A Fregellæ come Cartagine distrutta

Franco Buffoni

Negli anni in cui insegnavo a Cassino, mi appassionai alla storia di Fregellæ. Distrutta nel 125 a.C. dal pretore romano Lucio Opimio, in seguito al tradimento dei propri concittadini da parte di Quinto Numitorio Pullo (esecrato persino da Cicerone), di Fregellæ restavano e restano solo le rovine nei pressi della moderna Ceprano. Rovine sulle quali era stato consumato il rito della devotio, la consacrazione - con tremende formule di esecrazione - del suolo della città distrutta alle divinità degli Inferi: una sorte che nel II sec. a. C., come ricorda Macrobio, Fregellæ condivise con Cartagine e Corinto. Mi incuriosiva in particolare il fatto che la forsennata ribellione dei fregellani fosse scaturita dalla mancata concessione da parte di Roma del diritto di cittadinanza.

Una mattina a Fregellæ vidi al lavoro una dozzina di operai: sbancavano un terreno già esaminato in precedenza dagli archeologi, compiendo un lavoro di mera manovalanza. Su di loro, comunque, vigilava un giovane ricercatore, che di quegli scavatori mi spiegò la provenienza. Erano magrebini che avevano appena terminato la stagione per la raccolta dei pomodori a Villa Literno. Attraverso la mediazione di un conoscente del “professore” erano stati arruolati per quel lavoro urgente a giornata; poi sarebbero spariti: la loro presenza - mi fece capire con un sorrisetto complice il giovane studioso - dovevo considerarla fantasmatica, erano proprio solo di passaggio.

Al ritorno, salii sul treno per Cassino alla stazione di Isoletta, dopo aver riattraversato un ampio tratto di campagna. Lungo i binari della ferrovia vidi i magrebini svanire all’orizzonte. Erano la traduzione in realtà della splendida poesia di Wilde sui mietitori abbronzati che si stagliano nella luce del tramonto (Les Silhouettes). Cominciai a riflettere sulla presenza proprio a Fregellæ di quei lavoratori immigrati clandestini: sarà stato per il ritmo lento del treno, l’associazione di idee in quel momento fuoruscì in versi:

A Fregellæ come Cartagine distrutta
Furtivi orsetti bruni oggi scavate
Per pochi resti di colonne
E frammenti di vetro.
Nulla di intatto perverrà a chi vi manda,
Un patto scellerato col traditore Quinto
Condannò a devozione la città.
Come Cartagine,
Donde venite voi
Scavatori clandestini
Qui ad alternare Literno pomodori.
E non fu per diritto negato di cittadinanza
Che i fregellani insorsero
E Roma vendicò l'insulto?
Il permesso di soggiorno domandate
E scavate, scavate...

Il Principe

Tania Rispoli

In occasione del Cinquecentenario del Principe esce la prima traduzione interlineare in italiano moderno del testo di Machiavelli (analogamente a quella in francese di J.-L. Fournel-J.-C. Zancarini, 2000). Traduzione o, per usare le parole del curatore del commento, Gabriele Pedullà, "riformulazione", come problematizza anche nella Nota il traduttore Carmine Donzelli. La scrittura in italiano moderno conserva dunque il ritmo, la sintassi, sceglie anche di non tradurre ove sia possibile per affinità linguistica tra il fiorentino volgare e l'italiano moderno, costituendo così un utile supporto alla lettura, se non sostituisce (almeno per gli italofoni) l'approccio diretto al testo e alla lingua di Machiavelli.

Di notevole importanza è il commento al testo, che non solo riporta e si confronta con le precedenti edizioni più accreditate, ma le integra con un ricco repertorio di antecedenti e contemporanei umanisti su cui Pedullà si era già in parte misurato nella sua monografia Machiavelli in tumulto (2011), registrando in tal modo la possibile diffusione a livello di «luoghi comuni nella letteratura politica» di alcuni testi decisivi per la cultura dell'epoca (ad esempio, Pontano). Un primo esperimento diretto sul testo del Principe, che valorizza nella ricerca delle fonti il ruolo dell'oralità in rapporto alla scrittura.

