Interférences #9 / Editoria indipendente in Francia, Nous tra poesia & filosofia

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Andrea Inglese

Questa intervista è stata realizzata con le due persone che fanno esistere la casa editrice indipendente Nous, in Francia, Benoît Casas e Patrizia Atzei. Il primo è impegnato nella scrittura di poesia, nel lavoro editoriale, nella traduzione, nella fotografia e nell’esplorazione dell’Italia. La seconda, italiana, vive e lavora a Parigi dal 2002. È editrice, traduttrice e si occupa di filosofia politica contemporanea.

1) Cominciamo dall’inizio. Le edizioni Nous esistono dal 1999, da quasi vent’anni. Si può ben definire un’esperienza di lunga durata. Come è cominciata la vostra storia di editori? E che cosa vi ha attirato di più in questo mestiere ?

B : All’inizio c’è stata un’arrabbiatura nata dal rifiuto, quello di troppo, di un organismo che formava alle professioni dell’editoria. Ho deciso di creare il mio progetto personale, visto che nessuno mi voleva. Ho subito stabilito un duplice orientamento, poesia & filosofia, per poi contattare i miei due maestri in ognuno di questi campi: Jacques Roubaud e Alain Badiou. L’altro aspetto del progetto originario riguardava la pubblicazione della poesia straniera, degli autori essenziali e troppo poco tradotti in Francia, Zanzotto ad esempio. Il primo libro della casa editrice Nous è un Hopkins, nel marzo 1999. I motivi d’attrazione principali: il desiderio di fare esistere dei libri che non esistevano, di esserne il primo lettore, di trasformare gli entusiasmi in un oggetto.

P : Prima delle edizioni Nous, mi ero occupata di editoria in un gruppo di ricerca, ma non ero ancora editrice. Solo quando ho raggiunto Benoît ho davvero capito cosa volesse dire fare l’editore, e ho scoperto il “mondo dell’editoria”. Mi piace l’idea che l’editore sia anche un mestiere : questo termine ha il vantaggio di rendere più complessa l’immagine un po’ mitizzata dell’editore-intellettuale. Essere editore comporta un insieme organico di attività disparate, tra cui alcune molto “pratiche”, senza le quali una casa editrice non potrebbe esistere. Il nostro lavoro intellettuale è indissociabile dalla gestione quotidiana di una struttura, dal rapporto alle istituzioni e all’economia, da un’organizzazione del tempo. La magia di questo mestiere è che tutto questo è messo al servizio di un’intuizione, di una percezione (evidentemente soggettiva) di ciò che “manca” e che merita di esistere, e fondamentalmente di una credenza in ciò che può un libro.

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2) Un primo sguardo al vostro catalogo – a quanti titoli siamo oggi? – rende evidenti i due assi d’interesse di cui parlavate, poesia e filosofia. Guardando però più da vicino, il paesaggio appare più articolato: c’è una collana “Via” che è dedicata alla letteratura di viaggio, “Captures” che riguarda la fotografia, e ci sono delle riviste che hanno un carattere apertamente militante e politico ( grumeaux e soprattutto exemple). Ma vorrei capire meglio la logica delle collane. Ci si aspetta una collana di poesia e una di filosofia, ma non è così. La collana “Antiphilosophique” contiene un saggio molto bello di Badiou su Wittgenstein e due libri di Žižek su Lacan, ma anche un libro di poesia di Pierre Parlant, Les courtes habitudes. Nietzsche à Nice. C’è la voglia o la necessità di confondere le frontiere tra la parola poetica e filosofica ? O il desiderio di porre queste due pratiche in un dialogo perpetuo?

B : Siamo a circa 120 titoli oggi, di cui metà sono di poesia. Il desiderio all’origine della nostra « Antiphilosophique collection » non era tanto quello di confondere quanto quello di rispondere a una duplice esigenza. Quella di pubblicare dei libri di filosofia, non cedendo sulla questione dell’inconscio né su quella della scrittura (il discorso universitario, con la sua visuale dall’alto e la sua scrittura strumentale, non vi ha quindi posto). E l’esigenza di pubblicare una poesia che non ha paura di pensare, non una poesia filosofica, ma una poesia che pensa nell’elemento stesso del testo poetico. Ci teniamo ugualmente a proporre dei libri che pensano l’intersezione e la rivalità della poesia e della filosofia, o per citare un’espressione di Jean-Patrice Courtois “la differenza di affermazioni” di queste due pratiche.

P : Con la collana « Antiphilosophique », volevamo rendere esplicito, attraverso l’articolazione di libri di filosofia e libri di poesia, ciò che si tende abitualmente a dissimulare: da un lato, il rapporto della filosofia con la lingua, con l’esistenza, con la questione dell’atto, e in maniera più generale con tutto ciò che dovrebbe esserle esteriore, e che viene incessantemente a sovvertire, sul suo stesso terreno, i suoi presupposti e le sue frontiere; d’altra parte, il fatto che non ha il monopolio del pensiero, che c’è del pensiero altrove che nella filosofia, e singolarmente nel testo poetico che condivide con essa linguistica – da ciò risulta il loro dialogo stretto e storicamente “conflittuale”. Si tratta per noi di rendere conto di questo dialogo infinito, di metterlo al lavoro attraverso i libri che, passo dopo passo, danno corpo a questa collana.

La logica delle collane ci interessa molto. La prima, inaugurale per Nous, è stata “NOW”, che ha accolto della poesia straniera del ventesimo secolo, quelli che si potrebbero chiamare i “classici moderni”. La traduzione – proporre al pubblico francese delle opere di autori maggiori mai tradotte in precedenza – è assolutamente centrale nell’idea che ci facciamo di ciò che vuol dire essere editore. Dopo l’“Antiphilosophique”, la collana “Disparate”, lanciata nel 2009, ha segnato una svolta nel nostro catalogo, aprendolo alla poesia contemporanea così come a dei testi più sperimentali e talvolta inclassificabili. È attraverso questa collana che le edizioni Nous hanno riempito una nuova funzione, quella di scoprire e far scoprire, puntando su autori della generazione più giovane o semplicemente meno conosciuti. Ed è stato così che, col succedersi degli anni e dei titoli, ci ritroviamo oggi ad occupare un posto particolare nel paesaggio dell’editoria indipendente in Francia. Questa dimensione del nostro catalogo, che scommette sulle scritture contemporanee nelle quali crediamo, incarna una “missione” che è divenuta progressivamente essenziale, e che era stata per altro anticipata (come in una sorta di verifica retrospettiva) dalla frase di Mallarmé scelta al momento della creazione della casa editrice per presentarla: “Oggi, per davvero, che cosa c’è?” (« Véritablement, aujourd’hui, qu’y a-t-il ? »)

3) Ho citato la collana “Antiphilosophique”, che mi sembra derivare dal concetto di “antifilosofia” abbastanza importante in Badiou e che si ritrova sia nel suo libro dedicato all’antifilosofia di Wittgenstein sia nella raccolta di saggi Que pense le poème ? Badiou è parecchio presente nei vostri titoli. È quindi una figura importante per voi. Gli date uno spazio importante nel paesaggio intellettuale francese di oggi?

