alfadomenica marzo #1

BIFO e FORMENTI sull'EUROPA - RASTIER su HEIDEGGER - CAPATTI / RICETTARIO DELLA DOMENICA - CEPOLLARO / POESIE  - ACCARDI / VIDEO - EMMER su LICATA *

PERCHÉ VOTEREMO PER LA LISTA TSIPRAS
Franco Berardi Bifo

Qual è l’orizzonte in cui si colloca la lista Tsipras che nasce in questi giorni e si presenterà alle elezioni europee di maggio? In quale contesto opera, quali obiettivi potrà proporsi?
Leggi >

LETTERA APERTA AI COMPAGNI DELLA SINISTRA RADICALE SULLE ELEZIONI EUROPEE
Carlo Formenti

Dire che la Lista per Tsipras, così come viene configurandosi, rischia di essere un’ennesima occasione mancata per rilanciare una sinistra italiana degna di questo nome è un eufemismo.
Leggi >

NON C'È NESSUN AFFAIRE HEIDEGGER
François Rastier

Il carattere nazista della filosofia heideggeriana è stato oggetto di numerose analisi, nelle quali si è voluto vedere altrettanti affaires speciosi e diffamatori. Con la pubblicazione dei Quaderni Neri (Schwartzen Hefte), quelle analisi cominciano a ricevere dallo stesso Maestro conferme postume ma irrefutabili, che hanno messo in grande agitazione i suoi discepoli.
Leggi >

INEDITE QUALITÀ
Biagio Cepollaro

il corpo sa che tra i suoi mobili confini e le strade si accumula
una gran massa d’acqua che piove dal cielo.
Leggi >

GOCCE DI MARSALA
Alberto Capatti

Ricominciamo, dopo il mese d’agosto 2013, a suggerire delle ricette con cadenza, per ora settimanale, partendo da una domenica che non è più giorno di festa ma di maggiore libertà.
Leggi >

Pochi giorni fa sono scomparsi Carla Accardi e Riccardo Licata. A Carla Accardi alfabeta2 aveva dedicato il numero 7 (marzo 2011) del mensile interamente illustrato con le sue opere; Qui la ricordiamo con un video realizzato in occasione di una mostra alla galleria Valentina Bonomo di Roma; Licata è ricordato da un articolo di Michele Emmer.

CARLA ACCARDI - Intervista

ARS COMBINATORIA
Michele Emmer

Riccardo Licata era arrivato a Venezia nel secondo dopoguerra per studiare all’Accademia di Belle Arti. È il momento della contrapposizione tra la nuova astrazione (Vedova, Santomaso, Turcato) e il realismo.
Leggi >

*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Perché voteremo per la lista Tsipras

Franco Berardi Bifo

Qual è l’orizzonte in cui si colloca la lista Tsipras che nasce in questi giorni e si presenterà alle elezioni europee di maggio? In quale contesto opera, quali obiettivi potrà proporsi? Negli ultimi cinque anni l’aggressione del capitalismo finanziario ha prodotto un cambiamento profondo nelle condizioni di vita della popolazione europea, e soprattutto un mutamento nella percezione di ciò che l’Unione europea rappresenta.

L’Unione che nacque come progetto di pace e di solidarietà è stata trasformata da Maastricht in poi in un progetto di sottomissione della società agli interessi del ceto finanziario. La crisi del 2008 ha offerto l’occasione per l’assalto finale contro la civiltà sociale che il movimento operaio ha costruito nei cento anni della sua storia, e contro i diritti dei lavoratori. La prospettiva politica su cui l’unione fondava il suo progetto è stata stravolta a tal punto che Europa è diventata una parola maledetta per un numero crescente di persone. Se questa spirale di impoverimento e di odio non si spezza, il punto d’arrivo è la guerra.

E la guerra già suona le trombe alle porte d’Europa. Clamorosamente alla frontiera orientale, dove si annuncia la guerra tra Russia ed Europa, ma anche a occidente dove la repubblica catalana promette secessione. E alla frontiera meridionale dove diecimila cadaveri galleggiano sul canale di Sicilia. In alcuni aree l’effetto della violenza finanziaria è oggi visibile a occhio nudo.

Secondo Lancet, la più autorevole rivista medica del mondo, quella che si sta verificando in Grecia è una strage degli innocenti: per effetto delle misure di “risanamento” imposte dalla Banca Centrale europea e dal governo tedesco la mortalità infantile è quasi raddoppiata negli ultimi anni. Il numero dei bambini che nasce sottopeso è cresciuto del 19 per cento, il numero dei bambini nati morti è cresciuto del 20 per cento poiché le prestazioni mediche prenatali costano troppo. I tagli nelle forniture di siringhe monouso e profilattici per i tossicodipendenti ha fatto crescere le infezioni di Aids da 5 nel 2009 a 484 nel breve volgere di tre anni. I diabetici debbono scegliere tra comprare insulina che gli permette di sopravvivere alla malattia, o comprare cibo e sopravvivere alla fame.

