5×5. Poesia italiana dal nuovo millennio / La manutenzione del linguaggio

Cecilia Bello Minciacchi

Nel panottico nel quale siamo ingabbiati e che solerti contribuiamo a erigere con mezzi più o meno social – spesso social-sfrenati – intravedere (certo non individuare né tanto meno definire) cos’è (la) poesia e quale la sua funzione diviene compito sempre più arduo. In particolare oggi, poi, a distanza di anni dalla condivisa e lamentatissima fine del suo mandato. Possiamo forse provare a descriverla, a dire come è la poesia – mimando un titolo che con la prudenza del filologo, e con la sua saggia misura, Mengaldo ha dato a un suo libro recente –; possiamo forse individuare le strade che sta esplorando per dedurre o almeno supporre dove voglia andare, e magari, se meta c’è, distinguerla e scommettervi.

La descrizione dei suoi caratteri non sarà sufficiente, ma resta un primo lavoro da fare, adeguando al possibile gli strumenti filologico-critici alla scrittura poetica dei nostri giorni, e ai suoi dialoghi, a volte veri e propri orditi, tra codici artistici diversi.

Parlare di crisi della produzione poetica, a rigore, non si può: moltissima se ne produce e molta se ne legge, poca viene discussa in un conversare civile, gran parte è giudicata a priori, in anticipo sulla lettura. Quasi tutta, quasi ogni tipo di scrittura poetica odierna, può contare su pochi o molti sostenitori che la difendono e che si sentono in dovere di escludere e ignorare apertamente o sotterraneamente, con gentilezze di superficie e di circostanza, autori o cultori di linee avverse (più che diverse). Sintomi che ancora oggi continuano a languire la conversazione e la società di cui Leopardi registrava la mancanza nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani.

Di poesia oggi non c’è penuria ma sovrabbondanza, dissipazione. Solo che questa produzione sfaccettata, multidirezionale, incontenibile, mentre crea un pulviscolo e un rumore di fondo che rischiano di disorientare lettore e critico – entrambi nel panottico e a loro modo cooperanti a tenere in piedi la struttura –, non riesce a offuscare la trasparenza globale della copertura che sovrasta tutti, ciascuno intento a mantenere limpido, terso e brillante, il proprio pezzettino di vetro, la propria operosa cella. E questo è – o almeno sembra – un gioco al ribasso, un depauperamento dialogico e quindi qualitativo, non quantitativo, che mantiene vivi sospetti, rinsalda lacci e crea arroccamenti, e che soprattutto non giova alla scrittura poetica in senso lato, al dialogo più autentico e serrato che si auspicherebbe, né tantomeno alla coscienza e autocoscienza della società.

Senza l’illusione di poter mappare la poesia che si sta facendo in Italia, o meglio quella praticata dagli autori esorditi in volume o plaquette dopo il 2000, come da rigorosissime consegne, almeno qualche linea tra le molteplici esistenti occorre tuttavia rintracciare e interpretare, se ancora ha senso – come credo – la responsabilità che Anceschi ha più volte riconosciuto al critico.

In questa realtà vitale e atomizzata, ha larga parte la poesia che nel panottico resta un po’ più a suo agio, che della struttura carceraria onnicomprensiva, trasparente e perfetta, a non dire rassicurante, pare non accorgersi, o non consentire d’averlo fatto: poesia spesso elegante, finanche cólta, che compensa il soggetto e i suoi vuoti in molti e diversi modi, sia lirici sia di ricerca, riversando l’interiorità all’esterno, o convocando prepotentemente l’esterno a sostituire l’interiorità.

Rintracciabile, poi, una linea più sottile perché sorretta da consapevolezza letteraria e lucidità sociologica, quella che non si nega la crisi del soggetto, la sua vulnerabilità e mortalità, e proprio per questo al soggetto dà voce con misurato distacco, praticando (e dichiarando) la poesia come «vergogna» di gozzaniana memoria, e fondando la testualità su tono piano e dati esperienziali.

