Processo di Giordano Bruno

Alberto Burgio

«Nell’impostazione generale del lavoro, ho anche cercato di resistere alla tentazione brechtiana, soprattutto per evitare le secche di una “maniera” cui, in definitiva, mi sento abbastanza estraneo. Una seconda tentazione – forse inevitabile per chi opera su materiale storico, sia esso preesistente nella sua integrità o tale da aver bisogno di essere distribuito nel “tempo” teatrale – non ha avuto nessuna incidenza nel mio lavoro: la tentazione dell’attualizzazione non mi ha infatti neppure sfiorato, trovandomi ad operare con materiale riguardante un’opera ed una figura straordinariamente contemporanee, che ogni forzatura avrebbe “steccato” nella compatta ed armoniosa modulazione del Bruno personaggio e pensatore.»

Chi così scrive è Mario Moretti, autore di un Processo di Giordano Bruno, pensato e composto per il teatro nel 1969 («un momento esplosivo per la vita della Chiesa di Roma») e ora ripubblicato dalle Edizioni delle Normale in una collana nuova di zecca di piccoli classici della quale si dirà tra breve. Non sempre, anzi di rado, un autore è così buon recensore di se stesso. Non casualmente, considerata la maniacale attenzione con cui questo «teatrante organico» – da mezzo secolo instancabile ambasciatore della drammaturgia italiana contemporanea, oltre che scrittore di teatro lui stesso, e regista e direttore artistico – guarda alle cose e alla vita del teatro, sino a confondersi con esse.

In tutto il Processo, plastica rappresentazione delle inquisizioni di Venezia e Roma, sino al rogo di Campo de’ Fiori addì 17 febbraio 1600, è evidente lo sforzo di tenersi a distanza dalle «tentazioni» del fantastico, del romanzesco e del mitologico, così frequenti quando sono a tema la vicenda e la figura del martire per eccellenza del «libero pensiero». Il difficile sta, però, nel non cadere nell’estremo opposto, nel didascalismo proprio del «teatro-documento», e nel preservare, come osserva Michele Ciliberto, «freschezza e autenticità». Questo equilibrio è, ci pare, la cifra stessa dell’opera morettiana: ciò che – in una miscela sapiente di verità storica e d’intenti paradigmatici – ne fa già un piccolo classico.

E così veniamo alla collezione – una raccolta, appunto, di «piccoli classici» – che ospita questa nuova edizione. Da qualche anno tornata sul mercato editoriale con una produzione assai vivace, la Normale di Pisa vara ora la collana «Variazioni» con l’intento di riunire lavori di non vasta mole afferenti a generi letterari diversi (saggi, interviste, testi teatrali, recensioni) ma legati tra loro dalla convergenza di antico e moderno, propria del classico.

Oltre al Processo di Moretti hanno sin qui visto la luce (tutti nel 2013) il Ritratto di Tocqueville di Sainte-Beuve, a cura di Giulia Oskian; la Vita di Pascal scritta dalla sorella Françoise Gilberte Périer, a cura di Domenico Bosco; il classico Leon Battista Alberti di Eugenio Garin, con un’introduzione di Ciliberto; il saggio di Robertom Gronda Filosofie della praxis, su Giulio Preti e John Dewey; il Trattato sul governo di Firenze del Savonarola, con una premessa del medievalista Gian Carlo Garfagnini. Titoli che parlano da sé. E che – ci pare – testimoniano di una coraggiosa impresa in controtendenza, in questi tempi di vita agra per l’editoria italiana di cultura.

Mario Moretti
Processo di Giordano Bruno
premessa di Michele Ciliberto
Edizioni della Normale (2013), pp.96
€ 10,00

Dal nuovo numero di alfabeta2 in edicola, in libreria e in versione digitale
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L’armonia delle tenebre

Alberto Burgio

Buon esempio della pervasività del potere nazista, le vicende occorse al mondo della musica nei dodici anni di vita del «Reich millenario» sono da alcuni anni oggetto di attenzione da parte della storiografia e anche – per ciò che riguarda la produzione dei musicisti finiti nei Lager – di una musicologia meritoriamente impegnata nel recupero e nella diffusione di un tesoro (circa quattromila partiture) ancora in larga parte misconosciuto (si pensi all’attività svolta da Musikstrasse nell’ambito del progetto «Musica concentrazionari»).

