Quelli che scrivono sulle montagne

Elvira Vannini

Le istanze attiviste, presenti nelle arti visive in forma assidua dagli anni 70, furono spiegate da Louis Althusser come pratiche culturali o critiche di opposizione che hanno la capacità di destabilizzare i poteri riproduttori dell’ideologia dominante. La stessa ideologia che l’artista Armando Lulaj (Tirana, 1980) ha indagato con un lavoro di forte matrice politica e tensione performativa, nel registrare i cambiamenti sociali del suo Paese, aprendo un campo d’azione che si confronta con le strategie del potere, i collective behaviour, le forme di governamentalità neoliberale e i suoi effetti sulla società albanese. NEVER, secondo episodio di una trilogia filmica, che sarà proiettato al 63° Forum Expanded Berlinale il prossimo 12 febbraio a Berlino, si colloca in un preciso orizzonte politico: siamo nel 1968 e sul pendio scosceso della montagna Shpirag il dittatore comunista Enver Hoxha fa erigere la monumentale scritta encomiastica ENVER. Molti sono stati i tentativi successivi di distruzione, e non solo della storia, ma Lulaj riporta la vicenda dentro le contraddizioni democratiche dell’attuale Albania, tra i candidati più poveri per l’Unione Europea.

Elvira Vannini: La tua ricerca è accompagnata da una lucida analisi dei processi di soggettivazione politica e antagonista della storia, in particolare quella albanese degli ultimi decenni. É forse uno dei paradossi della condizione postsovietica che la riflessione sul presente implichi spesso un dibattito sul passato attraverso un differente dispositivo di scrittura della storia?

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Armando Lulaj, NEVER, film (2012), courtesy Paolo Maria Deanesi Gallery.

Armando Lulaj: Riguardo la storia passata l’Albania ha un problema molto grande da risolvere! Dopo la rottura con l’Unione Sovietica eravamo all’apice della relazione amorosa con la Repubblica Popolare Cinese. Nella città di Berat iniziarono nel 1966, proprio con l’aiuto del governo cinese, i lavori per il “Textile Plant Mao Zedong”. Due anni dopo, fu realizzata la scritta ENVER con il supporto dei giovani comunisti e di centinaia di militari. Così cercando dei documenti negli archivi di Stato mi sono imbattuto in alcuni filmati del 1974: dei caccia arerei sorvolavano la montagna rendendo omaggio al nome del dittatore. Dopo aver concluso il primo film, che trattava di una storia alle soglie della paranoia nei tempi della guerra fredda, iniziai NEVER che, non a caso, forma una parola inglese, e già allude all’ultima parte della trilogia, non ancora realizzata, dell’ultimo amore - quello statunitense.

EV: I 150 metri di altezza delle lettere dominavano ancora l’orizzonte sopra Berat, quando Hoxha morì nel 1985 e il comunismo crollò poco dopo. E nel momento in cui un’altra dittatura, quella del capitalismo selvaggio, imponeva una nuova governance politica si compì una pesante rimozione che ne avrebbe accelerato il ritorno: si sono succeduti vari tentativi di cancellazione della scritta negli anni del neoliberismo più sfrenato ma nessun materiale d’archivio o fonte iconografica li documenta: ma è davvero esistita ENVER?

Armando Lulaj, NEVER, film (2012), courtesy Paolo Maria Deanesi Gallery.
Armando Lulaj, NEVER, film (2012), courtesy Paolo Maria Deanesi Gallery.

AL: Dopo il 1990 il Partito Democratico, che mentre parliamo governa il Paese, aveva ordinato la sua demolizione e l’esercito posizionava dinamite e napalm. Dalle esplosioni le case vicine alla montagna rischiarono di essere distrutte. Ma l’uso del napalm fu ancora più terrificante: due soldati furono bruciati. Fu un fallimento totale! Purtroppo non esiste nessuna testimonianza. Erano anni molto duri e si passava da un regime totalitario blindato alla volontà più smodata di cancellarne ogni memoria, così anche il nome diventava pericoloso e doveva essere eliminato. Fino a qualche tempo fa solo un occhio attento poteva scorgerlo: cespugli e piante l’avevano ricoperto e nascondevano una parte delle lettere, ma il suo significato era sempre presente. Per (ri)scrive il nuovo messaggio ho lavorato con le stesse persone che avevano supportato l’esercito per innalzarlo. Non molto distante dalla scritta NEVER si trova ora il nuovo pozzo petrolifero della società Petromans. Il primo ministro Berisha (lo stesso che ordinò la cancellazione della scritta), visitando il pozzo all’inaugurazione, vide NEVER. Nelle sue dichiarazioni sui media nazionali esaltò la crescita sbalorditiva dell’Albania e del suo petrolio, etichettando come marxisti “quelli che scrivono sulle montagne”. Il messaggio era passato!

