Fantasticheria

Andrea Inglese

Certo che Andreotti avrebbe potuto morire molto prima, anzitempo, abbastanza giovane, e di morte violenta, trucidato come si suole dire, così avrebbe potuto morire, seguendo l’inclinazione di una delle possibili fantasie politiche, anzi diciamolo, seguendo semplicemente la china di una fantasia terroristica, una tra le tante, perché mica si hanno solo fantasie sessuali, e specialmente fantasie sessuali proibite, si hanno anche fantasie di giustizia popolare, e quindi illegali, delittuose, criminali, e così fantasticando non è stato difficile trovarselo più volte tra le mani, al momento di trascinarlo sul furgoncino, dopo aver “neutralizzato la scorta”, per utilizzare il vocabolario più attinente al caso, e una volta nel furgoncino, si salta, con ellissi banale, al “covo”,  e il covo è bene che sia squallido, squallido e vasto, anche contro ogni verosimile prudenza, per tenere squallidamente prigioniero Andreotti, ma tutto poi dev’essere ancora deciso, in sede fantastica, se ad esempio procedere ad umilianti interrogatori, o magari improvvisarsi torturatore, anche se torturare Andreotti non sembra desiderabile neppure in ambito di più sfrenata e torbida fantasticheria, ma immaginiamo pure di seguire un più assodato e burocratico copione, siamo nella pelle di uno dei celeberrimi sequestratori di Moro, solo che abbiamo meditato più accuratamente sui nostri obiettivi, e per le mani non abbiamo Moro ma Andreotti,
e quindi è pure del tutto possibile che, nella veste degli esecutori, ora si decida di ammazzare un uomo che sappiamo non essere innocente, o pochissimo innocente, o molto meno innocente dell’altro, noi uccidiamo, così, ben motivati politicamente dalla lotta antimperialista, ecc. ecc., uno come Andreotti, che si è effettivamente macchiato di crimini che non gli varrebbero, questo è pur vero, una condanna a morte nel regime democratico nel quale viviamo, ma almeno in sede fantastica, nel regime assai poco statalizzato della mia fantasia, Andreotti può anche meritarsi, per le succitate ragioni politiche, una netta, convinta, imperterrita condanna a morte, e certo il momento culminante della fantasia si realizza con l’annuncio, ossia quando a quest’uomo, così amico di tanti politici e di tanti americani e di tanti mafiosi e di tanti vescovi e di tanti imprenditori e di tanti dirigenti dei servizi segreti e alte gerarchie dell’esercito e della polizia, ebbene quando a quest’uomo così potente, forte di così schiaccianti alleanze, così abile nel manipolare e fottere l’ordinaria massa dei comuni cittadini, a questo tizio gli si annuncia non che è arrivato il caffelatte, ma che è ora di prepararsi ad essere ucciso, dal momento che tutta la fantasia, probabilmente, ruota intorno a questa piccola soddisfazione, infantile certo, ma di schietta e circoscrivibile consistenza, sennonché la realtà, la grigia e banale realtà, così densa di crimini orrendi che mai saranno denunciabili, condannabili e punibili, ebbene questa realtà irrimediabilmente tragica, selvaggia, inospitale all’uomo nei secoli dei secoli, fa anche le cose per benino, di tanto in tanto, e se mai Andreotti fosse stato ammazzato non nella mia fantasia, ma da un vero brigatista in carne ed ossa, all’epoca in cui avrebbe potuto lontanamente rischiare una tale fine, ebbene oggi noi dovremmo piangere ancora, anno dopo anno, la sua scomparsa,
e immense statue equestri mostrerebbero nelle piazze di ogni importante città italiana, e non solo siciliana o laziale, Andreotti in sella, dedito dignitosamente alla funzione di zelante guida della nazione, anche se verosimilmente al posto del destriero lo avremmo messo a sedere di fronte ad una scrivania di presidente del consiglio, ed è comunque certo che se si vorranno tra qualche anno fare ad Andreotti statue del genere, essendo egli morto di vecchiaia, e con qualche processo alle spalle, e con alcune verità e storiche e giudiziarie inequivocabilmente emerse, sarà difficile che, anche in questo paese, tutti siano quel futuro giorno, che senza dubbio verrà, sarà difficile – dicevo – che tutti si trovino d’accordo sul metterlo in piazza, nobilitato dal bronzo, anche se nessuna faccia mai, come la sua, durante i lunghi anni di vita rispettata e illustre, è stata così perennemente e massicciamente bronzea.