B : Badiou è stato una figura fondatrice per Nous. È stato, a partire dagli anni Novanta, il filosofo che mi ha dato di più. L’elaborazione concettuale la più potente non è mai separata in lui dalla rielaborazione continua della domanda “Come vivere?”. L’autore de L’éthique è stato per me altrettanto decisivo di quello di L’être et l’événement.

P: Alain Badiou ha avuto fiducia nella casa editrice, ci ha sostenuto con semplicità e entusiasmo dall’inizio, si è creato così un legame di amicizia. Ma la di là di questo aspetto, il suo pensiero è stato formatore, strutturante, per noi come per molte persone della nostra generazione. Per quanto mi riguarda, è un autore che mi ha accompagnata quasi quotidianamente durante gli anni della mia tesi di dottorato, che riguardava la sua concezione politica e quella di Jacques Rancière: sono queste due figure maggiori della filosofia contemporanea, e non solamente francese, che hanno enormemente contato nel mio percorso.

4) Il vostro catalogo contiene un campione significativo della poesia francese contemporanea, da Joseph Guglielmi a Jacques Jouet, da Frédéric Forte a Michael Batalla, da Jean Daive a Sonia Chiambretto. C’è un posizionamento di Nous nei termini di una concezione della poesia, di un partito preso che potreste formulare? O, più semplicemente, che cosa cercate in una scrittura poetica oggi? Appare chiaro, in ogni caso, che esiste un interesse per quelle scritture che si potrebbero chiamare di ricerca o sperimentale, per utilizzare delle categorie in grado di orientare il lettore italiano.

P : È difficile definire ciò che cerchiamo in una scrittura poetica oggi. Si potrebbe dire che è il testo che ci insegna ciò che noi cerchiamo, che ci segnala che lo stavamo aspettando. In maniera generale, che si tratti di poesia o di prosa, il desiderio di pubblicare un libro risulta essenzialmente da un’esperienza di lettura, da un’esperienza in senso forte, nel senso della novità, ossia di una alterità: un testo di cui ci si dice che non si è letto nulla di simile, un testo che ci interroga, sino all’ultima pagina, su quel che stiamo leggendo. È una sensazione di turbamento molto gradevole, e un segno che orienta spesso le nostre scelte.

B : Noi pubblichiamo in poesia (molto più che in filosofia), dei libri molto disparati (come l’ha ricordato Patrizia, è il titolo di una delle nostre collane), dei testi eterogenei. Nessuna tendenza precisa, ancora meno una cappella. Ma accontentarsi di parlare di singolarità sarebbe limitante. O semmai per completare: certamente noi cerchiamo delle singolarità inventive, dei testi sorprendenti. Dei testi che, durante la lettura, impongono un duplice sentimento di evidenza e di estraneità. Aggiungo anche che si tratta quasi sempre di libri che si pensano come libro (e non come semplice raccolta). Ricerca e esperienza sono di fatto due parole rispetto alle quali siamo sensibili.

5) Devo ora complimentarvi per l’attenzione che dedicate alla poesia straniera: tra le altre cose avete fatto tradurrre e pubblicato Andrej Belyj, Robert Creeley, Gertrude Stein, Oskar Pastior et Reinhard Priessnitz. Ma tra gli autori stranieri, gli italiani occupano un posto importante: penso a Pasolini, Zanzotto, De Angelis, ma anche a Porta e Sanguineti. Di quest’ultimo avete pubblicato Corollario e un testo teatrale, L’amore delle tre melarance. Inoltre, avete una collana dedicata alla letteratura di viaggio, “Via”, che include autori quali Malaparte, Vittorini, e Carlo Levi. Da dove nasce questo interesse per la letteratura italiana? E, in termini più generali, questa apertura verso la letteratura straniera ha qualcosa di audace. Quali sono le risposte dei vostri lettori?

P : La collana “Via”, che accoglie libri che abbiano come oggetto comune l’Italia, il viaggio in Italia, è anche il prolungamento più visibile del nostro rapporto, non solo intellettuale ma anche esistenziale, con l’Italia, intanto perché io sono italiana, e poi perché Benoît è un fervente italofilo.

B : Per quanto riguarda l’Italia e la letteratura italiana, vi è un interesse duplice, e quasi dissociato. Da un lato, c’è attraverso la collana “Via” una passione del viaggio in Italia, che sia nella forma dell’erranza, della fuga, o dell’inchiesta. Dall’altro, c’è l’ammirazione suscitata da una serie di poeti e scrittori italiani molto grandi e spesso troppo poco conosciuti in Francia, eccezion fatta per Pasolini (ma che, di conseguenza, finisce per concentrare forse troppo l’interesse). C’è infine una constatazione abbastanza appassionante e in contrasto con la situazione francese: in Italia l’avanguardia si è manifestata attraverso la poesia. I Novissimi (rispetto ai quali, quelli di Tel quel sono dei nani) sono scandalosamente misconosciuti in Francia. E noi lavoriamo a questa rivalutazione e in particolare a quella del magnifico Sanguineti.

7) Vorrei abbordare ora la questione del vostro impegno militante, che ho seguito con interesse, attraverso una serie d’iniziative, come quelle della rivista exemple. Ho l’impressione che in Francia ci sia ancora l’idea dello scrittore (poeta e romanziere), come una coscienza critica che è tanto più efficace quanto più si tiene lontano da forme d’impegno diretto. Confrontando la situazione italiana con quella francese, la mia impressione è che lo statuto dello scrittore italiano sia troppo fragile, perché si accontenti di preservare una postura critica attraverso l’esclusivo lavoro sulla lingua e le forme della scrittura. C’è spesso un nesso abbastanza forte che lo coinvolge sul piano sociale o in combattimenti politici concreti. Mi sembra in ogni caso che il vostro progetto editoriale sia in qualche modo indissociabile dal vostro impegno politico.