Anche la solida Introduzione fa autorevolmente il punto su alcune questioni interpretative molto spinose, arricchendo di carte geografiche e schemi esplicativi le ipotesi di lettura e permettendo così a questa nuova edizione di adempiere a una duplice funzione didattica e di ricerca. In essa ben si chiarisce perché quel "geniale scritto d'occasione" – steso post res perditas sotto la pressione di congiunture storiche drammatiche, l'invasione spagnola e la concomitante caduta del Gonfalonierato di Soderini – sia tuttora attuale: «nel Principe vi è qualcosa che ancor oggi cattura i lettori di tutto il mondo e va ben oltre il presunto scandalo di una politica liberata dalla morale. Passione. Energia. Intensità. Poche altre opere della filosofia occidentale ci ricordano altrettanto bene che, per chi lo sa cogliere, il momento giusto è ora, e che già domani potrebbe essere troppo tardi». Il contenuto della metafora della Fortuna, sempre più rappresentata iconograficamente alle soglie del Cinquecento in stretta assonanza con l'Occasione, piuttosto che attraverso la tradizionale immagine boeziana della ruota.

L'obiettivo di Machiavelli è, nell'ipotesi complessiva di Pedullà, proporre a Lorenzo II dei Medici un nuovo principato capace di fondarsi su «un'alleanza con la moltitudine contro i grandi», dando corpo teorico, nelle vesti di uno scritto apparentemente tradizionale (lo speculum principis), all'Ordinanza, ovvero una milizia reclutata nel contado per rendere Firenze simultaneamente indipendente dai mercenari (e dal dispendio finanziario che comportavano) e dalle potenze esterne, come recentemente hanno documentato A. Guidi e J. Barthas. Con grande puntualità Pedullà mostra che il rapporto tra Principe e Specula non è di pura contrapposizione, ma di volta in volta le novità vengono inserite in un quadro di innovazioni che funzionano per «dislocazione, inserzione e sottrazione».

Di altrettanto interesse è la rilettura del Centauro nell'intersezione con il ruolo fondamentale della caccia, con una pedagogia realistica e l'imitazione della bestia, con la conoscenza del territorio e l’addestramento alla guerra. Un attento confronto con la teoria bartoliana del tiranno e l'annosa questione dell'assenza del termine all'interno del Principe mostra quali siano gli spostamenti introdotti da Machiavelli in vista di una nuova concezione del bene comune. L'autonomia della politica, infine, è riletta come autonomia del politico (il principe nuovo) dalle ingerenze esterne, dal sistema pattizio feudale e infine anche dal ruolo degli umori (il principe deve avere il favore del popolo, ma al contempo mantenersene indipendente), controbilanciata d'altra parte dai "vincoli" che gli impediscono di diventare ab-solutus.

Più opinabili appaiono invece alcune considerazioni sul ruolo dei Romani – nel Principe e nei Discorsi –, sul posto della filosofia e sui destinatari. Nel primo caso si potrebbe discutere del ruolo del modello in rapporto a una teoria dell'imitazione che si confronta tanto con il tempo lungo (la diacronia della storia di Roma), quanto con la contemporaneità (la sincronia spaziale). Nel secondo caso, la teoria politica (e insieme la permanenza e la ricorrenza di alcuni problemi e concetti) non esclude di per sé la "performatività", sempre a patto di chiarire cosa s'intende per teoria e filosofia.

Infine, riguardo ai destinatari, resta plausibile l'ipotesi, ispirata dalla teoria della perspectiva naturalis (rapporto fra azione e posizione di un corpo nello spazio), che il Principe, oltre ad essere un libro per i Medici, sia anche un libro rivolto al popolo (Frosini, La prospettiva del prudente, 2013), individuando di volta in volta i limiti del potere e le possibilità per la moltitudine di un'immaginazione politica e progettuale.

