Come uscire dal labirinto della paura

Lelio Demichelis

Il labirinto di Cnosso (oggi, per analogia, il labirinto prodotto da neoliberalismo e tecnica e rete, da cui sembra altrettanto impossibile uscire, convinti come siamo che non ci sono alternative e che l’innovazione non si può fermare) era una costruzione leggendaria (oggi, invece, è realissima e concretissima) che, secondo la mitologia fu fatto costruire da Minosse a Creta (oggi, è il mondo intero) per rinchiudervi il Minotauro – mentre oggi, ma rinchiusi insieme al Minotauro-capitalismo-rete siamo tutti noi (con la gabbia d’acciaio weberiana o la società amministrata secondo i francofortesi come nuovo labirinto), sue vittime sacrificali come allora le giovani e i giovani ateniesi destinati a essere divorati dal mostro.

Se Arianna diede a Teseo un filo per permettergli di uscire dal labirinto dopo avere ucciso il Minotauro, oggi il tecno-capitalismo ha rimosso la figura di Arianna (cioè ha cancellato speranza e utopia, la rivoluzione e il riformismo, presentandosi esso stesso come speranza e utopia e democrazia e rivoluzione), per non farci uscire da sé. Le pareti che delimitano l’intrico di strade, piazze e gallerie sono così alte che ci impediscono persino di vedere il cielo (metafora di una consapevolezza superiore), la tecnica però consolandoci con una realtà virtuale che ci illude di uno spazio infinito e di una società della conoscenza o della consapevolezza. Ci comportiamo in realtà come robot impazziti o come criceti che corrono nella gabbia, messi incessantemente a un lavoro di produzione, di consumo, nell’industria culturale 2.0 e come produttori di dati. E anche la sinistra-Arianna+Teseo, che aveva cercato di uccidere o almeno di ammansire e democratizzare la bestia, si è rinchiusa nel labirinto e con il Minotauro convive entusiasticamente (in realtà è una Sindrome di Stoccolma).

Abbiamo riletto fin qui il mito del labirinto con qualche libertà, ma lo abbiamo fatto per arrivare a parlare del labirinto delle paure di cui scrivono Aldo Bonomi e Pierfrancesco Majorino nel loro saggio uscito da poco per Bollati Boringhieri. L’incipit di Bonomi è fulminante: “Nel labirinto ti prende la paura. Kafka la chiamava ‘la parte migliore di me’. Vero, per chi è in grado di farne una letteratura da trasformare in visione critica del mondo. Ma il nostro labirinto, da sociologia delle macerie, non induce coscienza di sé. Quanto più la paura non trova luoghi sociali di decantazione e di elaborazione emotiva – non è forse questa, la politica? – tanto più tende a trasformarsi in rancore e odio verso l’altro da sé”. Macerie sociali, dunque, esito di trent’anni di neoliberalismo e di rete – perché se la società non deve esistere, ma solo gli individui, alla fine, della società restano inevitabilmente solo macerie. O una modernità in polvere (ancora Bonomi) – è la modernità che distrugge un’altra volta se stessa – esito di una guerra civile molecolare che tanto somiglia allo stato di natura pre-contratto sociale.

Tutto questo – la paura, l’odio, il rancore, la rabbia, l’autoreferenzialità, la violenza - non nasce oggi, ma è l’esito di un accumularsi di paure e di disagio, di egoismo e di competizione dopo il crollo dell’impianto politico socialdemocratico dei gloriosi trent’anni, dopo il dilagare della globalizzazione neoliberale e tecnica, con i flussi immateriali dell’economia e della tecnica che hanno impattato e ancora impattano pesantemente e materialmente sui luoghi per cui, oltre la società del rischio di Ulrich Beck “il percorso della paura si è fatto infine rancore e razzismo”. Bonomi ha una lunga esperienza di racconto sociale di questi ultimi trent’anni, dall’analisi del capitalismo molecolare a quello personale, dalla città infinita alla comunità del rancore, dallo sfarinamento delle società di mezzo (inteso come “crisi del tessuto prepolitico della rappresentanza sociale e come sfarinamento dei ceti medi, cui si aggiunge oggi quello della forma partito”), dalle classi alle moltitudini (e dalla lotta di classe all’invidia sociale), tra vita nuda e nuda vita. E tra vecchio e nuovo leghismo e vecchi e nuovi territori.

Che fare? – vecchia domanda. Cercare un nuovo Teseo/eroe per sconfiggere il Minotauro sarebbe una “scorciatoia da politica-spettacolo e da memoria di una forma partito in crisi, che più che alla mancanza di leadership dovrebbe guardare alla perdita del radicamento sociale”. Occorre invece confrontarsi anche o soprattutto con quella questione delle migrazioni che non si risolve alla Minniti né con il ‘decreto sicurezza’ salviniano, ma “che è una cartina di tornasole della banalità del male contro l’altro da sé” in cui stiamo scivolando come su un piano inclinato. Bonomi chiude la sua analisi richiamando Mario Tronti e il guardare i volti, non rincorrendo i voti: “non più correre, ma camminare: trattenendo, rallentando, ritrovando il passo dell’uomo, sottomettendo il ritmo della macchina (i flussi) non per la decrescita ma per la con-crescita, tra il fuori e il dentro, tra situazioni ed esistenza, tra destino e libertà”.