P : Si, la politica è per noi importante e essa gioca un ruolo nella nostra maniera di concepire l’editoria. Ciò non significa, - e vale la pena di sottolinearlo – che per basti pubblicare dei libri per fare politica. Questo tipo di discorso che confonde le pratiche culturali e/o artistiche e la politica è l’espressione di un’impostura tipicamente contemporanea. Dire che si fa della politica scrivendo delle poesie, realizzando delle performance, dando delle conferenze, ecc. è per altro la maniera più confortevole di non farne mai. Siamo in piazza o altrove, lontani in ogni caso dai nostri computer, quando è necessario – e mi sembra il minimo. Il fatto che ciò non appaia come un’evidenza è il sintomo dell’impasse contemporanea che stiamo vivendo, impasse in parte attribuibile, almeno in Francia, a questa stessa “cultura” che insiste nel voler dirsi “politica”.

B: Non abbiamo la minima simpatia verso la postura critica, molto francese in effetti, che si tiene ben a distanza dal reale della politica. Nessuno è tenuto a fare della politica, ma ci sembra indispensabile evitare almeno l’impostura. Bisogna a questo punto delimitare più precisamente le cose e dire, per esempio, che ci sono delle politiche del linguaggio e che è una delle sfide maggiori della poesia. O che la filosofia non può fare a meno di pensare la politica come condizione della sua pratica. Ma la politica ha la sua esistenza singolare, fatta di enunciati condivisi e di rottura, di movimenti e di lotte, e noi abbiamo la convinzione che è meglio parteciparvi piuttosto che il contrario.

8) Per concludere, un’ultima domanda Benoît e Patrizia sulle vostre attività rispettive, soprattutto poetica per Benoît, soprattutto filosofica per Patrizia. Quali sono attualmente i vostri progetti personali ?

P : Sto preparando con Bernard Aspe un seminario al Collège international de philosophie per l’anno 2017-2018. S’intitolerà : « Paradigmi della divisione politica: violenza e dialettica». Nello stesso tempo, mi occuperò di riscrivere la mia tesi di dottorato, che riguarda la nozione di universalità nella filosofia politica contemporanea, particolarmente in Alain Badiou e Jacques Rancière. L’obiettivo di questo lavoro di riscrittura: liberarla dai codici accademici per farne un “vero” libro.

B : Lavoro a diversi libri, in maniera simultanea, o a sprazzi, con un sentimento d’urgenza, su un libro un altro progetto s’impone, poi c’è una ripresa del precedente, e ancora, a strati, fino al momento in cui se ne conclude uno. C’è un libro che uscirà a settembre, per le edizioni Cambourakis : L’agenda de l’écrit. Un libro costituito da 366 poesie di 140 caratteri, ciascuno scritto in omaggio e a partire dal lessico di uno scrittore nato o morto il giorno in questione. L’obiettivo era di scrivere ogni volta nel formato massimo di un tweet, un enunciato lapidario e intenso. La somma di questi brevi testi costituisce un diario compresso e, nello stesso tempo, una sorta di galassia di nomi (ben più ampia, ma che include in parte quella del catalogo della casa editrice.)

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Interférences: pezzi mensili di taglio e tema variabilissimi, ma accomunati da interazioni (anche inattuali) con fenomeni francofoni e francesi di società, arti e scritture.

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fakeDomani, giovedì 25 maggio alle 18 si tiene a Roma, allo Spazio culturale Moby Dick (via E. Ferrati 3)  il seminario Verità alternative. Filosofia / media / politica / scienza, il primo organizzato dall'Associazione Alfabeta all'interno del Cantiere di studi che la rivista ha avviato a febbraio. Partecipano Mario De Caro, filosofo, Ida Dominijanni, giornalista e filosofa, Andrea Grignolio, storico della scienza, Vincenzo Piscitelli, esperto di postproduzione fotografica, Fabrizio Tonello, politologo. L'incontro è aperto a tutti. Gli iscritti all'Associazione Alfabeta (incluso chi si iscriverà quel giorno) avranno in regalo una copia dell'ultimo volume pubblicato dalle edizioni alfabeta2, Ricreazioni. L'arte tra i frammenti del tempo, a cura di Achille Bonito Oliva. Vi aspettiamo!

alfadomenica #1 – settembre 2016

Oggi su alfadomenica:

  • Paolo Fabbri, Appunti sul Butorama: Rileggendo, riguardando, riascoltando alcune delle tantissime opere di Michel, volevo provarmi a un esercizio di ammirazione. Non si tratta di retorica, del tropo epidittico della lode, ma di una manifestazione passionale. Premetto che nel suo trattato sulle passioni dell’animo, Cartesio - per cui senza affetto non ci sarebbe alcuna azione - scriveva che l’ammirazione era la sola passione senza contrario. Non so se è vero - che sia il disprezzo? - ma trovo opportuno in questa circostanza e alla presenza di Michel, esercitarmi in una passione senza contrario: l’ammirazione, appunto. Leggi >
  • Paolo Morelli,  L'arte della viva voce: Robert Louis Stevenson sosteneva di aver imparato a scrivere storie ricopiando a mano alcune pagine dei suoi autori preferiti. Credeva fermamente che attraverso la mano gli restasse qualcosa di quell’arte. Lo stesso Stevenson ha più volte ribadito che ogni uomo possiede un «orecchio interno» per la letteratura, giacché essa è una necessità primordiale dell’essere umano, e solo dopo diventa prodotto culturale. La narrazione ad esempio nasconde l’aspirazione a recuperare qualcosa di perduto, di cui riafferriamo la consistenza soltanto attraverso una sorta di iniziazione misterica. Nell’animo umano esiste una disposizione ad accogliere simili storie. Predisposizione naturale, conoscenza che nessuno ha insegnato. Leggi >
  • Francesco Fiorentino, Abbasso lo spettacolo, viva lo spettacolo. Il teatro di Alain Badiou: Nei saggi sul teatro che Alain Badiou scrive tra il 1995 e il 2014 – ora raccolti in italiano nel volume Rapsodia per il teatro. Arte, politica, evento, a cura di Francesco Ceraolo (Pellegrini, Cosenza 2015) – vediamo ogni tanto affiorare un modo di guardare al teatro che è tipico della filosofia. E che viene da lontano. Lo troviamo già agli inizi della riflessione filosofica sul teatro, nella Poetica di Aristotele, per il quale, come si ricorderà, le parti della tragedia sono sei: il racconto, i caratteri, l’elocuzione, il pensiero, lo spettacolo e la musica. Queste ultime sono di gran lunga le meno rilevanti: la musica è solo un ornamento, anche se il più importante, mentre lo spettacolo è «l’aspetto meno artistico» e riguarda «l’arte della scenografia» più che la poetica. È comunque un elemento inessenziale: «L’efficacia della tragedia infatti – asserisce Aristotele – si conserva anche senza la rappresentazione e senza gli attori». Leggi >
  • Semaforo - Cronache: Sabato 27 agosto delle scintille provenienti da una lampada difettosa hanno dato fuoco a una tipografia nella periferia di Mosca. Alimentate da prodotti chimici e da carte infiammabili, le fiamme si sono velocemente fatte strada attraverso l'edificio, inghiottendo un piano dopo l'altro. Al quarto piano il rogo ha intrappolato un gruppo di lavoratrici nella stanza dove si stavano cambiando d’abito tra un turno e l’altro. Nel tempo in cui i vigili del fuoco hanno domato l’incendio, 17 giovani donne avevano perso la vita.
  • Sulla copertina di Alfabeta2 questa settimana: Antonio Rezza in Basta Cani di Nanni Balestrini