Quella ora offerta da Nicola Montenz è una sintesi documentata e agevole (salvo la deplorevole assenza di un indice dei nomi) di quanto, già a partire dai tardi anni Venti, accadde a compositori, musicologi, direttori e interpreti più o meno celebri: della sorte, cioè, toccata per un verso ai musicisti ebrei, particolarmente numerosi tra i grandi artisti dell’epoca, esclusi dalle orchestre e dalle rappresentazioni, marchiati come veicoli di «arte degenerata» e costretti all’esilio o deportati nei campi di sterminio; e, per l’altro, agli «ariani» che ebbero modo di intraprendere brillanti carriere nella misura in cui accettarono di porsi al servizio del regime per nobilitarne l’immagine in patria e sul piano internazionale.

Se la ricostruzione non aggiunge nulla al noto, ha nondimeno il pregio di ripercorrere con precisione ed equilibrio una storia emblematica, non senza soffermarsi sui problemi rilevanti, anche sul terreno morale, che già campeggiano sullo sfondo delle pagine del Doktor Faustus e delle stesse Considerazioni manniane. E ha per ciò stesso il merito di porre in evidenza la fatale ambivalenza della musica quale forma espressiva aperta al dialogo con la violenza e con l’orrore.

Se il destino tragico dei perseguitati (spiccano le figure di Bruno Walter e Otto Klemperer, di Schönberg, Weill e Krenek, e, tra i deportati a Birkenau, quella, affascinante e misteriosa, della nipote di Mahler, Alma Rosé) mostra l’abisso di feroce demenza sempre immanente all’odio razzista, le multiformi esperienze di quanti scelsero di «allinearsi» alla «politica culturale» del regime (e financo alle pratiche delatorie da esso prescritte) documentano appieno il servile opportunismo di chi decise di ignorarne i crimini pur di raggiungere fama e ricchezza (si pensi ad artisti del calibro di Orff, Karajan e Böhm, celebrati anche nel dopoguerra), la consapevole complicità dei musicisti conquistati all’ideologia nazista (come Hans Pfitzner, Elly Ney e Wilhelm Backhaus) o la sciagurata illusione (coltivata dagli «apolitici» Strauss e Furtwängler) di preservare incontaminato il proprio universo di cultura e arte nel bel mezzo di una demoniaca orgia di sangue.

Il fatto che vi fosse anche chi rifiutava di prestarsi al gioco (come, tra altri, il violinista Josef Szigeti o il sovrintendente Gustav Hartung, quando Goebbels chiese al primo di sostituire l’«ebreo Hubermann» e alcuni membri del Parlamento dell’Assia ingiunsero al secondo di cacciare dal teatro di Darmstadt gli ebrei e gli «inaffidabili») dimostra una volta di più che il paradigma del «terrore totalitario» non basta per capire quanto avvenne nella Germania di Hitler, e rischia di funzionare come un alibi per quanti acconsentirono e parteciparono.

Nicola Montenz
L’armonia delle tenebre
Musica e politica nella Germania nazista
Archinto (2012), 332 pp.
€ 16,00

Dal numero 28 di alfabeta2, dal 9 aprile nelle edicole, in libreria e in versione digitale

La stanza dei bottoni

Alberto Burgio

Mentre scriviamo il senatore a vita Mario Monti è in piena campagna elettorale, cosa che ancora un mese fa escludeva con sdegno. Sforna una promessa propagandistica dopo l’altra (sulle tasse, le armi, il numero dei parlamentari…) e rende sempre più evidente che, di tecnico, la sua performance a palazzo Chigi aveva soltanto l’etichetta. A venti giorni dal voto Berlusconi ha movimentato la scena con la solita trovata a effetto (il rimborso dell’Imu) seminando il terrore in campo avverso. Al che il segretario democratico non ha trovato di meglio che rifugiarsi proprio sotto l’ala del «professore» e di proporgli un patto di collaborazione. Dopotutto, si dirà, fino a ieri il Pd ha convintamente sostenuto il suo governo e ne ha elogiato la credibilità in sede europea: perché non avrebbe dovuto convolare con Monti – il «professore degli anni Dieci» – dopo avere a lungo amoreggiato con Prodi, il «professore degli anni Novanta»?

