Promenade & Weltanschauung

Paolo Gentiluomo

*

e magari fosse stato quel giorno davvero
che insieme e altrove le lingue si fusero
di Karl Popper e Moana Pozzi e m’alleo con loro
che in orofaringeo consenso così ben defunsero
prendendo sul serio misure di mondo bara e bocca
magari quel giorno la mia lingua barocca fosse cessata
arsa o lessa pur cremata in defunzione a chi tocca tocca
invece pur persistendo in punta fragranza di memoria
la ritoccata conoscenza m’è rimasta incastrata al palo
ingolfata subissata stracolmata prostrata scarnata
da formicolanti informazioni conformi e deformi
come se non avesse saputo nulla se non negando sempre
e non sapesse nulla di poi se non l’informasse lo stesso poi
che è il dopo di sempre e allora mi sembra di aver dato aria
alla stanza viziata attraverso un buco di serratura mi sembra
che potenza di corpo e bocca e mani mi sia andata per traverso
–grazie Karl, grazie Moana per averci provato

dal poemetto Il mio cuore è il tuo porcile in L’onnivoro digiuno (oèdipus, 2014)

Mille ricette quasi uguali

Alberto Capatti

Sono un maniaco delle varianti linguistiche e culinarie. Considero le ricette, giorno per giorno, ripetitive e sempre diverse, non fosse per la conservazione degli ingredienti o l’umore della cuciniera. Stampate, sembrano immobili ma non c’è da illudersi: sono un copione che l’autore-suggeritore recita, a spizzichi, con pause e riprese, all’attore che cucina e talora divagano.

Eccone tre. Attiro prima l’attenzione sugli espedienti per variare. Anzitutto i titoli. Per indurre a considerare un sugo, una pasta, o diversa o personale o sceffata, basta mutarne il nome, nobilitandola o rendendola popolare. Il secondo espediente consiste nel mettere gli ingredienti in diversa luce, giocando sulla qualità, la provenienza. Il terzo, sostituirne uno solo o aggiungerne un altro che non passa inosservato, dando più o meno sapore al piatto.

Comincio sempre da La scienza in cucina (Rizzoli,2011). Pellegrino Artusi ama intrattenere i suoi lettori, istruendoli, in questo caso sull’aglio che consiglia contro il parere di medici ed igienisti (Mantegazza in primis). Ecco la ricetta n° 65:

Spaghetti alla rustica

Gli antichi Romani lasciavano mangiare l’aglio all’infima gente, e Alfonso re di Castiglia tanto l’odiava da infliggere una punizione a chi fosse comparso a Corte col puzzo dell’aglio in bocca. Più saggi gli antichi Egizi lo adoravano in forma di nume, forse perchè ne avevano sperimentate le medicinali virtù; e infatti si vuole che l’aglio sia di qualche giovamento agl’isterici, che promuova la secrezione delle orine, rinforzi lo stomaco, aiuti la digestione e, essendo anche vermifugo, serva di preservativo contro le malattie epidemiche o pestilenziali. Però, ne’ soffritti, state attenti che non si cuocia troppo, chè allora prende assai di cattivo.

Ci sono molte persone, le quali, ignare della preparazione dei cibi, hanno in orrore l’aglio per la sola ragione che lo sentono puzzare nel fiato di chi lo ha mangiato crudo o mal preparato; quindi, quale condimento plebeo, lo bandiscono affatto dalla loro cucina; ma questa fisima li priva di vivande igieniche e gustose, come la seguente minestra la quale spesso mi accomoda lo stomaco quando l’ho disturbato: Fate un battutino con due spicchi d’aglio e un buon pizzico di prezzemolo e l’odore del basilico se piace; mettetelo al fuoco con olio a buona misura e appena l’aglio comincia a colorire gettate nel detto battuto sei o sette pomodori a pezzi condendoli con sale e pepe. Quando saranno ben cotti passatene il sugo, che potrà servire per quattro o cinque persone, e col medesimo unito a parmigiano grattato, condite gli spaghetti, ossia i vermicelli, asciutti, ma abbiate l’avvertenza di cuocerli poco, in molta acqua, e di mandarli subito in tavola onde, non avendo tempo di succhiar l’umido, restino succosi. Anche le tagliatelle sono buonissime così condite.