Abbasso lo spettacolo, viva lo spettacolo. Il teatro di Alain Badiou

Francesco Fiorentino

Nei saggi sul teatro che Alain Badiou scrive tra il 1995 e il 2014 – ora raccolti in italiano nel volume Rapsodia per il teatro. Arte, politica, evento, a cura di Francesco Ceraolo (Pellegrini, Cosenza 2015) – vediamo ogni tanto affiorare un modo di guardare al teatro che è tipico della filosofia. E che viene da lontano. Lo troviamo già agli inizi della riflessione filosofica sul teatro, nella Poetica di Aristotele, per il quale, come si ricorderà, le parti della tragedia sono sei: il racconto, i caratteri, l’elocuzione, il pensiero, lo spettacolo e la musica. Queste ultime sono di gran lunga le meno rilevanti: la musica è solo un ornamento, anche se il più importante, mentre lo spettacolo è «l’aspetto meno artistico» e riguarda «l’arte della scenografia» più che la poetica. È comunque un elemento inessenziale: «L’efficacia della tragedia infatti – asserisce Aristotele – si conserva anche senza la rappresentazione e senza gli attori». Fin dall’inizio la riflessione filosofica occidentale sul teatro tende dunque a rimuovere il proprium del teatro, ciò che lo distingue dalle altre arti, la sua dimensione scenica, lo spettacolo degli attori, dichiarandolo superfluo, mettendolo da parte come irrilevante o addirittura dannoso. Si ha bisogno dello spettacolo soltanto per gli stupidi, diceva Aristotele, cioè per coloro che non pensano volentieri e che al pensiero devono essere sedotti, costretti attraverso l’inganno della mimesi, mentre al pensatore non occorre lo stimolo di questo gioco infantile.

foto badiou2Badiou, in alcuni punti dei suoi saggi, dice quasi la stessa cosa. Anche per lui lo spettacolo degli attori è l’«aspetto meno artistico» della pratica scenica. Di più: non partecipa dell’«essenza artistica e storica del teatro, il movimento temporale delle idee che esso produce». Come anche il regista, l’attore è escluso dalla sfera dell’arte, perché «il teatro non conosce che un artista, il poeta, lo scrittore». E la sfera dell’arte si identifica quindi sostanzialmente con il testo: anche a teatro «ciò che rimane e ha veramente forza è il testo». Il testo è l’alfa e omega del teatro, al quale l’attore deve sacrificarsi, deve restare «interamente nell’oblio, anche durante la durata stessa dello spettacolo». Il corpo deve sparire. È l’idea e il suo movimento che devono trionfare: attraverso la parola, attraverso il discorso.

Una posizione idealistica, testocentrica, in ultima analisi antiteatrale che è ancora piuttosto diffusa, e anche ben criticata. La anima un’avversione, quasi una tacita paura nei confronti della dimensione scenica, performativa, corporea del teatro. Ma cosa spaventa dello spettacolo?

I saggi di Badiou sono interessanti perché forniscono indirettamente una risposta a questa domanda. Perché l’attore, che da una parte è dichiarato quasi superfluo, dall’altra è il vero eroe del teatro pensato da Badiou. Proprio in quanto spettacolo, il teatro è per lui un dispositivo antisostanzialista diretto contro le concezioni fisse dei ruoli, delle rappresentazioni, delle differenze. Certo, c’è il cattivo teatro che le differenza, le rappresentazioni, i ruoli li naturalizza. Che agisce come se l’imitazione fosse imitazione di qualcosa che esiste a prescindere da essa e non si costituisce invece nel processo stesso della mimesi. Ma il vero teatro – dice Badiou – fa vacillare tutto ciò, espone lo spettatore a uno svanimento della natura e della sostanza. E l’artefice di tutto ciò è proprio lui, l’attore: è lui che «esibisce sulla scena l’evaporazione di ogni essenza stabilita. La consistenza dei segni corporali e vocali con cui egli si presenta è funzionale innanzitutto a stabilire, con sorpresa e piacere, che niente coincide con se stesso». L’attore come medium del non identico che «opera contro ogni teoria naturale delle differenze», che «rende artificiale quello che si crede essere dato dall’evidenza».

C’è dunque, in Badiou, una certa – intrigante – ambivalenza verso la dimensione spettacolare del teatro, ambivalenza che non riguarda solo l’attore, ma anche altre questioni cruciali nella visione del filosofo francese. Per esempio il rapporto tra testo e rappresentazione. Per Badiou, il teatro è un’arte che ha bisogno di un referente che lo precede e di cui lo spettacolo è la rappresentazione. Ma poi è quest’ultima che costituisce il testo come teatrale, perché tale un testo lo diventa quando viene recitato. È lo spettacolo che qualifica un testo come teatrale, ma anche come incompleto e in attesa di essere compiuto da una rappresentazione. Il rapporto di precedenza del referente rispetto alla rappresentazione è hegelianamente aufgehoben – superato e insieme conservato – in una circolarità dialettica per cui lo spettacolo costituisce il testo che ne è la condizione di possibilità.

Ma se così è, allora come può funzionare quella dimensione didattica che per Badiou è costitutita del teatro? Il teatro è per lui il solo mezzo capace di proporre «senza dogmatismi» delle «forti immagini didattiche» riguardanti «la spiegazione della vita inestricabile e il possibile orientamento della Storia». Questa funzione di chiarire e orientare è assolta attraverso idee-teatro, le quali, finché sono solo nel testo, sono eterne e incomplete. Di più: finché esiste «solo nella sua forma eterna», l’idea-teatro «non è ancora se stessa». Lo diventa solo attraverso l’arte scenica, la sola capace di «completare un’eternità». L’eternità diventa uno stato di mancanza, di incompiutezza, un non essere se stessi. Il divenire se stessi si dà solo nel passaggio alla condizione della transitorietà che è propria della scena. E che non può che relativizzare infinitamente la disposizione pedagogica del teatro. «Nessun’arte è così poco un possesso per l’eternità», scrive Badiou alludendo alla celebre frase di Tucidide che dichiara la storia una maestra di vita, cioè, appunto, un «possesso per l’eternità». Un’arte essenzialmente didattica che però, più di ogni altra, produce un sapere non duraturo: ecco il teatro. La sua dimensione didattica si annoda alla brevità dell’accadere scenico che attira ogni verità in una zona di assoluta precarietà.

