Lovelace

Valerio De Simone

La vera gola profonda (Jerry Gerard, 1972) è stato – afferma Camille Paglia nel documentario Inside Gola Profonda (Fenton Bailey, Randy Barbato, 2005) - un momento epocale nella storia della sessualità moderna. Era la prima volta che donne rispettabili del ceto medio entravano in un cinema porno. Ha infranto il tradizionale concetto di pudore”. La scrittrice Erica Jong nello stesso documentario sostiene che “c'erano proiezioni nell'appartamento di qualche psicanalista. Tutti guardavano e fumavano erba”.

Il documentario in questione analizzava l'impatto che La vera gola profonda ebbe sia sul pubblico americano, incrementando la rivoluzione sessuale, sia sulle vite del regista e degli attori che vi presero parte, ponendo particolare attenzione a Linda Boreman (1949-2002), meglio nota come Linda Lovelace. È lei, interpretata da Amanda Seyfried, la protagonista assoluta del film diretto da Rob Epstein e da Jeffrey Friedman. La narrazione si apre con la giovane Boreman che vive con la sua famiglia cattolica e autoritaria dove la madre bigotta (Sharon Stone) la educa al pudore e alla riverenza nei confronti degli uomini. Quando Linda incontrerà lo scapestrato Chuck (Peter Sarsgaard), otterrà l'emancipazione dal nucleo familiare. L'uomo, infatti, la porterà all'altare e successivamente, quando iniziano i problemi economici, la spronerà affinché inizi una carriera nell'industria pornografica assumendo l'identità di Linda Lovelace.

Lovelace risulta interessante sotto molti aspetti. Il primo tra tutti consiste nella capacità di riuscire a configurare l'evoluzione culturale dei costumi americani. La prima parte del film, in cui la protagonista vive a casa con i suoi genitori, ci mostra come l'America fosse ancora puritana e terrorizzata dal sesso. Quando Linda inizia la sua relazione con Chuck noteremo come la rivoluzione sessuale, e tutti i suoi ideali libertari, stiano cercando di trasformare la cultura americana. Emblematiche di ciò possono essere la sequenza amatoriale realizzata dai due fidanzati sulla spiaggia e il party in cui vengono proiettati film pornografici che rimanda alla mente gli esperimenti sessuali che compiva il personaggio di Katherine Dunn in In cerca di Mr. Goodbar (Richard Brooks, 1977).

Ma presto l'utopia si trasformerà in una distopia. Infatti ciò che significava rottura con una precedente concezione della vita, diviene nient'altro che un cinico processo di capitalizzazione del corpo femminile gestito da un' oligarchia maschile. Basti pensare ad una delle prime proiezioni private di Gola profonda in cui il fondatore di Playboy Hugh Hefner spinge la giovane star a mostrargli il suo “dono” artistico oppure quando Chuck organizza uno stupro ai danni della propria moglie per ridurre i suoi debiti economici.

Ulteriore elemento interessante del film è la disposizione temporale delle azioni. Inizialmente il film segue una linearità cronologica. Dopo i primi venti minuti assistiamo ad un salto temporale di sei mesi coincidenti con l'ingresso della carriera nel mondo a luci rosse di Linda. Verso la metà della pellicola assistiamo a un secondo salto temporale di sei anni. Linda si sta sottoponendo al test della macchina della verità, voluto dalla casa editrice per accertarsi che le sue memorie (Ordeal, Citadel Press, 1980, tradotte in italiano da Castelvecchi nel 2012 con il titolo di Gola profonda. Una storia vera) non siano false.

Infatti rivedremo alcune sequenze apparse nella prima parte del film, ma questa volta ancorate al punto di vista di Linda. Così viene mostrato il vero volto di Chuck: spregevole, violento e manipolatore, ma viene anche mostrata l'impossibilità, da parte della madre di Linda, di sostenere la figlia affinché lasci il marito dopo aver raccontato gli abusi subiti. Nell'opera assistiamo ad un' assenza importante, notata dalla femminista Naomi Wolf nell'articolo Lovelace: a feminist-free “feminist”critique of the pornography industry (Guardian, 26 Gennaio, 2013), ossia l'adesione della Boreman al movimento “Women against pornography” fondato da Andrea Dworkin e sostenuto da femministe come Catherine MacKinnon, Susan Brownmiller e Gloria Steinem.

Infatti nel film doveva essere presente una sequenza finale in cui veniva “ri-messa” in scena un'intervista televisiva dei primi anni Ottanta in cui Linda Boreman, divenuta Marchiano, era affiancata e sostenuta da Gloria Steinem, interpretata per l'occasione da Sarah Jessica Parker. Questa sequenza nel montaggio è stata tagliata (probabilmente sarà presente nel materiale extra del dvd) e comporta una profonda trasformazione della storia. Infatti questa elisione fa pensare erroneamente che la battaglia contro la pornografia sia stata intrapresa esclusivamente dalla donna e non da una grande parte del movimento femminista americano.

*Leggi anche lo speciale Leggere Oggi pubblicato in occasione del Salone del libro di Torino

Utopia for Sale!

Ilaria Bussoni

«Se sei un falegname e stai facendo un bellissimo cassettone, non userai un pezzo di compensato per il retro anche se finirà contro il muro e non lo vedrà nessuno. Tu lo sai che sta lì, per questo userai un bellissimo pezzo di legno anche per il retro. Perché tu possa dormire la notte, perseguirai l’estetica attraverso la qualità». Chissà se l’autore di questa sentenza dal sapore di maestranza artigiana considerava i propri dipendenti della fabbrica di Shenzhen alla stregua del falegname, o del compensato.

Se avrebbe scovato un’estetica nell’opera del cinese Li Liao, Consumption, composta da un contratto di lavoro alla catena di montaggio della fabbrica cinese della Apple, una lettera di licenziamento, un camice bianco a mo’ di tuta blu e l’iPad mini comprato con il salario di 45 giorni di alienazione. Di certo, nel Li operaio, Steve Jobs non avrebbe visto un soggetto dedito all’applicazione di un’arte manuale. Probabilmente, nel Li artista, non avrebbe visto l’ostinata persecuzione di un’estetica. Forse, avrebbe persino trovato discutibile quel punto interrogativo alla fine della frase Utopia for Sale?, titolo della mostra omaggio ad Allan Sekula (a cura di Hou Hanru e Monia Trombetta) dedicata dal MAXXI all’artista americano scomparso nel 2013.

li liao consumption (600x400)

Perché che altro vende la Apple se non quel surplus non misurabile di valore, quel prototipo di un’immagine declinabile per qualunque immaginario, che ammanta tale un’aura una merce altrimenti prodotta in serie, fatta di circuiti elettrici, plastica e minerali in esaurimento? Senz’altro Steve Jobs avrebbe rivoltato la frase: Utopia for Sale! Del resto, è l’unico modo per vendere. Da tempo la dirigenza d’impresa si è fatta artista, e ben lungi dal limitarsi a proporre un semplice manufatto le tocca piazzare quell’intangibile che assume i tratti di uno scorcio di futuro, di una relazione, di un affetto, di un mondo desiderabile, meglio se libero. Difficile vendere un prodotto che promette perenne dittatura.

Ma la dirigenza d’impresa non si ispira a un artista qualunque, guarda piuttosto al trompe l’oeil dell’Aleotti (purché duri il tempo di un matrimonio), perché dietro la verosimiglianza devono stare le compatibilità, i margini di guadagno, i flussi e nel vendere utopia le tocca mascherare l’abuso di compensato operaio. Da tempo la merce non è più incarnazione di materia, sostanza al cui peso corrisponda un valore. Il valore della merce non è il sempre minor numero di ore di lavoro necessario a produrla, non è la materia di cui è fatta, non è l’originalità della matrice della quale è serie. Il valore della merce è, dopo Bretton Woods, una tautologia. Un decreto al rialzo o al ribasso a seconda delle fasce di mercato.

sekula

Di come sia fatta e da dove arrivi una merce ce lo riepiloga l’artista Allan Sekula nel suo The forgotten Space, film documentario (girato con Noël Burch) dedicato alle rotte del trasporto globale e ai poli della logistica portuale. Dove all’utopia in vendita si sostituisce la concretezza del container che al mercato globale, al dumping sui prezzi, alla corsa al ribasso sui salari sta come la macchina vapore per la rivoluzione industriale. Tra navi cargo e slot, tonnellate di diesel e gantry cranes, automazione e cicli dello shipping, Allan Sekula ci mostra come, grazie a chi, per quali strade si realizzi quell’epifania scintillante che tanto rende utopiche le vetrine d’Occidente, e non solo.

