Semaforo

Maria Teresa Carbone

Demografia
I francesi sono un popolo orgoglioso soprattutto quando si tratta della loro madrelingua. Deve essere quindi stato duro per loro vedere l'inglese diventare la lingua franca del ventunesimo secolo. Ma la vendetta potrebbe essere in vista: la lingua amata dai poeti parigini, dagli aristocratici russi e dagli studenti pretenziosi potrebbe riprendersi il titolo diventando la lingua parlata più comune nel mondo nel 2050 secondo uno studio condotto dalla banca d'investimento Natixis. (…) I francesi hanno un asso demografico nella manica: le popolazioni francofone crescono più velocemente di quelle che parlano inglese e mandarino. Oggi il francese è sesto fra le lingue parlate nel mondo dopo il cinese mandarino, l'inglese, lo spagnolo, l'hindi e l'arabo, ma sempre più persone lo parlano e secondo lo studio nel 2050 sarà la lingua di 750 milioni di persone dagli attuali 220 milioni.
Laura Secorun Palet, French Lingua Franca, Ozy, 29 maggio 2014

Dimenticanze
L'Europa è colpevole tutto per lo sfacelo di morte e dolore che sta riversando in uno dei mari più belli del mondo. Solo l'Italia però (e questa è una peculiarità del nostro paese) ha scordato il suo legame con quella gente, con l'Africa intera. Eritrea, Libia, Somalia, Etiopia non sono dei paesi estranei alla storia patria. Sono paesi che l'Italia ha sfruttato, spolpato, umiliato, ucciso. Sono paesi che l'Italia ha stuprato. Sono paesi che ancora si aspettano delle scuse per il tanto dolore patito. Ma una volta in Italia i cittadini di questi paesi non solo non sono aiutati a rimettersi in carreggiata, e questo sarebbe un diritto per un richiedente asilo di qualsiasi nazionalità, ma nemmeno sono riconosciuti.
Igiaba Scego, Rino Bianchi, Roma negata. Percorsi postcoloniali nella città, Ediesse 2014, p. 124

Disuguaglianze
Nel 2011 metà delle famiglie indiane non aveva alcun accesso a un gabinetto ed era costretta a ricorrere quotidianamente alla defecazione all'aperto mentre la percentuale di famiglie prive di questo servizio era inferiore al 10 per cento in Bangladesh e soltanto dell'uno per cento circa di Cina. (...) La possibilità delle missioni spaziali sembra conquistare l'immaginazione dei privilegiati assai più dei gabinetti con sciacquone che potrebbero liberare metà dei cittadini dell'India moderna da questa forma particolarmente gradevole di disuguaglianza.
Jean Drèze-Amartya Sen, Una gloria incerta. L'India e le sue contraddizioni, Mondadori 2014 pp. 295-296

Ricerca & sviluppo
A lungo si è pensato che i bambini fossero adulti difettosi, come se a loro mancassero dei pezzi che si sviluppano con la crescita. Ma dal punto di vista biologico o evolutivo questo non ha molto senso. In una prospettiva alternativa si possono vedere i bambini come la divisione ricerca e sviluppo della specie umana, mentre noi adulti siamo il settore produzione e marketing. Dal punto di vista di chi lavora alla produzione, sembra che quelli di ricerca e sviluppo non facciano niente di utile, seduti tutto il giorno sulle loro seggioline a giocare e a tirar fuori idee strampalate mentre noialtri dobbiamo far soldi e mantenerli. Ma tra le cose che abbiamo imparato è che quel tipo di idee strampalate, cioè la ricerca pura, a lungo termine paga.
Alison Gopnik, Think Like a Child, FreakonomicsNext 22 maggio 2014.

La vittoria di Tsipras

Dimitri Deliolanes

Una situazione politica complessa che pone alla sinistra questioni difficili ed esige mosse ponderate e attente. Questo è il risultato delle elezioni europee nel paese di gran lunga colpito più duramente dalla crisi e dalle politiche di austerità. Il risultato delle urne ha dato un chiaro messaggio di condanna verso il governo. Nuova Democrazia, il partito di destra del premier Antonis Samaras, ha subito un importante calo del 7% rispetto alle elezioni nazionali del 2012.