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La prima ad ispirarsene è Giulia Lazzari Turco, trentina e corrispondente di Artusi, la quale nella seconda edizione del suo Manuale di cucina, pasticceria e credenza per l’uso di famiglia (1910) pubblica questi

Spaghetti alla contadina coll’aglio

Tritate due spicchi d’aglio con un mazzetto di prezzemolo, fateli soffriggere nell’olio bollente, quando l’aglio piglia colore unitevi alcuni cucchiai di salsa di pomodoro e alcuni cucchiai di parmigiano, sale quanto ne occorre, e condite con questo composto gli spaghetti bollenti ma bene scolati. Noterete che il pomodoro fresco è diventato salsa di pomodoro e il basilico è scomparso. Nel titolo compare indebitamente il contadino (che nel 1910 poteva permettersi l’aglio ma non gli spaghetti).

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Terza ricetta, quella di Leo Codacci, autore di Civiltà della tavola contadina (1976). Ribatte il chiodo del contadino che s’abboffa di spaghetti, in anni in cui si cominciano a ricostruire e ad inventare di sana pianta le “tradizioni rurali” e le “vere origini”. Dà però un titolo da amicone, una vera pacca sulle spalle della cuoca. Ecco la sua

Spaghettata della Gabriella

Ricetta per ½ chilo di spaghetti

Prendere 4 spicchi di aglio e tritarli fini, fini ; a parte tritare (fine anch’esso) un bel ciuffo di foglie di prezzemolo. In un piccolo tegamino fondo versare 4 dita di olio d’oliva e l’aglio, mettere sul fuoco molto basso e rigirare continuamente con un cucchiaio di legno, fino a che l’aglio sia diventato appena biondo; aggiungere subito 200 grammi di pelati o meglio pomodori freschi precedentemente sbucciati, salare e far bollire mezz’ora, poco prima di togliere dal fuoco aggiungere il prezzemolo. Lessare gli spaghetti (possibilmente al dente) e condire aggiungendo un pizzico di pepe. Servire caldi. Vino Chianti giovane di Sillano.

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Potrei continuare citando altre ricette stampate, ma oggi, preferisco terminare con google scrivendo “spaghetti alla rustica”. Sorpresa! Ecco alcune perle: negli spaghetti alla rustica della Titta, trovo il burro (s.q.) (semplicementecucinando.it); deve piacere molto perché, fra gli anglofoni, mi imbatto negli spaghetti alla rustica con “butter (3 tablesp.), olive oil /4 tablesp), red onion, canned tomatoes” (morso-nyc.com). In AdessoCucina.com ci sono, alla lettera, gli spaghetti alla rustica dell’Artusi (che non viene citato). Impagabili gli Spaghetti alla rustica di nonnochecchin il cui sugo si prepara “con le verdure fresche di stagione”. Ma quali verdure e di quale stagione? (cookaround.com).

Adesso andate in cucina, continuate voi…

Angelo Mai Altrove. Ferocius alphabets

Roberto Ciccarelli

Associazione a delinquere, estorsione, violenza privata. Accuse feroci contro la coalizione sociale formata dall'Angelo Mai e dal Comitato popolare di lotta per la Casa. Il primo è ancora sequestrato, il secondo sgomberato dalle scuole rigenerate che occupa, è stato temporaneamente riammesso per evitare l'emergenza umanitaria di 300 persone per strada. L'estorsione viene contestata al comitato per quanto riguarda la quota di gestione versata, come ogni occupazione abitativa, anche negli appartamenti nell'ex Amerigo Vespucci e nella ex scuola Hertz. Si tratta di una quota per una cassa comune utile alla ricostruzione e rigenerazione autogestita degli immobili abbandonati.

Qui c'è un primo paradosso: per interrompere l'ipotetico reato ai danni degli occupanti, gli occupanti stessi sono stati sgomberati, venendo doppiamente danneggiati. Nella lunga giornata di mercoledì 19 marzo a Roma qualcuno deve avere compreso l'illogicità della situazione. Per questo, alle famiglie e ai loro bambini è stato concesso di restare temporaneamente nelle proprie occupazioni. Poi c'è un altro paradosso. L'estorsione di queste quote – tutta da dimostrare – non è stata compiuta nei locali dell'Angelo Mai, e tuttavia colpisce persone che non hanno alcun rapporto con la gestione delle quote. Il suo sequestro sospende le attività di uno spazio dove gli occupanti delle case collaborano al funzionamento dell'osteria e fanno parte del collettivo di gestione dell'atelier che fa cultura indipendente, produzioni teatrali e musicali.

Alfredo Jaar, Cultura = Capitale (2012)
Alfredo Jaar, Cultura = Capitale (2012)

L'accusa trasfigura brutalmente l'esistenza di un rapporto politico, culturale e umano, legato all'orizzonte dell'autogestione e della produzione culturale, tra due segmenti del quinto stato – gli artisti, i lavoratori dello spettacolo e della cultura e i poveri urbani, precari e disoccupati in emergenza abitativa. L'Angelo Mai è la prova dell'esistenza di un consorzio umano dell'abitare insieme. Per altri, invece, dimostra l'esistenza di un'associazione a delinquere. Un fatto umano, politico e artistico trasfigurato in un reato penale. Questo è l'abisso dov'è precipitata Roma.

