Poesie del lavoro

Fabio Zinelli

La letteratura parla sempre più insistentemente di lavoro. Come tema e come condizione. Perché è sempre più vicina alla realtà e non da ultimo anche perché gli scrittori esordienti vivono con urgenza il problema dell’evanescenza del posto di lavoro e come situazione ordinaria il precariato. Sul piano dell’espressione, la crescita dei linguaggi speciali oltre il confine di specializzazioni tecniche sempre più condivise (l’informatica, la lingua della comunicazione e della finanza) investe la lingua che parliamo legandola alla lingua del terziario, attraversa la lingua della pubblicità e preme sulla lingua della creazione. La tensione tra cose (merci) e linguaggio è ancora più forte nelle arti visive che non mancano di influenzare la letteratura.

All’incrocio dei linguaggi la poesia dimostra di muoversi con particolare agilità e di essere anche abbastanza affilata per entrare nei codici linguistici che esprimono i rapporti di potere nel mondo del lavoro. Esplora linguaggi e condizioni del lavoro il nuovo numero della rivista di poesia comparata «Semicerchio», intitolato appunto alla Poesia del lavoro. Una comunità globale di poeti ci dice cos’è il lavoro: ci sono poeti che hanno fatto la fabbrica quando c’erano le fabbriche (Philip Levine, Lutz Seidel, Fabio Franzin). Saggi e soprattutto tanti testi portano il lettore dal deserto di Detroit ai diversi cuori linguistici dell’Europa (Germania lato ex-DDR con Volker Braun, Repubblica Ceca dall’epoca socialista al poi, Francia, Spagna), all’Ispanoamerica, agli USA (Philip Levine, Komunyakaa, Jorie Graham), al Sud-Africa black, alla Cina della poetessa Zheng Xiaoqiong. Uno spazio importante è riservato alla poesia dei migranti, i «precari del verso», e un piccolo spazio anche alla voce del nemico – se non del lavoro, dei lavoratori – qui nei panni del tory Philip Larkin («I want to see them starving, the so called working class»).

Il numero comprende inoltre una raccolta di inediti di ventinove poeti italiani che hanno accolto l’invito a scrivere sul lavoro: Mariano Bàino, Elisa Biagini, Vito Bonito, Alessandro Broggi, Franco Buffoni, Alessandra Carnaroli, Luciano Cecchinel, Alessandro De Francesco, Fabio Franzin, Gabriele Frasca, Giovanna Frene, Nicola Gardini, Marco Giovenale, Franca Grisoni, Andrea Inglese, Jolanda Insana, Giancarlo Majorino, Franca Mancinelli, Giulio Marzaioli, Giovanni Nadiani, Laura Pugno, Fabio Pusterla, Massimo Sannelli, Flavio Santi, Luigi Socci, Italo Testa, Gian Mario Villalta, Lello Voce, Edoardo Zuccato.

PHILIP LEVINE
Cos’è il lavoro

In piedi nella pioggia in una lunga fila
in attesa a Ford Highland Park. Di lavoro.
Sai cos’è il lavoro – se sei
grande abbastanza da legger qui sai cos’è
il lavoro, anche se forse non lavori.
Lasciamo perdere te. Qui si parla d’attesa,
cambiando posa da un piede all’altro.
Di pioggia sottile che senti cadere come nebbia
sui capelli, che ti offusca la vista
finché ti sembra di vedere tuo fratello
davanti a te, forse dieci posti avanti.
Ti pulisci gli occhiali con le dita,
e ovviamente è il fratello di qualcun altro,
con spalle più strette del tuo
ma con la stessa aria dinoccolata e triste, la smorfia
che non nasconde la determinazione,
il triste rifiuto di cedere alla
pioggia, alle ore buttate nell’attesa,
alla certezza che in un punto più avanti
un uomo ti aspetta e dirà, «No,
nessuna assunzione oggi», per una qualsiasi
sua ragione. Vuoi bene a tuo fratello,
ora all’improvviso puoi a mala pena sopportare
il bene che ti inonda per tuo fratello,
che non è accanto a te o dietro o
davanti perché è a casa a cercare di
smaltire nel sonno un terribile turno di notte
alla Cadillac così può alzarsi
prima di mezzogiorno per studiare il suo tedesco.
Lavora otto ore a notte così può cantare
Wagner, l’opera che odi di più,
la peggiore musica mai inventata.
Quanto tempo è passato da quando gli hai detto
che gli vuoi bene, abbracciato le sue spalle larghe,
con occhi ben aperti gli hai detto quelle parole,
e magari dato un bacio sulla guancia? Non hai mai
fatto una cosa così semplice, così ovvia,
non perché sei troppo giovane o troppo stupido,
non perché sei geloso o nemmeno cattivo
o incapace di piangere davanti
a un altro uomo, no,
semplicemente perché tu non sai cos’è il lavoro.

(traduzione di Antonella Francini)

FABIO FRANZIN
Curiculum

No’ so, forse me sarò anca sbajià,
forse no’l iera ‘l mé curiculum quel
che ‘a segretaria bionda l’à fat su
te un baeòt, e po’ butà sot ‘el banco,
sot’ el só sorìso gentìe, el conpiuter,
el teèfono «attenda in linea, vedo se
è libero
». Ma son vignù fòra rosegà
da un brut dubio «ha compilato tutto?
i recapiti telefonici li ha trascritti

da che l’ofìcio lindo, pièn de vetrate
e piante e divaneti rossi, giornài de
barche e cavài da sfojiàr. L’é stat un
rapresentante che spetéa de ‘à, sentà
te chealtra saéta, ‘a só sagoma scura
in jessàto a schermàr al vero, a farlo
spècio che mostra ‘l sèst de chii déi,
dea man, fra ragno e pugno intant che
verdée ‘a porta. Forse ‘l mé toc de carta
lo ‘vea za mess zo, forse ‘a baéta drento
el zhestìn ièra un só apunto che no’
servìa pì, sì, chissà. Forse me sarò
anca sbajià, o forse l’é sbainà ‘sto
tenpo, che sbrana senza pì ‘baiàr.

