L’alienazione dell’intellettuale

Andrea Fumagalli

E’ da qualche anno che si discute del ruolo dell’intellettuale, seppur in ambiti ancora molto ristretti e senza grande enfasi sui media di larga diffusione. Per intellettuale, intendiamo non chi fa lavoro intellettuale (attività oggi tutta da ridefinire), ma chi - per dirla con Eco - “ricopre la funzione intellettuale, svolgendo un’attività critica e creativa”. E’ grande merito del primo numero di Alfabeta2 a domandarsi se nel dibattito culturale contemporaneo abbia ancora senso parlare di funzione intellettuale. Il secolo XX – il secolo degli intellettuali – è terminato, infatti, nel segno di  un strutturale cambiamento sociale, economico e valoriale, al cui interno le categorie sociali, culturali  e antropologiche novecentesche sono in buona parte saltate.  Per rispondere a tale domanda, è dunque necessario partire, direi marxianamente, proprio dalle mutate condizioni materiali e soggettive della produzione e del lavoro.

La crisi del paradigma fordista-industriale è stata anche conseguenza di una nuova soggettività che erompe nella scena della valorizzazione: l’intellettualità diffusa o di massa, prodotta dalle lotte degli anni Settanta. Avrebbe potuto e dovuto (almeno nelle nostre intenzioni)  essere il trionfo della creatività e della coscienza critica, quindi il terreno ideale perché dieci, cento, mille intellettuali fiorissero. Vi erano tutte le premesse perché ciò potesse avvenire, soprattutto dopo l’eruzione del 1977 che aveva definitivamente spazzato via l’idea togliattiana di ”intellettuale organico”.  Invece nulla si è verificato, anzi, la funzione intellettuale si è progressivamente marginalizzata, inizialmente costretta all’esodo per sfuggire alla repressione, successivamente travolta dalle nuove forme di comunicazione, imposte proprio dall’avvento dell’intellettualità di massa. Leggi tutto "L’alienazione dell’intellettuale"