Certo, Badiou non arriva a affermare esplicitamente questo: pensa invece a un trionfo dell’Idea sull’effimero che si compie o dovrebbe compiersi ogni sera a teatro a dispetto della sconfitta «apparente e materiale» dell’Idea, sulla sua eternità che si trasmetterebbe proprio mediante la sottrazione. Ma se il teatro – come scrive Badiou – «è l’unica arte che accade senza permanere», allora è anche l’arte che, seppure potesse rivelare una profondità metafisica dell’evento, lo consegna nello stesso movimento alla sfera del transeunte. È un effetto di verità singolare e irriducibile che forse non si dà in nessuno altro luogo come sulla scena. È questo che la rende ostinatamente politica. E preziosa per la politica.

Tra politica e teatro Badiou postula una isomorfia alquanto caratteristica: in entrambi i casi valgono gli stessi «trascendentali» o «a priori». C’è una massa che si unisce, dei punti di vista che «si incarnano in attori organizzati», un riferimento del pensiero che regola un discorso. Non esiste politica senza referenti testuali e senza leader politici che li rendono visibili. Il rapporto tra testo e attori – a teatro come in politica – è quello tra legislatori ed esecutori.

Poi a un certo punto Badiou, finalmente, ricorda una certa via d’uscita da quel logocentrismo che blocca il suo discorso in un’ambivalenza senz’altro sintomatica: quando indica una peculiarità del marxismo nell’aver proposto di farla finita con la distinzione tra il legislativo e l’esecutivo e anche con quella tra pensatori, referenti testuali e attori, auspicando una loro fusione. Ma proprio a questo hanno lavorato molti dei grandi esperimenti teatrali del Novecento, che hanno puntato sulla dimensione spettacolare del teatro, facendone un incomparabile dispositivo di esperienza e analisi del mondo oppure il medium di una decostruzione delle sacre verità. Come avviene nel teatro di Brecht, ad esempio.Un teatro che sogna non una fusione, ma una compresenza dialettica di pensatori e attori e referenti nelle stesse persone, che non sono più solo attori, ma anche Studierende, soggetti che studiano. Un teatro dove tutto ciò che si crede natura o essenza o eterno è mostrato nel segno della sua non permanenza e nel suo trascendersi. Ovvero nel segno del futuro.

 

Alain Badiou, Elogio delle matematiche severe

formules_mathematiquesMichele Emmer

Quando nel 1936 Leonardo Sinisgalli pubblica Quaderno di geometria, nel saggio d’apertura che dà titolo al volumetto riporta (in francese) diversi brani dei Chants de Maldoror, pubblicati nel 1868 da Isidore Lucien Ducasse con lo pseudonimo di Conte de Lautréamont. Libro delirante e terribile in cui è celebrata la matematica: «O matematiche severe, non vi ho dimenticato da quando le vostre sapienti lezioni, più dolci del miele, filtrarono nel mio cuore come un’ombra rinfrescante. Aspiravo istintivamente, fin dalla culla, a bere dalla vostra fonte, più antica del sole, e continuo ancora a calcare il sacro sagrato del vostro solenne tempio; io, il vostro più fedele iniziato... Aritmetica! Algebra! Geometria! Trinità grandiosa! Triangolo luminoso! Colui che non vi ha conosciuto è un insensato! Meriterebbe i più grandi supplizi... Nelle epoche antiche e nei tempi moderni, più di una grande immaginazione umana ha scorto il proprio genio, atterrito, nella contemplazione delle vostre figure simboliche tracciate sulla carta bruciante, come altrettanti segni misteriosi, vivi di un alito latente, che il volgare profano non comprende e che non erano che la stupefacente rivelazione di assiomi e di geroglifici eterni, che sono esistiti prima dell’universo e che continueranno dopo di lui... Ma l’ordine che vi circonda è ancora più grande; ché l’Onnipotente si è rivelato completamente, lui e i suoi attributi, nell’opera memorabile consistita nel fare uscire, dalle viscere del caos, i vostri tesori di teoremi e i vostri magnifici splendori». E aggiunge Sinisgalli: «Essa si domanda, sporgendosi sul precipizio di un’interrogazione fatale, come può essere che le matematiche contengano tanta imponente grandezza e tanta verità incontrovertibile, mentre se paragonata all’uomo, essa non trova in lui che falso orgoglio e menzogna... Voi mi donaste la logica, che è come l’anima stessa dei vostri insegnamenti pieni di saggezza; con i suoi sillogismi, il cui labirinto più complicato non è che il più comprensibile, la mia intelligenza sentì raddoppiare le sue forze audaci... Il pensatore Cartesio fece, una volta, la riflessione che nulla di solido era stato costruito sulla vostra base. Era un modo ingegnoso per far capire che il primo venuto non poteva scoprire subito il vostro inestimabile valore… O sacre matematiche, che possiate, col vostro commercio perpetuo, consolare il resto dei miei giorni della malvagità degli uomini e dell’ingiustizia del Gran Tutto».

«In fondo, le matematiche [in francese sono plurali] sono la più convincente delle invenzioni umane per esercitarsi a quello che è la chiave di tutto il progresso collettivo come di tutta la felicità individuale: dimenticare i nostri limiti per toccare, in modo luminoso, l’universalità del vero». Queste sono invece parole di un filosofo francese, Alain Badiou, autore tra l’altro di una Metafisica della felicità reale (se ne è parlato qui), e che da anni – oltre a pubblicare saggi voluminosi sulle questioni fondamentali del pensiero filosofico – interviene puntualmente nella vita politica e sociale del suo paese con veri e propri instant books. Un filosofo immerso nella vita di oggi ma che riflette a fondo sulle grandi questioni. La matematica non poteva non appassionarlo.