EV: NEVER non è un residuo delle “rovine socialiste” ma una topografia dello spettro politico di un’Albania che si affaccia su un’Europa in crisi, e che forse non riuscirà a superare. “Non è il caso di avere paura, né di sperare, bisogna solo creare nuove armi” - scriveva Gilles Deleuze. Come immaginare nuove linee di fuga o “espropriare l’espropriatore” e riprendersi il mondo, non solo quello sociale, ma anche quello costruito dalla storia?

Armando Lulaj, NEVER, film (2012), courtesy Paolo Maria Deanesi Gallery.
Armando Lulaj, NEVER, film (2012), courtesy Paolo Maria Deanesi Gallery.

AL: Attualmente non esistono in Albania prospettive politiche per la sinistra ma solo forze di orientamento neoliberale, insieme alla crescita del nazionalismo populista da una parte, e la rappresentanza dei comunisti moderati dall’altra. In questo miscuglio i media sono gli attori principali e i più insidiosi nel diffondere un certo tipo libertà. La forza dovrebbe nascere da una comunicazione indipendente e dalla volontà degli artisti di andare contro questa strategia imposta dal potere. Lo spettro si è già fatto vedere. È li! Non a caso nel mio film quando appare per la prima volta la scritta NEVER, l’inquadratura scorre da destra a sinistra e si rovescia in REVEN, base della parola “Revenant”, ossia il ritorno di forze oscure che terrorizzano la società. Sono orientato verso nuovi canali di comunicazione con la società, non solo albanese, e verso meccanismi di intercessione, anche provocatori, per tracciare possibili vie di fuga, ormai sempre più difficili.

Le immagini dell’odio

Michele Emmer

Molti film, quasi tutti, sono basati sulla capacità espressiva degli attori. In particolari tipologie di film la capacità degli attori di rendere le situazioni, i sentimenti, le psicologie sono una componente essenziale. Ci sono film in cui pochissime sono le azioni che vi si svolgono, il film è giocato tutto sugli sguardi, sulle capacità espressive, sugli atteggiamenti. L’attore deve reggere su di sé il peso quasi completo del film, per rendere plausibili e giustificabili le reazioni che hanno i personaggi.

Un tipico film di questo tipo è Il sospetto, titolo originale Jagten in danese (la caccia), del regista Thomas Vinterberg, che ha scritto anche soggetto e sceneggiatura. Il protagonista Lucas lavora in un asilo, stimato da tutti e amato dai bambini, ha una vita riservata, un figlio, un cane, una nuova amica. È amato dalla bambina Klara figlia del suo migliore amico. E Klara racconterà come fanno i bambini in modo confuso e poco realistico di aver subito delle attenzioni sessuali da parte del maestro. Èvero, non è vero? Tutto si gioca sulle espressioni del volto del protagonista, uno straordinario Madd Mikelsen (miglior attore al festival di Cannes), e della altrettanto straordinaria bambina Annita Wedderkopp che interpreta Klara. Il sospetto aumenta, si allarga, la vita di Lucas diventa un incubo, la sua faccia, le sue espressioni si modificano, rendono lo sgomento, il dolore. Mentre la bambina è misteriosa, sfuggente.

E i due volti sono il film. Mentre intorno l’odio, il disgusto, aumenta, si trasforma in violenza verso il maestro. Incolpevole? Probabilmente, ma questo non impedisce che la piccola società molto civile che circonda l’asilo si trasformi in un luogo di violenza e persecuzione, senza una ragionevole causa, solo sul sospetto che genera pregiudizi, che genera e cerca colpe e colpevoli. Salvo ricredersi, e riabilitare il maestro, qualche mese dopo, a Natale, forse… il finale resta aperto, con quello sparo nel bosco.