Se in Grecia il risanamento sta già producendo effetti paragonabili a quelli di una guerra, in Italia i livelli di consumo e la qualità della vita quotidiana hanno finora subito una flessione meno dirompente: un quarto del sistema industriale è in via di smantellamento, la disoccupazione oscilla intorno al 14%. Sono poste le condizioni per un impoverimento di lungo periodo, e il patto di stabilità prevede per i prossimi anni uno spostamento prolungato e gigantesco di reddito dalla società verso il sistema finanziario.

È possibile fermare questa tendenza assassina con gli strumenti tradizionali dell’azione democratica? Possiamo attenderci che la lista Tsipras possa fermare la devastazione? Io credo di no. Proporsi questo obiettivo sarebbe illusorio, ed è bene saperlo. È troppo tardi per fermare la catastrofe, e gli strumenti dell’azione democratica sono da tempo inefficaci. A spazzare via ogni equivoco su questo punto è stato lo stesso Presidente della Banca Centrale Europea. Prima di diventare presidente della Banca Centrale europea Mario Draghi era stato consulente della banca d’affari Goldmann Sachs, e in quella veste contribuì a confezionare le falsificazioni che hanno portato la Grecia nell’abisso, facendo scattare la trappola in cui il popolo greco è stato imprigionato.

Questo signore dai modi raffinati ha detto che le politiche economiche europee non le decidono le elezioni ma il pilota automatico del sistema finanziario. E se qualcuno avesse dubbi sull’inesorabile logica del pilota automatico, pensi alla parabola di François Hollande che fece la sua campagna elettorale promettendo un cambiamento delle regole europee, per poi piegarsi senza fiatare alle misure che pure aveva promesso di contrastare. Nei prossimi mesi, possiamo starne certi, i partiti che governano in Italia faranno campagna contro le misure austeritarie dimenticando di averle approvate e di esserne del tutto responsabili. Come vassalli recalcitranti i governanti d’Europa meridionale tengono infatti un duplice discorso: quando parlano ai loro sudditi promettono di resistere alla severità tedesca, e ripetono come un mantra la parola “crescita”, ma quando si tratta di rispondere ai guardiani delle inesorabili leggi della finanza tengono gli occhi bassi e sono obbedienti come scolaretti.

È bene dissolvere ogni equivoco su questo punto: nello spazio dell’euro la democrazia è stata revocata e la volontà degli elettori è sistematicamente violata da coloro stessi che gli elettori hanno eletto, perché vige una legge superiore. Ed è bene dissipare un secondo equivoco, quello sulla ripresa e sulla crescita. La ripresa che promettono non ha niente a che fare con un miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. La chiamano infatti jobless recovery: un aumento del prodotto nazionale senza aumento dell’occupazione, senza aumento dei salari, senza miglioramento dei servizi. La ripresa di cui parlano gli economisti presuppone la cosiddetta riforma strutturale: privatizzazione di quel che ancora non è privatizzato, riduzione dei costi del lavoro, peggioramento dei servizi sociali, eliminazione definitiva di ogni protezione dei lavoratori. Questa catastrofe non è un pericolo lontano, ma un processo che si sta dispiegando.

Dunque perché votare per la lista Tsipras? Una pattuglia di parlamentari che vengano dai movimenti sociali, dal mondo del lavoro e dalla scuola, una pattuglia di persone consapevoli della devastazione prodotta dal finanzismo neoliberista, non potrà evitare che si compia un processo ormai profondamente incardinato nel futuro della società europea. Il problema è già un altro, e si delinea come progetto di lungo periodo: il compito che la lista Tsipras può affrontare è creare le condizioni per ricostruire dal basso l’Unione europea, per la sopravvivenza sociale fuori e contro la dinamica assassina del capitalismo finanziario.

Questa è la ragione per cui io voterò per la lista Tsipras. Non perché si fermi la catastrofe in corso, ma perché nella catastrofe si apra la strada a un nuovo modello di relazione tra il lavoro e il sapere, tra il lavoro e la tecnologia. Una strada che sia libera dal peso della classe dei predoni finanziari. Costoro stanno conducendo una guerra contro la società europea, e la stanno vincendo. Smettiamo di farci illusioni: un’affermazione della lista Tsipras alle elezioni di maggio è solo l’inizio di un esodo di massa, fuori da questa guerra, fuori da questo massacro sociale. Finora ci sono state lotte sporadiche contro la devastazione finanzista: esplosioni di rabbia isolata, e perfino un’estesa ondata di occupazioni nella Spagna del 2011. Ma in assenza di un progetto strategico comune, in assenza di un movimento sociale unitario le lotte non fermano gli aggressori e non aprono alcuna strada nuova.