Un mondo dell’armamento affatto immune da una certa stagionalità finanziaria (come ha più volte mostrato Sergio Bologna nel suo lavoro), che convive con retaggi di multiculturalità e tolleranza in tutto e per tutto topica (prerogativa dei porti) e forme residuali di cultura e solidarietà operaia. Nel mostrarci gli approdi delle rotte oceaniche e la vie intermodali del trasporto a terra, il film restituisce fisicità all’idea di circolazione, tracciando una concreta mappa dei flussi che è il precipitare del cielo dell’immaterialità finanziaria. Una terra ai più sconosciuta quella della logistica portuale globale, dove Amburgo, Rotterdam, Anversa si contendono a colpi di gru e banchine il ruolo primario di scalo europeo, diventando piccole comparse se paragonate a Los Angeles e il declinante Hong Kong.

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Il film di Allan Sekula, opera centrale di Utopia for Sale?, è un lavoro di critica che toglie alla merce qualunque aura, per questo non la si vede mai se non imballata, stoccata, contenuta, impilata. Unica eccezione è il capolino di un desiderio da parte di due giovanissime operaie cinesi, in cerca di un reggiseno imbottito chiaro per l’estate. Far trapelare con grazia un desiderio, in questo sta la grande critica, prerogativa dell’artista Sekula.

E non a caso una delle chiavi di lettura della mostra sta nelle prime opere esposte, di Amie Siegel. Provenance, un video che mostra il movimento di sussunzione del mercato dell’arte di quel modernismo architettonico nato in primis non per essere venduto, ma per proporre il «valore» di una buona vita. E, poi, Lot 248, che segue quello stesso movimento, continuo e inarrestabile, nell’istante in cui a un’asta di Christie’s trasforma in merce quella stessa critica dell’artista Siegel. Non più solo sussunzione, meta-sussunzione. Resta un margine? Per l’arte, per la critica? Per un valore che non sia quello del prezzo? Forse sì. È quello di un reggiseno imbottito chiaro per l’estate. Di un desiderio di libertà. E di chi, con grazia, riesce a filmarlo.

Lettura futura, un interrogativo plurale

Maria Teresa Carbone

Mai come negli ultimi dieci o vent'anni la lettura si è rivelata per quello che in realtà è, a dispetto dei suoi goffi propagandisti: una attività profondamente innaturale – se per naturale si intende una di quelle pratiche, come camminare o giocare, che hanno accompagnato la specie umana per un tempo sufficientemente lungo da potersi confondere con essa.

Leggere, no: a voler essere generosi, lo sappiamo fare da cinquemila anni, il tempo di un respiro nell'orologio dell'umanità, ma quel “noi” è in larga parte usurpato se – anche tacendo i lunghi secoli in cui i lettori, e ancora di più le lettrici, erano una minuscola minoranza – solo sei decenni fa, nel 1950, si calcolava che almeno il 44 per cento della popolazione mondiale fosse completamente analfabeta.

Questi banalissimi dati bisognerebbe tenere a mente, a mo' di tela di fondo, tutte le volte che parliamo di lettura, magari stracciandoci le vesti perché un italiano su due non prende in mano neanche un libro l'anno (ma sarà poi vero, o forse anche l'idea di libro, come quella di lettura, è più fluida di quanto si immagina solitamente?) o scuotendo la testa di fronte all'idea di leggere un romanzo sullo schermo dello smartphone o infine scoprendo inorriditi che noi stessi, sacerdoti della lettura d'antan, non siamo più capaci di soffermarci a lungo sulla pagina scritta.

In effetti abbiamo (come specie) “imparato a leggere” così di recente, che qualsiasi variazione indotta dall'introduzione di nuove tecnologie è tutt'altro che sorprendente. Senza contare – ma naturalmente conta, e parecchio! – che sempre più spesso gli stessi dispositivi sui quali leggiamo ci offrono, quasi senza soluzione di continuità, altri stimoli, visuali e sonori, che di fatto trasformano la modalità della lettura o forse, più precisamente, aggiungono ad essa una dimensione nuova.

A una idea astratta e prescrittiva della lettura, se ne sostituisce un'altra, plurale e interrogativa. Plurale, perché ci rendiamo conto che la lettura è condizionata da una infinità di fattori (chi siamo, cosa leggiamo, dove leggiamo, come ci sentiamo...) che di fatto modellano il nostro rapporto con il testo, e in fondo il testo stesso, o per lo meno quello che noi ne ricorderemo. Interrogativa, perché non siamo affatto sicuri dove tutti questi cambiamenti – l'aumento esponenziale dei leggenti, la nascita di nuovi supporti, una organizzazione sempre più serrata dei tempi di vita – porteranno.

Sia chiaro, infatti: se possiamo immaginare che fra cinquanta o cento anni il nostro modo di camminare o di mangiare non sarà poi molto diverso da quello che mettiamo in pratica oggi, non altrettanto possiamo dire del leggere. Quali saranno le conseguenze del calo di concentrazione provocato quasi fisiologicamente dalla lettura su schermo? Il testo scritto ha sufficiente vitalità da poter rivaleggiare – sui grandi numeri – con una quantità crescente di “piattaforme” alternative? Oppure si assisterà al paradosso di un numero sempre maggiore di alfabetizzati e di un parallelo calo della lettura di libri? Comprensibile, in questa situazione, il disorientamento degli editori e dei librai, che vedono trasformarsi giorno dopo giorno il paesaggio a cui si erano abituati e che hanno spesso la sensazione di navigare in un mare aperto e burrascoso, senza possibili punti di approdo.

E tuttavia, a meno di ipotizzare che la lettura sia condannata a morte, questa tempesta va affrontata con gli occhi aperti e con la disponibilità a scoprire i paesaggi inattesi che si possono presentare sotto i nostri occhi. È quello che Alfapiù si propone di fare con lo speciale Leggere oggi che presentiamo online alla vigilia del Salone del libro di Torino e che si arricchirà nei prossimi giorni di nuovi interventi.

La solitudine che connette

Luca Ferrieri

In solitude, for company
Auden,
Horae canonicae

 Tra le tante contraddizioni attraverso cui ci conduce la pratica della lettura (sempre le siano rese grazie), c’è quella tra la solitudine dell’atto e la ricchezza di relazioni, umane, spirituali e sociali che spalanca. Come di fronte ad ogni contraddizione che esprima fedelmente una verità e non derivi da un paralogismo o da un’oscillazione nominalistica, la tentazione della conciliazione e della complementarietà (insomma dell’et-et) è forte. In questo caso essa potrebbe appoggiarsi proprio sulla dimostrabilità plateale di entrambe le affermazioni:

a. la lettura è un atto solitario (per esempio, Proust: essa ci permette di godere della “potenza intellettuale della solitudine, […] che la conversazione dissipa immediatamente”);

b. la lettura è un atto sociale (per esempio, Wallace: il libro esiste per combattere la solitudine). Ma la verità degli opposti dovrebbe vieppiù metterci in guardia dalla fallacia di una sintesi “ecumenica”: essa infatti rischierebbe di occultare proprio la necessità di una scelta, nel tempo e nello spazio di lettura dati e nella materialità della relazione che essa instaura. E la lettura si nutre di scelte, piccole e grandi. Nel “punto di lettura”, infatti, solitudine e socialità lottano per escludersi: o c’è l’una o c’è l’altra o c’è un ibrido instabile. Entrambe le prospettive appartengono alla lettura ma il loro dosaggio o bilanciamento può ribaltarsi nello spazio di una riga. Subito dopo aver chiuso il mondo fuori dalla porta della sua lettura, il lettore cercherà di farlo rientrare dalla finestra, lasciando tracce o addirittura convocando convitati e complici. (È forse superfluo ma importante ricordarlo: ciò che non ha capito l’et-et, non lo capisce certo meglio l’aut-aut, con le sue ipostasi che congelano e rendono incomunicanti gli estremi).