Niccolò Machiavelli
Il Principe
Traduzione a fronte in italiano moderno di Carmine Donzelli
Introduzione e commento di Gabriele Pedullà
Donzelli Editore (2013), pp. CXXII-350
€ 30

Cotiche o piselli

Alberto Capatti

Ho aspettato che venisse la Pasqua per ritirar fuori le cotenne di maiale, quando cominciano a non venir più richieste. È un modo di evocare i cibi stagionali e quelli non. Mi si obbietterà ma chi, d’inverno, mangia più le cotiche? Eccetto il milanese maniaco della cazzoeula, il piattone di verze ghiaccie e maiale, o il romano. con la sua scodella di fagioli bianchi secchi in cui son piovute le cotenne di prosciutto, nessuno, vuoi per lo stomaco vuoi per la linea, ci tenta. Non era così in passato: “Le cotiche a lesso cotte, misticate con cascio a foggia di lasagne si condiscono”è la novantottesima ricetta per servire il maiale di Vincenzo Tanara ne L’economia del cittadino in villa (1644) che ne prevedeva 110, e le serviva come un bel piatto di pasta.

Il food di stagione sta passando di moda, troppo pesante, quando è freddo, e troppo lungo da preparare quando è caldo. Lo sostituisce il surgelato. Un “minestrone tradizionale” può esser servito in qualsiasi giorno dell’anno, bollente, caldo o freddo, variando grassi, formaggio e pepe; la stessa cosa per una minestrina di verdura, con carciofi, asparagi, piselli e fave, un inizio di garmugia lucchese (vedi www.lacucinadimarble), degna di un cielo senza nubi e senza variazioni climatiche. Se questo è il futuro, non dovremo più attendere, a primavera, l’arrivo dei piselli

E invece li attendiamo, perché sono veramente un'altra cosa, e il solo sgusciarli dà un piacere febbrile, da rosario gastronomico. La ricetta è ne La cucina romana di Ada Boni (1929) e si noterà che, anche in una visione stagionale della cucina, un filo sottile legava maiale e verdure, inverno e primavera. Ada Boni aveva una rivista, Preziosa, per signore perbene, aveva pubblicato nel 1925 Il talismano della felicità (tuttora riedito) e sia lei che il marito aspettavano con ansia il loro arrivo. Ecco una paginetta del suo diario domestico.

Piselli al prosciutto

I piselli al prosciutto, creazione assolutamente romana, non temono rivali, e costituiscono una vera leccornia, specie quando si adopera il pisello romanesco che è tenerissimo e dolcissimo. Si mette in una casseruola un po’ di strutto (si può anche sostituire lo strutto con il burro, ma la tradizione vera comporta lo strutto) e si aggiunge una cucchiaiata di cipolla tritata finissima. Si lascia cuocere adagio adagio finché la cipolla cuocia senza colorirsi e poi si mettono giù i piselli. Si condiscono con sale e pepe e si aggiunge qualche cucchiaiata di brodo o acqua. A questo punto si intensifica il fuoco e si porta a cottura vivacemente, mescolando di quando in quando. I piselli romaneschi cuociono in una decina di minuti.

Qualche minuto prima che il pisello raggiunga la sua completa cottura si aggiunge una cucchiaiata o due di prosciutto in listerelle. C’è chi mette il prosciutto in principio, insieme con la cipolla, ma secondo noi questo è un errore perché una cottura troppo prolungata fa sfrittolare il prosciutto che non rimane più così morbido e gustoso come quando si aggiunge quasi alla fine. Altri aggiungono nei piselli, prima di versarli nel piatto, una pizzicata di zucchero in polvere, ma quest’aggiunta è perfettamente inutile quando s’adopera il pisello romanesco, che è già tanto dolce di per sé da non aver bisogno di dolcificazioni.

La caratteristica dei piselli al prosciutto alla romana è quella di conservare al pisello il suo colore verde naturale, senza lasciarlo ingiallire. Questo si ottiene con la ricetta descritta, che conserva ai piselli tutto il loro profumo e il loro bel colore. Secondo la tradizione romana i piselli al prosciutto possono contornarsicon crostini di pane fritti.

