Difendere la filosofia?

Alberto Gaiani

Ultim'ora

Si è cominciato con un carico da novanta. Alla fine del 2013 Esposito, Asor Rosa e Galli della Loggia su «il Mulino» (6/2013), intervengono con un fuoco di fila in difesa delle scienze umane. Tra i diversi argomenti che portano a sostegno della loro tesi, tre sono particolarmente rilevanti. Potremmo connotarli rispettivamente come:

(a) appello alla conservazione di una tradizione;
(b) difesa dell’umanesimo politico;
(c) difesa dell’umanesimo pedagogico.

«Gli studi umanistici sono per l’appunto gli unici che per la loro stessa natura assicurano il legame con la specificità della dimensione storica della vita e [...] il legame con la parola scritta […]. La crisi del sapere umanistico – in particolare letterario, filosofico, storico – si traduce nella crisi del politico, e quindi della politica in senso proprio, perché in Italia il politico è stato costituito alle sue radici proprio da quel sapere». Al saggio-appello su «il Mulino» hanno fatto seguito molti interventi. A titolo di esempio se ne possono segnalare quattro. Anzi, quattro più uno di cui dirò molto poco.

Su «la Repubblica» del 15 febbraio 2014 interviene di nuovo Roberto Esposito calcando la mano su due aspetti che andrebbero irrimediabilmente persi nel momento in cui si decidesse di eliminare la presenza della filosofia nelle scuole e nelle università o di ridurne di molto la portata: l’opera di pulizia concettuale e l’anima politica della filosofia.

Il giorno dopo, il 16 febbraio, su «Il Corriere della Sera» appare un’intervista in cui sono chiamati in causa Giovanni Reale, Giulio Giorello e Gianni Vattimo. Giorello sostiene l’importanza della filosofia in merito alla formazione del pensiero critico, del pensiero divergente. Vattimo enfatizza la capacità della filosofia di offrire una visione del mondo complessiva che altrimenti ci sfuggirebbe.

Sul sito della casa editrice La Scuola il 19 febbraio esce un appello firmato da Roberto Esposito, Adriano Fabris e Giovanni Reale, che si schiera apertamente contro la «ideologia tecnocratica, per la quale ogni conoscenza dev’essere finalizzata a una prestazione [...] e tutto, alla fine, dev’essere orientato all’utile. [...] Privilegiando un pensiero unico modellato sulle procedure tecnologiche, abbiamo rinunciato alla nostra tradizione, alle molteplici espressioni della nostra umanità, e siamo diventati tutti più poveri nella riflessione e nella capacità critica». Questa deriva va osteggiata in ogni modo. In calce firmano importanti accademici italiani, come Antiseri, Bodei, Ferraris, Natoli, Severino, Vattimo, e molti altri.

Al quarto posto in ordine di tempo troviamo un elogio dell’inutilità della filosofia scritto da Quit the Doner, uno dei blogger più seguiti in Italia, e pubblicato anche da Linkiesta a fine febbraio 2014. Premettendo che «la filosofia a ben guardare è tutt’altro che inutile, bisogna solo chiarirsi bene sul concetto di utilità», l’autore mostra con grande intelligenza che la filosofia educa al dubbio sistematico, fornisce un’insuperata capacità di fare un passo indietro rispetto al piano dal quale di solito guardiamo la realtà. «La speculazione filosofica è perciò prima di tutto una pratica di resistenza, la culla di ogni alterità possibile, il momento di riflessione radicale sulla realtà e, da un altro punto di vista. […] La filosofia punta a un aumento indefinito della conoscenza sulla condizione umana».

Infine, su «il manifesto» del 1 marzo 2014 Luca Illetterati interviene sulla questione, con una riflessione ad ampio respiro che richiama la necessità di una filosofia che abbia a che fare con la vita, e non solo con tavoli e sedie. Però su questo sono troppo di parte. Leggetelo, se vi capita: vale la pena. Ma non dirò di più, se non che è il solco nel quale mi muovo.

Proposta

Gli appelli che oggi circolano sono giusti. Richiamarsi alla tradizione, alla motivazione politica, alla capacità critica nei confronti di noi stessi, del mondo in cui viviamo, delle varie discipline che compongono il territorio della nostra conoscenza: è tutto giusto, tutto sacrosanto. È evidente a tutti che le questioni su cui fanno leva Asor Rosa, Esposito, Galli della Loggia, Giorello, Vattimo e Quit the Doner sono di tutto rilievo. Inaggirabili, di importanza capitale. Se si vuole, il limite che hanno è che mantengono tutto il discorso su questioni di principio.

Qui vorrei tentare di contribuire alla discussione avanzando una proposta che si muove su un piano di principio ma che apre anche verso una proposta di messa in opera. Sarò il più diretto possibile: solo per amore di chiarezza, non per sicumera. Non credo di avere chissà che soluzioni. Mi piacerebbe dare una mano, offrire elementi al dibattito.