Anche i suoi alleati socialisti, il PASOK di Evangelos Venizelos, sono usciti dalle elezioni con le ossa rotte: due anni fa questo partito aveva ottenuto il 12% (subendo già un clamoroso calo rispetto al 44% del 2009), il 25 maggio è ancora sceso all’8%. SYRIZA di Alexis Tsipras ha ottenuto il 26,5% emergendo come primo partito del paese. Una chiara vittoria elettorale e, insieme, un’esplicita condanna del governo in carica.

All’indomani delle elezioni Tsipras si è recato dal Presidente greco Karolos Papoulias e gli ha palesato una situazione di “profonda disarmonia” tra il responso delle urne e la composizione attuale del Parlamento. La richiesta è stata di arrivare “in tempi stretti” allo scioglimento della Camera e a nuove elezioni. Infine, il leader di SYRIZA ha diffidato il governo: non solo non deve prendere nuovi impegni con la troika, ma non deve neanche applicare le misure di austerità già approvate in Parlamento. Come, per esempio, la privatizzazione dell’acqua, la vendita di più di un centinaio tra le coste più belle del paese e la liquidazione delle casse pensionistiche in forte deficit dopo l'haircut del debito del gennaio 2012.

È evidente la volontà del leader dell’opposizione di esercitare la maggiore pressione possibile sulla debole maggioranza in Parlamento (appena 1 o 2 seggi di vantaggio) in modo da provocare defezioni e contrasti capaci di metterla in crisi. Questa tattica è rafforzata anche dal fatto che il più vasto fronte delle forze antiausterità rappresenta complessivamente quasi il 69% dell’elettorato.

Le mosse di SYRIZA però debbono essere prudenti. Malgrado la grande vittoria elettorale, il partito di Tsipras ha ottenuto il primato a causa del crollo degli avversari. Tanto che molti osservatori si pongono il problema se questo 27% rappresenti un tetto all’espansione elettorale del partito. È un problema importante che ne pone a sua volta un secondo: quello delle possibili alleanze di governo. I potenziali alleati sono usciti malconci dalle elezioni europee. Il piccolo partito della Sinistra Democratica di Fotis Kouvelis si è sostanziamente dissolto, ottenendo un misero 1,2% (6,2% due anni fa). Anche il partito di centrodestra antiausterità dei Greci Indipendenti di Panos Kammenos ha subito forti perdite: 3,4% (7,5% nel 2012).

Ne sono usciti invece leggermente rafforzati i comunisti stalinisti del KKE: 6% rispetto al 4,5% del 2012. Il KKE però ha sempre rifiutato qualsiasi accordo con SYRIZA. Anzi, da quando il partito di Tsipras è emerso come primo partito della sinistra, la polemica dei comunisti si è fatta feroce. Il PASOK, da parte sua, ha dimostrato di conservare una parte della sua forza, mentre tutti erano convinti che rischiasse di sparire dalla scena politica. Sicuramente, la piena identificazione del partito con una destra ultraliberista e autoritaria crea seri problemi di identità. Ma quell'ulteriore 4% che ha abbandonato Venizelos non è andato a sinistra ma ha preferito la neonata formazione To Potami (Il Fiume) creata dal presentatore TV Stavros Theodorakis, un raggruppamento piuttosto confuso che a Strasburgo ha aderito al PSE.

Se SYRIZA vuole trovare alleati nel nuovo Parlamento è in questa direzione che dovrà guardare. Ma le leadership delle due formazioni (PASOK e To Potami) non fanno sperare. Venizelos probabilmente teme di finire in galera per chissà quali e quanti vecchi scandali, mentre Theodorakis è apertamente sponsorizzato dai “poteri forti” che controllano il settore radio televisivo. Tsipras deve quindi trovare il modo di parlare ai loro elettori e rendere la sua proposta politica più efficace, più convincente e sicuramente più di governo. Altrimenti le elezioni anticipate richieste a gran voce rischiano di trasformarsi in boomerang.

La vittoria di Renzi

Letizia Paolozzi

“Non mi fido però…”; “Mi fido ma…”; “Aspettiamo a vedere…”. Intorno alla vittoria di Renzi, al di là dei vari commenti sul Pd partito-stato; partito-pigliatutto, partito-contenitore; nuova Dc. E sulla sua “mutazione antropologica” o sulla continuità con il berlusconismo in salsa giovanilistica, sul bluff, sulle promesse alle quali finora sono seguiti pochi fatti, se dunque, al di là di queste interpretazioni, interrogate le amiche (gli amici) che l’hanno votato, collezionerete tante spiegazioni. Eppure qualche filo è possibile provare a tirarlo.