Il popolo greco ha disperatamente cercato di fermare il massacro, nell’isolamento e nella solitudine. La paura ha prevalso, e mentre la troika massacrava il venti per cento dei neonati greci, i popoli europei fingevano di non sapere cosa accadesse in Grecia, come un tempo gli abitanti delle città tedesche fingevano di non sapere cosa accadesse nei campi costruiti appena fuori delle mura cittadine. Ma le lotte difensive sono destinate alla sconfitta, perché non c’è più niente da difendere, il flagello è già qui, e le condizioni perché il flagello dilaghi sono già ben piantate su tutto il territorio del continente. Il progetto cui dobbiamo lavorare è quello della fuoriuscita dalla forma che il capitalismo finanziario e l’ideologia neoliberista hanno imposto alla società europea.

Questo processo di fuoruscita potrà prendere forma se la lista Tsipras avrà una forte affermazione alle elezioni di maggio, e sarà un processo di disobbedienza e di insolvenza generalizzato, un processo di ricostruzione dal basso dell’unione europea, come spazio della solidarietà sociale.

Lettera aperta ai compagni della sinistra radicale sulle elezioni europee

Carlo Formenti

Dire che la Lista per Tsipras, così come viene configurandosi, rischia di essere un’ennesima occasione mancata per rilanciare una sinistra italiana degna di questo nome è un eufemismo. Quello che si sta prospettando è una sorta di Ingroia2, o Arcobaleno3, affiancato da un’area neoliberale rappresentata dal “Partito dei Professori” di ALBA e da alcuni intellettuali (come Barbara Spinelli e Paolo Flores D’Arcais) che fanno capo a testate come Micromega e il Fatto Quotidiano.

Ma non si voleva arrivare appunto a una lista unitaria in grado di proiettarsi al di là delle vecchie coalizioni dei partitini della sinistra radicale? Sì, ma l’idea era che questo progetto unitario conservasse chiari tratti di sinistra e incarnasse una forte scelta politica contro questa Europa, espressione antidemocratica degli interessi del capitale finanziario globale. Di tutto questo non mi pare resti traccia alcuna, a partire dal simbolo, una sorta di tappo di bottiglia, da cui è stata espunta persino la parola sinistra (a scanso di ogni equivoco, caso mai qualcuno ancora nutrisse illusioni in merito) e nel quale l’unica connotazione ideologica è affidata al nome del leader (si sa, siamo in tempi di personalizzazione della politica) e al colore rosso dello sfondo sul quale il nome si staglia.

Ma ad apparire intollerabili sono soprattutto altri due fatti: 1) l’idea di Europa che emerge dal dibattito politico fra i promotori della lista; 2) la discussione sulle modalità di scelta dei candidati. I primi segnali di un “sequestro” del dibattito su quale Europa vorremmo al posto di quella della BCE e della Troika, si sono avuti con la “discesa in campo” di Vendola e Sel, cui si sono affiancati, pur non appoggiando (almeno finora) esplicitamente la candidatura Tsipras, autorevoli esponenti della sinistra Pd, come Fassina e Civati che, in dialogo con la Spinelli e Gianni Alfonso, prospettano l’idea di una “terza via”, né mercatista né euroscettica.

Da qualche decennio (Blair docet) abbiamo sperimentato sulla nostra pelle dove portino le “terze vie”; nel caso in questione credo portino a far smarrire ai cittadini europei la consapevolezza che tanto le attuali istituzioni quanto l’attuale configurazione del sistema produttivo e finanziario europei sono irriformabili, e che, se si vogliono difendere gli interessi delle classi subalterne, questa Europa può solo essere distrutta per costruirne dal basso un’altra sulle sue ceneri. Ma questi, si sa, sono pericolosi discorsi sovversivi, cui nessuno dei Professori che hanno preso saldamente in pugno le redini del progetto desidera lasciare spazio. Quindi, per evitare falle nel dispositivo, occorre stabilire un ferreo controllo anche sulla scelta dei candidati, e qui veniamo al secondo punto.

Il testo (se ho ben capito redatto da Guido Viale per conto di ALBA) che fissa alcuni punti di principio in merito è un vero capolavoro di ipocrisia. Dopo i soliti peana sulla democrazia dal basso e sul ruolo dei movimenti (che però non sono mai convocati a parlare in prima persona) si dice che vanno accuratamente evitate soluzioni assembleari, primarie e quant’altro perché “manipolabili” dai partitini (cioè i professori si arrogano il diritto di vegliare sulla democrazia perché non “divori se stessa?”). Poi vengono fissati criteri rigorosamente antipartitici in onore al sentimento populista diffuso – tanto per far vedere che non si è da meno di 5Stelle – dove non è difficile capire che, quando si parla di non ricadere nel minoritarismo, il vero bersaglio sono le sinistre radicali e antagoniste più che l’idea di partito in sé. Quindi no a chi abbia ricoperto cariche istituzionali o ruoli politici all’interno di questo o quel partito. Unica eccezione i sindaci.