O ancora quella che al panottico intenderebbe sottrarsi, e dunque cerca oneste vie per smascherarlo e destabilizzarne la struttura, per romperne la solidità e la lucentezza, per forzarlo e aprirvi varchi meritori verso realtà non italiane, ma è poi costretta a usare mezzi divulgativi appartenenti comunque al sistema che ci sovrasta, ci controlla e ci spia. L’adozione di materiali di scarto, che provengono dalla moltiplicazione e dalla saturazione delle informazioni in rete, o da discorsi brutalmente bassi, poveri o raffreddati, dallo sgocciolio delle conversazioni altrui – l’eavesdropping – cui tutti siamo esposti pur non volendo origliare, che a volte anzi c’investono con prepotenza, può anche correre il rischio di generare torpore e non presa di coscienza, non scuotimento ma noia per un quotidiano cui siamo già sottoposti e che possiamo autonomamente filtrare. Malgrado gli eventuali contrasti tra i materiali, l’esibizione di grado zero (paratattica quasi per statuto), o l’ironia concorrano, nei casi migliori, a risultati di un certo interesse, il pericolo in questa linea è che un lettore/ascoltatore/spettatore possa oggi non più dirimere tra adeguamento a cellule comunicative ormai prive di senso, aggressive, commerciali, sciatte, e loro trattamento critico, messa alla berlina o erosione. Il problema è ancora una volta come si agisce. Se, per certo, le soluzioni liriche e sentimentali esaltano l’individualismo e non favoriscono lucidità di sguardo all’esterno, anche altri meccanismi compositivi che lavorano magari sul disturbo della comunicazione, su un’amplificazione dello spamming, potrebbero anche non produrre un’«avventura» linguistica, «una luce nuova sulle cose, uno spiraglio tra le cupe ragnatele dei conformismi e dei dogmi che senza tregua si avvolgono a ciò che siamo e in mezzo a cui viviamo». Da quando Nanni Balestrini scriveva queste parole, in Linguaggio e opposizione, sono passati quasi sessant’anni, qualcuno obietterà, eppure, ancora oggi – o forse oggi ancora di più, visto il generale ottundimento – conservano tutto il loro valore. Si dovrebbe (tornare a) farne tesoro, con tutta l’attenzione che ponevano ripetutamente sul «linguaggio» e sui «significati nuovi» che questo poteva generare e sull’«opposizione» alla sua «sedimentazione». In breve con tutta l’attenzione che concentravano sul rinnovamento e sulla manutenzione del linguaggio. A dirla con Pound «i bravi scrittori sono quelli che mantengono in efficienza il linguaggio»: decadenza del linguaggio e della letteratura significa decadenza della società di cui sono espressione. Ciò vale per ogni linea poetica (e narrativa e saggistica): una scrittura sciatta è l’espressione di un «popolo» (società, per dirla con Leopardi) che sta per perdere il controllo «su se stesso». O che l’ha già perso. Considerazioni mirabilmente condensate da Pagliarani che tra gli scopi della poesia riconosceva quello di «mantenere in efficienza, per tutti, il linguaggio».

Con queste finalità sembra convenire il lavoro di alcuni poeti che senza fare proselitismo né corpo contro gli altri, senza bandire a priori tecniche compositive, tengono fermi i due punti evidenziati da Pagliarani: per tutti ed efficienza del linguaggio. Questo tenere a mente (a cuore?) collettività e lingua è forse davvero un modo per tramare ai danni del potere che, strumento ed esito del capitalismo vecchio e nuovo, accomuna per livellare, non certo per favorire il dialogo sociale, ed esalta l’individualismo per dominare meglio. Invece, dal «lavoro della cura», dal gesto che disegna sul terreno tracce intenzionalmente delebili, di gesso, o dispone sassi che indicano un percorso che non è muro ma è attraversabile, mobile e rimuovibile, dalla coscienza che questo presente è «il luogo dall’esproprio devastato» e che «non ci staremo mai in una quartina / sotto forma d’inganno», potrebbero venire incisioni – «visibili apre le crepe» –, o «filiture», per tornare a una parola che Villa usava all’interno delle sue poesie e nel definire (la) poesia. Da una pratica di scrittura che è poesia, ma anche segno, voce, cucitura, montaggio, traccia, e «filiture», potrebbero aprirsi «spiragli» nella rete dei conformismi, nel «Panopticon », che, sappiamo bene dal 1975, è «nello stesso tempo sorveglianza e osservazione, sicurezza e sapere, individualizzazione e totalizzazione, isolamento e trasparenza».