Primo punto. Se vogliamo davvero fare un servizio alla filosofia, se crediamo che sia davvero importante il suo ruolo nella scuola e nella società, se crediamo che la filosofia debba avere un posto di rilievo nel mondo, nell’educazione dei giovani, nel dibattito pubblico, dobbiamo finirla con la retorica del sapere sovrano. Abbandonare una volta per tutte ogni visione gerarchica e piramidale. Smetterla con l’idea che per trovare un posticino in un mondo complesso e rischioso, dove la filosofia sembra perdere sempre più mordente a vantaggio di saperi solidi e produttivi e riconosciuti, si debba far ricorso a una specie di pretesa imperialistica, che in realtà mette a nudo una debolezza enorme. Dite che la filosofia non serve a niente? Non è vero, si risponde spesso: la filosofia è la vetta del sapere, la scienza ordinatrice di tutte le scienze, la ciliegina sulla torta dei saperi, ciò senza cui il sapere non è sapere. E poco importa che un filosofo non produca risultati alla stregua di un biologo nel suo laboratorio; poco importa che in filosofia non si inventino vaccini, marchingegni elettronici, nuovi materiali plastici. Noi filosofi abbiamo il monopolio della verità, della visione della totalità, del senso del mondo. Altroché.

Secondo punto. Se alla filosofia togliamo da sotto il sedere la sedia del sapere sovrano, cosa capita? Dove andremo a finire? Cosa ci rimane in mano? Dobbiamo provare a formulare in modo chiaro e comprensibile anche per chi non si diletta di letture filosofiche che cosa si fa quando si fa filosofia, che cosa succede, come ci muoviamo e dove possiamo provare ad arrivare. La mia idea è che quando facciamo filosofia facciamo una cosa ben determinata. Attraverso la filosofia entriamo in un campo che nessun’altra scienza – o nessun altro sapere, per stare più sulle generali – affronta nello stesso modo. Quando facciamo filosofia partiamo dalle parole che utilizziamo tutti i giorni e che ci servono per parlare del mondo che costituisce la nostra esperienza ordinaria, ci ragioniamo sopra, le portiamo al livello del concetto filosofico. Questo non significa che lasciamo il mondo da una parte e ci concentriamo solo sulle nostre elucubrazioni. Le parole intrattengono un rapporto necessario con il mondo di cui sono descrizione. Solo che nell’esperienza ordinaria ne sono una descrizione, per l’appunto, ordinaria. Una bella fetta della nostra vita, della nostra esperienza, delle nostre azioni, scelte, aspirazioni, motivazioni non ha nulla di filosofico. La vita di per sé non è filosofica. La filosofia è una scelta. Uno sguardo diverso, radicato in profondità nella vita e nel mondo, e però anche una presa di distanza dalle cose della vita e del mondo, che cessano di essere ‘cose’ e vengono pensate. Diventano concetti. E non per questo smettono di essere cose del mondo reale, ovviamente.

Terzo punto. Se la filosofia non è una specie di superscienza vuota ma intoccabile ed è invece un sapere che ci fa conoscere in modo diverso quello che pensavamo di sapere, quello che davamo per scontato, viene meno il bisogno di distinguere tra discipline umanistiche e discipline scientifiche e di creare una gerarchia tra i saperi. Questo a livello molto teorico. A livello più pratico, si ha un argomento da spendere con chi dice: togliamo la filosofia e sostituiamola con insegnamenti più utili, più fruibili. Non è vero che la filosofia non serve a niente, ed è vagamente autolesionista continuare a insistere su liberalità, inutilità, inservibilità. La filosofia serve. Produce risultati. Ci dà conoscenza. Di che tipo? Una conoscenza in cui il concetto è il fulcro, lo snodo in cui alcuni elementi confluiscono, si incontrano e generano qualcosa di peculiare. Un concetto filosofico tiene insieme dimensioni differenti: lo studio e la conoscenza della tradizione; la capacità di usare la logica e di riconoscere, analizzare, costruire un’argomentazione; la ricaduta che questa riflessione ha sulla nostra vita nel mondo, in termini di scelte, concezioni, condotte morali e politiche. La filosofia come sapere concettuale dunque ha come proprie caratteristiche l’essere una attività, l’aderenza alla realtà, l’intersoggettività, la normatività.

Compiti per casa

Detto ciò, non è che si sia risolto granché. È più il lavoro da fare che quello fatto. Provo a elencare alcuni punti che potrebbe essere interessante affrontare in una discussione a più livelli: una discussione aperta, pubblica, partecipata, ma anche un discorso affrontato in modo professionale da chi si occupa di filosofia per mestiere.

