Adriano Prosperi, le ombre dell’identità e la caverna del potere

identity-795260_960_720Lelio Demichelis

Identità è una parola avvelenata, scriveva l’antropologo Francesco Remotti. Che può diventare un’ossessione. Promette ciò che in realtà non esiste (appunto, un’unica identità) e illude individui e popoli su ciò che non sono (essendo molteplici per composizione).

Ma l’identità come parola avvelenata e velenosa non riguarda solo la politica o le religioni, ma sempre più l’economia: è infatti un potente strumento di marketing, e basta pensare alle brand community, alla «marca» come produttrice di identità e di status individuale e insieme di falsa differenziazione dell’individuo, posto che ogni differenziazione è ammessa solo all’interno del sistema dei consumi predefinito dal sistema; ed è una pratica sempre più raffinata anche di organizzazione del lavoro, con l’impresa da vivere come «comunità di lavoro», con le retoriche sulla «condivisione» e sull’intelligenza emotiva del manager e il suo «far fare» gruppo/team per accrescere la produttività - ed ora con lo smart-working e il co-working.

L’identità, parola avvelenata e velenosa, è dunque la nostra ombra, evanescente ma sempre con noi, incancellabile e inestirpabile? E come si costruisce l’identità individuale, o un proprio sé autonomo, senza perdersi nel corpo collettivo che fa dell’identità omologata e unidimensionale il suo carattere sociale? Certamente, identità confligge con autonomia (secondo Kant); e con individuazione, che è per Jung quel processo di differenziazione che ha per meta lo sviluppo della personalità individuale. L’identità, invece, nega in premessa ogni possibilità di autonomia e di individuazione, scioglie l’individuo nell’eteronomia del collettivo identitario (massa o impresa o mercato o rete/social che sia), esclude con-fronto e dia-logo, illude ciascuno di avere un’identità e di essere quindi più forte avendo acquisito un’anima collettiva identitaria. La questione è che questa Grande Ombra dell’Identità produce rapidamente una Grande Narrazione dell’Identità che oscura (appunto) la ragione, la solidarietà, la convivialità e infine la stessa libertà, producendo muri, esclusione, tribù, feticci e totem. Donald Trump; l’autocrate Erdogan; il colonialista Netanyahu; il Partito della nazione e la Leopolda; diverse forme di populismo; Facebook e la Silicon Valley; Putin: tutte forme e tecniche di potere che si costruiscono barando sull’offerta di identità e che – come nella caverna di Platone – producono ombre identitarie che devono essere credute vere secondo lo storytelling dell’identità.

Identità è una parola avvelenata, scriveva Remotti. Ma è usata dal potere (politico, economico e tecnologico) per ri-socializzare gli individui de-socializzati dal capitalismo e dalla tecnica, per accomunare e integrare, per connettere e vincolare, per distrarre e deresponsabilizzare, per includere ed escludere. Producendo identità tutte intrinsecamente religiose, facile compensazione emotiva che permette di legare insieme individui che devono invece essere isolati ma connessi – e ai quali la rete permette, per di più, di costruire identità sempre nuove e falsamente molteplici: in quanto anch’esse sempre e solo dentro a ciò che offre il grande sistema dell’identità capitalista – e messi in competizione tra loro Niente di nuovo, certo; che conferma la sempre nuova contrapposizione schmittiana dell’amico/nemico, che rafforza il noi padroni della nostra terra e del nostro sangue, che è un meccanismo utile anche per dare un’illusione di possesso e di proprietà a individui sempre più alienati da se stessi ed esclusi dall’esercizio della sovranità; concentrando poi sul nemico (i migranti/profughi, i diversi) ogni colpa.

