Mbembe, pensare il mondo a partire dall’Africa

Claudio Canal

Questa non è una recensione, è una piccola segnalazione che spilla dal fusto sorsate inebrianti, nutrienti e anche sgradevoli. Il barile è costituito da Emergere dalla lunga notte. Studio sull’Africa decolonizzata, di Achille Mbembe. La medesima editrice aveva pubblicato nel 2005 il fondamentale Postcolonialismo¸ titolo improprio per l’originale Postcolony. Ombre Corte ha tradotto nel 2016 un articolo lungo ed essenziale, Necropolitica.

I libri sono anche degli utensili per il cervello e come tali possono essere soppesati. Ci vuole pedanteria e io ce l’ho. Per esempio, qui manca l’indice dei nomi, che in un romanzetto forse non si nota, ma in un saggio ricco e variato come questo ci avrebbe facilitato la lettura. Qualche decina di euro in più per il giovane precario addetto e l’editore ci avrebbe sorriso tra le pagine. Noi lettori e lettrici abbiamo bisogno di essere un po’ tenuti per mano, non mandati allo sbaraglio, arrangiatevi! Nello straordinario paragrafo Lotte sessuali e nuovi stili di vita [pagg. 255 sg.], che meriterebbe di circolare autonomamente, Mbembe fa riferimento sostanziale ai romanzi del congolese Sony Labou Tansi, prematuramente scomparso nel 1995. Citati nell’originale francese invece che nella traduzione italiana disponibile, molti dei quali risultato del lavoro di uno dei più lungimiranti traduttori oltre che personalità poliedrica, Egi Volterrani. Così Decolonizzare la mente (Decolonising the Mind), tradotto da Maria Teresa Carbone per Jaca Book nel 2015, così l’imprescindibile, per chiunque voglia ragionare di colonialismo, The Intimate Enemy. Loss and Recovery of Self Under Colonialism, di Ashis Nandy, tradotto da Umberto Rossi nel 2014 per le edizioni Forum di Udine. La medesima trascuratezza per C. Castoriadis, F. Eboussi Boulanga, Paul Gilroy, Ahmadou Kourouma, Alain Mabanckou…Non voglio infierire, ma L' Occident décroché di Jean-Loup Amselle è citato nell’originale come pure Modernity at Large: Cultural Dimensions of Globalization di Arjun Appadurai che sono stati editi da… Meltemi medesima, l’editrice che pubblica il libro in questione. Surrealismo editoriale o sadomasochismo? O io sono un pignolo insopportabile?

Achille Mbembe è uno storico, filosofo, teorico politico, originario del Camerun, attualmente docente in una università del Sud Africa, dopo esserlo stato in diverse università degli Stati Uniti.

Emergere dalla lunga notte, pubblicato in Francia nel 2010, è un testo ricchissimo che affronta un groviglio di temi.

L’Africa è un avvenimento del pensiero e perciò bisogna pensare il mondo a partire dall’Africa stessa.

Non è mai stata un mondo a parte l’Africa, è stata sempre profondamente intrecciata, interconnessa, in circolazione col Resto del mondo.

Il colonialismo, la sua violenza, la sua produzione del nemico, le sue espulsioni - la violenza può assumere la forma della defecazione [pag. 230] - fanno parte costitutiva del corpo oscuro della democrazia.

Questa idea verrà radicalizzata in Politiques de l'inimitié – Politiche dell’inimicizia, del 2016.

L’Europa lungo la sua storia ha sempre prodotto l’Altro. Adesso non più, perché non è più il centro del mondo.

La violenza del mercato che aveva già colpito l’Africa, nella colonia e post colonia, ora non ha riguardi per nessuno. Come argomenterà in profondità in Critique de la Raison Nègre del 2013, per la prima volta nella storia ad essere negri – depredati, dispossessati di ogni potere di autodeterminazione soprattutto sul proprio futuro- non sono più solo gli umani d’origine africana, ma lo siamo diventati tutti, è il devenir-nègre du monde.

questa capacità di riconoscere il proprio volto in quello dello straniero e di dare valore alle tracce del lontano in ciò che è prossimo, di addomesticare il non-familiare..è questa sensibilità culturale, storica ed estetica che viene precisamente indicata con il termine afropolitismo.