Intanto: la “sorpresa femminile”. Significa che la differenza deve in qualche modo manifestarsi. In effetti “una donna al Quirinale” esorta il presidente della Repubblica. Questa democrazia maltrattata ha bisogno di rifarsi il trucco.

Indicativa la foto di Maria Elena Boschi, ministro per le Riforme e i Rapporti con il Parlamento, di ritorno dall’Africa con treccina opera di un bambino congolese portato in Italia ai genitori adottivi. Che vi sembra: una Madonna salvatrice e contemporaneamente, uno spot pubblicitario governativo?Veniamo ai dieci milioni di lavoratori dipendenti che hanno toccato con mano ottanta euro in busta paga. In prossimità delle elezioni europee. Anche qui, astuzia propagandistica, abilità comunicativa del premier oppure segno concreto di attenzione verso chi percepisce mille euro al mese?

Deve aver funzionato a vantaggio di Renzi la sensazione che sì, con lui è stato dato il colpo di grazia al partito pesante, novecentesco, ideologico. Abbandono della “ditta”; si affloscia la concezione del partito di massa. Di quel partito erano sopravvissute le parti peggiori (i rituali, il potere senza autorità). Al momento, nessuno si preoccupa di perdere anche le parti migliori di una storia, di un passato.  Dopodiché, a Renzi è servito il “pericolo Grillo”. I media hanno sguazzato nella demonizzazione e il leader pentastellato ci ha messo del suo con le urla anti-sistema e il plastico del castello di Lerici dove avrebbe chiuso dietro le sbarre giornalisti, politici, imprenditori.

Campagna elettorale sbagliata. L’ex sindaco di Firenze ha colto la palla al balzo. Noi del Pd rassicuriamo. In effetti, si era già dichiarato lontano dalla concertazione. Aveva preso le distanze dal sindacato senza andarsi a sedere in prima fila all’Assemblea annuale della Confindustria. Intanto, fioccano i “Ci metto la faccia” e “Cambio l’Italia, cambio l’Europa”. Il berlusconismo nonché un certo antiberlusconismo paiono al tramonto. Noi (cioé il Pd renziano) non vogliamo fagocitare le forze politiche minori ma offriamo una semplificazione del sistema.

Nel frattempo ecco il ricambio del personale politico. Come mostra la squadra renziana (minoranza compresa) nella notte della vittoria. Foto di ragazze e ragazzi poco impacciati, normali, sorridenti. L’immagine di un Pd che non pensa più di battere gli avversari politici per mezzo delle procure? Dopo anni di caccia alla “casta”, di parlamentari considerati pendagli da forca, si potrebbe addirittura perdonare a Renzi il linguaggio becero della “rottamazione”, se questo è l’effetto che fa.

E poi volete mettere la sottile vendetta ottenuta con questo voto in primis da Italia e Grecia nei confronti degli austerissimi parenti del nord Europa? Ci hanno accusati di rappresentare la rovina economica e adesso siamo la salvezza politica dell’Unione. Tanto per omaggiare il Partenone, paragonateci alle Cariatidi di Bruxelles. Mentre i cugini francesi che ci hanno sempre inflitto lezioni di serietà, ora hanno da pelare una gatta di nome Marine.

Una come me che Renzi non l’ha votato, sa che la politica oggi deve tenere conto della libertà individuale. La libertà ha a che fare con i desideri, l’inconscio, la storia individuale. Ma, appunto, non si basa su identità collettive astratte, dentro e fuori dai partiti bensì sul vivere delle singole persone in relazionale.

Qualche giorno fa Maria Baratto, dipendente del polo logistico nolano della Fiat, in cassa integrazione dal 2008 nel reparto confine, si è suicidata. Al funerale nessun rappresentante Fiat, delle istituzioni, dei sindacati (tranne gli amici, iscritti come lei allo Slai Cobas) mentre a Nola, i cassintegrati, i licenziati Fiat, cosparsi di vernice rossa, si sono stesi a terra per imitare dei “morti ammazzati”. Ecco, se l’ex sindaco di Firenze e il suo governo non guarda cosa succede a Nola, se smarrisce le radici nel mondo del lavoro, della giustizia sociale, significa che è molto lontano dalla realtà.