La paura è affrontata da Majorino da un punto di osservazione più milanese (è assessore alle politiche sociali del Comune), ma guarda in alto e oltre, pur raccontandoci di una Milano povera e insicura e invisibile ai più e soprattutto invisibile dai giardini verticali e dall’alto del suo skyline – e dove la Casa della Carità di don Colmegna diventa invece un modello virtuoso di accoglienza, socialità e cittadinanza vera. Majorino ricorda un dato, impressionante: tra il 2012 e il 2013 “le strutture comunali avevano registrato un aumento del 300% delle domande ricevute da cittadini in difficoltà”; mentre in Italia la povertà, tra 2007 e 2014 è cresciuta del 119%. Il cambio di paradigma è stato drammatico, in termini economici e di senso della vita delle persone. Le destre rispondono e spiegano “con parole molto semplici che da questa fase di cambiamento ci si deve salvare. E offre una zattera”, dove però solo pochi (i salvati) possono salire, gli altri (migranti, profughi, diversi), ovvero i dannati, devono essere ributtati in mare. Una “zattera agghindata di richiami al passato e forse priva, a bordo, di una bussola”. Ma dove la guerra tra poveri – e che sia questa la bussola delle destre, dei populismi, dei sovranismi e di quel tecno-capitalismo di cui sono, aggiungiamo, l’ultima forma politica? – “è il progetto politico di chi vuole alimentare la fuga dall’identificazione delle responsabilità reali e dall’effettiva realizzabilità delle proprie promesse elettorali. Dividere gli ultimi (i migranti) dai penultimi (i ‘connazionali’ poveri) fa sì che questi non cerchino verso l’alto la causa del proprio malessere, ma la rovescino verso il basso”. La destra “andrà avanti nella sua capitalizzazione della paura e lo farà senza pudore, perché è la perdita di pudore che contraddistingue buona parte del pensiero, e quindi delle parole, di questa stagione”. E l’odio e la paura purtroppo seducono e oggi sono soprattutto virali. E la paura produce rancore, rafforzando la logica dell’amico-nemico. Dove il migrante diventa facilmente il capro espiatorio. Ancora, è la banalità del male di arendtiana memoria.

Che fare? – è la domanda anche di Majorino. Ripartire dalla politica, ma da una politica diversa, soprattutto a sinistra: rifacendo società, ripartendo dai valori, mettendo al centro l’ambiente sociale e naturale, frequentando “qualche salotto in meno e qualche sfruttato in più”, immaginando di nuovo un futuro possibile. Contro la paura serve tornare alla politica, cioè alla polis. O alla casa comune - secondo Majorino.

Aldo Bonomi e Pierfrancesco Majorino

Nel labirinto delle paure. Politica, precarietà e immigrazione

Bollati Boringhieri

pp. 159 € 15.00

Alfadomenica # 1 – novembre 2017

Da oggi per gli iscritti al Cantiere di Alfabeta è visibile un nuovo video del programma Alfabeta, andato in onda nel 2015 su Rai 5: si tratta della puntata Giocare, a cui hanno preso parte, tra gli altri, Umberto Eco, Giulia Niccolai, Marco Dotti, Peppino Ortoleva. Hanno accesso al Cantiere i soci dell'associazione Alfabeta, luogo di incontro, virtuale e non, dei lettori e strumento di sostegno per la rivista.

Ed ecco il sommario dell'Alfadomenica di oggi:

  • Carlo Branzaglia, Video dunque sono. La brand identity al servizio della tv: L’evoluzione del mercato televisivo sembra l’ennesima dimostrazione che i nuovi media (o le nuove piattaforme tecnologiche) non uccidono quelli vecchi ma li contengono e, ove possibile, li rivitalizzano. Condite in digitale su diverse piattaforme, sparpagliate fra televisioni, computer, tablet e telefonini, le reti televisive devono rimodellare la loro presenza sugli schermi, qualsiasi essi siano. Al tempo stesso, abituate a usare il video come supporto prioritario, non lesinano sue applicazioni off air, ovvero durante eventi, convention e simili; ma, soprattutto, on air, fra girato e post produzione, in un mix fra scenografie televisive, augmented reality, infografiche (magari in diretta). Dunque, se i social media hanno favorito l’avvento del video, in primis emozionale ma anche informativo, questa esplosione ha, in termini di linguaggio, molto tratto dal design per canali televisivi (la motion graphics) per decollare compiutamente - Leggi:>
  • Aldo Bonomi, Il margine che si fa centro. Marco Cavallo va nel mondo:  Caro Benedetto, scrivo in forma confidenziale, in quell’amicizia a priori che, come mi ha insegnato Eugenio Borgna, ci prende nell’incontro di percorsi di vita e, perché no, di professione, che si riconoscono pur nella diversità dei punti di osservazione e delle esperienze. Amicizia a priori e affinità elettive rafforzate dalla lettura delle tue dieci considerazioni sulla povertà della psichiatria. Manterrei questo stile da lettera a un amico e la lettera può diventare una mia postfazione adeguata al tuo passionale, radicale e scientifico libro in cui hai raccolto letteratura, tesi puntuali e interroganti di un sapere e di una disciplina che hai attraversato, praticato e anche diretto con ruolo di responsabilità alta nell’ambito dell’Organizzazione mondiale della salute. - Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / Panini: L’attenzione al panino si acuisce, in Italia, negli anni ’70 quando, lasciato alle spalle il boom economico con il caro petrolio, comincia una nuova stagione di consumi e di ricettari, senza carne, senza grassi. Elena Spagnol, occhiuta autrice, pubblica nel 1976 Panini insegnando a prepararseli a casa, e classificandoli: freddi e semifreddi, reali, caldi, dolci ecc. E’ un'arte che ha i suoi luoghi di culto da Peck a Milano, nell’Harry’s Bar di Venezia, da Procacci a Firenze, e si diffonde a macchia d’olio, con stili nutritivi diversi, per chi è goloso e per chi è a dieta. L’America veglia ed insegna da lontano e da vicino : Burghy aprirà a Milano nel 1981 mentre Mac’Donald’s arriverà vent’anni dopo. Gli autodidatti della panineria si moltiplicano ed Elena Spagnol vigila, prescrive, dà idee.  - Leggi:>
  • Semaforo: Comunisti - Donne - Trapianti - Leggi:>

Anticipazioni / Il margine che si fa centro. Marco Cavallo va nel mondo

Facendo seguito allo speciale su Franco Basaglia, che abbiamo pubblicato lo scorso 21 ottobre, proponiamo oggi la postfazione di Aldo Bonomi al libro di Benedetto Saraceno Sulla povertà della psichiatria, in uscita in questi giorni  per DeriveApprodi

Aldo Bonomi

1. Caro Benedetto, scrivo in forma confidenziale, in quell’amicizia a priori che, come mi ha insegnato Eugenio Borgna, ci prende nell’incontro di percorsi di vita e, perché no, di professione, che si riconoscono pur nella diversità dei punti di osservazione e delle esperienze. Amicizia a priori e affinità elettive rafforzate dalla lettura delle tue dieci considerazioni sulla povertà della psichiatria. Manterrei questo stile da lettera a un amico e la lettera può diventare una mia postfazione adeguata al tuo passionale, radicale e scientifico libro in cui hai raccolto letteratura, tesi puntuali e interroganti di un sapere e di una disciplina che hai attraversato, praticato e anche diretto con ruolo di responsabilità alta nell’ambito dell’Organizzazione mondiale della salute. Da qui la ricchezza di contributi densi di dialettica tra il fare, l’agire e il decidere politiche pubbliche.

2. Senza mai perdere la passione e la radicalità di Marco Cavallo, icona dei matti del manicomio di Trieste che rompe e attraversa le mura per andare nella società. Tesi dopo tesi sulla miseria della psichiatria, sotto traccia, senza ideologia ma con metodo, ti metti in mezzo tra il dentro e il fuori, tra l’io e il noi, tra cura e socialità, tra clinica-ospedale e politiche pubbliche, tra il corpo segregato e malato e il corpo sociale. Così hai portato Marco Cavallo nel mondo.

3. Con «una pratica in attesa di teoria» che si svela, cercando come in ogni testo la cifra che ne dà la svolta, lì dove affermi che «la teoria in Basaglia come in Gramsci, è riflessione sulla realtà e intelligenza dei meccanismi della sua stessa trasformazione». E affermi, conscio dell’affermazione, che: «l’esistenzialismo gramsciano» fonda l’unicità del pensiero di Basaglia. Collocando così Marco Cavallo in quella lunga deriva della storia del Novecento che va da Braudel al Polanyi della grande trasformazione sino ai giorni nostri, a proposito del binomio realtà-trasformazione da te citato, ove sostengo che tra economia e politica occorrerebbe mettere in mezzo la società, così come per te tra psichiatria e politiche occorre mettere in mezzo la società. E per dare a Gramsci quello che è di Gramsci, e al suo testo che mi hai evocato, Americanismo e Fordismo, che scava nella mutazione antropologica del fordismo sul soggetto, è esistenzialismo critico il tuo esemplificare nel saggio sulla diagnosi le correlazioni con il controllo sociale esercitato sulle donne indipendenti e messe al lavoro come operaie, sessualmente attive e non inserite in un contesto familiare, diagnosticate allora, agli albori del fordismo come psicopatiche.

