Venezia 2017 / Lean on Pete + Human Flow

Mariuccia Ciotta

L'obiettivo è puntato sulla geografia emozionale dell'attore Charlie Plummer alias Charley Thompson, protagonista del romanzo di Willy Vlautin, ballata su un quindicenne in viaggio reale e interiore da Portland, Oregon, a Laramie, Wyoming, piccola città celebrata da Anthony Mann con James Stewart in sella a un cavallo mentre il ragazzino non sale mai in groppa al suo amato stallone da corsa Lean on Pete (concorso). Sfumature espressive di Charley alle prese con l'abbandono, una specie di Huckleberry Finn destinato a perdere uno dopo l'altro gli adulti, buoni e cattivi, che lo circondano. Parlerà di sé – madre volubile e assente, padre viveur – solo a un cavallo da corsa destinato al macello in Messico e rubato a Steve Buscemi, amabile e cinico allenatore, in tandem con la fantina disillusa interpretata da Chloé Sevigny.

Il britannico Andrew Haigh ha distillato sensibilità speciale nello scandagliare sentimenti estremi in Weekend e in 45 anni. E qui sprofonda nello sguardo annuvolato del quindicenne. Essere soli. Il vagare di Charley senza soldi, senza benzina e affamato, vira da “romanzo di formazione” in dimensione esistenziale. Il diritto di sopravvivere, di prendersi quello che ti spetta, una mappa per arrivare in Wyoming rubata in uno store, un giro di lavatrice in una casa vuota, quasi fossimo dentro un'ossesione di Kim Ki Duk, una bottiglia d'acqua, un doppio cheesecake... Solo Lean on Pete non è disumano. E se Charley sarà spogliato di ogni cosa, sotto la t-shirt mantiene sempre un'altra chance, il riflesso dei campi verdeggianti e del deserto, un percorso attraverso stagioni, deserti e Stati fino al touch-dawn (era ottimo cornerback del liceo), alla simbolica Public Library, la biblioteca pubblica di Laramie. Il film conteso alla Mostra dal festival di Telluride (dove passerà in seguito) sarà distribuito in Italia dalla Teodora.

Prendere quello che ti spetta è anche il leit-motiv di Human Flow (concorso) dell'artista cinese Ai Weiwei che in 140' attraversa Afghanistan, Bangladesh, Francia, Grecia, Germania, Iraq, Israele, Italia, Libano, Kenya, Messico, Turchia, Stati Uniti. Lui con il suo barbone e l'empatia di un agitatore pieno di humour, impegnato a girare, intervistare e a farsi buffi selfie con i profughi che scorrono in un flusso ininterrotto da qui all'altro capo del mondo, stipati in tende, baracche, privati del diritto di asilo, lasciati in agonia in campi d'accoglienza non accogliente, senza luce, acqua, medicine, sempre in cammino chissà per dove. Fino a che non incontrano frontiere, recinzioni, filo spinato, muri e allora si fermano e aspettano che l'altra metà del pianeta, ricco non certo per grazia di dio, si degni di rispettare il diritto umano. Gli scampati alla guerra, ai cambiamenti climatici, alla povertà vanno accolti da chi li ha depredati e li saccheggia ancora. Ma anche se non fosse vero, anche se si fossero massacrati da soli, avessero prosciugato i loro fiumi, bruciato le loro terre, inquinato i loro mari, anche se si fossero bombardati e avessero sventrato le montagne in cerca di coltan per gli smartphone, se avessero collezionato colpi di stato indigeni e inventato etnie contro etnie. La Terra vista dal cielo, ci informa un ex astronauta siriano, non ha barriere, e se qualcuno le vuole proprio erigere “spariamolo nello spazio”.

