alfadomenica aprile #2

DELIOLANES sull'EUROPA - PALLADINI su MAPA TEATRO – Video di MANZONI – Poesia di COVIELLO – Ricetta di CAPATTI ***

L'EUROPA DI TSIPRAS
Dimitri Deliolanes

Alexis Tsipras ha la stessa età di Matteo Renzi, 39 anni, ma probabilmente questa è l’unica cosa che li unisce. Renzi ha assunto, nel modo discutibile che tutti conosciamo, la presidenza del consiglio. Tsipras deve ancora aspettare le prossime elezioni politiche, che non tarderanno.
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L'IMMAGINAZIONE POLITICA DI MAPA TEATRO
Giulia Palladini

L’immaginazione, secondo Italo Calvino, può essere pensata come la costruzione di cristalli, punti di concentrazione attorno a cui delle immagini si accorpano. Le opere del gruppo colombiano Mapa Teatro sembrano rispondere a questa descrizione con straordinaria esattezza.
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FIATO D'ARTISTA DI PIERO MANZONI - alfavisioni
Domenica prossima, in occasione della mostra milanese Piero Manzoni 1933-1963, alfadomenica proporrà un ampio speciale curato da Andrea Cortellessa e dedicato al «pittore milanese, ma geniale». Oggi anticipiamo un video tratto da uno dei Filmgiornali che Manzoni realizzò fra il ’60 e il ’61 e uno dei testi di Cortellessa.
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https://vimeo.com/91780987

MAILING - Poesia
Michelangelo
Coviello

Due occhi sono come due mani
toccano e frugano nella discarica
la sinistra tiene nella destra il coltello
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COMUNISTA - Ricetta
Alberto Capatti

Nella seconda metà dell’ottocento, il comunismo era definito nei dizionari “Dottrina o meglio Utopia sociale secondo la quale, i beni di questo mondo si avrebbero a spartire egualmente fra tutti”. La prima volta che, a quanto io sappia, compare, in un ricettario, è ne La cuciniera maestra stampata a Reggio Emilia nel 1884.
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*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

L’Europa di Tsipras

Dimitri Deliolanes

Alexis Tsipras ha la stessa età di Matteo Renzi, 39 anni, ma probabilmente questa è l’unica cosa che li unisce. Renzi ha assunto, nel modo discutibile che tutti conosciamo, la presidenza del consiglio. Tsipras deve ancora aspettare le prossime elezioni politiche, che non tarderanno. Basti dire che agli inizi di febbraio le ultime misure di austerità sono state approvate in Parlamento con una maggioranza di 151 deputati su 300.

Anche nel caso, in cui dopo la sicura batosta delle elezioni europee, il premier di destra Antonis Samaras non voglia deporre le armi, ci saranno le elezioni presidenziali agli inizi del 2015. Ma difficilmente l’attuale governo riuscirà ad arrivarci. Intrappolato nella logica del buon allievo della Merkel, Samaras si sente accerchiato: i commissari della troika non gli concedono nulla, il suo elettorato sta fuggendo verso il voto di protesta per Alba Dorata e dentro il suo stesso partito è accusato di aver virato decisamente a destra: autoritarismo poliziesco, retorica da guerra fredda e l’assegnazione di importanti ministeri agli estremisti, come il ministro della Salute Adonis Georgiadis, ex deputato di estrema destra, editore di libelli antisemiti.

Neanche i suoi alleati del partito socialista PASOK di Evangelos Venizelos se la passano bene. Il successore di Papandreou ha condotto il partito verso una politica di appiattimento sulle posizioni del premier di Nuova Democrazia. Questo crollo del PASOK ha conseguenze dirette sulla crescita di SYRIZA. Tra il 2011 (caduta del governo Papandreou) e l’estate del 2012 (doppie elezioni nazionali) un nutrito gruppo di ex minstri, deputati ma soprattutto elettori del PASOK si sono spostati a sinistra. Qualcuno lo ha fatto individualmente. Altri, come le organizzazioni sindacali e quella giovanili, hanno aderito in gruppo. SYRIZA, per la sua stessa composizione, era pronta ad accoglierli.

