alfadomenica luglio #1

Stuart Hall su cultura e potere – Angelo Guglielmi su Alberto Asor Rosa – Rubriche di Galimberti Terrinoni Carbone.

LA CULTURA E IL POTERE
Conversazione di Miguel Mellino con Stuart Hall

Stuart Hall è sicuramente una delle figure chiave all’interno del panorama intellettuale europeo degli ultimi cinquanta anni. Pubblichiamo qui un'anticipazione da una raccolta di saggi di Stuart Hall a cura di Miguel Mellino. Il volume con il titolo Cultura, razza, potere, sarà nelle librerie a partire da mercoledì 8 luglio per le edizioni ombre corte.
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AVANGUARDIA E MASSA
Angelo Guglielmi

Ho piluccato qui e lì (ovviamente dopo aver letto ben due volte l’intero testo) il nuovo tomo di Asor Rosa (la riproposta di Scrittori e popolo del 1965 con l’aggiunta di Scrittori e massa del 2015) trovando affermazioni dell’italianista (di gran fama) davvero condivisibili come quella (da Calvino): “solo ciò che è fuori misura, solo ciò che é smisurato può pretendere di generare nuova letteratura – grande letteratura” o quella (prodotta in proprio): gli effetti individuali, qualora vi siano, non possono non essere fondamentalmente di natura linguistica e stilistica” e ancora alcune altre dello stesso suono (significato).
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COORDINATE DALL'IRLANDA
Enrico Terrinoni

Anni fa Seamus Heaney confessò: “non mi viene in mente alcun caso in cui la poesia abbia cambiato il mondo, però può cambiare il modo di capire ciò che accade, nel mondo”. Se il poeta di Derry, un poeta politico prima di ogni altra cosa, era noto in Irlanda mediante il faceto epiteto di Famous Seamus, questo era dovuto non solo alla tipica indole burlesca degli irlandesi, ma al fatto che Seamus era davvero famoso.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

Droni - Marte - Sangue
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Avanguardia e massa

Angelo Guglielmi

Ho piluccato qui e lì (ovviamente dopo aver letto ben due volte l’intero testo) il nuovo tomo di Asor Rosa (la riproposta di Scrittori e popolo del 1965 con l’aggiunta di Scrittori e massa del 2015) trovando affermazioni dell’italianista (di gran fama) davvero condivisibili come quella (da Calvino): “solo ciò che è fuori misura, solo ciò che é smisurato può pretendere di generare nuova letteratura – grande letteratura” o quella (prodotta in proprio): gli effetti individuali, qualora vi siano, non possono non essere fondamentalmente di natura linguistica e stilistica” e ancora alcune altre dello stesso suono (significato).

Poi nello svolgimento del suo discorso Asor ha affatto dimenticato questi buoni propositi puntando su altri referenti di qualità (o non qualità): il rapporto col “popolo” per la letteratura (italiana) della prima (e poco più) metà del secolo scorso (del ‘900) e l’abbandono del popolo e l’inquinamento con l’arrivo della “massa” per la seconda (e poco meno) metà dello stesso secolo (fino ai nostri giorni). Perché (a suo dire) il passaggio dal “popolo” alla "massa" (dalla virtù al vizio) scandirebbe il tono (l’anima) della produzione letteraria italiana degli ultimi 120 anni (della nostra vita). Dove Asor ha preso l’idea di “popolo” quale presenza qualificante della letteratura italiana quando è noto che è proprio il “popolo” (i cui sinonimi sono patria e nazione) che manca a noi poveri italiani (rispetto agli altri paesi europei: per esempio Francia o Inghilterra)? Mentre per quel che riguarda la massa tutti abbiamo letto fin dal 1951 – l’anno dell’edizione italiana - La folla solitaria di Riesman che retrocede la nascita della massa a molti decenni prima da quelli indicati dal nostro italianista.

E poi chi gli ha detto che la “massa” è quella realtà (anzi non realtà) “mediocre, che ha stabilito con il sistema democratico un compromesso, che consiste nell’accettare di viverci dentro, vuotandolo”? Eppure che questa definizione sia discutibile è chiaro fin dal tempo di . E molto prima, tra fine '800 e primi del '900, riferendosi alla dissoluzione della cultura umanistica conseguente al processo di massificazione della società, F.Wilhelm Nietzsche scriveva: “La vita non dimora più nella totalità, in un Tutto organico e concluso. La realtà, il discorso e l’io stesso si risolvono in un’anarchia di atomi che sconvolge ogni gerarchia, restituisce la libertà dell’individuo, la vibrazione esuberante della vita svincolata da significati e valori; nel caotico brulicare della vita, tutti i particolari acquistano una selvaggia autonomia, uguali diritti per tutti”.

