Ma è Grifi o Griffith? A Pesaro 40 ore di inediti 

Roberto Silvestri

L’annuncio è: Tutto Grifi a Pesaro. Continua la rassegna delle sue opere alla Mostra del Cinema Nuovo 55. Dal 18 al 23 giugno 2019… E poi, incastonato in un unico gioiello, ”l’eredità dell’avanguardia femminista degli anni 70”. Undici film oltre lo specchio: Chantal Ackerman, Jackie Raynal (ma perché non è stata invitata la musa parigina del gruppo Zanzibar?), Sue Clayton e il doc sulle camiciaie dickensiane dell’Ottocento, Carle Roussopoulos e Delphine Seyrig che ci leggono Scum di Valerie Solanas, divertente come Jerome K. Jarome più Rezza/Mastrella… E poi, curata da Rinaldo Censi, la monografia Lee Ann Schmitt, ovvero, nel documentario, ciò che Elizaberth Warren è nella politica.

Insomma. Wow. Grande accoppiata: le nasty girls che il “potere non lo prendono ma lo sbriciolano” più l’anti-guru della poli-guerriglia sensoriale.

Bisogna andare.

Grifi, intanto. Si tratta della prima proiezione pubblica di un materiale inedito e molto atteso, cioè di tutto il girato, in pellicola e in video, suo e dei suoi più stretti collaboratori, tra il 1976 e il 1977. Mesi grandiosi. Gli ultimi bagliori della rivoluzione. Ma anche il biennio della grande crisi, della fine del cinema che conoscevamo. Mentre Hollywood diventa comparto secondario di giganteschi conglomerati globali factotum (petrolio, armi, auto, chimica, finanza…) che impongono al mondo standard tecnologicamente irraggiungibili (da Guerre Stellari fino a Avatar e i Marvel) e il cinema italiano si arrende alla miserabile dittatura televisiva, commerciale e di stato, ecco che Grifi e i grifiani “occupano i teatri di posa della realtà”, perché si va verso il grande summit di Bologna, dietro un blob di indiani metropolitani di proletari e sottoproletari per un momento effimero diventati padroni dello spazio, con tanto di colori di guerra. E perché in “una società in rivoluzione è la realtà stessa che diviene il luogo della creatività permanente”, come scriveva Mario Perniola. Insomma.

Una bomba d’immaginario: il cinema liquidato e trasformato in vita vivente.

Un progetto degno di una manifestazione come quella pesarese nata fiancheggiando il Terzo Cinema, né Hollywood/Mosfilm, né film d’autore che voluttuosamente descrivono la propria alienazione, anche se oggi siamo un bel po’ dopo la rivoluzione, i sentimenti che dominano sono indifferenza cinismo e sadismo, e va di moda sbiancarsi progressivamente l’immagine, anche tra chi ha regalato al mondo arcipelaghi estetici sconosciuti e ribollenti (Iran e Corea del sud, grazie ad Aprà, Filippine in fiamme, grazie a Spagnoletti).

Invece di arte “degenerata”, oggi si torna a parlare di film di genere. Non solo la commedia. Il primo re è un neo peplum. Suspiria un no-horror… Allora più Stracult che Fuori Orario? No. Qui si rende omaggio sia a Ghezzi che a Giusti. Entrambi invitati d’onore. Perché solo dove lo sperimentalismo regna, il cinema popolare può diventare davvero potente e prepotente, direbbe Aprà, a cui Pasquale Misuraca rende omaggio con un bel ritratto ‘fuori norma’. Insomma competitivo sul mercato, come direbbero sia Freddi che Renzi. Stiamo forse regredendo, back to the future, agli anni cinquanta di Bava & Freda? Speriamo. Anche perché abbiamo scoperto in questi giorni che Grifi non è poi troppo lontano dal progetto epico di De Mille e dei suoi Ben Hur. “La nuova vita non deve cadere mai al di sotto dell’intensità dei momenti più alti della vecchia arte”, amava dire Alberto.

Ma chi è questo Grifi?