Altro film sulla nascita dell’odio, di come un problema di una piccola comunità, il passaggio per una strada di campagna diventi un problema irresolubile che genera violenza e morte, e porti addirittura alla fuga dalla comunità le nuove generazioni. Titolo originale Ther Forgiveness of Blood, in italiano La Faida, del regista USA Joshua Marston, parlato tutto in albanese. Il film ha ricevuto l’orso d’argento al festival di Berlino del 2011, ed era stato anche candidato agli Oscar come miglior film albanese ma poi escluso dal concorso perché prodotto con capitali USA. Marston è anche l'autore di quel piccolo capolavoro che è Maria Full of Grace, del 2004, sulla storia delle ragazze Colombiane obbligate a trasportare nello stomaco ovuli pieni di cocaina. Film tutto parlato in spagnolo.

La storia si svolge in un piccolo villaggio. Per accorciare il giro con il suo carro nei campi il padre del protagonista, Nik un ragazzo di 17 anni, litiga con i vicini e viene accusato di omicidio. In base ad un antico codice balcanico del quindicesimo secolo chiamato Kanun, alla famiglia dell’ucciso spetta il diritto di uccidere un maschio adulto della famiglia rivale. Da un giorno all’altro il giovane Nik, che sogna di aprire un Internet point, e ha una ragazza legata all’altra famiglia, si ritrova al centro dell’odio, rinchiuso in casa senza poter uscire, pena la morte. Non capisce, si vorrebbe ribellare, arriva anche ad andare a parlare con la famiglia rivale, a costo della vita, ma la catena di odio, oramai avviata, inarrestabile , irrazionale ma lucidamente perseguita ed accettata da tutti, tranne che da lui, continua inesorabile. L’unica soluzione è fuggire, cercare di trovare un luogo diverso dove sia ancora possibile ragionare. Due film su come nasce la violenza, l’odio, l’irrazionalità, in due ambienti diversi: un paese moderno e civile, all’apparenza, e un luogo remoto rimasto legato a regole antiche, in cui solo i giovani vogliono rompere l’irrazionalità della violenza.

Due film entrambi degni di interesse, con un grande attore nel caso del film danese (ma tra i produttori del film di Marstron vi sono anche fondi danesi!). Con destini diversi, almeno in Italia. Successo per Il Sospetto, settimane nelle sale, passaggio di pochi giorni per il film albanese di Marston. Un altro clamoroso esempio di come la distribuzioni di film di qualità e di interesse in Italia sia legata a pregiudizi e incomprensioni intollerabili. Certo, un film parlato tutto in albanese! Nik è Tristan Hallilaj, la sorella Rudina, sulle cui spalle ricade il peso di mandare avanti la famiglia visto che gli uomini si devono nascondere, è Sindi Lacej. In DVD si trova in originale con sottotitoli in inglese e anche in versione italiana.

alfadomenica aprile #2

PALIDDA sul G8 e la tortura - MELANDRI su LECLERC - SCOTINI e VANNINI sul Padiglione albanese a Venezia - RUBRICHE **

G8 GENOVA 2015: FRA IGNORANZA E FALSIFICAZIONI
Salvatore Palidda

Chiunque abbia una decente conoscenza, diretta o indiretta, di quanto successo al G8 di Genova non potrà che essere sconcertato dai diversi commenti dopo la condanna dell'Italia della Corte europea per le torture in occasione di quel nefasto summit. Ancor peggio è ciò che si dice sul prefetto De Gennaro, comunque difeso da Renzi, ma anche dall’on. Mucchetti e dal dott. Cantone (che farebbe bene a imparare a parlare di quello che sa, e non a difendere a spada tratta le "forze dell'ordine" dicendo anche una cosa molto grave: “sono popolari!”. Anche Mussolini e Hitler erano popolari, e poi dove ha misurato questa popolarità?).
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UN MALE SENZA NOME
Lea Melandri

Anticipiamo qui la prefazione al libro di Annie Leclerc Della Paedophilia e altri sentimenti, in libreria in questi giorni per la Malcor D' edizioni (2015), pp. 109, 14,00.