E se non trovo i piselli romani? niente surgelati, niente etichette generiche (piselli Italia) e accertata la provenienza, al mercato, sgranateli subito e adattatevi, sorvegliandone la cottura, allungando eventualmente i tempi. Scrivete la vostra ricetta e, se sono riusciti, ripetetela.

Nuova Musica a Macerata

Paolo Tarsi

Se è vero che nel dopoguerra l’avanguardia musicale ha fatto tabula rasa del passato elaborando categorie di pensiero forgiate su linguaggi musicali dettati perlopiù da un piglio fin troppo spesso ideologico, la generazione di compositori di cui Fausto Romitelli ha fatto parte ha cercato di ritrovare, invece, un’efficacia percettiva a partire da un forte impatto comunicativo. Ed ecco che sono sorti nuovi codici, stabilite nuove password, sdoganate nuove immagini sonore, con un’eredità storica passata al setaccio e rilegata sempre più sullo sfondo.

Ed è proprio alla figura di Fausto Romitelli e alla scuola spettrale che è stata dedicata la trentaduesima edizione della Rassegna di Nuova Musica di Macerata, la manifestazione fondata nel 1983 da Stefano Scodanibbio e curata dalla scorsa edizione da Gianluca Gentili (di cui è possibile trovare una bella testimonianza in Absolument Moderne, libro + CD, ed. Quodlibet), che come di consueto ha visto riempirsi il teatro Lauro Rossi nelle sue tre serate (venerdì 4, sabato 5 e domenica 6 aprile).

Sono passati dieci anni dalla scomparsa di Romitelli. Nel frattempo il compositore è divenuto una figura di culto e sono lontani – per fortuna – i tempi in cui l’Italia lo ignorava. Scritto tra il 1998 e il 2000, il suo Professor Bad Trip: Lessons I-III (il titolo originale di questa trilogia era Zero tolerance for silence) trae spunto dalla lettura delle opere di Henri Michaux annotate sotto l’effetto della mescalina e al tempo stesso contiene in sé un omaggio all’artista Gianluca Lerici (è lui a celarsi, infatti, sotto le sembianze del ‘prof. Bad Trip’).

Nel trittico si ritrovano legati intimamente tra loro la cultura psichedelica degli anni 60-70 e l’universo techno di oggi, l’idea della trance, della possessione, dell’uscita da sé. Musica enigmatica, che non ha bisogno di essere “capita” perché il suo unico scopo è, citando Barthes, “inesprimere l’esprimibile”, violenta nel suo riflettere l’alienazione di massa e il processo di normalizzazione che ci avviluppa.

Così come Francis Bacon aveva lavorato su Guernica e sugli ultimi lavori di Picasso prima di elaborare finalmente un linguaggio del tutto personale, per forgiare il suo mondo musicale Romitelli si è nutrito di influenze molto diverse tra loro, sia d’estrazione colta che d’area “pop”. Rock e spettralismo, questa la formula del fiore. E lo sanno bene i musicisti dell’ensemble Alter Ego diretti da Tonino Battista che ci regalano una versione di Bad Trip ricca di spessore, grana, spazi sonori (grazie anche alla quadrifonia presente in sala), realizzata in una maniera molto energica e tuttavia fine, con soluzioni ricche di inventiva (la musica di Romitelli sembra caratterizzarsi proprio per il suo lasciarsi forgiare dalle mani dei suoi interpreti in maniera del tutto plastica, dando risalto ora a un aspetto piuttosto che a un altro dettaglio della partitura).

Nelle due cadenze, poi, il violoncello di Francesco Dillon si fa sporco, ruvido, distorto alla Hendrix, totalmente in linea con l’idea romitelliana di comporre il suono (piuttosto che comporre con i suoni). Magnifica l’interpretazione di Natura morta con fiamme (1991) del Quartetto Maurice (Georgia Privitera e Laura Bertolino, violini, Federico Mazzucco, viola, Aline Privitera, Violoncello) dove l’accostamento degli archi all’elettronica si fa abrasivo, non meno dell’interpretazione che dà Luca Nostro al brano per chitarra elettrica Trash TV Trance (2002) a cui si affiancano le due Domeniche alla periferia dell’impero (la seconda delle quali contiene in filigrana una citazione della pinkfloydiana Interstellar Overdrive) eseguite magistralmente dall’ensemble Alter Ego.