E perché mai?! Non siamo pieni di sindaci sotto inchiesta per collusione con la mafia, corruzione e quant’altro, esiste forse un solo motivo perché i sindaci debbano essere apriori considerati più affidabili degli altri politici (che non sia mera demagogia populista: sono più “vicini” agli elettori e consimili banalità). E i criteri in positivo? Quelli delle macchine elettorali che ormai mettono tutti d’accordo, in onore delle esigenze di spettacolarizzazione/ personalizzazione della politica: scegliere “nomi forti” che possano attrarre il maggior numero di voti possibile. Proviamo a riassumere. Chi c’è dentro questo progetto?

Un’alleanza fra Professori e intellettuali europeisti che è un curioso miscuglio di populismo di sinistra e riformismo socialdemocratico; i resti compressi e messi in un angolo dei partiti della sinistra radicale e un po’ di nouveaux philosophes postoperaisti felicemente avviati ad arruolarsi nel campo degli europeisti liberali di sinistra: Negri e Casarini (che per la verità non è philosophe né nouveau) hanno già dato il loro appoggio, e da poco si è aggiunto il mio vecchio amico Franco Bifo Berardi che, secondo quanto leggo in una mail che mi invita a sostenerne la candidatura, avrebbe accettato di impegnarsi solo dietro insistenze dei compagni e per “spirito di servizio” nei confronti dei movimenti (ho riso per mezz’ora leggendo quella formula da vecchio notabile Dc che sicuramente gli è stata indebitamente attribuita, nel senso che avrebbe potuto usarla solo per provocazione dadaista).

Una bella ammucchiata da far impallidire tutti i vecchi Arcobaleni e che, temo, avrà scarso appeal nei confronti degli elettori delle classi subalterne incazzati con l’Europa i quali, di fronte a questo pasticcio, saranno fortemente tentati di astenersi o di votare per Grillo. A meno che i compagni dei movimenti trovino le energie per entrare con i piedi nel piatto dei professori e imporre candidature che siano riconoscibili non in quanto “nomi eccellenti” ma in quanto bandiere delle lotte.

Non c’è nessun affaire Heidegger

François Rastier

Il carattere nazista della filosofia heideggeriana è stato oggetto di numerose analisi, nelle quali si è voluto vedere altrettanti affaires speciosi e diffamatori. Con la pubblicazione dei Quaderni Neri (Schwartzen Hefte), quelle analisi cominciano a ricevere dallo stesso Maestro conferme postume ma irrefutabili, che hanno messo in grande agitazione i suoi discepoli (cfr. GA, tomi 93 e 94, che vedranno la luce nel marzo 2014).

Non c’è dubbio che Heidegger, dopo la guerra, avesse riscritto i suoi testi meno equivoci ammantandosi in un peculiare ermetismo. La sua famiglia e i suoi editori, per di più, hanno proibito sino ad oggi di accedere ai suoi archivi. Heidegger stesso, tuttavia, aveva pianificato già prima di morire la pubblicazione delle sue opere complete predisponendone l’uscita secondo un processo di radicalizzazione progressiva: così se nel 2001 fu pubblicato un testo nel quale si esortava a portare a compimento lo «sterminio totale» del nemico interno oggi si annuncia, per completare quel ciclo, la pubblicazione di nuovi volumi che riuniscono i Quaderni Neri. Gli estratti resi pubblici dal dicembre 2013, riprendono negli stessi termini le identiche tesi di Hitler e Rosenberg riguardo al «dominio mondiale giudaico».

Stranamente il curatore dei Quaderni Neri Peter Trawny, direttore dell’Istituto Martin Heidegger – sembra prender le distanze, scrivendo che questo dominio è «per metà immaginario» (Le Monde, 2o gennaio 2014): ma il suo è un modo sottile per affermare che è almeno per metà vero. Senza dubbio i brani citati sono antisemiti; scegliendoli, però, Trawny sembra fare inevitabili concessioni all’antisemitismo (che in apparenza considera come alcunché di banale e veniale) per evitare di affrontare la questione del nazismo. Chiediamoci allora: davvero l’albero antisemita può nascondere la foresta nazista?

Paradossalmente Heidegger supera a destra l’hitlerismo, ricorrendo a una radicalizzazione metafisica dell’antisemitismo. L’immagine drammatizzata del mondo contemporaneo e della modernità scientifica e tecnica che ci presenta è infatti legata essenzialmente alla sua concezione degli ebrei e del loro dominio mondiale (Weltjudentum): se persino Trawny, nella sua curiosa apologia, ricorre al confronto fra l’intento heideggeriano e i Protocolli dei savi di Sion allora questo dominio cessa di esser nascosto nell’oscurità di un complotto, manifestandosi alla luce del sole proprio nello sviluppo tecnico-scientifico.

