Gli storici, questi mentitori. Torna il Luciano di Savinio

Andrea Santurbano

La verità greca ha tremato un tempo con l’affermazione «io mento», ricorda Michel Foucault nel Pensiero del fuori, riferendosi al noto paradosso del mentitore di Epimenide, secondo cui tutti i cretesi sarebbero bugiardi, compreso il cretese che, nel dir questo, pretende di affermare il vero. Luciano di Samosata, che della civiltà greca ed ellenistica poteva ormai osservare l’epilogo dall’alto del II sec. d. C., può aggiustare il tiro: «giacché non ho a contar niente di vero […], mi sono rivolto a una bugia, che è molto più ragionevole delle altre, ché almeno dirò questa sola verità, che io dirò la bugia». Quanto mai opportuno, dunque, appare oggi, in epoca di fake news, recuperare un classico impolverato dal tempo, di Luciano appunto, Una storia vera e altre storie scelte da Alberto Savinio, libro apparso per la prima volta nel 1944, da Bompiani, e ora riproposto da Adelphi. E già, non poteva essere che Savinio l’artefice di tale riscoperta, in anni, tra l’altro, che lo vedevano impegnato nella stesura di articoli, poi riuniti in Nuova enciclopedia (opera anch’essa riproposta da Adelphi, lo scorso anno), in cui non manca di esprimersi al riguardo con la sua consueta, funambolica arguzia: «Il difetto maggiore e la profonda immoralità dei regimi assolutistici come di ogni condizione assolutistica, è il principio della ‘verità unica’. Mentre si sa che la verità umana, la verità nostra, la verità ‘vera’ è fatta di vero e di falso: più di falso che di vero».

In realtà, è difficile distinguere a chi appartenga la paternità del volume: se Kafka, come vuole Borges, altro maestro di paradossi, avrebbe prodotto retroattivamente lo scrivano Bartleby, non è fuori luogo affermare che Savinio abbia prodotto retroattivamente questi scritti di Luciano. Ci si trova di fronte, infatti, a una lettura nella lettura: si legge Luciano ma si legge Savinio, che nell’introduzione lascia che sia lo stesso Luciano a raccontare la sua storia – questa sì, presumibilmente vera – alla maniera di un’«intervista impossibile». E non bisogna dimenticare la modernissima traduzione di Luigi Settembrini, realizzata durante la prigionia sull’isola di Santo Stefano (1851-59) per cospirazione contro il regime borbonico (anni in cui – o forse più tardi, ma il discorso non cambia molto – il serio letterato scrisse, probabilmente suggestionato da questa stessa traduzione, la breve favola omoerotica dei Neoplatonici, rinvenuta solo nel 1937, che Croce avrebbe considerato una «caduta» del maestro e di cui invece Giorgio Manganelli accompagnerà con un memorabile scritto la prima edizione nel 1977). Savinio, nella nuova edizione, si premura appena di «rinettare» questa versione di pochissimi arcaismi, considerandola bella, fedele e minuziosa.

Ma si diceva, insomma, di una polifonia di fondo; di un dialogo a tre, neanche troppo tenero, spesso spassoso, in cui Settembrini fa più compuntamente da esegeta al testo, mentre Savinio, teppisticamente, usa le note da contrappunto, per vivaci commenti o per libere divagazioni. Ne è esempio il dialogo Il Menippo o la negromanzia, in cui Savinio apre le danze chiamando in causa Settembrini: «Nota, o lettore, il modo “filologico” col quale è usato qui l’aggettivo indifferente: è a simili finezze che si riconosce l’eccellenza di questa versione dal greco»; Luciano, da parte sua, si lancia in uno dei suoi contundenti attacchi: «manda alla malora i filosofi e i loro sillogismi, ché son tutte sciocchezze; e attendi solo a questo, usare bene del presente, passare ridendo sopra molte cose, non dare importanza a nulla»; al che segue la pungente reazione di Savinio: «Peccato che questo dialogo così spiritoso finisca in una così povera morale. Questo purtroppo è il lato debole degli spiriti liberi: Luciano, Voltaire... Tra libertà di spirito e sciocchezza il passo è breve: troppo spesso gli spiriti liberi fanno il passo oltre il limite»; ma subito dopo Settembrini riporta la calma con una precisazione da par suo: «Livadia, città di Beozia, dov’era il tempio, anzi l’antro di Trofonio».