Una brutta notizia per i “cattivisti”, quelli che “adesso basta”, arriva da Human Flow. Non si fermeranno. La contabilità sugli sbarchi di questi giorni, lo stop all'accoglienza è un patetico gioco di rinvio. Ai Weiwei a piedi in mezzo al fango, sulle sponde della riviera, tra stracci e gommoni, scherza con i bambini, nati nei campi, e con le ragazze di Gaza che non hanno mai visto cosa c'è al di là della loro prigione. Il regista cinese sfoglia i numeri dell'esodo sovrimpressi sullo schermo, e tra questi i 5000 affogati nel Mediterraneo, i 70 muri eretti ai confini degli stati dal 1989 in poi, e quadri di estrema bellezza con vista sui nomadi forzati, ci dice che serve una rivoluzione. Non la carità e la tolleranza. Il sistema economico globale ha ridotto metà degli esseri umani in subumani. E la polveriera di rabbia e frustrazione che cova sotto le macerie ha il volto delle generazioni destinate al no-future. Questo è Human Flow, un viaggio ipnotico in un domani apocalittico che non è difficile scongiurare, almeno a sentire l'artista di Pechino. Altrimenti “spariamoli nello spazio”.

Ai Weiwei a Londra

17-Ai-Weiwei-RexMartina Cavallarin

La potenza della narrazione e l’energetica prestanza delle opere di Ai Weiwei, che si muovono adatte e perfette nelle grandi sale della Royal Academy di Piccadilly Street a Londra, si percepiscono sin dalla maestosa foresta collocata nel cortile centrale della RA. In Cina gli alberi hanno un significato profondo e sono venerati in quanto mettono in collegamento tra il regno del cielo e il mondo sotterraneo.

Artista trasversale, scomodo, coraggioso, Ai Weiwei sembra sempre ricordarci che il mondo è pieno di oggetti e che è nella loro concatenazione fisica e concettuale che si stabilisce il filo di un racconto diacronico e sincronico sempre sul crinale esplicito della protesta e della denuncia.

Curata in collaborazione con lo stesso artista, che ha lavorato dal suo studio a Pechino, l’esibizione presenta alcune delle opere più importanti da lui create in un periodo che spazia tra il suo ritorno in Cina nel 1993 – dopo un lungo periodo passato negli Stati Uniti – fino all’ultima produzione. I lavori più recenti sono stati creati appositamente per le gallerie della Royal Academy. Si tratta di una serie d’installazioni di grandi dimensioni composte dai materiali più vari: marmi, acciaio, vetro, legno, pietre antiche, cocci di vasi dipinti, carta da parati, cubi di ferro. Queste monumentali sculture, che al loro interno accolgono le scene della prigionia intollerabile subita dall’artista, già occupavano minacciose la Chiesa di Sant’Antonin di Venezia durante la Biennale del 2013.

Con la tipica audacia dell’indagine sociale e politica che contraddistingue il discusso artista cinese, le opere esplorano una moltitudine di temi impegnativi. Attingendo all’esperienza dell’artista che commenta sempre con una libertà creativa scevra da controlli e reticenze la censura e i diritti umani, le opere ci conducono all’interno di una ricerca che affonda le sue radici nella disamina dell’arte e la società cinese contemporanea. L’impiego dei materiali è fondamentale in tale processualità artistica. Ai Weiwei conosce le forme e riconosce nell’essenza stessa della materia un modo per esprimere un pensiero sempre dialogico basato sulla memoria e sulla sua rarefazione. Centrale il concetto di rovina che, a differenza della maceria, non è dato spazzare via nonostante un sistema di potere totalitario ed estremo che in quella zona del mondo lavora nella direzione dell’asservimento delle coscienze e del controllo delle menti.

Sottile e bulimico, controllato e incontrollabile, classico e anticlassico, maestoso e concettuale, multimediale e artigianale, Ai Weiwei possiede il grande talento di saper associare magistralmente l’indipendenza di opere che, a seconda dello spazio che abitano, creano differenti canali energetici ed esercizi di riflessione. Le sue installazioni sprigionano tenacemente una tensione che corre tra forze contrapposte di spinta e controspinta, col risultato di non limitare l’intervento alla sola pratica consueta del time o site specific, bensì ampliando il senso delle opere col luogo che il lavoro occupa e il percorso dello spettatore.