Nelle sue denunce, allora – come quella nei confronti delle dighe che sfigurano il bacino tedesco del Reno – era possibile cogliere una banale continuazione del Kulturpessimismus del periodo bismarkiano, ma l’innovazione di Heidegger consiste nel considerare lo stato del mondo moderno come il risultato del dominio ebraico. In questo modo generalizza la teoria dell’essere-assieme – teoria legata al mondo degli affari, al commercium (cfr. Sein und Zeit, § 13). Il mondo ebraicizzato resta nell’oblio dell’Essere non soltanto perché gli ebrei, privi di patria e cosmopoliti, sono anche privi di un Dasein (letteralmente di un Esserci) – gli ebrei, infatti, non risiedono in alcun luogo specifico dunque continuano ad essere privi di mondo (Weltlos) – ma perché la modernità è dominata dalla «facoltà di calcolo e dal mercanteggiare», dal «dono esasperato per la contabilità», dalla «tenace abilità a contare» e dal «calcolo vuoto».

Così il tema medievale dell’usuraio calcolatore, tutto intento a fare il conto dei denari di Giuda, finisce addirittura per esser trasposto alle scienze e tecniche contemporanee nella misura in cui questo mondo fondato sul calcolo ha bisogno delle matematiche e si fonda sui loro modelli – al punto da concretizzarsi nell’orribile tecno-scienza della cibernetica. L’estensione senza precedenti di uno stereotipo odioso, così, è sufficiente a condannare il mondo moderno e a sostenere che «la scienza non pensa» (dato che è incarnata e resa tecnologica dagli ebrei).

Nel 1949, nella conferenza dal titolo Die Gefahr, Heidegger sostenne, che estendendo il suo dominio sul mondo la tecno-scienza fu anche responsabile dello sterminio. Gli ebrei tuttavia non sono stati uccisi, e del resto la loro scomparsa non è degna di esser chiamata morte: da una parte, poiché rimangono confinati all’ambito degli enti, non hanno alcun rapporto con l’Essere e dunque non vivono – quasi fossero accidenti senza sostanza; dall’altra, soprattutto, è la tecnica l’unica vera responsabile della loro scomparsa e ciò giustifica la reiterata immagine dell’industrializzazione (motorisierte, Fabrikation, cfr. GA, 79, p. 27), destinata a esaudire la speranza heideggeriana che l’ebraismo «si escludesse da sé», come semplice effetto collaterale della Machenschaft (‘regno dell’efficienza’) di cui è il principale responsabile.

La pregnante metafora industriale, più volte ripresa da Hannah Arendt ad Agamben, ha contribuito al ritardo che caratterizza la storiografia dello sterminio – sino al punto da indurre trascurare, per mezzo secolo, quella che sarebbe stata chiamata la “Shoah delle pallottole”. Anche se trasformata, insomma – posto che assassinare non significa produrre cadaveri – la metafora ha continuato a sostenere il luogo comune secondo cui la modernità tecno-scientifica era responsabile dello sterminio.

Non c’è dubbio che Heidegger continua ad essere celebrato come un profondo pensatore della tecnica, e le citazioni laudatorie a tal riguardo abbondano ovunque. Ma pensare vuol forse dire condannare tout court, rinunciando a qualunque presa di distanza critica? Formatosi in un periodo nel quale la filosofia accademica temeva che le scienze usurpassero i suoi oggetti di studio, Heidegger sceglie di far ritorno alle tradizioni scolastiche della storia dell’Essere e della differenza ontologica; il suo intento però è creare il vuoto attorno ad esse, perseguendo il progetto antiumanista di eliminazione dell’etica e dell’antropologia filosofica ma anche degli oggetti di studio rivendicati dalle scienze sociali – come la diversità delle culture e delle lingue, posto che il tedesco gli è sufficiente per dire e pensare ogni cosa – fino alle scienze della natura e della vita (fatta eccezione per la Rassenkunde [‘conoscenza delle razze’] tedesca) e senza trascurare, naturalmente, le discipline logico-formali.

Se questa brutale chiusura ha favorito l’oscurantismo delle adesioni settarie, la cosiddetta filosofia heideggeriana dell’Identico si fonda su vuote tautologie ontologiche che tradiscono l’ossessione identitaria persino nelle loro stesse ripetizioni; tuttavia escludendo qualunque alterità e, dunque, privandosi di oggetto il solo obiettivo che le rimane consiste nel diffondere l’odio identitario, che oggi esplode tanto nell’opera del Maestro quanto nell’attualità che ci circonda.

Trawny ritiene che in quegli anni le idee antisemite fossero diffuse (ma da chi? forse che si tratta solo di una patina vintage?), e tuttavia sostiene anche che con la volontà di pubblicare le proprie Heidegger dà prova di una «notevole libertà di pensiero». Così discolpato, Heidegger continua ovviamente a rimanere «uno dei più grandi pensatori del XX secolo». Gli heideggeriani francesi, i quali pure sono soliti ribadire il medesimo giudizio di Trawny, se la prendono con lui giudicandolo un carrierista che ripete sempre una stessa «fesseria» (François Fédier). In Francia, infatti, traduzioni “lenitive” ed eminenti commenti hanno fatto di Heidegger un inevitabile autore di riferimento.