Proviamo per un attimo anche noi, allora, a riportare tutto sotto controllo. Una storia vera e altre storie si divide in due sezioni: «Dialoghi e saggi» e «Una storia vera e altre opere». Dei dialoghi soprattutto si sa quanto abbiano, e dichiaratamente, influenzato le Operette morali di Leopardi. Ma è tutta la silloge a rappresentare uno scrigno prezioso, a partire dal meraviglioso «trattatello storico-didascalico» Della dea Siria e dalla stessa Una storia vera, viaggio fintamente autobiografico che rivisita tradizione mitologica, storica e odeporica, tra battaglie interplanetarie fra Lunari e Solari (una sorta di Guerre Stellari ante litteram) e mesi vissuti nella pancia di una balena (Collodi, come Savinio suggerisce, doveva aver letto questa storia!). E poi l’incontro vis-à-vis, durante le peripezie marittime, con filosofi e personaggi di quel grande universo della cultura greca, fatta oggetto di ironia, ancorché venata di affetto, perché l’ironia, come puntualizza Savinio nell’introduzione, «– e qui io parlo anche per me e lo dico alle orecchie fini – […] è una forma di amore indiretto: è l’amore più pudico, l’amore più geloso».

Quel che non smette di sorprendere in un autore come Luciano di Samosata, ancora oggi, sono tuttavia i tanti spunti, quella sorte di immagini dialettiche che continueranno a brillare nei secoli a venire in materia di critica letteraria o di rapporti tra storia e letteratura. Per esempio, in una Storia vera è già chiamata in causa l’«intenzionalità» dell’autore. A domanda specifica, «E perché cominciasti da quel Cantami l’ira?», Omero, fattosi personaggio e già satireggiato in altro passo, risponde: «Perché così mi venne in capo: credi tu che ci pensavo?». Verrebbe addirittura da chiedersi: ma chi scrive, Luciano o Savinio? O ancora, sul finale, giunge la stoccata agli storici, relegati in una specie di girone infernale: «le pene più gravi sono date ai bugiardi e specialmente agli storici che non scrivono la verità, come Ctesia di Cnido, Erodoto, e altri molti».

Ancorché in forma di satira, dunque, è già messo sotto accusa lo statuto di verità della storia, prima di Marc Bloch, e prima dei vari Michel de Certeau, Roger Chartier e Carlo Ginzburg che finiscono col fare i conti con un dilemma evidente: l’esigenza di organizzarsi secondo un ordine diegetico, che muove evidentemente da categorie retoriche e narrative proprie della letteratura, la quale però non è obbligata a stringere compromessi con un’esigenza di veridicità, non farebbe anche della storia un «racconto»? Jacques Rancière non esita addirittura a reclamare un’esigenza opposta, quando afferma che «il reale deve essere reso finzione per poter essere pensato».

Anche in questo caso risulta complice, dunque, il dialogo Luciano-Savinio: provvedendo alla demolizione di rigide frontiere narrative, compreso quell’autobiografismo impastato anch’esso dall’ibridismo dei generi scritturali, che nel secondo (sarà bene ricordare, nato e cresciuto in Grecia) sfocerà in un continuo gioco di rimandi e dissimulazioni, di ricordi e libere associazioni (ri)creative: da Tragedia dell’infanzia a Dico a te, Clio, da Narrate, uomini, la vostra storia a Infanzia di Nivasio Dolcemare.

Discorso a parte meritano infine le illustrazioni di Savinio che impreziosiscono il volume. Quell’animismo metamorfico, suo marchio di fabbrica, che insuffla vita agli oggetti e rapprende gli esseri umani in forme materiche, animali o vegetali, trova nelle mirabolanti narrazioni di Luciano un terreno fertilissimo d’ispirazione. Insomma, nel rileggere questo libro si entra nel vivo di quell’idea di anacronismo suggerita da Georges Didi-Huberman: un palpitare, un metodo, un montaggio vivo e fecondo di tempi diversi, e non quel tremendo peccato inviso agli storici. Gli storici, già, ancora loro.

Luciano di Samosata

Una storia vera e altre storie scelte da Alberto Savinio

traduzione di Luigi Settembrini, introduzione, note e illustrazioni di Alberto Savinio

Adelphi, 2018, 386 pp. Con 50 illustrazioni b/n, € 14

è possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it 

La scatola a sorpresa di Savinio

Matteo Moca

Di Alberto Savinio si parla sempre troppo poco. Se l’attenzione dei critici o dei lettori incrocia raramente il suo itinerario letterario e pittorico, in maniera ancora più rada invece si analizza la sua vicenda musicale, non solo di compositore qual era, ma anche di critico. Eppure chi ne conosce l’opera sa bene che la scrittura di romanzi e racconti in senso stretto è costantemente in relazione con il suo linguaggio musicale, perché la musica rappresenta forse più di ogni altra cosa la vera pietra angolare della sua opera e della sua vita, ad essa strettamente e continuamente legata in un binomio difficilmente scindibile. Come ebbe modo di scrivere lo stesso Savinio, «chi ha visto le mie pitture, chi ha letto i miei libri, chi ha udito la mia musica, sa che mio unico compito è dare parole, dare forma e colore, e una volta era pure dare suoni a un mio mondo poetico», alla ricerca di una coesione del discorso che si svolge «dalla musica alla poesia, dalla poesia alla pittura e dalla pittura al pensiero “puro”», legame attestato dai continui rimandi ai propri quadri e alla sua musica che si rintracciano nei suoi libri.