Per approfondire il tema/problema dell’identità – dopo questa lunga premessa – consigliamo vivamente l’ultimo libro di Adriano Prosperi (oggi professore emerito di Storia moderna alla Normale di Pisa, autore di testi fondamentali come Delitto e perdono, Tribunali della coscienza, Cause perse, Giustizia bendata e La vocazione, Einaudi; Il seme dell’intolleranza, Laterza). Il libro è intitolato semplicemente Identità e riprende o rielabora testi precedenti, ma si distingue da altri testi, più o meno recenti, che si sono confrontati con questo problema. E dove appunto «il carattere religioso […] emerge in modo indiscutibile dallo studio di manufatti culturali di tipo speciale, come la nazione, l’etnia, l’identità culturale o di sangue e di suolo, e così via»; mito la cui recente rinascita dimostra «che c’è un problema emergente e non risolto nella cultura e nella società. E se il problema c’è, bisogna prenderlo sul serio».

Un problema che nasce anche dalle scienze dell’io e dalla loro riduzione dell’uomo alla sola (o soprattutto alla prevalenza della sua) biologia, con «il passaggio da un’idea della natura morale del soggetto, a una nozione biologica dell’eredità che l’individuo si porta dietro. Non siamo tornati all’antropologia come scienza che misura i crani. Ma la concezione della psiche umana elaborata dalla teoria freudiana, cioè di una personalità dominata da un messaggio iscritto nel profondo da esperienze della prima infanzia – e che può quindi essere scoperto e decifrato e anche corretto dallo psicanalista – sta mutando a favore di una sottolineatura dell’importanza dei geni ereditati dal seme e dall’ovulo». Che rafforza, nuovamente e pericolosamente le vecchie retoriche/ideologie identitarie di «sangue e terra» oppure di passato che non muore. Di cui è tristissimo esempio il Vecchio continente, che invece di procedere verso un’Europa dei popoli minaccia di rovesciarsi nel suo opposto: a riprova che l’identità come veleno, più che costruire, soprattutto distrugge.

Parafrasando il titolo di Pirandello, Prosperi distingue tre tipi di identità: dell’uno, del nessuno e dei centomila. Quella dell’uno è l’identità come coscienza individuale, molteplice sempre, ma contro cui l’ideologia identitaria «ripropone un’idea dell’uomo a una dimensione, simile a quella combattuta nel 1968 dall’allora famoso scritto di Herbert Marcuse»; il nessuno è l’assenza di identità o l’identità cancellata; mentre il centomila è la coscienza di un’appartenenza collettiva. E qui Prosperi recupera e rielabora molti spunti, tutti essenziali: Le Bon; il Novecento come società di massa e della propaganda; l’identità e il nazionalismo; la nazionalizzazione delle masse, secondo George Mosse; Hobbes e il popolo come collettivo incorporato e sciolto nel e rappresentato dal corpo politico del sovrano; l’Inquisizione come tribunale dell’identità; un’Europa la cui espansione politica ed economica è stata sostenuta con la cancellazione del diverso, da un lato, e la sua assunzione all’interno della cultura dei conquistatori, dall’altro; il disciplinamento dei popoli; il fedele religioso che trascende nel suddito fedele dello Stato; la distinzione tra kultur e civilisation; le comunità immaginate; la querelle sulle radici cristiane dell’Europa; l’invenzione del passato; la scoperta delle identità di territorio (neologismo legato – aggiungiamo – all’economia identitaria dei distretti, del capitalismo personale e ora del nuovo artigiano).

Ma non solo: mentre all’europeismo illuminato ma minoritario si oppone il ritorno di fiamma di particolarismi etnici, ecco che nel lavoro degli storici – è una critica di Prosperi alla sua categoria – «domina non tanto la storia di processi di incontro tra civiltà, quanto la storia delle origini dei singoli popoli intrecciata con la storia della formazione della loro “identità culturale”». Delegando cioè alla storia, scrive Prosperi, «il compito di placare quella che Michael Stürmer, nel 1983 definiva come “quella fame di senso e di identità che prima avevano soddisfatto la religione e la magia”». Per dire che la crisi delle ideologie ci riporta «a un passato che credevamo sepolto: quello di un’elaborazione di storie educative in funzione identitaria, a colpi di falsificazioni sistematiche». Ignorando la dimensione del mutamento e del molteplice, da cui invece (e per fortuna) nessuna storia, individuale e collettiva, è immune.