Ai Weiwei celebra la fine di un’epoca e pone domande sulla cultura contemporanea; sempre partendo dal riemerso, dal segno, dalla struttura, dalla sovrapposizione di pratiche tradizionali e tecnologie avanguardistiche: impiegando l’innesto, il curvo, il diritto, il verticale e l’orizzontale. Le sue mostre si svolgono su una griglia geometrica che induce a sollevare e allontanare lo sguardo, lavorando su paesaggi della mente e della fantasia, ma sempre impiegati per srotolare la storia e i suoi plurimi significati. I suoi alberi – che tra le varie installazioni predisposte paiono costituire l’ossatura centrale dell’esposizione, lo scheletro fisico e dichiarato della narrazione – sono assemblati con pezzi di tronchi abbattuti trascinati giù dalle montagne del sud della Cina e venduti nei mercati di Jingdezhen, provincia di Jiangxi. Questi frammenti sono stati portati dall’artista nel suo studio a Pechino e riconvertiti in alberi: con un’operazione che non può non far pensare al lavoro di Giuseppe Penone. Dice Ai Weiwei: «è come cercare di immaginare ciò che l’albero sembrava». Assemblati con bulloni industriali, gli alberi sembrano naturali se visti da lontano, artificiali se li si osserva più da vicino. Il gioco dell’arte si muove costantemente fra inganni e dissimulazioni, senso di spaesamento e percezione distorta.

Ai Weiwei

RA

Londra, Royal Academy

19 settembre-13 dicembre 2015

Berliner Karussell

Arianna Di Genova

Non si va a Berlino solo per vedere una «mostra». O come a Kassel, sempre in Germania, per l’immersione nelle nuove istanze di Documenta, magari attraverso un giro veloce che permetta di amalgamare dentro di sé centinaia di artisti e altrettanti assunti teorici (quest’anno affidati dalla curatrice della tredicesima edizione, Carolyn Christov Bakargiev, anche ad antropologi, scienziati, scrittori, filosofi). Da Berlino si pretende molto di più. Una specie di rigenerazione delle proprie passioni da praticarsi giorno dopo giorno nei grandi spazi dei quartieri di questa città work in progress e nella luce intensa del nord che la avvolge fino a tarda sera, da maggio in poi.

Berlino, infatti, mette a suo agio chiunque. Ma la settima Biennale di arte contemporanea, a cura dell’artista polacco Artur Żmijewski, affiancato da Joanna Warsza e dal collettivo russo Voina (visitabile in diverse location fino al 1 luglio), volutamente si propone di interrompere questo circolo «vizioso» del benessere. Forget Fear è il titolo che la contraddistingue, eppure la paura è tangibile: non tanto a causa delle manifestazioni, dei conflitti aperti in ogni zona del pianeta e della carica eversiva di Occupy (cui non si può che plaudire) quanto di un retrogusto concettuale che riconduca direttamente a capofitto negli anni Settanta, dimenticando altri quarant’anni della nostra Storia e le strade alternative che anche la politica e le sue piattaforme collettive hanno intrapreso. Dalla sua, questa Biennale combattiva e non pacificata ha una energia propositiva che non emana però dagli artisti (sono pochi gli invitati e molti invece i dibattiti e le occasioni di incontro settimanali che uniscono pubblico e promotori delle iniziative) ma da un provocatorio infischiarsene delle regole e da una sua «evanescenza» oggettuale che crea spazi inediti per il libero pensiero e pause riflessive più ampie di una qualsiasi kermesse culturale.