In due capitoli centrali Mbembe sottopone a clinica la Francia e la sua incapacità di autodecolonizzarsi. E lo dice, feconda contraddizione, mentre proclama il dovere di voltarle le spalle.

Nel mio piccolo applico, forse arbitrariamente, questo compito all’Italia che a decolonizzarsi deve ancora cominciare. Nel recente anniversario delle leggi razziali antiebraiche in Italia non ho sentito, benvengano smentite, ricostruzioni del razzismo esplicito della legge contro il madamato africano dell’anno precedente, 1937, in cui si sanciva la condanna da uno a cinque anni di reclusione per il bianco italiano che avesse avuto nelle colonie relazione di indole coniugale con persona suddita. La purezza della razza ne avrebbe patito.

La lingua di Mbembe si è ulteriormente raffinata. La beatitudine della scrittura lo trascina qualche volta ai confini dell’oscuro e della pronuncia sciamanica. Nello stesso tempo, a differenza della prassi accademica, coinvolge sé stesso nella narrazione esibendoci memorie intime della sua prima età, non in modo appiccicaticcio o narcisistico, ma solidale con il successivo svolgersi del pensiero nutrito e patrocinato da Franz Fanon e di Édouard Glissant.

Due glosse marginali: un po’ sbrigativo Achille Mbembe a toccare il tema Cina : Per il prossimo mezzo secolo, un fenomeno rilevante in Africa sarà la presenza della Cina, potenza priva d’idea [pag.65]. Punto di vista parzialmente modificato nell’intervista in appendice. Troppo poco per una testa pensante come la sua.

Veemente fino all’invettiva: E’ il caso del pamphlet L’Occident décroché dell’africanista Jean-Loup Amselle dai toni fraudolenti [pag. 184]. Bega tra accademici o una diversa comprensione/valutazione del ruolo politico dell’Islam africano?

Per il niente che può servire, sono entrato per la prima volta in contatto con il lavoro di Mbembe leggendo il suo Variations on the Beautiful in the Congolese World of Sounds, in Politique Africaine, n.100, 2005.

Suggerimento improprio: leggere questo libro cominciando dal capitolo quinto: Africa: la capanna senza porta e sesto: Circolazione dei mondi: l’esperienza africana.

Achille Mbembe

Emergere dalla lunga notte. Studio sull’Africa decolonizzata

traduzione e curatela di Didier Contadini

Meltemi, Milano, 2018

pp. 311, € 20,00

La decolonizzazione dello sguardo

Matteo Moca

Il pensiero post-coloniale ha conquistato negli ultimi anni uno spazio importante all'interno di discussioni trasversali che attraversano la letteratura, la storia e la filosofia, fornendo nuovi modelli per dare voce ad una cultura che, fino a quel momento, rivestiva un ruolo secondario, se non ne possedeva proprio uno. Uno degli esponenti più importanti di questo campo di studi è Achille Mbembe, autore del fondamentale Necropolitica (edito in Italia da Ombre Corte) e di altri saggi tutti tesi a indagare il ruolo che l'Africa può rivestire nella cultura mondiale (il recente Emergere dalla lunga notte. Studio sull'Africa decolonizzata pubblicato da Meltemi, di cui si parla in queste pagine, rappresenta un luogo di confronto imprescindibile). Lavora al fianco di Mbembe il filosofo ed economista Felwine Sarr, importante punto di riferimento già per gli studiosi in lingua francofona e di cui è oggi è possibile leggere Afrotopia, tradotto e curato da Livia Apa e pubblicato dalle Edizioni dell'Asino (nella collana emblematicamente intitolata “I libri necessari”). Leggendo i vari saggi che compongono questo volume, si può disporre di un decisivo compendio di alcuni luoghi cardine del pensiero postcoloniale e questo risulta massimamente importante: in un periodo come quello che viviamo oggi, dove l'Africa e ciò che le si muove intorno è sempre all'ordine del giorno, ma la xenofobia e l'ignoranza sono i sentimenti più comuni, questo libro restituisce alla questione la sua intrinseca complessità (parola questa tanto lontana da molti ragionamenti contemporanei), mettendo sul tavolo questioni di cruciali importanza non solo per capire la nostra contemporaneità, ma anche per riuscire a muovervisi correttamente. Afrotopia invita il lettore a raddrizzare il suo sguardo sulle vicissitudini del continente africano e riesce a farlo rimettendo in discussione gli schemi preconcetti, le percezioni che spesso sono svincolate da una reale conoscenza della realtà oggettiva, con una lingua e uno stile che, come nota Apa nella sua introduzione, in alcuni momenti si avvicinano davvero ad un'ispirazione letteraria e, a tratti, poetica.