4. Passione e radicalità che di questi tempi dell’ideologia delle non ideologie, potrebbe bollare noi e questo libro come un libro ideologico. Accade, a proposto dei riferimenti del primo Basaglia al pensiero fenomenologico tedesco, quando la Nottola di Minerva vede le vacche tutte grigie. Proprio qui scava la tua tesi sulla distorsione del pensiero di Franco Basaglia nella letteratura internazionale: Basaglia antispsichiatra, Basaglia ideologo, Basaglia filantropo. Affermi, e ne dai contezza, un «Basaglia scienziato per nulla ideologo» che elabora un protocollo di ricerca che fa di Marco Cavallo a Gorizia, Parma, Trieste, laboratori non di ideologia ma di una idea. Un’idea, appunto, contrastata da quella che tu definisci la «british distortion» che, semplifico, non accetta di mettere in mezzo la società, rifiuta il tuo-vostro percorso che partendo dall’antropologia e fenomenologia del malato e la sua soggettività perduta, lì non si ferma ma va oltre addentrandosi nel binomio realtà-trasformazione.

5. Altro che ideologo e filantropo, ma figura evolutiva della scuola fenomenologica esistenziale europea. Che va oltre partendo dall’ascolto e dall’empatia psichiatra-paziente con la soggettività dell’io, si fa il salto verso il noi, inteso come fare comunità, e una volta rotte le mura della segregazione e dello stigma si interroga la società e le politiche pubbliche. Ritrovandoti e ritrovandoci in quella sociologia fenomenologica che partendo dalle storie di vita, dall’inchiesta del reale, passa alla ricerca-azione per trasformare e s’interroga oggi sulla società liquida, la società del frammento, la società circolare potente nei mezzi e scarsa nei fini e nella coesione. Problema delle discipline. Potrei titolare con te una rassegna sulla povertà della sociologia. Riflessione già sperimentata con Eugenio Borgna, l’ultimo grande della scuola fenomenologica italiana, quando ci siamo confrontati in un libro e nel suo titolarlo Elogio della depressione. Volevo timidamente e radicalmente aggiungere depressi di tutto il mondo unitevi, a proposito di «esistenzialismo gramsciano». Ascoltare, sentire assieme le voci delle vite minuscole, far diventare i sussurri e i lamenti voce della comunità, fare ricerca-azione per cambiare la società e le politiche pubbliche, sono metodologie scientifiche di un protocollo basagliano psicosociale che ha insegnato molto alle scienze sociali. Metodologia valida per entrambi, caro Benedetto: il margine che si fa centro.

6. La vera questione che evidenzi da subito citando il classico dei classici Lévi-Strauss e le sue due società: quelle antropo-emiche, basate sul rifiuto degli indesiderabili, il margine che si fa ghetto, e quelle antropo-fagiche che cercano di ascoltare e includere. Da qui, a proposito di povertà della psichiatria, il tuo affermare, nell’avanzare del moderno, il suo non aver risolto il rapporto con il contesto sociale e con l’esclusione. È la biopolitica come ci ha insegnato l’altro grande, Michel Foucault, partendo dal carcere e dal manicomio. Analizzando la microfisica dei poteri nella società, medicina, ospedale e clinica compresa. Microfisica dei poteri che tu scomponi e ricomponi analizzando i falsi dilemmi, da qui la povertà della psichiatria: biologico verso psicobiologico verso bio-psico-sociale; psicofarmaci verso psicoterapie verso pratiche d’inclusione sociale e riabilitazione psicosociale; ospedale psichiatrico verso ospedale generale verso servizi territoriali.

7. Falsi dilemmi in cui scavi con dieci saggi scritti portando Marco Cavallo nel mondo, nei poteri dell’industria farmaceutica e del marketing, della diagnosi imperante e onnivora per cui tutto è psico- e nulla socio-, così sradicando culture e differenze. Non è forse quello che sta accadendo volgendo lo sguardo alla fenomenologia delle migrazioni in questo disumano e tutt’altro che scientifico classificare i profughi da guerra, i migranti per clima, per fame, economici, etnie, genere e l’elenco potrebbe continuare. Il tutto senza porre il tema della cittadinanza e i sistemi sanitari centrati sulla persona e a proposito di migrazioni, società in cui riconoscere e riconoscersi. Poni il tema della cittadinanza che apre la questione del fare comunità di cura che diventa operosa e interrogante la società per le politiche pubbliche intrecciando il welfare con il welfare community. È radicalità temperata, basata su esperienze di comunità concrete che ti fa dire a un certo punto, che basterebbe un po’ di buon senso e di pratiche conseguenti per evitare la povertà della psichiatria. Questione non banale quando i saperi hanno perso il buon senso e quando sono egemonizzati dalla scienza triste che è diventata l’economia, che ha scisso il rapporto tra utile e senso.

