La serie del passato remoto

Giulio Mozzi

*
Era nelle acque e non fu vista
alcuna che vedesse
Le acque non si apersero e fu persa

In onda e schiuma
in onda e schiuma tramutata
in alga e pesce
in sale e plancton

Mai più vide
il molto amante, il molto amato
marito
al quale maritata
per lunghi e lieti anni fu

E si disperse
tra onde e schiume a mille
a mille e mille e mille

Polvere d’acqua
[…]

*

e vieni, vieni amato
nulla che ci ama, vieni e prendi
me:
su vieni e fa’ un bel chiuso
fa’ una scatolina
fa’ una scatoletta
e chiudimici dentro
e questa sia la pace

Giulio Mozzi
Dall’archivio in versi: 2011, 2012-2013
«i domani» Aragno, 2013, pp. 89
€ 8,00

Il catechismo del rivoluzionario

Valentina Parisi

Nella storia del pensiero sovversivo pochi scritti sono riusciti ad alimentare intorno a sé un’aura mitologica negativa paragonabile a quella di cui si ammantò l’anonimo Catechismo del rivoluzionario non appena nel 1871 uscì in Russia sul “Pravitel’stvennyj vestnik”, organo – non a caso – del Ministero degli Interni.

“Il rivoluzionario è un uomo perduto in partenza”, così esordiva la parte terza incentrata sulle “norme di comportamento” imposte ai membri dell’organizzazione Narodnaja rasprava (“Rappresaglia popolare”), prima di celebrare la “scienza” della “distruzione terribile, totale, generale e spietata” come “unica fredda passione” nutrita dai suoi aderenti. Tuttavia, la novità costituita dal Catechismo risiedeva, ancor più che in quest’enfasi nichilista sulla pars destruens, sull’autorizzazione esplicita a volgere la violenza rivoluzionaria anche verso i propri stessi sodali, qualora le loro azioni fossero risultate volontariamente o involontariamente nocive ai fini della causa.

Per la prima volta veniva teorizzata – ancor prima che giustificata – quella che Albert Camus nell’Uomo in rivolta definirà “la violenza fatta ai fratelli”, ovvero la convinzione machiavellica che, per mantenere la disciplina interna, fosse necessario legare a doppio filo i propri adepti, non esitando a utilizzare i metodi più cinici per ricattarli e costringerli all’obbedienza. Una strategia che Sergej Nečaev, probabile autore del Catechismo, non si periterà di adottare nei confronti del più anziano Michail Bakunin che, in un primo momento, si era lasciato abbagliare dalla sua intransigenza ed energia. “Sono ammirevoli, questi giovani fanatici – credenti senza dio, eroi senza frasi fatte”, scriveva il vecchio anarchico dopo aver incontrato nel 1869 a Ginevra quell’irruente ventidueenne, grazie al quale sperava di poter riannodare i contatti tanto con la madrepatria lontana, quanto con le nuove generazioni progressiste.

Fino a che punto tale fascinazione fosse destinata a rivelarsi rovinosa lo dimostra l’eccellente libro di Michael Confino, Il catechismo del rivoluzionario. Bakunin e l’affare Nečaev (1973), già uscito nel 1976 da Adelphi nella “Collana dei casi” nella traduzione fluente di Gisèle Bartoli e ora riproposto ai lettori. Sulla base di una serie di missive rinvenute alla Biblioteca Nazionale di Parigi, lo storico di origini ebraiche scomparso nel 2010, provvede a colmare varie lacune e a sfatare alcuni “miti” relativi all’affare Nečaev.