Sarà anche per la sua infanzia da bambino prodigio che lo vide a soli dodici anni diplomato in pianoforte al conservatorio di Atene, ma la musica e il suo linguaggio rappresentano il faro del suo agire, anche nel periodo a Monaco di Baviera (dove si perfezionò con Max Reger e compose la sua prima opera lirica, Carmela, da lui stesso distrutta), nei soggiorni italiani o nel periodo parigino. La realtà, per come appare dalle sue parole, sembra suggerire un coinvolgimento talmente forte e impetuoso, da dover obbligare lo stesso Savinio a interrompere per sempre la sua esperienza, poco più che ventenne nel 1915, un anno dopo le «scènes dramatiques d’après des épisodes du Risorgimento» dei Chants de la Mi-Mort, per cui scrisse la musica e dipinse i bozzetti delle scene e dei costumi: «Musicista, io mi sono allontanato nel 1915 all’età di ventiquattro anni dalla musica, “per paura”. Per non soggiacere al fascino della musica. Per non cedere totalmente alla volontà della musica. Perché avevo sperimentato su me stesso gli effetti deprimenti della musica. Perché da ogni crisi musicale io sorgevo come da un sogno senza sogni. Perché la musica stupisce e istupidisce».

Per tutti questi motivi, non può che risultare più che gradita la ristampa del Saggiatore di Scatola sonora di Alberto Savinio, a più di sessant’anni dalla prima edizione (Ricordi 1955) e a quaranta dalla ripresa einaudiana: il libro raccoglieva, dopo la morte dell’autore, la sua grande mole di scritti musicali e viene adesso ristampato con la curatela appassionata e partecipe di Francesco Lombardi e Mila De Santis e con l’aggiunta notevole di parti omesse dalle edizioni precedenti. Il curatore Lombardi, in un’intervista, ha spiegato che «grazie agli studi effettuati in questi anni e alla disponibilità di fonti all’epoca non rintracciabili ha 52 articoli in più della precedente e una struttura completamente riformulata sulla base dei nuovi contenuti». Da segnalare anche l’introduzione dell’indice dei nomi, assente dalle precedenti edizioni, che facilita una consultazione più maneggevole del volume.

A partire dalla metà degli anni Venti Savinio iniziò a tenere una rubrica sulla rivista Il Secolo XX, nella quale proponeva articoli dedicati all’evoluzione del pensiero musicale contemporaneo, recensioni a spettacoli per lui significativi o particolarmente negativi, nonché piccole e fulminanti schede su autori del canone musicale occidentale. Nella sua interezza il volume costituisce una visione d’autore del mondo musicale, che si aggiunge a quelle già disseminate in opere come Narrate, uomini la vostra storiaAscolta il tuo cuore, città o Hermaphrodito (definito quest’ultimo dall’autore, «concerto»). Gli scritti assumono però anche un valore diaristico, particolarmente evidente nelle situazioni quotidiane che irrompono nelle descrizioni (il tram che ritarda, il percorso per arrivare a teatro, la maschera che gli impedisce di entrare al concerto o il timido saluto, dopo la rappresentazione, a una cantante nel suo camerino). Questi episodi, uniti al racconto di incontri con le memorie famigliari, costituiscono il piano della narrazione che non si attesta mai su un accademismo noioso, ma invece si anima continuamente di vivaci resoconti. Ciò che risulta evidente è però come la musica, cacciata a forza per quanto riguarda la composizione, rappresenti la necessità più intima della sua vita: sicché lo scriverne diventa una seppur debole compensazione di tale assenza. Allo scopo, Savinio utilizza tutta la sua conoscenza e competenza sulla musica, desideroso di far comprendere a ogni lettore l’importanza fondamentale dell’impartire un’educazione musicale a tutti: tassello necessario, a suo parere, per la costruzione di una società civile e superiore (e qui spiace dire che la sua scommessa è stata persa).

