La Sinistra di re Giorgio

Giso Amendola

Giorgio Napolitano, nei giorni convulsi delle fallimentari consultazioni di governo, li aveva già richiamati alle proprie responsabilità; e aveva evocato un anno chiave, il 1976. Così è stato subito chiaro in cosa consistesse la vera responsabilità da assumersi: attenersi rigorosamente alla strada maestra delle larghe intese. Questo Paese va tenuto unito rigettando ogni cosa che sappia di conflitto, e mantenuto sui binari della concertazione eterna tra le forze politiche principali: evocando, a norma fondamentale del governo, la perpetua emergenza.

Non si può dire che non abbiano ascoltato il Presidente. Fa nulla che, nel solito passaggio da tragedia a farsa, le grandi forze popolari delle grandi intese del 1976 si siano ridotte, nel frattempo, a correnti litigiose del PD, e che le intese ora si facciano con la destra berlusconiana: lo schema non si tocca. Ciò che non s'era riuscito (ancora) a fare per la formazione del governo, si farà nell'elezione del Presidente della Repubblica. Il richiamo di Napolitano al 1976 suona come la riproposizione obbligata di una cultura politica perenne e inaggirabile: larghe intese, unità nazionale, emergenza. Così: "deve essere un cattolico".

E allora recuperiamo l'uomo della CISL, insieme cattolico ed eroe della concertazione: Marini. Poi, quando pure ci si è spinti a rompere l'intesa e ad arrivare a un nome votato dal solo centrosinistra, allora è stato Prodi: mai Rodotà. Ma perché l'interdetto, quando in fondo, e lo ha pure rivendicato più volte, Rodotà proviene, nel bene e anche nel male, da quella stessa storia?

Più che per il marchio M5S, Rodotà è subito sembrato un extraterrestre, anche e proprio rispetto alla sua stessa storia, per motivi sostanziali, e radicati nelle sue battaglie recenti.
I beni comuni: in un partito diviso tra priorità del mercato e nostalgie statualiste, il solo evocare uno spazio non tradizionalmente pubblico e non proprietario è concepito come incomprensibile. Il reddito di base? Bersani e Fassina hanno scelto come bandiera, nella discussione della riforma Fornero, l'innalzamento della pressione fiscale sul lavoro precario, sognando evidentemente di spingere così al tempo indeterminato per tutti. Con gli esiti disastrosi già registrati.

E questi velleitari tardosocialisti, che risolvono la precarietà ammazzando il precariato, possono mai capire la rilevanza politica del reddito di base? Per chi ha il calendario che segna 1976, tutto questo è eresia. E allora, contro l'eresia, è evidente che bisogna ritornare ai Padri che più Padri non si può, e reincoronare re Giorgio. E certificare così l'ibernarsi definitivo di un'intera cultura politica. Anche in questo, davvero, hanno seguito il 1976: nella scelta di rompere definitivamente ogni ponte con intere generazioni, con i linguaggi e i desideri del presente, con la vita.

Fortunatamente, a sera, abbiamo finalmente lasciato questo eterno '76. Le piazze si sono riempite: e non era l'effetto della chiamata di Grillo, il quale, anzi, ha innestato la retromarcia non appena ha capito che Piazza Montecitorio non sarebbe stata un "suo" teatro. Piuttosto, abbiamo visto, per una sera, anche a Roma qualcosa di simile alle convocazioni spontanee attorno ai palazzi arroccati della rappresentanza, le modalità di dissenso tipiche dell'Europa dell'indignazione di questi anni.

Ma anche qui, poco ci hanno capito, i reduci del '76: quella gente è populista, è fascista, dicono. Rodotà stesso invita, come per la sua cultura è quasi inevitabile, a manifestare dissenso solo "nelle sedi istituzionali".

Eppure, quello che si è visto non è che quello che nell'Europa della crisi accade spesso. Ma una sinistra agli occhi della quale anche solo un buon costituzionalista liberaldemocratico, riformista e legalitario, appare un sovversivo pericoloso, giusto perché aperto ai beni comuni, ai nuovi diritti e a un nuovo welfare, evidentemente ancor meno ne può sapere di indignados e di acampadas. Starà ancora rincorrendo gli "untorelli" e maledicendo il '77.

Rivolta

Mario Gamba

Anni cruciali in una città cruciale. E le vicende intrecciate degli autonomi in quella città. I ‘70 a Bologna. Verso il ’77, il culmine, l’affollarsi delle esperienze di vita rivoluzionaria. La storiografia sul periodo non è tanto lacunosa quanto segnata dall’ideologia totalitaria dell’oggi italiano: neoliberismo alla base, protervia d’ordine nello scorrere delle documentazioni, specie quelle divulgative. Fiction televisive improntate all’orrore per l’insorgenza radicale diffusa dell’epoca (con le sue punte insurrezionali).