L'urgenza che muove Sarr nella scrittura sembra essere quella di contestare discorsi che da secoli sono fatti sull'Africa, ragionamenti fitti di stereotipi che mirano sempre alla ripetizione dello stesso pensiero, quello che vede nel continente africano uno spazio per la proiezione dei fantasmi occidentali, ma soprattutto discorsi attraverso i quali ci si arroga il diritto di prescrivere come organizzare i suoi luoghi e le sue politiche economiche e sociali. Luogo di partenza è allora la contestazione del doppio movimento che contraddistingue attualmente i discorsi sull'Africa: da una parte una «retorica dell'euforia e dell'ottimismo» che porta a dire che «il futuro è africano», con prospettive buone sulla crescita economica che portano a definirlo «il futuro Eldorado del capitalismo mondiale», ma anche in questo caso si tratta di sogni prodotti da altri, come sottolinea Sarr, «una notte di sonno in cui i principali interessati non saranno però invitati al sogno collettivo». Ma si parla, appunto, di prospettive future e l'altra faccia della medaglia è rappresentata proprio da questo, dalle profonde lacune dell'oggi e dalla «costernazione davanti a un presente che sembra caotico e attraversato da diverse convulsioni». La via che suggerisce Sarr è quella di promuovere la nascita di un nuovo pensiero sull'Africa che parta dall'Africa, che faccia propria la necessità di ricollocare la discussione e il dibattito sulle prospettive future «partendo – scrive Apa nella sua Introduzione – dal rispetto del patrimonio di chi abita il continente». Per poter però raggiungere questa nuova e libera prospettiva appare vitale decolonizzare lo sguardo che si posa sull'Africa approntando un nuovo progetto che non deve necessariamente e continuamente confrontarsi con le aspettative che vengono prodotte e imposte da altri. Il saggio che apre il volume, emblematicamente intitolato Pensare l'Africa, si chiude proprio con l'augurio di mettersi alla prova in questa nuova sfida che consiste «nell'articolare un pensiero che affronti il destino del continente africano, osservandone la politica, l'economia, il sociale, i simboli, la creatività artistica ma anche identificando quei luoghi da cui vengono enunciate nuove pratiche e nuovi discorsi in cui si elabora l'Africa che sta per arrivare». Pare scontato, ma per fare questo al centro del pensiero e delle preoccupazioni deve stare l'uomo, che deve precedere le logiche economiche ed ergersi come indiscusso protagonista di questo nuovo progetto di civiltà.

I saggi che seguono tentano di definire i confini di questo ragionamento, attraversando i più diversi campi del sapere, non arroccandosi mai su un secco e arido tono accademico. Uno dei risvolti certamente più interessanti del lavoro di Sarr, risiede anche in una riflessione sulla natura delle questioni migratorie, argomento che riveste oggi una posizione centrale. Se uno dei fili rossi che lega questi saggi sta proprio nel confronto tra la crisi del sistema economico mondiale e la situazione dei paesi che occupano la zona Sud del mondo, che paiono paradossalmente avvantaggiati da questa stessa crisi e desiderano raggiungere la posizione dei paesi occidentali, la grande sfida che si propone Sarr, come ha raccontato in un'intervista a Carlo Mazza Galanti pubblicata su Il Tascabile e come emerge dalle pagine di Afrotopia, è quella di dare consapevolezza dell'inconsistenza del desiderio di ripetere la storia dell'Occidente. Per fare questo Sarr prova a variare la prospettiva dello sguardo verso un Occidente al collasso: in questa situazione esso non può stagliarsi come unico elemento di paragone, anche alla luce della necessità di un ampliamento e una diversificazione delle opportunità che le realtà africane possono offrire e di cui l'autore si fa promotore.

Felwine Sarr

Afrotopia

traduzione e cura di Livia Apa

Edizioni dell'Asino

pp. 131, euro 15

Decolonizzare l’altro

Massimo Filippi

Un tratto importante del discorso coloniale è la sua dipendenza dal concetto di “fissità” nella costruzione ideologica dell’alterità.

Homi Bhabha

L’intruso non è nessun altro se non me stesso e l’uomo stesso.