8. Il senso e l’utile sono due polarità sempre presenti nei tuoi decennali saggi, sia quando l’utile si fa feroce profitto e marketing delle case farmaceutiche, che quando si fa furore classificatorio da disciplina verticale che ha perso la sua orizzontalità di ascolto. Di ascoltare chi ha smarrito la propria ombra e per ritrovare senso, visto che l’identità non sta solo nell’io ma nella relazione con il noi, dall’ascolto si passa all’identità relazionale nella comunità e infine il salto da te affrontato nel saggio sulla disabilità mentale e abilitazione alla cittadinanza. Non credo sia un caso se entrambi, originari di una vallata alpina, ci siamo ritrovati alla Casa della Carità di Don Colmegna a Milano, luogo margine che si è fatto centro interrogante dell’abilitare alla cittadinanza la moltitudine del disagio e dei dannati della terra alla ricerca di senso.

9. Di te che te ne andavi con Marco Cavallo nel mondo mi parlava negli anni Novanta Camillo De Piaz, di te, che con l’istituto Mario Negri e Gianni Tognoni operavi in America Latina. Anticipatoria, a proposito di salto d’epoca, la tua riflessione sulla salute mentale globale. Sfida della Conferenza di Caracas organizzata nel 1990 che aveva come obiettivo far passare Marco Cavallo oltre le mura dei manicomi affermando i diritti dei pazienti e chiedendo forme politiche pubbliche adeguate. Da qui un movimento di senso partito da quella parte del mondo dove anche era negato l’utile di sopravvivenza. Sarebbero venuti dopo i movimenti no global. Da quel movimento globale della salute mentale e da quella dichiarazione di Caracas una serie di contaminazioni verso i poteri, con pubblicazioni, successi e insuccessi che ti hanno visto protagonista. Ne dai conto nel tuo racconto di quella fatica di Sisifo che è stata il portare «nel palazzo» dal 1990 a oggi, la voce e la crescita dei movimenti di salute mentale per servizi territoriali, diritti e cittadinanza. Reti che continui ad alimentare con il tuo lavoro alla fondazione Gulbenkian di Lisbona. Con un punto di snodo che condivido, citando Beccattini che ha scavato come Sebregondi e Balbo, che tu citi, nei percorsi dell’economia sociale e di mercato: addomesticare le transnazionali e/o globalizzazione dal basso partendo dai territori e dai soggetti sociali. È di nuovo l’oscillare metodologico del pendolo del margine che si fa centro.

10. Da qui un tuo sguardo globale che rende il libro un ricco remapping dello stato dell’arte dei movimenti dal basso nell’orizzontalità delle reti sociali, oserei dire delle moltitudini del senso, che solo anni dopo, altri esamineranno come dinamiche di un impero della geografia politica e globale o come nuova geografia funzionale dei flussi. La raccolta di numeri e di comunità concrete flebili ma resilienti dalle Americhe alla Cina, dal Far East al Medio Oriente all’Africa, con tracce di quel locale Marco Cavallo di Trieste. Arrivando poi a porre tre ambiti ove occorre operare tra realtà e trasformazione: le povertà, le città, le migrazioni. Sono i muri ancora da attraversare ritrovando la «capacitazione» (Amartya Sen) confrontandosi con le povertà per evitare la povertà della psichiatria e delle scienze sociali, con le città sfidate sempre più dai giovani marginali, dai comportamenti delle persone in preda al disagio e dai comportamenti reali o percepiti delle comunità dei migranti, il tutto ponendo il tema della cittadinanza e dei diritti. Una traccia e una mappa di comunità concrete per tenere assieme senso e utile: nell’abitare, nello scambiare identità, e produrre e scambiare merci e valori, deistituzionalizzazione dei servizi di welfare e welfare community e impresa sociale. Percorsi «per ridare un sogno collettivo che da tempo appare infranto e sconfitto». Dedichi questo libro come un percorso eterotopico della formazione dei giovani.

11. Eterotopie del possibile con cui sfidi la psichiatria a confrontarsi. È un libro sfidante, utile, interrogante la realtà in trasformazione. Come ultima nota a margine, a proposito di eterotopie che altro non sono che utopie scaricate a terra dalla nostra capacità di azione, le comunità concrete nel mio linguaggio, ho colto una traccia di utopi; nel tuo breve saggio su Freud e l’impossibilità di una criminologia psicoanalitica passando per Dostoevskij e I fratelli Karamazov ove, addestrandoti nella separazione tra ordine giuridico, ruolo della pena e ordine psicoanalitico e psichiatrico della cura, scarti di lato e ci consegni un’utopia: immaginare una pena e una cura senza istituzioni che le contengano. Un mondo senza carceri, ghetti, enclave, istituzioni totali, un mondo della cura senza manicomi ma di comunità possibili. L’isola di utopia che continuiamo a cercare assieme nella nostra amicizia a priori.