Innanzitutto, quello secondo cui Bakunin sarebbe l’autore del famigerato Catechismo, o, almeno, avrebbe contribuito in modo rilevante alla sua stesura. Una leggenda alimentata anzitutto da Fedor Dostoevskij che nei Demoni attribuirà a Stavrogin-Bakunin un ruolo decisamente preponderante rispetto a Verchovenskij-Nečaev (“Stavrogin è TUTTO”, si legge nei suoi appunti). All’estremo opposto dello spettro ideologico, tale versione sarà corroborata anche dalla storiografia sovietica degli anni Venti, intenzionata a dipingere nella peggior luce possibile il padre dell’anarchismo russo. Che quest’ultimo non condividesse affatto i metodi del Catechismo lo dimostra invece la lettera inviata da Locarno il 2 giugno 1870, in cui Bakunin chiede esplicitamente a Nečaev di rinunciare a ogni stratagemma “poliziesco e gesuitico” utilizzato contro i propri confratelli, nonché “all’idea assurda che si possa fare la rivoluzione al di fuori del popolo”.

Se quindi le speranze riposte da Bakunin in Nečaev erano destinate a svanire fin troppo rapidamente, non altrettanto semplice fu arrestare il meccanismo perverso che nel frattempo si era messo in moto. Non pago di aver “ereditato” la direzione del “Kolokol”, il foglio fondato da Aleksandr Herzen, Nečaev pretese che Bakunin lo aiutasse a mettere le mani sul cosiddetto fondo Bachterev, un lascito cospicuo destinato da un nobile russo alla causa della rivoluzione. Inoltre, lungi dal nutrire la benché minima riconoscenza, Nečaev contribuì in maniera decisiva all’espulsione di Bakunin dalla Prima Internazionale, fornendo a Marx i documenti che servirono come pretesto per tale provvedimento.

La fugace “infatuazione” per Nečaev costò pertanto assai cara a Bakunin e portò alla sua definitiva eclissi della scena rivoluzionaria europea. Nel contempo, servì a dimostrare come all’interno della stessa compagine antizarista il divario tra “padri” e “figli” – tra aristocratici delusi inclini alla speculazione astratta e piccoli borghesi risentiti votati all’azione – fosse ormai incolmabile. Premettendo ai materiali d’archivio da lui rinvenuti un’ampia introduzione, Confino crea un singolare, appassionante romanzo epistolare che evidenzia la natura intrinsecamente drammatica di tali eventi. Un’intuizione condivisa anche da Tom Stoppard che, nella Sponda dell’utopia, avrebbe messo in scena i conflitti d’idee all’interno del movimento rivoluzionario russo.

Michael Confino
Il catechismo del rivoluzionario
Bakunin e l’affare Necaev
Traduzione di Gisèle Bartoli
Adelphi (2014), pp. 266
€ 12,00

Critica della vittima

Paolo Godani

Il nuovo lavoro di Daniele Giglioli non è soltanto un esercizio di critica nel senso più profondo e radicale del termine, ma anche, come suggerisce il sottotitolo, un esperimento con l’etica. Critica, etica e sperimentazione sono termini che illustrano bene il metodo praticato da Giglioli tanto in questo Critica della vittima quanto nei precedenti Senza trauma e All’ordine del giorno è il terrore: un metodo capace di coniugare, in maniera rigorosa e spregiudicata, analisi letteraria e ricerca genealogica, costruzione concettuale e riflessione sul presente. Con questi lavori, Giglioli ha inaugurato un nuovo stile di pensiero.

Il nodo problematico preso di mira in Critica della vittima è senza dubbio uno dei più rilevanti del nostro tempo. Come già riconosceva Senza trauma, la logica vittimaria è divenuta il «paradigma attraverso cui l’ideologia contemporanea pensa la storia umana, e spesso anche il destino, la natura stessa della nostra specie». Quello vittimario è un dispositivo duplice attraverso il quale da un lato si elevano la passività e l’impotenza a valori supremi, dall’altro si conferisce solo alla vittima la possibilità di una rivendicazione legittima (facendo anzi di essa il soggetto di un discorso irrefutabile) – il che ha come corollario la riduzione di ogni rivendicazione autonoma e affermativa, che non sia cioè il risanamento di qualche ferita subita, a pretesa futile.

Questa elevazione della vittima, così caratteristica del nostro tempo (come Giglioli mostra con una grande varietà di esempi), implica che ciò che sta in basso venga elevato, ma implica anche che esso venga elevato proprio in quanto è e resta ciò che sta in basso; la vittima, soggetto di un diritto e di un potere assoluti, è tale perché e sino a quando rimane vittima, inerme e impotente. Solo l’impotenza è potente, ovvero la sola potenza consentita è quella che si nutre d’impotenza.