Già, perché? In realtà, per una serie di ragioni lunga come un treno. Il senatore Monti non fa mistero di che sorta di «democrazia» vorrebbe. Dopo avere «tecnicamente» saccheggiato i lavoratori dipendenti per gratificare i suoi amici banchieri, ora che «politicamente» cerca voti attacca ad alzo zero i partiti «vecchi» (quelli nati per fare la lotta di classe) e i sindacati (che – lamenta – hanno il torto di rappresentare «solo una parte della collettività»). Che pacchia una società senza rappresentanza (se non degli interessi padronali) e senza conflitto (se non dall’alto, come desidererebbe il compagno Marchionne!).

Nuova, forse, una società così non sarebbe, considerato che la modernità nasce, qualche secolo fa, nel segno del totalitarismo del capitale privato, e che il fascismo sogna di realizzare proprio questa utopia, bandendo i partiti e i sindacati indipendenti. Ma di certo sarebbe «un sacco bella!». Nell’evocarla, il senatore a vita sa benissimo di non parlare al vento, e di dar voce ai sentimenti della parte più retriva della borghesia italiana, visceralmente ostile alla democrazia.

Dopodiché, anche la reazione dei suoi «avversari» è interessante. Berlusconi, per non essere da meno, si è subito messo in testa il fez e ha promesso che azzererà i rimborsi elettorali: tanto, per il suo partito basta e avanza il suo argent de poche. Bersani, invece di sentirsi onorato per il riferimento di Monti al «vecchio» Pci, si è detto indignato: che diavolo c’entra il Pd col movimento operaio, la Resistenza e la lotta contro l’imperialismo americano? Veltroni sarebbe stato una svista? Così torniamo al matrimonio del centrosinistra col nuovo «professore», contro natura soltanto in apparenza.

In fondo, il Pd che cos’è? In una battuta, è l’organizzazione delle forze che scommettono sulla capacità del neoliberismo di governare la globalizzazione in forme democratiche. Per il Pd il neoliberismo è un dato indiscutibile, giudizi di valore a parte. Ci si debbono fare i conti «temperandolo», non già immaginare di cancellarlo. Per questo il suo gruppo dirigente difende a spada tratta il bipolarismo e da vent’anni accetta di buon grado che la politica sia commissariata dalle banche e dal mercato. Quanti governi «tecnici» si sono susseguiti col suo consenso, da Amato, Ciampi e Dini sino a noi? Così stanno le cose, piaccia o no. E questo fatto spiega molte cose.

Spiega in primo luogo perché il primo partito del centrosinistra consideri «una risorsa per il paese» un oligarca formatosi alla scuola dei Chicago boys (e di Thomas Malthus). Spiega perché in Italia chi ha la fortuna di lavorare guadagni meno che in tutta Europa (fatta eccezione per la povera Grecia). E spiega anche perché un comico prestato alla politica mandi in visibilio «folle oceaniche» allorché invita al Qaeda a bombardare Montecitorio. Quando, circa vent’anni fa, qualcuno s’inventò la storia della fine della storia, ci fu chi, dalle parti della Bolognina, si entusiasmò, prevedendo che presto avrebbe espugnato la sospirata stanza dei bottoni. È andata così, salvo che quei bottoni hanno continuato a funzionare nello stesso modo, chiunque fosse lì a schiacciarli.

Credere, distruggere

Alberto Burgio

Un problema con il quale parte della storiografia sul nazismo si cimenta da anni è la partecipazione di vasti settori di popolazione alla violenza criminale scatenata dal regime. Come spiegarsi che milioni di donne e di uomini «civili» non soltanto acconsentirono alla persecuzione in massa di inermi, ma la sostennero e contribuirono a metterla in atto? Come comprendere la stabile coesistenza di forme di vita criminali con codici culturali e morali tradizionali? In un certo senso, a ordinare il discorso storiografico è dunque ancora l’intuizione che Hannah Arendt ebbe, giusto mezzo secolo addietro, durante il processo ad Adolf Eichmann: i carnefici non erano mostri, destinati per natura all’orrore, bensì, almeno in origine, persone del tutto normali. Il che, lungi dal fornire loro attenuanti (come temevano i critici di Arendt), apre il campo a interrogativi assillanti.

Perché «uomini comuni» possono trasformarsi in spietati assassini? Che cosa deve avvenire nella mente di un individuo perché egli possa rendersi disponibile a compiere consapevolmente e sistematicamente violenze efferate, senza nemmeno riconoscere la mostruosità dei propri atti? Questo insieme di questioni – intorno alle quali viene da tempo costituendosi un complesso paradigma storiografico – è alla base dell’ultima ricerca di Christian Ingrao, direttore dell’Institut d’Histoire du Temps Présent di Parigi, già autore (nel 2006) di uno studio sulla «brigata Dirlewanger» (Les chasseurs noirs), una tra le più famigerate divisioni delle SS attive nella repressione della resistenza sul fronte orientale.