L'accusa è tanto insensata, quanto logicamente iperbolica, ancor prima che politicamente mortificante. Costerà fatica smontarla, e dolore, preoccupazioni, angoscia per le persone coinvolte. Hanno avuto ragione gli attivisti, e con loro larga parte dell'opinione pubblica, a respingerla con sdegno. Perché nello stato di eccezione nel quale è avvenuta l'operazione (il sindaco Marino “non sapeva nulla”, probabilmente nemmeno altre autorità cittadine), si vuole riscrivere una storia che non è solo quella di un centro culturale modello che produce musica e teatro, né solo quella di occupazioni che sono state raccontate come un modello.

Si vuole strappare il senso di un'esperienza per dimostrare che non esiste alternativa. Si colpisce la giuntura stessa della relazione tra soggetti che, nella rappresentazione della società italiana che ci viene proposta, sono altamente dissonanti. L'artista è un individuo egoista, competitivo, corporativo che sfrutta le sue relazioni con la politica per fare il suo spettacolo. Il povero, il disoccupato e il precario (sempre che non sia lo stesso artista) deve restare nascosto nelle periferie immonde della metropoli.

Giuseppe Chiari, L'arte sarà di tutti 1978
Giuseppe Chiari, L'arte sarà di tutti (1978)

Non può spuntare in centro, rovinando la vita ordinata dello shopping. La sua invisibilità è la garanzia che tutto va bene. È quello che dicono dall'alto: i consumi tornano ad aumentare, l'indice della produttività delle imprese è schizzato in alto. La crescita sta iniziando. Preparatevi. Tra sei mesi, anche prima, tutto andrà meglio. La recessione sarà solo un ricordo. Dal basso si vede tutt'altro panorama: povertà, afasia, i contorcimenti a cui induce la marginalità. Non si dà nel panorama urbano, nel paese di Renzi che vuole andare veloce, fa riforme per accreditarsi, l'incontro tra mondi diversi. Questi mondi in realtà già convivono da anni, ma il loro incontro non deve apparire e, quando avviene, viene trattato alla stregua di un crimine.

L'aspetto ancora più grave della vicenda è la sanzione di una forma di vita ormai visibile a Roma, come in altre città. Si dice che siano 10 mila le persone che vivono nelle occupazioni abitative, moltissime quelle sotto sfratto. Sono migliaia le persone che occupano e frequentato spazi occupati e autogestiti. Altrettante si identificano in spazi che non sono né pubblici, né privati, ma comuni. Vengono cioè messi a disposizione per comunità aperte, che si riformano in base alle aspirazioni di un governo differente dei bisogni.

Il messaggio è questo: devi restare nella miseria. Non hai casa? Sei stato sfrattato? Puoi anche occuparla, ma gli strumenti del mutualismo sono illegali. Estorsivi. E quindi ti sgombero. E se non ti posso sgomberare, ti lascio sospeso, e in ogni istante puoi perdere un tetto. Come ieri, anche domani. Sei un freelance, un indipendente, un precario? Produci cultura? Cerchi un'ispirazione? Sperimenti linguaggi, immagini, passioni? Cerchi una collaborazione, e uno spazio dove produrre e incontrare persone che possono essere utili per ampliare l'orizzonte, le intuizioni? Il tuo tentativo di organizzarti in comunità intelligente, aperta e proliferante viene definito come un'associazione a delinquere.

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Claire Fontaine, Capitalism kills love (2008)

È lo stile del governo, la sicurezza che terrorizza. Bisogna tenerne conto quando si sente parlare delle “riforme” per garantire al paese una “modernità”. Vecchio ritornello, stanco e grottesco. In realtà quello che si vede in una città insana e scempiata come la Roma di oggi è lo spettacolo più moderno che ci sia. Criminalizzare le classi povere, marginalizzare chi è alla ricerca di un'autonomia diversa dalla penitenza e dalla povertà economica e culturale che aspetta le prossime generazioni.

Era così nella Parigi di Baudelaire o di Rimbaud. È ancora così anche in Italia. Nel sesto anno della recessione, lo stesso feroce alfabeto della paura. Bisogna però essere consapevoli di cosa scatena questa paura. La paura non è di chi non ha nulla da perdere. Il precario ha già perso il suo lavoro, ma ha trovato una casa. L'artista pensa al suo prossimo spettacolo, non a quello che ha già fatto. La vita diviene. La paura è invece di chi non vuole l'invenzione, la creazione del nuovo, la costituzione di un'alleanza, il respiro di un mondo grande.

