La mia opera odiosa: Frankenstein è sull’arte, non sulla scienza

Ed Simon

Il più grande romanzo romantico inglese è stato scritto in un anno senza estate. Nell’aprile del 1815 in Indonesia c’era stata l’eruzione del vulcano Tomboro e un anno dopo l'emisfero settentrionale fu afflitto da anomalie climatiche. "Il tempo gira al contrario” così disse una donna del Massachussets.

Il gelo e la neve arrivarono a giugno, Mary Wollstonecraft Shelley di 18 anni, che aveva ancora il cognome Godwin, in quell'estate "umida e sgradevole" di "pioggia incessante", fuggì in Svizzera con il futuro marito, il poeta Percy Bysshe Shelley . Alloggiarono vicino a Villa Diodati, che si affaccia sul Lago di Ginevra, dove soggiornavano Lord Byron (che una signora aveva giudicato "pazzo, cattivo e pericoloso conoscere") e lo scrittore John William Polidori. Più tardi in quello stesso anno, gli Shelley si sposarono e lei avrebbe iniziato il suo romanzo intitolato Frankenstein o il moderno Prometeo; due anni dopo vennero stampate 500 copie del libro.

Ispirato da quello che il poeta Samuel Taylor Coleridge aveva definito “la fine del clima globale”, il gruppo una notte decise di intrattenersi con storie di fantasmi. Shelley scrisse che inizialmente, mentre i suoi compatrioti esaminavano il folklore, lei riusciva a cogliere solo un "noioso nulla”. Durante quelle fredde notti estive, nel corso delle molte conversazioni, lei era “un’ascoltatrice devota ma molto silenziosa". Gli uomini, forse con spavalderia performativa, discutevano "diverse dottrine filosofiche", tra cui "la natura dell'origine della vita e la possibilità che venisse, un giorno, scoperta e divulgata".

Fra gli argomenti c'erano gli esperimenti di Erasmus Darwin, la presunta rianimazione dei cadaveri di Luigi Galvani e altre antiche e occulte forme di conoscenza.

Durante "l'ora delle streghe", Mary Shelley concepì quello che la scrittrice Joyce Carol Oates descrisse come: ”una fantasia ipnagogica nel suo letto". Come Coleridge che elaborava Kubla Khan (1816), Shelley abitava quel bagliore tra i sogni e la veglia, e all'improvviso: "La mia immaginazione, spontaneamente, mi possedeva e guidava". Nella sua stanza, lei "vide l'orribile fantasma di un uomo prima disteso e poi, grazie all'opera di qualche potente strumento, lo vide dare segni di vita e agitarsi con un penoso moto semi vitale”.

In seguito a quella visione, Shelley avrebbe cucito insieme e animato Frankenstein. Il libro è spesso considerato un'allegoria dei pericoli della scienza e della tecnologia senza restrizioni. Margaret Atwood osserva : "Una volta, nelle opere teatrali o i racconti non c'erano scienziati in quanto tali, perché non esisteva nessuna scienza così come la concepiamo oggi". Al posto dei computer, c'erano specchi rivelatori; invece delle centrifughe c'erano degli occhiali alchemici; niente robot ma omuncoli. Questi "alchimisti e maghi faustiani fanno certamente parte del lignaggio ancestrale dello scienziato pazzo", ma Shelley introdusse qualcosa di completamente nuovo. Spogliando Frankenstein dalla magia, dai demoni e dagli incantesimi e affidando la sua narrativa alla biologia piuttosto che alla teurgia, dette vita allo scienziato pazzo. Tuttavia lo studioso James Rieger non condivide quest'opinione, nel 1974 sostiene che il romanzo lungi dall’ essere un’opera di fantascienza, propone: “con un' attivazione magica e un alchimia elaborata, l'elettrificazione di Agrippa e Paracelso.

Sebbene i lettori fossero attratti da Galvani con le sue zampe da rana ringrinzite, la scienza moderna era ancora per lo più un affare sobriamente guidato dalla Royal Society piuttosto che da un genio folle. Il fatto che il libro venga cosi spesso considerato il primo romanzo di fantascienza non significa che la scienza ne sia l'argomento principale. Lo stesso Frankenstein dimostra che il romanzo parla di "qualcos'altro", anche se per molto tempo si é considerato riguardasse la scienza. Victor Frankenstein scriveva che desiderava "procurarsi tutte le opere dell'alchimista medievale Cornelius Agrippa e poi di Paracelso e Alberto Magno", due scrittori analogamente occulti. Il dottore spiega di: aver letto e studiato con gioia le fantasie selvagge di questi scrittori”, sebbene la magia fosse stata eclissata e i suoi compagni di studi non le attribuissero alcun valore, “mi apparivano tesori noti a pochi, oltre che a me stesso”.