Tsipras in effetti è il leader che meglio simbolizza la natura composita di questo partito, nato praticamente sotto la sua leadership: un punto di aggregazione che rompe la secolare tradizione al frazionamento della sinistra. I primi passi sono stati intrapresi nel 2001 per iniziativa della vecchia Coalizione della Sinistra del Progresso, il cui troncone principale era il vecchio Partito Comunista dell’Interno, di orientamento eurocomunista. Con SYRIZA la barra si è spostata decisamente a sinistra, dal momento che è riuscito ad aggregare non solo piccole formazioni extraparlamentari, ma anche consistenti forze uscite nel frattempo dal Partito Comunista (KKE). I comunisti avevano iniziato un percorso a ritroso che nell’ultimo congresso li ha condotti a rivalutare la figura di Stalin.

Alle elezioni del 2004 a capo della nuova formazione c'era l’ex europarlamentare Alekos Alavanos ma nel congresso del 2008 Alavanos si è messo da parte per lasciare il posto al giovane Alexis Tsipras, emerso nelle precedenti elezioni comunali. Alle elezioni del 2009 SYRIZA aveva ottenuto il 4,4% ma la profonda crisi ecnomica scoppiata subito dopo ha determinato il crollo del bipartitismo che aveva governato fino a quel momento. Anche se SYRIZA nel 2010 ha subito la scissione a destra della Sinistra Democratica di Fotis Kouvelis, è riuscito comunque a moltiplicare in modo impressionante le sue forze e nel giugno 2012 a raggiungere il 27%.

Tsipras era il volto nuovo della politica greca. Giovane, pulito, dal ragionamento pacato e dalla vita personale molto riservata. Malgrado i grandi sforzi delle emittenti specializzate in gossip, la sua compagna (niente matrimonio ma patto di convivenza) Betty (Peristera) Baziana è rimasta praticamente invisibile, così come i due figli. La carriera politica del presidente di SYRIZA si è svolta interamente dentro il partito della sinistra: era cominciata agli inizi degli anni Novanta, con l’ondata di occupazioni nei licei contro i tagli all’istruzione, poi proseguita all’Università, fino alla laurea in ingegneria civile, specializzazione in urbanistica.

Quando SYRIZA è diventato il primo partito di opposizione, (al quale la Costituzione greca attribuisce particolari funzioni) Tsipras è stato quello che ha maggiormente compreso la differenza che passa tra la lunga sopravvivenza all’opposizione e la prospettiva di governare per portare la Grecia fuori dalla crisi. Già all’indomani delle elezioni del 2012 il leader di SYRIZA ha posto pubblicamente il problema della nuova natura e dei nuovi compiti della sinistra greca. Era, e continua a essere, una sfida determinante. È indicativo un fatto: alle ultime elezioni la posizione di SYRIZA rispetto alla crisi era ancora di tipo massimalista: prevedeva l’unilaterale abrogazione di ogni accordo sottoscritto con i creditori, assumendo consapevolmente il rischio di un’esplusione del paese dall’eurozona. Ma subito dopo Tsipras ha iniziato un lungo percorso che lo avrebbe portato su posizioni molto più realiste.

Intanto si è provveduto a cambiare natura al partito. Nell’ultimo congresso, che si è svolto nel luglio del 2013, SYRIZA ha smesso di essere un aggregato di ben undici componenti. Ha assunto una sua specifica identità e le componenti si sono ridotte a mere correnti interne. Ma la vittoria più importante di Tsipras è stata assumere l’europeismo come valore fondante del partito, ricercando la via di uscita dalla crisi all’interno dei processi politici dell’Unione Europea. Da questa indicazione è maturata a dicembre la decisione del gruppo della Sinistra Europea di candidare Tsipras alla presidenza della Commissione.

