.

Arte che va sperimentata di persona, letteralmente sulla propria pelle – ma come tutte le arti direi, dal vino a, soprattutto, la poesia: il campo da cui inizia l’apertura dello stesso Nove, ai suoi inizi di scrittore –, per capire che, come ha riassunto Jean-Claude Ellena – il “naso”, cioè il creatore di profumi, di Hermès – “l’odore è una parola. Il profumo è la letteratura” o che, come diceva il Buddha, “il bello è l’utile”, ed è importante “intendersi su cosa significhi l’utile. Credo che abbia a che fare con la liberazione. Dalla noia, dalla bruttezza”.

Il profumo di una distesa di narcisi che offre l’occasione di sperimentare un nirvana infantile, quello del fieno che racconta l’Italia contadina e perduta in cui si sono incontrati i genitori e prima di loro i nonni, i nitromuschi degli anni Settanta che giocano sull’odore del corpo, e che il cambiare delle normative internazionali ed europee sulle molecole permesse e quelle proibite nella profumeria di sintesi – “inventata” da Ernest Beaux per Coco Chanel – costringerà le grandi case profumiere a sostituire con alternative che lasciano ancora e sempre insoddisfatti chi li ha portati; e poi l’emergere dall’ombra della figura del creatore di profumi, il “naso” – come Ellena o, nel campo della profumeria di nicchia, Alessandro Gualtieri di Nasomatto e Orto Parisi, per esplicita ammissione dell’autore il suo preferito –: tutto questo mescola Nove nel suo libro, trasformando a ogni passo l’enciclopedia in autobiografia. E se il rischio segreto della prima è (o forse dovremmo dire è stata, in tempi di Rete) l’incompletezza, il prezioso piacere della seconda è (forse sempre?) la reticenza, a questo punto non si può non notare come lo scrittore Nove si presenti, in questo che è forse il suo libro personalissimo, senza la propria persona, appunto, di scrittore. Se la pubblicazione di Woobinda per Castelvecchi nel `96, o l’inclusione in Gioventù cannibale per l’allora nuovissima Einaudi Stile Libero – in quelli che ora appaiono, e chissà se anche all’autore, giorni editoriali lontanissimi –, hanno avuto un profumo pubblico o privato, Nove non lo dice, e certo può non dirlo. Altro gioco è questo, altra identità, altro avatar.

Torniamo quindi alle istruzioni sull’uso del profumo (e della poesia?), cosa che l’autore fa esibendo una competenza stratificata negli anni – fino ad arrivare a tentativi di profumeria in proprio, da dilettante appassionato o da apprendista stregone, tra cui il più riuscito porta il nome sinestetico, novecentesco di Azzurro di mela – che affonda in antichi studi sull’alchimia classica e il suo più antico e vero fine: “trasformare l’anima attraverso la trasformazione della materia”. Un fine perduto, la pietra filosofale, l’utopia? Forse, probabilmente, se “la pietra filosofale non è mai stata alcunché di concreto ma semplicemente la consapevolezza della vita e della sua complessità”. E proprio con la parola complessità tenuta al centro si può provare a divagare e a estendere i ragionamenti e le narrazioni di Nove a un’analogia più ampia: “negli ultimi vent’anni” – scrive – “e con un’accelerazione che lo rende imprevedibile, il mercato del profumo si è immensamente ingrandito e modificato. Sono cambiati i costumi e le mode, le strategie di vendita. Emergono iniziative sempre più innovative di marketing, spesso aggressive, spesso più legate al marchio che non al prodotto in sé, quasi marginale”. Stesse parole potrebbero adoperarsi, oggi, per il mondo dell’editoria, stesso rapporto con lo jus, flacone e packaging, distribuzione e vendita.