Le cose a cui non riusciamo a dare un nome è come se non esistessero. Lo stesso si può dire per passioni, esperienze essenziali dell’umano che per la loro ambiguità sembrano destinate a rimanere impensabili, e di conseguenza private della condizione necessaria per essere dette. Nella maggior parte dei casi, il silenzio che fa sprofondare l’io in se stesso è, paradossalmente, coperto da un grande clamore e da manifestazioni evidenti di ciò che non può essere mostrato.
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MONUMENTO, BIOGRAFIA e POTERE. IL PADIGLIONE ALBANESE A VENEZIA
Intervista di Elvira Vannini a Marco Scotini curatore del Padiglione albanese

Direi che dietro il progetto Albanian Trilogy c’è piuttosto Foucault, quello genealogico. La storia non garantisce il ritrovamento di qualcosa. Anzi mostra terreni friabili lì dove avremmo pensato croste non scalfibili, moltiplica i rischi, distrugge le protezioni illusorie, non recupera le radici della nostra identità ma, al contrario, le disperde, le disgrega. La venerazione del monumento diventa parodia, il documento rivela la propria sostanziale ambiguità. I tre scavi filmici di Lulaj nel socialismo di Hoxha sono presentati a Venezia in forma espansa: mettono in discussione il dispostivo museale, i depositi della storia, le narrative legittimanti del presente, il ruolo di testimone degli spettatori.
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GIOCO (E) RADAR - CAMBIO DI PARADIGMA, ALCUNE ANNOTAZIONI di Marco Giovenale

Qualcosa di molto vicino a un cambio di paradigma ha iniziato a prodursi nella scrittura oltre mezzo secolo fa. Molte certezze che si avevano o si pensava di avere su elementi di stabilità e coesione (struttura) del testo inteso come tessuto sono state a dir poco intaccate, e in certi casi si sono rivelate estranee sia alla formazione intellettuale dei contemporanei sia ai modi possibili di costituzione della pagina.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

DEFAULT - FOTOGENIA - LETTERATURA
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COORDINATE - AMERICA LATINA di Francesca Lazzarato

Pioniera assoluta della cucina mediatica (esordì in televisione nel 1952, undici anni prima di Julia Child), Doña Petrona è stata un personaggio di grande importanza nella cultura popolare del suo paese, come ci conferma un brillante saggio appena pubblicato da Capital Intelectual: Delicias y sabores. Desde Doña Petrona hasta nuestros días
, della sociologa Andrea Matallana, che attraverso la figura della famosa cuoca analizza il peronismo degli anni '50, le trasformazioni della famiglia e del ruolo femminile, l'avvento e l'influenza della televisione.
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Monumento biografia e potere
Il Padiglione albanese a Venezia

Intervista di Elvira Vannini a Marco Scotini curatore del Padiglione albanese

Elvira Vannini: La struttura espositiva della 56ma Biennale di Venezia sarà circoscritta attraverso una successione di “filtri”, una costellazione di molteplicità tematiche e spaziali, per dare risposta allo “stato delle cose”: il direttore Okwui Enwezor, in un intervento del 2007, si interrogava sul senso e le condizioni di possibilità dell'exhibition making oggi, nel tempo in cui il capitalismo finanziario si è ormai modellato dentro le procedure dell'arte. “È interessante chiedersi non perché le esposizioni tematiche collettive abbiano assunto tali possibilità, ma in che modo possiamo cominciare a romperle”. Quale posizione assumerà il Padiglione Albanese, in un momento di cambiamento della leadership politica e culturale del paese e dentro il format Biennale, ormai esautorato di ogni potenziale emancipatorio (critico e/o diagnostico). È per questo che hai scelto di lavorare sul passato e sulla storia politica dell'Albania durante la Guerra Fredda intervenendo direttamente sui regimi di visibilità e di riscrittura della memoria?