Adriano Prosperi

Identità. L’altra faccia della storia

Laterza, 2016, 105 pp., € 14

alfadomenica #1 – dicembre 2016

Oggi su alfadomenica:

  • Lelio Demichelis, Adriano Prosperi, le ombre dell’identità e la caverna del potereIdentità è una parola avvelenata, scriveva l’antropologo Francesco Remotti. Che può diventare un’ossessione. Promette ciò che in realtà non esiste (appunto, un’unica identità) e illude individui e popoli su ciò che non sono (essendo molteplici per composizione).  Leggi:> 
  • Antonella Sbrilli, Aldo Spinelli, magister ludi:  Fino al 31 dicembre 2016 è visitabile nella Biblioteca Classense di Ravenna la mostra Aldo Spinelli. Parole e figure. Curata dallo stesso artista, in collaborazione con Daniela Poggiali, Mara Sorrentino, e Dino Silvestroni, l’esposizione presenta i libri e i giochi realizzati da Spinelli nel corso di cinquant’anni di attività. È esposta anche una scelta di giochi della collezione dell’artista e delle raccolte storiche della Classense. Leggi:>
  • Claudia Beccato, Artisti (russi) di tutto il mondo, benvenuti in Montenegro:  Il Dukley European Art Community di Kotor, in Montenegro è una singolare residenza artistica d’intento europeo, ma sensibilmente russa. È qui che Sergey (Balovin ndr) e io veniamo invitati per tutto il mese di agosto 2016. Leggi:>
  • Semaforo: Bambine - Bambini - Giocattoli. Leggi:>

Sulla nostra home page c'è L'invasione aliena - Almanacco 2017 di Alfabeta2 e un invito a entrare nel nostro cantiere: leggetelo e, se volete, fate girare!

 

Umani e cervelli

cervelloPer gentile concessione dell'editore Mimesis proponiamo un o stralcio dalla prefazione di Adriano Prosperi al saggio di Marco Pacioni Neuroviventi,  arrivato nei giorn scorsi in libreria

Adriano Prosperi

Si potrebbe cominciare così: un fantasma si aggira nel mondo, il cervello. E se ci appropriamo di un inizio celebre è perché quello di cui parliamo è un fenomeno che riassume in sé la più radicale svolta rispetto all’epoca e all’orientamento del Manifesto di Marx ed Engels. Allora l’attenzione era tutta rivolta ai cambiamenti in atto nei rapporti tra le classi e gli autori del ‘Manifesto’ intendevano lanciare un invito alla lotta contro la divisione sociale introdotta dalla rivoluzione industriale come rivoluzione borghese. Oggi l’attenzione prevalente ha cambiato direzione, ha voltato le spalle ai rapporti sociali e alla storia e si è concentrata sul cervello come sede dell’identità personale, luogo in cui tutto l’individuo si riassume e si concentra. Tutto il resto, dal corpo ai rapporti con l’ambiente e con gli altri esseri umani, è passato in seconda linea. Difficile fare anche solo un elenco approssimativo degli studi e delle riflessioni che vengono dedicati al cervello. Come mostra Marco Pacioni in questo libro, tante scienze diverse affollano il campo: genetica, cibernetica, biochimica, biologia molecolare e altro ancora. Si parla ormai correntemente di neuroscienze. Interi dipartimenti universitari sono dedicati a questa branca del sapere. E ovviamente non potevano mancare i filosofi e i teologi, attirati dalle prospettive aperte dalle scienze e dalle metafisiche della vita. Al posto dell’essere vivente si è impiantato il neurovivente, al posto della vita concreta dell’individuo esposto alle occasioni del contesto c’è un’ astrazione organica e mentale: l’attività cerebrale come quintessenza della vita, qualcosa che funziona a prescindere da tutto il resto, indifferente e immodificabile dalle circostanze della vita. In questa concezione c'è coincidenza tra mentale e cerebrale. L'uomo e la donna, scrive Pacioni, " sono predeterminati, predestinati e come tali possono sviluppare soltanto ciò che hanno nel loro patrimonio genetico e cerebrale".Il libero arbitrio sparisce da questa macchina umana che procede secondo ciò che è iscritto nella scatola nera del suo cervello. Non c'è spazio per la responsabilità personale intesa in senso non solo giuridico ma morale. Inutile ricordare che anche in sede legale "brains are not held responsible, acting people are". Viene cancellata la decisiva scoperta illuministica delle implicazioni morali che reca con sé la previsione anticipata dell'effetto delle proprie azioni . Il fenomeno appare tanto più singolare se si pensa che proprio dagli studi sul cervello è emersa la scoperta dell’importanza dei neuroni specchio nel processo della comunicazione con altri esseri viventi. Eppure, osserva Marco Pacioni, mentre i neuroni specchio “ ci fanno comprendere che l’umano (e l’animale) è in una rete interna ed esterna complessa” e ci offrono “ una traccia che ci consente di capire la costellazione che gli esseri umani formano e intessono”, si tende piuttosto a considerarli come “mera causa neurobiologica dell’etica e della politica”. E l'effetto degli avanzamenti delle scienze mediche e biologiche sembra riassumersi nella scoperta che mentre ci illudiamo di scegliere liberamente qualcosa noi obbediamo in realtà a "una predisposizione genetica e anatomica".