Curriculum Non so, forse mi sarò anche sbagliato, / forse non era il mio curriculum quello / che la segretaria bionda ha appallottolato / fra le mani, e poi gettato sotto il bancone, / sotto il suo sorriso cordiale, il computer, / il telefono «attenda in linea, vedo se / è libero». Ma sono uscito roso / da un brutto dubbio «ha compilato tutto? / i recapiti telefonici li ha trascritti?» / da quell’ufficio lindo, tutto vetrate / e piante e divanetti rossi, riviste di / barche e cavalli da sfogliare. È stato un / rappresentante che attendeva di là, seduto / nell’altra saletta, la sua sagoma scura / in gessato a schermare la trasparenza, a renderla / specchio che mostra il gesto di quelle dita, / della mano, fra ragno e pugno mentre / aprivo la porta. Forse il mio pezzo di carta / lo aveva già deposto, forse la pallina dentro / il cestino era un suo appunto che non le / serviva più, sì, chissà. Forse mi sarò / anche sbagliato, o forse è sballato questo / tempo, che sbrana senza più abbaiare.

MARIANO BÀINO
colapesce

(a un lavoro del passato. acquatico, minorile)

scugnizzi, una ciurmaglia, scura pelle
che forse è apparentata con le foche.
lucidi guizzi folli dietro poche
monetine di nichel che le belle

signore incerte, dalle navi (quelle
lente per ischia o capri e dalle fioche
sirene) lanciano. verso mai roche
voci di urlanti. ed il primo che nelle

putride acque del porto s’invola,
sa sommozzare, il soldino nasconda
subito in bocca fra i denti e la guancia.

e se per caso va giù nella pancia
o se ne scappa nel nulla e nell’onda
non è mestiere da pesce nicola.

ALESSANDRA CARNAROLI
da Prec’arie

Ragusa, licenziato per 5 euro
 impiegato di 30 anni si toglie la vita
L'uomo si è impiccato dopo aver perso il posto.

C’aveva un figlio piccolo si è messo una corda al collo
si è messo la testa in quel posto nel cappio dove ci entra giusto il collo
e poi si strozza dicono che aveva rubato cinque euro
aveva incassato cinque buoni da un euro
Cinque buoni da un euro alla cassa del supermercato dove lavorava
l’hanno licenziato per cinque buoni da un euro
si è messo in testa di morire si vergognava troppo
la moglie lo ha cercato cerca e cerca era nella casa al mare
ma non c’aveva il costume non c’aveva l’asciugamano

cosa ci sei venuto a fare amore mio senza il costume
a fare il bagno no
a prendere il sole no
sei venuto a morire sotto il tetto per cinque buoni da un euro
mi lasci sul pavimento col tacco lucido quasi nuovo
Mi lasci con un figlio piccolo senza secchiello
non lo sapevo che eri venuto qui con la corda se no portavo il secchiello
Ti vergognavi molto
Se tu c’hai trent’anni io madonna ce ne ho ventotto e ho lasciato il gas aperto
il bambino dal nonno che deve pagarci l’affitto da quando hai perso il posto
ma tu lo sai che ti amo lo stesso ti stiro i calzetti per farli morbidi ti aspetto se è notte
e fai la chiusura ti aspetto anche se non chiudi più niente perdi l’acqua
Dicono che hai scritto un biglietto con la grafia incerta
ma tu per me scrivevi benissimo c’avevi la licenza di terza
dicono che non toccavi neanche ma se eri in mare vivevi lo stesso
perché eri bravo a nuotare nuotavi bene non era come la grafia
che invece era incerta hai scritto
a mia moglie
per cinque buoni da un euro

GIANCARLO MAJORINO

Un bel dì
eravamo in tanti, eravamo in grandi grandi guai
morti feriti miserie si accalcavano tanti senza niente
e la luce pareva tramontare quasi perlomeno affievolirsi sì
rottami simili a salme galleggiavano ovunque pur sul selciato
e chi gridava chi non poteva che piangere che maledire

quando

quando da più parti entrarono donne uomini stupiti
c’era la ragazza c’era l’adulta c’era l’anziana c’erano tutte
perlomeno tante tante e gli uomini sia dall’alto che dal basso
della Forbice si fermarono bocca in giù corpo sempre più senza voce
guardavano e loro sempre più intervicine simili e dissimili

chi mirandone una chi apostrofandone un’altra ma ci spingevano
sempre più in fondo, sempre più a lato, qualcuna però ridente
e allora noi sempre più facevamo gli stùpidi, sinché senonché
esplose un’enorme corale: adesso basta, adesso guidiamo noi

Poesia del lavoro
Numero monografico di Semicerchio. Rivista di poesia comparata (n. 48-49)
Pacini (2013), pp. 256
€ 36,00

 

Luigi Di Ruscio, lo Scriba assoluto

Angelo Ferracuti

Luigi Di Ruscio disse di sé, della sua condotta solitaria di Scriba assoluto: «Ho letto in qualche parte che gli intellettuali si dividono in due parti, in talpa e lepre. La talpa scava il suo buco imperterrita, la lepre vola da tutte le parti. La talpa nel suo buco e con pazienza lo scava, scava sempre lo stesso buco cerca le ultime conseguenze, va verso lo sprofondo […]. Io veramente vorrei essere sempre più talpa. Joyce è la talpa quasi perfetta, la lepre quasi perfetta è D’Annunzio o Petrarca, la talpa perfetta è Dante. Per le lepri ho avuto sempre un grande schifo».

In tutte le sue opere cita sempre gli stessi libri, che ha letto e continuato a rileggere per anni: «la mia formazione coincise con la prima edizione delle Lettere dal carcere di Gramsci e affabulavo sull’antologia di Anceschi chiamata “Lirici nuovi” e comperavo Il mestiere di vivere e il Lavorare stanca nelle prime edizioni e vedevo i “Ladri di biciclette” e “Roma città aperta” per la prima volta». E ancora: «Ho amato la Divina Commedia, le grandi poesie di Leopardi, I sepolcri di Foscolo e i sonetti del Belli, dei contemporanei le prime raccolte di Montale, la prima di Ungaretti […] gli ultimi libri italiani che ho comperato è i libri di Sbarbaro editi da Garzanti, le opere italiane di Giordano Bruno e la biografia di Zangrandi».

Dal 1953, anno del suo esordio poco più che ventenne con Non possiamo abituarci a morire (Schwarz), fino alla quarta ristampa del Palmiro (Ediesse 2011), molto probabilmente il suo capolavoro, avvenuta a un anno dalla morte, la sua «macchina macina-parole», come la definì un suo recensore, produsse dieci opere in poesia, cinque in prosa, alcune traduzioni, soprattutto da Ibsen, lasciando non pochi inediti.