Primo. La filosofia oggi è innanzitutto la filosofia accademica. Porta con sé una certa dose di tecnicismo, di specialismo, di settorializzazione. Cosa pensano della filosofia gli accademici? Chi lavora all’università si pone il problema? Se se lo pone, che risposte dà? Forse sarebbe ora di dare il via a un’ampia operazione di ripensamento e rimettere in discussione parole come conoscenza, scienza, sapere. Capire che significato assumono oggi, cosa sta cambiando, quali pieghe stiamo prendendo, e quale posto occupa la filosofia in tutto questo.

Secondo. Quale ruolo pedagogico pensiamo per la filosofia? Vale la pena mantenerla a scuola e nelle università? E qui forse dobbiamo provare a difendere la filosofia con la filosofia, per così dire. Non aggrapparci a vantaggi derivati, secondari, indiretti. Mostrare perché e come riteniamo che la filosofia sia importantissima nei piani di studio dell’istruzione superiore, ma facendo leva sulla filosofia stessa, mostrandone l’intrinseco valore.

Terzo. Tutto ciò ha ovviamente delle ricadute sul piano del dibattito pubblico. La filosofia è sui giornali, sulle riviste, sui social network, sui blog, alla radio e in televisione. Si tengono festival e happening di vario genere; le persone a volte si rivolgono a un counselor filosofico per rimettere ordine nella propria vita. Qual è l’immagine pubblica della filosofia oggi? E questa immagine va bene? Va male? La vogliamo cambiare? Come?

Questi tre piani – per andare con l’accetta: specialistico, pedagogico, pubblico – sono interconnessi in profondità, e probabilmente chi si cimenterà in questa operazione dovrà tenerne conto. Mettere le mani a partire da un punto qualsiasi significa essere chiamati a impegnarsi anche sugli altri. E questo non è una croce da portare sul golgota del nostro scontento. È il bello della filosofia. Ti viene in mente qualcosa, cominci a pensare, ti piace, ti stufi, cambi, ti riappassioni, continui, allarghi l’orizzonte, lo restringi, ti stanchi, riprendi. Alle volte ti dici: sto perdendo tempo, dovevo fare il meccanico, il dentista, sposare un’ereditiera. Vabbè, dai, un altro po’, tanto smetto quando voglio. Ma alla fine non vuoi smettere mai.

Aborto

Alessandra Carnaroli

Secondo stime recenti
in Italia
l’80% dei ginecologi
è obiettore di coscienza.
Obiettano pure
infermieri e
portantini:
succede in qualche ospedale
di restare a guardare
la fica che perde, tipo partita
di calcio.
“Un analgesico per dio”
neanche, perché il dolore serve.
Un idraulico forse
avrebbe
più a cuore l’efficienza
dello scarico.
tutela della salute
e della vita della donna
oggettivo rischio per la paziente
espulsione del feto consenziente
espulsione della placenta
mammanamammana
una sporcamadonna
emorragia interna
non t' assolvo dal tuo
peccato non ti salvo
a salve (regina dello spago, del rostro, della gruccia
che t'invade, ritorna smangiucchiata prezzemolina
ritorna clandestina come tratta come schiava)
come sparo tra le gambe come inciampo
questo crampo che era figlio
preferisco che dissangui
sveni e dalle arterie
solo ossigeno bollicine con tutte quelle
tutte quellebollicine

Riso e uvetta

Alberto Capatti

La ricetta che scegliamo è di Vincenzo Buonassisi, giornalista di origini pugliesi, già attivo a Milano (una parte dei suoi libri sono stati donati alla Biblioteca Sormani). Eccola :

A Venezia, certo per influsso orientale, fanno un delizioso riso con l’uva passa, che oltretutto è semplicissimo e si può inserire opportunamente nei pranzi. L’uva deve essere fatta rinvenire in acqua tiepida, dev’essere senza grannelli. In un tegame si mettono olio, aglio, prezzemolo abbondante tritati: si aggiunge il riso, aiutando la cottura con aggiunte di acqua bollente man mano che risulta necessario; qualche minuto prima che la cottura sia finita si aggiunge l’uvetta. Si può unire pure, all’ultimo minuto, parmigiano grattugiato; e lo stesso formaggio servirà per condire in tavola

La cucina di Falstaff, Edizioni Milano Nuova, 1964, p.90

Quando Buonassisi la ripubblica nel suo Cuciniere italiano (Rusconi, 1980, t.II, p.296) è cambiata e non di poco : l’aglio schiacciato, rosolato, viene tolto, appare il brodo ed è sparito il parmigiano.

Riso e uvetta

Ingredienti per sei persone:
500 gr di riso
120 g di uvetta
olio d’oliva, aglio, prezzemolo, sale

 È piatto proprio veneziano, di derivazione orientale: ma è facile e meriterebbe di essere apprezzato ovunque. Allora : scaldate in tegame quattro cucchiai d’olio con due o tre spicchi d’aglio schiacciati. Quando l’aglio scurisce toglietelo e aggiungete una bella manciata di prezzemolo tritato; date una rigirata, mettere dentro anche l’uvetta, prima tenuta a bagno per farla rinvenire. Date qualche altra rigirata, unite anche il riso. Mescolate ancora, coprite di brodo e portate a cottura. Verso la fine aggiustate di sale.