Jean-Luc Nancy

1. «Il tempo in cui c’era l’Altro è passato». Comincia così, con il solito tono ieratico, L’espulsione dell’Altro di Byung-Chul Han. Questa ulteriore dichiarazione di morte – dopo quella di Dio e quella dell’Uomo – non è semplicemente un incipit a effetto quanto piuttosto la chiave di lettura del pensiero dell’autore tedesco di origini coreane rintracciabile anche (se possibile in maniera ancora più enfatica) nel Profumo del tempo e, più in generale, lungo l’intero corso della sua riflessione – non a caso, in quarta di copertina dell’Espulsione dell’Altro si afferma, correttamente, che «questo nuovo saggio [...] è una sorta di summa delle sue opere precedenti». Per Han, quindi, c’è un tempo prima e un tempo dopo (la morte/espulsione de) l’Altro, due tempi che si contrappongono frontalmente. Prima, con l’Altro, vigeva il tempo della relazione, dell’amore, del gioco, dell’esperienza e delle cose; ora, senza l’Altro, quello della prestazione, del sesso, dell’utile, della superficialità e delle merci. All’esitazione e all’indugio si è sostituita la frenesia disforica dell’agire disorientato: il tempo non profuma più ed è diventato «un adiposo vuoto di pienezza», in cui l’Uguale predomina incontrastato. Seguendo Heidegger, a cui Han fa ampio ricorso, l’uomo da «formatore di mondi» si è fatto «povero di mondo», come l’animale. L’uomo è degenerato – come le ideologie di destra non si sono mai stancate di denunciare e come Han non smette di ripetere.

2. Le contrapposizioni frontali elencate da Han sono molte ed è poco utile riportarle tutte. Più interessante è invece sottolineare come ognuna di loro riproduca un’identica struttura binaria e gerarchica: da un lato (sopra) il mondo poetico ed edenico delle vocali, ormai defunto, e dall’altro (sotto) quello prosaico e calcolante delle consonanti. Non v’è dubbio che l’Altro sia disfunzionale alle operazioni dell’impresa del capitalismo informatico, impresa che necessita tra le altre cose – ma questa diagnosi è nota – di un tempo sincrono, di uno spazio liscio, di individui bipolari e perfettamente intercambiabili e di algoritmi impersonali e automatici. Tuttavia, ci si dovrebbe interrogare se sia possibile immaginare mondi altri assumendo la “logica binaria 0/1”, ovvero la stessa logica che sta al cuore del sistema che si intende superare. Pur criticando aspramente l’informatizzazione dell’Altro come 0, Han non resta forse preda della stessa operazione calcolante ponendo l’Altro come 1? Se la risposta è sì, allora non dovrebbe sorprendere che l’analisi di Han eviti ogni scavo genealogico (l’Altro o c’è o non c’è, è privo di geografia e di storia, è fisso) e non offra una proposta politica degna di questo nome per uscire dall’inferno del capitale. Di più: è quantomeno insoddisfacente, se non addirittura pericoloso, riproporre il primato della vita contemplativa sulla vita activa, il primato di quella che a ben guardare altro non è se non un’ascesi individualista, elitaria e dai toni neppure tanto vagamente religiosi, con il suo nostalgico elogio dei bei tempi andati e il suo corredo delle buone cose di pessimo gusto – dai sentieri di campagna ai campanili, dalle porte massicce alle brocche, dalle radici... alla patria!

3. È noto che Judith Butler ha criticato il concetto agambeniano di nuda vita (al singolare) che ha sostituito con quello di vite precarie (al plurale). Ciò non corrisponde al misconoscimento dell’esistenza di vite denudate, ma prende le mosse dal riconoscimento della potenza performativa del linguaggio che, senza dirlo, occultandosi dietro la pretesa di una mera descrizione di fatti, contribuisce, nel momento stesso in cui la definisce “nuda”, a spogliare la vita del potere e della resistenza che comunque mantiene nei confronti dei dispositivi che vorrebbero renderla tale. L’eccesso di singolarizzazione della vittima, seppur inconsapevolmente, nega l’eccedenza di potere che pervade i corpi offesi e, con lo stesso gesto, è parte dei meccanismi di produzione dei corpi a perdere. L’Altro di Han, così trascendente da essere già morto senza sapere di esserlo, non risponde – forse al di là delle intenzioni dell’autore – a un costrutto paralizzante e depressivo, a un falso movimento che ci riporta dentro l’edificio dicotomico e dicotomizzante che non abbiamo mai abbandonato per poter continuare a provare, come Odisseo, l’avventuroso brivido del ritorno a casa? Per parafrasare Lacan, se l’Altro è morto non vale la nozione ingenua secondo cui tutto è permesso, ma quella opposta per cui più niente è permesso. In tal modo, ogni prassi politica trasformativa diventa semplicemente impensabile.