Questi angeli sono temuti perché allargano il crinale tra legale e illegale e nel mezzo creano le loro istituzioni mentre l'autorità di quelle costituite rifluisce, o scompare. L'angelo mai tocca con mano la possibilità di un'auto-organizzazione che non è più trattenibile nell'incubo della dipendenza, dell'austerità, nella cooptazione, nella corruzione, nel parassitismo. Per questo viene sgomberato, sequestrato, multato. Ma queste non sono ombre, sono migliaia di corpi che toccano il fondo e restano nei luoghi, fermentano, popolano l'orizzonte.

 

Rivolta

Mario Gamba

Anni cruciali in una città cruciale. E le vicende intrecciate degli autonomi in quella città. I ‘70 a Bologna. Verso il ’77, il culmine, l’affollarsi delle esperienze di vita rivoluzionaria. La storiografia sul periodo non è tanto lacunosa quanto segnata dall’ideologia totalitaria dell’oggi italiano: neoliberismo alla base, protervia d’ordine nello scorrere delle documentazioni, specie quelle divulgative. Fiction televisive improntate all’orrore per l’insorgenza radicale diffusa dell’epoca (con le sue punte insurrezionali).

Descrizione farsesca dei comportamenti e dei linguaggi. Clamorose omissioni sulla durezza sadica delle punizioni inflitte agli insorti dagli organi dello Stato. Soprattutto, assenza in un quadro organico delle voci che raccontano come comincia l’avventura e come diventa scontro acceso e invenzione di situazioni alternative nella quotidianità. Niente di più utile, quindi, per cercare di mettere la materia nel posto giusto, di uno spicchio di quella storia raccontato dai protagonisti stessi, corpi e anime di quella che è stata chiamata l’Orda d’Oro.

Il film Rivolta realizzato da Maurizio Gibo Gibertini con la sua Officina Multimediale è appunto questo spicchio di storia narrata. Parlano otto persone che negli anni ’70 facevano parte di Autonomia Operaia e agivano nel capoluogo emiliano. È il tempo in cui viene aggiunta la parola Organizzata al nome del gruppo. Questo succede a livello nazionale. C’è una curiosa contraddizione tra il massimo di movimentismo del periodo, in particolare del ’77, ben vissuto e interpretato proprio dai militanti di AutOp, e un riferimento organizzativo forte conferito al proprio itinerario politico. E a Bologna, capitale dei «creativi» nel movimento rivoluzionario dell’epoca, la contraddizione può sembrare particolarmente acuta. Solo a posteriori sembra difficile da armonizzare, quando si forma una domanda nel ricordo e nelle riflessioni di coloro che quella battaglia l’hanno fatta e oggi ne espongono i tratti in chiave personale.

Mimmo Rotella - Attacco - 1979 - Collezione Fondazione Mimmo Rotella, Milano
Mimmo Rotella, Attacco (1979) - Collezione Fondazione Mimmo Rotella, Milano

Nel suo momento, il ’77 bolognese, questa convivenza di opposti, o almeno diversi (Roberto Sassi: «Radio Alice fungeva da organizzatore collettivo, strano l’abbinamento di movimentismo e leninismo!») non viene avvertita come artificiosa. Casomai come l’oscillazione (in un passaggio fluido e continuo) tra spontaneità informale e desiderio di un’efficacia nella «pratica dell’obiettivo», oltre al desiderio di anticipare concretamente forme di vita che appaiono ulteriori rispetto all’ordine del discorso capitalistico. Una contraddizione vitale. Gli «storici veri» di Rivolta non sono né pentiti né rifluiti: sono oggi vispi attivisti all’incirca sessantenni in un campo di ripresa del pensiero critico. Il regista li inquadra, uno alla volta, seduti su uno stesso divano bianco in un interno di soggiorno-studio. Parlano tutti con un tono di passione pacata. Esibiscono accenti diversi, s’intende, curve melodiche diverse dell’eloquio. Ma la vivezza distesa li accomuna mentre ripercorrono ragionando la loro vicenda di antagonisti sociali.

Primi piani e campi medi si alternano, i personaggi del film cambiano di poco la loro posizione nel quadro, al massimo da un capo all’altro del divano. Ma l’aggancio degli spezzoni delle loro storie è sapiente, è attento alla successione dei temi e dei toni, alla «musicalità» degli interventi. Così il tutto risulta languidamente mosso, pensosamente vivace. Non c’è epica nel lavoro di Gibertini. I suoi personaggi non sono eroi né reduci. Scoprono l’irruzione della memoria come attivazione del presente. Scoprono l’attualità preziosa delle loro esperienze. O la preziosa «inattualità», se vogliamo dirla con Agamben (Che cos’è il contemporaneo) per via della discordanza di quelle esperienze con lo stato delle cose, di allora e di oggi.