Quando si pensa alla solitudine della lettura in realtà si fa riferimento a una costellazione di termini e di situazioni non sempre coincidenti e sovrapponibili. Esiste la solitudine primigenia e fondante del piacere di leggere, quella non delegabile e non trasferibile, sovversiva e segreta, descritta da Roland Barthes e da tanti altri, in cui il godimento del testo “mette in stato di perdita”, “fa vacillare le assise storiche, culturali, psicologiche del lettore” (Il piacere del testo). Cento giorni di solitudine sono necessari per leggere (veramente) un testo. Ma subito si scopre che il nucleo centrale di questa solitudine è in realtà un rapporto a due, anzi una serie di rapporti a due (autore/lettore, libro/lettore, personaggio/lettore, lettore/lettore…). Una solitudine che, come direbbe Stevens attraverso le lenti di Bloom, “solo i due possono condividere”. Si tratta quindi di una solitudine amorosa, di un rapporto protetto, intimo, esclusivo (di qui la gelosia del lettore di cui ci hanno raccontato sempre Barthes, nella voce “Lettura” dell’Enciclopedia Einaudi, oltre a Proust, Pennac, Canetti e molti altri). Con il libro non ci sono convenevoli (Proust), ma ci sono molti riti, molte scaramanzie, molti passi di danza e molti passi falsi (ti leggo, non ti leggo, se ti leggessi… se ti leggesse UN ALTRO!).

E in ogni caso, come nota Jorge Larrosa, dire che la lettura sia solitaria non significa che sia un’esperienza di solitudine. Anzi. A rompere la solitudine, infatti, c’è innanzitutto la presenza di un’assemblea di scrittori e di lettori intorno a noi, che veglia sul libro aperto, ci chiama, ci provoca, ci strattona. Se il lettore per lo scrittore è sempre postumo, vuol dire che egli è sempre impegnato nella scelta e nella costruzione del suo precursore, come diceva Borges. A questo punto si intravede quella particolarità della condizione solitaria della lettura cui corrisponde, sull’altro versante, la particolare socialità della lettura. La solitudine della lettura è in realtà un combattimento, una difesa dell’autonomia di chi legge, una barriera protettiva, cui il libro e anche l’ebook si prestano perfettamente, isolandoci nella “bolla” di lettura, schermandoci da intrusioni, confidenze e approcci indesiderati. È l’esperienza di sottrazione e irreperibilità di cui ci racconta la sovrana lettrice di Bennett, la “conversazione silenziosa nella dittatura del rumore” di Cioran, la rivendicazione della stanza tutta per sé di Virginia Woolf, vero brodo primordiale della lettura moderna.

La costellazione della solitudine, per noi lettori e lettrici di oggi, si richiama in modo diretto a questa prima dichiarazione di indipendenza della lettura, che non a caso si fonde e confonde con un gesto di libertà femminile. Non possiamo interrogarci sul futuro e sulle mutazioni della lettura se non partendo dal rapporto diretto, di filiazione, che la lettura intrattiene con la formazione dell’individuo moderno e della sua concezione di individualità. La solitudine di cui stiamo parlando, infatti, non è certo anomia e anonimato, ma l’opposto: pienezza della autonomia e della responsabilità individuale. In questo senso la solitudine del lettore è esattamente il contrario di quella descritta da Riesman nella Folla solitaria che poi prosegue nell’uomo flessibile e fungibile di Sennett, una solitudine, questa sì, che nasce dalla deprivazione e dalla indifferenza verso il simile e non a caso si caratterizza per l’assoluta incapacità di leggere i comportamenti altrui, differenziando i propri (la lettura è,batesonianamente, una differenza).

Talvolta la dimensione della solitudine viene confusa o sovrapposta ad altre, che fanno parte della costellazione, ma possono esistere anche autonomamente. Il silenzio, per esempio. La pratica della lettura silenziosa, o endofasica, da Ambrogio in poi, è dominante nel mondo occidentale scolarizzato, in cui la lettura ad alta voce, al di fuori di alcune situazioni eccezionali, è considerata segno di scarsa alfabetizzazione o di cattiva educazione. Ma la lettura è silenziosa anche nel senso che crea silenzio (diceva Fortini in Non solo oggi, crea “aria, silenzio e tempo intorno alla parola scritta”), opera una rarefazione della massa culturale circolante, esercita un’azione di ecologia della lettura. La vicinanza tra lettura silenziosa e preghiera, richiamata spesso da Fortini, può alludere a una azione di questo tipo. Tuttavia vi sono letture solitarie ad alta voce (alcune addirittura frutto di una solitudine imposta o autoimposta, ad esempio la recitazione di versi all’interno di istituzioni totali, come forma di libertà e sopravvivenza) e vi possono essere letture silenziose massive e gregarie. La dialettica tra solitudine e silenzio si collega molto strettamente a quella tra oralità e scrittura che ha conosciuto, da McLuhan a Ong, molti rovesciamenti: basti pensare a come oggi, più che a una seconda oralità siamo in presenza di una seconda scrittura, ossia alla nascita di un codice ibrido tra oralità e scrittura che si sta sviluppando sul web e sui social network.

Un discorso analogo si potrebbe fare per la dimensione di unicità e singolarità della lettura. Sulla singolarità ha detto cose molto importanti Derek Attridge che non a caso sono collegate al concetto di responsabilità e di etica della lettura. Attridge, nel definire il termine, ci tiene a non concepirlo semplicemente come l’opposto di universale, o come sinonimo di particolare, contingente, specifico, unico. Sebbene il concetto di singolarità sia molto lontano da quello usato in fisica, qualcosa della singolarità del big bang o di un buco nero trapassa nella visione di Attridge. La singolarità infatti definisce uno spazio etico, irriducibile e inviolabile, allude a una sospensione della legalità ordinaria, a uno stato di eccezione, a un incontro tra il carattere inatteso del testo e la creatività del lettore che lo interpreta e trasforma. Ogni lettore è libero di fare il suo testo o di fare suo il testo, ma non di farlo arbitrariamente, perché risponde a una sua chiamata e si impegna a risponderne. La libertà consiste proprio nell’essere responsabile della lettura fatta (Miller, Etica della lettura). Anche questa dialettica, quindi, agisce sulla solitudine del lettore creando zone di sovrapposizione e zone di fuga. Proprio perché il lettore è solo nel cuore del testo, egli sente che la lettura non è solo sua. Levinas direbbe che la singolarità della lettura consiste proprio nella sua esposizione all’altro.

Le nozioni di singolarità e di responsabilità, così strettamente legate, annunciano il cambio di paradigma che dalla solitudine della lettura conduce alla condivisione. Per quanto il passaggio possa apparire naturale, esso è sempre il frutto di un cambio di punto di vista, di una scelta del lettore. Tra gli esempi di lettura condivisa vi sono quelli di lettura “duale” o plurale come la lettura della buonanotte proposta da un adulto a un bambino (o viceversa), la lettura degli amanti di cui ci sussurra Quignard, e naturalmente la lettura nel/del gruppo di lettura. Essa nasce da uno strappo rispetto alla condizione solitaria del lettore: non nega la legittimità e la necessità della bolla di lettura, anzi la sancisce, ma afferma la volontà di mettere in comune i frutti della lettura individuale.

La lettura condivisa va distinta dalla lettura collettiva e dalle sue varie manifestazioni storiche, dalle quali si distanzia vistosamente. Sono forme di lettura collettiva, per esempio, la lettura ecclesiale di un testo sacro (o la corrispondente pratica di letture ideologiche e identitarie in comunità laiche), la lettura contadina durante le veglie intorno a un fuoco (di cui ci ha raccontato Chartier), le letture patriarcali alla famiglia riunita, le letture operaie agli albori della rivoluzione industriale, o quelle dei sigarai cubani, quando un lavoratore leggeva a voce alta per gli altri, “che rimborsavano di tasca loro il denaro che in questo modo il compagno perdeva” (Altick), le letture pubbliche, teatrali, scolastiche, ecc. In questa dimensione la lettura diventa una specie di offerta votiva alla collettività; deriva da un’autoria, può essere autorevole o autoritaria; si esprime attraverso un’oralizzazione spinta anche quando ne sono venuti meno i presupposti storico-sociali. La lettura collettiva corre sempre il rischio di una qualche, anche se generosa, strumentalità; lavora per mettersi al servizio della comunità mentre la lettura condivisa effettua esattamente il percorso inverso, costruisce la comunità sui bisogni di lettura.