Perché, come precisa, «sono molti anni, prima e dopo la mia prima summa filosofica, L’être et l’évènemement (1988), che ho introdotto la nozione di condizioni della filosofia. Si tratta di definire in maniera precisa le diverse tipologie reali della attività creatrice di cui l’umanità è capace, e dalle quali dipende l’esistenza stessa della filosofia. È evidente che la filosofia è nata in Grecia quando sono comparse a partire dal V secolo a. C. delle idee del tutto nuove che riguardavano le matematiche (geometria e aritmetica deduttiva), l’attività artistica (scultura umanizzata, pittura, danza, musica, tragedia e commedia), la politica (invenzione della democrazia), le passioni (transfert amoroso, poesia lirica…). Ho quindi proposto che la filosofia non si sviluppa a pieno se non quando delle nuove idee si sviluppano intorno a un insieme di verità che appartengono a quattro categorie distinte: la scienza, l’arte, la politica e l’amore».

Naturale quindi l’interesse di Badiou per le matematiche, anche per il sentimento quasi estetico che generano. Perché «lungi dall’essere la matematica un esercizio arido e vuoto come molti si immaginano, le matematiche potrebbero benissimo essere il cammino più breve per la vraie vie, che, quando se ne coglie l’esistenza, si segnala per un incomparabile felicità». Sono le strutture la questione principale per i matematici, ed è per questo che le matematiche sono in stretta correlazione con la filosofia. I matematici sono quindi essere felici, in quanto dominano la vita reale?

«Le matematiche per la loro forza estetica e per la creatività che richiedono sono un modello in cui la libertà, lungi dall’opporsi alla disciplina, la esigono. Il trovare la soluzione di un problema, che è espressione della libertà creatrice del pensiero, non è una specie di errare alla cieca, ma la individuazione di un percorso sempre limitato dalle regole della coerenza e dalle leggi dimostrative». Le matematiche combinano in modo singolare l’intuizione e la dimostrazione, cosa che deve fare anche un testo filosofico, nei limiti del possibile. E se i matematici contemporanei indulgono a una sorta di aristocrazia elitaria, non cercando nemmeno di farsi comprendere, almeno in parte, i filosofi hanno altri problemi. «Dal punto di vista della filosofia, il problema è l’opposto, dato che oramai si considera filosofo praticamente chiunque. Da quando i filosofi sono diventati “nouveaux” si è molto poco esigenti nei loro riguardi, anche a un livello del tutto elementare. La richiesta di conoscenze all’epoca di Platone, Cartesio, Hegel o ancora alla fine del XIX secolo per essere chiamati filosofo era basata sulle ampie conoscenze dei saperi e delle investigazioni politiche, scientifiche, estetiche dell’epoca. Oggi basta avere delle opinioni, e una rete adeguata mediatica, per fare credere che tali opinioni siano universali, quando sono solo assolutamente banali. E la differenza tra universalità e banalità dovrebbe essere cruciale per un filosofo. Nella matematica non si può bluffare. Non esistono i “nouveaux” matematici. I matematici sono coloro che dimostrano risultati prima sconosciuti, e di questo è impossibile farne un sottoprodotto o una caricatura, è impossibile».

Certo è difficile, è faticosa, quasi inaccessibile, la matematica moderna; ma senza una qualche conoscenza anche in questo campo, la cultura tutta verrà a mancare: con la pratica di dimostrare quanto si afferma, affermare cose che sono il frutto di grande studio e riflessione, secondo regole estetiche e dimostrative rigorose. È il caso che anche questo libro di Alain Badiou venga tradotto in italiano – per i tanti filosofi in circolazione, nuovi o vecchi. E non solo per loro.

Alain Badiou con Gilles Haéri

Eloge des mathèmatiques

Flammarion, 2015, 125 pp., € 12

Alain Badiou, La passione di essere nel mondo

Poeta1_(Cimitero_Acattolico_Roma)Francesco Ceraolo

Gli ultimi due libri pubblicati in italiano da Alain Badiou – Metafisica della felicità reale e Alla ricerca del reale perduto, entrambi usciti in Francia nel 2015 – rappresentano, come ci ha abituati perlomeno a partire dal 2006, quando uscì il suo Logiche dei mondi, il suo tentativo di percorrere ed esemplificare le tappe concettuali della grande cattedrale filosofica iniziata negli anni Ottanta con Teoria del soggetto, Manifesto per la filosofia e L’essere e l’evento, proseguita appunto con Logiche dei mondi e tuttora in attesa di essere compiuta con un’ultima grande trattazione dedicata al tema dell’immanenza delle verità, in lavorazione e di futura uscita.

Se negli anni Badiou ha spesso lavorato su problemi teorici posti dal suo pensiero in relazione al presente (Sarkozy: di che cosa è il nome?, Il risveglio della storia, ecc.), o tentando di scioglierne alcune contraddizioni interne (Condizioni, San Paolo. La fondazione dell’universalismo, ecc.), le questioni poste in gioco qui sono due, come indicano chiaramente i rispettivi titoli dei volumi: che cos’è la felicità umana e in che modo ogni autentica filosofia deve poter rappresentare una metafisica della felicità reale? E poi: in cosa consiste questo «reale» nella nostra contemporaneità globale ma frammentata, ipermediatizzata e interconnessa ma lontana – fallite le utopie novecentesche – dall’aver realizzato tanto un qualsiasi universalismo illuminista (persino nei suoi rovesciamenti dialettici cari a Adorno e Horkheimer) quanto alcuna palingenesi storica?

Per dirla in modo schematico, le risposte fornite da Badiou sono un chiaro prolungamento dei nodi teorici che Logiche dei mondi aveva stabilito diametralmente alla natura stessa dell’agire filosofico: a partire dai modi in cui le verità, che L’essere e l’evento aveva tematizzato coappartenere a una molteplicità immanente, trovano forma nell’apparire dei corpi e nelle forme del mondo. La filosofia si attesta dunque quale unica tenutaria di un regime delle verità umane, le quali possono solo scaturire dal costituirsi di nuove soggettività, a loro volta prodotto di eventi interni alle quattro condizioni dell’agire umano: l’amore, la politica, l’arte, la scienza. Solo la filosofia, insomma, permette all’uomo di cogliere la felicità come sua possibilità immanente: ogni felicità è infatti la pura adesione a un evento dell’azione («l’entusiasmo politico, la beatitudine scientifica, il piacere estetico, la gioia amorosa») che la filosofia è capace di portare ad autocoscienza. In tale evento si consuma un godimento «finito dell’infinito», ovvero un movimento di ascesa e non di caduta, una coesistenza dell’apparire e del vero, del corpo e dell’idealità. Inoltre, riprendendo uno dei nodi cruciali della Scienza della logica hegeliana, Badiou sostiene che affinché questa possibilità si possa realizzare sia necessario pensare il processo di appropriazione della realtà attraverso la dichiarazione della «possibilità dell’impossibile»: in altre parole, essere felici significa aderire a un evento in grado di trasformare ciò che prima apparteneva al piano dell’impossibilità (la nascita di una storia d’amore, una scoperta scientifica innovativa, la realizzazione di una grande opera d’arte, un evento politico rivoluzionario) in un «reale» effettivo.