Altre variabili

Siamo andati a ripescare le ricette di un pugliese, quando ne avevamo due veneziane, posteriori. Il riso con la ua, che elimina l’aglio “divenuto rosso” dal soffritto, e aggiunge quando il riso comincia a cuocere, uva Malaga “precedentemente lavata in acqua tiepida”. Il tutto finisce con “formaggio parmigiano vecchio” (Cento antiche ricette di cucina veneziana, raccolte e ordinate da Gianni Ghirardini, Alfieri, 1967, p.39). I risi con le uette, li troviamo ne’ La cucina veneziana di Giuseppe Maffioli, padovano (Muzzio, 1982,p.224) Anche il Maffioli usa spicchi d’aglio intieri e, “bruni”, li toglie. Al soffritto, messo il riso, dà una spruzzata di vino. Cuoce nel brodo e aggiunge l’”uva sultanina fatta rinvenire nel vino” a metà cottura. Non menziona il parmigiano e ammette, eventualmente, lo zafferano. In quest’ultima versione, diventa un risotto. Per una prima alternativa web, cliccare riso e ua, che è uva pizzutella (così cucino io).

Non solo scrivere stanca. Scritture del lavoro

Andrea Cortellessa

Che la quinta edizione di Libri Come – la festa del Libro e della Lettura ideata da Marino Sinibaldi e condotta da Michele De Mieri e Rosa Polacco all’Auditorium Parco della Musica di Roma, che si chiude oggi – sia stata dedicata quest’anno al Lavoro conferma la forte attenzione che a questa dimensione dell’esistenza, da qualche anno, sta di nuovo dando la letteratura: non solo in Italia ma, credo si possa dire, da noi con particolare intensità (del resto è sul Lavoro che questa Repubblica, almeno per adesso, continua a fondare il primo articolo della sua Costituzione). Non è in sé una novità, ovviamente: il dibattito sulla letteratura in fabbrica – almeno dai tempi del «Menabò» di Vittorini – è un cavallo di battaglia della modernità italiana.

Ma la recrudescenza di scritture al lavoro esplicitamente dedicate, nell’ultimo decennio, e il ritorno d’interesse storiografico e saggistico sul tema (penso all’antologia di Giorgio Bigatti e Giuseppe Lupo, Fabbrica di carta, recensita da Giacomo Giossi qualche numero fa di alfabeta2), testimoniato ora anche dal bellissimo numero di Semicerchio appena uscito su Poesia e lavoro (qui presentato da Fabio Zinelli, che della rivista diretta da Francesco Stella è magna pars), sta a significare come – di conserva con la profonda trasformazione che il nostro tempo liquido ha impresso alla parte più solida della nostra esistenza, il lavoro appunto – pure la letteratura del lavoro si stia modificando profondamente. Un sociologo che fra i molti altri ha spiegato il senso di queste trasformazioni, Richard Sennett, chiuderà il cerchio di Libri Come con una conferenza off-festival che si terrà, sempre al Parco della Musica, lunedì 24 marzo.

Oggi invece (alle 21.00 nella Sala Petrassi dell’Auditorium) i lavori di Libri Come si concluderanno con un recital a più voci dal titolo Tutti sul lavoro. E alle 18.00 (nello spazio Officina 3 del Garage), insieme a Giorgio Falco e ad Alberto Rollo, presenteremo un libro che ci fa incontrare invece, con tutta la sua forza disperata, la scrittura di un lavoratore tipicamente novecentesco: Luigi Di Ruscio. I suoi Romanzi, raccolti a cura di Angelo Ferracuti (che cogli anni a Di Ruscio, scomparso nel 2011, si è legato da una profonda amicizia; e che qui ci presenta la sua figura) in un volume della collana «Le comete» di Feltrinelli appena uscito, sono per lo più dedicati al periodo di mitica latenza picaresca che precedette la scelta dell’emigrazione, nel 1957 in Norvegia: dove per quarant’anni il cristico operaio di Fermo lavorerà in una fabbrica metallurgica addetta alla produzione di chiodi. Fa eccezione l’ultimo testo della serie, in ordine di composizione, Neve nera (pubblicato una prima volta, nel 2010 col titolo La neve nera di Oslo, dalla casa editrice della CGIL, la Ediesse), che segue la traiettoria del picaro marchigiano nel suo esilio scandinavo: e, in pagine come quelle qui riportate, ci rituffa negli inferi tayloristici che infestano invece, quasi sempre, le poesie scritte da Di Ruscio in Norvegia (specie quelle autoantologizzate a tema nella raccolta Poesie operaie, pubblicata pure da Ediesse nel 2007).