Forse Asor Rosa (è suo diritto) non è d’accordo, tuttavia un minimo di riflessione avrebbe dovuto indurlo a prendere atto (e chiedersi) come mai in coincidenza (o poco prima o poco dopo) con quelle parole di Nietzsche era esploso in tutta Europa (Italia compresa) il cataclisma delle avanguardie – appunto in Italia con il Futurismo nelle arti figurative, Pirandello e Svevo in letteratura; in Francia con Picasso e Breton; in Inghilterra con gli americani Pound e Eliot e l’inglese americano Auden, in Germania con Munch e gli espressionisti; in Austria con Kandinskij; in Polonia con Gombrowitc e Witkiewicz; in Russia (durante e grazie alla rivoluzione di ottobre) con Majakovskij e l’OPOIAZ di Sklovskij; (e sono soltanto alcuni dei movimenti e dei nomi che hanno firmato i primi decenni della produzione artistico-letteraria del ‘900).

Cosa era successo? Era successo che anche chi poteva contare sulla realtà del “popolo” (come la Francia e l’Iinghilterra) quale riferimento della propria tradizione letteraria, ora si avvedeva che quella sponda era crollata (a causa - come ci ricordava Benjamin - del sopravvenire di capitali movimenti storici: dall’esplosione della industrializzazione all’emergere dei nazionalismi – e altre concomitanti rivoluzioni) creando per la prima volta nel corso millenario della cultura europea uno iato, un taglio irricomponibile che costringeva chi allora vi operava a ricominciare da capo. Lo costringeva ad abbandonare il passato o meglio la pratica del passato del quale tratteneva soltanto il principio più qualificante, e cioè che l’opera d’arte (per quel che ci riguarda a cominciare da Dante e da Giotto) trova legittimità e sicura identità “nella lingua e nello stile” (parole anche di Asor) e dunque che di lì occorreva ricominciare. Così Picasso (nella sua contestazione antiborghese) rifiuta la figuratività e dipinge figure umane con un solo occhio e senza braccia, Pirandello rinuncia all'idea di autorialità rincorrendola senza trovarla; Svevo ridicolizza il “personaggio” (da sempre al centro di ogni narrazione tradizionale) dimenticandolo dietro un funerale sbagliato e accoppiandolo con la sorella brutta della sorella bella che aveva scelto di sposare; Nono e Berio arricchiscono la loro tastiera di suoni incorporando ogni rumore dall’esterno comunque prodotto.

Ma Asor Rosa non se ne da per inteso e si appresta a giudicare la letteratura italiana della prima metà del secolo (del’900) come se le avanguardie storiche (che proprio in quei decenni marcavano con un segno indelebile le arti dell’intero mondo) non fossero mai esistite E, riparandola dal vento benefico che soffiava sul resto dell’Europa, si dedica a leggerne il suo senso (e valore) in riferimento a una inesistente idea di “popolo” che nemmeno la retorica fascista era riuscita ad animare. Il risultato è la proposta di una piccola storia di letteratura italiana forzatamente disseminata di approssimazioni e di errori: il più vistoso quello di accoppiare Verga a Gadda (in virtù della loro appartenenza all'alta borghesia), commettendo lo stesso strafalcione commesso da Pasolini che nella sua confusione di lettore sosteneva che Verga “è il continuatore ideale di Proust e Joyce”.

Ma passiamo a considerare il secondo corpo del volume asorrosiano Scrittori e massa in cui l’autore prende in esame gli scrittori italiani nati a partire dagli anni ’60 (e successivi) del secolo scorso, quando, a suo dire, sulla società italiana piomba la bestia distruggitrice della “massa”. Abbiamo già accennato che Asor Rosa inclina a una rappresentazione giornalistico-sociologica dell’idea di “massa” (limitandosi a vedere nell’idea di “massa” il prevalere degli istinti individuali e personali a scapito degli interessi collettivi). Aggiungi la sua estraneità e totale non considerazione (già evidenziata e commentata) delle avanguardie storiche, e non ti stupisci che anche l’analisi degli scrittori, oggi tra i 30 e i 50 anni, scivoli nella stessa incomprensione.

Per Asor Rosa è impossibile comprendere (o accettare) che gli scrittori italiani post-fascismo e post guerra (e fino a oggi) in un mondo del tutto rovesciato e sconvolto dalle radici, non avessero altra scelta che lavorare a un prodotto d’arte centrato su un profondo rinnovamento strutturale-stilistico e la messa a punto di un nuovo linguaggio (anche a costo di doverne sacrificare gli aspetti immediatamente comunicativi a favore di una forte presa espressiva e di impatto). Quel “lavoro” si espresse in una intensa attività di ricerca che si manifestò in una serie di sperimentazioni alternando avanzamenti e restaurazioni fino a trovare un equilibrio positivo con gli scrittori divenuti attivi con l’ultimo decennio del secolo (scorso). E sono quelli su cui si ferma l’attenzione di Asor Rosa.