Dall’altra, nutre in sé un germe letale e il suo azzeramento dei linguaggi artistici (è ammessa soltanto l’improvvisazione dei writers ed è ben vista qualche installazione al KW, come quella della messicana Teresa Margolles che ha collezionato la «violenza» del suo paese attraverso le copertine dei quotidiani, i disegni-fumetto che scorrono lungo le pareti dell’attivista e artista bielorussa Marina Naprushkina, l’utopico stato della Palestina messo su da Khaled Jarrar), a rigor di logica, dovrebbe avere come conseguenza la sparizione della Biennale stessa. Ma Żmijewski naturalmente non si spinge a tanto e chiama a sé lo spettatore, cambiandogli i connotati, rendendolo cittadino consapevole e solleticando la sua coscienza critica da esercitare contro i giochi dell’economia mondiale. Il risultato è un labirinto di sensazioni, dal sapore retrò, e qualche spiraglio di vere azioni di disturbo, di incursioni nell’attualità. La Biennale, nonostante il suo proposito così profondamente democratico, meritevole di ulteriori sviluppi, risulta alla fine scollegata dalla realtà, frammentaria, troppo direzionata ideologicamente.

Meglio va a chi si avventuri dentro la pancia del Martin Gropius Bau dove albergano «classiche» rassegne - per allestimento e mole di opere - non meno politiche però nel loro impatto sul visitatore. Art and Press, in un percorso gigantesco che va da Beuys a Kentridge passando per Baldessari, Dumas, Ai Weiwei, fino a Polke, Schnabel, Moshiri, Benassi (con il suo progetto, già presentato a Venezia, che indaga i palinsesti del retro delle fotografie pubblicate sui quotidiani), cerca di intuire il nodo cruciale dei rapporti che hanno legato gli artisti alla stampa. Relazioni spesso «pericolose» perché improntate alla spettacolarità o appiattite sulla superficie della pura cronaca. Creatività e quarto potere dunque: un binomio interessante qui coniugato in maniera accademica, a volte tautologica ma sempre conflittuale, anche quando l’arma utilizzata è l’ironia.

Fotografie strappate ai reportage dei giornali – come le otto ragazze della scuola infermiere uccise da un serial killer che «rivisita» Gehrard Richter o i volti anonimi di morti cui rende omaggio Christian Boltanski estraendoli dalle pagine del catalano El Caso- diventano un archivio tattile e visivo della memoria liberando da un’esistenza precaria ed effimera quelle immagini. Così i Crash automobilistici di Andy Warhol, prelevati direttamente dalle cronache nere, finiscono per costellare di monumenti anti-eroici l’American Dream, rovescio della medaglia di un immaginario in corsa perenne verso il successo. L’oggetto cartaceo, in via di sparizione nell’era digitale, fa da piedistallo per il cervo-trofeo di Gloria Friedmann, che bramisce nel vuoto sovrastando giornali-immondizia.

Il tour continua poi al secondo piano con la grande esposizione che propone un focus sull’architettura sovietica che va dal 1917 al 1935 (in corso fino al 9 luglio). Attraverso modelli, schizzi, disegni e progetti, va in onda l’utopia urbanistica più stupefacente del XX secolo fino al suo estinguersi, ormai esangue e priva di spinte propulsive, nel declino delle idee rivoluzionarie. Le immagini fotografiche di Richard Pare, reporter che a più riprese ha visitato i luoghi e gli edifici rappresentativi di quell’epoca ottimista accompagnano come un sottotesto la mostra, riconsegnando palazzi e sogni al loro presente, che significa spesso un triste stato di abbandono. Parallelamente, scorrono anche le opere di artisti come Malevic, Tatlin, El Lissitzky, compresi architetti europei quali Le Corbusier e Erich Mendelsohn, che volevano partecipare alla costruzione della nuova società russa.

Infine, un salto al Deutsche Guggenheim di cui è stata annunciata la chiusura per la fine dell’anno senza specificarne ulteriormente i motivi (eppure la politica di espansione del blockbuster Guggenheim non accenna a contrarsi: è Helsinki la prossima stazione ambita, ma al momento la popolazione finlandese, democraticamente consultata, ha votato contro l’edificio e il suo architetto Frank Gehry). C’è lo slovacco Roman Ondak, nominato artista dell’anno e quindi chiamato ad allestire a modo suo il museo. Lo ha fatto con l’installazione Do not walk outside this area: per chi l’avesse sempre desiderato, sfidando vertigini e istinto di sopravvivenza, potrà camminare nel vuoto su un’ala di aereo.