Nella sua misteriosissima cultura perfettamente autodidattica, un punto di riferimento di Di Ruscio (che pone una sua frase in esergo al capolavoro Cristi polverizzati) è Hegel. Il quale nell’Estetica parla di «prosa del mondo», a proposito dell’universo della «finitezza» e «oppresso dalla necessità», in cui «ogni vivente isolato rimane nella contraddizione di essere a sé per se stesso come questo conchiuso uno, ma di dipendere al contemupo da ciò che è altro». È questa la condizione operaia, un altro nome della condizione umana dunque, illustrata dall’opera di Di Ruscio. Ma un paradosso eloquente vuole che, mentre questo mondo della prosa non trova vie d’uscita nella sua produzione poetica disperatamente martellante, al contrario nella sua prosa fusionale e agglutinante la temperatura della scrittura si fa incandescente, rompe tutti gli argini, libera spettralmente dalla sua croce – almeno per qualche attimo – il fantasma di chi scrive. E, con lui, noi che lo leggiamo.

Leggi gli altri testi dello speciale su Letteratura e lavoro
Fabio Zinelli, Poesie del lavoro
Angelo Ferracuti, Luigi Di Ruscio, lo Scriba assoluto
Luigi Di Ruscio, da Neve nera

Poesie del lavoro

Fabio Zinelli

La letteratura parla sempre più insistentemente di lavoro. Come tema e come condizione. Perché è sempre più vicina alla realtà e non da ultimo anche perché gli scrittori esordienti vivono con urgenza il problema dell’evanescenza del posto di lavoro e come situazione ordinaria il precariato. Sul piano dell’espressione, la crescita dei linguaggi speciali oltre il confine di specializzazioni tecniche sempre più condivise (l’informatica, la lingua della comunicazione e della finanza) investe la lingua che parliamo legandola alla lingua del terziario, attraversa la lingua della pubblicità e preme sulla lingua della creazione. La tensione tra cose (merci) e linguaggio è ancora più forte nelle arti visive che non mancano di influenzare la letteratura.

All’incrocio dei linguaggi la poesia dimostra di muoversi con particolare agilità e di essere anche abbastanza affilata per entrare nei codici linguistici che esprimono i rapporti di potere nel mondo del lavoro. Esplora linguaggi e condizioni del lavoro il nuovo numero della rivista di poesia comparata «Semicerchio», intitolato appunto alla Poesia del lavoro. Una comunità globale di poeti ci dice cos’è il lavoro: ci sono poeti che hanno fatto la fabbrica quando c’erano le fabbriche (Philip Levine, Lutz Seidel, Fabio Franzin). Saggi e soprattutto tanti testi portano il lettore dal deserto di Detroit ai diversi cuori linguistici dell’Europa (Germania lato ex-DDR con Volker Braun, Repubblica Ceca dall’epoca socialista al poi, Francia, Spagna), all’Ispanoamerica, agli USA (Philip Levine, Komunyakaa, Jorie Graham), al Sud-Africa black, alla Cina della poetessa Zheng Xiaoqiong. Uno spazio importante è riservato alla poesia dei migranti, i «precari del verso», e un piccolo spazio anche alla voce del nemico – se non del lavoro, dei lavoratori – qui nei panni del tory Philip Larkin («I want to see them starving, the so called working class»).

Il numero comprende inoltre una raccolta di inediti di ventinove poeti italiani che hanno accolto l’invito a scrivere sul lavoro: Mariano Bàino, Elisa Biagini, Vito Bonito, Alessandro Broggi, Franco Buffoni, Alessandra Carnaroli, Luciano Cecchinel, Alessandro De Francesco, Fabio Franzin, Gabriele Frasca, Giovanna Frene, Nicola Gardini, Marco Giovenale, Franca Grisoni, Andrea Inglese, Jolanda Insana, Giancarlo Majorino, Franca Mancinelli, Giulio Marzaioli, Giovanni Nadiani, Laura Pugno, Fabio Pusterla, Massimo Sannelli, Flavio Santi, Luigi Socci, Italo Testa, Gian Mario Villalta, Lello Voce, Edoardo Zuccato.