Il libro offre un ritratto dell’intellettualità tedesca che scelse di entrare nel Servizio di sicurezza delle SS. L’analisi prende in esame la vicenda di ottanta intellettuali «umanisti» (filosofi, economisti, storici, geografi e giuristi) che contribuirono alla fondazione ideologica del regime, alla nazificazione dei saperi fino ai parossismi della guerra genocidiaria. Muove dalla loro infanzia (durante la Grande guerra) per poi accompagnarli nella fase di piena adesione al Terzo Reich, scandita tra produzione teorica e (dopo il ’41) partecipazione attiva alla guerra. La narrazione ricostruisce anche la reazione alla disfatta, fino al momento postbellico con la transizione giudiziaria alla democrazia (e nello specifico ci si sofferma sulle strategie di negazione, depistaggio, giustificazione poste in essere al processo di Norimberga).

Si tratta, in una parola, della biografia di un importante settore della generazione che si incaricò di dare esecuzione al progetto hitleriano. Ma l’idea di scandagliare la genesi di personalità criminali non si traduce in una interpretazione deterministica. Il prima aiuta a spiegare il dopo, non lo determina: nel mezzo, si verificano salti di qualità (nella fattispecie, la costruzione dell’ideologia razzista, alla quale proprio gli intellettuali delle SS diedero un importante contributo) e si compiono scelte (tanto più consapevoli nel caso di personale altamente qualificato).

Cruciale è, a giudizio di Ingrao, la condizione della Germania durante la Grande guerra, che costò al paese oltre due milioni di morti e regalò a tanti tedeschi una visione funerea dell’esistenza, mista a una inestinguibile sete di vendetta. Finita la prima guerra se ne attese una seconda, come ordalia e transizione a una nuova era. Su questo sfondo di senso si avviò anche la mobilitazione dei bambini (e, tra questi, di quanti erano destinati a divenire i futuri intellettuali SS). «Il nazismo offriva a quanti vi aderivano il sentimento che il corso delle cose fosse quello della salvezza collettiva attraverso l’avvento dell’impero»: una fede come promessa, come sentimento «che attinge insieme all’ineffabile e alla certezza, mobilitando anime e corpi nell’attesa di un’utopia di fusione razziale».

Da qui l’idea di partecipare a una «comunità di destino», cementata dall’unità genetica e biologica e, perciò stesso, dalla distruzione del nemico e dell’estraneo, che gli intellettuali delle SS contribuirono a individuare e a perseguitare. Dapprima fornendo argomenti al discorso nazista (attraverso sondaggi, agenzie, bollettini di informazione, misurazione e valutazione delle reazioni della società tedesca alle politiche del regime), in un secondo momento «scendendo in campo» nelle file delle Einsatzgruppen incaricate della mattanza di quei «parassiti» che già avevano, in piena «scienza e coscienza», provveduto a definire.

Christian Ingrao
Credere, distruggere. Gli intellettuali delle SS

Einaudi (2012), pp. 405
€ 34

Carnefici e spettatori

Dal numero 24 di alfabeta2, dal 7 novembre nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Alberto Burgio

La questione che sin dal titolo questo agile saggio critico pone è una delle più complesse fra quelle lasciate in eredità dal Novecento, «secolo armato» che, come Dal Lago annota, ha prodotto con le sue guerre più vittime di quelle causate da tutti conflitti precedenti. Carnefici e spettatori, quasi una citazione di un celebre studio di Raul Hilberg: e il problema riguarda soprattutto il ruolo dei secondi, posto che la funzione dei primi pare di per sé inequivocabile. Il libro snocciola un’enorme massa di interrogativi. Questo è un merito, benché non a tutte le domande sia data una compiuta risposta.

L’impressione è che l’autore abbia avvertito il bisogno di chiarire, intanto a se stesso, la nuova forma che i temi della sua ricerca, da anni incentrata sulla guerra, sono venuti assumendo nel corso dell’ultimo decennio (a partire dalle «guerre democratiche» contro l’Afghanistan e l’Iraq di Saddam Hussein), man mano che l’impiego delle armi da parte dei paesi occidentali veniva definendosi in base a un nuovo paradigma ideologico, politico e giuridico. Come se si trattasse ora di prendere congedo da un insieme di ipotesi per avviare il disegno di un nuovo quadro di riferimento.