Una volta definito questo percorso, bisognava elaborare una proposta fattibile per l’uscita dalla crisi. Tsipras punta non a una soluzione greca, ma a una soluzione europea per tutti i paesi indebitati: una conferenza UE dedicata proprio a questo problema, con un nuovo haircut del debito, secondo le indicazioni del FMI e l’elaborazione di un nuovo piano di sviluppo delle economie in recessione. La Grecia, secondo il leader di SYRIZA, può offrire all’Europa le grandi risorse energetiche del Mediterraneo orientale, nascoste sotto il fondo marino che si estende da Israele a Cipro fino allo Ionio. Ma soprattutto l’Europa eviterà di destabilizzare il paese in una regione già percorsa da tantissime tensioni esplosive.

In tutte le dichiarazioni Tsipras ostenta sicurezza sulla ragionevolezza dei creditori: “Tutti sanno che fare esibizione di instansigenza verso la Grecia rischia di risvegliare i tanti vulcani europei del debito che ora sono in sonno”. In ogni caso, le decisioni unilaterali, come la sospensione dei pagamenti degli interessi sul debito, potranno essere solo l’ultima ratio, quando ogni accordo risulterà impossibile.

Il leader della sinistra greca rimane fedele alle indicazioni del congresso del suo partito che parlano dell’obiettivo di un “governo della sinistra”. Ma è probabile che anche in questo campo alla fine prevarrà la realpolitik. Non è sicuro che SYRIZA riesca a ottenere in Parlamento l’autosufficienza. I comunisti del KKE hanno già detto che non sono interessati. Rimane solo la Sinistra Democratica di Kouvelis, fino al giugno scorso al governo con Samaras, e i Greci Indipendenti di Panos Kammenos, un piccolo partito della destra antiausterità. D’altronde, lo stesso Tsipras ha più volte ammesso che il suo elettorato non proviene solo dalla sinistra, ma comprende anche tanti elettori moderati.

È questo il programma di governo che il leader della sinistra greca ha cercato di spiegare agli europei e agli americani in una serie continua di viaggi all’estero. Nella strategia di SYRIZA il sostegno dell’opinione pubblica europea svolge un ruolo fondamentale. Allo scoppio della crisi nel 2010 i greci hanno constatato con terrore con quanta facilità un potente sistema mediatico poteva scatenare contro qualsiasi popolo europeo un'offensiva fatta da calunnie, razzismo e antichi stereotipi. L’Unione Europea non può reggere una seconda volta a una lacerazione simile.

L’immaginazione politica di Mapa Teatro

Giulia Palladini

L’immaginazione, secondo Italo Calvino, può essere pensata come la costruzione di cristalli, punti di concentrazione attorno a cui delle immagini si accorpano.

Le opere del gruppo colombiano Mapa Teatro sembrano rispondere a questa descrizione con straordinaria esattezza – e questo termine, qui, non è casuale, non ultimo perché proprio nella lezione sull’esattezza Calvino aveva proposto l’immagine del cristallo come modo autopoietico di organizzare la materia creativa, aperto alla creazione futura come “golfo della molteplicità potenziale”.

Allo stesso modo le opere di Mapa Teatro sono compiute come ‘montaggi’ di un’immaginazione in divenire, che accolgono la possibilità che quest’immaginazione si articolari in altre forme, in altri media, evocando immagini, rimettendo in scena oggetti e suoni provenienti da altre opere. Non solo: tale continuità di pensiero accoglie anche l’eccesso della storia, trasformando così il teatro in un dominio del potenziale; non solo di ciò che è stato o di ciò che sarà, ma anche di quello che sarebbe o sarebbe potuto essere.

Questa trasformazione può darsi proprio grazie all’esattezza di immaginazione che Mapa Teatro deposita su questa storia: l’esattezza riservata a tutti gli archivi esplorati, alle immagini documentarie che mai si sceglie di rappresentare; l’esattezza di un pensiero politico che è al contempo lucido e appassionato.