Marco Scotini: Mi pare che l’intera domanda si possa ridurre a due punti fondamentali. Come oggi si possa rappresentare uno Stato-nazione. E ancora, come lo si possa rappresentare dentro una cartografia come quella disegnata, ogni due anni, da una Biennale d’arte: un’istituzione cioè che mette al centro la produzione semiotica, le funzioni creative, i linguaggi. La risposta non potrà essere che parziale e si dovrà misurare con due tendenze del capitalismo attuale difficili da contrastare quali la logica transnazionale dell’impresa economica globale e l’integrazione della sperimentazione da parte dell’industria culturale che riduce la pluralità e l’eterogeneità a monolinguismo. La situazione politica dopo l’89 è quella che vede coesistere due regimi contrapposti. Da un lato c’è il più alto incremento del numero di stati sovrani, internazionalmente riconosciuti, registrato dai tempi della decolonizzazione degli imperi europei negli anni Sessanta. E questo fatto non è altro che la conseguenza della balcanizzazione del vecchio mondo socialista.

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Armando Lulaj, Recapitulation, 2015. Video, RED transfered to full HD, b/w and color, sound, 13'. Courtesy DebatikCenter Film.

Rispetto a ciò la Biennale di Venezia è una sorta di termometro se pensiamo che alla fine degli anni Ottanta contava circa 45 nazioni mentre oggi sono 90 le partecipazioni nazionali presenti alla 56ª edizione, con l’ingresso quest’anno di Mongolia, Mozambico, Mauritius, tra gli altri. Dall’altro lato c’è invece la messa in crisi dell’idea stessa di nazione operata dai fenomeni migratori e dai regimi economici della globalizzazione. Se prendiamo, per esempio, gli artisti albanesi affermati, questi vivono in Francia (come Anri Sala) o in Italia (come Adrian Paci) oppure lo stesso Armando Lulaj, che rappresenta l’Albania quest’anno, è vissuto quasi vent’anni in Italia. Visto che io non sono albanese: come rappresentare allora l’Albania? Grazie a numerosi fattori concomitanti, con Lulaj abbiamo pensato di sottolineare questo gap attuale e abbiamo spostato l’idea del format del Padiglione e quella del suo contenuto al tempo della Guerra Fredda. Abbiamo cioè rieditato un’esperienza pregressa, già vissuta (anche se solo in apparenza): tanto dal punto di vista politico che allestitivo. Questo ci ha permesso di fare un discorso più generale che va oltre la concomitanza felice dei destini politici del centro-sinistra in Albania (2013) o, che sò, della Grecia di Syriza (2014).

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Armando Lulaj, It Wears as it Grows, 2011. Film, RED transfered to full HD, b/w and color, sound, 18'. Courtesy DebatikCenter Film, Artra Gallery, cinqueesei.

EV: L’impianto benjaminiano di Enwezor che decostruisce la rappresentazione della storia per sfuggire a una genealogia lineare del racconto, si incontra con le tue ricerche decennali sulle politiche della memoria. Una storia fatta di guerre da combattere, alleanze, nemici da sconfiggere, presagi ma continuamente sottoposta a revisioni, rimozioni, trascrizioni (come nei 71 libri di Enver Hoxha, presenti in mostra, in cui il dittatore albanese scrive, cancella e poi riscrive la storia). Ma se “la vera immagine della storia scivola via…” il passato ritorna e agisce nel presente: cosa accade negli spazi lasciati vuoti dalle sue omissioni?

MS: Direi che dietro il progetto Albanian Trilogy c’è piuttosto Foucault, quello genealogico. La storia non garantisce il ritrovamento di qualcosa. Anzi mostra terreni friabili lì dove avremmo pensato croste non scalfibili, moltiplica i rischi, distrugge le protezioni illusorie, non recupera le radici della nostra identità ma, al contrario, le disperde, le disgrega. La venerazione del monumento diventa parodia, il documento rivela la propria sostanziale ambiguità. I tre scavi filmici di Lulaj nel socialismo di Hoxha sono presentati a Venezia in forma espansa: mettono in discussione il dispostivo museale, i depositi della storia, le narrative legittimanti del presente, il ruolo di testimone degli spettatori.

3. Armando Lulaj, Recapitulation, (3) (500x281)
Armando Lulaj, Recapitulation, 2015. Video, RED transfered to full HD, b/w and color, sound, 13'. Courtesy DebatikCenter Film.