Agli onnipresenti generi del mercato editoriale, azzardando ulteriormente il paragone anche oltre i ragionamenti di Nove, finirebbero per corrispondere così i flankers, varianti di un profumo celebre a volte effimere, a volte paradossalmente destinate a una vita propria che va molto al di là di quella dell’originale, come nel caso di Hypnotic Poison di Dior, che ha scalzato dal trono l’essenza simbolo degli anni Ottanta (Poison, appunto) posizionandosi saldamente in testa alle classifiche delle fragranze femminili più vendute, in Italia e in Francia se non nel mondo. A un’industria sempre più globalizzata e veloce, sempre più standardizzata nell’offerta – nell’epoca della sua riproducibilità tecnica – si contrapporrebbe così un nuovo artigianato, una profumeria di nicchia, iperartistica, presto personalizzata al punto da confondersi con l’odore della pelle, un nuovo biologico – per prendere in prestito il vocabolario di un altro settore, quello enogastronomico, dove processi simili sono in atto da tempo – a km zero, nell’ipercontemporaneità della Rete e del naturale di sintesi? E in mezzo i lettori, divisi tra il consumatore che siamo e quello che vorremmo essere, la cena infilata nel microonde e il sogno di una purezza assoluta, “per un’unione più completa / comunione più profonda / attraverso il buio, il freddo e la vuota desolazione, / il grido dell’onda, il grido del vento, la distesa d’acqua / della procellaria e del delfino. Nella mia fine è il mio principio”.1

Aldo Nove

All’inizio era il profumo. Storia personale, e universale, dei profumi

Skira, 2016, 136 pp., € 14

1 T.S. Eliot, East Coker, in Quattro quartetti, traduzione di Filippo Donini.

alfadomenica #3 – gennaio 2017

Oggi su alfadomenica:

  • Antonello Tolve, Boccioni, il futuro negli occhi:  Tra i libri che il burrascoso 2016 ha offerto al lettore, Umberto Boccioni. L’artista che sfidò il futuro è luminosa ricostruzione di una figura le cui vicende si intrecciano con i cambiamenti epocali, con un salto vertiginoso che mette da parte il crepuscolo dell’Ottocento per abbracciare l’alba elettrica del nuovo secolo. Partendo dal novembre 1899, e cioè da quando un «giovane bruno, dal volto affilato, i capelli lisci che gli cadono in ciuffo sulla fronte, sale di corsa le scale di un vecchio palazzo di via dei Cestai, stradina del centro» di Catania e sede della Gazzetta della Sera, Gino Agnese disegna una biografia ricca e preziosa che non solo si nutre di importanti e ricercatissime fonti storiche, ma ha il potere di conquistare sin dalle prime pagine lo sguardo di chi, curioso o predisposto a questo tipo di letture, ha voglia di entrare nel mondo magico di un artista speciale. Leggi:>
  • Laura Pugno, Aldo Nove, ritratto dell'alchimista da piccoloAll’inizio era il profumo. Storia personale, e universale, dei profumi di Aldo Nove è un libro insolito, tra romanzo e saggio, tra diario e dissertazione, tanto da aprirsi su una paginetta d’istruzioni per l’uso. Di cui in realtà non ha bisogno, dato che fa esattamente ciò che il sottotitolo promette: avventurarsi di là da Proust e tra gli alberi, oltre la madeleine di tutti, per raccontare, da un lato, il rapporto personalissimo tra il suo autore – figlio di un’estetista amante dei profumi, e cresciuto tra campi di fieno e cartolerie-universo nella provincia italiana – e il mondo, rassicurante e insieme unheimlich, degli odori e delle fragranze; e, dall’altro, la storia di questo stesso mondo, davvero dalle origini ai giorni nostri, tra barbarie apparenti o reali e civiltà raffinatissime. Leggi:>
  • Simone di Biasio, John Berger, vedere la poesia:  Nel suo saggio su Leopardi del 1983, contenuto in The Sense of Sight, John Berger racconta una storiella significativa. Quando era stato in Russia, in aeroporto lo avevano perquisito due agenti, i quali trovarono per prima cosa nella borsa delle sue poesie. Uno degli agenti le lesse molto attentamente finché, prima di lasciarlo partire, con una faccia tra il serio e il faceto gli fece: «forse la sua poesia è un po’ troppo pessimistica». Con questo racconto il narratore e critico d’arte inglese si lega all’evergreen pessimismo leopardiano, che però lui definisce lucido perché include una certa pietà per se stesso, e crea un paragone straordinario fra gli scritti di Leopardi e la storia dell’arte: «illuminano terribilmente – come la lampadina elettrica nella Guernica di Picasso». Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / Scaloppine alla Mussolini:  Ho tra le mani un quaderno a righe. Copertina nera, stampato a Milano e porta la menzione “Marianna Bicchi, pietanze 1927” con l’aggiunta “scritte dalla figlia Giuliana”. Prima ricetta Carne con acciughe - Leggi:>
    Leggi:>
  • Semaforo: Architettura - Geopolitica - Zoologia  Leggi:>

Il 2017 sarà un anno cruciale per alfabeta2: dalle adesioni alla associazione che abbiamo appena varato e dalle iniziative che ci auguriamo di costruire con la vostra collaborazione, dipenderà la vitalità di quel cantiere di intervento culturale che la rivista si propone di essere, diventando un luogo di incontro virtuale e fisico. A tutti i lettori segnaliamo che a breve la lettura integrale del settimanale alfadomenica sarà possibile solo per gli iscritti all'associazione.