Alfabeta / Usare

usareDOMENICA 8 NOVEMBRE ALLE 22.10 SU RAI5

VA IN ONDA LA QUINTA PUNTATA DI ALFABETA:  USARE

con Marc Augé, Aldo Bonomi, Ugo Mattei, Gilberto Gil, Lucia Tozzi

Domenica 5 novembre la trasmissione “Alfabeta” si confronta con uno dei principali temi della filosofia politica contemporanea: quello dell’uso, inteso come regime alternativo alla proprietà. Negli ultimi anni, l’attualità di questa categoria è stata mostrata da filosofi come Giorgio Agamben e Serge Latouche, giuristi come Stefano Rodotà e Ugo Mattei, e perfino alcuni movimenti politici (si pensi al Movimento per l’acqua bene comune). «Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria», annotava Marx. Oggi, mentre la finanziarizzazione ha portato a compimento un processo storico che vede smaterializzarsi la sfera economica, sempre meno vincolata alla produzione di beni, sono sati elaborati dei concetti, dei dispositivi giuridici (ad esempio i beni comuni) e delle pratiche concrete che pongono al centro l'uso, in alternativa al possesso. Conversando con filosofi, antropologi, economisti, ingegneri, giuristi e perfino artisti/politici come Gilberto Gil, Andrea Cortellessa e Alfabeta2 esplorano le attuali articolazioni del termine usare non limitandosi alla dimensione economica e giuridica, ma analizzando anche i suoi aspetti linguistici ed esistenziali.

GLI OSPITI

GIOVAN BATTISTA ZORZOLI – docente in energie rinnovabili

ALDO BONOMI - economista

UGO MATTEI - giurista

PIERRE DARDOT E CHRISTIAN LAVAL- filosofi e scrittori

MARC AUGÉ - etnologo e antropologo

GILBERTO GIL - musicista e politico

LUCIA TOZZI – studiosa di urbanistica

MAURO ANNUNZIATO - Ingegnere ENEA

TOMMASO OTTONIERI - poeta

DAVIDE OBERTO - curatore di Festival di cinema documentario

Tommaso Ottonieri (brani da Lapilli della gravitazione)

estratti da Recollections di Kamal Aljafari

Il programma è prodotto da Boudu-Passepartout. Regia: Uliano Paolozzi Balestrini Fotografia: Duccio Cimatti Montaggio: Francesca Bracci e Martina Ghezzi.

Ufficio Stampa Riccardo Antoniucci Tel. 3407642693 Mail: pressboudu@gmail.com

Alfabeta / Usare: un percorso tra i libri

Il testo letto da Tommaso Ottonieri è tratto da Geòdi, Aragno 2015

 

Libera università metropolitana, Sul concetto di uso. Prassi, istituzioni, comune, a cura di Paolo Virno, 2014 (http://www.lumproject.org/sul-concetto-di-uso-prassi-istituzioni-comune/)

Giorgio Agamben, L’uso dei corpi. Homo sacer IV, 2, Neri Pozza 2014

Pierre Dardot, Christian Laval, Del Comune, o della rivoluzione nel XXI secolo [2014], prefazione di Stefano Rodotà, DeriveApprodi 2015

Marc Augé, L’antropologo e il mondo globale [2013], Raffaello Cortina 2014; Il tempo senza età. La vecchiaia non esiste [2014], Raffaello Cortina 2014

Aldo Bonomi, Il capitalismo molecolare. La società al lavoro nel nord Italia, Einaudi 1997; Il capitalismo in-finito. Indagine sui territori della crisi, Einaudi, 2013

Aldo Bonomi, Eugenio Borgna, Elogio della depressione, Einaudi 2011

Aldo Bonomi, Enzo Rullani, Il capitalismo personale. Vite al lavoro, Einaudi 2005

Giovanni Battista Zorzoli, Il mercato elettrico. Dal monopolio alla concorrenza, Franco Muzzio 2005

Ugo Mattei, Beni comuni. Un manifesto, Laterza 2011; Il benicomunismo e i suoi nemici, Einaudi 2015

Ugo Mattei, Alessandra Quarta, L’acqua e il suo diritto, Ediesse 2014

Tecnologie del sé. Un seminario con Michel Foucault [1988], Bollati Boringhieri 1992, 2005

Michel Foucault, L’ermeneutica del soggetto. Corso al Collège de France (1981-1982) [2001], Feltrinelli 2003;  Il governo di sé e degli altri. Corso al Collège de France (1982-1983) [2008], Feltrinelli 2009

alfadomenica dicembre #1

Capitalismo infinito - Valentini/Castellucci - Gilda Policastro - La fabbrica dell'uomo indebitato

SUL CAPITALISMO IN_FINITO DI ALDO BONOMI
Lapo Berti
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CARTEGGIO VALENTINI/CASTELLUCCI A PARTIRE DA THE FOUR SEASONS RESTAURANT
Valentini-Castellucci
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FILI
Gilda Policastro
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MAURIZIO LAZZARATO, LA FABBRICA DELL'UOMO INDEBITATO
Un video di Francesco Forlani
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*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Il capitalismo in-finito

Lapo Berti

Fin dalle prime pagine del suo nuovo libro Aldo Bonomi usa termini pesanti per descrivere la fase attuale del capitalismo italiano: «una metamorfosi sospesa tra ciò che non è più e ciò che non è ancora» (p. 7).