C’è una cosa che più di tutte è riuscita a Luigi Di Ruscio, cioè mettere in difficoltà non solo i suoi lettori, ma anche i critici, persino gli studiosi che più di altri lo hanno sostenuto e apprezzato. In lui la nozione di «inedito», infatti, è una pura convenzione, in quanto, come capita in molti autori classici, ha continuato a scrivere sempre lo stesso libro approfondendo gli identici temi. Anzi, due grandi libri, uno di versi e l’altro di prosa. La spiegazione di queste due diverse opzioni la esprimeva così: «la poesia va per le corte e la prosa per le lunghe […]. Rispetto alla poesia, nella prosa si può passare più facilmente dal tragico al comico, si possono fare dei salti; nella poesia, invece, è tutto quanto più raffreddato. Oppure è cosi: quando una cosa viene molto bene, resiste da sola, è autosufficiente, quella è poesia; quando una cosa invece non resiste da sola e c’è bisogno di una discussione, di una spiegazione, quella invece è prosa».

Autodidatta, consegue solo la licenza delle scuole elementari. Questa è l’istantanea che ne fa Massimo Raffaeli nella prefazione del Palmiro, citando il racconto Apprendistato: «all’ultimo banco, da somaro a ripetente, il bambino di vicolo Borgia incapace di corretta grafia, indocile e insolente, imbrattato d’inchiostro fin sopra i capelli, picchiato da maestro con il “Corriere della sera”, neanche fosse, costui, il taumaturgo di un artista destinato a una parabola integralmente autre». Il ragazzo timido figlio di un manovale nato nel ventre proletario della provincia italiana, in un ambiente marginale da Rocco e i suoi fratelli, fa di un deficit culturale di classe e linguistico una virtù, cioè rivolta in positivo uno svantaggio sociale e costruisce una lingua personalissima, vitale, proprio dalle «sgrammaticature» impastate con il dialetto fermano, che parla in quanto appartenente alla classe proletaria, ai ceti più bassi, popolari e, addirittura, le innesta temerariamente anche con il lessico alto e colto delle sue letture profondissime, miscelato con l’aulico, fatto di citazioni filosofiche e letterarie. Gli errori sintattici e ortografici, le frasi irrisolte e i molti nonsense, probabilmente frutto di una scrittura automatica, priva volutamente di controllo, diventano così stile personalissimo e miracoloso, come i continui lapsus e, proprio quando sembra avere una caduta rinasce dalle sue ceneri con una invenzione lessicale che la riporta miracolosamente in quota.

La prosa di Di Ruscio è anche molto materica, corporale, eversiva. Combatte persino se stessa, le proprie ovvietà, le regole che si è data, in quella «strategia della digressione permanente» di cui parla Emanuele Zinato. Come spiega benissimo lui stesso: «Ero proprio disposto a credere all’incredibile nonostante tutta la mia miscredenza e continuavo a sbagliare non chiarire ma chiarore, non consumismo ma comunismo, non trapanò ma trasformò, non strusciammo ma uscimmo, non al dente ma ardente, non sfociate ma sfasciate, non le bozze ma le botte, non errore ma orrore, non io ma Iddio, non parodia ma poesia, non sbaglio ma bavaglio, non la fine del mimmennio ma del millennio, non cassate ma cazzate, non la processione del porco d’Iddio ma del corpo d’Iddio».

In quello che scrive non manca neppure una parentela linguistica con Céline, colta anche da Italo Calvino, il quale in una lettera del 1968, scrive che gli ricorda lo scrittore francese «per la volontà di scaricare nel flusso delle parole una cupa aggressività»; una fratellanza con la lingua spericolata del praghese Bohumil Hrabal, e col suo conterraneo Jaroslav Hašek autore dell’irriverente e comico Il buon soldato Sc’vèik e i verbali di questo scrittore marchigiano hanno un effetto di verità travolgente e grondano di realismo. Sicuramente anche certi procedimenti del surrealismo, se non altro come tecnica espressiva, possono averlo influenzato, quel «meccanismo dell’ispirazione» di cui parlava Max Ernst, o il «metodo spontaneo di conoscenza irrazionale, fondato sull'oggettivazione critica e sistematica delle associazioni ed interpretazioni deliranti» di cui scrive Salvador Dalí. Fatto sta che la prosa di Luigi Di Ruscio avanza e cambia passo, cioè deraglia quando un vocabolo cardine di una frase casualmente apre a una nuova visione e porzione di senso, spiazzando continuamente il lettore. Si tratta proprio di quella «letteratura mazzata» di cui parla Andrea Cortellessa nell’introduzione a Cristi polverizzati.

La lingua d’uso quotidiano è il norvegese, quella letteraria e incontaminata l’italiano. L’autobiografia diventa biografia di classe, la sua condizione un privilegio di un epoca e di un epica, quella operaia, di cui si considerava un risultato della Storia: «La mia poesia non è un momento privilegiato, è tutto il mio scrivere che è un momento privilegiato. È un privilegio anche nel senso storico, senza la settimana corta, senza la mia paga oraria che mi fa comperare libri, non avrei potuto scrivere, come se dicessi che senza gli scioperi a oltranza che ha fatto la classe operaia norvegese negli anni trenta non avrei potuto avere questo privilegio. Senza l’avanzata della classe operaia occidentale non avrei potuto scrivere».

Luigi Di Ruscio
Romanzi
a cura di Andrea Cortellessa e Angelo Ferracuti
Feltrinelli «Le comete», 2014, 553 pp., € 39.00

da Neve nera

Luigi Di Ruscio

Divenni per forza neorealista anche se io che mi consideravo poeta normalissimo, non è colpa mia se il mio mondo era quello poverissimo considerato indicibile in poesia e io non potevo rimuoverlo, se scrivi di certe cose s’incazzano tutti perché la poesia dovrebbe rimanere monopolio delle persone per bene, le persone per bene sono quelle della borghesia, la gente dei quartieri belli, poi occorre anche la laurea, ma dove ti presenti scravattato e disgraziato come ti ritrovi? Quando Mondadori stampa le poesie di Scotellaro l’autore era già morto da un pezzo, tutte le poesie neorealiste furono iscritte da quattro ragazzi, alcune opere prime e basta, contro codesto niente del primo decennio del dopoguerra si continuerà a dirne male perfino da Cucchi nel 1997. Un Turconi iscrive che le mie poesie furono le più deliranti del periodo neorealista di per se stesso già tanto delirante anche perché io ero dell’ala estrema del movimento che veramente si è mosso anche poco, un sottoscritto impavido nel perseguire le cause sballate continua imperterrito quando perfino i film neorealisti, pochissimi, cinque o sei poi tutto finito, io per continuare in pace il neorealismo emigro da Oslo, la mia poesia veniva etichettata come delirante, se non emigravo magari mi rinchiudevano in un manicomio e venivo elettrificato per bene. Che fare? Niente continuare a fare quello che abbiamo fatto sempre, non stare a considerare quello che dice il nemico, ricordati dell’irripetibilità di codesta vita, prendete i miei volumetti di poesie e leggeteveli, fate tutte le considerazione che volete, armato di tutta la mia poesia oppure totalmente disarmato mi introducevo dentro la miseria delle cose […]