Il lungo corso del lavoro teatrale del gruppo fondato da Heidi e Rolf Abderhalden trent’anni fa a Parigi, somiglia alla bellissima palazzina che oggi è la sua sede a Bogotà: un antico e luminoso hotel dell’epoca coloniale, pieno di stanze, che affacciano su uno spazio centrale, usato come scena e laboratorio permanente. In questo luogo, che loro chiamano “spazio di migrazioni”, sono ospitati anche gli studi di artisti che negli anni hanno lavorato assieme, o accanto, a Mapa Teatro. Come questa palazzina, l’organismo Mapa Teatro ha ospitato al suo interno storie e immagini molteplici, in particolare della storia del proprio paese.

Ne è un esempio la trilogia Anatomia della violenza in Colombia, che in questi giorni al Festival Iberoamericano de Teatro di Bogotà si articola (ma certamente non si conclude) con il terzo “montaje” teatrale, Los Incontados. Il “triptico” - iniziato con Los Santos Innocentes nel 2010 e proseguito con Descurso de un hombre decente del 2012 (che in giugno sarà di nuovo in Europa, al Malta festival di Poznan) – cristallizza una ricerca sulla relazione strettissima tra celebrazione e violenza nella storia colombiana degli ultimi quarant’anni.

In questa storia, moltissimi massacri ebbero luogo durante occasioni di celebrazione, pubbliche o private. Diverse forze, nel corso degli anni, hanno interrotto celebrazioni trasformandole in scene di violenza. Paradossalmente, tali massacri hanno voluto ‘inscenare’ se stessi in un teatro di festa. Questo costituisce un fil rouge tra vari interventi armati realizzati dalla guerrilla delle FARC, dalle forze paramilitari o dai narcotrafficanti: i tre principali soggetti di scontri violenti che caratterizzano il passato recente in Colombia.

La “anatomía de la violencia colombiana” indaga il dispositivo teatrale che queste scene hanno abitato e prodotto: i palcoscenici in cui la morte interrompe uno stato di allegria. Ne Los Santos Inocentes (e nelle sue derive in forma di installazioni) l’abbraccio mortale tra violenza e festa è ‘trovato’ nelle immagini di un rito collettivo, che ha luogo ogni anno nel villaggio di Guapi, sulla costa pacifica. In questo villaggio appartato e nascosto tra la giungla e il mare, per anni si sono perpetrate sopraffazioni da parte dei paramilitari.

Nel giorno de Los Santos Inocentes, il 28 dicembre, gli uomini (per la maggior parte neri o indigeni) travestiti da donne corrono per la città in un violentissimo baccanale di natura religiosa, frustando tutti coloro che incontrano: innocenti o carnefici solo per un giorno, o per tutto l’anno. Le immagini di questa festa, filmate da vicino e montate in un video, diventano in scena una sorta di allucinazione che irrompe nello spazio di una stanza privata, di una festicciola.

In Discurso de un hombre decente, la violenza inscenata è quella di Pablo Escobar, il più potente narcotrafficante di Medellin, uomo pubblico e politico, che ha coltivato per tutta la vita l’idea delirante di diventare presidente della Colombia e legalizzare la droga, così da trasformare i propri affari in un business di stato. Dopo una lunga ricerca negli archivi, nella retorica documentata di Escobar, Mapa Teatro decide di inventare per lui un ultimo discorso: quello che per tutta la vita il ‘capo’ aveva forse immaginato, ma mai formulato. Accompagna questo discorso, la musica amatissima da Escobar, suonata da un vecchio musicista sopravvissuto all’epoca d’oro del narcotraffico, quando la sua celebre banda Marco Fidel Suárez animava le feste private e pubbliche in Medellin, come quella nella Plaza de Toro durante la quale Escobar fece esplodere una bomba sterminando molti dei musicisti, oltre a cittadini e politici presenti.