C’era una volta l’Orient Express

Michele Emmer

“Passata la dogana, timbrati i passaporti, i passeggeri per l’Europa centrale e l’Oriente varcano uno alla volta l’alta porta scura e tragica di un immenso ristorante con una esigua spolverata di tavoli rotondi… Finito di mangiare le persone vanno ai loro posti, in precedenza occupati con i bagagli, nella varie carrozze... Non è ancora l’orario della partenza del treno... Attraverso la porta, intravedo le lettere bronzee sulla fiancata ovest del vagone letto, Compagnie Internationale des wagons Lits et des Grands Express Européens... “En voiture messieurs, mesdames”. L’americano diretto a est scatta in piedi, attraversa l'alta porta e si precipita fuori correndo lungo il binario, sale sul treno che molto lentamente comincia a muoversi”. Parole di John dos Passos, tratte da Orient Express, 1927.

La passione per i trenini elettrici ha in parte resistito alla invasione di giochi elettronici. Ricreare quel mondo artificiale che sembra così vero, dove le locomotive con i fari illuminati trascinano vetture di tutti i colori, in itinerari sempre diversi eppure congelati in percorsi prefissati, è stato un grandissimo divertimento per milioni di bambini e adulti. Ma certo giocare con i treni veri, con le grandi locomotive, con i treni che portano lontano, è tutta un’altra cosa. E tra i treni sia veri che in modellino il più famoso è il Simplon Orient Express. Per tante ragioni. Una grande mostra a Parigi ricorda l’epopea di questo straordinario treno. In realtà dei tanti treni che percorrevano itinerari diversi. Il ètait une fois l’Orient Express (C’era una volta…) è il titolo della mostra, organizzata, e non poteva essere altrimenti, presso l’Institut du Monde Arabe, di cui è presidente Jack Lang, già ministro della cultura francese.

Hanno fatto le cose in grande i Francesi. Si poteva organizzare una mostra nel centro di Parigi su un treno famoso senza che ci fosse anche il treno? Ed ecco che davanti alla sede della mostra sono state trasportate quattro carrozze del mitico treno, carrozze che si possono visitare, a piccoli gruppi, in modo che fuori si formi una lunga fila, file che i parigini amano tanto. Per poterle esporre è stato necessario rafforzare con pali di cemento armato tutto il cortile dell’Institut du Monde Arabe. Tra le altre una corrozza del treno La Flèche d’Or (la freccia d’oro) con le decorazioni realizzate da Lalique nel 1929, una carrozza che serviva da salone del Train Bleu, carrozza divenuta famosa perché vi è stato girato parte del film del 1974 di Sidney Lumet Murder on the Orient Express, tratto dall’omonimo romanzo di Agatha Christie con protagonista Albert Finney nei panni dell’investigatore Poirot, con un cast sterminato di grandi attori, da Lauren Bacall a Ingrid Bergman, da Jacqueline Bisset a Sean Connery, da Anthony Perkins a Vanessa Redgrave e tanti altri.

La stessa Christie è salita una sessantina di volte sul treno per Istanbul. E tanti personaggi famosi sono saliti su quel treno trasformandolo in leggenda. Tutti ricordati sulle carrozze con oggetti, brevi video, biografie, libri. Dei treni di gran lusso che compivano il viaggio da Parigi ad Istanbul in 4 giorni. E da Istanbul il Taurus Express portava sino in Egitto, con un breve tratto su lussuose auto da deserto Rolls-Royce. Nelle città toccate dal treno venivano costruiti alberghi di lusso per i viaggiatori. L’ideatore della Compagnie de Wagons-lits e poi dei treni dell’Orient Express è il belga Georges Nagelmackers. Il primo Orient Express lascia la Gare de l’Est a Parigi per Istanbul nell’ottobre del 1883. La sparizione finale del treno avverrà nel 1977. Alla mostra, oltre che le carrozze originali, sono esposti modelli delle diverse carrozze e locomotive, manifesti, foto, dipinti (chiude la mostra un grande quadro di Paul Delvaux, L’Age de fer, 1954). Il tutto inserito in grandi valigie come quelle che si usavano nell’epoca d’oro del treno.