Accanto alla musica di Romitelli colpiscono positivamente soprattutto le opere di Tristan Murail (Treize couleurs du soleil couchant, 1978, per cinque strumenti ed elettronica) e Kaija Saariaho (Cendres, 1998, per flauto, pianoforte e violoncello), ma anche il Gérard Grisey di Anubis et Nout (1983/90) ben eseguito da Gianpaolo Antongirolami al sassofono basso. Una riflessione a parte merita il compositore austriaco Georg Friedrich Haas. Se da un lato il suo Finale (2004) per flauto solo ha un taglio decisamente scolastico, risulta più convincente In iij. Noct. (2001), il terzo dei suoi quartetti per archi, da eseguire (e ascoltare) nel buio più completo.

Al brano, che può variare notevolmente in lunghezza e che ad ogni esecuzione risulta essere sempre diverso, è dedicata la serata finale della rassegna, con i musicisti dislocati ai quattro angoli del palco, mentre il pubblico siede al centro tra di loro. Il pezzo inizia con scambi fra gli strumenti, giochi di echi che si evolvono in sezioni che contengono pizzicati, glissando, botta e risposta vari che includono tecniche estese e la citazione di un corale di Gesualdo, per svilupparsi poi attraverso una serie di ‘inviti’ che gli esecutori si inoltrano a vicenda lanciando un motivo mentre gli altri possono scegliere se ‘accettare’ e sviluppare i diversi frammenti. Ma anche qui il fluire delle idee arrivati a un certo punto si blocca e il risultato sonoro nel suo insieme, quello che va oltre l’happening di una performance nell’oscurità, ne fa le spese.

L’italiano nascosto

Francesco Montuori *

Gli studiosi di storia della lingua italiana da molti anni discutono su una serie di testi di età moderna (tra Cinquecento e fine Ottocento) che a una prima occhiata ricordano un elaborato scritto da uno studente svogliato e incolto.

Sono diari, lettere, confessioni, deposizioni, la cui lingua sembra un campionario di trascuratezza: la concordanza tra le parti variabili del discorso è irrazionale; le forme dei verbi sono spesso create in base alla morfologia del dialetto; l’egocentrismo della scrittura induce a ripetere anche ciò che non è necessario e a omettere ciò che è presente alla coscienza dello scrivente ma non a quella del lettore; le frasi sono brevi, legate in modo elementare e generico o solo giustapposte, in sequenze talvolta disordinate; il lessico è formato da tessere di diversa provenienza, per cui ai latinismi si affiancano parole di origine fiorentina o di diffusione solo locale.

Per gli autori di questi «casi clinici» è stata creata la denominazione di «semicolti»: è gente non abituata a scrivere e che è costretta a farlo, che conosce un po’ di italiano ma ha il dialetto come lingua materna, che sa come si compone il tipo di testo che sta scrivendo ma non riesce ad adattarsi a tutti gli interlocutori né adeguarsi a tutti gli argomenti, e che insomma, non avendo compiuto un idoneo apprendistato grammaticale e retorico, scrive un po’ come parla.

Nel suo libro, di fattura scientifica ma divulgativo per l’affabilità dei toni espositivi, Enrico Testa offre un’antologia di piacevolissima lettura e ben commentata di questi testi, e nell’introduzione, prendendo spunto da una pagina di Landolfi, definisce pidocchiale la lingua in cui sono scritti; inoltre pone al loro fianco diversi testi di intellettuali che si rivolgono ai semicolti (lettere, prediche, documenti di natura giuridica e politica, alcuni dei quali redatti fuori d’Italia) ed enfatizza le analogie che ci sono in questo italiano dei colti e in quello usato dalle persone appena alfabetizzate.

L’esame comparato di tutti questi testi permette all’autore di inquadrarli in un profilo originale della diffusione della lingua nel tempo: la tesi sostenuta è che tali scritture documentino fin dal Cinquecento l’uso di una lingua italiana «comune» diversa da quella di matrice letteraria, fondata sulle strutture del parlato e adoperata per iscritto da persone di diversa cultura, per scopi che si possono definire genericamente pratici.