L’ultimo cristallo di quest’immaginazione politica si concentra sulla violenza rivoluzionaria, quella reale e quella di una rivoluzione per lungo tempo immaginata come imminente in Colombia, e lo fa in un momento particolarmente delicato, visto che sono in corso a Cuba le negoziazioni per il processo di pace tra stato e guerrilla. Los Incontados (quelli di cui non si racconta e che non sono stati contati) sono i cospiratori di una rivoluzione allestita come un coup de magie, in una festa di bimbi. La rivoluzione, scriveva il rivoluzionario Jaime Bateman Cayòn, è una festa, deve essere il raggiungimento dell’allegria, la lotta stessa deve essere un gioioso teatro di liberazione. Questa rivoluzione sempre rimasta potenziale nella storia colombiana emerge a tratti, negli slogan di Radio Sutatenza, nella scena che riproduce una foto di Jeff Walls, incorniciando una lanterna magica per una rivoluzione segreta, sorprendente come un sortilegio.

La rivoluzione, nel suo possibile realizzarsi attraverso la violenza, diventa qui una fiaba raccontata in una festa di bambini, da un ventriloquo seduto al centro della scena. La violenza rivoluzionaria, nell’immaginazione, inverte per gioco l’ordine di sequenza: “La fiesta se acabó, ahora viene la revolución”, scriveva padre Camillo Torres, figura chiave de Los Incontados. Come evocata dalla potenza di un prestidigitatore, nell’immaginazione politica di Mapa Teatro la rivoluzione, come la festa, sembra essere invece sempre a venire.

Comunista

Alberto Capatti

Comunista

Nella seconda metà dell’ottocento, il comunismo era definito nei dizionari “Dottrina o meglio Utopia sociale secondo la quale, i beni di questo mondo si avrebbero a spartire egualmente fra tutti”. Comunista doveva intendersi “Chi segue il comunismo” ma “Alcuni lo dicono anche per l’abitante del comune” (Fanfani Rigutini, Vocabolario italiano della lingua parlata, 1875). La prima volta che, a quanto io sappia, compare, in un ricettario, è ne La cuciniera maestra stampata a Reggio Emilia nel 1884.

Cuor di bue alla comunista

Prendete un cuor di bue, tagliatelo in due senza separarlo lavatelo internamente; poi lardellatelo mettetelo in casseruola con cinque decilitri di vino bianco, 1 d’acquavite, 6 di acqua, aggiungetevi sale, pepe, droghe. Si lascai cuocere per 4 ore.

La cuciniera maestra istruiva piatti economici per le famiglie, alla reggiana, come lo

Scarpazzone

Per 6 persone. Prendete tre mazzi d’erbe, mondatele e lavatele indi pestatele e salatele lasciandole a far acqua. Fate un soppesto con lardo prezzemolo, e relative droghe che si mette a soffriggere nella padella, tenendone indietro un poco senza soffriggerlo: poi si prendono le erbe ben sgocciolate e si passano nella padella mescolandole per bene col soffritto poi si versano in una tegghia e vi si aggiunge un ovo e del buon formaggio mescolando il tutto. Si fa poi la pasta che si stende nella padella da torta, badando di ungere prima la padella con strutto, vi si versano le erbe, si coprono con altra pasta e si mette al forno, quando è a mezza cottura si prende il soppesto che si è tenuto in indietro e vi si passa sopra indi si finisce di cuocerlo. Si serve tagliato a pezzi e caldo.

La pasta era una pasta matta: acqua, farina e sale. Il burro ce lo aggiunge Giallozafferano...

La cuciniera maestra, tra i ricettari pubblicati prima di Artusi è fra i migliori, non solo perché recensisce piatti locali, come l’erbazzone o scarpazzone, ma perché riunisce ricette di vario tenore e piccola spesa. Doveva essere una cuoca a modo suo, con un caratterino, che si prendeva libertà domestiche, sia nello scegliere e preparare le carni, sia nel titolare e trasformare i piatti come queste

Costolette alla milanese

Pigliate delle costolette d’agnello, cominciando dall’setremità dell’osso spingete con le dita all’insù sino al capo di esso tutta la carne, in modo che questa formi quasi una capocchia rotonda in cima all’osso. Allora passatele nell’uovo sbattuto con sale, pepe e nel pan grattuggiato; e friggete in padella con burro.