Scrittori che a voler stringere (e concludere) si dividono in narratori autobiografici (o biografici) e, in parte minore, in scrittori di storie a carattere giallo. La scelta del “giallo” ( in quanto genere che prevede uno sviluppo in forma di inchiesta) rappresenta la possibilità di raccontare un caso di cronaca (per lo più di nera) realmente accaduto (e regolarmente annunciato dagli organi di stampa) senza pagare l’accusa di inverosimiglianza in quanto realmente accaduto o indubitabilmente somigliante a un caso accaduto. E fornisce almeno l’illusione di riagganciare il rapporto diretto con l’amata e desiderata “realtà”, obiettivo di tutti gli autori ma da tempo difficile da conquistare.

Più interessante e complessa è l’origine degli scrittori impegnati nella narrazione autobiografica. Origine che non è legata alla frammentazione della società di massa (come sembra intendere Asor Rosa) e alla degenerazione (e caduta) dei valori collettivi a favore degli egoismi personali. In proposito ci viene in aiuto – anzi interviene a sostegno dei narratori “autobiografisti” – uno, anzi il più illustre e di talento, scrittore inglese contemporaneo: Martin Amis il quale, con consapevolezza nemica della banalità, scrive: “in un mondo che diventa sempre più inafferrabile ma soprattutto sempre più mediato, il rapporto diretto con la propria esperienza è l’unica cosa di cui ci si possa fidare. Perciò l’attenzione è rivolta all’interno, con quella lentissima messa a fuoco che lo scrittore percepisce quando la sua narrazione si sposta dalla terza alla prima persona”. Evidentemente questa riflessione (che si istituisce a indicazione di nuova poetica) è sfuggita ad Asor Rosa (o ritenuta ininfluente), se gli consente di indugiare (riferendosi agli scrittori che si ispirano a quella poetica) in considerazioni maliziose e svagate.

Ne 2011 si presenta in pubblico il “movimento dei quarantenni” (per iniziativa di Giuseppe Antonelli, Giorgio Vasta e Nicola Lagioia, dietro i quali si intravede l’ombra dell’editore Laterza) che rappresenta l’ultimo step di impegno e di ricerca (non solo) letteraria a oggi conosciuto. Il movimento punta non certo a indicare nuovi narratori (la fauna era già numerosa), ma a riordinare le ragioni dello scrivere (Trevi e Scurati) e, in uno slancio più ambizioso, ragionare di scuola, di impegno politico e di editoria. Di fatto apre un ampio campo di riflessione (troppo ampio per potere andare oltre la dichiarazione di intenti). In quel campo confluisce l’intera generazione degli scrittori allora attivi per lo più impegnati nella narrazione autobiografica o, più raramente, nel racconto giallo. Su tutti Asor fa cadere la sua sentenza: sono scrittori appartenenti (intrinseci) alla massa –“quella realtà (anzi non realtà) mediocre” – dalla quale vogliono “farsi amare e riconoscere”. Il ricorso al giudizio sommario è inconciliabile con l’irriducibilità dei prodotti di parola. Anche se insopportabilmente troppi qui ognuno vale per uno.

In chiusura di volume Asor Rosa dedica (a compensare se pur frettolosamente l’attenzione fin qui riservata alla narrativa) un capitolo (di poco più di dieci pagine) alla poesia che ritiene la parte felice (l’aspetto nobile) delle nostre lettere, ma senza spiegarci perché, se non per il fatto che i poeti essendo meno venduti (si intende le opere) dei romanzieri possono avvertirsi come estranei alla massa e, per conseguenza, capaci di pensare e fantasticare in condizione di libertà (negate ai narratori) .Una seconda lettura del capitoletto ci scopre che la preferenza di Asor è per la poesia assiomatica e poeticistica, mentre non sembra mostrare interesse per l’altro aspetto che negli anni del contemporaneo marca la sua specificità e cioè la dimensione narrativa.

Alberto Asor Rosa
Scrittori e popolo 1965. Scrittori e massa 2015
Einaudi (2015), pp. VIII - 432
€ 32,00

Distrazioni di massa

Augusto Illuminati

Di come andrà a finire Berlusconi, non ce ne può fregare di meno. Delle procedure bizantine di decadenza, incandidabilità, ineleggibilità, ricalcolo interdizione: idem come sopra. L’agibilità o inagibilità politica del Grande Pagliaccio non è questione indifferente, ma neppure il nostro peggiore incubo notturno.