Intanto si profila sempre più l’esito finale di questa concentrazione sul cervello: la separazione della vita umana da se stessa. Leggendo questo libro è venuta in mente a chi scrive una vicenda avvenuta nel 2013 ma affiorata sulla stampa internazionale solo in giorni recenti. L’ha raccontata sul New Yok Times un articolo di Amy Harmon, riportato da Repubblica il 14 settembre 2015. La riferiamo senza poter garantire che si tratti di un evento reale: verità e invenzione che sia, si tratta comunque di una storia significativa. Dunque, l’episodio è questo: in una mattina del gennaio 2013 c’è in un ospedale americano Kim Suozzi, una ragazza di 23 anni che sta morendo di cancro. Sono gli ultimi momenti. Il fidanzato della ragazza , il ventitreenne Josh Schisler, allerta un’équipe di ibernatori di una ditta specializzata che depongono il corpo della ragazza in una vasca di ghiaccio , ne congelano la testa, prelevano il cervello, lo raffreddano con azoto liquido e lo mettono in un contenitore alla temperatura di -200 gradi. L’azienda si chiama Alcor Life Extension Foundation. Ponete attenzione al suo nome: la ditta Alcor promette l’estensione della vita, una specie di viaggio fantascientifico in un indefinibile tempo sospeso per raggiungere un’epoca futura in cui i progressi della medicina permettano di scongelare e far rinascere l’organismo surgelato. E’una pratica costosa: per Kim Suozzi occorrevano 80.000 dollari, ma un appello via Internet li aveva messi insieme facilmente. Tanta è la gente che crede in questa – come chiamarla? – sospensione della vita. Sembra che la ditta Alcor abbia già trattato in modo analogo altre 140 persone. La pratica del congelamento fu avviata nel 1967 per un malato, James Bedford, che voleva far conservare il suo corpo fino a quando la scienza avesse trovato il rimedio per trattare il suo male.Un dettaglio importante: Kim Suozzi aveva studiato neuroscienze all’università. E fu anche per questo e non solo per ragioni di costo che, rispetto alle altre persone, ricorse alla crioconservazione non per l’intero suo corpo ma solo per il suo cervello. Per lei il cervello riassumeva in sé tutta la vita che valeva la pena di tutelare.