In questa poesia – a volte «brutale» – possono comparire fattacci, abusi di corpi e slogature della lingua, incertezze delle parole d’infanzia che sono spie di disagio o di coercizione politica, invidia per i sani, analogie fulminanti e disturbanti – «mia madre è un torroncino / sperlari / fuori stagione». Addirittura, oggi, vi compaiono meccanismi retorici, manipolazioni o rivisitazioni di sonetti, coblas capfinidas, isotopie, sequenze accentuative che d’improvviso crollano, magari, ed esponendo a bella posta una zoppìa aprono delusioni all’orecchio o all’occhio. Ruvidità e ritmi che a volte incontrano la ripetizione di cellule fonetiche, a volte invece vi confliggono. Ma sempre ne conoscono la fragilità, l’impossibilità di cercarvi scampo. «Ora la mappa indica il Nord, sillabami, appendimi per le caviglie»: se la nominazione, la sillabazione – in alcuni casi anche vocale e gestuale – è prepotentemente fatto fisico – «lingua» come porzione di corpo tra le altre: «facce, bocche», polsi, piedi «di cera» o «che s’inarcano», unghie, occhi, mani, pancia… –, non è tuttavia risolutiva, le sillabe possono «porsi / come non mai accadute». Le parole possono essere sgranate sulla pagina, installate disadorne come punti per tracciare, come segmentate e distanziate parti anatomiche. Ma soprattutto le parole «veicolano un’assenza», o «marciscono in disuso» mentre «le merci morte circolano libere».

È una poesia, questa, già divenuta minoranza, che ha caratteri molto vari e, com’è ovvio, percorre strade linguistiche e tematiche diverse, ma non è «sbrancata». Lascia invece percepire echi non solo testuali, tra autore ed autore, ma anche affettivi, di civile conversazione, di condivisione ideologica. Vi si può cogliere, soprattutto, la consapevolezza che neppure denudare le parole o abbandonare la figuralità possono pulire l’immaginario, perché qualunque scelta, foss’anche di una parola sola, di un oggetto isolato e privo di modificatori è comunque ideologica, e non sfugge ai condizionamenti esterni, neanche con un radicale processo di impoverimento.

Oltre all’inclinazione estetica per un linguaggio materico, per un ideale, si direbbe, di consolidamento della specificità letteraria non ingabbiata né retriva, almeno un filo tematico percorre queste esperienze: l’interrogativo sull’abitare, sull’abitabilità/inabitabilità del mondo. È testimoniato dalla ricorrenza della «casa», geografica e umana, vuota, desolata e «rasa», coincidente con un pianeta ancora veramente dacartografare e che è anche contenitore povero – « il mondo è una cassa» –, o con una donna che è terra, anche lei pianeta, grotta, origine, accoglienza: «donna abitazione». Il nodo dell’abitare implica la frizione tra «domestico» e «addomesticato», l’osservazione – «ho visto… ho visto…» – di «vite infinitamente oscure ancora tutte da documentare», come scriveva Virginia Woolf convocata in un’epigrafe, l’emblematico, disturbante ribaltamento di funzione dei luoghi – «(i pavimenti dei lager adesso sono sale da tè)» –, la mancanza di ospitalità di un orizzonte cittadino buio in cui «rumori non umani e nomi neutri / intersecano strade come vene». Quanto contano gli spazi, in questa linea di poesia, tanto contano i corpi: entrambi infatti, insieme alla pagina (voce o azione che sia) e insieme all’immaginario individuale sono case che attendono di essere decolonizzate perché si torni ad abitare.