Tra una settimana, erbazzone e costolette d’agnello fanno quasi un menù di Pasqua.

Mailing

Michelangelo Coviello

1

Due occhi sono come due mani
toccano e frugano nella discarica
la sinistra tiene nella destra il coltello
mentre sull’erba corpi nudi assorti di ragazze
i ragazzi guardano e aspettano il turno
gli occhiali da sole rivolti ad est
ad ospitare il sole terrestre
è una crosta il limite della pelle
sfiorata dal raggio che arriva al tramonto
e trova il vuoto
la metamorfosi del messaggio
nessuno ad aspettare la luce
un abbraccio dal fondo del buio.

9

L’immagine rimbalza più volte
sul pelo dell’acqua poi sprofonda
affoga piano piano
i turisti col telefono si fermano
a descrivere in una lingua lontana
l’albero sradicato dal vento
che ora riposa sul velluto
sonoro del popolo del cielo al tramonto
invisibile come tutti i suoni del parco
il lago è diventato un unico schermo
dove l’immagine riemerge in primo piano
controllata a vista da una nuvola armata
che saluto spruzzando con le labbra.

da Michelangelo Coviello Mailing (Stampa, 2013)

Fiato d’artista di Piero Manzoni

Domenica prossima, in occasione della mostra milanese Piero Manzoni 1933-1963, a cura di Flaminio Gualdoni e Rosalia Pasqualino di Marineo, a Palazzo Reale sino al 2 giugno, alfadomenica proporrà un ampio speciale curato da Andrea Cortellessa e dedicato al «pittore milanese, ma geniale» (nella definizione degli Skiantos).

Il brano video che anticipiamo oggi è tratto da uno dei Filmgiornali che Manzoni realizzò con la SEDI fra il ’60 e il ’61. L’idea era di Uliano Lucas, che all’epoca marcava Manzoni a uomo. Anticipiamo qui anche uno dei testi di Cortellessa.

https://vimeo.com/91780987

Cinegiornale/Comunicazione
Andrea Cortellessa

La pubblicità è l’anima del mercato, e PM capisce al volo l’importanza di “fare notizia”. È l’eredità più tangibile che raccoglie del futurismo: come Marinetti accetta e persegue il successo di scandalo, la «voluttà di essere fischiati» che i nuovi media a disposizione degli artisti, nella nascente Società dello spettacolo, possono gigantografare in misura inimmaginabile dalle prime avanguardie (non casuale l’entusiasmo nei suoi confronti di Damien Hirst, testimoniato dal documentario Piero Manzoni artista). Non solo. A differenza di Marinetti e soci, il cui look – «abito futurista» di Balla a parte – nelle Serate non era distinguibile dai loro avversatori, PM (come forse il solo Dalí, a quei tempi; PM lo va a trovare una volta, nel ’61, a Cadaques) capisce di doversi “costruire un’immagine”. È «lo spin doctor di se stesso e delle sue iniziative» (Gualdoni). In questo senso anticipa la pratica di comunicazione che Balestrini e Warhol di lì a poco istituzionalizzeranno col Gruppo 63 e con la Factory, e in generale il comportamentismo degli anni a venire. PM cura il rapporto coi critici (da Emilio Villa a Vincenzo Agnetti; il suo carteggio per esempio col catalano Cirlot è di grande interesse), che però prenderanno a studiare sul serio il suo lavoro solo dopo la sua morte; non minore è però la sua attenzione per il nascente mondo dei media: accettando di pagare lo scotto delle semplificazioni, delle sguaiataggini, delle vere e proprie irrisioni.