Scorrendo il corposo indice del volume salta subito all’occhio la vastità degli argomenti e degli autori trattati: tra i soggetti degli scritti di Savinio gli amati Beethoven e Mozart, spesso omaggiati anche in opposizione ai più deboli contemporanei; la maggior parte dei musicisti citati non sfugge però alla ghigliottina dell’autore, sempre pronto a mettere alla berlina le incertezze o le inesattezze da lui avvertite. Così non dovrà sorprendere leggere che Haydn è «una mente del tutto sfornita d’intelligenza, e che tutte le forme laudative con cui i critici musicali hanno circondato finora la musica di Haydn possono essere riassunte in queste due parole: musica stupida», oppure il divertente appunto su Rossini («l’atarassia che Rossini portava nella musica, mio zio la portava nella vita sessuale»), il giudizio perentorio su Wagner («è un autore superato e prossimo a prendere stanza nel deposito delle inutilità») o su Berlioz («il musicista più sfornito di sonorità») o infine la dura disamina belliniana («gli mancava la suprema saggezza dell’artista, gli mancava la suprema astuzia dell’artista; di sapere che l’arte è gioco, è divertimento, un seguito di sorprese; gli mancava di sapere che l’arte è l’altra parte delle cose. E scrisse interamente da questa parte»). Ci sono però anche parole positive, come quelle per Arturo Benedetti Michelangeli, ascoltato nel 1942 («quando attaccò Michelangeli, sembrò che un angelo si fosse seduto al pianoforte»), o come quelle dedicate al suo direttore d’orchestra prediletto, il veneziano Antonio Guarnieri («capisce tutto che di segreto è nella musica»), al quale Savinio dedica una pagina tra le più intense di tutto il volume: «dirige l’orchestra da medico. E più che dirigerla, la cura. La sorveglia. Le tasta il polso. L’ascolta. Le sente i bronchi (che sarebbero i corni, questi rauchi cronici), le misura la circolazione del sangue (che sarebbero i violini), l’aiuta a espettorare il catarro (che sarebbero i contrabbassi), le cauterizza le adenoidi (che sarebbero i clarini, l’oboe, il corno inglese, il fagotto e altri strumenti nasali). E l’orchestra, da grande malata, cosciente e orgogliosa dei suoi mali reagisce docile al medico curante, ora sdraiata in un mormorio tranquillo, ora alzando un dito nel canto solitario di un flauto, ora tirandosi su tutta quanta, e scuotendosi la batteria di dosso in tremende crisi di isterismo».

In Lettori selvaggi (Giunti 2016) Giuseppe Montesano, parlando di Savinio, conia una mirabile definizione, perfettamente calzante anche nel caso della scrittura sulla musica: «Savinio se ne va in giro tra le idee come se fosse sempre lievemente drogato o ebbro, lontano da ogni centro perché pronto a trovare il centro ad ogni angolo di via, a ogni sussulto del pensiero sul selciato sconnesso delle cose». L’andamento dei diversi saggi che compongono Scatola sonora segue questo itinerario, sempre sostenuto però da una chiarezza stilistica invidiabile. E si configura, nella sua interezza, come un momento unico per l’approfondimento e lo studio dell’opera di Savinio.

Alberto Savinio

Scatola sonora

a cura di Francesco Lombardi, postfazione di Mila De Santis

il Saggiatore, 2017, 600 pp., € 34

Savinio, lo sfasato

Emanuele Dattilo

La letteratura fantastica – ma si potrebbe dire lo stesso per molti altri generi letterari – ha avuto sovente un’ambizione critica. Quasi per un senso di colpa nei confronti della cosiddetta realtà, molti romanzi fantastici (fino a quel genere che oggi si chiama fantasy) tentano di mostrare in una forma capovolta e straniata, ma riconoscibile, un’immagine della stessa società in cui viviamo. Facendo così, però, questi racconti non tradiscono tanto il segreto realismo del genere fantastico, categoria sfuggente e forse innecessaria, ma fraintendono un carattere essenziale della letteratura stessa – e del mondo che vorrebbero rappresentare.

È in uno scrittore classico, o meglio presocratico, come Alberto Savinio, che troviamo in Italia il più efficace antidoto a questo costume letterario. Nessuno più di Savinio ha popolato la propria letteratura di animali bizzarri e inquietanti, di immagini e esseri esistenti al di là di ogni verosimiglianza con il mondo delle «solide realtà» e delle apparenze sociali; eppure, o proprio per questo, pochi scrittori come lui hanno avuto un ininterrotto e appassionato commercio con il mondo civile del proprio tempo, interesse che si è espresso in centinaia di corsivi sui giornali e in note estemporanee. Si noti bene: civile; non sociale o militante.