Questi testi, presi globalmente, sono i segni che anche prima del XX secolo gli italiani riuscivano a corrispondere tra di loro senza ricorrere «alle formule della compostezza letteraria o ai parametri di un togato autocontrollo espressivo»: ciò consente di immaginare che «anche in passato – in certe circostanze e occasioni – si svolgessero scambi orali in un italiano, rudimentale e tendenziale, simile a quello dei testi che abbiamo provato a descrivere». Proprio questo è il primo pregio del libro: aver tessuto su questa fitta trama di testi la prova di quanto sia stata profonda cronologicamente, diffusa regionalmente e ampia socialmente l’esigenza di ricorrere all’italiano come lingua della comunicazione. Cosa che contribuisce a sfatare la leggenda che l’italiano sia stato imposto dall’alto, dalle autorità scolastiche, a un popolo che desiderava solo continuare a parlare il proprio dialetto.

Testa designa questo nuovo italiano con due attributi: lo chiama nascosto perché, illuminato in così fatto modo, esso viene sottratto alla penombra che lo velava; e, prima di tutto, lo denomina comune, perché costituisce in una lunga continuità temporale il terreno d’incontro tra le classi sociali: viene usato dal fattore, che si allontana dai campi per scrivere al padrone quali provvedimenti debbano essere presi per un buon raccolto; e viene adoperato dal padrone, che depone la penna dallo scrittoio lirico e risponde a tono, con lo stesso stile e nella stessa lingua.

Tuttavia, c’è un prezzo che Testa ha dovuto pagare, in termini di persuasività, per aver voluto identificare e denominare un nuovo «tipo» di italiano: per far ciò ha esaltato gli elementi omogenei a tutti i testi, dando valore diagnostico ai tratti sintattici e pragmatici, e ha marginalizzato i tratti differenzianti, sottraendo importanza alle manifestazioni di interferenza tra italiano e dialetto, e, ancora, ha sminuito la rilevanza di alcuni elementi linguistici parassitari, denotanti la marginalità culturale degli scriventi non colti. Insomma, confrontando i registri non letterari dei colti e le scritture diversamente influenzate dai dialetti dei semicolti, Testa vede i riflessi di un’immagine sola, di un italiano «comune», con la sua storia, la sua comunità di scriventi e, sullo sfondo, di parlanti.

Eppure è la sua stessa antologia a dimostrare che non esisteva un registro medio dell’italiano, comune alle diverse classi sociali, ma piuttosto una somma di tradizioni testuali condivise e scritte in una lingua sensibilmente influenzata dalla comunicazione orale e quindi ricca di connotazioni locali. Non un «tipo» di italiano, quindi, ma il sedimento di dinamiche di negoziazione linguistica in una comunità plurilingue, dove alcuni sapevano scrivere molti tipi di testi su diversi argomenti a destinatari d’ogni specie, mentre altri riuscivano con fatica a comunicare per iscritto in un singolo genere testuale avvalendosi dell’elementare alfabetizzazione cui erano riusciti ad accedere.

* La giuria tecnica della XL edizione del premio Mondello, composta da Giancarlo Alfano, Salvatore Ferlita e Filippo La Porta, ha annunciato ieri nella conferenza stampa, tenuta a Milano alla Libreria Hoepli, che L’italiano nascosto di Enrico Testa ha vinto il premio per la sezione «Critica letteraria».

Enrico Testa
L’italiano nascosto. Una storia linguistica e culturale
Einaudi (2014), pp. VII-321
€ 20.00

Critica e autorità

Giancarlo Alfano

Nell’ultimo numero dei «Cahiers du Cinéma» si può leggere un intelligente intervento dedicato all’analisi del testo cinematografico come ormai abitualmente viene praticata nelle università francesi. Le osservazioni lì svolte ricordano da vicino le discussioni italiane di venti anni fa, quando ci si sbarazzò di un lungo e complesso percorso di avvicinamento a un lessico concettuale condiviso tra modelli teorici e pratiche interpretative differenti.