EV: Una trilogia filmica e una serie di materiali di natura documentale occuperanno gli spazi dell'arsenale: dallo scheletro di una balena abbattuto dall'esercito, che nel clima di paranoia credeva si trattasse di un sottomarino atlantico, alle vicende del pilota americano Howard J. Curran, catturato come spia, il cui velivolo sequestrato dalle autorità albanesi sarà al centro del nuovo video Recapitulation, prodotto appositamente per la Biennale. Una continua ossessione del nemico. Un nemico politico e militare che ha costruito un campo dell'immaginario molto forte (anche di desiderio dell'Occidente) insieme all'attacco, sempre presente nel lavoro di Armando Lulaj, alle istanze e i simboli del potere politico. Quali sarebbero allora gli stratagemmi equivoci messi in atto da Lulaj e chi è adesso il nemico?

MS: Per chi conosce il lavoro di Lulaj sa che il carattere spettrale del passato è sempre presente nei suoi progetti. E il passato è sempre e solo quello del potere: dei segni oscuri in cui si è incarnato, delle procedure con cui ha dominato, delle maschere che, di volta in volta, ha indossato. Un passato a cui soltanto il potere pare aver avuto accesso mentre ad ogni altro è stato negato. Riaccedere al passato significa dunque confrontarsi direttamente con lo spazio arcaico e opaco della sovranità, con i paradossi dell’ordine governamentale, con la violenza della normatività tradotta in emblemi. L’Albanian Trilogy (che Lulaj ha sviluppato in cinque anni) non è solo una grande sintesi del suo lavoro precedente ma è anche la messa a punto più rigorosa del suo metodo operativo. Le tracce sepolte del passato comunista che incontra nel suo scavo (gli strategemmi equivoci a cui allude il sottotitolo) sono riportate da Lulaj alla loro possibilità d’azione, alla loro performatività qui e ora, ma ormai entro il contesto democratico e neoliberale attuale. Più in generale, sono le dinamiche amico/nemico e interno/esterno ad emergere dalla trilogia, una sorta di codice segreto della Guerra Fredda che ora allude a qualcos’altro. A che cosa? È facile vedere quanto sia forte il rapporto con la contemporaneità.

Tirana (Albania) may 2011
Armando Lulaj, It Wears as it Grows, 2011. Film, RED transfered to full HD, b/w and color, sound, 18'. Courtesy DebatikCenter Film, Artra Gallery, cinqueesei.

EV: Gli strumenti dell'esposizione, dentro i suoi parametri istituzionali, mimano la grammatica visiva e ufficiale dei padiglioni socialisti al tempo della divisione in blocchi contrapposti, anche attraverso la presenza di due “feticci mitici” (come li definisce Boris Groys nel suo contributo in catalogo): la balena e l’aereo, la cui musealizzazione era già avvenuta durante il regime comunista. Cogli così, con il Padiglione Albanese, la questione del potere che il display esercita su ruoli e funzioni dell'atto del mostrare, per cui se il cliché dell'Est, incentrato su una strumentalizzazione ideologica della presunta autonomia dell'arte (Occidentale) è ripensato attraverso il processo della sua storicizzazione e la costruzione delle sue narrative, è con il display che i fantasmi, evaporati nel nulla, ritornano (ma senza revisionismi o nostalgia) in una sorta di macchina del tempo orientata alla crisi culturale del presente. Quale sarà l'impaginazione concettuale ed espositiva del Padiglione?

MS: Se è vero che i padiglioni presenti all’Arsenale non riportano il nome della nazione, come invece quelli storici che si trovano ai Giardini di Castello, la scritta Albania sarà enfatizzata nel nostro, secondo il vecchio modello. Mettere in scena uno iato temporale è un po’ il compito che abbiamo affidato all’allestimento, il cui contenuto è tutto concentrato tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Aggirarsi tra un relitto gigantesco prestato dal Museo di Storia Naturale di Tirana, un quadro realista di Spiro Kristo del 1966 che si trova alla Galleria Nazionale o l’originale della biografia enciclopedica di Enver Hoxha ci riporta ad un’esperienza del monumento e della storia necessari per poter leggere i teatri temporanei messi in scena dai video di Lulaj. Al termine del primo video, partirà il secondo e infine il terzo, lungo i tre atti di un’apparizione destinata a ripetersi senza fine. Enter the Ghost, Exit the Ghost - tanto per citare un altro lavoro di Lulaj…