Leggete e fate circolare!

 

Il mare e lo specchio

Lo specchio magico. Urban Art Dance Opera, musica di Fabio Vacchi, libretto di Aldo Nove

di Renata Scognamiglio

Nella teoria e nella pratica del cinema il ‘raccordo’ è quel procedimento tecnico-linguistico che permette di mettere in relazione due inquadrature successive creando – attraverso suggestioni visive, motorie, acustiche – una continuità artificiale eppur ‘reale’ fra luoghi, momenti, punti di vista, prospettive, orizzonti di possibilità eventualmente distanti. Ebbene, ‘raccordare gli sguardi’ per tentare di intessere un dialogo – fra attualità e Storia, teatro d’opera e arte di strada, ma soprattutto fra generazioni che spesso appaiono e ‘suonano’ reciprocamente estranee – sembra essere il principio ispiratore di un esperimento come Lo specchio magico, Urban Art Dance Opera su musica di Fabio Vacchi e libretto di Aldo Nove, rappresentata in prima esecuzione assoluta all’Opera di Firenze il 7 maggio 2016 (unica data), nel contesto del 79mo Maggio Musicale Fiorentino. Per il compositore bolognese – senza dubbio una delle figure di riferimento nel panorama attuale del teatro in musica non solo italiano – si tratta della nona opera all’attivo nonché della terza collaborazione con l’autore di Woobinda, dopo i due melologhi Mi chiamo Roberta (2006) e Parla Persefone (2009).

Questo il concept, vagamente saint-éxuperiano. Uno specchio fatato nelle mani di un etereo fanciullo (Piccola Nuvola) dal quale affiorano – come visioni grottesche in un flusso di coscienza collettivo – personaggi e momenti drammatici della storia dell’uomo, declinazioni diverse di una medesima, autodistruttiva volontà di dominio: quattro tiranni dell’antichità (Giasone di Fere e suo figlio Alessandro, Dioniso di Siracusa e Alessandro II di Macedonia), evocazione prototipica dei ‘signori della Guerra’ di tutti i tempi e quindi ideali interlocutori di questo viaggio nella barbarie; la caduta dell’Impero romano, che si consuma sotto lo sguardo indifferente di un Romolo Augustolo evidentemente modellato sul Romolo il Grande di Dürrenmatt; lo sterminio delle popolazioni native-americane, reso possibile attraverso lo strumento del divide et impera, e qui evocato tramite il filtro del film Balla coi Lupi (Kevin Costner, 1990); infine, l’avvento delle moderne armi di distruzione di massa, a cominciare da quel Progetto Manhattan cui contribuirono, nella Seconda Guerra Mondiale, menti quali Enrico Fermi, Edward Lawrence e Robert Oppenheimer (il ‘Doctor Atomic’ immortalato anche da John Adams) per poi arrivare allo sciagurato volo del pilota Paul Tibbetts a bordo dell’Enola Gay e lo sgancio della bomba su Hiroshima, il 6 agosto del 1945. Sebbene non sia possibile alterare il corso della storia, l’unica salvezza per questa Terra e per tutte le specie viventi che la abitano è che l’uomo cominci a concepire il proprio vissuto e il proprio avvenire come eredità condivisa («Parlate di futuro e non sapete / Ch’è solamente ciò che prepariamo / coi nostri desideri e con la sete / che avete di dominio»).