Non scrivevo ancora poesie di fabbriche perché ero ancora disoccupato, però un operaio in ferie un certo Cesarini mi ha spiegato tutto, ci sarebbero capireparto che sono una piaga, se non gli fai regali natalizi ti rompe i coglioni per un anno, però un giorno verranno le BR ad azzopparli sti disgraziati. Da un paese dove l’unica fabbrica era l’urlante manicomio provinciale cado dentro una disperata fabbrica di Oslo (Norge) (per carità d’Iddio Norge con la «g» dura e non scrivete mai Italia alla schifosissima maniera inglese ITALY), nel reparto dove sputo sangue hanno dipinto tutto in un verdino anche i chirurghi sono diventati verdi, un sogno d’erba fresca ovunque. Un continuo cancellare e riscrivere versi che travalicavano, certe parole vennero tanto dilatate che divennero sinonimi d’Iddio ed io volevo essere il poeta dei servi molto agitati quando nel Vietnam disseminarono i veleni più spietati. Portate i vostri cani a pisciare sulle tombe delle carogne. Acqua calda a volontà, faccio continui bagni caldissimi, ho avuto una serie di coliche renali, il dolore atroce era attenuato solo con l’immersione nella vasca da bagno nell’acqua caldissima. […]

Terminato il turno lavorativo mi tuffo ancora nella scrittura incurante di tutti gli avvenimenti che mi cadevano addosso, sopporto eroicamente l’irrisione al poeta italiano che lavora in una fabbrica di Oslo, poeti metallurgici in Norvegia non sono mai esistiti però con gli italiani tutto è possibile. Venivo chiamato anche poeta spaghettaro, spaghetti che mia moglie nordica cucinava con terrore per paura di sbagliare con il pepe, sale, vetriolo e conserve ammuffite e peperoncini e la Madonna Santa. I casini metallurgici essendo io metallurgico da ormai anni quaranta che mi hanno sonato tutte le ossa, ci sono attorno tutti i casini famigliari con i figli con le lingue opache, con i catarri e le diarree e i denti pieni di furiose carie ecco che mi si richiede le mie poesie più metallare per il centenario della Camera del lavoro di Torino e mi incazzai con «abiti lavoro» perché elogiavano il poeta romano che andava verso il popolo per incularselo. Catalogato come ero tra i poeti operai però sono anche bipede, sono anche cerebrale avendo anche un cervello, sono planetario abitando un pianeta galattico, abitando in una galassia e sono l’operaio più circondato di barattoli Cirio di tutta la storia della rivoluzione industriale del mondo intero. Nell’epoca degli automatismi io vengo lavorato da ben tre trafilatrici, corro tra i macchinari come un gallo ammattito, le trafilatrici perdono acqua da tutte le parti e per non rendere il pavimento sdrucciolevole e quindi cadere e precipitare pianto barattoli svuotati di pelati da tutte le parti. Da questa fabbrica nonostante tutte le lettere anonime che giungono dall’Italia non vogliono licenziarmi, ma di che cosa mi accusano ste lettere atomiche o anonime che siano? Sarei metallurgico comunista e baro, ha impiattolato il mondo intero con le sue piattole canine, anarchico superlativo non rispetta le regole ortopediche, bestemmia in tutte le lingue anche ispaniche. Ecco il turno di notte tra il sudore e le polveri del reparto sempre più manicomiale però ci fu una volta che lo strano lo vidi all’uscita, le finestre delle case erano tutte illuminate, a casa mia tutto era normale, dormivano tutti, tanti invece stavano davanti al tabernacolo televisivo perché avevano sparato al presidente americano. Anche gli uccelli quanto scemo devono fare prima d’accoppiarsi, corteggiano le femmine in ore insolite preparare nidi sulla neve deporre uova che non si svilupperanno mai per questo i volatili cominceranno ad emigrare verso una fine ignota.

[…] Uscire dalla fabbrica era come uscire da una guerra dove si esce vivi solo per caso, quell’unto, polvere della trafilatrice, i saponi bruciati, lo stridulio dei ferri, il sudore che scendeva sino agli occhi, quest’urlo non potrà essere sentito, neppure tutti gli urli di tutti noi messi insieme, qualche trafilatrice lustrata stirata continuamente non oltrepassare la norma è meglio stare sotto chi non resiste verrà scaraventato nel massimo dell’orrore sociale, questa è l’ultima stazione, sei ancora nell’organismo sociale se ti licenziano è come se venissi sputato nell’ignoto in una caduta che non verrà attutita, l’operaio metalmeccanico è attaccato da qualcosa di diabolico, un polacco mi diceva che lavorare per l’avvenire sotto i comunisti era ancora peggio, ammiro il coraggio di mia moglie intestardita a sposare un operaio che pressato al massimo e che guadagna il minimo, bestemmiatore ateo e anche comunista, qualche macchina ferma sembra una cassa da morto, per chi sta veramente male mettersi sotto cassa malattia è difficile di questo italiano straniero non sappiamo niente si sa solo che puzza ed esiste. Un tempo ogni venerdì distribuzione della busta paga era veramente una bustina dentro le carte monetarie belle nuove coloratissime. Nello spogliatoio tutti nudi sotto la doccia stanchissimi, sono norvegesi bianchissimi e quasi tutti spelati, perdiamo i denti, i capelli, le forfore, catarri, resti biologici ovunque. C’è anche il momento della liberazione, una allegria della stanchezza in quel momento che sembrava essere vicini alla fine, uno si faceva la doccia una volta all’anno alla vigilia di natale e neppure puzzava.