Alessandra Carnaroli (Fano, 1979) ha pubblicato i seguenti libri di poesia: Taglio intimo (Fara editore, 2001), Femminimondo (Polìmata, 2011), Animalier (autoedizione, 2013), Sei Lucia (Isola, 2014), Elsamatta (ikonaLíber, 2015, finalista al Premio Pagliarani 2016), Primine (edizioni del verri, 2017, finalista al Premio Pagliarani 2017, vincitore Premio Marazza 2018), Ex-voto, (Oèdipus, 2017, Premio Bologna in Lettere – Dislivelli 2018), Sespersa (Vydia, 2018). Le sillogi Scartata e Anna matta 467 membri sono state finaliste al Premio Delfini 2005 e 2013; Prec’arie al Premio Mazzacurati – Russo 2011. «il verri» n. 65, ottobre 2017, le ha dedicato una sezione monografica.

sabato

ventinove maggio

padre

mi spegnevi le candele nel sedere
così contavo quanto ci badavo
a diventare grande
a farmi crescere le ghiandoline a farci venire il latte
ti chiamavo mostro ma solo di notte
quando mi sentivano i muri attaccati con la muffa
e il cruciverba che mi mancava sempre una parola
tu mi dicevi vieni qui che te la dico in un orecchio
e ci lasciavi la lingua
i denti
lo stomaco sporco che mi passava da dentro
lasciava le macchie come le ciliegie sui panni
tirava giù i piatti i reni mi veniva il prolasso
                                                           dell’osso

da Femminimondo, 2011


mia madre è un torroncino
sperlari
fuori stagione invernale
nessuno
ha il coraggio
di scartarlo
sicuramente è
andato a male
dovrebbe
finire nel secco
non compostabile
questo ritrovato chimico
eppure edibile che
sopravvive in funzione dei conservanti
soluzione idratante
sali minerali
proteine
edulcoranti sulla tua faccia
ogni tanto smorfie
che sembrano sorrisi.
Ti lamenti e ti
do la pillola
penso sia un
gesto di pietà
estrema
per i tuoi nervi coraggio
che restano incatenati
ai muscoli
a volte immagino
la tua morte
come una scarcerazione
dovrei nasconderti
le lame
nel pannolone

da Ex-voto, 2017

7

dormo con babbo nel mio lettino
la mamma allatta il fratellino
dormo con babbo è il mio scaldino
si muove appena
fa veloce
è un dolorino

da Primine, 2017

dono il mio corpo alla scienza
del ginecologo luminare
in fecondazione assistita
nel senso che da sola non ce la puoi fare
non sei capace
di proseguire la specie
umana
sei fantascientifica

come un robot giapponese anni ottanta
allatterò sparando tette sulla culla

da Sespersa, 2018

Sara Davidovics (Roma, 1981) è poeta, performer e artista intermediale.

In volume ha pubblicato: Corrente (Zona, 2006), D’acque (Galleria E. Mazzoli, 2006), Pendìci, Plaquette d’artista (Ogopogo, 2007), Corticale (Onyx, 2010),

Oz , viaggio astratto su quattro punti cardinali e una Coda (O èdipus, 2016).

Tra le ultime mostre personali: 1222, progetto per un atlante, a cura di Piotr Hanzelewicz, Galleria Gallerati, Roma; PESCARE in 16 tasche – a cura di Maila Buglioni, Galleria 16 CIVICO (Pescara); 4+1 – a cura di Diego Malara, Galleria Interno 14, Roma.

il condotto per respirare l’utero                      cartografando



                                              (il centro è solo più abituale del lato)


in contropiano                                                 tutto è geometrico

                                       tutto, staccato


*

la mappa risale a distanza                   il tragitto degli embrioni

                   un giro doppio              al passaggio dell’urina


     nella goccia                            il rumore è dentro,


                                       ma troppo sparso, per un solo centro

da Corrente, 2006

i polsi tesi               aperti               da toccare,
         distribuire i liquidi