Sono, si dice, un altro

Tiziana Migliore

3,24 mq (2004) è la ricostruzione 1:1, a firma di Francesco Arena, della presunta cella di Aldo Moro. Esposta per la prima volta a Roma, Fondazione Nomas, interpreta il capitolo più drammatico dell’Italia postbellica in absentia disgiunta, per elusione dell’istanza enunciante. Dopo quasi trent’anni, non v’è traccia del detenuto né delle immagini, visive e verbali, diffuse al punto da confonderne la memoria. Dov’è Moro nell’installazione di Arena? Che rapporto si tesse con le due Polaroid? Un’unità di misura fornisce il dato di partenza, notazionale, con cui Arena artifica la prigione di via Montalcini 8: «Un cubicolo lungo tre metri e largo meno di uno, quanto una comune porta di appartamento, stipiti compresi». L’architettura d’arrivo differisce dall’oggetto descritto non nella totalità, che può benissimo essere definita «cella di Moro», ma nelle parti che la compongono, eteroclite. L’ambiente di reclusione è contenuto, a sua volta, in un parallelepipedo di legno, solitamente usato come cassone da imballaggio e trasporto di valori. Vecchi fini sostengono la funzione di mezzi, significati si trasformano in significanti. Arena, nel rifigurare l’insieme, apre la cassa.

Francesco Arena, 3,24 mq (2004)

Container. Status dell’ostaggio
[…] Le pareti sono di compensato, il pavimento è di linoleum grigio. Anche l’arredo corrisponde alle testimonianze rilasciate dai brigatisti. Nel locale più grande, chiuso sugli altri lati, stanno, a sinistra, una branda con materasso, coperta, lenzuola,cuscino e federa; accanto, in alto, una mensola su cui poggiano dei fogli A4, una penna, un asciugamano, una bottiglia di acqua minerale e un rotolo di carta igienica; sotto, un water fisiologico, una bacinella di plastica, una ventola elettrica. La stanza è intonsa, ma in entrambi i vani c’è una lampadina accesa. Che la replica sia fedele o no alla vera cella in cui Moro trascorse la prigionia, ci interessa ragionare sul montaggio sotteso all’opera, con funzionamento a matrioska: l’ibrido tra una struttura mobile, da trasferimento di merci, e un abitacolo. In una cassa simile il corpo di Moro, rannicchiato, giunse a quell’indirizzo. Si rovescia il rapporto tra circoscrivente e circoscritto: l’involucro della cassa, caricato di senso, contiene la cella, che contiene il detenuto, «presente nel modo della sparizione» (Baudrillard, L'altro visto da sé, 1987). Manca la persona, restano procedimenti vuoti.

Le foto di Moro. Mise en abîme e doppio regime dello sguardo
È corretto considerare le polaroid scattate dai brigatisti e pubblicate su «la Repubblica», il 19 marzo e il 20 aprile, come operazioni di messa in scena. Belpoliti (La foto di Moro, 2008, pp. 9-10) parla giustamente di tableaux, elaborati a uso propagandistico. Non ne consegue, però, che, generaliter, essi siano «fatti per mentire» o che costituiscano «un sistema globale di informazione fuorviante», tanto che «non riusciamo più a distinguere la costruzione dell’immagine realizzata nella pubblicità dal resto delle “immagini vere” del giornale, quelle che riproducono la cosiddetta “realtà”». Curare l’assetto sintattico è proprio di qualsiasi discorso pubblico attento all’efficacia. La veridicità è una delle funzioni perseguibili e l’organizzazione interna, piuttosto, smentisce usi aberranti. Snidarli dipende dalle competenze di lettura testuale e dalla possibilità di comparare la singola organizzazione con altre dello stesso genere. [...]