Alberto Grifi (1938-2007), pittore e fotografo, inventore e animatore della scena culturale romana d’avanguardia negli anni 60, che ha fatto a pezzi, per poi rigenerarla trasformata, la scena teatrale, letteraria, musicale e cinematografica radicale, attraversando gli happening cromatici, acustici, spaziali e traumatici di Carmelo Bene, Alvin Curran, Aldo Braibanti, Gianfranco Baruchello, Giordano Falzoni e Patrizia Vicinelli, è stato un esponente di primo piano del cinema underground romano e italiano (significa purificare le armi del cinema e renderle più levigate e appuntite, come il free jazz ha fatto con i suoni e i ritmi, i beat con la scrittura e le parole, Klee e Rothko con i colori), prima di trasformarsi (istigato dai mostri stragisti e bombaroli, neofascisti e neonazi, sprigionatisi in Italia dal secondo dopoguerra ad oggi) in un antropologo della disubbidienza e di diventare un punto di riferimento mondiale della controinformazione antagonista. Tra le sue opere più conosciute La verifica incerta, Anna, Michele alla ricerca della felicità, A proposito degli effetti speciali. Manuela Tempesta, Annamaria Licciardello e Stefania Rossi hanno scritto libri bellissimi su di lui.

Dunque l’appuntamento è immancabile. Almeno per me. Certo, otto ore di fila al giorno, e per chi detesta ingurgitare bulimicamente le infinite serie tv, richiedono grinta filologica che rasenta la maniacalità. Però tre, quattro ore quotidiane almeno …

Hanno comunque fatto molto bene i curatori della sezione (credo Annamaria Licciardello e Federico Rossin) a non strafare, astenendosi dal commettere reato di “rimontaggio improprio”. Per Grifi la continua rigenerazione, il work in progress, il new cut dei suoi materiali era d’obbligo: significava resuscitare, come l’alchimista del Dybbuk, il girato ribelle. Parto laboriosissimo. E senza le sue spiegazioni intertestuali, un po’ alla Gregory Bateson, quei materiali perdono in forza d’urto deflagrante. Al pubblico il compito di questo montaggio incrociato 1977/2019.

Ma a Pesaro 55, al Centro Peschiera, nelle 5 mattinate dedicate a Grifi, ogni giorno dalle 10 alle 18, lo spazio è stato considerato più che altro un’installazione d’arte. Si entra, si dà un’occhiata e via. Poca voglia di lavorare di fino.

Il secondo giorno mancano addirittura le sedie, perché c’è un affollato convegno nella sala a fianco e son sparite le 10 che c’erano di solito. Peccato. “Tutto Grifi” dovrebbe eccitare i filmgoers come una caccia al tesoro mozzafiato. Invece non c’è nessuno. Sergio G. Germani direbbe: “ottimo”. Un buon festival si contraddistingue solo per la sua fertile inattualità.

Invece anche i festival internazionali di seconda fascia sembrano ipnotizzati negli ultimi tempi dal metodo Cannes, ovvero dall’estetica del pletorico. Vogliono tutti simularne il dispositivo sadico: rendere impossibile l’accesso all’intero programma. Malati di horror vacui. Non hanno il coraggio di tagliare, ridurre, stingere all’osso. E replicare più volte, onde recuperare ciò che si è perduto. A Pesaro 55 cosa seguire? I film in concorso e i fuori concorso (anche il lungo autoritratto di Pasquale Misuraca in sovrimpressione con Adriano Aprà) o ”Satellite, i materiali per il futuro”? Il cinema delle donne spagnole e russe di oggi o il blocco femminista anni 70 curato da Rossin? La retrospettiva di Rinaldo Censi dedicata alla cineasta americana Lee Ann Schmitt o i super 8 di Claudio Caldini? L’omaggio a Fuori Orario, Stracult o i corti?

E il menù Grifi in cosa consiste?

1. Le riprese simil Woodstock, sue e di 18 compagni sguinzagliati, del VI e ultimo Festival del proletariato giovanile al Parco Lambro di Milano, organizzato nel 1976 da Re Nudo e da gruppi e costellazioni della sinistra extraparlamentare (3 ore in 16mm e 27 ore di videoregistrazione). Non le abbiamo mai viste tutte e trenta le ore. Di 4 ore era il programma dalla Pescheria di Pesaro 2006 Parco Lambro, a cura di Gianmarco Torri, Licciardello e Rossin. Grifi non aveva fatto in tempo a rigerare i nastri. L’invecchiamento del video è più breve della pellicola. I videotape militanti Sony e Akai da un quarto e mezzo pollice hanno prodotto col tempo una callosità che impedisce di passarli sui vecchi videoregistratori con i quali furono girati (a parte che non si trovano così facilmente). Grifi aveva messo a punto una tecnologia per salvarli – lavaggi con solventi, procedimenti elettronici, ecc. Se qualcuno ha vecchi Tbc, il 2° dell’Ampex il 2 pollici VPR2, l’IVC 2200, il CVS, il BVT 2000 della Sony, possiede un tesoro. E si dovrebbe mettere in contatto con Farinelli a Bologna o con la Cineteca Nazionale che sta aprendo una sede dedicata al restauro a Lecce. Direttore Paolo Cherchi Usai.