Il lavoro di Giglioli, dopo aver introdotto la questione e aver proposto una dettagliata «sintomatologia» del fenomeno vittimario, si sviluppa stringendo sull’essenziale a partire dal paragrafo intitolato Vulnerabili e poi, ancor più profondamente, da quello dal titolo Inalienabile. Qui, dapprima, si mettono in luce con grande perspicuità i limiti di un’antropologia negativa fondata sull’enunciato «l’essere umano è ciò che può essere colpito». Prendendo partito con giusta determinazione contro l’ipotesi (tradizionalmente reazionaria) secondo cui l’umanità si caratterizzerebbe per una «mancanza originaria» che solo un potere forte può tutelare, Giglioli si schiera apertamente in favore dell’idea (antica anch’essa, dato che risale almeno a Pico della Mirandola) per cui la specie umana si definisce per «l’uso sempre indeterminato che può fare della propria costitutiva incompiutezza».

Non è questo il luogo per approfondire le ragioni di una tale presa di posizione, ma vale almeno la pena di attirare l’attenzione sulla sua estrema rilevanza etica e politica, e di osservare (come fa Giglioli citando fra gli altri i casi di Derrida, Agamben, Butler) quanto l’antropologia negativa sia dilagata ben oltre i confini del pensiero conservatore. In seguito, l’autore inizia a tirare le fila del suo discorso rispondendo alla domanda fondamentale: «che cosa promette e che cosa vieta un immaginario che fa della passività il suo Nord magnetico?». Giglioli risponde che «la vittima promette identità», un’identità forte, coesa, innegabile; cosicché la mitologia vittimaria si propone come il farmaco che cura la dissoluzione contemporanea della soggettività, dei valori etc.

Ma, com’è noto, ogni farmaco cura in quanto è anche un veleno. Dunque, l’immaginario passivo della vittima inocula al contempo il veleno che vieta, che cancella «l’imperativo tipicamente moderno» sintetizzato da Rilke nel «tu devi cambiare la tua vita». La vittima non può che ribadire se stessa, cosicché la mitologia della vittima rende impensabile una qualunque trasformazione, personale e collettiva. Per questo, in conclusione, «la mitologia vittimaria è una subalternità che perpetua il dominio».

Ma la conclusione del lavoro torna su una questione più generale. La critica, per quanto radicale, si limita a una genealogia capace di mostrare la contingenza delle formazioni ideologiche e sociali dominanti; la genealogia è certo una condizione della trasformazione, a cui però non può mancare una prassi, un agire collettivo. Ma tra il discorso freddo della teoria e il fuoco di una prassi trasformativa – è questo il dubbio che Giglioli rimanda infine ad un supplemento di indagine – esiste forse (come molti sostengono) la necessità di una nuova mitopoiesi non vittimistica né subalterna?

Nonostante il dubbio, la risposta mi pare si trovi già come conseguenza del percorso fin qui descritto: non c’è mito non subalterno. Il mito, come l’identità, è «il contrario della rivoluzione». Non vale la pena ricadere nel circolo – per quanto il dubbio spesso ci assalga che la critica non basti a se stessa.

Daniele Giglioli
Critica della vittima. Un esperimento con l’etica
Nottetempo (2013), pp. 130
€ 12,00

Paul Klee a Londra

Maria Teresa Carbone

Per quale ragione uno tra i maggiori musei/contenitori d'arte contemporanea del mondo dedica una delle sue grandi mostre a un maestro del secolo scorso, la cui opera, oggetto di infiniti studi critici, è da decenni un punto di riferimento ineludibile, e apparentemente inamovibile, nella storia dell'arte del Novecento? Due, di solito, i motivi: il desiderio di presentare il percorso dell'artista a una nuova generazione di appassionati, l'ambizione di introdurre inedite chiavi di analisi che consentano di guardare all'opera del maestro in una luce diversa.