Ma che operazione è una mostra su un treno scomparso, oramai mitico, che veniva utilizzato solo da viaggiatori molto ricchi per raggiungere mete allora considerate esotiche e lontane? Una grande operazione culturale e artistica, che come ha scritto Lang, mette in evidenza i rapporti intensi di relazioni tra la Francia e il Medio-Oriente. Una operazione intellettuale. Il treno contribuirà ad ampliare moltissimo le relazioni tra gli intellettuali di Oriente ed Occidente. Senza contare i libri, i film, le fotografie, gli scambi culturali. Ma anche un'avventura tecnica ed industriale. Le locomotive e i vagoni dovranno essere progettati apposta per questo treno che deve compiere in breve tempo un tragitto di migliaia di chilometri. Le carrozze sono molto pesanti, ampie, devono essere stabili e confortevoli. Così le locomotive. E molte delle innovazioni tecnologiche avranno una ricaduta su tutti gli altri treni, molto meno mitici. Infine un'operazione di rilancio del treno Orient express.

Le Ferrovie Francesi sono proprietarie del marchio, hanno acquistato molte delle carrozze rimaste, le hanno restaurate e contano di rimettere in funzione quel mitico treno a breve. Cultura e industria, arte e creatività, legami tra Occidente ed Oriente. Se l’operazione andrà in porto si avrà anche nuova occupazione e nuove commesse industriali. Ma al fondo ci sono le idee che ci propongono questo viaggio di sogno, come scrive Lang. La mostra è aperta sino al 31 agosto 2014.

 

Hitler nel discorso mediatico postmoderno

Giorgio Mascitelli

Se fosse confermata la notizia che Carlo d’Inghilterra si sarebbe lasciato andare nel corso di un incontro pubblico in Canada a paragonare Putin a Hitler come un qualsiasi giornalista di tabloid popolare o un qualsiasi ex nuovo filosofo, ci troveremmo di fronte a una svolta nella storia delle gaffe del principe di Galles, che nel passato erano sempre state improntate a un aristocratico spirito elitario e demodé anziché come in questo caso a una perfetta riproduzione del mainstream mediatico. Da questa circostanza si evincerebbe chiaramente che quel processo di riconversione pop della famiglia reale inglese, mirabilmente descritto da Stephen Frears nel suo film sulla regina Elisabetta e i funerali di Lady D., è giunto a compimento.

Che ormai l’evocazione di Hitler nel discorso mediatico sia diventata la norma è testimoniato anche dalla recente campagna elettorale italiana per le elezioni europee con le note esternazioni di Beppe Grillo, anche se in esse l’uomo politico genovese è stato parlato dal linguaggio mediatico molto più di quanto lui creda di averlo parlato e questa confusione in definitiva determinerà la vera natura e le vere tendenze del suo movimento.

Lo sdoganamento dell’uso di Hitler come epiteto per dittatori, imperatori del male, avversari canaglia e affini risale alla prima guerra del Golfo e fu ovviamente rivolto a Saddam Hussein. La scelta è spiegabile con il fatto che, caduto il muro di Berlino, i nuovi nemici dell’occidente progressista e pacifico non potevano che essere emuli di Hitler e che il mondo libero doveva unirsi senza esitazioni contro il pericolo rappresentato dal terzo o quarto esercito del mondo. Da allora il nemico di turno è sempre stato qualificato in questo modo dall’apparato mediatico occidentale secondo una modalità diffusasi anche tra le persone comuni, per cui mi è capitato di scorgere tra le fotografie di una manifestazione di protesta contro la secondo guerra in Iraq un cartello che paragonava Bush a Hitler, con un evidente rovesciamento di contenuti e un’altrettanto evidente continuità formale con il discorso mediatico destinata a vanificare il predetto rovesciamento.

Naturalmente l’evocazione di Hitler come epiteto offensivo per gli avversari resta una banalizzazione della storia che non ha a che fare soltanto con un’offesa alla memoria civile delle vittime o a una grossolana revisione di determinati giudizi storici, ma ha degli effetti molto concreti sulle pratiche attuali. Questa banalizzazione, infatti, deve produrre (e produce) effetti di assuefazione nei cittadini occidentali all’interventismo militare sistematico e all’uso della violenza preventiva al posto della politica nella risoluzione dei conflitti. Un freschissimo esempio di questa assuefazione è rintracciabile nel fatto che in una città europea come Odessa è stato possibile bruciare viva una quarantina di persone inermi all’interno di una sede sindacale senza che questo destasse nell’opinione pubblica europea una serie di seri interrogativi sulla natura reale dello scontro in atto in Ucraina.