La lettura condivisa disegna un’idea di comunità e di comune (e anche di bene comune potremmo dire con un termine oggi al centro della discussione politica ma anche da questa usurato), in cui ciò che si mette in comune è esattamente il niente che si ha in comune, e questo niente, o quasi niente (Jankélévitch) è ciò che permette al quasi tutto della lettura di dispiegarsi. L’idea batailliana, blanchotiana, della comunità si avvicina alla comunità di lettura molto di più delle visioni organicistiche, spiritualistiche, retoriche della lettura collettiva. E la lettura condivisa riabilita anche un’altra componente, etimologica e pratica, del concetto e della vita di comunità: il dono, anche se è vero che nella sua accezione di munus (“cum munus”), esso si porta appresso una sfumatura di doverosità, di obbligatorietà, che certamente contrasta con le pratiche autofinalizzate di lettura, ma esprime nel contempo il carico, il debito etico che attraverso la lettura si contrae.

La principale espressione della lettura condivisa è oggi rappresentata dai gruppi di lettura. Lontani discendenti di esperienze sette-ottocentesche come i caffè e i club letterari, e naturalmente molto distanti da quelle origini, si sono diffusi massicciamente nei paesi anglosassoni intorno agli anni novanta del secolo scorso, e sono poi approdati, attraverso la mediazione spagnola, anche in Italia, dove se ne contano circa un migliaio raccolti intorno alle biblioteche, alla rete e al blog dei gruppi di lettura. In queste sedi reali o virtuali si cerca di praticare il dono e l’arte della condivisione e della conversazione, suggerendo letture, discutendo, dividendosi e reincontrandosi, cambiando il punto di vista, osservando il mondo attraverso lo sguardo di un personaggio, immaginando diverse soluzioni narrative, in una sorta di autofiction governata dal lettore, facendo dell’etica della lettura il fondamento anche delle relazioni tra lettori (il che non è affatto scontato: vi sono accaniti lettori che accanitamente taglierebbero la testa ad altri lettori, per non dire dei non-lettori). Dice un frequentatore dei GdL americani: “Quando qualcuno diceva che leggere da solo è come bere da solo, io non ero d'accordo. Ho sempre amato leggere da solo. Poi frequentando un gruppo di lettura ho capito: non è che leggere da solo sia male, è che leggere con altri è meglio” (in The Book Group Bookdi Ellen Slezak). I gruppi americani, soprattutto quelli segnati dall’impronta mediatica di Oprah Winfrey, nascono all’insegna di una larvata o dichiarata polemica verso la solitudine della lettura. Tra i valori aggiunti che il gruppo mette in campo rispetto alla lettura solitaria vanno menzionati anche quelli relativi al mutuo soccorso tra lettori, il conforto nella traversata di libri difficili, l’aiuto solidale contro gli attacchi di paura di leggere (una sindrome che può colpire anche i lettori più allenati, magari dopo un trauma di lettura, perché la lettura in ambito scolastico, professionale, lavorativo può divenire una prestazione e una fonte di ansia e di stress).

Molti gruppi di lettura hanno poi utilizzato gli strumenti di comunicazione della rete per facilitare gli scambi e pubblicizzare le proprie attività, o in alcuni casi sono migrati sul web atterrando nel multiforme pianeta del social reading. Notevoli, infatti, sembravano le affinità: la condivisione e la partecipazione sono il vangelo del web 2.0, così come la spolverata di like ad ogni commento ricorda il “mi piace /non mi piace” del primo giro di tavolo in un bookgroup. In realtà il rapporto tra gruppi di lettura e social reading, pur essendo vivo e reale, si è rivelato non sempre idilliaco: la condivisione richiesta dalla lettura è più esigente e non si accontenta delle pratiche plebiscitarie o un po’ approssimative in voga su Internet. I gruppi di lettura esclusivamente virtuali hanno avuto spesso vita breve o difficile, con una forte presenza di lurkers, al contrario dei gruppi di lettura “fisici”, in cui la contribuzione attiva è molto elevata. Il che suggerisce che il valore aggiunto di Internet, in cui vige la regola 90-9-1 (90 silenti, 9 saltuari, 1 attivo), non sia precisamente quello della partecipazione, e fa pensare che anche qui stia ormai prevalendo un sistema di comunicazione similtelevisivo, broadcasting e push.

Vi sono poi dei punti di contrasto ancora più netti tra la socialità dei gruppi di lettura e quella dei social reading, sia che li si intenda come network per la socializzazione della lettura (Anobii, Goodreads, LibraryThing, Bookliners, ecc.), sia che li si intenda come software per la condivisione della lettura, come quelli esistenti sugli ebook, che consentono di scambiarsi opinioni, sottolineature, note, e di comunicare istantaneamente lo stato d’animo di chi legge, l’umore e le passioni suscitate dalla lettura. Mentre il social reading sembra basarsi sulla estemporaneità e sulla simultaneità (in questo senso è forse uno streaming reading…), il gruppo di lettura è asincrono e lavora “in differita”: si fonda sulla distinzione tra il momento di lettura individuale e la rielaborazione successiva operata dal gruppo. Il differimento, la procrastinazione e la programmazione sono elementi che caratterizzano fortemente la vita del gruppo, permettendogli anche di esprimere una propria autonomia rispetto alle pressioni della moda e del mercato. Ciò può avvenire anche in un gruppo online, ma il gruppo di lettura cerca di agire selettivamente e in controtendenza rispetto ai flussi e alla religione della iperconnettività, praticando l’approccio diretto ai testi e la risalita delle fonti, opponendosi quindi a quel primato del commento (Steiner) che imperversa su Internet. A volte l’impressione è che nell’ambito del social reading le letture tendano a moltiplicarsi all’infinito e a viaggiare in mondi paralleli senza incontrarsi e scalfirsi mai, mentre i gruppi di lettura sono impegnati nel continuo tentativo di produrre l’incontro e il clinamen degli atomi di lettura, in uno sfibrante corpo a corpo con la loro finitudine.

La citazione di Auden posta in epigrafe a questo post (che non a caso figura come titolo del capitolo dedicato alla socialità della lettura nel libro di Alan Jacobs, The pleasures of Reading in an Age of Distraction), può quindi essere letta in molti modi. Due i principali ed opposti: la solitudine è una buona compagnia oppure è l’unica che ci resta. La lettura non scioglie questa incertezza interpretativa, anzi la alimenta. Quando siamo immersi in una “ora canonica” come quella di Auden o in una notte di lettura come quelle descritte da Romano Guardini, quando i libri diventano esseri viventi, “singolarmente viventi”, avvertiamo anche noi la sensazione di pienezza e di pace prodotta dalla solitudine di lettura. Ma se un libro ci lascia senza fiato sentiamo irresistibile la pulsione del giovane Holden: “quando l’hai finito di leggere e tutto quel che segue vorresti che l'autore fosse un tuo amico per la pelle per poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”.

Avvenire della cultura, avvenire dell’Europa

Paola Dècina Lombardi

La cultura al centro delle politiche comunitarie, una rete europea per promuovere il libro e la lettura: con questi obiettivi il Ministro Aurélie Filippetti il 4 e 5 aprile scorso ha invitato a Parigi, al Forum de Chaillot, diciotto ministri della cultura e numerosi rappresentanti europei delle varie categorie – scrittori, editori, librai e artisti, musicisti, attori. E all’insegna della eccezione culturale, questa sorta di Stati generali ha lanciato un segnale forte per convincere la UE dell’equazione Avenir de la Culture, Avenir de l'Europe. Unanime è stato l’accordo su salvaguardia del diritto d’autore, fisco equo e norme contro la concorrenza-capestro delle multinazionali e alla vigilia delle elezioni europee la mobilitazione per una strategia condivisa contro le resistenze di alcuni apparati europei e del mercato americano, ha acquistato più forza. “Non si tratta di protezionismo… la cultura non deve sottostare a logiche commerciali” - ha detto il ministro Dario Franceschini annunciando l’impegno italiano nel prossimo semestre europeo. Migliori normative e maggiori contributi alla cultura aiuteranno a uscire dalla crisi?