Shelley descrive il rigetto accademico di tale arcaismo con le parole di un professore: "Hai appesantito la tua memoria con sistemi obsoleti e nomi inutili.

Tale fu la visione espressa in seguito dal padre di Shelley, il celebre William Godwin, che nel suo libro Lives of the Necromancers(1834) descrisse l'alchimia come: “la stravaganza più selvaggia della fantasia umana, la più deplorevole perversione delle facoltà umane e la più orribile distorsione della giurisprudenza” pur riconoscendo però che l'analisi degli strani glifi e calcoli di occultisti come John Dee o Simon Forman potrebbero occasionalmente offrire una lezione salutare”. Frankenstein in seguito abbraccia metodi (vagamente) scientifici, ma l'aura del sacro permea le sue sperimentazioni. Frankenstein sosteneva di "disprezzare gli usi della moderna filosofia della natura". Credeva che: “era molto diverso, quando i maestri della scienza cercavano l'immortalità e il potere” e "quei desideri erano grandiosi mentre ora la scena è cambiata". Lungi dall'essere semplicemente un’ ignorante nel campo della scienza, Shelley rifiuta di totalizzare i dogmi del positivismo e come osserva lo scrittore scientifico Philip Ball, in Unnatural (2012):" Frankestein è interamente secolare solo in superficie".

Ball scrive che: ”l'intuizione del romanzo deve più alla teologia che alla tradizione scientifica e che Frankenstein "esprime ambivalenza nei confronti della procreazione stessa".

Nel frattempo, Shelley riflette sulla concezione di quel mostro e scrive che: "sarebbe spaventoso l'effetto di qualsiasi tentativo umano di prendere in giro lo stupendo meccanismo del Creatore del mondo”. Descrive in seguito il personaggio del titolo come un "artista", e il mostro come il suo "lavoro odioso", smentendo cosí una verità interpretativa. Frankenstein parla dello scrivere su Frankenstein. Il vero mostro è il romanzo stesso.

Il filosofo George Steiner scrisse che "l'inizio della storia è anche la storia dell'inizio" e che, in relazione a Frankenstein, era utile tornare al tempo in cui Shelley ebbe quella visione iniziale.

Il critico Peter Conrad spiega che il cervello dell'artista, come lo vedeva Mary Shelley, assomigliava a quel magma in espansione in cui gli elementi si mescolavano prima che l'ordine cosmico li pacificasse; "sostanze scure e informi" bollivano e ribollivano e alla fine le sue " ispirazioni [erano] come creature".

Frankenstein impregnò di vita gambe e braccia cadaveriche; le estremità corporei di Shelley sono di una varietà testuale. Lei sostiene che nel romanzo parla di come "le parti di una creatura possano essere fabbricate, riunite e intrise di un calore vitale”; una descrizione appropriata al suo processo creativo. Quando Frankenstein descrive lo "stupore provato all'inizio di questa scoperta ... così grande e travolgente che tutte le fasi progressivamente affrontate vennero cancellate", capiamo che Shelley sta narrando la scrittura del romanzo stesso.

La teoria estetica di Shelley era una variazione della leggenda di Faust ma la sua ispirazione viene dai demoni. Il mostro di Frankenstein è piuttosto nato dalle nostre menti, un cambio nella concezione della creazione. Ancora misteriosa,l’ispirazione ne germogliò all’interno.

Sebbene una simile visione del "genio" avesse precedenti, Shelley si appropria degli avvertimenti sulla negromanzia attingendoli dai miti arcaici. La sua è una leggenda ateistica, sebbene sia ancora permeata dal senso oscuro del sacro. Ora i pericoli della creazione sono il potere terrificante dell'individuo - un avvertimento agli uomini razionali dell'Illuminismo e agli eroi del Romanticismo, che mettevano completamente in questione la propria ideologia. Conrad spiega che questo è il mito moderno: " il genio la cui ribellione guida il mondo in cui continuiamo a vivere... un artista che scatena gli incubi nella sua testa".