                                        sotto pelle :



si cava sempre
                                calce spenta sui piedi





           circolarmente            forare il carbone
sulla base

                    metallo che nutre la tempia
                                              la mutilazione



su dieci fili d’aria:

da D’acque, 2006

C’è un’ombra. È una lingua lunghissima, un twister, un apriscatole. Uno svuota tasche. Una coperta d’angora. Sotto le dita dei piedi una scala a chiocciola. Una gocciolina, una gaffe. Parentesi graffa. Le nostre teste arrivano fin qui. Una giraffa, un’antenna, una farfalla, un’ape regina, una fiaccola. Portami in cima. Alla costola. Toccami.
Ora la mappa indica il Nord, sillabami, appendimi per le caviglie. Il tallone entra tutto in un tondo. Attardati.
Non è nostro, non è di pietra questo gradino, un magnete nella mia mano, un pigiama a righe. Attardati. Sarai l’ultimo a salire.

Cammina, cammina che ti cresca un capello solo e dietro l’orecchio. Io che venni con due asole sui fianchi tu che avevi cinque grilli per la testa e una sola tasca, un sasso rotondo e bianco, una piccola ruota coi denti fitti. Ho un cavallo zoppo sotto la guancia, un oblò.

*

Ho preso la forma, reclino il capo ora mi sposti con un bastoncino, una A bacia un’altra A per formare una scala a pioli, una chiocciola e la sua bava che luccica.
Ad Est c’è una luna grande, ad Est tu hai le mutande con le righe bianche, ad Est c’è una casa di tre piani con al centro una scala. Ad Est ho tre lividi sulle gambe. Lei ad Est usa la bocca e tutto il corpo, ad Est tu mi prendi per mano, ad Est mi riconobbi, ti riconosco. Ad Est ti trovo e ti regalo un sasso rotondo.
Ad est ti troverò, mi troverai.
Ad Est ho le gambe lunghe, c’incamminammo, m’incamminai. Ad Est la luna è di sale e a grossi grani, ad Est ci sono grandi occhi e tante ciglia, ad Est ci sono

          OCCHI     OCCHI     OCCHI     OCCHI     OCCHI     OCCHI
               OCCHI     OCCHI     OCCHI     OCCHI     OCCHI     OCCHI
          OCCCHI     OCCHI     OCCHI     OCCHI     OCCHI     OCCHI

Occhi. Una miriade di occhi che guardano e tu mi tocchi.
Ad Est ci toccammo.
Ti guarderò,
mi guarderai.

C’è una casa con tante stanze, una scala a chiocciola e un labirinto.
Ad Est ti camminerò, mi camminerai.

da OZ, viaggio astratto su quattro punti cardinali e una Coda, 2015

Florinda Fusco (Bari, 1972) ha pubblicato libri di saggistica, teatro e poesia tra cui linee (Zona, 2001), il libro delle madonne scure illustrato da Luigi Ontani (Mazzoli, 2003, poi antologia Premio Delfini, Sossella, 2003), Tre opere (Oèdipus, 2009), Thérèse (Polìmata, 2010), Film. Macchina della vista e dell’udito (La camera verde, 2017). La sua traduzione dell’opera poetica di Alejandra Pizarnik ha vinto il premio di traduzione Bernard Simeone. Collabora con la compagnia di ricerca teatrale Opera, (Festival dei due mondi di Spoleto; Teatro dell’arte presso la Triennale di Milano). Suoi testi sono tradotti in inglese, francese e spagnolo.

0.4

mi ricuci la pelle                                          a celare

la memoria congelata                      e mi lasci scivolare al suolo

i tuoi piedi di cera                                                si sciolgono

                                              mentre tracci il perimetro

dove nascondermi:

                       i capelli, le ossa, gli orecchini

i miei piedi s’inarcano                                        si nutrono di polvere

formano facce, bocche                                    sul pavimento scosceso

il corpo si dispiega                                           come pelle di animale

dimentichi che non puoi mangiarmi:
       sono pane vuotato

                     le mie briciole sono le parole dei morti perse al suolo

da La Signora con l’ermellino, 2005-2007, in Tre opere, 2009

ti ho visto in una vetrina a neon con capelli rosa ti ho visto con i riccioli lunghi sino alle spalle ti ho visto con trecce colorate e un rossetto viola ti ho visto con i capelli corti color porpora vi ho visto
nella vetrina con i capelli neri a caschetto

ho visto solo teste

da Il libro delle madonne scure, in Tre Opere, 2009, già Mazzoli, Modena 2003

0.5

il pane è nel cesto                  le giostre si muovono

un secchio di acqua bollente per scaldarsi

(Verónica attraversa la strada stringendosi il corpo)

le calze             e le mosche             la tovaglia             e le mele

                               (il deposito di armi nella terra)