La crisi in cui siamo immersi, dice ancora Bonomi, è una crisi che investe l’antropologia (ivi), una crisi che ha distrutto e ancora sta distruggendo ciò che di più «intimo» e prezioso possiede una comunità, il suo capitale sociale, quell’insieme, spesso difficile da definire, di saperi, di consuetudini, di rapporti sedimentati, di istituzioni formali e informali, che affonda le sue radici nella storia peculiare e irripetibile di una dato territorio.

Bonomi, insomma, non ha difficoltà a riconoscere quello che ancora in troppi esitano a riconoscere, ovvero che la crisi in cui stiamo affondando è una crisi di sistema, di fronte alla quale non è possibile riproporre il vecchio paradigma con il semplice corredo di qualche aggiustamento o di qualche regola in più. Ma che neppure può essere affrontata con salti in avanti che ignorano la dura realtà dei fatti o addirittura si affidano a utopie, come quella della «decrescita», di cui non dovrebbe sfuggire l’impianto elitario né la prospettiva potenzialmente non democratica.

Bonomi ripercorre con dovizia di particolari la lunga agonia del mondo fordista che ha fatto da incubatrice del capitalismo molecolare di cui ha pazientemente e acutamente seguito le vicende. Il blocco fordista della grande fabbrica ha improntato di sé il «secolo breve» con i suoi conflitti, le sue contraddizioni, le sue ideologie/narrazioni e si è dileguato con esso. A quel blocco facevano da contraltare nella società le grandi organizzazioni sindacali con il loro contorno di cooperative, associazioni culturali e con la rete dei luoghi deputati a raccogliere e organizzare la vita collettiva; nella politica gli corrispondevano i partiti di massa, espressione delle grandi culture popolari, quella cattolica e quella comunista-socialista.

Si è dissolto, quasi silenziosamente, disperdendo nello spazio economico una galassia di piccole imprese, di imprenditori individuali, che cercavano di salvare se stessi salvando un patrimonio di conoscenze, di esperienze lavorative, di saper fare che era parte e sostanza della loro identità umana e sociale; e innescando nel sociale il lungo ciclo del rancore.

È cominciata allora una prima metamorfosi, che Bonomi ha raccontato nei suoi libri, da Il capitalismo molecolare (1997) a Il capitalismo personale (2005). Si è trattato, probabilmente, di una grande lotta di resistenza economica, addirittura di un’epopea in certi casi, cui lo sconquasso generato dalla crisi finanziaria mondiale ha posto crudelmente, ma irrimediabilmente, fine.

Nella parte centrale del libro, «La resilienza dei territori», Bonomi rende generosamente l’onore delle armi alle migliaia di imprese che hanno combattuto quella guerra, facendo appello alle energie secolari di cui erano e in parte ancora sono depositari i territori in cui si articola il vitalismo economico italiano.

Lasciati spesso soli da uno Stato centrale sempre più cieco e sordo rispetto alle domande e alle sofferenze che agitano i territori, alla fine molti hanno dovuto arrendersi, talora riconoscendo drammaticamente il fallimento di un progetto di vita oltre che di produzione e ricorrendo al gesto estremo che nega ogni speranza.

Ma sarebbe sbagliato non vedere e non apprezzare i protagonisti della «resilienza», prima di tutto quello zoccolo duro di circa quattromila imprese piccole e medie che mentre infuriava la crisi hanno continuato a produrre e a esportare, innovando, conquistando spazi di mercato; ma anche i soggetti della società di mezzo che, tra mille difficoltà, hanno cercato di ridarsi un’identità e di accompagnare la trasformazione delle imprese e delle piattaforme territoriali.

Aldo Bonomi è stato uno dei primi a rendersi conto che la crisi determinata dal crack della finanza globale non era una delle crisi che periodicamente scuotono e rilanciano il sistema capitalistico, che delle crisi ha fatto una sorta di meccanismo di autoregolazione e di autoriforma.

Questa volta la crisi che ha investito il nostro paese non è una crisi nel sistema, ma del sistema, è una crisi che ne mette in discussione proprio la capacità di autoregolarsi e di autosostenersi. È una crisi, dunque, che richiede una risposta a livello di sistema, che impone di escogitare misure che, senza pretendere miracolose quanto improbabili palingenesi, impongano al capitalismo di cambiare rotta. Ancora una volta, come in tutte le grandi crisi che hanno scandito la storia del capitalismo, si ripropone il fondamentale, e irrisolto, problema della modernità, quello di come rendere il capitalismo «sostenibile», prima di tutto socialmente e, quindi, compatibile con la coesione sociale e con un regime politico democratico.