E facendosene, anzi, fattivo complice: il suo umorismo sottile e metafisico si fa, in quelle occasioni, vera e propria clownerie. Sino alla fine: nella raccolta degli Scritti sull’arte è compresa un’intervista di Franco Serra pubblicata, con molte foto e il titolo Costa duecento lire al litro il fiato del pittore che non usa pennelli, da «Settimana Incom illustrata» il 16 dicembre 1962: a nemmeno tre mesi dalla morte. Anche in questo caso lo precede John Cage che, a quanto pare su istigazione di Umberto Eco, partecipa nel ’59 ad alcune puntate di Lascia o raddoppiain qualità di esperto di funghi (il che, per inciso, era davvero: infatti guadagnò il bel gruzzolo di sei milioni di lire, equivalenti a circa 70.000 € odierni…; la leggenda vuole che avesse scelto questo argomento di ricerca in quanto mushroom precede immediatamente music nell’ordine alfabetico) approfittandone per eseguire alcuni brani, definiti da Mike Bongiorno «di musica strambissima», davanti a una platea di milioni di spettatori (memorabile lo scambio di battute finale tra i due).

Nel ’60 a Uliano Lucas (che parteciperà alle riprese in qualità di figurante e vi realizzerà scatti memorabili) viene l’idea di far incontrare PM e l’operatore Gianpaolo Maccentelli, che realizza cinegiornali per la SEDI (la quale poi li distribuisce nelle sale cinematografiche di tutta Italia). I testi, a dir poco goliardici (come quello, ineffabile, che commenta il gioco fra PM, che gonfia un Corpo d’aria, e una modella a sua volta alquanto ariosa che è in realtà una nota soubrette di origine russa, Lucy d’Albert, già al fianco di Totò e Carlo Dapporto), sono dello sceneggiatore Marcello Ciorciolini, futuro collaboratore di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia; la voce è della star radiofonica, e in futuro televisiva, Corrado Mantoni. Il look di PM in queste occasioni, per la verità, resta inappuntabile, ma il suo comportamento è studiato in modo da urticare ogni possibile sensibilità borghese. E tuttavia PM, che pure anticipa tanti indirizzi a venire, non confonde queste occasioni promozionali con la sua opera. Non esporrà mai foto o video tratti da queste sue “performance”.

 

Le nuvole di Picasso

Paolo B. Vernaglione

“Ma tu non avevi paura dei matti?” “E tuo papà cosa diceva?”. Così scrive Alberta Basaglia, figlia di Franca Ongaro e Franco Basaglia, in una delle 28 istantanee che ne ritraggono infanzia e adolescenza, accanto ai genitori che “hanno liberato i matti”.

In questo prezioso libro, scritto insieme alla giornalista Giulietta Raccanelli, oggi, Alberta, psicologa a Venezia, ieri bimba rivoluzionaria nella Gorizia del primo e unico esperimento di nuova psichiatria culminato nella legge 180 che abolisce il manicomio e istituisce l’assistenza psichiatrica, ricostruisce una biografia della diversità il cui valore risiede nella tessitura testuale in cui essa si dipana. Perché la costruzione di una memoria condivisa travalica la vicenda personale per assumere, nel caso della liberazione dalla contenzione, il senso storico-politico di una sovversione della soggettività.

Per due motivi: uno interno alla vicenda “privata” dell’autrice che diviene pubblica nel segno della differenza, dell’anomalìa di un gruppo familiare la cui vita “era talmente identificata alla loro scelta” da costituire la texture di un vissuto sperimentale nell’Italia dei primi anni Sessanta dello scorso ‘900. Il secondo motivo consiste nell’eversione dell’ordine della salute mentale ad opera della “nuova” psichiatria. Nata dalla fenomenologia di Husserl e Banfi, nel confronto continuo con Sartre, Goffman, Laing e Franz Fanon, la teoria di Basaglia e di Franca Ongaro deriva direttamente da una pratica che si trasforma in filosofia per evitare di rimanere invischiata nelle istituzioni della cura – la cui storia coincide con l’ evoluzione della scienza a partire dal positivismo medico nella seconda metà del XIX secolo.