2. Ignoravamo poi che Grifi avesse girato e raccolto materiali impressionanti (soprattutto francesi) sul Portogallo del dopo rivoluzione dei garofani, a parte la collaborazione con l’amico Thomas Harlan in Torre Bela (1977). Gli assalti inferociti alle sezioni del Partito comunista portoghese durante il governo Goncalves, nel nord, a Braga, e nel sud alentejano, a Evora. E i cittadini con i forconi in mano che ripuliscono le sedi dei ritratti di Marx e fanno falò dei libri di Alvaro Cunhal al grido: “non siamo fascisti, non siamo anticomunisti ma siamo contro il Pcp che vuole la dittatura del partito unico, come Salazar e Caetano”. Inoltre uno studioso lusitano (non lo abbiamo riconosciuto) che intervistato a lungo, spiega la storia recente del Portogallo, le prospettive rivoluzionarie o almeno democratiche che si aprono. Il perché del trionfo di Soares.

3. Sugli sconvegni di anti-psichiatria mancava molto materiale mai montato - solo oggi capiamo perché – oltre alla bella filippica di Lia, leader della protesta, al Formentini, durante il biennio di contestazione al secondo convegno di semiotica e psicoanalisi di Armando Verdiglione nel 1977. Il momento più interessante delle riprese, dal punto di vista psichiatrico è lo scontro sull’elettroshock, pratica che veniva ancora utilizzata (e si spiega il perché), ma solo in casi estremi perfino da medici di sinistra, nonostante le critiche dei basagliani. Quello emotivamente e politicamente più commuovente e intenso delle riprese è quando una compagna tedesca fa un rapporto dettagliatissimo e completo, in francese (tradotto molto approssimativamente da una volontaria), sulla uccisione nel carcere di Stammheim di Ulrike Meinhof e Gudrun Esslin, smentendo le bugie della versione delle autorità. E aggiungendo che è appena passata una legge in Germania Occidentale che equipara i simpatizzanti e i fiancheggiatori della Baader-Meinhof all’organizzazione clandestina armata. Insomma chiunque diffonde per mezzo stampa critiche alla versione ufficiale di Bonn è passibile di arresto e processo per terrorismo. Sarà lo schema delle leggi speciali nell’emergenza italiana. E del pacchetto sicurezza razzista di Salvini, statista che si ispira alla legislazione apartheid del 1935 in Etiopia, e che l’Europa non condivide ma comprende.

Ed è anche il motivo per il quale Grifi ha tenuto ben nascosta questa sequenza per anni. È molto acuto anche il commento di un anti-psichiatra, dopo quel rapporto: “Il fatto è che Bonn ha così dimostrato, costruendo le bugie più esplicite possibili, la maggiore forza del terrorismo di stato rispetto a ogni altro terrorismo dal basso”.

4. Concerto di Antonello Venditti al Palalido di Milano il 30 novembre 1976. Davanti a un pubblico gremito che aveva imposto a Radio Canale 96 il prezzo politico del biglietto a 700 lire, e nonostante una contestazione minacciosa (che, qualche mese prima, contro Francesco De Gregori, si era trasformata in un conturbante processo sul palco in stile maoista-leghista), e contro l’opinione di tutti i suoi collaboratori e per vendicare il suo fratello del Folkstudio, il romanista Venditti canta due canzoni politiche, urlate con la grinta poi parodiata da Guzzanti, che smorzarono la tensione. In una di queste il bracconiere (nella metafora il proletario) si rifiuta di sparare allo stambecco (nella metafora l’imprenditore) e viene assassinato alle spalle dalla polizia (nella metafora la polizia). Venditti poi dormì per due giorni: “Ma intanto avevo cantato, suonato, alla faccia dei casinari”. I casinari gli rimproveravano contratti d’oro con le case discografiche, cachet mirabolanti, canzoni che ammiccavano a sguardi maschilisti su “donne nude alla finestra” e perfino l’inno alla Roma 1974 di Bruno Conti, Vittorio De Sisti e Agostino Di Bartolomei.

5. Le riprese dalle terrazze delle facoltà limitrofe (in duo con Renzo Costantini) del comizio e della fuga di Luciano Lama e del suo servizio d’ordine dall’Università La Sapienza di Roma, travolti dalla inaspettata forza della critical mass autonoma. Molto interessanti (perché rarissimi) gli attivi, animatissimi e integrali, all’Università di Lettere, con gruppi di femministe molto agguerrite che discutono un documento e Oreste Scalzone in gran forma oratoria come sempre che fa passare a larga maggioranza le sue mozioni, in stile Cicerone, nel marzo 1977, prima e dopo gli scontri con la Cgil nel piazzale dell’Ateneo. Ma si dimostra piuttosto goffo, quanto a sensibilità gender.