Al primo sguardo, l'esposizione Paul Klee. Making Visible, allestita alla londinese Tate Modern fino a domenica 9 marzo, sembra rispondere al primo intento: il suo andamento rigidamente cronologico, la sua impostazione all'apparenza didascalica parrebbero dimostrarlo. Un Klee “da catalogo” ad uso dei – sempre più numerosi – neofiti, come ha fatto notare fra le righe il critico TJ Clark sulla London Review of Books, rilevando che la mostra, a dispetto della sua vastità (diciassette sale, 130 opere), non è stata l'evento di maggior rilievo di questa stagione artistica londinese.

Forse dimostrazione che l'ascendente di Klee è declinato (passati sono i tempi in cui “il comico tragico” era al centro dell'attenzione degli amanti dell'arte: oggi i suoi piccoli quadri vengono osservati dai più giovani con un rispetto distante, venato di perplessità), ma anche, per Clark, effetto di una esposizione piatta, troppo incline ad accogliere il punto di vista dell'artista e a non assumersi rischi nell'esporre “opere meno riuscite, marginali, disegni appena schizzati, cedimenti alla dolcezza o alla cattiveria, tutti quei modi con cui Klee cercava di sfuggire al proprio buon gusto”.

L'osservazione è pertinente, ma sembra non cogliere che obiettivo dichiarato del curatore Matthew Gale, coadiuvato da Flavia Frigeri, è stato proprio quello di presentare il Klee di Klee. Di più: un Klee in qualche modo privo di dubbi, o per lo meno consapevole fin dai suoi esordi di essere “Klee”. Già dalla prima sala il percorso espositivo sottolinea, e segue poi passo passo, la minuziosa registrazione e catalogazione che l'artista ha fatto, nel corso dei decenni, di ogni sua opera, quasi che ciascuno dei suoi quadri costituisse un tassello indispensabile nella composizione di una unità complessiva e organica, proprio come uno dei tanti quadratini di colore che, insieme, forniscono la tessitura della Static-Dynamic Gradation del 1923 o una delle forme eterogenee – stelle rombi triangoli... – che si posano sul fondo scuro di Assyrian Game, dello stesso anno.

Non solo: proprio come nota Clark, ma in modo esplicito e deliberato, la mostra londinese presta particolare attenzione alla cura con cui Klee ha sempre scelto le opere da portare alle grandi retrospettive che fin dagli anni Venti gli sono state dedicate in vita, fino all'ultima, del 1940, alla Kunsthaus di Zurigo, inauguratasi pochi mesi prima della morte dell'artista.

In questa prospettiva non è strano che siano espulsi quei quadri che mostrano incertezze e deragliamenti, per quanto essi possano risultarci utili nel comprendere il percorso, solo apparentemente lineare, del pittore. E tuttavia, in una fase in cui – come notava giustamente lo storico dell'arte Boris Groys nel saggio anticipato da Alfabeta qualche giorno fa – “l’interesse dello spettatore si sposta dal singolo oggetto esposto al modo in cui esso viene contestualizzato e storicizzato dal museo”, risulta spiazzante, e dunque fertile di riflessioni, una mostra come questa, che mette in secondo piano il ruolo curatoriale e affida all'artista il centro della scena.

Idoneità

Augusto Illuminati

Lucrezianamente ormai immune dai disastri berlinguerian-gelminiani dell’italica Università, suave, sarebbe, e terra magnum alterius spectare laborem, ma un residuo senso civico mi induce a riflettere sulle polemiche scatenate dalla pressoché compiuta conclusione della prima tornata di idoneità di prima e seconda fascia, alias Abilitazione Scientifica Nazionale.

Trattandosi infatti di formulare giudizi complessivi di ammissibilità ai ruoli di ordinario e associato (bizzarra tipologia, non presente in natura e neppure nella cultura, in cui esiste solo attitudine o meno alla funzione docente) piuttosto che di distribuire un numero circoscritto di posti retribuiti, per cui serviranno ulteriori concorsi di sede, è chiaro che questo è il campo di un trionfo assoluto del principio di valutazione in sé, non della necessità di scegliere uno a spese di altri per vincoli di organico e di bilancio.