Ecco, nel secolo delle istituzioni disciplinari, famiglia, scuola, caserma, chiesa e manicomio, ove lo Stato assume la sovranità sulla vita degli individui, scorre sotterranea quella vita di uomini e donne “infami” raccontata da Michel Foucault, in cui riconosciamo la critica alla neuropsichiatria come era praticata da Esquirol, Heinroth, Pinel. Alla scadenza della prima modernità, di cui le scienze umane avevano già realizzato l’archeologia, “Franco risultava troppo ingombrante per la sua clinica universitaria di Padova”. Ragione per cui viene “dimesso”, per sperimentare all’ospedale psichiatrico di Gorizia la rivoluzione riuscita delle “open doors”, la comunità terapeutica e infine la dissolvenza della costrizione e dell’isolamento, con la legge che porta il suo nome.

Questa storia, impossibile da raccontare alle generazioni più giovani se non riferita alle altre due rivoluzioni riuscite, quella del ’68-’69 operaio e studentesco e del femminismo, è già stata ricostruita negli scritti di Franco Basaglia e Franca Ongaro, soprattutto in L’istituzione negata, introvabile a causa delle orrende scelte censorie della grande editoria. “Il vostro libro è bellissimo e molto importante. È uno dei rarissimi esempi di libro che vive delle tensioni che si producono al suo interno, si sotiene sulle sue stesse tendenze autodistruttive”, scriveva Giulio Bollati, curatore Einaudi nel ’68. Mancando il testo vivo di quell’esperienza di liberazione dalle catene, le corde, l’elettroshock e le camicie di forza, chi vorrà leggere Le nuvole di Picasso può valersi dell’Utopia della realtà, raccolta di scritti a cura di Franca Ongaro in cui la rivoluzione psichiatrica si fa testo nell’esperienza di una generazione, quella di Paolo Pietrangeli, di TV7 e di Carosello.

Quest’opera, che oggi sembra non aver avuto luogo, consta di due momenti, che nel libro di Alberta sono chiusi in una chiara sintesi narrativa: quella della triade delle posizioni esistenziali del soggetto di fronte al “sé” e alla realtà (scelta intenzionale, malafede, nevrosi) – in cui si disloca una prassi di soggettivazione, della corporeità e dell’istituzione medico-psichiatrica); e quella del disciplinamento, da cui fuoriescono, a partire dal lavoro dei Basaglia nella seconda metà degli anni Sessanta, il momento sociale del male psichico e l’analisi della struttura del disagio.

Al limite del penisero fenomenologico, nella fase iniziale dell’esperienza di sovversione dell’ospedale psichiatrico, il campo psicoanalitico e la storia delle istituzioni della violenza sono assunti per aprire la via alla storificazione del “malato psichico” e alla sua risoggettivazione. In questa pratica teorica si specchia la coerenza fattuale illustrata nel saggio introduttivo a Crimini di pace (1975), che scandisce le tappe del lavoro intrapreso: il manicomio come luogo di contenimento delle devianze di comportamento; la segregazione come risposta ai bisogni della società; il rifiuto dei “tecnici della malattia” di identificare mandato della scienza e mandato sociale.

Smascherare pazzi, malati, ritardati, delinquenti come profili naturali; individuare la critica della scienza come campo fenomenico di resistenza; criticare i processi ideologici in capo a intellettuali e tecnici; rifiutare il ruolo e la delega, dentro l’ospedale; individuare assieme ai “malati” psichici chi è oggetto di manipolazione; distruggere il paradigma del normale e del patologico attribuito dalle scienze umane ad una certa configurazione antropologica. Tutto questo è opera compiuta. Le nuvole di Picasso contribuiscono a recuperare il filo di lana con cui, nel presente, è ancora più urgente continuare a tessere la rivoluzione.

Alberta Basaglia
Le nuvole di Picasso
Feltrinelli, 2014, pp. 92
€ 10,00