Contarle tutte le volte che sono uscito di fabbrica in piena notte, uscire dal reparto di notte dopo aver respirato per tante ore la puzza infernale delle vasche piene di acido solforico, respiro l’inferno e magari ritorno a casa camminando sulla neve nuova soffice e immacolata, solo le orme mie sulla neve, mi volto a guardarle. Nella cristallinità dell’aria e scende una neve soffice, asciutta, basta scrollarsi e te ne liberi, oppure quando nella tela dei ragni brilla una brina splendente, se dopo la pioggia la temperatura scende a molti gradi sotto zero l’erba gelata come aghi di ghiaccio sfavillanti ai raggi di un sole bassissimo all’orizzonte. La brina che assembra sua sorella bianca e tutto è duro impenetrabile in estrema chiarezza, oppure in notte tiepida di una giornata di una precoce primavera e camminando per il solito sentiero ti accorgi che il filo di tela di ragno ha toccato la tua fronte, come se un bellissimo ragno argentato volesse prepararti una tela bellissima dove tu passi tutti i giorni oppure scorgi nel solito pantano un rospo con la bocca acquosa. Sono stato fortunato dalla finestra vedo tutti i nostri tramonti. Cercando di vedere il tramonto in maniera copernicana mi viene una leggeva vertigine, come erano salde le mie gambe piantate sulla menzogna.

Ecco di nuovo il caporeparto che mi si presenta davanti e vorrebbe che faccio gli straordinari sabato e domenica e come potevo dirgli che non potevo fare gli straordinari perché dovevo iscrivere le poesie della mia italianitudine e se tutto questo casino non lo scrivo io non ci sarà al mondo un altro testa di cazzo a scriverle tutte e cominciavo ad enumerare tutti i miei mali, renella, mal di schiena, prostata arroventata. Aristotele nella sua morale ha scritto che agli schiavi la menzogna possiamo anche dirla io invece vi consiglio di non dire mai la verità ai vostri sovrapposti qualsiasi essi siano anche di tipo religioso, cercate di dire la verità solo ai vostri simili, fate vivere il nemico in un mondo inesistente, nella perenne incertezza, fateli vivere nella menzogna, dovete sistematicamente ingannarli, state certi che sarete tutti assolti, comunque il poeta vi assolve tutti, andate in pace. Sulle mie trafilatrici tutto è in perfetto ordine, il caporeparto controlla continuamente le spazzole, tutto è eseguito con intelligenza, velocità e precisione, normalmente aumentando la velocità diminuisce la precisione, con il sottoscritto aumentando la velocità aumenta anche la precisione. Il tutto funziona tanto bene che il caporeparto si sente provocato, non me la sento proprio di sbarbarmi tutti i giorni per farmi bello a quest’imbecille che mi scruta. Ogni tanto emetto un urlo quasi per far vedere a tutti che sono vivo, che esisto anche io. Quando lavoro non voglio essere guardato, se vengo troppo scrutato fermo subito le macchine e vado subito davanti allo scrutatore e gli domando se ha da dirmi qualcosa? No io niente, guardavo solo. Va a guardare dall’altra parte, sbamba! I compagni che lavorano con me sanno tutto, vedono la poesia del sottoscritto vivente davanti a loro, anche le commesse vedono e sorridono al passaggio della poesia nostra, la poesia è un atteggiamento speciale verso l’esistere e si rivelerebbe anche se non avessi mai scritto niente, è un modo nuovo di essere, quasi un nuovo avvenimento biologico.

Seducenti immagini

Valerio De Simone

Vi ricordate di Camille Paglia, la femminista più odiata dalle femministe? Erano i primi anni Novanta quando l'accademica statunitense, che attualmente insegna alla University of Arts a Philadelphia, riuscì, dopo numerosi rifiuti di case editrici a pubblicare il suo Sexual Personae. Arte e decadenza: da Nefertiti a Emily Dickinson (tradotto in italiano nel 1993 da Einaudi). Il libro, divenuto presto un bestseller, sollevò numerose discussioni all'interno del femminismo americano.

Noti sono gli alterchi con le più note femministe appartenenti sia alla seconda sia alla terza ondata a proposito di tematiche come la pornografia, lo stupro, le identità di genere. Anche nel mondo accademico la femminista afroamericana bell hooks dedicò nel suo Outlaw Culture (Routledge, 1994) un saggio dal titolo Camille Paglia: “Black” pagan or white colonizer nel quale si riferisce alla professoressa chiamandola ironicamente “Miss Camille”.

Appassionata studiosa di cultura popolare, è intervenuta in numerosi documentari dedicati a celebri film, tra cui The Return of a Clockwork Orange (Paul Joyce, Uk, 2000) e Inside Gola Profonda (Fenton Bailey, Randy Barbato, Usa, 2005) e nel mockumentary Watermelon woman diretto da Cheryl Dunye nel 1997. Sin dai suoi esordi Paglia, si è distinta per il suo interesse nei confronti della cantante Madonna alla quale ha dedicato articoli e saggi. Il più noto è Madonna: finally a real feminist, apparso nel 1990 sul New York Times, in cui esaltava il potere rivoluzionario-femminista della cantante italo-americana. Recentemente ha preso nettamente le distanze, in un lungo articolo, apparso sul Times e poi tradotto su Repubblica, da quella che alcuni considerano la nuova Madonna, ossia Lady Gaga definendola “un personaggio costruito a tavolino” preferendo invece la cantante Rihanna “una donna ostinatamente indipendente e autonoma”.

In Seducenti Immagini l'intento dell'autrice è chiaro sin dall'introduzione: come sopravvivere in un mondo dove i soggetti sono costantemente bombardati da immagini e dove, negli Stati Uniti, ma purtroppo potremmo aggiungere anche in Italia, dati i recenti provvedimenti in materia, l'istruzione della storia dell'arte è molto carente. “Questo libro - afferma infatti Paglia - è un tentativo di raggiungere un pubblico generalista per il quale l'arte non è una presenza quotidiana”.

Contemporaneamente manuale, o meglio compendio, di storia dell'arte e testo di stampo culturalista proprio per l'approccio interdisciplinare caratteristico della studiosa, il libro è suddiviso in ventinove capitoli, ognuno dei quali prende in esame un'opera afferente a un periodo storico preciso. Si inizia con La Regina Nefertari fino ad arrivare alle opere di Jackson Pollock e René Magritte passando per la Loggia delle fanciulle. La scelta delle opere è varia e comprende pezzi celeberrimi, come il Laoconte e La morte di Marat di Jacques-Louis David, e altri meno conosciuti soprattutto a un pubblico italiano, come nel caso del pittore John Wesley Hardrick.