“spingi il pane sulla pancia”


il mondo è una cassa (un’urina lenta)
un tondo di mela da pesare sulla testa

                                            pozzi di catrame e di carbone

(i pavimenti dei lager adesso sono sale da tè)

da Linee, in Tre Opere, 2009, già Zona, Genova 2001

chorus:

thérèse thérèse thérèse	se	mi dai la mano bianca
acciaio i piedi la coda d’angelo	thérèse
gli inni e le tue gonne rosse rosse rosse
polsi intrecciati legati thérèse
i tatuaggi a fiori sulle gambe
gabbia di corda nera e lanci il corpo
sui piedi   le linee col rossetto
la testa	è una lampada di luce
proietta i passi sulla strada            vetrine del quartiere
il tuo droghiere thérèse	gli zoccoli di ferro
il taglio	l’unghia	lo smalto di vernice
col dito segni quadrati di sangue
sulle pareti bianche    bianche    bianche

da Thérèse, 2011

Capelli bianchi. Una gonna nera a rose rosse. Simmetria sferica. Witten capì che le cinque versioni della teoria delle stringhe erano diverse traduzioni della stessa. Erano 10 le dimensioni spaziali dell’universo e una temporale. C’era una dimensione verticale molto più piccola delle altre. Sette erano invisibili. Ora alla luce muovi piano la gonna a rose rosse: appaiono oggetti multidimensionali: in tutto il loro splendore matematico.

*

Muovi la testa. Posi la mano sulla guancia. La maglia azzurra con collo di pallettes fuxia. Pantaloni sopra il ginocchio. Una retìna verde-azzurra sui capelli chiusa con una pinza rosa shocking. Alle spalle: nessuna informazione viaggia da una regione all’altra. Né la luce ha il tempo di propagarsi. Avvio ad un lento moto rotatorio: verso la ricontrazione dell’universo.

da Materia osservabile, inedito

Adriano Padua (Ragusa, 1978), sociologo della letteratura, vive a Roma e lavora nella comunicazione pubblicitaria e nell’informazione. Tra i suoi libri di poesia: Frazioni (e-book, http://gammm.org, HGH 2008),Le parole cadute (segnali di cose a venire) (d’if, Napoli 2009),alfabeto provvisorio delle cose (Arcipelago, Milano 2009), La presenza del vedere. Radiazioni, Buio e altre poesie (Polimata, Roma 2010), Schema (parti del poema) (d’if, Napoli 2012), StillLife (Miraggi, Torino 2017). Partecipa ai più importanti festival ed eventi nazionali di poesia eseguendo le proprie performance in collaborazione con dj, musicisti, videoartisti.

di morte quotidiana
a distruggere
tutta la cornice della guerra
un’interpretazione letterale
più che un movimento
un’onda

le tue concezioni del nostro
impresa dopo l’arte
si cancellano

lavoro non per sempre
dove c’è la tua voce vado avanti
ogni fase ristagnando
divorami parole
non voglio essere visto

arcadia che solforica fa crash
conta poco
la vita mi è venuta non incontro
subendo le funzioni
ridurre a chiarezza
non ci staremo mai in una quartina
sotto forma d’inganno

da alfabeto provvisorio delle cose, 2009

#1

composto in geometrie che il vuoto ne determinano
il buio incessante s’espande a creare contrasti cromatici oltre
atroce del cielo i colori distrugge e sovrasta le linee ritorce
divelta la luce dai corpi nei quali s’inarca e visibili apre le crepe