Si sa che in tipi di prodotti come questo film il culto della memoria può giocare brutti scherzi. La smemoratezza, l’oblio («Occorrono poeti del dimenticare» scriveva Franco Berardi “Bifo” in Caleidoscopio della paura, DeriveApprodi, n. 20, 2001) può rivelarsi più stimolante per chi punta a una nuova instabilità antagonista del quadro politico-sociale. Meglio agire-per-sovvertire, rinnovando i propri strumenti interpretativi, che ricordare. Ma è proprio qui che il lavoro di Gibertini vince la sfida. Di racconto in racconto, di frammento in frammento, emerge la sintonia con un oggi possibile di aggregazione di nuovi soggetti insorgenti.

Maurizio Sicuro: «A un certo punto cambiano i comportamenti. E il movimento si espande, i non garantiti sono protagonisti». Valerio Guizzardi: «L’autonomo diventa egli stesso la rivoluzione qui e ora». Patrizia Gubellini: «Il personale è politico, ecco un tema centrale. Noi cerchiamo di modificare subito la nostra vita». Gli altri «attori» sono Alessandro Bernardi, Lucia Costa, Giorgio Lavagna (fondatore del gruppo punk Gaznevada), Nico Maccentelli. Un respiro lungo del film. Un procedere monodico che cattura lo spettatore/ascoltatore come una serie di Madrigali di Monteverdi legati uno all’altro.

Rivolta di Maurizio Gibo Gibertini verrà presentato oggi 28 marzo 2014 alle ore 18.00 nel corso della mostra BHAP (beat, hippie, autonomi, punk) al Lucernario Occupato della Sapienza - Viale delle Scienze, Roma.

 

Bergamo Jazz

Paolo Carradori

Enrico Rava, direttore artistico della XXXVI edizione di Bergamo Jazz, dichiara in una intervista «L’idea è quella di fare un festival che andrei volentieri a seguire. Se piace a me, sono sicuro che possa piacere a molti». Affermazione con la quale tenta di svincolarsi da logiche e dipendenze di altri suoi colleghi. Tutta da verificare.

Sul palco del Teatro Donizetti il quintetto “Snowy Egret” della pianista Myra Melford e il quartetto di Joshua Redman ci offrono subito uno spaccato contraddittorio. Il set della Melford si apre sotto i migliori auspici. Musica aperta, linguaggio aggressivo, suono avvincente. La cornetta di Ron Miles brilla, dialoga nervosa con la leader che costruisce grovigli free e aperture latino americane. Intorno al basso elettrico di Stomu Takeishi, insostituibile perno centrale, Ted Poor picchia forte su pelli e piatti mentre la chitarra di Liberty Ellman disegna ambientazioni astratte. Poi però qualcosa si incrina, tutto questo procedere avventuroso si prosciuga, si normalizza. Riemerge l’ambiguità stilistica della Melford, sospesa tra fascinazioni radicali e porti sicuri, dove torna il primato della scrittura.

Redman offre un set ampiamente sbiadito, dove conferma la ben nota assenza di idee che lo costringe a comunicare costantemente un’energetica esposizione tecnico/sonora, ma solo quella. È sicuramente un grande professionista, dal suo tenore sa tirare fuori suoni ammalianti soprattutto nei registri gravi. Sa soprattutto gestire la propria immagine, sempre positiva e passionale. Il pianista Aaron Goldberg, il contrabbassista Reuben Rogers e il batterista Greg Hutchinson, ottimi ma si devono diligentemente adeguare. La pur fascinosa interpretazione di Let it be nel bis finale però non li salva.

Dave Douglas - Tom Harrell - foto Gianfranco Rota
Dave Douglas - Tom Harrell - foto Gianfranco Rota

“Il Bidone” dedicato alle musiche di Rota da Gianluca Petrella – grande trombonista ed eccellente improvvisatore - tradisce una fragile capacità progettuale. Questo omaggio è debole già nelle intenzioni. Una specie di teatro musicale, collage di ambientazioni sonore ora radicali, ora felliniane, spesso troppo diluite, che manca di una traccia solida. Peccato perché la formazione presenta tra le migliori personalità del jazz italiano: il pianoforte di Giovanni Guidi, il baritono di Beppe Scardino e la sfavillante batteria di Cristiano Calcagnile su tutti.