Particolare attenzione meritano gli ultimi due capitoli. Il primo è dedicato all'artista giamaico-americana Renée Cox, l'analisi della cui opera Chillin' with Liberty (1998) mette in rilievo l'orientamento femminista pro-sex dell'autrice, spesso poco apprezzato da una parte della seconda ondata del femminismo americano che in passato si scagliò contro la pornografia. Nel secondo, invece, Paglia decide di uscire dai limiti tradizionali della storia dell'arte dedicando le ultime pagine del libro, forse le più avvincenti, a Star Wars III: La vendetta dei Sith (George Lucas, 2005) - una scelta motivata in questo modo dall'autrice:

“Nelle arti visive degli ultimi trent'anni non ho visto nulla che sia più audace, bello ed emotivamente coinvolgente della spettacolare sequenza culminante girata sul pianeta vulcanico da Lucas per La Vendetta dei Sith”. Il libro presenta due mancanze, giustificate però dalla stessa Paglia nell'introduzione: l'assenza di bibliografia (“avrebbe richiesto un secondo volume”) e di note (“per favorire la leggibilità”).

Camille Paglia sarà ospite di Libri come oggi sabato 15 marzo alle ore 17 (Auditorium – Parco delle Musica, Sala Petrassi). La sua conferenza dal titolo Come il pop. Immagini seducenti, prenderà spunto da questo suo ultimo libro.

Camille Paglia
Seducenti immagini
Un viaggio nell'arte dall'Egitto a Star Wars

Il Mulino (2013), pp. 328
€ 35,00

 

La scolta

Antonella Anedda

In questo nuovo libro che conferma la responsabilità del suo sguardo sul mondo, Gian Maria Annovi parla di una realtà da tempo sotto i nostri occhi: le tante badanti che accudiscono i nostri vecchi. Lo fa in modo poetico e politico attraverso la rilettura della Prologo della Scolta, la sentinella dell’Orestea di Eschilo, che scruta l’arrivo di Agamennone da Troia e non ha nome e viso, ma solo voce e occhi e un letto umido.

Le immagini di Annovi sono forti e sono fatte di corpi. Ci sono due donne, due persone dentro le quali, come suggerisce l’epigrafe da Persona di Ingmar Bergman, l’autore prova a diventare, di volta in volta, facendole parlare in blocchi alternati e spezzati tre volte dal Canto di ingresso, dal Canto delle vicine e dal Canto di uscita. La scolta è la straniera, assoldata da un figlio per badare alla madre. È lei la sentinella di cui non sappiamo nulla se non, attraverso le parole delle vicine, che è «giovane e slava».

Il suo tempo è limitato, legato alla vita della Signora: dunque anche la sua esistenza e sopravvivenza sono appese a un filo. Il suo linguaggio è fatto di sostantivi e verbi infiniti. Annovi mostra la nudità di un lingua appesantita dallo sforzo e dallo spaesamento: «una lingua che pare / calcata da un grosso bue» scrive, riprendendo l’immagine dalle parole che Eschilo fa dire alla Scolta: «Un grosso bove calca la mia lingua».

È una lingua modificata dalla fatica, modulata dalla pazienza tradotta da un altro alfabeto, un’altra grammatica in cui non esiste l’articolo, con segni diversi in cui entrano vento, gelo e suoni gutturali, suoni sciti, ritmi lontani. Come la Scolta annuncia e aspetta, vede arrivare la catastrofe e la morte ma non può agire. L’altra donna è la Signora, figura della perdita nonostante la ricchezza. Il suo oro è inutile come un tesoro sepolto in una tomba, la sua cultura è impotente e semmai nutre il suo rancore, la presunzione di un prestigio che appartiene al passato: «io che insegnavo il latino / che traducevo il greco».

Annovi ci restituisce il ritmo di questa coppia anomala, facendo sentire a chi legge il loro passo diverso, il loro doversi adeguare l’una all’altra. Non si parlano ma le loro parole sono sfrangiate dalla solitudine e dalla malattia. Sospetto, dolore, rimpianto attraversano il monologo interiore della Signora che pensa alla scolta con fastidio: «la sento che striscia / nella notte che non dorme / la segue il rumore delle ciabatte // si ferma in cucina e mi apre / la mia celletta dei surgelati / e ne vedo la luce glaciale / che goccia da tutte le fessure / lei ci resta davanti per mezzora / (è la neve, io penso, che ci vede: / il bianco notturno del suo paese)».

Pochi dettagli: il possessivo: la MIA celletta dei surgelati e la paura – forse legata alla memoria di una fame? – della privazione di ciò che è stato accumulato si incrinano davanti all’intuizione che la sosta prolungata della badante davanti al frigorifero sia anche contemplazione: luce per un paesaggio inventato, visione terrena di neve e notte bianca. Annovi mette in scena, con pudore e senza mai cadere nel patetico, l’inermità dei due personaggi. La Signora è in balia, si sente in balia dell’altra donna, non vuole essere toccata, lavata, espropriata da mani che percepisce estranee, fredde, dure. La scolta prova a stabilire un contatto attraverso la cura di quel corpo malato e muto e parla, al vuoto, ai muri, con una lingua fatta di necessità fisica, legata alle viscere che Annovi aveva già captato nei suoi Self-eaters (Mazzoli 2007): «…mastica un linguaggio / che abita sul fondo dello stomaco…».

In La scolta la fame linguistica percorre tutti gli stadi anche quelli della rabbia e del desiderio di morte: «penso di togliere il soffio a la donna / con cuscino con / borsa di plastica / forse. / ma c’è icona di vergine in calendario di maggio. dico rosario». Annovi affida la sua pietà laica e la sua riflessione poetica a un errore «icona di vergine IN calendario», quell’«in» leggermente sghembo, intimo come i calendari sulle pareti, che misteriosamente ci commuove.

L’importanza di questo libro è nell’aver compreso quanto questi nuovi suoni-sensi non solo facciano ormai parte di un nostro orizzonte linguistico, ma stiano scuotendo ciò che è troppo immobile da troppo tempo. La lingua forbita ma spenta della Signora lo sente. La lingua della scolte è nelle nostre cucine. Forse servirà a «innovare», scalciando e esaltando, il corpo del nostro italiano: «Sento la voce di Dante / quando ascolto che parla / lingua la sua che s’innova e che / scalcia // che s’esalta tra i denti / che scalza dal nostro domani / questo paralizzato italiano».

Gian Maria Annovi
La scolta
nottetempo (2013), pp. 33
€ 4,00

I poliedri di Saffaro

Michele Emmer

Nel 1985 i chimici Harold Kroto, Robert Curl e Richard Smalley scoprirono una nuova molecola. Si trattava di un allotropo del carbonio (i più noti sono il diamante e la grafite). Sono molecole composte solo di carbonio, che prendono la forma di una sfera cava. La più comune è quella denominata C60, la cui struttura assomiglia a quella di un pallone da calcio con facce che sono esagoni e pentagoni regolari: forma descritta secoli prima da Luca Pacioli e disegnata da Leonardo da Vinci nel De divina proportione.