Tradurre un simile affresco in termini di scrittura scenica e di drammaturgia musicale senza scadere nella macchinosità o nel didascalismo era una sfida alquanto rischiosa. Nove e Vacchi l’hanno affrontata (e vinta) coniugando un testo asciutto e d’immediato impatto comunicativo con una scrittura musicale formalmente duttile e timbricamente ricca, consapevole delle proprie radici eurocolte, ma allo stesso tempo capace di interfacciarsi in maniera credibile con le diverse forme di street art chiamate in causa, rap e urban dance in primo luogo. Il tutto all’interno di un dispositivo scenico essenziale che contribuisce non poco alla leggerezza dell’insieme: un enorme schermo diafano (lo ‘specchio’, appunto) vela il boccascena ‘imprigionando’ al suo interno orchestra, solisti e coro in abbigliamento casual, disposti come per l’esecuzione di una composizione sinfonico-vocale. A rendere permeabile il diaframma fra artisti e spettatori intervengono le incursioni degli unici due personaggi/interpreti cui è consentito muoversi liberamente fra piano scenico, proscenio e sala (nonché fra passato, presente e futuro potenziale): il rapper fiorentino Millelemmi, il quale abbandona il proverbiale accento ultra-dialettale per calarsi (bene) nei panni di un Cantastorie, voce senza tempo della saggezza popolare, qui articolata attraverso diversi registri stilistici del rap (parlato ritmico, native american hip-hop più una suggestiva ibridazione fra rap melodico e Sprechgesang); e il talentuoso danzatore diciottenne Filippo Coffano Andreoli, tecnicamente ed espressivamente perfetto nel ruolo di Piccola Nuvola che a sua volta prevede parti in parlato ritmico, accanto ad evoluzioni ora incorporee ora nervose. La ‘magia’ vera e propria dello ‘specchio’ è affidata però alla regia di Edoardo Zucchetti, in particolare alle proiezioni intermittenti che mostrano in diretta la performance del writer Marco Tarascio (in arte ‘Moby Dick’), impegnato nella realizzazione di un graffito a tema ecologista nella cavea del Teatro, in contemporanea con lo svolgimento dell’opera. Grazie a questo flusso d’immagini in tempo reale, la strada ‘si riversa’ visivamente nel teatro, ma allo stesso tempo il teatro si riverbera acusticamente nella strada attraverso un sistema di altoparlanti, scandendo la performance pittorica e disciplinandone la durata. Lo schermo-specchio diviene così il non-luogo in cui i luoghi confluiscono e l’accurato lighting design fa sì che la performance sul palco e quella nella cavea – reciprocamente consapevoli eppure indipendenti – si sovrappongano via via con gradi diversi di densità visiva; a ciò fa riscontro, sul piano sonoro, la texture cangiante della scrittura orchestrale che Vacchi gestisce con la consueta maestria.

Il risultato finale è un’articolazione ‘liquida’ della drammaturgia, che sebben non equivalga a una non-drammaturgia (come pure qualche recensore ha scritto) di certo rende poco percepibile la strutturazione in tre atti della partitura. Al suo posto, ciò che materialmente ‘arriva’ allo spettatore in poltrona è un magmatico rapporto fra superficie e profondità, un flusso ininterrotto dal quale emergono le ‘immagini sonore’ riflesse dallo specchio: suggestioni fauve (la danza finale dell’Atto I), l’evocazione acustica delle musiche dei pellerossa (Atto II), episodi in scrittura madrigalistica (il dialogo fra i tre scienziati nell’Atto III) e via discorrendo.

La direzione sicura di John Axelrod guida l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino in una prova impegnativa, specie per quanto riguarda la gestione dei volumi e la restituzione degli impasti timbrici. Ottima interpretazione del Coro e tutti i solisti vocali, in particolare il baritono Roberto Abbondanza (un Giasone di Fere scolpito nel bronzo), il soprano Alda Caiello (intensa, nel ruoli di Rea, Alzata con Pugno e Aung San Suu Kyi) e il tenore Pietro Picone, che dipinge con autentico lirismo il solo del Lupo Due-Calzini, doloroso canto d’amore alla Madre Terra. L’accoglienza si può dire sostanzialmente positiva, salvo qualche isolata (e prevedibile) contestazione. Con questo spettacolo L’Opera di Firenze manifesta il suo sostegno all’organizzazione Sea Shepherd e alla sua missione in difesa degli Oceani.

[Locandina]

(Opera di Firenze, 7 maggio 2016)

Direttore

John Axelrod

Live Performance dell’artista

Moby Dick

Regia

Edoardo Zucchetti

Visual Artist

Cristiano Koreman

Il cantastorie

Millelemmi

Giasone di Fere

Roberto Abbondanza

Dioniso di Siracusa

Marcello Nardis

Alessandro di Macedonia

Italo Proferisce

Alessandro di Fere, John Dunbar

Paolo Antognetti

Piccola Nuvola

Filippo Coffano Andreoli

Romolo Augustolo, Pawnee, Oppenheimer,

Matteo Ferrara

Rea, Alzata con Pugno, Aung San Suu Kyi

Alda Caiello

Cuoco, Sioux, Fermi, Paul Tibbet

Marco Bussi

L’Ambasciatore, Due Calzini, Compton

Pietro Picone

Lawrence

Mirko Guadagnini

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino

Maestro del Coro

Lorenzo Fratini

 