La prima foto polaroid di Aldo Moro nella «prigione del popolo» scattata dalle Brigate Rosse e consegnata ai giornali dopo due giorni dal rapimento, il 18 marzo 1978.

Il corpo del reato
Fin dall’inizio Br e Dc convennero nel tenere scissi fare ed essere di Moro, il sé ipse sotto tiro dal sé idem, disgregando il «me di referenza». Per i brigatisti «il problema al quale la Dc deve rispondere è politico e non di umanità; umanità che non possiede e che non può costituire la facciata dietro la quale nascondersi, e che, reclamata dai suoi boss, suona come un insulto» (comunicato n. 1). Il governo prese quelle intimazioni alla lettera: utilizzò l’umanità, attraverso le pose dimesse delle polaroid, come argomento di un’identità perduta, l’«aura» del personaggio politicosuperiore all’individuo e coincidente con l’immagine ufficiale dell’onorevole. E, all’indomani della prima foto, celebrò il Moro morto, da monumentare: Montanelli intonò un requiem; l’onorevole comunista Antonello Trombadori, nei corridoi della Camera dei deputati, esclamò: «Moro è morto!»; un comitato del partito firmò un testo di misconoscimento dal titolo Il Moro che parla dalla «prigione del popolo» non è il Moro che abbiamo conosciuto.

Maurizio Cattelan, Untitled (Natale 95), 1995

Alla notizia del processo brigatista, un atteggiamento di diffidenza saldò la linea della fermezza e crebbe, tramutandosi in ostilità. «Costoro sembrano più preoccupati della “memoria” di Moro che non della sua vita» (Martelli, Perché non credere alle sue lettere? Corriere della Sera, 1 maggio 1978). [...] Su disegno dell’antiguerriglia psicologica, si dissociò Moro dalle sue lettere, con perizie che le giudicavano ora prive di raziocinio, ora estorte con la violenza; lo si assimilò all’aggressore, insinuandone la complicità; se ne sminuì la conoscenza di segreti sensibili, in ambito politico e militare. L’appello del papa, di liberarlo «semplicemente, senza condizioni», suggellò una strategia di vanificazione dell’ostaggio, che sortì l’effetto, tragico, di neutralizzare integralmente il valore di Moro.

Pubblichiamo un brano tratto dal libro Le polaroid di Moro, a cura di Sergio Bianchi e Raffella Perna, in libreria da oggi 26 settembre per DeriveApprodi

Thriller Republic. La memoria degli anni di piombo tra aule giudiziarie e format televisivo

Daniele Salerno – Centro TraMe

«La mia immaginazione si sforzava senza riuscirvi di rappresentarsi i dialoghi non solo nei contenuti ma nelle frasi parola per parola, il tono delle voci, le possibilità dell’uso del discorso nel cuore del terrore. E insieme sentivo la certezza desolata che quei dialoghi non si sarebbero mai più potuti ricostruire, che erano perduti per sempre».

«Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace».

La prima citazione è di Italo Calvino: era il 1978, all’indomani del ritrovamento del corpo di Aldo Moro. La seconda citazione è di Pier Paolo Pasolini: era il 1974, l’anno della strage di Brescia, ancora oggi senza colpevoli per insufficienza di prove. Si tratta di due intellettuali e scrittori profondamente diversi, che di fronte a un elenco di stragi e assassini cercano di ricostruire una narrazione che possa fare a meno di “ciò che non si sa o che si tace”, della prova che continua a essere insufficiente. Leggi tutto "Thriller Republic. La memoria degli anni di piombo tra aule giudiziarie e format televisivo"