La flessibilità stilistica a 360°della tromba di Dave Douglas è nota. Questa volta è messa a disposizione dell’evento del festival: l’incontro con Tom Harrell. Scommessa rischiosa ma vinta. Douglas gestisce con grande acume la serata, smussa le sue costanti tentazioni radicali a favore della creazione di un ambiente coerente per il poetico flicorno di Harrell. Lo scambio tra i due è di grande fascino, alla schietta limpidezza di Dave risponde l’introspezione e la raffinata delicatezza di Tom. Suono che non ha pari nel panorama contemporaneo. Set emozionante anche grazie ai contributi del pianoforte di Luis Perdomo, il contrabbasso di Linda Oh e la batteria di Anwar Marshall.

La chiusura al Donizetti con il duo Portal-Peirani e la Band di Trilok Gurtu è fin troppo trasparente nella sua leggerezza. Ci fa conoscere la talentuosa fisarmonica di Vincent Peirani, ci conferma l’inesauribile classe di Michel Portal, entrambi però al servizio di un repertorio smaccatamente folklorico, senza un rischio, una visione alta. Sorprende poi la scelta di far chiudere un festival storico ed ambizioso dalla modesta proposta musicale della band di Gurtu.

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Johnson - Vandermark Quartet - foto Gianfranco Rota

Allora è forse da qualche altra parte dobbiamo scovare gli stimoli di un festival che nelle intenzioni doveva darci un’idea del jazz oggi. Troviamo quelli giusti negli eventi collaterali pomeridiani all’Auditorium di Piazza della Libertà. Il quintetto di Nat Wooley si muove in un rigore stilistico caratterizzato da tentazioni cool e improvvise scorribande informali. Il trombettista pare risparmiarsi, ma il suo sperimentalismo sul fronte di suono e fraseggio è sempre in agguato. Lo affiancano con personalità il vibrafono di Matt Moran, le ance di Josh Sinton, il contrabbasso di Eivind Opsvik e la batteria di Harris Eisenstadt.

Ma è il set offerto dal quartetto Russ Johnson-Ken Vandermark con Fred Lonberg-Holm al violoncello e Timothy Daisy alla batteria - che lascia il segno. Una musica coinvolgente dove su un ricco ribollire ritmico - a tratti di netta influenza funky-rock – si sviluppa un’improvvisazione liberissima, free senza nostalgie o dipendenze. Vandermark è travolgente, il suo solo d’apertura al clarinetto vale tutta la rassegna. Anche al tenore riesce sempre a costruire ambientazioni radicali, di fuoco. Incontra anche la poesia, macchiata di blues, in un brano dall’andamento più morbido. La tromba di Johnson pare intimorita da questa potenza, si muove più nel gioco collettivo che solistico. Violoncello e batteria dialogano propositivi in una pura logica di musica condivisa. Questa la chiusura perfetta di Bergamo Jazz 2014.

Bergamo Jazz 2014
20>23 marzo
Teatro Donizetti - Auditorium Piazza della Libertà

La gemella H

Alessandra Sarchi

La gemella H è la storia di una famiglia, Hans e Maria Hinner, née Zemmgrund, più le due figlie gemelle Helga e Hilde, venute al mondo nel 1933. Sono tedeschi e vivono in una cittadina a poca distanza da Monaco, sono gli zelanti e risentiti piccolo borghesi sui quali il Terzo Reich fa leva per diventare ideologia dominante. La malattia ai polmoni di Maria fa trasferire la famiglia a Merano e la sua morte li porta prima a Milano, poi sulla riviera romagnola, dove Hans sbiancata la memoria della sua militanza nazista ripulisce anche il denaro che il regime gli ha garantito. A Milano marittima apre un albergo dove italiani e tedeschi indistintamente partecipano al grande rito collettivo dell’oblio edonistico, del turismo di massa negli anni del boom economico postbellico.

Come ogni storia di famiglia, intrecciata a eventi storici traumatici, sarebbe stata materia di introspezione dei rapporti e di indagine sociologica; l’una e l’altra sono invece completamente trasfigurate dalla potenza di un flusso narrativo che parte dall’interno dello sguardo e dalla mente delle due gemelle, di Hilde in particolare, che fin dalla nascita – ma si direbbe quasi da prima – registra con meticolosa attenzione fatti, azioni, cause, nomi, gesti, atmosfere, come una telecamera implacabilmente accesa sulla realtà visibile. La soggettività del suo racconto è, tuttavia, neutralizzata dalla dichiarazione iniziale: «Hilde Hinner non sono solo io, sebbene parta da una posizione di privilegio: conosco la mia fine». La presa di Hilde sullo svolgersi della realtà è dunque postuma, interna ed esterna, ma con una scelta molto efficace l’autore ha deciso di farla vivere in un unico tempo narrativo, un presente continuo, spezzato solo dall’incipit fiabesco – «Noi mangiavamo le mele solo nello strudel, prima» – e da alcune pagine di diario, sulle quali ritorneremo.