PHILIP LEVINE
Cos’è il lavoro

In piedi nella pioggia in una lunga fila
in attesa a Ford Highland Park. Di lavoro.
Sai cos’è il lavoro – se sei
grande abbastanza da legger qui sai cos’è
il lavoro, anche se forse non lavori.
Lasciamo perdere te. Qui si parla d’attesa,
cambiando posa da un piede all’altro.
Di pioggia sottile che senti cadere come nebbia
sui capelli, che ti offusca la vista
finché ti sembra di vedere tuo fratello
davanti a te, forse dieci posti avanti.
Ti pulisci gli occhiali con le dita,
e ovviamente è il fratello di qualcun altro,
con spalle più strette del tuo
ma con la stessa aria dinoccolata e triste, la smorfia
che non nasconde la determinazione,
il triste rifiuto di cedere alla
pioggia, alle ore buttate nell’attesa,
alla certezza che in un punto più avanti
un uomo ti aspetta e dirà, «No,
nessuna assunzione oggi», per una qualsiasi
sua ragione. Vuoi bene a tuo fratello,
ora all’improvviso puoi a mala pena sopportare
il bene che ti inonda per tuo fratello,
che non è accanto a te o dietro o
davanti perché è a casa a cercare di
smaltire nel sonno un terribile turno di notte
alla Cadillac così può alzarsi
prima di mezzogiorno per studiare il suo tedesco.
Lavora otto ore a notte così può cantare
Wagner, l’opera che odi di più,
la peggiore musica mai inventata.
Quanto tempo è passato da quando gli hai detto
che gli vuoi bene, abbracciato le sue spalle larghe,
con occhi ben aperti gli hai detto quelle parole,
e magari dato un bacio sulla guancia? Non hai mai
fatto una cosa così semplice, così ovvia,
non perché sei troppo giovane o troppo stupido,
non perché sei geloso o nemmeno cattivo
o incapace di piangere davanti
a un altro uomo, no,
semplicemente perché tu non sai cos’è il lavoro.

(traduzione di Antonella Francini)

FABIO FRANZIN
Curiculum

No’ so, forse me sarò anca sbajià,
forse no’l iera ‘l mé curiculum quel
che ‘a segretaria bionda l’à fat su
te un baeòt, e po’ butà sot ‘el banco,
sot’ el só sorìso gentìe, el conpiuter,
el teèfono «attenda in linea, vedo se
è libero
». Ma son vignù fòra rosegà
da un brut dubio «ha compilato tutto?
i recapiti telefonici li ha trascritti

da che l’ofìcio lindo, pièn de vetrate
e piante e divaneti rossi, giornài de
barche e cavài da sfojiàr. L’é stat un
rapresentante che spetéa de ‘à, sentà
te chealtra saéta, ‘a só sagoma scura
in jessàto a schermàr al vero, a farlo
spècio che mostra ‘l sèst de chii déi,
dea man, fra ragno e pugno intant che
verdée ‘a porta. Forse ‘l mé toc de carta
lo ‘vea za mess zo, forse ‘a baéta drento
el zhestìn ièra un só apunto che no’
servìa pì, sì, chissà. Forse me sarò
anca sbajià, o forse l’é sbainà ‘sto
tenpo, che sbrana senza pì ‘baiàr.

Curriculum Non so, forse mi sarò anche sbagliato, / forse non era il mio curriculum quello / che la segretaria bionda ha appallottolato / fra le mani, e poi gettato sotto il bancone, / sotto il suo sorriso cordiale, il computer, / il telefono «attenda in linea, vedo se / è libero». Ma sono uscito roso / da un brutto dubbio «ha compilato tutto? / i recapiti telefonici li ha trascritti?» / da quell’ufficio lindo, tutto vetrate / e piante e divanetti rossi, riviste di / barche e cavalli da sfogliare. È stato un / rappresentante che attendeva di là, seduto / nell’altra saletta, la sua sagoma scura / in gessato a schermare la trasparenza, a renderla / specchio che mostra il gesto di quelle dita, / della mano, fra ragno e pugno mentre / aprivo la porta. Forse il mio pezzo di carta / lo aveva già deposto, forse la pallina dentro / il cestino era un suo appunto che non le / serviva più, sì, chissà. Forse mi sarò / anche sbagliato, o forse è sballato questo / tempo, che sbrana senza più abbaiare.

MARIANO BÀINO
colapesce

(a un lavoro del passato. acquatico, minorile)

scugnizzi, una ciurmaglia, scura pelle
che forse è apparentata con le foche.
lucidi guizzi folli dietro poche
monetine di nichel che le belle

signore incerte, dalle navi (quelle
lente per ischia o capri e dalle fioche
sirene) lanciano. verso mai roche
voci di urlanti. ed il primo che nelle

putride acque del porto s’invola,
sa sommozzare, il soldino nasconda
subito in bocca fra i denti e la guancia.

e se per caso va giù nella pancia
o se ne scappa nel nulla e nell’onda
non è mestiere da pesce nicola.

ALESSANDRA CARNAROLI
da Prec’arie

Ragusa, licenziato per 5 euro
 impiegato di 30 anni si toglie la vita
L'uomo si è impiccato dopo aver perso il posto.