In effetti, nell’Europa che da qualche anno ha registrato un calo di lettori e vendite di libri anche nei paesi “forti”, quella del libro resta la prima industria culturale con un giro d’affari di 22,5 miliardi di euro. E non a caso, in occasione del Forum de Chaillot, il CNL, Centre National du livre, ha lanciato Les rencontres des organismes éuropéens du livre con l’obiettivo di “contribuire allo sviluppo di un’Europa democratica” attraverso una rete europea del libro e della lettura che al prossimo Salone di Francoforte presenterà una dichiarazione comune per incidere sulle politiche culturali comunitarie. Nonostante l’impegno di Franceschini, il nostro Organismo del libro non ha però risposto all’appello. Scrittrice ed editrice di Nottetempo, c’era Ginevra Bompiani. Eppure, un Centro per la promozione del libro e della lettura, lo abbiamo e la sua asseenza è tanto più sorprendente perché alla Camera è in discussione un Disegno di legge che ne propone il “rafforzamento”.

Dopo Veltroni e Melandri, a farsi oggi paladino della diffusione del libro in qualsiasi supporto e per la promozione della lettura, è l‘onorevole Giancarlo Giordano, che chiede 50 milioni di euro per il 2014 e 125 all’anno a partire dal 2015. E la copertura? Le variazioni di bilancio che il Ministro dell’Economia deve apportare riducendo “i regimi di esenzione, esclusione e favori fiscali (DL 2011 n.68). Nella crisi in cui versa il paese le cifre, di gran lunga superiori ai budget dei paesi virtuosi, sono audaci.

I dati della lettura e della vendita di libri in Italia sono tristemente noti, seppure con minime variazioni – l’Istat considera anche i libri scolastici, e i lettori a partire da sei anni mentre Nielsen parte dai 14 anni. Nel 2013 solo il 43% della popolazione con più di sei anni ha letto almeno un libro l’anno, solo il 23% ne ha letto più di tre e una sparutissima minoranza, il 6%, ne ha letto almeno uno al mese. In Europa, il calo di lettori e di libri si registra un po’ dappertutto ma, per esempio, in Germania la popolazione che legge almeno un libro l’anno è l’82 % , in Francia il 70% e in Spagna il 63%. C’è un incremento della lettura di bambini e adolescenti, le donne seguitano a leggere di più, e a preferire la narrativa alla saggistica. In Germania, nel 2012, il 66% delle donne ha acquistato libri contro il 52% degli uomini; Il 45% delle donne ha letto ogni giorno o più volte la settimana rispetto al 30% degli uomini. E in controtendenza, dal 2007 in Spagna il tasso di lettura del 57,7% è aumentato di un punto nel 2011 (ultimo rilevamento), seguitando a salire grazie alla percentuale di lettori in digitale e su Internet. Secondo Marco Polito, presidente dell’AIE e membro del Consiglio scientifico del Cepell, “Al maggiore impegno pubblico nella promozione, corrispondono migliori risultati... Serve un Centro per il Libro più forte e autonomo, sul modello di quello francese”. Il Cepell si è ispirato proprio al CNL, il Centre du livre et de la lecture, ma ne ha recepito davvero i criteri fondamentali?

Sull’obiettivo del ddl sulla diffusione del libro in qualsiasi supporto e per la promozione della lettura - coniugare la crescita culturale del paese con lo sviluppo di un settore economico, allargando il mercato del lavoro, e rendendo più concreto un ampio ventaglio di azioni da condividere con altre Istituzioni per ottimizzare le risorse e produrre efficaci risultati, non si può non essere d’accordo. Dietro all’ “attenzione” ai consueti settori, è evidente il lodevole obiettivo di creare posti di lavoro per bibliotecari, esperti della filiera del libro e formatori, senza trascurare la libreria, il cui “prezioso ruolo” sarà incentivato se provvista di spazi ampi e personale specializzato. E gli editori, soprattutto i piccoli, o le librerie senza spazi? E chi, con quali criteri valuterà “l’alto valore culturale”, assegnando sovvenzioni, incentivi, premi e provvidenze varie?

Nel sottolineare l’importanza della collaborazione e della “connessione tra i vari livelli di governo, comunale, regionale e statale”, il ddl Giordano ricalca linee guida precedenti e punta alla creazione di reti sul territorio oltreché al rafforzamento delle biblioteche scolastiche, da dotare di nuove tecnologie e da aprire al pubblico. Ma è quanto già avviene con le cosiddette pratiche buone di Associazioni, biblioteche, scuole e librerie che da quasi vent’anni, con mezzi scarsi o nulli promuovono la lettura in Italia, seppure a macchia di leopardo e con iniziative analoghe alle migliori che si registrano in Europa.

Le buone pratiche

Da 15 anni, l’editore Laterza promuove la lettura direttamente con i Presidi del libro in Puglia e collaborando col Forum del libro che, tra l’altro, coinvolge biblioteche, librerie e “volontariato” culturale in Libri per crescere e con Agora apre la scuola alla città come una piazza per imparare la democrazia. Ogni anno, in 10 scuole di cinque città, c’è un incontro pomeridiano con autorevoli relatori. Dalla Grecia antica all’automobilismo, dall’economia alla filosofia, dal giornalismo al jazz, un libro è l’occasione per uno scambio di idee tra relatore, studenti e pubblico. Contributi del Cepell? “Macché - dice Giuseppe Laterza. Ce li ha dati Banca Intesa. I soldi di per sé non risolvono tutto, è importante creare un rapporto di condivisione come fanno le librerie itineranti creando dei piccoli eventi o la Biblioteca di Grado che organizza il prestito in spiaggia”. Ed è al Forum del libro che si deve l’interessante, accurato Rapporto sulla promozione della lettura in Italia, marzo 2013, finanziato dalla Presidenza del Consiglio e curato da Giovanni Solimine.

Tra gli esempi di piccole buone pratiche, le libraie di Ottimo Massimo, con un furgone-libreria dal 2006 hanno letto storie a più di 40000 bambini, da Ostia a Lampedusa e perfino a Casablanca. Pianissimo libri sulla strada, il pullmino in giro per i piccoli centri siciliani senza biblioteche e con poche librerie, ha il merito di diffondere la piccola editoria collaborando con associazioni. A Roma Monteverdelegge organizza nel Centro diurno di un Dipartimento di salute mentale corsi e gruppi di lettura e, in un comprensorio, l’ ex abitazione del portiere è stata adibita a biblioteca alimentata da condomini e abitanti del quartiere. Ma il fulcro delle buone pratiche restano alcuni editori e le biblioteche virtuose, come la piccola Di Giampaolo a Pescara, nata dalla donazione di un maestro. Con librerie, scuole e volontari, facendo convergere iniziative e risorse territoriali, organizza incontri, laboratori d’ascolto e di lettura ad alta voce per bambini, letture in lingua straniera per ragazzi e adulti e soprattutto sensibilizza i neogenitori, come d’altronde in Germania, Francia e Inghilterra fanno da tempo anche i pediatri.

Che collaborazione e condivisione di esperienze la strada giusta, l’AIB, l’Associazione italiana dei bibliotecari l’ aveva capita, e in parte percorsa da tempo. E non è un caso se il maggior tasso di lettura si registra soprattutto al Nord e al centro, dove i sistemi bibliotecari regionali hanno realizzato interessanti progetti condivisi con scuole, librerie, famiglie, professionisti di varie discipline e anche pediatri. In Italia, furono proprio i bibliotecari illuminati e di buona volontà a recepire pienamente le direttive del Manifesto dell’Unesco del 1994 sull’importanza della biblioteca pubblica come “via d’accesso locale alla conoscenza, condizione essenziale per promuovere la pace e il benessere spirituale delle menti”. Indicando come punti chiave l’infanzia e l’adolescenza, l’accesso alle espressioni di tutte le arti, lo sviluppo delle tecnologie e le “strategie a lungo termine”, quel Manifesto si rivolgeva soprattutto alle Istituzioni politiche. E in molti paesi, non solo europei, i risultati ci sono stati.