la quiete è terribile e ferma è un gendarme
presidia le strade sconnesse e le case
le frasi che in bocca di niente non sanno
le cose rimaste così come stanno

gli squarci si formano enormi nell’aria spaccata che tende a rapprendersi
schierarci ci serve soltanto ad avere e esibire un inutile alibi
saremo noi stessi nei nuovi massacri a venire le prede e i carnefici
per questo dobbiamo comunque provare a nasconderci senza esitare
ma addosso rimane per sempre l’odore del sangue e il rumore che siamo
e dunque salvarsi non sembra per niente possibile almeno per ora

*

rumori non umani e nomi neutri
intersecano strade come vene
che a piene traiettorie si protraggono
nel radicalizzarsi dei conflitti

attori dietro ai vetri dei teatri
inscenano silenzi recitati
marciscono in disuso le parole
le merci morte circolano libere

succede l’immediato a sé medesimo
insiste proiettando fuori fuoco
immagini deformi negli schermi

ristagnano nel buio i nostri sogni
la realtà si esplica nel moto
del vuoto in ritorsione sulle cose

*

osserva queste sillabe
di scatto comparire e dopo porsi
come non mai accadute

guardale dentro incidere
in noi franare forme
farle cedere

è tutto come fosse quasi inutile
fatto di sintomatiche altre frasi
piene di circostanza
di vuota cortesia

ridotta alla presenza
precisa di quel quasi
tremando le parole in moltitudine
vacilla la poesia

da La presenza del vedere. Radiazioni, Buio e altre poesie, 2009

5 – atomi

Che non si sazia mai, fame impazzita, atavica, che vuole lo spettacolo del fuoco, antico e distruttivo, fame di dire il mondo, in una lingua morta, ai nomi dando anime di carta, sensi che non ci sono, prese per spose esplose solitudini, in dialoghi taciuti, sottintesi. La musica, salvifica, dipinge i vuoti nel suo verbo unico, un dio che creano gli uomini, accolto nell’ascolto, perfetto, universale. Versa le tue parole in mezzo a queste, ma fallo in altri mondi, che possano cambiare. Infine poi ritorna. Di quello che ora vedi, nulla rimarrà in piedi, non una rima sola. Sarà tabula rasa, questa casa.

da StillLife, 2017

Ivan Schiavone (Roma, 1983) ha pubblicato: Enuegz (Onyx, Roma 2010 e, in versione ebook, 2014), Strutture (Oèdipus, Salerno/Milano 2011), Cassandra, un paesaggio (Oèdipus, Salerno/Milano 2014). Ha curato diverse rassegne letterarie tra cui Giardini d’inverno, Generazione y – poesia italiana ultima (da cui il documentario omonimo realizzato da Rai5) e, affiancando Luigi Ballerini, Latte e Linguaggio 2019, ha diretto, con la poetessa Sara Davidovics, la collana di materiali verbali Ex[t]ratione per le edizioni Polìmata. Attualmente collabora con Alfabeta2 e dirige per la casa editrice Oèdipus la collana di poesia Croma k .

Qui niente si muove, qui tutto è stasi.
Qui non abita più figura d'uomo
ardente d'amore e odio che le basi
svelli dei simulacri in cui s'avvolge.

Qui è attesa dell'attesa, le sirene,
la resa all'illusione che è la vita
schiacciata a questa roccia che sostiene
il senza senso, l'uomo e le sue bolge.

Qui è il fondo dell'esistente: l'umano
ridotto a oggetto artificiale domo
da fiera fera ch'era a sforzo vano.

Qui il luogo dall'esproprio devastato
qui le forze spente, la fiamma avita
estinta, qui l'errante e l'impiccato.