Non a caso Savinio scrisse una profonda, mercuriale introduzione alla Città del sole di Tommaso Campanella: non gli abitanti – i «cittadini» – di Utopia, interessavano Savinio, ma il sogno di una cosa presente e antichissima, che il suo spirito geometrico e fantastico ha cercato di disegnare nella letteratura come nella scrittura giornalistica. È possibile pensare un discorso civile totalmente sganciato dalle idee di società, di stato, di umanità (l’uomo, dice Savinio, non è umano), e liberato infine da ogni presupposizione di gerarchia tra gli uomini e le idee? Non sarebbe tale discorso, infine, letteratura?

Savinio racconta di essere stato definito una volta da Mussolini «uno sfasato». Questa «sfasatura», che egli rivendica orgogliosamente, non vale solamente per la sua attività di romanziere e di artista (e, si potrebbe dire, per la letteratura e l’arte in genere), ma è anche la cifra peculiare dei suoi scritti civili, di cui possiamo leggere alcuni dei saggi più significativi nella nuova, accresciuta edizione di Sorte dell’Europa, a cura di Paola Italia. Ma sfasatura con che cosa?

La classicità out of joint del discorso di Savinio non è la proposta di restaurazione di modelli passati o desueti, ma piuttosto la capacità di ripensare sempre all’inizio; è fedeltà all’origine. La «vita propria» che Savinio evoca in un corsivo qui riproposto, è la vita ormai affrancata da ogni «pompierismo» verso la società, ossia da ogni tentativo di riforma delle istituzioni e tramite le istituzioni.

In un bellissimo articolo del giugno 1946 – a pochi giorni dal referendum che avrebbe destituito la monarchia, dunque – dal titolo Lo Stato (pubblicato l’anno seguente nell’inchiesta di Dino Terra Dopo il diluvio. Sommario dell’Italia contemporanea, di recente riproposta da Sellerio a cura di Silvano Nigro; poi incluso nella prima edizione di Sorte dell’Europa, nel ’77; ora contenuto in Scritti dispersi 1943-1952, sempre a cura di Paola Italia, Adelphi 2004), Savinio può annunciare profeticamente che ogni tentativo di «ricostituzione e di rafforzamento dello Stato», ora che siamo in un momento in cui «i caratteri della vita escludono la forma dello Stato», porterà necessariamente al «crollo più clamoroso e più disastroso, perché la severità della correzione è proporzionata alla gravità dell’errore». E dove in molti si proveranno, fino ad oggi, a pensare come sostituire questa mancanza di istituzioni, Savinio già si domandava: «Perché sostituire?».

L’attenzione civile di Savinio trova allora proprio nella sua poetica una ragione profonda. Come le vuote, sconsolate città che la pittura del fratello de Chirico ci ha abituato a contemplare, così la fantomatica «città del sole» auspicata da Savinio, simile a Venezia notturna, non guarda e non si rivolge a chi la contempla. Ma è proprio questa metafisica indifferenza a garantire l’efficacia politica del discorso di Savinio. Come gli esseri semidivini e semianimali della sua letteratura, inscalfibili, mostrano una diversa possibilità dell’umano, così il discorso civile che Savinio svolge è già letteratura «fantastica» (categoria che Savinio d’altronde deprecava). Insensato sembra presupporre una diversità o molteplicità di obiettivi nell’opera di un artista, a seconda delle forme o dei linguaggi utilizzati; la sostanza letteraria e politica del discorso di Savinio è allora necessariamente la medesima.

Con il suo linguaggio pervaso di misteriosa felicità infantile, con la voce arcaica e sommessa delle onde nel dolce mare di Grecia, Savinio ha indicato una via possibile verso la città che già viviamo. Come ebbe a scrivere, con qualche enfasi, nella citata introduzione alla Città del sole (Colombo 1944; ora a sua volta compresa in Scritti dispersi): «Il presente io non lo vedo. Il presente io non lo conosco. Il presente a me sfugge. Sia consentito anche a noi dire, con tutto il rispetto possibile, e in senso molto diverso: il nostro regno non è di questo mondo. Ci sia consentito aggiungere che se tutti gli uomini fossero simili a noi, ossia uomini “senza presente”, rivalità e lotte, e tutti i drammi e i dolori che ne derivano cesserebbero di colpo, perché il campo di battaglia del mondo non è il passato né il futuro, non la memoria né la speranza, ma il Presente». Estraneo alla reazione quanto al progresso, Savinio è stato dunque veramente «uno sfasato», un classico.

Alberto Savinio
Sorte dell’Europa
a cura di Paola Italia
Adelphi (2014), pp. 126
€ 12