Occorre, sempre di nuovo, porre mano alla scomposizione/ricomposizione dei soggetti e dei meccanismi economici, alla ricerca di un modello di sviluppo che incorpori le esigenze e le attese di oggi senza rinnegare le conquiste sociali di ieri. Tenendo ben ferma nella mente l’idea, partorita con dolore dentro gli sconquassi del Novecento, che nessun progetto politico, seppure necessario per dare forma e senso ai processi di cambiamento, è destinato a realizzarsi integralmente secondo le intenzioni che lo hanno ispirato.

Da buon osservatore delle dinamiche sociali Aldo Bonomi preferisce parlare di metamorfosi del capitalismo, piuttosto che di crisi, perché questo gli consente un approccio dinamico orientato a cogliere, nel divenire della crisi, i segni di ciò che non è ancora. Affondando lo sguardo nel magma economico e sociale della metamorfosi in atto, Bonomi cerca di discernere le tracce di un futuro possibile. Lo sguardo si sofferma a lungo sugli spunti, sui conati, gli esperimenti che sembrano incorporare una speranza di futuro insieme con la prospettiva di un modello di sviluppo che sappiafare i conti, troppo a lungo rimandati, con la lunga deriva del capitalismo novecentesco, insensatamente proteso a travolgere qualsiasi vincolo, qualsiasi limite, in nome di una crescitasenza fine che inondando la società di beni e servizi in continua trasformazione avrebbe dovuto stordire la società dandole l’illusione di sperimentare, per la prima volta nella storia e per un futuro ormai stabilmente conquistato, la promessa finalmente realizzata della felicità in terra.

Da ottimista impenitente Bonomi è convinto che anche questa volta ce la faremo, ma non si nasconde i rischi, le condizioni difficili che devono darsi per questo ennesimo passaggio a nord-ovest. Occorre che «proliferino e si diffondano un’antropologia e una cultura del progetto affidato a una nuova generazione sociale e imprenditoriale che scavi dentro le nostre piattaforme produttive, costruendo geocomunità per andare oltre il “non ancora” in un intreccio tra il saper fare, il ripensare merci e consumi, forme dei lavori, welfare community» (pp. 186-187).

La soggettività imprenditoriale dovrà sempre più incorporare l’abilità di produrre e vendere beni di diverso tipo: funzionali all’espansione delle capacità e della creatività autonoma dei consumatori e della componente relazionale della vita» (p. 187). Ci si riuscirà e, soprattutto, basterà? Anche Bonomi se lo chiede, e sa bene che «difficilmente potrà esserci green economy e sviluppo senza una green society o green politics».

È questo il punto. Bonomi insiste molto, nel libro ma anche nei suoi frequenti interventi, sul fatto che la via d’uscita dalla crisi, almeno in Italia, passa necessariamente attraverso la ricomposizione delle energie produttive che emergono dalla decomposizione del capitalismo molecolare, attraverso «la costruzione di un patto tra composizione sociale terziaria e manifatturiera» che si concretizzi in un’incorporazione dell’intelligenza professionale del Quinto Stato dentro le filiere produttive delle imprese piccole e medie che lottano per sopravvivere.

Categoria altamente composita, cresciuta sull’onda della «terziarizzazione» dell’economia, il Quinto Stato raccoglie tre habitus diversi: quello del capitalismo personale; il lavoro della conoscenza, culturale e creativo; quello dei servizi alla persona e della logistica. Più che rappresentare un soggetto unico e omogeneo, il Quinto Stato è il nome del processo che ha progressivamente precarizzato i rapporti di lavoro, svuotato i territori e i rapporti produttivi.

Questo processo ha investito tanto i precari tradizionali quanto il lavoro autonomo professionale che Sergio Bologna ha definito di «seconda generazione». Bonomi non trascura la contraddizione interna al Quinto Stato, tra la lower middle class e il proletariato dei precari che non hanno nulla da spartire con i ricchi professionisti o gli attori della speculazione finanziaria. Tra loro i legami sono tenui e, quando ci sono, il conflitto è aspro.

In questo caso parlare di «Quinto Stato» significa descrivere un orizzonte che contiene scandalose differenze di classe, ma anche una vita sociale aperta al conflitto. La plasticità di una categoria che indica una condizione, e non solo un soggetto produttivo o contrattuale, impedisce di identificare il Quinto Stato solo in una classe creativa, un ceto professionale o imprenditoriale.

Quinto Stato non allude solo allo status di una categoria professionale, ma incarna il futuro di un lavoro che sarà sempre più indipendente, intermittente e autonomo e già oggi indica la condizione di una vastissima porzione della forza-lavoro attiva, al di là delle nazionalità di riferimento.

Aldo Bonomi
Il capitalismo in-finito
Einaudi (2013), pp. 250
€ 17,00

Dal numero 33 di alfabeta2 (novembre-dicembre 2013) in edicola e in libreria