Il protagonista del romanzo di Don De Lillo Rumore bianco Jack Gladney è un professore universitario del Midwest che ha raggiunto una certa notorietà specialistica con i suoi studi su Hitler, ma vive costantemente nel terrore che la comunità accademica scopra che lui non conosce il tedesco e che pertanto tutte le sue ricerche sono costruite su materiale di seconda mano. Aldilà di quegli aspetti immediatamente satirici del mondo universitario, nel personaggio di Gladney ciò che è più caratteristico è la totale assenza di motivazioni profonde sul piano storico, politico e culturale nella scelta del suo oggetto di studi. Talvolta si ha l’impressione che per lui studiare Darth Vader sarebbe esattamente la stessa cosa.

In un certo senso Jack Gladney è il nume tutelare di coloro che nell’attuale contesto politico e mediatico si affannano a scorgere Hitler in ogni angolo e, sempre nello stesso senso, potremmo definire questo fenomeno un esempio della condizione postmoderna in politica. Non si tratta di revisionismo contro cui opporre una verità storica, ma è piuttosto lo svuotamento di senso e la riduzione della storia a icona spendibile in ogni circostanza nella quale il marketing politico lo richieda. Quanto più Hitler viene ridotto a icona, seppure negativa, quanto meno nella società si mantiene l’idea di cosa sia stato politicamente il nazismo. Mi verrebbe da dire che non è un caso che questa pratica si affermi proprio nell’epoca in cui le grandi forze del capitale finanziario svuotano la democrazia sia dei poteri decisionali sia delle forme di partecipazione dal basso. O forse si potrebbe dire più semplicemente che questo è un sintomo del fatto che la tregua è finita.

Cildo Meireles

Cristina Romano

All’interno dell’HangarBicocca le installazioni di Meireles appaiono come mondi sospesi nello spazio, materializzazioni di pensieri, luoghi dell’esperienza e della riflessione. Per l’artista le opere sono da considerare “Punti di riferimento, memorie, evocazioni del reale e conquiste visibili” (2009). La stretta relazione tra l’astrazione mentale e il suo concretizzarsi in forme e materiali di vario genere costituisce il necessario passaggio per una presa di coscienza, e per fare questo Meireles sceglie spesso la via dell’accumulazione materica.

Con Eureka/Blindhotland (1970-5) l’artista affronta il tema della fisicità, del peso e del rapporto tra volume e massa. Egli ritiene che la questione del peso e della materialità costituisca il problema maggiore della scultura, generalmente sottovalutato rispetto alla forma. Meireles vuole sfidare il problema della densità di Archimede (d = m/v), perché ritiene che rappresenti una sorta di modello semplificato per la storia dell’Arte in quanto si confronta con i temi di sostanza e apparenza, forma e contenuto, massa e volume (Meireles, 2009). Il caso delle duecento palle apparentemente uguali di Blindhotland - che in realtà hanno pesi variabili tra 150 e 1.500 grammi - costringe a trovare e definire un nuovo sistema di riferimento che non può sottrarsi a un'azione per verificarne la diversità. Viceversa, in Eureka, Meireles considera il valore della densità del materiale come costante fisica della scultura e, a scapito dell’apparente diversità formale, il dato oggettivo segnato dalla bilancia indica l’equivalenza dei due pezzi.