Aldo Nove: Anteprima mondiale – Woobinda 1996 – 2016

Aldo Nove
Anteprima mondiale
Woobinda 1996 - 2016
La Nave di Teseo, Collana Oceani, pag. 148, € 14,00

In libreria il 12 maggio

Venti anni dopo il successo di Woobinda (1996), forse il più importante caso editoriale degli anni Novanta dello scorso secolo, Aldo Nove ritorna con Anteprima mondiale. Un decennale in cui tutto è cambiato senza tradire le profetiche premesse che infiammarono allora pubblico e critica.
Nove illustra un mondo cambiato per sempre, giunto oggi a un punto di saturazione, e gioca la carta più difficile: la compresenza di cinismo e compassione nei confronti di una deriva che non salva nessuno, se non un residuale senso umanistico a cui ancorare le proprie speranze. Anteprima mondiale fa ridere e spaventa allo stesso tempo. E' horror e, paradossalmente, costantemente comico.

Aldo Nove, narratore, poeta e autore teatrale, è nato a Viggiù nel 1967. Il suo esordio narrativo risale a Woobinda e altre storie senza lieto fine, Castelvecchi (1995). Da sempre appassionato del mondo della canzone, ha curato rubriche musicali per diverse riviste del settore. Tra i suoi ultimi libri, il romanzo La vita oscena (2010), il volume Giancarlo Bigazzi. Il geniaccio della canzone italiana (2012) e il romanzo Tutta la luce del mondo (2014).

Ufficio Stampa La Nave di Teseo:Davis & Franceschini - Alba Donati 335.5250734 Laura Mammarella 338.2650727

parte 1

parte 2

Aldo Nove
Anteprima mondiale
Woobinda 1996 - 2016
La Nave di Teseo, Collana Oceani, pag. 148, € 14,00

il filmato in questa pagina è di Marco Giacosa

alfadomenica novembre #2

Interventi di:
Elisabetta BENASSI - Achille BONITO OLIVA - Andrea CORTELLESSA - Aldo NOVE - Francesco RAPARELLI

CON IL GRUPPO '63. ARTISTI
Achille Bonito Oiva

Negli anni 50 gli artisti considerano l’opera d’arte come un’estensione della propria esistenza. Un cordone ombelicale lega sia l’opera all’artista sia lo spazio fluente dell’immaginario allo spazio appiattito e orizzontale del mondo quotidiano.
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IL 'NON' CHE FA LA DIFFERENZA
Francesco Raparelli

Il pensiero, quando è grande, è sempre fuori posto. Capiterà così, vista la sua grandezza, all'ultima fatica di Paolo Virno, Saggio sulla negazione. Per una antropologia linguistica, da pochi giorni in libreria.
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TEMPI MODERNI
Aldo Nove

Ora che sono davvero cambiate
vedi che sono soltanto cazzate
le cianfrusaglie che sono passate
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ELISABETTA BENASSI. LA PESCATRICE DI STELLE
Andrea Cortellessa

Ogni volta che ci appassioniamo a un artista, e seguiamo le sue tracce, e pensiamo al filo che collega i suoi lavori come a una cronologia segreta – oltre che della sua – della nostra esistenza, prima o poi viene il momento in cui ci chiediamo quale, fra queste opere, sia il nodo di quel filo.
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TERRA - Un film di Elisabetta Benassi

*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.


Tempi moderni

Aldo Nove

Ora che sono davvero cambiate
vedi che sono soltanto cazzate
le cianfrusaglie che sono passate

certo tu dici che le abbiamo amate
certo ci abbiamo passato nottate
certo ci abbiamo riempito le annate

sembravano cose ma non lo son state
sembravano vite ma troppo truccate
meglio che allora se ne siano andate

fa niente le nostre esistenze bruciate
non erano fuoco e nemmeno fiammate
non le abbiamo prese, non le abbiamo date

certo che a lungo le abbiamo guardate
certo che molte le abbiamo comprate
ma una mattina così evaporate…

forse che fosse uno scherzo soltanto…
certo si è rotto improvviso l’incanto
ma senza rumore, né impatto, né schianto

Il rovescio del dolore

Andrea Cortellessa

In copertina – così discreta da poter passare per un logo astratto – c’è un’immagine che vale invece, per il libro, come un’impresa perfetta. Una caffettiera rossa, dipinta col sussiego anodino di Magritte, che ha però manico e beccuccio dallo stesso lato.