Fin qui siamo nella ormai nota costruzione teorica di Badiou: che ha avuto certamente il grande merito in questi ultimi decenni di chiudere la stagione post-strutturalista francese (pur non rinnegandola) e di inaugurare una nuova fase del pensiero (seppur in modo ancora piuttosto minoritario), con le sue aperture a un cosiddetto «platonismo del molteplice», che a sua volta ha riproposto con forza l’esigenza di una nuova metafisica delle verità, mediata ed esperita dall’avventura postmodernista.

Se però questo rimane l’orizzonte generale della posizione di Badiou e su cui non mi pare si possa aggiungere altro, se non che i due libri lavorino a declinarlo in forme ancora nuove ci tengo a soffermarmi qui su un filo rosso che attraversa la riflessione nei due volumi in questione. Lo compendierei nella risposta alla seguente domanda: in che modo il pensiero è capace di indirizzare l’umanità verso una nuova prospettiva di felicità interna a quello che è evidentemente l’attuale «deserto del reale»? In altre parole, se la felicità è una possibilità immanente alla vita stessa, che cosa è in grado di renderla significativa su un piano collettivo per Badiou evidentemente reificato come l’attuale? Cosa è capace cioè di liberarla dal recinto psicologico delle emozioni individuali, dalla dimensione privata del singolo, che per sua stessa natura impedisce qualsiasi intervento sul reale stesso? Cosa può rendere in definitiva felice un’umanità pensata come unico soggetto?

Se in Metafisica della felicità reale Badiou a un certo punto si chiede se, per essere felici, si debba voler «cambiare il mondo» (e la risposta è per lui ovviamente affermativa), Alla ricerca del reale perduto si chiude, con una ripresa della riflessione di Pasolini su Gramsci, decretando la possibilità di questo cambiamento anche all’interno di un presente incapace di pensare un futuro storico: in tutta evidenza, scrive Badiou, «ciò richiede una dissociazione molto difficile tra la speranza storica e l’ostinazione politica. L’ostinazione politica deve potersi sostenere con l’assenza della speranza storica». Se riusciamo ad arrivare a questo, conclude, «avremo reso giustizia alle ceneri di Gramsci».

Questa tesi di Badiou mi pare rappresenti un effettivo punto di svolta nel suo pensiero: solo riattivando un’ostinazione politica (o una passione amorosa, o l’entusiasmo per una scoperta, o la messa in forma di un sentire in un’opera d’arte: tutti agenti, a differenti livelli, del cambiamento) è possibile intervenire sul reale, anche quando questo sembra aver perso la capacità di immaginare il proprio futuro, sostituendolo con un eterno presente. In altre parole, non si tratta più di «risvegliare la Storia», come sosteneva egli stesso qualche anno fa – bensì di liberarsene.

È paradossale quindi come l’utilizzo dell’addio simbolico di Pasolini a Gramsci davanti alle sue ceneri – un momento significativo di allontanamento di una parte della sinistra europea dalle sue premesse storicistiche e idealistiche – serva proprio a Badiou per affermare una nuova forma di idealismo, una nuova teoria della prassi di stampo chiaramente fichtiano: in cui pensare la realtà significa costantemente superarla. Se il mondo è in primo luogo lo spazio dell’agire umano, non è cioè semplicemente un orizzonte normativo dato, allora è possibile costantemente conquistarlo «facendone anche a meno», e facendo soprattutto a meno di quell’orizzonte storico al quale le tradizioni liberali e marxiste novecentesche, deterministe o messianiche che fossero, avevano affidato ogni speranza.

Nonostante il titolo proustiano di uno dei due volumi (Alla ricerca del reale perduto), non c’è nessuna nostalgia per il presente tra le righe di questi testi, ma un vitalismo che onestamente colpisce su un piano umano oltre che intellettuale. È come se in Badiou, camminando tra le lapidi del cimitero acattolico di Testaccio, la «passione di essere nel mondo» abbia finalmente smesso di essere «disperata». Non certo attraverso un esilio o un rifiuto della realtà, ma un lavoro di ricerca di qualcosa di apparentemente perduto: un costante movimento di apertura malgrado tutto, malgrado la Storia, la politica, la vita e il mondo stesso.

Alain Badiou

Metafisica della felicità reale

traduzione di Ilaria Bussoni

Derive Approdi, 2015, 94 pp., € 12

Alla ricerca del reale perduto

a cura di Giovanni Tusa

Mimesis, 2016, 66 pp., € 8

Deleuze e i concetti del cinema

Fabiana Proietti

Dopo quella «a caldo» di André Bazin, la riflessione estetica di Gilles Deleuze è ancora oggi un riferimento imprescindibile per ogni discussione filosofica sul cinema della modernità e sui suoi autori, fra tutti l'Orson Welles di Citizen Kane e F for Fake e l’Alain Resnais dell’Année dernière à Marienbad. Con L’immagine-movimento e L’immagine-tempo, pubblicati rispettivamente nel 1983 e nel 1985, il fondamentale passaggio da un cinema classico, imperniato su procedimenti volti a mascherare il linguaggio, a quello moderno, che impugna la macchina da presa come una stilografica e ne fa un feticcio, viene ripercorso come inevitabile percorso ontologico della settima arte. Il cinema diventa con Deleuze un’arte del tempo: non più, o meglio non solo, indagata negli eventuali debiti contratti da altri linguaggi figurativi o per le peculiarità espressive dei suoi mezzi. Con Deleuze il cinema si proietta su Bergson, Freud e Nietzsche, senza perdere la freschezza del rapporto diretto coi testi filmici.

Proprio in virtù di questo consistente scarto, i due volumi conservano a distanza di quasi trent’anni l’impatto dirompente che ebbero alla loro uscita; e proprio per questo sembrerebbero vanificare la necessità di ogni nuova rilettura. L’analisi di Daniela Angelucci ha però il pregio di valorizzare, dell’opera di Deleuze, la «coesione inaspettata in un pensiero aperto verso molteplici direzioni, dovuta proprio alla circolazione continua dei concetti che, rimandando l’uno all’altro, risultano invariabilmente connessi tra loro». Ma è un quadro questo che emerge a posteriori, proprio grazie al lavoro di condensazione operato dall’autrice sulla produzione deleuziana, suddivisa in nove capitoli che ne ripercorrono i nuclei fondamentali – Movimento; Tempo; Virtuale; Modernità; Falso; Vita; Ripetizione; Sadismo; Caso – mettendone in luce la compattezza al di là e tra i testi originali, per loro stessa vocazione eterocliti.