Alla nuova molecola fu dato il nome di buckminsterfullerene perché la sua forma è molto simile a quella delle cupole geodesiche inventate dall’architetto USA Buckminster Fuller. Nel 1996 il premio Nobel per la chimica venne assegnato ai tre ricercatori. Senza essere a conoscenza della scoperta della molecola, qualche anno prima, il pittore e matematico Lucio Saffaro aveva disegnato forme simili (e fu invitato a parlarne al primo convegno internazionale in cui si parlò del buckminsterfullerene).

Chi era Saffaro? Nel catalogo di una mostra allestita nel 1991, scriveva Sergio Los: “La pittura di Saffaro pone due questioni: se Saffaro sia pittore o matematico e, ammesso che sia pittore, se la sua pittura appartenga all’astrattismo oppure alla figurazione (la sua matematica, infatti, difficilmente potrebbe essere figurativa). La prima questione, assai intrigante, ripropone una disputa antica nella quale errare è inevitabile. Ma con Saffaro essa è ancora più difficile: la pittura dovrebbe essere il discorso la cui storia sarebbe la matematica, egli, infatti, usa un linguaggio/discorso pittorico per descrivere dei fatti/storie matematici. Saffaro dipinge in modo figurativo, realistico, personaggi e ambienti matematici”. Pittore o matematico, dunque? Risponde Los: “Superando, come propone Wittgenstein, l’entificazione della matematica e integrandola nei sistemi comunicativi di una determinata cultura… dobbiamo sostituire la questione cosa è arte? con l’altra quando è arte? La matematica quando usata nelle storie narrate dalla pittura di Saffaro è arte, quando la impiega un ingegnere per calcolare la freccia di un architrave è scienza”.

Lucio Saffaro, Il poliedro M2 (1985)  - © Fondazione Saffaro
Lucio Saffaro, Il poliedro M2 (1985) - © Fondazione Saffaro

Che tipo di pittore era Saffaro? Saffaro era un artista della geometria nel solco dei grandi del Rinascimento, amava a fondo Piero della Francesca. Ha dipinto poliedri con colori grigi, gialli, azzurri. Non era un pittore dell’astratto-geometrico: quei solidi sono l’universo molto concreto – reale – in cui Saffaro ha vagato per tutta la vita d’artista, raccontando il suo viaggio verso l’infinito e la perfezione. Ha scritto Renato Barilli nel catalogo della mostra antologica del 2004: “Era un grande affabulatore, in cui tutto quel repertorio apparentemente asettico di schemi geometrici in realtà nel suo uso funziona come una serie di nuclei di storie mirabili, pronte ad allacciarsi tra loro per il nostro diletto”.

Un universo astratto in cui l’emozione trattenuta, quasi volutamente raggelata, riemerge con eleganza. Visitatori da un altro mondo in cui le regole le fissa l’artista creatore. L’universo di Saffaro è il mondo della luce, del colore primario, della geometrica perfezione; un platonismo Rinascimentale in cui non si deve riconoscere l’artefice. E amava molto la matematica che veniva scoprendo nelle sue investigazioni scientifiche. Solo in piccola parte quelle sue scoperte geometriche diventeranno opere d’arte, se pur questa distinzione nel caso di Saffaro abbia un senso. Matematica e arte, arte e matematica erano per l’artista un solo universo, da trattare con linguaggi formali magari diversi, ma entrambi essenziali nella sua ricerca dell’infinito.

Alla Biennale dell’86 Saffaro presenta il Poliedro M2 e La disputa ciclica, formata da 360 triangoli. Il poliedro che chiamò M2 è costituito di soli triangoli equilateri – precisamente 240 – che si incontrano nei vertici 4 a 4, 10 a 10, 12 a 12. Saffaro, oltre ai due dipinti tradizionali, presentava una famiglia di poliedri stellati ottenuti con operazioni algebriche realizzate in animazione computerizzata. In questo modo Saffaro è riuscito a costruire forme che non si sarebbero potute ottenere altrimenti. Una delle forme più interessanti è quella composta dall’intersezione di cento icosaedri; alla fine compaiono sullo schermo del computer delle forme pentagonali, che l’autore stesso non poteva prevedere.

Non era solo pittore, disegnatore, matematico. Era anche poeta, scrittore, molto spesso editore di se stesso. Con una produzione sterminata di opere brevi e più complesse, alcune delle quali non pubblicatedurante la vita. Dopo la sua morte, nel 1998, è stata pubblicata la Disputa cometofantica proposta da Luca Sossella. Alla Disputa Saffaro lavorerà sino al 1985, E La disputa ciclica s’intitolava il già ricordato grande dipinto presentato alla Biennale dell’86...

Flavio Ermini ha osservato che “si tratta di accedere attraverso la nominazione e la numerazione, al passato che non è stato vissuto e che non può definirsi correttamente passato ma rimane in qualche modo presente”. Tutto è numerato, ma non tutto è numerabile. “47. L’emblema della solitudine va nascosto tra le più riposte variazioni dell’attesa… 54. La perfezione della solitudine è un giuoco ricamato di attese, consumato sull’orlo di una compiacente malinconia”. I numeri, la logica, la sola speranza o la vera solitudine? E al numero 66.426: “la misura degli affetti fu destinata a una cava sottomarina, onde nessuno potesse mai ritrovarla”. E ancora, al 208.568.928: “Sui confini del nulla scopersi alfine che il nulla non esisteva”. Fino a quel grido finale, 360.720.1079: “Nominatemi sempre”.

Gisella Vismara ha avuto l’idea di far realizzare un film su Lucio Saffaro, chiedendo testimonianze ad amici, storici dell’arte, critici, matematici. Un film che è stato realizzato dal regista Giosuè Boetto Cohen per RAI Educational - Magazzini Einstein, con il titolo Lucio Saffaro. Le forme del pensiero. Con inserti tratti da filmati mai visti della vita di Saffaro e brani dai documentari realizzati negli anni ottanta su Matematica e arte. Ha collaborato alla realizzazione il CINECA di Bologna, ove negli anni ottanta Saffaro realizzò in animazione computerizzata alcune sue intuizioni poliedriche difficili da dipingere a mano. Tra i primi artisti ad usare in modo creativo la grafica computerizzata.