La Caffettiera per masochisti fa parte degli Oggetti introvabili dell’artista francese Jacques Carelman: oggetti non solo antifunzionali ma deliziosamente persecutorî (una clessidra a ciottoli che non passano per il suo collo; un martello ricurvo su se stesso; una poltrona fatta di tubi di termosifone; una sedia a dondolo che dondola da destra a sinistra – eccetera).

Così è la scrittura di Luigi Socci, quarantasettenne marchigiano: masochista perché nel rovesciare il fiotto bruciante dell’esistere, ben lungi dal liberarsene, se lo versa ogni volta addosso. La prima volta che lessi suoi versi (poi apparsi, nel 2004, anche sull’Ottavo quaderno di poesia contemporanea curato da Franco Buffoni, con presentazione di Aldo Nove) fu addirittura sedici anni fa: e che solo ora venga alla luce l’opera prima la dice lunga, circa il Socci, tanto nell’antifunzionalità quanto nell’(auto)persecuzione.

Recavano lo stesso titolo di adesso, Il rovescio del dolore, ma il Socci non mi pareva aver ancora elaborato, allora, quel sorriso tirato, raggelato, che fa oggi di lui (tra l’altro) uno dei più efficaci performer in assoluto: a giorno la radice gaddiana del dolore, unico strumento di cognizione di sé e del mondo, non ancora la capacità di rovesciarlo, quel dolore, nel suo (apparente) contrario: quel «comico assoluto» baudelairiano che, ha ragione Massimo Raffaeli, è la sua cifra quietamente tragica.

E che in ambito italiano non può che far pensare a Palazzeschi. Su «Lacerba» si leggeva: «Schivare il dolore, fermarsi inorriditi alle sue soglie, è da vili. […] Entrarci e risolutamente andare […], è eroismo grande. Uscirne carbonizzato e guarito, con questo superbo fiore all’occhiello e un garbato sorriso sulle labbra. Sublime filtro: ironia».

Oggi quell’ironia, riposata nelle sezioni del libro come su tavole d’obitorio, fa l’effetto di una «bic […] lamarasoio» che squarcia ogni luogo comune sentimentale: al padre morto, topico oggi quanto mai, ci si rivolge così: «Non ho il tuo naso e te ne sono grato». Una scrittura insieme tutta nervi («Saldi, i nervi, di fine stagione») e minuziosamente esatta («Per scriverci in corsivo / finita la matita / la morte entra nel vivo / si tempera le dita»), fin quasi al minimalismo terminale della mirlitonnade beckettiana («Chiuso nel mio cunicolo. // Munito di binocolo. // Non cerco l’ironia, trovo il ridicolo»).

Ricorrono come controfigure – più dei clown della topica starobinskiana – i maghi da strapazzo, i prestidigitatori da tre carte o quelle figure incongruamente patetiche che sono i loro assistenti pescati dal pubblico («Ti ho amato da una sedia / in bilico, precario su uno zampo, / risvegliandomi al tre / io non in me»). Una poesia del tutto soggettiva ma, insieme, perfettamente impersonale; una poesia che «non odora di chiuso / e poi / non si fa i fatti miei»: una poesia, dunque, squisitamente teatrale. Che parla «in maschera» e, conia anzi il Socci, quel che ha da dire lo «vice dice».

Si ride a denti stretti, come di una freddura: ma questo gelo, il freddo da palco che intitola una sezione, viene da una scena crudele dove le cose tremende che appaiono, in effetti, si producono davvero («è un tipo di teatro / che va oltre il suo orario»): come l’«effetto speciale reale» della morte della terrorista cecena, gasata al Teatro na Dubrovka dalle forze d’assalto di Putin ma che in una foto famosa pare solo addormentata al suo «posto 12 fila C»: «il teatro russo degli anni zero / è vero».

Perché poi dietro alla maschera della vita il dolore che si finge, come sapeva Pessoa, è quello che davvero si sente. O, come sigla il Socci: «Carne professionale / siamo del carnevale / del finto farsi male la ferita / che maschera la piaga». Applausi.

Luigi Socci
Il rovescio del dolore
con una nota di Massimo Raffaeli
italic pequod, 2013, pp. 143

Dal nuovo numero di alfabeta2 in edicola, in libreria e in versione digitale
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