C’aveva un figlio piccolo si è messo una corda al collo
si è messo la testa in quel posto nel cappio dove ci entra giusto il collo
e poi si strozza dicono che aveva rubato cinque euro
aveva incassato cinque buoni da un euro
Cinque buoni da un euro alla cassa del supermercato dove lavorava
l’hanno licenziato per cinque buoni da un euro
si è messo in testa di morire si vergognava troppo
la moglie lo ha cercato cerca e cerca era nella casa al mare
ma non c’aveva il costume non c’aveva l’asciugamano

cosa ci sei venuto a fare amore mio senza il costume
a fare il bagno no
a prendere il sole no
sei venuto a morire sotto il tetto per cinque buoni da un euro
mi lasci sul pavimento col tacco lucido quasi nuovo
Mi lasci con un figlio piccolo senza secchiello
non lo sapevo che eri venuto qui con la corda se no portavo il secchiello
Ti vergognavi molto
Se tu c’hai trent’anni io madonna ce ne ho ventotto e ho lasciato il gas aperto
il bambino dal nonno che deve pagarci l’affitto da quando hai perso il posto
ma tu lo sai che ti amo lo stesso ti stiro i calzetti per farli morbidi ti aspetto se è notte
e fai la chiusura ti aspetto anche se non chiudi più niente perdi l’acqua
Dicono che hai scritto un biglietto con la grafia incerta
ma tu per me scrivevi benissimo c’avevi la licenza di terza
dicono che non toccavi neanche ma se eri in mare vivevi lo stesso
perché eri bravo a nuotare nuotavi bene non era come la grafia
che invece era incerta hai scritto
a mia moglie
per cinque buoni da un euro

GIANCARLO MAJORINO

Un bel dì
eravamo in tanti, eravamo in grandi grandi guai
morti feriti miserie si accalcavano tanti senza niente
e la luce pareva tramontare quasi perlomeno affievolirsi sì
rottami simili a salme galleggiavano ovunque pur sul selciato
e chi gridava chi non poteva che piangere che maledire

quando

quando da più parti entrarono donne uomini stupiti
c’era la ragazza c’era l’adulta c’era l’anziana c’erano tutte
perlomeno tante tante e gli uomini sia dall’alto che dal basso
della Forbice si fermarono bocca in giù corpo sempre più senza voce
guardavano e loro sempre più intervicine simili e dissimili

chi mirandone una chi apostrofandone un’altra ma ci spingevano
sempre più in fondo, sempre più a lato, qualcuna però ridente
e allora noi sempre più facevamo gli stùpidi, sinché senonché
esplose un’enorme corale: adesso basta, adesso guidiamo noi

Poesia del lavoro
Numero monografico di Semicerchio. Rivista di poesia comparata (n. 48-49)
Pacini (2013), pp. 256
€ 36,00

 

Luigi Di Ruscio, lo Scriba assoluto

Angelo Ferracuti

Luigi Di Ruscio disse di sé, della sua condotta solitaria di Scriba assoluto: «Ho letto in qualche parte che gli intellettuali si dividono in due parti, in talpa e lepre. La talpa scava il suo buco imperterrita, la lepre vola da tutte le parti. La talpa nel suo buco e con pazienza lo scava, scava sempre lo stesso buco cerca le ultime conseguenze, va verso lo sprofondo […]. Io veramente vorrei essere sempre più talpa. Joyce è la talpa quasi perfetta, la lepre quasi perfetta è D’Annunzio o Petrarca, la talpa perfetta è Dante. Per le lepri ho avuto sempre un grande schifo».

In tutte le sue opere cita sempre gli stessi libri, che ha letto e continuato a rileggere per anni: «la mia formazione coincise con la prima edizione delle Lettere dal carcere di Gramsci e affabulavo sull’antologia di Anceschi chiamata “Lirici nuovi” e comperavo Il mestiere di vivere e il Lavorare stanca nelle prime edizioni e vedevo i “Ladri di biciclette” e “Roma città aperta” per la prima volta». E ancora: «Ho amato la Divina Commedia, le grandi poesie di Leopardi, I sepolcri di Foscolo e i sonetti del Belli, dei contemporanei le prime raccolte di Montale, la prima di Ungaretti […] gli ultimi libri italiani che ho comperato è i libri di Sbarbaro editi da Garzanti, le opere italiane di Giordano Bruno e la biografia di Zangrandi».

Dal 1953, anno del suo esordio poco più che ventenne con Non possiamo abituarci a morire (Schwarz), fino alla quarta ristampa del Palmiro (Ediesse 2011), molto probabilmente il suo capolavoro, avvenuta a un anno dalla morte, la sua «macchina macina-parole», come la definì un suo recensore, produsse dieci opere in poesia, cinque in prosa, alcune traduzioni, soprattutto da Ibsen, lasciando non pochi inediti.

C’è una cosa che più di tutte è riuscita a Luigi Di Ruscio, cioè mettere in difficoltà non solo i suoi lettori, ma anche i critici, persino gli studiosi che più di altri lo hanno sostenuto e apprezzato. In lui la nozione di «inedito», infatti, è una pura convenzione, in quanto, come capita in molti autori classici, ha continuato a scrivere sempre lo stesso libro approfondendo gli identici temi. Anzi, due grandi libri, uno di versi e l’altro di prosa. La spiegazione di queste due diverse opzioni la esprimeva così: «la poesia va per le corte e la prosa per le lunghe […]. Rispetto alla poesia, nella prosa si può passare più facilmente dal tragico al comico, si possono fare dei salti; nella poesia, invece, è tutto quanto più raffreddato. Oppure è cosi: quando una cosa viene molto bene, resiste da sola, è autosufficiente, quella è poesia; quando una cosa invece non resiste da sola e c’è bisogno di una discussione, di una spiegazione, quella invece è prosa».