Qui è possibile appena nominare alcuni di questi interrogativi, giusto per farsi un’idea della loro portata. Si tratta del rapporto tra guerra e cultura occidentale (del «fondamento bellico» di quest’ultima); del rapporto tra principi morali e concrete pratiche sociali (in relazione alla cui contraddittorietà Dal Lago parla di «dissonanza cognitiva»); degli effetti della secolarizzazione (del «ritirarsi della presa del sacro sulle istituzioni umane» che determina la sacralizzazione delle istituzioni laiche e la denegazione della loro crudeltà); delle conseguenze della metamorfosi novecentesca della guerra, a seguito della sua mondializzazione. E, soprattutto, della ricostruzione del processo di neutralizzazione e occultamento della guerra, connesso alla sua esternalizzazione (la guerra si combatte ormai in luoghi remoti, lontani dalla nostra quotidianità) e al suo divenire «una normale caratteristica delle società occidentali».

Il paradosso di questa progressiva «rimozione» (lemma ricorrente nel testo) è che essa culmina proprio quando la guerra diviene totale, pervasiva, illimitata. Dal Lago spiega, nelle sue pagine più riuscite, come invisibilità, afasia e indifferenza trionfino al cospetto di un fenomeno non circoscritto e quindi «indefinibile» e «inesprimibile»: un’intuizione che circola già nelle ultime riflessioni di Foucault, autore a lui caro, e che qui egli approfondisce. Che cosa ne emerge? Un fermo atto di accusa «intellettuale e morale» verso la complice indifferenza degli «spettatori», cioè dell’opinione pubblica, cioè di noi tutti, a cominciare dagli intellettuali democratici fautori delle «guerre umanitarie». Così torniamo al tema di apertura. Centrale resta la complicata questione di che cosa significhi essere spettatori nella «società dello spettacolo», e di quali responsabilità morali e politiche a questo ruolo si leghino.

LIBRO
Alessandro Dal Lago
Carnefici e spettatori. La nostra indifferenza verso la crudeltà

Raffaello Cortina (2012), pp. 220
€ 13.50

Lo sterminio della memoria

Alberto Burgio

Da dieci anni, dall’inizio della «guerra contro il terrorismo» scatenata all’indomani dell’11 settembre, si parla di nuove guerre. La guerra è cambiata nelle sue forme, nelle sue finalità. E nelle sue conseguenze. Non la si dichiara più e la si pianifica dissimulandola. La si combatte sotto mentite spoglie (non sono guerre, sono missioni internazionali di pace) e nobilitandola come difesa dei diritti e della democrazia. Soprattutto, le guerre regionali non sono più, da vent’anni ormai, metafore del grande scontro geopolitico tra l’Impero del Male e il Mondo Libero, avendo quest’ultimo vinto un’altra guerra, fredda, cominciata prima ancora della fine della Seconda guerra mondiale e durata quasi mezzo secolo tra il 1945 e il 1991. Leggi tutto "Lo sterminio della memoria"

La primavera e la guerra. Quattro telegrammi sulla Libia

Alberto Burgio

Diverse in ciascun paese, le rivolte arabe hanno tra loro molto in comune. Sono insurrezioni per la democrazia. Con le nostre categorie e i nostri pregiudizi stentiamo a comprendere. Immaginiamo paesi arretrati e popolazioni incolte. Ci saremmo attesi moti suscitati dalla miseria, facili da sedare con qualche elemosina. Non è stato così. La povertà c’entra, esasperata dalla disoccupazione e dall’aumento dei prezzi dei generi alimentari provocato dalle speculazioni di borsa. In paesi nei quali la spesa per il cibo è quasi la metà dei consumi (in Italia, anche in tempi di crisi, è sotto il 20%) il triplicarsi del prezzo della farina e dell’olio non è uno scherzo. Ma la collera popolare si è levata soprattutto per la negazione dei diritti di libertà. Si è trattato (si tratta) di una grande insurrezione laica antiautoritaria, di una sfida a oligarchie patriarcali e corrotte che opprimono le società. Leggi tutto "La primavera e la guerra. Quattro telegrammi sulla Libia"