Il flop delle Scuole di lettura in biblioteca

Contro la cronica disaffezione per la lettura, anche il nostro Ministero per i Beni culturali, fresco di riforma, tra il 1999 e il 2000, varò una clamorosa campagna coinvolgendo le biblioteche di sua competenza. Otto miliardi di lire in tre anni, per promuovere la lettura e incrementare le iniziative già avviate dall’ Ufficio per i Beni librari e gli Istituti Culturali, ritagliati dai 270 della legge Biscardi che ne destinava 50 alle biblioteche. Varando le “Scuole di lettura in Biblioteca”, tre edizioni tra il 1999 e il 2001, con un arco di più o meno otto mesi e due miliardi di lire, il Ministro Melandri voleva “spalancare le porte alle iniziative per il libro e la lettura”. Ma alla Nazionale di Firenze, da anni era in corso Leggere per crescere a cura di Anna Benedetti, e sul territorio crescevano analoghe, più interessanti esperienze.

D’altronde, diversa era la finalità di quelle 22 biblioteche nazionali e statali in parte storiche, dotate di manoscritti, incunaboli e cinquecentine, frequentate più da studiosi che dal grande pubblico che si voleva “scolarizzare”. Le critiche non mancarono, a cominciare dall’allora Presidente dell’AIB, Igino Poggiali. “Un Flop” – scrisse una sua collega sulla rivista di categoria, citando alcuni dati. E come darle torto? Nelle prime due edizioni ci furono – replicò il Ministro a un mio articolo critico su La stampa - “30.000 presenze”. Tuttavia non furono sollecitate a tornare. Anzi, proprio nelle biblioteche di competenza del Mibac, dal 1998 al 2002, le statiche dicono che il numero dei frequentatori scese da 2.313.509 a 1.646.678, con un calo delle opere in prestito proprio nel periodo delle “Scuole”. Ci si chiede perché nuovi soggetti che si volevano “istruire” alla lettura non abbiano raccolto il messaggio e perché l’1,1% di aumento del tasso di lettura tra il 2000 e il 2002, secondo i dati dell’AIE, su base Istat, dipendesse dai “lettori forti” soprattutto a Nord e ai libri allegati ai quotidiani. Insomma, il “contagio” previsto dalla Melandri non ci fu. Costi alti, benefici nulli, se non una grande operazione mediatica per promuovere il ministro e qualche scrittore, non la lettura.

Il modello francese e il Cepell

Il bilancio delle Scuole di lettura è utile per riflettere sulle finalità e sull’operato del Cepell, vista la somma di cui lo si vorrebbe dotare e rafforzare sul “modello francese”. Secondo Marco Polillo, Presidente dell’AIE e membro del Comitato scientifico del Cepell, per renderlo efficace e operativo necessita di “un budget congruo, maggiore autonomia e responsabilità”. E lamenta i lacci burocratici, la lentezza degli iter e delle realizzazioni attraverso i bandi oltre alle scarsissime risorse. È vero, ma quelle in dotazione come le hanno spese? Il sito Cepell non lo dice. Su quello del CNL francese, ecco le cifre chiave del 2012 : 41,9M€ di entrate, di cui 34,6M€ derivanti dalle tasse; 43,1M€ di uscite, di cui 29,6M€ destinate a interventi di sovvenzione e prestiti (+ 1,5 M€ per studi, grandi interventi e partenariati); i 31,1 M€ destinati all’attività, rappresentano il 72 % delle spese). Sei, i campi d’intervento: autori e traduttori; edizione, diffusione (librerie e bibliotecari); promozione; digitale; internazionale. Trenta i dispositivi di sovvenzione; 71 impiegati a tempo pieno e 300 esperti divisi in 21 commissioni e comitati; 4218 richieste di sostegno e 2800 contributi attribuiti.

Si tratta di un sito senza vistosi video e illustrazioni pubblicitarie, con poche foto formato tessera di qualche autore e del direttore. Chiarezza, ricchezza di informazioni per categorie, sobrietà e soprattutto trasparenza lo caratterizzano. C’è di più. Informa sulle indicazioni della Corte dei Conti per la riduzione e ottimizzazione del budget sceso a 30.000.000 di euro per il 2013 e mostra un organigramma basato sulla competenza: Comitato scientifico di 15 persone affiancato dalle Commissioni – circa 300 persone- divise per disciplina e composte da specialisti indipendenti: scrittori, critici, insegnanti di ogni ordine e grado, universitari e ricercatori, artisti, giornalisti e traduttori, editori e librai, oltre a una vasta rete di collaboratori esterni.

Sul sito del Mibac, ben fatto, alla voce trasparenza è scritto: “ «accessibilità totale» alle informazioni relative all'organizzazione e all'attività delle pubbliche amministrazioni (DL14 marzo 2013, n. 33), per favorire un controllo diffuso da parte del cittadino sull'operato delle istituzioni e sull'utilizzo delle risorse pubbliche”. Ma su quello del Cepell non troverete molto, anzi nulla per capire come le poche risorse vengono spese. Sono troppi i No records fund e insufficienti quanto farraginosi i criteri delle Banche dati. Alla Lista case editrici- Ricerche da filtro- totale 9365 trovate una maschera ma provate a cliccare Einaudi o Castelvecchi, Poesia o Architettura, non uscirà nulla. E’ da riempire come quasi tutta quella per i traduttori, costata 80.000 euro su “bando a gara ristretta” del 2010, valida anche con una sola offerta. E provate anche su Risorse.

Qua e là, qualche informazione si trova sul sito del Mibac e, casualmente, su Internet. Scopriamo così che la prima preoccupazione del Cepell, oltre al rinnovamento del sito, sono state banche dati e statistiche. In tempo di crisi e con poche risorse, era proprio necessario ricorrere alla Nielsen, e alle sue brutte slide, quando l’Istat tiene conto della lettura a partire dai 6 anni e l’AIE fa un ottimo lavoro di elaborazione e comunicazione? Corre voce che l’affitto per la bella sede nei giardini dell’Accademia dei Lincei, ammontasse a 300.000 euro l’anno, con aggiunta di utenze e manutenzione. Non si poteva trovare una sede istituzionale come il Museo Andersen dove il Cepell è ora traslocato? Quale, il budget di partenza? In quello del 2012, l’unico trovato (dopo vana richiesta), dei circa 1.200.000 euro di entrate, alle spese correnti per “servizi” sono andati 941.000 e agli “Interventi diversi” 51.000.100 per “trasferimenti passivi”. Ma le previsioni definitive di cassa indicano 1.486.000 euro.

Video discutibili, come A corto di libri (o a corto di idee?); Photogallery con ampia presenza della direttrice, e giovani lettori con marche di prodotti in bella vista (sponsor?); grafica scadente – che dire del logo del Maggio dei libri con caratteri e colori da saggio sul Terzo Reich?- tante immagini e musiche poco consone a un’Istituzione che per sua natura deve servire a professionisti della filiera del libro e ai promotori della lettura. Dopo aver fatto propria un’iniziativa dell’Aie situata in ottobre, ribattezzandola Il Maggio dei libri, il Cepell ha avviato con “grande soddisfazione” In vitro, un discutibile progetto targato Arcus spa, “per costruire nell’arco di un biennio, un modello di promozione della lettura”, cioè una sorta di laboratorio di ricerca su sei territori provinciali. Sperimentazione e modelli, già c’erano. Bastava convocare gli Stati generali delle buone pratiche, dell’AIB e dell’AIE per decidere un modello condiviso da applicare, e il team di esperti e amministratori cui affidare fondi e responsabilità.

Ma l’Arcus spa, ha portato in dote 2 milioni di euro cui si sommano i 900 a carico di regioni e province interessate.Un generoso mecenate? Niente affatto. Arcus, di suo non ha nessun capitale. Nata nel 2003, la società è alimentata completamente dal Ministero dell’Economia (all’epoca con 90 milioni di euro), per realizzare a favore del Mibac opere di compensazione cioè la realizzazione di infrastrutture laddove, per esempio, c’erano stati espropri o danni al patrimonio artistico. Due anni dopo, l’azione si allargò ad altre attività finché la spending review ne decretò la messa in liquidazione per la gestione non troppo limpida. Guarda caso, il suo presidente era un ex Direttore generale del Mibac, Salvatore Italia. Lo ha sostituito l’Ambasciatore Ortona come commissario liquidatore, ma pare che, nonostante l’evidenza dei fatti e le pesanti critiche di stampa e sindacati, Arcus non sarà liquidata. Perché i fondi del MEF non sono andati direttamente al Mibac? E perché Arcus seguita ad amministrare quelli rientrati? Con i due milioni annui per sede e stipendi dei vertici e di dieci impiegati, meglio comprare libri per le biblioteche scolastiche o donare un libro ai bambini nel giorno della Festa dei libri come si fa in Inghilterra. Che competenza in materia hanno un ex ambasciatore, un esperto di banche e finanze e un ingegnere delle telecomunicazioni? Non gli restava, come hanno fatto ma-pare- senza i dati iniziali, che inserire nel progetto almeno il Forum del libro e Nati per leggere.