Autodidatta, consegue solo la licenza delle scuole elementari. Questa è l’istantanea che ne fa Massimo Raffaeli nella prefazione del Palmiro, citando il racconto Apprendistato: «all’ultimo banco, da somaro a ripetente, il bambino di vicolo Borgia incapace di corretta grafia, indocile e insolente, imbrattato d’inchiostro fin sopra i capelli, picchiato da maestro con il “Corriere della sera”, neanche fosse, costui, il taumaturgo di un artista destinato a una parabola integralmente autre». Il ragazzo timido figlio di un manovale nato nel ventre proletario della provincia italiana, in un ambiente marginale da Rocco e i suoi fratelli, fa di un deficit culturale di classe e linguistico una virtù, cioè rivolta in positivo uno svantaggio sociale e costruisce una lingua personalissima, vitale, proprio dalle «sgrammaticature» impastate con il dialetto fermano, che parla in quanto appartenente alla classe proletaria, ai ceti più bassi, popolari e, addirittura, le innesta temerariamente anche con il lessico alto e colto delle sue letture profondissime, miscelato con l’aulico, fatto di citazioni filosofiche e letterarie. Gli errori sintattici e ortografici, le frasi irrisolte e i molti nonsense, probabilmente frutto di una scrittura automatica, priva volutamente di controllo, diventano così stile personalissimo e miracoloso, come i continui lapsus e, proprio quando sembra avere una caduta rinasce dalle sue ceneri con una invenzione lessicale che la riporta miracolosamente in quota.

La prosa di Di Ruscio è anche molto materica, corporale, eversiva. Combatte persino se stessa, le proprie ovvietà, le regole che si è data, in quella «strategia della digressione permanente» di cui parla Emanuele Zinato. Come spiega benissimo lui stesso: «Ero proprio disposto a credere all’incredibile nonostante tutta la mia miscredenza e continuavo a sbagliare non chiarire ma chiarore, non consumismo ma comunismo, non trapanò ma trasformò, non strusciammo ma uscimmo, non al dente ma ardente, non sfociate ma sfasciate, non le bozze ma le botte, non errore ma orrore, non io ma Iddio, non parodia ma poesia, non sbaglio ma bavaglio, non la fine del mimmennio ma del millennio, non cassate ma cazzate, non la processione del porco d’Iddio ma del corpo d’Iddio».

In quello che scrive non manca neppure una parentela linguistica con Céline, colta anche da Italo Calvino, il quale in una lettera del 1968, scrive che gli ricorda lo scrittore francese «per la volontà di scaricare nel flusso delle parole una cupa aggressività»; una fratellanza con la lingua spericolata del praghese Bohumil Hrabal, e col suo conterraneo Jaroslav Hašek autore dell’irriverente e comico Il buon soldato Sc’vèik e i verbali di questo scrittore marchigiano hanno un effetto di verità travolgente e grondano di realismo. Sicuramente anche certi procedimenti del surrealismo, se non altro come tecnica espressiva, possono averlo influenzato, quel «meccanismo dell’ispirazione» di cui parlava Max Ernst, o il «metodo spontaneo di conoscenza irrazionale, fondato sull'oggettivazione critica e sistematica delle associazioni ed interpretazioni deliranti» di cui scrive Salvador Dalí. Fatto sta che la prosa di Luigi Di Ruscio avanza e cambia passo, cioè deraglia quando un vocabolo cardine di una frase casualmente apre a una nuova visione e porzione di senso, spiazzando continuamente il lettore. Si tratta proprio di quella «letteratura mazzata» di cui parla Andrea Cortellessa nell’introduzione a Cristi polverizzati.

La lingua d’uso quotidiano è il norvegese, quella letteraria e incontaminata l’italiano. L’autobiografia diventa biografia di classe, la sua condizione un privilegio di un epoca e di un epica, quella operaia, di cui si considerava un risultato della Storia: «La mia poesia non è un momento privilegiato, è tutto il mio scrivere che è un momento privilegiato. È un privilegio anche nel senso storico, senza la settimana corta, senza la mia paga oraria che mi fa comperare libri, non avrei potuto scrivere, come se dicessi che senza gli scioperi a oltranza che ha fatto la classe operaia norvegese negli anni trenta non avrei potuto avere questo privilegio. Senza l’avanzata della classe operaia occidentale non avrei potuto scrivere».

Luigi Di Ruscio
Romanzi
a cura di Andrea Cortellessa e Angelo Ferracuti
Feltrinelli «Le comete», 2014, 553 pp., € 39.00