Il film, presentato in antemprima il 27 febbraio scorso a Bologna presso il Museo della Storia, sarà trasmesso il prossimo 28 marzo su Rai 3 alle ore 1.15 e il 22 aprile su Rai Storia alle ore 21.15

Gelitin e Uklanski, artisti a contrasto

Cristina Romano

Ancora pochi giorni per visitare le due mostre di Gelitin e Piotr Uklański che offrono al visitatore un’opportunità interessante per comprendere gli ultimi risultati della loro ricerca artistica. Le mostre presentano due modi diversi di procedere, sia sul piano espositivo, sia su quello della realizzazione delle opere originate da differenti modalità processuali, ma caratterizzate in entrambi i casi da un approccio fortemente sperimentale.

Buco e Red, White and Blue sono frutto e conseguenza delle più recenti e importanti personali (Loch, 21er Haus, Wien, 2013; ESL, Bass Museum, Miami, 2013). L’attitudine fortemente relazionale del collettivo Gelitin si avverte subito: sulla parete d’ingresso alla mostra, l’impaginazione e il testo dell’invito di Piotr Uklański viene rielaborato e adattato attraverso una serie di cancellazioni e scritte a matita. Entrando nella grande sala il primo impatto con l’installazione di Gelitin risulta spiazzante. Troviamo una serie di sculture disposte secondo un ordine che pare essere generato da una spinta centrifuga, in una sorta di equilibrio governato da leggi invisibili. I singoli pezzi dalle forme aliene, preziose concentrazioni di materia bianca dalle superfici corrugate e mosse, si pongono con naturale casualità nello spazio, inteso dagli artisti come una gliptoteca. Anche la grande sala sembra partecipare in un processo osmotico alla presenza e disposizione delle sculture.

Su una delle pareti si apre uno stretto passaggio, un possibile punto d’origine o buco, oltre il quale si trova una sala più piccola, totalmente interna al corpo della galleria, come fosse il grembo materno. Gelitin colloca una video installazione che mostra la registrazione di alcune parti della performance realizzata presso il Museo d’Arte Contemporanea di Vienna e durata sei giorni, nei quali sono state realizzate le sculture. Ora si intende come hanno avuto origine le opere in mostra: una sorta di “concatenamento”, una crescita “in una molteplicità che cambia necessariamente natura mano a mano che aumenta le proprie connessioni” (Deleuze-Guattari). A Vienna Gelitin ha dato forma alle sculture in un processo di erosione e scavo di un immenso cubo in polistirolo bianco, realizzato con una sequenza di cubi più piccoli, ispirata a quelle di Sol LeWitt concepite a partire dalla metà degli anni Sessanta.

Gelitin Buco Installation Views Massimo De Carlo, Milano, 2014 Photo by: Roberto Marossi, Courtesy: Massimo De Carlo, Milano/Londra.
Gelitin, Buco - Installation Views Massimo De Carlo, Milano, 2014
Photo by: Roberto Marossi, Courtesy: Massimo De Carlo, Milano/Londra.

Il cubo, sul quale, e intorno al quale si muove il corpo multiforme e “rizomatico” del collettivo, è posto al centro della grande hall d’ingresso al museo. Qui, in un processo di stratificazione: “accumulazioni, coagulazioni, sedimentazioni, corrugamenti” (Deleuze-Guattari), di materia, azioni, suoni e canti che convogliando tutto l’agire in un’esperienza totale, si compie la messa in opera delle sculture. Nello spazio pubblico del museo viennese il risultato della performance si traduce in una visione dai contorni fortemente onirici, che in una sorta di inconscio collettivo mette in scena tutte le possibili rappresentazioni dell’esperienza umana, dal lavoro più semplice, legato al ritmo costante della quotidianità, alla produzione dell’opera d’arte e dove presente passato e futuro convivono simultaneamente. Dal grande cubo traggono origine le singole sculture, realizzate con un nucleo in gesso colato nella forma scavata nel polistirolo con basi e piedistalli ready-made, successivamente asportate e condotte a terra per essere lavorate sino a mostrare la natura cellulare del polistirolo, che ne costituisce lo strato più esterno.

La spinta propulsiva attivata a Vienna si propaga oltre lo spazio e il tempo e giunge in una rinnovata forma installativa negli spazi della galleria milanese, dando alle sculture la possibilità di sviluppare la propria esistenza ora lasciate al proprio destino. Al vitalismo di Gelitin fa da contrappunto la mostra di Piotr Uklański, Red, White and Blue. L’artista sviluppa una serie di varianti della bandiera statunitense realizzata su grandi tele con una tecnica sofisticata ispirata al tie-dyeche utilizza per alcuni dei suoi ultimi lavori. Uklański elimina l’uso di strumenti per l’applicazione diretta del colore sulla tela e mette a punto un sistema di autocolorazione o decolorazione delle tele tanto da essere definito un “meta-pittore espressionista” da Christian Scheidemann (in Second Languages, cat. della mostra a cura di D. Wingate, M.J. Berg, Hatje Cantz Verlag, 2014).

Nell’insieme la serie di sei tele non cerca alcun legame intrinseco con lo spazio che l’accoglie, e le bandiere nel gioco di traslitterazione compiuto dall’uso di questa tecnica appaiono fortemente depotenziate del proprio significato. Sebbene a colpo d’occhio i “meta-dipinti” di Uklański esercitano una fascinazione, la tensione emotiva tende a raffreddarsi subito e a sciogliersi nella visione di un gioco decorativo che ne indebolisce anche il riferimento autobiografico, spiazzando il pubblico abituato a ben altre intensità e alla compresenza significativa di linguaggi e tecniche diverse.

Piotr Uklański Red, White and Blue Installation Views Massimo De Carlo, Milano, 2014 Photo by: Roberto Marossi, Courtesy: Massimo De Carlo, Milano/Londra.
Piotr Uklański, Red, White and Blue - Installation Views Massimo De Carlo, Milano, 2014
Photo by: Roberto Marossi, Courtesy: Massimo De Carlo, Milano/Londra.

Da parte di Gelitin il processo che conduce gli artisti alla realizzazione della mostra appare condotto senza soluzione di continuità, in un continuo divenire che non smette di suscitare e porre domande di fronte alla sorpresa di forme del tutto sconosciute, che tendono a proiettarci in un lontano futuro. Uklański, invece, privilegiando lo spazio interno e privato dello studio come luogo della sperimentazione e della messa in opera dei suoi dipinti, e sfuggendo a una più aperta condivisione, anche con gli spazi espositivi, sembra perdere energia sul piano del grado di intensità dell’opera. Risulta dunque particolarmente interessante la visita alle due mostre che in virtù di questo contrasto, rende più agevole distinguere le differenze, operare delle scelte e individuare possibili indirizzi futuri.

Buco e Red, White and Blue
Massimo De Carlo
Via Giovanni Ventura 5 - Milano
fino al 15.3.2014