Eppure la divergenza fra le due posizioni, a ben vedere, è di natura esclusivamente tattica: mentre i francesi si sono ormai da molto tempo chiusi in un ostinato diniego, Trawny ha capito molto bene che Heidegger, ipotizzando a coronamento della sua opera completa la pubblicazione di nove volumi dal carattere scopertamente nazista, pensava – ahimé, non senza qualche ragione – che sarebbero stati accolti come una mareggiata in periodo di carestia, e scommetteva sul superamento di un hitlerismo invecchiato, finalmente vinto da un ultranazismo attualizzato e ormai privo di complessi. Ora che il negazionismo ha fatto il suo tempo, insomma, siamo giunti nell’epoca dell’affermazionismo.

A giudicare della prime reazioni, le ripercussioni nel mondo accademico su scala internazionale saranno notevoli. L’antirazionalismo militante, il rifiuto dell’etica e la sopravvalutazione dell’estetica, il ripudio della tecnica e del pensiero scientifico: tutto questo ha sedotto radicalismi universitari di destra e di sinistra che da decenni si riconoscono nel programma heideggeriano dell’Abbau, la ‘distruzione’, nota con la denominazione eufemistica di “decostruzione”.

Non appena Heidegger ha sviluppato uno stile oracolare, pomposo e accortamente ipnotico, ricodificando nel vocabolario dell’ontologia le categorie del nazismo, non si è più saputo o voluto individuarvi il doppio linguaggio da lui stesso rivendicato in privato. L’affaire Heidegger, in definitiva, finisce per ridursi all’accecamento (talora complice) di vari ambiti accademici e molti intellettuali di fama.

Ma una filosofia che fa appello al massacro è davvero diversa da un’ideologia pericolosa? Di fatto alcuni ultranazionalisti russi di rilievo, come Alexandr Dugin, o islamisti come Omar Ibrahim Vadillo si fondano già da tempo su Heidegger per proclamare la superiorità razziale e la guerra totale. Se questo è il panorama nero programmato da Heidegger, allora la radicalizzazione inscritta nel suo progetto editoriale può addirittura assumere un valore educativo, ergendosi a interprete di un antisemitismo rinnovato ma anche di un nazismo radicalizzato e filosoficamente legittimato.

 Traduzione italiana di Antonio Perri

Ars combinatoria: da Leibniz a Licata

Michele Emmer

“Ho trovato in filosofia un metodo per realizzare in tutte le scienze, mediante l’Ars Combinatoria, ciò che Cartesio ed altri hanno fatto in aritmetica e in geometria mediante l’algebra e l’analisi, cioè un mezzo concreto, percepibile con i sensi che serva di guida alla mente. Senza di esse la nostra mente non potrebbe percorrere alcun cammino senza fuorviarsi.” G. W. Leibniz.

Naturalmente il sogno di Leibniz ha tanti precursori. Tra gli altri Raimondo Lullo e Giordano Bruno; il problema della logica combinatoria, come hanno messo in luce tra gli altri Paolo Rossi e Frances Yates era legato all’arte della memoria. Rossi in Clavis Universalis così scrive a proposito di Lullo: “La scomposizione dei concetti composti in nozioni semplici e riducibili, l’impiego di lettere e di simboli per indicare nozioni semplici, la meccanizzazione delle combinazioni tra i concetti operata per mezzo delle figure mobili; l’idea stessa di un linguaggio artificiale e perfetto è quella di una specie di meccanismo concettuale che si presenta una volta realizzato come assolutamente indipendente dal soggetto umano; questi ed altri caratteri dell’Ars Combinatoria, hanno fatto sì che gli storici abbiano considerato la combinatoria alle origine della moderna logica formale.”

Nel 1974 alla galleria dell’Obelisco si apre una mostra intitolata De Mathematica. Curatori Filiberto Menna e il matematico Bruno D’Amore. Tra gli artisti che hanno opere in mostra figurano Mondrian, Max Bill, Aldo Spinelli, Laura Grisi, Sol Lewitt, James Leong, Pierluigi Vannozzi, Dan Graham, Francois Morellet, Victor Vasarely, Enzo Mari, Julio Le Parc.

“L’incontro dell’arte con la matematica e, più in generale con la logica, deriva dal fatto che l’artista avverte la necessità di spostare la propria operazione da un piano immediatamente espressivo a un piano di riflessione critica sui propri strumenti, ed assume di fatto un atteggiamento metalinguistico dal momento che egli porta avanti simultaneamente una doppia operazione, quella del fare l’arte e del fare un discorso sull’arte. Nella pratica dell’arte, l’abbandono di un uso corrente dei termini e il passaggio a un uso sistematico e scientifico di essi, vuol dire tentare la via della formalizzazione, assumendo come fondamentale punto di riferimento il pensiero logico-matematico.”