4. È lecito perciò chiedersi chi sia l’Altro di cui Han parla. Scorrendo le pagine dei due ultimi libri, l’Altro, quando non è addirittura Dio stesso (che, appunto, è morto!), è al di là di ogni ragionevole dubbio umano e occidentale. L’Altro (in maiuscolo e al maschile) non è mai gli/le altr*. Rimanendo ben dentro i confini della “nostra” metafisica, le alterità animali sono ridotte a cose buone da sfruttare e le alterità degli altri umani sono semplicemente buone per non essere pensate. L’uomo (sempre al singolare maschile), che dovrebbe essere «l’animale che esita» (ricordate la favola? L’uomo è l’animale razionale, politico, simbolico...), è «degenerato ad animal laborans». E questo pare che sia accaduto perché viviamo nel tempo della psicopolitica: la psiche dell’uomo neoliberale è cablata per rispondere efficacemente ai dettami della produttività illimitata; l’efficienza massima ed economicamente vantaggiosa – senza neppure i costi della disciplina e della repressione – è ottenuta tramite la trasformazione di ognuno in imprenditore di se stesso. L’uomo neoliberale funziona, finché funziona, in quanto catturato da dispositivi di endocontrollo e da processi di autoaddomesticamento. Ora, non si sta negando che una parte degli umani, soprattutto occidentali, quelli che stanno dalla parte “giusta” della barricata neoliberista, lavorino mettendo al lavoro la loro presunta libertà; ciò che si sta cercando di sottolineare è invece l’“invisibile” violenza epistemica che fa perdere di vista, dietro la roboante retorica dell’assolutamente altro, il banalmente altro – talmente banale da poter essere messo a morte impunemente: la psicopolitica governa in un ambito geograficamente ristretto e su un’esigua minoranza dei membri della cosiddetta “umanità”. Detto chiaramente e senza indulgere in equiparazioni spoliticizzanti, chi lavora nelle fabbriche del Sud del mondo, chi muore sotto le bombe intelligenti o soffre la fame e la sete al di là delle muraglie occidentali, chi sale disperato su un barcone o viene rinchiuso in un CIE, chi viene discriminato, se non ucciso, perché non-bianco, non-etero o non-proprietario, perché – direbbe Foucault – «anormale», al pari di chi è condannato a vita dietro le sbarre di un allevamento, di un laboratorio o di uno zoo e di chi viene sospinto a botte verso il mattatoio, è assoggettato ad un potere che è tutto tranne che lo psicopotere descritto da Han. Han che si “dimentica” di dirci che è l’ininterrotta produzione di corpi che non contano a permettere la materializzazione della psiche docile dei corpi che contano (ad esempio, attraverso il terrore di venire relegati ai margini qualora si diventasse meno produttivi). Detto altrimenti, l’Altro è sì passato – ma non da ieri –, e gli/le altr* non hanno mai formato moltitudini tanto sterminate.