Il saggio prende le mosse dall’approdo teorico del dittico deleuziano, in cui si formulava l’accostamento cinema-filosofia quali pratiche creative affini, divergenti solo per la materia «linee melodiche estranee le une alle altre che non smettono mai di interferire»; e dall’idea che solo la filosofia possa «costituire i concetti del cinema stesso», risultandone rigenerata in quanto poiesis e non solo come attività riflessiva. Se nei primi capitoli Angelucci segue la riflessione di Immagine movimento e Immagine tempo, una volta resi familiari i nuclei fondamentali del pensiero di Deleuze, si fa via via più libera nell’esposizione, aprendosi all’interpretazione di alcuni autori in chiave psicologica: è il caso di Welles, al centro della riflessione deleuziana per un cinema inteso come «potenza del falso», su cui l’autrice traccia un breve excursus secondo una prospettiva lasciata in secondo piano dal filosofo francese.

O recuperando suggestioni di altri studiosi: da quelle di Giorgio De Vincenti su Bazin e la modernità, da cui si evidenzia come sia stata spesso erronea o quantomeno forzata la dialettica Bazin-Deleuze, alla fondamentale monografia di Badiou, di cui si convalida l’ipotesi che «la via maestra per accedere all’idea deleuziana della verità è la sua teoria del tempo».

IL LIBRO
Daniela Angelucci
Deleuze e i concetti del cinema
Quodlibet (2012), pp. 158
€ 18

Ogni mese su alfabeta2 iLibri, quattro pagine di recensioni brevissime, brevi e semibrevi

Londra: se il Marxismo è ancora tra noi

Paolo Mossetti

«Il conflitto di classe sembrava semplice, un tempo: “La borghesia produce innanzi tutto i suoi seppellitori. La sua caduta ed il trionfo del proletariato sono altrettanto inevitabili”. Questo scrivevano Marx e Engels tra il 1847 e il 1848 nel secondo libro più venduto della storia, Il Manifesto del Partito comunista. Oggi, a 164 anni di distanza, la situazione è esattamente all’opposto. I proletari, lungi dal seppellire il capitalismo, lo stanno tenendo in vita artificialmente. Gli sfruttati e i sottopagati apparentemente liberati dalla più grande rivoluzione socialista della storia – quella cinese – sono condotti sull’orlo del suicidio per far continuare a giocare quelli in Occidente con i loro iPad. I soldi della Cina finanziano un’America altrimenti in bancarotta».

Inizia così un pezzo di Stuart Jeffries per il Guardian, dal titolo Why Marxism is on the rise again, perché il marxismo si sta rialzando di nuovo. Non un patetico foglio sovversivo, ma il più importante quotidiano progressista britannico decide di rispolverale i testi di Marx and Engels e si chiede come mai riescano ancora, nello scenario di macerie del mondo contemporaneo, ad alimentare una qualche speranza di cambiamento. La domanda non è del tutto peregrina, dato che dal 5 al 9 luglio si è tenuto a Londra il festival Marxism 2012. Non era una novità.

L’evento è organizzato da oltre un decennio dal Socialist Workers’ Party, un partito minoritario ben lontano dalle stanze dei bottoni. Ma questa volta è stato diverso: il festival ha ottenuto un’attenzione senza precedenti, soprattutto da parte dei più giovani. Ho deciso di farci un salto dopo aver aver ricevuto l’invito contemporaneamente da un amico ventenne artista di Camberwell, una traduttrice italiana di Islington, uno scrittore di New Cross e un anarchico sessantenne di Hackney.

Ci sentivamo in buona compagnia, anche prima del festival: l’editoria inglese sta sparando sugli scaffali munizioni letterarie di tutto rilievo, tali e tante da far pensare che il dibattito sul marxismo non sia del tutto esaurito - come invece pare essere in Italia. Terry Eagleton ha pubblicato l’anno scorso un libro intitolato Why Marx Was Right. Alain Badiou ha partorito un volume dalla copertina rossa col titolo The Communist Hypothesis. E si dichiarano senza alcun timore o tremore “marxisti” personaggi come l’ancora attivissimo Eric Hobsbawn, Jacques Ranciere, il sempre piu’ di moda Slavoj Žižek, il ventisettenne Owen Jones che ha affrontato la tematica dei chav – i tamarri inglesi – con l’ispirazione del primo Pasolini. Resta da vedere se le loro munizioni saranno di granata o di cerbottana.

Questione di epoca e di segnali: la più importante casa editrice radical anglosassone, la Verso, dopo aver quasi rischiato la bancarotta nel 2006, ora pubblica decine di nuovi titoli l’anno. Le vendite del Capitale, nonostante la concorrenza di self-help alla Coehlo e di self-made men alla Jobs, sono schizzate verso l’alto a partire dal 2008. E per fare ancora piu’ paura ai benpensanti progressisti: sarà un caso che i sondaggi dicono che nella Germania dell’Est e in generale in quasi tutti i paesi dell’ex Cortina di ferro c’e’ più nostalgia per il socialismo che entusiasmo per la Rivoluzione Digitale?

Parlando con amici scrittori e accademici non ho potuto non far notare, piu’ con disincanto che con malinconia, che di tutto questo sembra non esserci eco alcuna in Italia. E non perché l’Inghilterra, nonostante la sua verve intellettuale, non soffra di forme diffusissime di oppressione e manipolazione sociale, ma perché qui certe sacche minoritarie di resistenza sembrano potersi esprimere, e certi gruppi di discussione sono attivi persino nei media mainstream, e non ridotti al silenzio e al ridicolo. Ve li immaginate un Fatto, una Repubblica o una Stampa affrontare un dibattito sulla modernità di Marx anziché sulla diatriba Travaglio-D’Avanzo?

Augusto Illuminati commenta: «Il marxismo non gode di salute smagliante nell'accademia e nelle pubblicazioni ed è sparito completamente nell'area ex-Pci, che un tempo l'aveva ospitato, deformato, ma comunque trasmesso. C'è tuttavia la speranza che alcuni elementi rinascano nella crisi e dentro un ciclo di lotte, di cui abbiamo avuto indizi nel biennio scorso e forse qualche barlume anche ora. Sarà un marxismo difficilmente commisurabile alla tradizione che si perpetua». E Paolo Persichetti aggiunge: «Il cantiere marxiano è sempre stato attualissimo. Il problema investe invece la sua ricezione politica. Esiste oggi una prassi politica efficace che si ispira a Marx? A me non sembra affatto. I vari marxismi del Novecento non hanno più molto da dire. La sfida è sul terreno di una politica ancora tutta da reinventare».