Incredibile ma vero ho visto queste immagini da solo, assieme a Walter Veltroni, ospite del festival proprio quei giorni, che ha chiesto espressamente di vedere la contestazione a Lama e il blocco Venditti, e non solo mi ricorda il trauma di De Gregori che smise di fare concerti per due anni dopo essere stato processato il 2 aprile 1976 al Palalido, ma è in grado di riconoscere molti dei volti e dei corpi che animavano o seguivano gli attivi di Movimento, dall’attrice Ludovica Modugno a Silvio Di Francia, futuro assessore alla cultura di Roma (2006-2008) nella seconda giunta Veltroni, a tanti altri.

Quando a Bellaria 1993 cominciammo a penetrare negli archivi labirintici del contro cinema di Alberto Grifi, che allora viveva in viale Carso, molti scaffali erano tabù. Forbidden. Perché? Per tutelare i compagni. Giusto. Meglio nasconderli alla Digos & simili con virtuosismi degni di Segundo de Chomon. Da più di dieci anni, nel 1977 il sistema psicofisico degli italiani aveva subuto elettroshock traumatici a ripetizione. Piazza Fontana. Italicus. Brescia. Bologna….Era piuttosto quotidiano che i fascisti e i mafiosi, coperti dalle forze dell’ordine e dai servizi deviati per dovere d’ufficio, ferissero o uccidessero compagni, che si licenziassero in massa le avanguardie di fabbrica, che la polizia impedisse o reprimesse con violenza ogni manifestazione, che il ministro degli interni Cossiga, altro che Lotti, controllasse il Csm per depistare responsabilità nelle stragi, vantandosene pure perché era membro di Gladio, mentre il mestiere di giornalista consisteva nel passare in tipografia le veline della questura descrivendo ogni mostro da sbattere in prima pagina come avevano fatto con Valpreda: “una belva oscena e ripugnante penetrata fino al midollo della lue comunista”. Dove la lue sta per sifilide, malattia infettiva. Strano usarla. L’Aids si stava proprio in quel momento misterosamente diffondendo… Mentre comunque Cossiga all’anagrafe diventava Kossiga, però, per la prima volta il Pci scavalcava alle elezioni la Dc…Bisognava inventarsi qualcosa di davvero grosso per impedire quello smacco. Si inventerà.

Nel frattempo si diffonde in tutto il paese l’autodifesa armata, si moltiplicano le autoriduzioni e gli espropri proletari, scavalcare i cancelli e non pagare i biglietti di ingresso in occasione di concerti rock/jazz e manifestazioni culturali in generale, diventa pratica obbligatoria, quando il prezzo è aumentato a 2000-3000 lire e c’è chi non riesce a pagare più di 500 lire….

Tutti segnali di uno scontro sociale profondo che nel 1977 contrappose il proletariato giovanile (aiutato solo dalle misere forze di Stampa Alternativa di Marcello Baraghini e da Autonomia) perfino ai gruppi della sinistra extraparlamentare tradizionale, come gli hippies buddisti di Re Nudo, i duri ma fantasiosi di Lotta Continua (in autodissoluzione), i gramsciani dell’Mls, i post-stalinisti di Avanguardia Operaia, i post trotskisti della IV Internazionale; liberali, libertari, liberisti del Partito Radicale, i reduci di un illustre passato, Umanità Nova e Rivista Anarchica, la Cooperativa Il pane e le rose, messa in un angolo, e Radio Canale 56, oltre ai comitati di quartiere e ai circoli del proletariato giovanile. Tutti organismi che, indipendentemente da Arci e Zard, e soprattutto dalla sbeffeggiata formula delle Feste dell’Unità, organizzavano da anni raduni contro-culturali, festival alternativi e concerti rock, anche come forma di autofinanziamento.

Parco Lambro 1976, sesta e ultima festa del proletariato giovanile, tra il 26 e il 29 giugno, quei gruppi li cancellò quasi per sempre.

La “questione morale”, per un attimo fatale, unì la sensibilità di Berlinguer con quella dei Comitati Comunisti Rivoluzionari di Oreste Scalzone. "Non ci potevano essere le condizioni per coinvolgere 100.000 persone in una proposta creativa. Era inevitabile che emergesse in modo netto la miseria della realtà quotidiana che tutti portiamo dentro", scriverà Re Nudo. Ma i 3000 assaltatori dei camion con polli gelati Sanson e Motta panini coca birra e companatici (non le patatine surgelate che facevano un po’ schifo a tutti) avevano trovato miseria etica perfino nei libri contabili dei gruppettari. La cosa non dispiacque a chi voleva sbarazzarsi definitivamente di ogni ipotesi democratico-rivoluzionaria, dal Pci, quasi al governo, a Prima Linea, che di Marx faceva gran scempio.