Si chiedono più soldi, ma i pochi vengono spesi male a pioggia, come anche i 270.000 euro di contributi della Direzione per le Biblioteche e gli Istituti Culturali a Convegni e Pubblicazioni. Se non si risolve la confusione tra ruolo amministrativo e tecnico, cioè la competenza in materia, di chi amministra e chi progetta e seleziona, ai costi non corrisponderanno mai i benefici. Soldi sì, ma non a questo Cepell.

Reading Life. Nuovi comportamenti del lettore digitale

Maurizio Caminito

A partire da Amazon, i più grandi players del mondo digitale, già da tempo, stanno operando per l’integrazione, all’interno della propria rete di clienti, di piattaforme di lettura social. In questo senso infatti si può leggere l’acquisizione nel 2013 da parte di Amazon di Goodreads, il celebre social network per i libri che, come ha rilevato lo scrittore statunitense Scott Turow, è “un sito noto per la profondità e la mole dei giudizi critici redatti dagli utenti. Il passaparola tra lettori che hanno gusti simili sembra essere il Santo Graal del commercio di libri online. E grazie alla combinazione del database delle recensioni di Goodreads con quello di Amazon in cui è registrato lo storico degli acquisti fatti dai lettori, il controllo di Amazon sul mercato online del libro si profila incontrastabile”1

Allo stesso obiettivo in fondo, pur se a scala minore e in ritardo, tende l’operazione italiana Anobii – Mondadori – eReader Kobo. La gestione globale del web però ci ha spesso abituato a continui cambi di scenario. E proprio quando il sistema delle raccomandazioni di lettura, basato sulle preferenze dei lettori dello stesso testo, si integra sempre di più con le piattaforme di acquisto on line, il social reading riparte proprio dal libro.2

 Zola Books3, per fare l’esempio di maggior successo, è una piattaforma che unisce la natura di libreria on line con la funzione social in un modo decisamente diverso. Lanciata nel 2012, è stata subito descritta dal Washington Post come "un'impresa la cui strategia è quella di combinare tutte e tre le funzioni principali del mondo degli e-book e della lettura digitale: la vendita al dettaglio, la ricerca di titoli e il social-networking, in un tentativo ambizioso di diventare un punto di partenza per tutti gli amanti del libro sul Web".4 Zola è anche una piccola azienda proprietaria del sito Bookish.com5, che è stato rilevato dopo che Hachette, Penguin Group (USA) e Simon & Schuster, inizialmente promotori del progetto, lo hanno abbandonato sfiduciati per l’assenza di risultati6.

 Bookish si basa su un algoritmo che raccomanda al lettore un piccolo numero di libri a partire dalle caratteristiche del primo libro scelto. Per fare ciò analizza dozzine di attributi e dati associati a ciascun titolo: l’autore, l’editore, l’eventuale illustratore, premi che un libro ha vinto, il genere, la data di pubblicazione, e poi ancora più in profondità i temi affrontati, i concetti, i sentimenti, ecc. Confluiscono in questo sistema di raccomandazioni anche i consigli del bibliotecario, dell’esperto o della rivista letteraria autorevole. Una redazione organizzata secondo i vari generi letterari controlla ed aggiorna continuamente i dati7.

L’esperienza della lettura digitale si arricchisce ogni giorno di nuovi strumenti, che da un lato sembrano recuperare modi e comportamenti usuali che accompagnano da sempre la lettura (fare sottolineature, note a margine, ecc.), ma dall’altro inseriscono il testo che si sta leggendo in un sistema di rimandi e di approfondimenti molto più ricco e di facilissimo uso.

 Un servizio online come Highlighter8, per esempio, rende molto semplice non solo commentare i singoli passi di un libro, ma anche condividere opinioni e notazioni, confrontarsi, fruire di informazioni aggiuntive riguardo a personaggi e luoghi narrati nel testo9. Openmargin10 invita il lettore “nello spazio libero di un libro all’interno del quale condividere i propri pensieri”11, rendendo facilissimo annotare i propri commenti a lato di un testo e, contemporaneamente confrontarli con quelli di altri lettori.

L’italiana Bookliners12 offre la possibilità di leggere le anteprime e i libri gratuiti messi a disposizione dagli editori, commentare ogni singola parola dei libri in lettura, visionare e rispondere ai commenti degli altri lettori, creare gruppi di lettura aperti a chiunque o riservati solo agli amici e quindi arrivare a conoscere altri lettori con gli stessi gusti.

Anche Kobo13 ha creato il programma di lettura “Reading Life”, aggiungendo alla fruizione del libro tutta una serie di elementi social che sono curiosi ma indicativi. Grazie a “Reading Life”14 il “nuovo modo di leggere tutto digitale”, ciascuno può scoprire molto sulle proprie abitudini di lettore. Si può controllare quanti eBook sono stati letti, quante ore sono state dedicate alla lettura, quanti libri presenti nella propria libreria sono ancora in attesa di essere sfogliati. E tutte queste funzioni, per essere più facilmente riconoscibili, sono abbinate all’assegnazione di badge colorati che attribuiscono un simbolo alle abitudini di lettura.

E “Se state leggendo ‘Alice nel paese delle meraviglie’, quando la protagonista entra in scena nel romanzo, accanto al testo appare una piccola icona che lancia un pop-up con su scritto: ‘Hai incontrato Alice, vuoi dirlo su Facebook?’. In questo modo Alice diventa una specie di tua amica o contatto virtuale e tu puoi pensare di costruire intorno ad essa un social network”15

Inoltre la funzionalità “Oltre il libro” offre ai lettori i retroscena della storia che stanno leggendo. Basta toccare le parole evidenziate per ottenere articoli web, libri simili e autori che sono tematicamente correlati. E così “Oltre il libro” consente davvero un'esperienza di lettura ‘aumentata’.

È proprio attraverso il concetto di “reading life”, che non è solo una funzione meramente tecnica, né soltanto social legata alla pura e semplice ‘condivisione’ (come continuamente sollecita a fare Facebook), che la lettura ‘digitale’ potrebbe diventare uno strumento efficace per la crescita di un profilo nuovo del lettore futuro.

  1. Cfr: Il blog THE AUTHORS GUILD, “Turow on Amazon/Goodreads: This is how modern monopolies can be built”, http://www.authorsguild.org/advocacy/turow-on-amazongoodreads-this-is-how-modern-monopolies-can-be-built/ oppure l’articolo su BLOOMBERG di Tom Giles “Amazon Buys Goodreads to Add Tools to Help Users Discover Book”, http://www.bloomberg.com/news/2013-03-28/amazon-buys-goodreads-to-add-tools-to-help-users-discover-book.html []
  2. A questo cambio di paradigma, che inizia ad investire anche le grandi biblioteche statunitensi, è dedicato, in particolare il mio articolo “I nuovi paradigmi della lettura digitale, tra raccomandazioni e reading life”, pubblicato sul blog AVVERTENZE PER GENI http://avvertenze.wordpress.com/2014/04/13/i-nuovi-paradigmi-della-lettura-digitale-tra-raccomandazioni-e-reading-life/ []
  3. https://zolabooks.com/ []
  4. Nance, Kevin (October 3, 2012). "ZolaBooks plans to be one-stop shop for e-reading"The Washington Post. []
  5. http://www.bookish.com/home []
  6. Vedi a tal proposito l’articolo di Laura Hazard Owen “Two years and three CEOs later, publisher JV Bookish is ready to help users find their next book”, http://gigaom.com/2013/02/04/2-years-and-3-ceos-later-publisher-jv-bookish-debuts-to-help-users-find-their-next-book/ []
  7. Bookish è stato recentemente adottato anche da BiblioCommons, il nuovo servizio proposto della New York Public Library che aiuta l’utente della biblioteca a scoprire nuovi libri partendo dalle proprie preferenze e dai propri gusti di lettura. []
  8. http://highlighter.com/ []
  9. Ecco un video che illustra le possibilità offerte da Highlighter: https://vimeo.com/26091209 []
  10. http://www.openmargin.com/ []
  11. Anche in questo caso le prime informazioni sulle possibilità offerte dalla piattaforma sono fornite da un breve video: https://www.youtube.com/watch?v=GcjdVLh-G10 []
  12. http://www.bookliners.com/_front/it/ []
  13. La multinazionale nippo/canadese, produttrice di eReader, in Italia ha stretto un accordo, prima con Mondadori e poi nel 2013 anche con Feltrinelli, diventando la più importante piattaforma di acquisto di eBook, insieme a IBS. []
  14. Kobo Reading Life http://it.kobo.com/koboarc7hd#readinglife []
  15. Intervento di Gino Roncaglia, citato da Alessio Iacona nell’articolo “Social Reading is here” all’interno del suo blog http://jacona.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/06/29/social-reading-is-here/ []

Come ho letto la poesia di Leonard Cohen – un abbozzo

Damiano Abeni

 With three parameters, I can fit an elephant.
Lord Kelvin

What is the nature of an experimental action?
It is simply an action the outcome of which is not foreseen.
John Cage

 

 La base di ogni attività è la misurazione.