5. Poiché le metafore mediche abbondano negli scritti di Han, potremmo proseguire lungo questa direzione affermando che, per mettere in atto una terapia politica all’altezza dei tempi, è necessario formulare una diagnosi precisa dello stato di cose esistente. Ormai dovrebbe essere chiaro che le forme di potere non si succedono l’una all’altra, ma si stratificano e si intersecano, assumendo aspetti differenti in contesti diversi. Un primo passo verso una diagnosi più affidabile potrebbe essere quello di prendere sul serio quanto Achille Mbembe analizza in Necropolitica. Per il filosofo camerunense, il termine “necropolitica” descrive «il sistematico uso strumentale dell’esistenza umana e la distruzione materiale delle popolazioni e dei corpi»; la necropolitica è una sorta di filiazione del potere sovrano che, grazie agli sviluppi tecnici, ha raggiunto il suo massimo livello di incandescenza nel corso della modernità fino a mettersi nella condizione di potere esercitare la sua forza-di-legge su interi continenti. La visione biopolitica di Foucault è quindi diventata «insufficiente» non tanto per la comparsa dello psicopotere (che, in qualche modo, prevede) quanto piuttosto per lo sviluppo esorbitante, in quantità e qualità, di prassi necropolitiche che non esprimono «una scheggia di inusuale follia» ma «il nomos dello spazio politico nel quale ancora viviamo». La biopolitica ha trascurato fenomeni come «la piantagione e la colonia» e non i processi soggettivanti/assoggettanti di autoproduzione del sé. La lettura di Mbembe è un utile antidoto a far sì che il rimosso ritorni: il sistema psicopolitico neoliberale ha molto più a che vedere con la materialità dei «mondi di morte» – che coprono l’intero globo e che ci piacerebbe poter dimenticare per poter continuare a trarre piacere dal “nostro” osceno godimento – che con il vacuum della proliferazione virtuale dei like, come sembra credere Han.

6. Mbembe, però, non basta ancora perché i mondi di morte eccedono di gran lunga l’umano. La necropolitica non è prerogativa dell’altrove, ma è qui tra “noi”, nel modo in cui viene trattata, su scala industriale, la carne degli/delle altr*. I viventi desideranti che i bio/necro/psico-poteri sono chiamati a governare/uccidere/normalizzare non sono esclusivamente umani. E questo perché infinite schiere di appartenenti alla specie Homo sapiens sono incessantemente animalizzate, perché sterminate moltitudini di animali sono messe a morte ogni giorno e perché è la vita animale (umana e non umana) a costituire la presa di questi poteri, in quanto è il corpo in movimento e in transizione – anche quando assume la forma di neuroni e sinapsi – ciò che maggiormente disturba i meccanismi della megamacchina capitalista. Interessante è allora guardare a come gli/le altr* si vedono e a come pensano altri/e altr*, come ha fatto Eduardo Viveiros de Castro in Metafisiche cannibali. In questo volume, tradotto da poco, è immediatamente evidente che la «Grande Divisione» non è un universale antropologico e che il suo gesto dissettorio ed escludente ha fatto della «specie umana l’analogo biologico dell’Occidente» per il resto dell’umanità. Se vogliamo davvero superare la metafisica occidentale, «fons et origo di tutti i colonialismi», dobbiamo «assumere integralmente» il compito di una «decolonizzazione permanente del pensiero» a partire dalla decostruzione della nozione anfibia di “Altro”. Altro che, nella nostra tradizione, sorge come contraccolpo retroattivo all’imposizione del Medesimo. E decolonizzazione che dovrebbe prendere le mosse dalla semplice constatazione che «l’Altro degli Altri è sempre altro». Gli/le altr* non stanno in un altrove trascendente, ma vivono negli incontri che stiamo esperendo anche qui e anche ora. Incontri che, volenti o nolenti, modificano i “nostri” corpi e i “nostri “immaginari”, trasferendo «la differenza umano/non-umano all’interno di ogni esistente». In altre parole, il processo di decolonizzazione del pensiero passa dalla presa di congedo della ricerca della differenza che starebbe là fuori e nell’accettazione che le differenze non cessano mai di differire dentro il piano di immanenza del “divenire comune”. All’«essenza» dell’Altro come «dolore» – così si esprime Han, ancora debitore delle metafisiche delle passioni tristi – dovremmo rispondere con la gioia eccedente dei punti di vista dei corpi coinvolti in una perenne creolizzazione resistente alle logiche dell’uniforme e dell’uniformità. L’Altro chiama; gli/le altr* passano.

Byung-Chul Han

L’espulsione dell’Altro

traduzione di Vittorio Tamaro

nottetempo, 2017, 108 pp., € 13

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

Il profumo del tempo. L’arte di indugiare sulle cose

traduzione di Claudio Aleandro Bonaldi

Vita e Pensiero, 2017, 132 pp., € 15

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

Achille Mbembe

Necropolitica

con un saggio di Roberto Beneduce

ombre corte, 2016, 107 pp., € 10

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

Eduardo Viveiros de Castro

Metafisiche cannibali. Elementi di antropologia post-strutturale

traduzione di Mario Galzigna e Laura Liberale, postfazione di Roberto Beneduce

ombre corte, 2017, 237 pp., € 20