Dal Dr Moreau di HG Wells al Dr Strangelove di Stanley Kubrick, i frenetici schiamazzi dello scienziato pazzo hanno crepitato come elettrodi scintillanti. Eppure, fondamentalmente, Frankenstein non ci avverte dei pericoli della scienza, ma dell'arte; non è una riflessione sulla scoperta, ma sulla creazione. È il testo più sacro del nostro mondo moderno, le dichiarazioni un tempo tonanti di Dio sono mute, sono rimpiazzate dal grido del mostro stesso che urla: "Creatore maledetto!” - ora nel mezzo di una tundra artica, un tempo fredda, in questi anni senza inverni.

Questo articolo è uscito su Aeon il 6 novembre 2018 / This article is republished from Aeon under a Creative Commons license. Read the original article

Traduzione di Nicoletta Rossi

Semaforo #1 – febbraio 2016

woman_traffic-300x202Ghettizzazione
A partire dalla primavera la Galleria degli Uffizi di Firenze, uno dei musei d'arte più antichi al mondo, esporrà un maggior numero di opere realizzate da donne artiste, cercando di rimediare a uno storico squilibrio di genere in un’iniziativa di lungo respiro. Una mostra che si propone di rilanciare la fama di Suor Plautilla Nelli (1523-1587), la prima pittrice rinascimentale che si conosca a Firenze, sarà visibile agli Uffizi dall'8 marzo (e fino al 30 aprile), in coincidenza con la Giornata internazionale della donna. Due settimane dopo, nel museo confratello degli Uffizi oltre l’Arno, Palazzo Pitti, si aprirà una mostra di autoritratti dell'artista e femminista austriaca Maria Lassnig (24 marzo - 28 giugno). L’esposizione di Plautilla Nelli sarà la prima di una serie annuale dedicata a donne artiste, dice Eike Schmidt, direttore degli Uffizi e di Palazzo Pitti. (…) Consacrando alle artiste mostre periodiche e una presenza permanente fra i pezzi esposti della raccolta, il museo intende "evitare la ghettizzazione", dice Schmidt. "Questa non è solo un'iniziativa speciale da fare per tre o cinque anni. Non so quanto a lungo sarò direttore, ma penso che potremmo facilmente andare avanti per vent’anni.

Hannah McGivern, Uffizi to show more female artists , The Art Newspaper, 2 febbraio 2017

Misofonia
La misofonia, un disturbo di cui soffrono le persone che odiano determinati suoni legati per esempio alla masticazione, a una respirazione rumorosa o anche ai ripetuti clic di una penna, è stata riconosciuta come tale nel 2001. Nel corso degli anni, gli scienziati si sono dimostrati scettici di fronte all’idea che si trattasse davvero di un disturbo medico, ma adesso una nuova ricerca condotta da un gruppo dell'università di Newcastle nel Regno Unito ha dimostrato che il lobo frontale del cervello delle persone affette da misofonia è diverso rispetto a chi non ne soffre.

Kate Samuelson, Does the Sound of Noisy Eating Drive You Mad? Here's Why , Time, 3 febbraio 2017

Teleprompter

Dwight D Eisenhower è stato il primo presidente degli Stati Uniti ad affrontare la nazione con l'ausilio di un “gobbo”. Lo provò durante la campagna presidenziale del 1952 (anche se durante il discorso rimproverò goffamente la macchina perché si muoveva troppo piano). (…) Di recente, il teleprompter è entrato in una nuova fase. Nel corso di uno dei suoi comizi elettorali lo scorso ottobre, Donald Trump si è interrotto a metà del discorso, ha indicato lo schermo e ha detto: “A proposito, il teleprompter non funziona da venti minuti. E per la verità a me il mio discorso piace di più senza il gobbo”. Ha preso uno dei vetri trasparenti e lo ha rotto. Il gesto di Trump ha frantumato il tacito accordo tra chi parla e chi ascolta, rivelando pubblicamente il trucco magico del teleprompter. Rifiutando ostinatamente il dispositivo per la maggior parte della sua campagna, ha segnato un contrasto tra la routine ben orchestrata dei rivali politici e i suoi ingovernabili discorsi a braccio. Anche quando lo hanno convinto a usare un teleprompter, Trump spesso ha deviato dal testo, aggiungendo commenti, improvvisando, scherzando e sovvertendo tutte le regole del linguaggio formale. Obama, di solito un oratore eccezionale, si è trovato in difficoltà le rare occasioni in cui il teleprompter ha smesso di funzionare.