L’aderenza alla cose, fissate al presente di un’immanenza fuori dalla storia che mai si concede un’interpretazione, se non giustappositiva, è infatti la lingua di Hilde: «Più che i fatti e i giorni, sembra che solo gli oggetti accadano, le loro brillanti esistenze nascondono le storie opache di ognuno». Opaco è aggettivo pregnante a più livelli, perché se tutto è raccontato da Hilde per come appare, nulla sembra passibile di responsabilità etica, e d’altronde gli Hinner non sono responsabili di soprusi eclatanti – Hans compra a niente la villetta dei vicini ebrei perseguitati, Helga accusa ingiustamente di furto la cuoca romagnola mettendole tre mele nella borsa con l’obiettivo di fare assumere il fidanzato – ma proprio da questa sfasatura fra sguardo che radarizza, elenca, mette in fila e il sottrarsi della coscienza scaturisce la percezione claustrofobobica del male quotidiano, banale e indispensabile al Moloch che ha devastato il secolo scorso arrivando fino a noi.

Non si tratta dell’unica sfasatura presente nel romanzo; anzi fin dalla copertina – una fotografia di Sabrina Ragucci voluta dall’autore e quindi parte integrante della sua poetica – ci troviamo davanti a un silenzioso contrasto con il titolo: raffigura tre mele, la prima di dimensioni maggiori, allineate e appoggiate su una superficie riflettente che le sdoppia in altrettanti multipli dal contorno più sfocato. Perché tre mele, se le gemelle sono due? E perché una sola gemella H, a dare il titolo, e non le due, Hilde e Helga, protagoniste del romanzo? La struttura profonda del testo, che procede per accumulo e non per intreccio, sembra appoggiare proprio sul gioco continuo di queste simmetrie imperfette e ingannevoli del doppio: i due paesi Italia e Germania, fallacemente accomunati dalla guerra, le gemelle che sono emanazione del padre e con questi costituiscono una triade (le tre mele), la doppia coscienza che Hilde sviluppa in un distacco rispetto all’ubbidienza supina di Helga che rimane circoscritto, però, alla velleità, alla dinamica del loro rapporto competitivo. Hilde vede, sa e ricorda, non per questo cambiano le sue azioni, tranne che nel suicidio, anticipato a circa metà libro, perché poi la narrazione riprenda con quel tempo continuo, dentro la presuntuosa illusione di sconfiggere la morte (come diceva Hitler a Eva Braun nel Moloch di Sokurov). Ed è quindi, per forza, un eterno presente.

Dicevamo dell’incipit incantatorio. L’altro luogo in cui l’imperfetto squarcia la narrazione si trova in alcune pagine di diario in cui Hilde indaga la natura arrivista e mediocre del futuro marito di Helga. Non è una scelta casuale: nel passato, e nel verbo imperfetto che lo tramanda, sta la verità; perché, come dice Hans Hinner, «le storie diventano importanti quando s’inizia a parlare davvero del passato». Cosa che gli Hinner evitano accuratamente di fare, congelando le proprie esistenze e le proprie perdite (di un paese, di una lingua, di una madre, della memoria e della responsabilità) nella stagionalità turistica dell’albergo. In quell’andare avanti che per Hilde si traduce in un atto estremo, sul fondo di un lago, e per Helga nel più «banale» respiro: meccanismo inconsapevole sotto la pettorina bianca durante le inalazioni in una stazione termale, ed evocazione sconvolgente delle camere a gas.

Giorgio Falco
La gemella H
Einaudi Stile Libero (2014), pp. 355
€ 18,50

I fantasmi della République

Michele Emmer

Nel 1957 Stanley Kubrick realizza il film Orizzonti di gloria con Kirk Douglas nei panni del colonnello Dax. Storia ispirata a fatti realmente accaduti nel 1915 in Francia durante la guerra. Un generale per incitare le truppe a un assalto contro le trincee nemiche, visto il poco entusiasmo, fa aprire il fuoco dall’artiglieria sulle proprie truppe. Il generale chiese poi l’incriminazione di 24 soldati e caporali e 6 vennero fucilati. Nel 1934 i fucilati furono riabilitati.