Non invidiamo le ossessioni diurne di Travaglio e le notti insonni di Asor Rosa, popolate di legalità repubblicana e carabinieri. Altre cose, piuttosto, ci preoccupano. Cosucce materiali che condividiamo con la maggioranza indistinta degli italiani (Imu, Tares, Iva, disoccupazione, mutui) e altre più strutturali. Per esempio, del degrado dell’agire politico, forma primaria della vita liberamente associata, del bios. I suoi nemici sono la necessità e l’indifferenza, i paletti posti da logiche esterne presunte costrittive e la palude del rassegnato disincanto.

Ora, la prassi italiana – la nostra agibilità politica, quella che sola ci interessa – è già fortemente perimetrata da stringenti vincoli economici europei (pareggio di bilancio costituzionalizzato, fiscal compact, mannaia dello spread, pressioni per liberalizzazioni e svendite per far cassa) e vi si aggiunge, aggratis, l’obbligo di imperniare gli spazi residui di manovra sul destino di Berlusconi e la sopravvivenza di un sistema pseudo-bipolare di grandi intese.

Con l’aggiunta di un appassionante dibattito sui regolamenti del Pd, le primarie aperte o chiuse e la finale scelta del leader (cioè del piccione da impallinare) fra Epifani, Cuperlo e Renzi, magari pure Pippo Civati e Deborah Serracchiani. Chi non eromperebbe tutto d’un fiato: il personale è politico! Tanto più che, con l’occasione, abbiamo ripassato – come in un’antologia dei film di Romero – l’intera sfilata dei morti viventi, da Ualter al Baffino.

Nel mondo ne succede di ogni – ascese e cadute di imperi regionali, scontri epocali fra sunniti e sciiti, cambi di regime, droni vaganti, stragi chimiche e manuali – ma noi, in saggia atarassia, discettiamo se le sentenze si rispettano o si applicano, si amano o si esecrano, si scontano nel senso di andar dentro o nel senso di ridurle, tipo saldi. Meno male che da noi guerra civile vuol dire questo, mica stiamo in Siria o in Egitto. L’effetto palude, appunto, che soffoca nella melma quanto della politica è sopravvissuto alla (presunta) necessità.

Ma mi si obbietterà: diavolo, mica tutto va così male, ci sono ancora progetti, battaglie, scadenze che superano questo quadro asfittico! Come no, c’è vita su Marte, ovvero nella sinistra. Leggiamo con avidità il dibattito agostano. Lasciamo perdere le dichiarazioni al vento di Ingroia o le comparsate televisive di Cacciari e lasciamoci sedurre da un bel titolo filosofico: contro le passioni tristi.

Troveremo un sorso d’acqua dissetante, una folata che spazza via il grigio dei rancori? Ahimé, ancor una volta il titolista del manifesto è più bravo dell’estensore del pezzo, Massimiliano Smeriglio, che tira in ballo le passioni tristi in modi che evocano più il benemerito Spinoza.it che l’autore dell’Ethica. Se infatti vogliamo conseguire un più di potenza e di gioia di cui essere causa attiva accozzando sinistra radicale e sinistra di governo (Sel e Pd) sotto l’egida di Bettini e Renzi, beh, alla beatitudine mentale ci manca molto, per non dire alla sanità del corpo e al benessere delle tasche.

Ecco, questo piccolo esempio mi fa pensare che il danno maggiore del capitolo terminale della berlusconeide è ancora una volta lo spostamento del conflitto fuori dall’orizzonte politico, la neutralizzazione risentita e verbosa della sofferenza sociale e della natura di classe della crisi: larghe intese, falchi, colombe e pitonesse, Letta zio-nipote, fronte della legalità con immancabili idoli giudiziari, il bene contro il male, la virtù contro il vizio, tanti sermoni di Napolitano e Scalfari e – alla fine e nel migliore dei casi, se proprio non vogliamo farci sgranocchiare dal Caimano – gli stornelli blairiani di Renzi intonati a cappella da Pd e Sel. Mentre il mondo intorno a noi va in pezzi, piuttosto indifferente – temiamo – a quante rate dell’Imu aboliremo e se si andrà a votare con il Porcellum o il Porcellinum.

Già, il mondo. Che non è quello dei «piccoli segnali di uscita dalla crisi», ma delle nubi indistinguibili di una nuova crisi incombente e di una quasi sicura guerra – che strana coincidenza, vero? Le reazioni farsesche della classe dirigente italiana possiamo già prevederle, in base all’esperienza libica, ma i movimenti daranno qualche segno di vita, malgrado la campagna di distrazione di massa condotta da Repubblica, Fatto, Micromega e compagnia manettante? La risposta alla guerra e non le elezioni italiane o europee sono il banco di prova di una sinistra non subalterna. L’aggettivo “rivoluzionario” per il momento è meglio non evocarlo.

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