Nana Ariel, What the teleprompter tells us about truth, Trump and speech , Aeon, 2 febbraio 2017

Il Semaforo di Alfabeta2 è a cura di Maria Teresa Carbone

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Semaforo 28 febbraio 2016

semaforoConsapevolezza / 1

Anche solo sollevare la questione della consapevolezza animale era sufficiente un tempo per rovinare potenzialmente una carriera. Nel 1970 il biologo Donald Griffin pubblicò un libro in cui parlava esattamente di questo : Question of Animal Awareness. Griffin era allora uno scienziato di tutto rispetto che da poco aveva scoperto l'uso, da parte dei pipistrelli, dell'ecolocalizzazione, o sonar, per esplorare l'ambiente circostante. Ma dopo la pubblicazione del suo libro, la sua reputazione professionale fu in gran parte rovinata.

Melissa Dahl, Maybe It’s Time to Take Animal Feelings Seriously, New York magazine, 23 febbraio 2016

Consapevolezza / 2

Chi può dire che le macchine non hanno già una mente? Cosa succede se queste menti assumono forme inattese, come reti che hanno raggiunto una forma di consapevolezza a livello di gruppo ? Cosa succede se l'intelligenza artificiale ci è così poco familiare che stentiamo a riconoscerla ? Potrebbero le nostre macchine essere diventate consapevoli di sé senza che noi nemmeno lo sappiamo? L'enorme ostacolo per affrontare tali questioni è che nessuno è veramente sicuro di quello che è la coscienza.

George Musser, Consciousness creep, Aeon, 25 febbraio 2016

Semaforo

semaforoCritica

Spesso pensiamo alla critica come a qualcosa di accessorio o parassitario, ma Lutz (Tom Lutz, ideatore e direttore della Los Angeles Review of Books, ndr) propone un altro credo: "Per la letteratura, il teatro, le arti visive, il cinema, la funzione critica è costitutiva di ciò che trasforma l'attività umana in un'arte a parte intera"

Jeffrey J. Williams, Empire of Letters, Chronicle of Higher Education, 3 gennaio 2016

Lettura

Nel suo libello contro i divertimenti popolari (Popular Amusements, 1869) il pastore americano Jonathan Townley Crane metteva in guardia il suo gregge contro la lettura di narrativa: “I lettori di romanzi passano molte ore preziose sognando goffi amori, in cui essi stessi sono i signori galanti o le belle signore che raggiungono impossibili risultati... per poi ritrovarsi fusi negli eroi della vicenda, perdendo il senso di chi sono veramente”. Un punto di vista che potrebbe sembrare superato, ora che siamo abituati a parlare dei benefici della lettura ben più che dei suoi pericoli morali. Ma trattando i romanzi come il nutrimento ideale per la mente, non si rischia di neutralizzare la loro potenza?

Tara Isabella Burton, Dark Books, Aeon, 7 gennaio 2016

Romanzi

Forse avete sentito parlare del NaNoWriMo – il National Novel Writing Month - in cui i partecipanto tentano di scrivere un intero romanzo nel mese di novembre. Ma c'è anche il NaNoGenMo - National Novel Generation Month - dove '"la generazione" sta al posto della "scrittura", perché l'idea è che siano i computer a tirare fuori storie. Darius Kazemi ha lanciato l'idea due anni fa, sfidando altri a scrivere un programma che generi un romanzo di 50.000 parole. (…) Centinaia di programmatori hanno raccolto la sfida, ed è possibile navigare attraverso i risultati su GitHub. Come nota Cory Doctorow, i programmatori hanno una definizione molto flessibile di "romanzo". Difficile per esempio che questo in particolare esempio entri presto nella lista dei bestseller del New York Times. Si intitola La copertina di Fiesta, e ne descrive alla lettera i colori dei pixel: Ottone. Ottone. Ottone. Ottone. Ottone. Ottone. Ottone. Ottone. Ottone. Grigio. Grigio...

Tracy Mumford, Computers are writing novels -- but they're not very good, MPR News, 7 gennaio 2016

(a cura di Maria Teresa Carbone)