Cruzeiro do Sul, 1969-1970 Courtesy Cildo Meireles Installation view at Fondazione HangarBicocca, 2014 Foto/Photo Agostino Osio Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milan; Cildo Meireles
Cruzeiro do Sul (1969-1970) - Foto/Photo Agostino Osio - Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milano

Sebbene il lavoro di Marcel Duchamp rimanga un punto di riferimento costante, sul tema della densità e della riduzione di scala Meireles realizza alcuni lavori caratterizzati da dimensioni minime, aggiungendo al tema contenuti antropologici. È il caso di Cruzeiro do Sul (1969-70), esposto in mostra, un cubo di 9 mm, realizzato con legno di pino e di quercia: materiali usati dagli indios Tupi per accendere il fuoco, materializzazione della divinità. La dimensione cosmica dell’opera è suggerita anche dalla sua posizione: in un ambiente molto vasto e vuoto appare solo quando ci si trova in prossimità. Piero Manzoni scriveva: “Il momento artistico sta dunque nella scoperta dei miti universali precoscienti e nella loro riduzione ad immagini”. Anche l’artista italiano è un punto di riferimento importante per Meireles tanto che in mostra troviamo un’opera a lui dedicata: l’immagine fotografica della performance Atlas (2007). Meireles si posiziona a testa in giù sulla Base del Mondo (1961), con cui Manzoni trasforma “l’arte in un fenomeno totale” (Celant, 2004) e rende ogni essere e cosa del mondo opera d’arte.

Come sottolinea Vicente Todolí, Através (1983-89) esemplifica perfettamente la sintesi tra l’aspetto sensoriale e mentale. Si tratta di un’installazione di grandi dimensioni disegnata con uno schema a labirinto aperto, formato da una serie di barriere di diversa consistenza materica e visiva. Esse impediscono al visitatore l’accesso diretto al centro dello spazio in cui si trova una grande palla in cellofan, nodo centrale dell’opera e suo punto d’origine. La relazione che Meireles innesca in questo caso sta tra l’azione del vedere e il movimento ostacolato del corpo, rallentato dal dover camminare su una superficie di sabbia, ricoperta da uno spesso strato di pezzi di vetro rotti. Allo stesso tempo però la rottura dei vetri rappresenta metaforicamente un atto liberatorio: la rottura delle proibizioni e degli ostacoli. Inoltre l’azione dell’occhio è in grado di superare le barriere, andando oltre. Il rumore dei vetri frantumati si oppone al silenzio dei pesci nei due acquari, come la durezza e rigidità del vetro all’assoluta versatilità plastica dell’acqua, o la grande massa della palla alla leggerezza del cellofan. Elementi contrapposti convivono senza stridore, armonicamente.

Atlas (2007) - Foto Agostino Osio - Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milano
Através (1983-1989) - Foto Agostino Osio - Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milano

L’occhio osserva la palla al centro dello spazio in un gioco compositivo variabile, e filtra la visione grazie al movimento e alle barriere di diversa densità, trasparenza e natura. Através è un luogo misterioso, uno spazio dedicato alle molteplici e infinite possibilità della visione nel quale la scoperta e lo stupore incantano annullando le paure. In tutte queste molteplici possibilità Meireles evoca anche il ‘labirinto di Ts’ui Pên’ (Borges, Il giardino dei sentieri che si biforcano, in Cildo Meireles, 1999). Tutto è necessario, anche l’accindentalità del percorso, per attivare funzioni percettive, fisiche, cognitive, emozionali e per afferrare tutta la forza poetica di Meireles. Babel (2001) si impone allo sguardo mostrando il gusto di Meireles per l’accumulazione materica e per l’elemento sonoro. È una torre realizzata con radio usate, intesa come “torre dell’incomprensione” (Meireles, 2009). Dipende solo dalla distanza dello spettatore la possibilità di dipanare le voci e i discorsi, che altrimenti rimangono una sintesi vocale e sonora della comunicazione umana.

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Marulho (1991/1997) - Foto/Photo Agostino Osio - Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milano

Anche in Marulho (1997) l’artista accosta e concilia elementi opposti, da un lato attua un’estrema riduzione nella scelta monocromatica, dall’altro crea una visione dell’oceano con una moltitudine di libri aperti, dalle pagine blu. Gli elementi del discorso sono però diversi e articolati, e se Meireles apparentemente mostra un paesaggio marino, in realtà sospinge a un’immersione interna. Sono forse le voci registrate in tutte le lingue, che ripetendo la parola “acqua”, catalizzano l’attenzione e conducono in profondità per trovare uno stato di quiete. Il sottile confine tra finzione e realtà, che Meireles tanto apprezza nelle opere di Orson Wells, affiora trasposto in forme e atmosfere che riflettono l’immaginario e l’universo dell’artista brasiliano.

Cildo Meireles. Installations
a cura di Vicente Todolí
Fino al 20.07.2014