Su questo caso si è scatenato in Internet un dibattito vivacissimo. Gli interrogativi più ricorrenti sono stati quelli sulla possibilità di conservare davvero insieme alle cellule del cervello i ricordi, i sentimenti, le conoscenze, infine il senso stesso di identità della persona che lo aveva posseduto . Altri, più attirati dalla robotica, si sono chiesti come sarà possibile a tempo debito dotare quel cervello di un corpo che gli obbedisca e gli renda di nuovo possibile il collegamento col mondo: si è immaginato per esempio un robot dove inserire non il cervello organico ma una scheda elettronica contenente il riversamento di tutto il suo contenuto neuronale. In generale, sembra evidente che ci sarà bisogno di una protesi corporea. E qui si aprono orizzonti che mostrano come Frankenstein, il Golem di Praga e tutte le fantasie letterarie del romanticismo “nero” siano sempre attuali. Dove poi le speculazioni si infittiscono è sul se e sul come quel cervello riuscirà a instaurare rapporti col mondo dove si troverà a vivere la sua seconda vita. Al fondo di tutte queste domande e di tutte le soluzioni tecniche immaginate c’è la stessa convinzione : l’essere vivente è quello che ha un rapporto con se stesso e con la realtà esterna attraverso il corpo. Da qui muovono le tante ipotesi che sono state fatte sul modo in cui quel cervello congelato potrebbe forse in un lontano futuro tornare a funzionare. E’qui che ci si affaccia sul vuoto: l’intera costruzione concentrata sul cervello si scopre malata di solipsismo e priva di fondamenta. Ma ammesso che tutte le difficoltà di impianto e di funzionamento vengano risolte , come sarà quel mondo del futuro dove l’organo vivente ibernato dovrebbe tornare a vivere? Forse allora non ci saranno più corpi umani, con tutto il loro carico di fragilità e malattie. Sarà un mondo dove i cervelli, liberi dal peso dei corpi, potranno esplicare tutte le loro immense potenzialità: pura intelligenza, durata immortale di vita. Eccolo, il desiderio antico che si rivela nella sua natura di proiezione fantastica: quello dell’immortalità concessa a un’essenza cerebrale, a un individuo diventato puro spirito. Attraverso la mediazione del cervello riappare nel cuore di una società secolarizzata un’entità da sempre centrale nelle religioni: l’anima.

alfadomenica #3 aprile 2016

Su Alfadomenica di oggi:

  • Giorgio Mascitelli, La posizione del pavone nella politica contemporanea: Qualche settimana fa Il primo ministro canadese Justin Trudeau ha diffuso tramite twitter una fotografia che lo ritrae mentre sta eseguendo una posizione yoga particolarmente impegnativa. Tale immagine, come si dice oggi, ha fatto il giro del mondo e ha suscitato favore tra alcuni commentatori che vi hanno colto un’implicita risposta a quelle altrettanto note che colgono il presidente Putin in attività e in fogge decisamente machiste: da quella in cui il leader cavalca a dorso nudo per passare a varie scene di caccia e finire con quelle che lo ritraggono in costume da karate con tanto di cintura nera. Insomma il presidente russo sembra lavorare su un immaginario che, per un italiano, richiama inevitabilmente quello mussoliniano al quale, per mezzo dello yoga, Trudeau contrapporrebbe una fisicità meno aggressiva, più democratica e liberal, ma altrettanto performativa. Leggi >
  • Adriano Prosperi, Umani e cervelli:  Si potrebbe cominciare così: un fantasma si aggira nel mondo, il cervello. E se ci appropriamo di un inizio celebre è perché quello di cui parliamo è un fenomeno che riassume in sé la più radicale svolta rispetto all’epoca e all’orientamento del Manifesto di Marx ed Engels. Allora l’attenzione era tutta rivolta ai cambiamenti in atto nei rapporti tra le classi e gli autori del ‘Manifesto’ intendevano lanciare un invito alla lotta contro la divisione sociale introdotta dalla rivoluzione industriale come rivoluzione borghese. Oggi l’attenzione prevalente ha cambiato direzione, ha voltato le spalle ai rapporti sociali e alla storia e si è concentrata sul cervello come sede dell’identità personale, luogo in cui tutto l’individuo si riassume e si concentra. Tutto il resto, dal corpo ai rapporti con l’ambiente e con gli altri esseri umani, è passato in seconda linea. Leggi >
  • Semaforo: Colonialismo - Schiave - Schiavi - Leggi >