VI. Oz

a Sara Davidovics e Maria Chiara Calvani

traccia coi sassi il percorso.  l'albero    la treccia.   le delimitazioni.
                                            determina l'orbita.
infissa.                nel centro.               cucendo.                individua.
               il moto del satellite.
impressiona un tessuto.   la distrazione.  il flusso d'estranei che seca la sfera.
                                                           scompiglia il perimetro.
 per inconsapevolezza.        per osmosi.
                per il lavoro di cura.                                   abita il fulcro.

da Cassandra, un paesaggio, 2014

adolescenza della donna abitazione

Tinsero le mani e l’impressero nelle viscere della donna abitazione, vi disegnarono bufali, uomini-uccello; estesero la sua pelle sino al deserto, alla steppa, alle artiche distese di ghiaccio, la sovrapposero alla propria pelle notturna; le intrecciarono i capelli con le fronde, ne impastarono i muscoli col fango, con le sue ossa innalzarono l’albero del mondo.

da storie della donna abitazione, 2017, edizione non venale in 9 copie numerate

veicola la parola un’assenza, l’eco e il fantasma di quel che presente
fu ridotto per noi a distanza, estinto nel lutto, sacrificato al linguaggio
veicola un diniego, l’interdetta voluttà di nominare l’essenza
appagata da un onanismo intento al gioco di riconfigurazioni
nel miraggio della totalità, veicola il proprio essere riflesso
che abbrancato dilegua o si dispiega all’amplesso in cui predando anneghiamo

*

non possiamo che trovare rifugio nell’immaginario e in esso abitare
poiché di tutto ciò che è a noi più prossimo la contemplazione ci annienterebbe
della realtà conosciamo soltanto gli istmi e i margini del nostro linguaggio
all’interno del quale solo accadono verità ente ed evento, ed il mondo
la disponibilità assoluta, è orma in cui l’uomo nominando incede
quale estraneo nella sua propria casa a cui la lingua non nasconde, ruba

*

a Adriano Padua

non sappiamo più nominare il fuoco
per non essere noi da tempo prossimi
                                                           al fuoco — o
per troppa prossimità al domestico
                                           all’addomesticato — o per la vanità
uno dei modi della fame
uno dei modi della ferocia che dilania questo tempo
in cui agape è lo scandalo
aggressione l’abitudine — o come il giardiniere
che al ritmo circadiano della cura
contrasta con la forma il naturale — astro assurdo
sordo all’urlo
                     mezzato da un balcone
da un fiore in controluce — indugiando tra le crepe
tra le tracce materiali del conflitto
non tra crolli ma tra moniti ad occuparsi della statica

— e formiche che si agitano
tra i decori floreali di tovaglie impressionate
dalle cene e dagli avanzi - prestasti ascolto al suono e il mondo scruti
di quel dolore avendo pena
                                           per compassione
all’ascesa rinunciasti — quando tra le navate di una fabbrica
l’empatia tra i bassi, l’alba e le sostanze assunte
disegnava le mappe chimiche dell’estasi — riposando in te sereno
in te radiosa tra i gesti minimi
di un quotidiano che la fame estingue
                           — nella convalescenza del cielo e dei suoi influssi

da tavole e stanze, inedito

Una poesia / 3 Adriano Padua

Adriano Padua è nato a Ragusa il 6 Luglio 1978. Laureato in Sociologia della Letteratura presso l'Università degli Studi di Siena, lavora nel campo della comunicazione e dell'informazione. Ha pubblicato numerose opere poetiche tra le quali: Le parole cadute (d'if, 2009), Alfabeto provvisorio delle cose (Arcipelago, 2009), La presenza del vedere (Polimata, 2010), Schema. Parti del poema (d'if, 2012). Ha partecipato ai più importanti festival ed eventi nazionali di poesia eseguendo le proprie performances in collaborazione con dj, musicisti, videoartisti.

 

1.2

nell’avversione fredda dell'inverno
con troppo vuoto interno da riempire
ogni segno di noi viene a svanirsi
comparse in una rappresentazione
tutto procede come da copione
queste parole sono una prigione
il lato oscuro della libertà
vana sacrale gioia di silenzio
taciuto in una lingua ombrosa e ruvida
immobile e porosa pietra aspra

i giorni bruceranno come strade
di terre conquistate nel sospendersi
del nostro tempo sospirato e perso
cerchio chiuso che gira senza verso