Il documentario di Grifi non solo registra la cosa. Ma partecipa attivamente a quella lotta. Quasi sembra guidarla. Perché è dalla parte degli ultimi. Dei più diseredati. E dei più lucidi dei diseredati, come Paperina (che spiegherà genealogia e dinamica degli scontri sia in quel momento che nel 1993, nei 15’ di Paperina si riguarda). Come i danzatori nudi che ecciteranno sciaguratamente la grande pioggia. Come quando Grifi che si mise dalla parte di Vincenzo, l’elettricista sovversivo, sul set del film che dirigeva con Massimo Sarchielli, Anna (1972-1973). Di quel ragazzo, ex operaio Alfa Romeo, licenziato perché testa calda, che ora contesta la macchina cinema e la sua falsità, e distrugge lo spettacolo della compassione sentimentale che agogna profitti sfruttando i guai e le tribolazioni degli emarginati più inguaiati e pulciosi. Così prende Anna e se la porta via dal set. Gesto situazionista che Grifi sembra quasi aver progettato, come un Griffith dei nostri tempi, anche se il regista sudista affidava agli incappucciati del Kkk la salvezza di Lilian Gish, giglio bianco liberato all’ultimo momento dai concupiscenti biechi neri, stupratori selvaggi diventati per colpa di Lincoln i boss della Ricostruction Era. Grifi capovolge il senso reazionario e razzista di quel film, ma fa attenzione a salvaguardarne gli esiti artistici: il dispositivo conflittuale, la tecnica del climax, la costruzione del colpo di scena e il dispositivo suspense.

La prova di questa scienza epica è soprattutto nelle parti finora mancanti delle quaranta ore di materiale video girato a Parco Lambro. Finalmente abbiamo l’edizione integrale, perché i nastri sono stati lavati, restaurati e digitalizzati dall’Associazione Alberto Grifi e dal Centro Sperimentale di Cinematografia-Cineteca Nazionale. La videoproiezione di Pesaro a schermo grande (in una sala circolare ma sonoro non adeguato) – di fianco alla sala convegni e incontri con gli ospiti di Pesaro 55 - delle immagini (anche a colori) dell’evento, conferma intanto la coralità delle opere di Grifi, che era una specie di perno di un lavoro collettivo. Lo firmano in tanti: Flavio Vida, Luciana Meazza, Enza Janunni, Carla Tiziana, Alberto Romero, Flavia Geronazzo, Fabio Leonardis, Annamaria D’Anna, Alberto Giunti, Sandro Vannucci, Giorgio Patrono, Elisabetta Cassio, Renzo Costantini, Klaus Rath, Angelo Marzullo, Pezzella Dimitrios Makris, Luciano Colombo. Ma è soprattutto un giovane e biondo Vito Zagarrio (oggi regista e docente di Roma Tre) a darsi da fare di più con il microfono.

Il lavoro è finanziato dagli stessi organizzatori. E dai discografici “alternativi” che vorrebbero realizzare un film-concerto di successo con le performance di Area, Gianfranco Manfredi, Eugenio Finardi, Ricky Gianco, Alberto Camerini, presenti per spirito militante, e di alcuni gruppi emergenti minori.

Ma si capisce subito che non è aria di apologia. E che non sarà un Woodstock spaghetti. È il controcampo e i retro-scena che contano. I 18 collaboratori di Grifi si dividono i 4 videoproiettori e iniziano a fare una inchiesta incalzante e a tappeto su: costi, budget, profitti della Tre Giorni. Si colgono al volo le reticenze, i silenzi, gli imbarazzi, i troppi “io non so chiedi a lui” degli organizzatori sull’utilizzo di appalti e sui salari degli operai addetti alla costruzione dei palchi. E poi ci si occupa del malessere dei tanti (arriveranno a 400 mila) partecipanti, dei disagi legati al costo del cibo, delle difficoltà nell’accedere ai servizi igienici a come ripararsi (ma è impossibile) dalla pioggia che arriva implacabile, annega tende e diffonde fango. E poi. Panini, birre, libri e dischi costano troppo. Zagarrio incalza e mentre si capisce che il piano rivolta sta per scattare ecco che la videocamera fa un primo piano francamente inaspettato su un gigantesco camion Sanson che passa lì davanti. Si incanta sul camion, lo segue. E solo a film montato sapremo perché.