Al di là, dunque, delle recriminazioni individuali sugli esiti dell’abilitazione e sulle clamorose discrepanze fra i criteri adottati nei vari settori, vorrei soffermarmi sulle contraddizioni della prima applicazione di massa della valutazione alle carriere docenti, che fa seguito alle già controverse incursioni nel finanziamento della ricerca e dei dipartimenti. La logica neoliberista e “post-democratica” ha il suo punto discriminante non in un generico riferimento al mercato o al laissez-faire, ma nell’imposizione dall’alto e con l’ausilio di tutti gli strumenti tecno-burocratici del principio di concorrenza, anche in settori non proprio coincidenti con l’economia, per esempio nella pubblica amministrazione, nella formazione e nella ricerca.

La diseguaglianza viene assunta a regola certificata e presunta propulsiva e, beninteso, ritrovata accresciuta al termine dei processi devastanti che smantellano gli assetti precedenti. Non rievoco qui gli svariati misfatti compiuti da INVALSI e ANVUR nelle aree educative di loro competenza e mi attengo alle metodologie valutative su chi è già in organico, neppure ai criteri di assunzione, chiaramente assenti in tempi di tagli selvaggi e turnover negativo.

Se Brunetta, ben presto strozzato dalla resistenza sindacale e dalla vischiosità dell’apparato, pretendeva di distribuire le note di qualifica e gli incentivi selezionando meccanicamente una quota di meritevoli a spese degli altri, il MIUR distribuisce le idoneità – le promesse di accesso a un organico in via di riduzione – in modo tale che ci sia una quota minoritaria di eletti (il Ministero aveva raccomandato di soppiatto non più del 40%) e una massa di “segati”, indipendentemente o in misura spropositata rispetto alla qualità effettiva del corpo docente. Importante è che i suoi membri siano in concorrenza fra di loro, che considerino la formulazione del proprio CV, la produzione delle pubblicazioni sulle riviste “giuste” e l’acquisizione di crediti organizzativi quali momenti della loro auto-imprenditorialità culturale.

Di più: se nell’ideologia BDSM della società del rischio e della competizione il lavoro è sempre sottoposto all’imperativo della formazione permanente e al connesso ricatto del fallimento per inferiorità o per pigrizia, il debito-colpa deve essere immesso con priorità assoluta nella formazione e selezione dei formatori. Università e scuola siano la fucina dei meccanismi di valutazione e autovalutazione per ogni ramo lavorativo standard e anomalo, riciclo degli espulsi compreso. Quindi, non ci si lamenti che i ricercatori siano trattati come i postelegrafonici, perché devono esserne l’archetipo platonico.

Però... «per fortuna o purtroppo» siamo italiani e allora i più diabolici dispositivi dell’efficientismo meritocratico anglo-sassone devono essere calati nel gesso delle consuetudini nostrane, del burocratese azzeccagarbugli e delle tradizioni accademiche da secoli impiegate per tutelare clientele e parentele. Così il 90% delle esclusioni adottate – almeno nell’area umanistica che mi sono andato a guardare per competenza – per profilare il merito quale scarto dalla media (anzi dalle famigerate “mediane”) è stato motivato con la non pertinenza al settore scientifico disciplinare, un trucco vetusto con cui si rimandava l’incauto concorrente da ponzio a pilato fra storia della filosofia e filosofia politica, filosofia teoretica e filosofia morale – tanto per buttar giù qualche esempio a caso.

Quanto nel mondo era grande – in perversione – viene qui rimpicciolito a misura di procedure (maxi)concorsuali e di meschino intrigo familistico o di cordata. Tutto svanisce in una ridda di pdf non allegati, riviste di classe A e B, troppi autori considerati o troppo pochi autori, proiezione internazionale scarsa o vivace e vivi auspici per il futuro del non idoneo – altri commissari, cazzi loro. Ho grandi dubbi che, perfino nell’angustia del definanziamento universitario, non sia possibile escogitare qualcosa di meglio per cooptare forze nuove nel sistema. Prima che le risucchino all’estero.