La misurazione, indipendentemente dallo strumento impiegato e dal suo grado di precisione – ad esempio, dall’occhio al microscopio elettronico –, non è altro che un esercizio di rappresentazione di una realtà che si cerca di conoscere.

Una misurazione esatta è impossibile. Anche nel caso più semplice, ad esempio la misurazione di una lunghezza, tra un millimetro e l’altro – come tra ogni numero e qualsiasi altro – esistono infinite frazioni di millimetro e la probabilità che noi misuriamo esattamente quella lunghezza è uno fratto infinito. Per definizione: zero.

Ciò nonostante, sulla base di misurazioni più o meno imprecise, si prendono decisioni (pensate a quando attraversate una strada).

Misurazioni ottenute con buona approssimazione ci mettono in condizione di prendere buone o cattive decisioni. Sulla base di misurazioni ottenute con cattiva approssimazione è raro prendere buone decisioni.

*

Nello Zibaldone, citando Pindemonte, il 13 settembre 1831 Leopardi scrive che le parole sono “non la veste, ma il corpo de’ pensieri”. È quindi lavorando sulle parole e sui componenti delle parole, e sul sistema di relazione tra le parole e i componenti delle parole che si può approssimare la conoscenza del corpo della poesia.

Il parametro visivo è il primo che ispezioniamo, dal quale raccogliamo indizi, o prove.

La macrostruttura è di solito facile da individuare: forme codificate, strofe, rime, numero di sillabe e accenti, ripetizioni, anafore, ecc.

Poi è utile stilare regesti: una concordanza delle singole lettere (quante a, e, i,… quante b, c, d, ecc.), una conta delle vocali accentate e delle sillabe implicate/libere (da cui dipende la durata della vocale accentata: note vs. notte), e così via.

Quindi si passa a classificare vocali (incrociando le classi anteriore, centrale, posteriore con le caratteristiche chiusa, semichiusa, semiaperta, aperta) e consonanti (polmoniche e non polmoniche, e poi via via occlusive, nasali, ecc, da incrociare con bilabiali, labiodentali ecc….).

A questo punto si comincia a studiare la relazione tra le parti.

È utile copiare a mano libera la poesia da tradurre.

Utile anche battere a macchina (ormai, al computer) la poesia: prima lentamente e poi il più rapidamente possibile – senza pensare minimamente a quello che si sta scrivendo, ma cercando di percepire dove e con che frequenza vanno a cadere i polpastrelli.

Poi si passa al colore (Dylan Thomas: the colour of saying): su una fotocopia ingrandita, con matite colorate si evidenzia tutto quello che si è visto ai passi precedenti, e si tracciano linee e simboli che fanno risaltare le relazioni tra le parti. A colore uguale corrisponde rima uguale, assonanza uguale, allitterazione, ritorni di consonanti dentali, velari, ecc. Guardare la poesia colorata da una certa distanza, senza che si possano leggere le parole, dà una buona idea del colore di quel dire.

Il secondo paramentro è quello sonoro, e ovviamente discende dal primo.

Il suono ha quattro caratteristiche: altezza, timbro, intensità e durata. La durata comprende sia il suono che il silenzio.

La poesia va letta ad alta voce. Va letta più volte, sforzandosi di leggerla in modi diversi: questo è importante. Le letture andrebbero registrate e riascoltate. Per imparare a leggere “in modi diversi” è fondamentale ascoltare le due registrazioni delle Variazioni Goldberg di Glenn Gould. Ma è utile anche ascoltare canzonette pop in varie versioni (Knocking on Heaven’s Door, da Bob Dylan – le innumerevoli versioni di Dylan – fino ai Leningrad Cowboys, per esempio).

Senza lettura ad alta voce è impossibile misurare l’intonazione, la cadenza, lo sviluppo armonico delle parti e del testo nel suo complesso.

Aiuta sentire la poesia letta dall’autore/autrice, ma non è essenziale. A volte lo è, raramente.

Le letture di attori/attrici sono in genere da evitare, se non per il fatto che possono fornire ottimi esempi di cose da evitare.

Il parametro ctonio è, per definizione, il meno definibile.

Corrisponde a quello che i musicisti chiamano pulse, l’impulso e l’eco che sottende la parte più direttamente percepibile di ritmo e armonia. È la voce dell’universo di ogni singola poesia, raccolta di poesia, opera poetica di un autore.

Spesso è ciò che colpisce per primo, sempre è ciò che si misura per ultimo, se mai ci si riesce.

Qui c’è bisogno di più ricerca sistematica. Ma siamo arrivati a misurare cose apparentemente indefinibili come la temperatura, l’ansia e la depressione…

*

A un certo punto si traduce. Allora va letta la traduzione, va “misurata” secondo gli stessi parametri e con gli stessi strumenti dell’originale.

Funziona?

Il processo di misurazione andrà ripetuto sulla traduzione, o anche sull’originale, fino ad arrivare a rispondere “più o meno funziona”.

*

Tutto ciò dà per scontato che le parole abbiano un significato, e che il significato sia almeno in parte condiviso. Insomma che bianco e nero, destra e sinistra non siano sinonimi, o comunque non mutualmente interscambiabili senza conseguenze.

In un paese in cui la gente chiaramente non capisce la differenza tra “entrata” e “uscita” (sui mezzi pubblici, ad esempio), e continua a votare come vota, mi sono sentito in dovere di dirlo.

*

Così le poesie di Leonard Cohen sono finite in mano a un giudice e a un epidemiologo. Figure professionali che devono avere a che fare con la realtà, anzi con la rappresentazione della realtà sulla base della quale si devono poi prendere decisioni.

Certo, il processo descritto qui sopra non è stato ripetuto meticolosamente su ogni pagina per circa millequattrocento pagine, nei dieci anni in cui sono usciti i sei libri di Cohen pubblicati da Minimum Fax.

Ma voi, ogni volta che attraversate la strada, prendete in considerazione esattamente la larghezza della sede stradale, la velocità delle auto che si avvicinano, la vostra velocità, lo stato dell’asfalto, il tipo di scarpe che portate, le condizioni metereologiche, l’illuminazione… ?

Questo testo è la rielaborazione dell'intervento che Damiano Abeni ha tenuto sabato 10 maggio alle 15.30 al Salone del libro di Torino nell'ambito del ciclo di incontri sulla traduzione editoriale L'autore invisibile. Il programma completo del ciclo, curato da Ilide Carmignani, si può consultare alla pagina Facebook https://www.facebook.com/AutoreInvisibile

Pubblichiamo qui di seguito il Prologo con cui a sorpresa si chiude il volume Caos, pendole, cocomeri (L'Obliquo 2014), che contiene alcuni dei moltissimi testi tradotti da Damiano Abeni nella sua quarantennale attività.

PROLOGO

Rivendico drasticamente l’atipia
lentissimamente imparata
della mia minore magia,
poesia in forma data
e significato chiuso. Non esiste
in italiano nulla come i miei originali:
l’eccellenza del poeta consiste
nel cogliere opportunità singolari
nel proprio linguaggio.
Tecnica, sogno, fortuna, coraggio
e giustezza di mano
sul foglio non vanno lontano
se dal vedere non si sale al percepire,
dal sopravvivere al vivere, che è dire.