In Francia si riflette molto sulla storia, sugli avvenimenti passati. Il 2014 è dedicato interamente al ricordo della prima guerra mondiale con mostre, conferenze e proiezioni. Tra le più interessanti quella intitolata Fusillés pour l’exémple – Les Fantômes de la République. Nella mostra si affronta il problena di come fu gestita la giustizia militare durante la guerra e come il potere politico influenzò e sfruttò la memoria di questi tragici avvenimenti.

La mostra è in parte ispirata ad un libro, Fusillés pour l’example 1914 – 1915 (Tallandier Editions, Paris) scritto da un generale, André Bach, che alla fine della carriera militare è divenuto il responsabile del servizio storico dell’Esercito di Terra Francese. In questa veste il generale ha avuto accesso agli archivi e ha avuto la possibilità di riscrivere in modo molto approfondito e dettagliato la storia dei soldati fucilati per dare l’esempio.

Nella mostra a Parigi si alternano alcune sezioni dedicate ai diversi periodi della guerra, alle condizioni dei soldati al fronte, con rare foto d’epoca e video, con materiali, armi, uniformi ma anche avvisi, proclami, decreti legislativi che riguardavano il comportamento delle truppe e la situazione sul fronte franco-tedesco. In tutte le sezioni compaiono delle sagome scavate in tavole di legno, il vuoto con una silhouette umana, che rappresentano soldati fucilati per dare l’esempio. Accanto a queste immagini vuote vi è il nome di un soldato e la sua storia, dove è stato fucilato e perché. Con storie assolutamente incredibili e grottesche come quella del soldato che si rifiutò di indossare un pantalone macchiato di sangue e fu fucilato per insubordinazione in zona di guerra. Dall’episodio venne anche tratto un film del 1997 che si intitolava Le pantalon con la regia di Yves Boisset.

Sono i fantasmi della Repubblica, che hanno nella maggior parte dei casi pagato per colpe non loro, ma per la gestione del comando nell’andamento della guerra con i Tedeschi. Nella ricostruzione che fa il generale si capisce chiaramente come davanti ai primi insuccessi i comandi militari decidano di dare carta bianca ai comandi locali e di bloccare i ricorsi contro la giustizia militare per effettuare immediatamente delle punizioni esemplari che da un lato rendono i soldati gli unici colpevoli del disatro militare, e dall’altro permettono al potere politico di costruire una sorta di alibi per l'incapacità dei comandi nel gestire la guerra.

I soldati francesi condannati sono stati 2400, di questi 600 vennero fucilati, gli altri esiliati e condannati a lunghe pene detentive nelle colonie. Il generale cita il film di Stanley Kubrik Orizzonti di gloria del 1957 che lo aveva molto impressionato. Inoltre un fatto lo aveva molto colpito, quando studiava all’Ecole Spéciale Militaire de Saint-Cyr-Coëtquidan (la principale accademia militare Francese, che forma i quadri dell'Esercito di Terra. Il motto dell’accademia è “Ils s'instruisent pour vaincre”, ossia “Studiano per vincere”): leggere l’elenco degli ufficiali inviati al fronte nella prima guerra mondiale, anno dopo anno. Nell’agosto 1914 di 265 inviati al fronte ne tornano 133, dell’invio successivo di 477 ne muoiono 233 e così via.

Nella storiografia ufficiale sino a qualche anno fa si sosteneva che il maggior numero di fucilati per dare un esempio fosse stato nel 1917, per cercare di evitare il contagio della Rivoluzione in Russia. Il dato è del tutto falso, la mostra e il libro lo smentiscono decisamente. La maggior parte delle fucilazioni avvenne nel 1914, agli inizi della guerra. Con l’incubo dello sfacelo della guerra Franco-Prussiana del 1870 che portò all’assedio di Parigi, alla rivolta della Comune di Parigi e allo sterminio dei Comunardi da parte delle truppe Francesi lealiste, tacitamente appoggiate dai Prussiani. Il comando militare e i politici volevano a tutti i costi evitare il ripetersi di una situazione del genere. Davanti ai primi insuccessi ecco l’intervento dei comandi militari con l’accordo del governo per la mano dura contro i soldati additati alla opinione pubblica come i responsabili.

Una capitolo a parte sono le riabilitazioni che avverranno anni dopo di molti dei fucilati. Alla mostra si parla anche brevemente di altri paesi coinvolti nella prima guerra mondiale: in Gran Bretagna circa 400 fucilati, nessun riabilitato sino a tempi recentissimi. Il massimo rigore è attribuito ai comandi italiani con 4000 fucilazioni. Di alcume fucilazioni ci sono in mostra foto e filmati dell’epoca. Una mostra per riflettere e per conoscere, ovviamente a Parigi, in Francia.