Irresponsabilità

Giorgio Mascitelli

Anche John Elkann, ultimo (ma solo in ordine cronologico) di un’illustre serie di entomologi che avevano via via scoperto e classificato le specie dei bamboccioni, dei giovani choosy e degli sfigati, ha contribuito ad arricchire il nostro quadro tassonomico descrivendo la specie dei giovani che non lavorano perché stanno troppo bene a casa, per la quale mi permetto di proporre il nome scientifico di eudomotici. Anche a quest’ultimo entomologo, al pari dei suoi sfortunati colleghi, è toccato subire la rabbiosa reazione sia delle farfalle appena classificate sia di un pubblico istintivamente antipatizzante. Infondo era prevedibile che gli sfaccendati avrebbero preso la sua bonaria e oggettiva osservazione scientifica come una sorta di presa in giro delle loro miserie.

Se ci si pensa, però, è curioso che una serie di persone che per ragioni professionali dovrebbero avere una certa consuetudine con la comunicazione mediatica incappi nel medesimo errore da principiante suscitando reazioni polemiche e sarcastiche proprio nei destinatari delle loro dichiarazioni. Credo che una spiegazione sia da rintracciare nel fatto che le classi dirigenti neoliberiste siano istruite a fare questi richiami alla gioventù di tanto in tanto con lo scopo didattico di abituarla alla precarietà generalizzata delle condizioni e dei luoghi di lavoro. Il problema è che questa prassi comunicativa, a occhio e croce, è nata negli Stati Uniti dove i poveri sono considerati, e spesso si autoconsiderano, dei perdenti che hanno avuto la sorte che si meritano, mentre in Italia vige ancora la visione francescana della dignità del povero, un solido archetipo nazionale che non può essere stato cancellato da pochi decenni di televisione e di berlusconismo.

La mentalità necessaria per formulare giudizi del genere implica un sentimento di irresponsabilità come classe dirigente rispetto alla situazione generale. Èun tratto tipico delle classi dirigenti neoliberiste che si autorappresentano come gli aggiustatori o i medici di una situazioni prodottasi indipendentemente dalle scelte di quegli stessi gruppi dirigenti. È insomma la vecchia mentalità del mercato come prodotto delle leggi di natura, che si presenta come una forma di falsa coscienza e in taluni casi di vera e propria ipocrisia, visto che ormai anche da parte neoliberista si ammette che il meccanismo di mercato è un risultato dell’azione degli stati e delle norme giuridiche, a fare capolino.

L’idea di governo che veicola tale senso di irresponsabilità è quella, per usare le parole di Giorgio Agamben, del “suo senso etimologico: un buon pilota – colui che tiene il timone, non può evitare la tempesta ma, se essa sopraggiunge, deve essere capace di guidare la sua barca”1. Queste gaffe da parte di ministri o giovani ereditieri non sono solo dunque gaffe, ma le manifestazioni di una cultura o meglio di un’ideologia che in Italia per particolari ragioni storico- culturali assume la forma di gaffe.

Il senso di irresponsabilità delle classi dirigenti ha chiaramente una funzione decisiva nella propria autorappresentazione perché permette di prendere decisioni che hanno delle evidenti ricadute sulla vita di tante persone senza effetti collaterali psicologici di coinvolgimento emotivo o addirittura di rimorso.

Fin qui l’ideologia neoliberista; in alcune di queste dichiarazioni vi è però anche un aspetto più prettamente italiano: quando un giovane sottosegretario, che ha conseguito un dottorato in modi all’altezza di ogni sospetto, dileggia chi si laurea fuori corso; quando l’azionista di un’azienda che ha condizionato pesantemente lo sviluppo economico del paese con ricadute anche sull’occupazione, sgrida i giovani disoccupati, è del tutto evidente che qui vi è anche un senso di irresponsabilità individuale. Di questo secondo senso di irresponsabilità, e da dove nasca, scrisse a suo tempo Leopardi nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani ed è perfettamente inutile parlarne: lo si può considerare però il moltiplicatore specificamente italiano della crisi internazionale, che spiega perché la nostra sia una crisi nella crisi, o meglio una crisi al quadrato.