Descrizione farsesca dei comportamenti e dei linguaggi. Clamorose omissioni sulla durezza sadica delle punizioni inflitte agli insorti dagli organi dello Stato. Soprattutto, assenza in un quadro organico delle voci che raccontano come comincia l’avventura e come diventa scontro acceso e invenzione di situazioni alternative nella quotidianità. Niente di più utile, quindi, per cercare di mettere la materia nel posto giusto, di uno spicchio di quella storia raccontato dai protagonisti stessi, corpi e anime di quella che è stata chiamata l’Orda d’Oro.

Il film Rivolta realizzato da Maurizio Gibo Gibertini con la sua Officina Multimediale è appunto questo spicchio di storia narrata. Parlano otto persone che negli anni ’70 facevano parte di Autonomia Operaia e agivano nel capoluogo emiliano. È il tempo in cui viene aggiunta la parola Organizzata al nome del gruppo. Questo succede a livello nazionale. C’è una curiosa contraddizione tra il massimo di movimentismo del periodo, in particolare del ’77, ben vissuto e interpretato proprio dai militanti di AutOp, e un riferimento organizzativo forte conferito al proprio itinerario politico. E a Bologna, capitale dei «creativi» nel movimento rivoluzionario dell’epoca, la contraddizione può sembrare particolarmente acuta. Solo a posteriori sembra difficile da armonizzare, quando si forma una domanda nel ricordo e nelle riflessioni di coloro che quella battaglia l’hanno fatta e oggi ne espongono i tratti in chiave personale.

Mimmo Rotella - Attacco - 1979 - Collezione Fondazione Mimmo Rotella, Milano
Mimmo Rotella, Attacco (1979) - Collezione Fondazione Mimmo Rotella, Milano

Nel suo momento, il ’77 bolognese, questa convivenza di opposti, o almeno diversi (Roberto Sassi: «Radio Alice fungeva da organizzatore collettivo, strano l’abbinamento di movimentismo e leninismo!») non viene avvertita come artificiosa. Casomai come l’oscillazione (in un passaggio fluido e continuo) tra spontaneità informale e desiderio di un’efficacia nella «pratica dell’obiettivo», oltre al desiderio di anticipare concretamente forme di vita che appaiono ulteriori rispetto all’ordine del discorso capitalistico. Una contraddizione vitale. Gli «storici veri» di Rivolta non sono né pentiti né rifluiti: sono oggi vispi attivisti all’incirca sessantenni in un campo di ripresa del pensiero critico. Il regista li inquadra, uno alla volta, seduti su uno stesso divano bianco in un interno di soggiorno-studio. Parlano tutti con un tono di passione pacata. Esibiscono accenti diversi, s’intende, curve melodiche diverse dell’eloquio. Ma la vivezza distesa li accomuna mentre ripercorrono ragionando la loro vicenda di antagonisti sociali.

Primi piani e campi medi si alternano, i personaggi del film cambiano di poco la loro posizione nel quadro, al massimo da un capo all’altro del divano. Ma l’aggancio degli spezzoni delle loro storie è sapiente, è attento alla successione dei temi e dei toni, alla «musicalità» degli interventi. Così il tutto risulta languidamente mosso, pensosamente vivace. Non c’è epica nel lavoro di Gibertini. I suoi personaggi non sono eroi né reduci. Scoprono l’irruzione della memoria come attivazione del presente. Scoprono l’attualità preziosa delle loro esperienze. O la preziosa «inattualità», se vogliamo dirla con Agamben (Che cos’è il contemporaneo) per via della discordanza di quelle esperienze con lo stato delle cose, di allora e di oggi.

Si sa che in tipi di prodotti come questo film il culto della memoria può giocare brutti scherzi. La smemoratezza, l’oblio («Occorrono poeti del dimenticare» scriveva Franco Berardi “Bifo” in Caleidoscopio della paura, DeriveApprodi, n. 20, 2001) può rivelarsi più stimolante per chi punta a una nuova instabilità antagonista del quadro politico-sociale. Meglio agire-per-sovvertire, rinnovando i propri strumenti interpretativi, che ricordare. Ma è proprio qui che il lavoro di Gibertini vince la sfida. Di racconto in racconto, di frammento in frammento, emerge la sintonia con un oggi possibile di aggregazione di nuovi soggetti insorgenti.

Maurizio Sicuro: «A un certo punto cambiano i comportamenti. E il movimento si espande, i non garantiti sono protagonisti». Valerio Guizzardi: «L’autonomo diventa egli stesso la rivoluzione qui e ora». Patrizia Gubellini: «Il personale è politico, ecco un tema centrale. Noi cerchiamo di modificare subito la nostra vita». Gli altri «attori» sono Alessandro Bernardi, Lucia Costa, Giorgio Lavagna (fondatore del gruppo punk Gaznevada), Nico Maccentelli. Un respiro lungo del film. Un procedere monodico che cattura lo spettatore/ascoltatore come una serie di Madrigali di Monteverdi legati uno all’altro.

Rivolta di Maurizio Gibo Gibertini verrà presentato oggi 28 marzo 2014 alle ore 18.00 nel corso della mostra BHAP (beat, hippie, autonomi, punk) al Lucernario Occupato della Sapienza - Viale delle Scienze, Roma.