Una sezione della mostra era dedicata all’Ars Combinatoria: “Sia Leibniz che altri matematici misero sopratutto in evidenza due aspetti fondamentali in tale disciplina… La logica proposizionale moderna tende a sfruttare essenzialmente caratteri combinatori. Ciò ha costituito motivo di interesse per numerosi procedimenti artistici: in genere, l’assunzione di tale fondamento da parte degli artisti moderni oscilla continuamente tra un'adozione di principi della combinatoria intesa in senso strettamente ontologico e, al contrario, una adozione su fondamenti propriamente convenzionalistici.” Tra i primi nomi di artisti citati Mondrian che “tende a porre le basi (e in questo sembra realizzare il grande sogno leibniziano) di un linguaggio universale dell’arte, muovendo da segni invarianti e istaurando delle regole di combinazione di questi elementi base.

Riccardo Licata, Senza titolo (1999) © Venezia Viva
Riccardo Licata, Senza titolo (1999) © Venezia Viva

Nel 2007 Balestrini ha scritto, riprendendo il romanzo Tristano del 1966: “Un testo narrativo aveva il vantaggio di poter avere come prodotto finale un oggetto fisico, un libro, che nelle sue varianti si sarebbe potuto produrre in un grandissimo numero di esemplari, tutti sensibilmente diversi tra di loro, risultanti dalle diverse combinazioni di elementi verbali che il calcolatore volta per volta avrebbe ottenuto seguendo il programma prestabilito.” Dal romanzo multiplo Tristano è nato il film Tristanoil che Manuela Gandini definisce “un melting pot evenemenziale apocalittico autogenerativo”. Il film è ottenuto tramite un computer che riassembla, in sequenze di 10 minuti, 150 video clip in modo che ogni sequenza sia differente dall’altra: dai disastri ecologici comentati dalla CNN, alle guerre, agli incendi delle raffinerie, alle disacriche, al mondo dei telefilm della serie Dallas. Sulle immagini è sovrapposto un flusso dorato di petrolio che le rende simili, omologandole. In un gioco combinatorio infinito.

Riccardo Licata era arrivato a Venezia nel secondo dopoguerra per studiare all’Accademia di Belle Arti. È il momento della contrapposizione tra la nuova astrazione (Vedova, Santomaso, Turcato) e il realismo. È il momento, nel 1948, della mostra della collezione di Peggy Guggenheim alla Biennale di Venezia, con i grandi capolavori delle avanguardie del XX secolo. Già dal 1952 Licata espone alla Biennale. Inventa quelle che lui stesso chiamerà lettere immaginarie, una scrittura grafico-pittorica che trae ispirazione dal linguaggio musicale. Un alfabeto per costruire una lingua universale dell’arte, con un numero infinito di variazioni dettate solo dalla sua grande capacità di immaginare. Era un genio della grafica Licata, uno sperimentatore animato sempre da un grandissimo entusiasmo, da un candore nell’approccio ai nuovi materiali, che lo rendeva eternamente giovane.

Ha vissuto tra Venezia e Parigi, dove insegnava tra l’altro mosaico all’Ecole des Beaux Arts, successore del futurista Gino Severini. A Venezia il suo luogo di creazione era il Centro Internazionale della Grafica dietro il teatro della Fenice, con l’aiuto e il consiglio sapiente di Lilli Sene per la stampa delle sue idee visive. Ha scritto il grande matematico Ennio De Giorgi: “Io penso che all’origine della creatività in tutti i campi ci sia quella che chiamo la capacità o la disponibilità di sognare; a immaginare mondi diversi, a cercare di combinarle nella propria immaginazione in vario modo. Si unisce a questo la capacità di comunicare i propri sogni e una comunicazione non ambigua richiede la conoscenza del linguaggio.”

Licata conosceva il segreto di sognare e di comunicare i propri sogni con una scrittura artistica unica ed inimitabile, a cui univa una capacità creativa praticamente inesauribile. Era perennemente in ascolto del mondo e tutto quello che lo colpiva rientrava nel suo universo simbolico-concreto.