  1. la parola italiana governo e tutti i termini affini discendono dal latino gubernator il cui significato originale è timoniere. []

Sulle elezioni europee

Andrea Fumagalli

Sul fatto che queste elezioni Europee non modificheranno nulla non è difficile immaginarlo. Basta una semplice analisi della struttura del biopotere oggi esistente. L'Euro di Maastricht - così come è stato costruito - è come un manganello che ti pesta violentemente quando vai in piazza. Prendersela con il manganello, senza pensare a chi lo usa, e perorare la causa di vietare il manganello (ovvero, fuor di metafora, uscire dall'Euro) non solo è inutile ma potrebbe dare adito a soluzioni peggiori (l'uso della pistola?).

Ma prendersela con il poliziotto che usa il manganello non risolve comunque il problema. Draghi e la Bce, insieme alla troika, non sono altro che fedeli esecutori (come lo è il poliziotto zelante, che sempre più spesso, a Genova 2001 come in Grecia oggi, va anche al di là del suo mandato). Il cuore del problema è l’oligarchia finanziaria a livello globale. Èa questo livello, sfuggevole, non definibile, non immedesimabile in un “nemico” in carne ed ossa (il padrone) o in una istituzione pseudo-sovrana (lo Stato o l’UE) che occorre porsi e dal quale occorre partire per poter immaginare scenari diversi e alternative future. Come scalfire, ridurre, combattere questo potere finanziario, moderno Golia di fronte a tanti piccoli potenziali David ma impossibilitati nell’agire?

Sono possibili circuiti finanziari alternativi in grado di fare “esodo” all’interno e contro i dispositivi di comando, controllo e ricatto che oggi vengono agiti contro le popolazioni e le varie moltitudini dell’Europa e del Mondo? Sul blog di Effimera, è iniziata una discussione su questo tema e sulla possibilità di pensare, come strumento di contro-potere all’oligarchia finanziaria, un’Istituzione finanziaria del comune e una moneta del comune, per la cui analisi si rimanda a: http://quaderni.sanprecario.info/category/effimera/comune-reddito-moneta/. Qui si gioca la partita e da qui si comincia a discutere, come premessa e analisi prepolitica dal cui esito dipende poi lo sviluppo di forme organizzative, di modelli di comunicazioni e di rappresentanza che siano adeguate alla posta in gioco e non semplici retaggi di un passato che oggi non c’è più.

È facile criticare il tentativo della Lista Tsipras da chi si fregia di fare il purista (come Formenti) senza preoccuparsi di individuare alcuna alternativa, perché troppo impegnato a criticare tutto e tutti. Stare seduto sulla collinetta della purezza potrà pure permettere di osservare le tristi vicissitudini umane di questi anni, i singulti di reazione, le meschine operazioni di repressione sociale, l’opportunismo culturale e politico, ecc., ma finché non si avrà il coraggio di scendere nell’agone, sporcarsi le mani, tentare e sbagliare, ritentare e risbagliare, nulla cambierà.

La Lista Tsipras è uno di questi tentativi, probabilmente il meno adeguato per noi in Italia, probabilmente importante per la Grecia dove gli equilibri politici sono diversi, ma credo che sia un tentativo che possa essere laicamente fatto. Purché non sia l’unica proposta in campo e non sia a sua volta il prodotto della triste nomenklatura che ha portato alla morte la sinistra radicale italiana.

Ciò che conta, infatti, a partire dalla critica del presente, è la ricerca di una prospettiva per il futuro. Questo obiettivo – qui da noi (può essere diverso in altre parti del mondo) - non può essere solo pensato all’interno dell’istituzionalizzazione (elettorale) della necessità di trasformazione radicale che il presente ci impone (in quanto si sviluppa su un terreno, quello istituzionale, che non lo consente), ma non lo è neanche all’interno di una ideologia pura sganciata dalla praxis e autoreferenziale.

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Carlo Formenti, Lettera aperta ai compagni della sinistra radicale sulle elezioni europee