Inedite qualità

Biagio Cepollaro

*

il corpo sa che tra i suoi mobili confini e le strade si accumula
una gran massa d’acqua che piove dal cielo. è questo mare rovesciato
che suona la sua risacca di gocce sul legno delle finestre e sulla tela
degli ombrelli a inchiodarlo in un ascolto senza azione e costrutto:
il suo movimento vorrebbe la secchezza dell’asciutto la precisione
di ciò che non perde non si frammenta piuttosto una linea tracciata
tra due punti come un’idea illuminata nel centro da un raggio di sole

*

il corpo fa del pensiero un modo per meglio
godere della luce: trattiene tra le sue dita
e accarezza così come può fare l’ultimo
riflesso prima di sparire dallo specchio
questo ha sapore e questo sapore è l’unico
sapere che sa: il resto è scala da rigettare

*

il corpo non si pone problemi di metrica
a lui pertiene il respiro che dice ed è questo
il ritmo che non solo esprime ma anche lo fa
felice: il sapere talvolta ha questo potere
di dare al corpo vita quando gli dà coscienza
ed è qui la misura e il piacere della sua danza

 

Gocce di Marsala

Alberto Capatti

Ricominciamo, dopo il mese d’agosto 2013, a suggerire delle ricette con cadenza, per ora settimanale, partendo da una domenica che non è più giorno di festa ma di maggiore libertà. A preparare il piatto o i piatti ci sarà tempo in settimana, o la sera stessa. Come in precedenza tratteremo ricette d’autore, denominato o anonimo, col duplice scopo di far conoscere la storia della cucina (recente) e istruirci a nostra volta, con una guida. Nulla nuoce di più alla cultura gastronomica del copiaincolla furtivo.

 ***

La Marsala è quasi scomparsa e quando è riproposta fa spesavecchia, ripostiglio ed anche stanchezza. Figura nelle guide dei vini, in cui potrete cercarvi il meglio, il fiore. C’è chi lo offre per snobismo, e chi la ricorda per vezzo. Pochi ne usano in cucina. Eppure troviamo oltre quaranta ricette de La scienza in cucina di Pellegrino Artusi che la prediligono contro chi ostenta il lusso del Malaga o del Madera d’importazione e gli intrugli di quelli fabbricati ed etichettati in Italia. Alcune ricette sono irripetute (ma vi sfidiamo a farlo) come questo risotto

Risotto alla milanese

Potete scegliere! Eccovi un altro risotto alla milanese; ma senza la pretensione di prender la mano ai cuochi ambrosiani, dotti e ingegnosi in questa materia.

Riso, grammi 300.
Burro, grammi 50.
Cipolla di mezzana grandezza un quarto della medesima.
Marsala due dita di un bicchiere comune.
Zafferano quanto basta.

Rosolate la cipolla tritata fine con la metà del burro: versate il riso e dopo qualche minuto la marsala. Tiratelo a cottura col brodo e quando sarà ormai cotto aggiungete il resto del burro e lo zafferano sciolto in un poco di brodo: per ultimo un pugnello di parmigiano.

Altre vi appariranno più ovvie, e non trascurabili, come il

 Pollo colla marsala

Tagliate il pollo a grossi pezzi e mettetelo in cazzaruola con un battutino di cipolla tritata fine e un pezzetto di burro. Conditelo con sale e pepe e quando sarà ben rosolato, aggiungete del brodo e tiratelo a cottura. Passate il sugo, digrassatelo se occorre e rimettete il pollo al fuoco con un po’ di marsala, levandolo appena abbia ripreso il bollore.

È cliccabile su molti siti ma Artusi andava già più che bene. Non fidatevi dei 122 polli di Giallo Zafferano, fra cui c’è da perdersi prima di trovare involtini e scaloppine al marsala ; in cucina conta la tracciabilità della singola ricetta e osservando se muore o come sopravvive, inseguire la pista del Marsala, dal 1911 ad oggi, girovagando per cantine siciliane e pollai, perdendovi fra bottiglie mezze vuote e fondi di pignatte color marrone. In Artusi che li comprava ancora vivi, i polli si presentavano interi ed esisteva il trinciapollo, un regalo di nozze, per tagliarli in tavola.

Le scaloppine già pronte non si vendevano e i petti li si dovevano estrarre dalla carcassa, tagliarli a fettine sottili, ripulendo e recuperando i minuzzoli per formarne, uniti e schiacciati, un’ultima. Andando avanti nel tempo, le ricette si moltiplicano e si disperdono. Emma Vanzetti nel Doppio quattrova (Domus, 1936) friggeva i pezzi di pollastro nell’olio e li passava dorati al burro. Vi aggiungeva il bicchierino di marsala e di cognac, quindi la panna e infine, per legare la salsa, due rossi d’uova. Non era lo stesso ma si chiamava pollo col marsala. Dopo la seconda guerra mondiale, il declino. Non lo si ritrova, con tal nome, nel Cucchiaio d’argento (1950) ma riaffiora in sordina ne La grande cucina di Luigi Carnacina (1960).

Il cuoco esperto preferisce il bicchierino di brandy, infiammato o no, anche se “3 bicchieri di marsala” e la salsa al marsala risultano nei filetti di cappone in sorpresa e nelle costolette di pollo alla gaudente. Nostalgia? Erudizione? La traccia non la si è smarrita, va riscoperta non nei titoli delle ricette ma nelle liste degli ingredienti. Poi la scomparsa di un piatto che non fa regionale e neanche elegante, meno che meno novità. Ma riacciuffate il filo, inseguitelo, se è su internet vorrà dire qualcosa.