La polemica, allora come oggi, era contro la trasformazione in grammatica di schemi concettuali astratti, che si temeva avrebbero finito – come nel celebre e nefando caso della Grammaire du Décameron di Todorov (di cui però, oggi, proprio nessuno fa caso alcuno) – con lo svuotare la dimensione ermeneutica, il contatto vivo e sempre modificantesi tra opera e lettore. Tante osservazioni giuste furono portate a quel tempo; ma la sconfitta dei modelli descrittivi basati sulla linguistica (strutturalismo, narratologia) e l’accantonamento di una seria riflessione metodologica sugli apporti della psicoanalisi, della sociologia (salvo l’odierna infatuazione per Bourdieu) o della filosofia (salvo una diffusa predilezione per alcuni concetti deleuziani che però non ha mai voluto sostenere l’«esame di maturità» della verifica testuale compiuta) ha prodotto due fenomeni analoghi, ma opposti: 1) lo specialismo iper-descrittivista dei letterati con formazione filologica; 2) l’accanimento discorsivo di chi propone la centralità del lettore.

Che siano opposti, ognuno può vedere: nel primo caso, l’esercizio critico mira a presentare il testo nella maniera più obiettiva possibile (ma spesso con risultati nulli soprattutto perché privi della necessaria apertura contestuale ai fatti storici, culturali, formali, etc.); nel secondo, il lettore che si propone come critico intende sottolineare la sua reazione emotiva o intellettuale di fronte a una certa opera. Ed è qui che risiede l’analogia, giacché entrambi questi discorsi si offrono come discorsi dell’autorità.

La critique et l’autorité è uno dei titoli che si può leggere nella ricchissima e davvero avvincente raccolta di saggi dedicati da Jean Starobinski alla critica. Si tratta di un lavoro del 1977, in cui lo studioso ginevrino si cimenta, cosa tipica del suo metodo, con l’attraversamento (in realtà è una decostruzione) della storia semantica della parola francese «critique». Il percorso parte dall’articolo omonimo firmato da Marmontel per l’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert, in cui si esibisce il senso più antico e ancora principale allora, come «restituzione della Letteratura antica» (le maiuscole nel testo originale settecentesco), cui viene subito dopo affiancata la più moderna accezione di «esame illuminato e giudizio equo dei prodotti [productions] umani».

Non interessa qui ripetere il ragionamento di Starobinski attraverso Pierre Bayle ed Ernest Renan; conta invece osservare con lui che la dialettica tra i due significati ha consentito due movimenti opposti nel periodo che va dalla metà del Settecento alla metà del secolo XX. Da una parte, si noti, la critica del fatto certo ha consentito l’emergere della libertà dell’esperienza interiore: se non si può affermare nulla di certo su eventi o processi soggettivi, ciò vuol dire che né le ortodossie religiose né le censure politiche hanno più autorità sugli individui.

Ruse de la critique: astuzia della critica, che appuntandosi con acribia sulla Bibbia, le Pandette e i grandi classici greco-latini, lascia emergere l’autonomia delle interpretazioni. Dall’altra, continua però Starobinski, la centralità dell’erudizione storica (o poi della modellizzazione teorica dei fatti storico-artistici) tende a schiacciare quell’autonomia, spostando verso il futuro (dopo che gli addetti ai lavori avranno sistemato il passato...) «l’emergenza dell’autorità», cioè conferendo una prospettiva teleologica a una pratica genealogica.

Non sembri mancanza di tatto, ma la recente scomparsa, in sequenza ravvicinatissima, di Cesare Segre prima e di Ezio Raimondi poi, ripropone la medesima questione a chi oggi in Italia continua a impegnarsi nell’esercizio critico. Conservando intatto il rispetto per l’erudizione (positiva, si diceva un tempo), per la pratica ricostruttiva su base documentaria, per la filologia intesa come ecdotica, mi pare però necessario ripensare alle osservazioni conclusive del saggio di Starobinski, dove egli ricorda che «l’atto dell’interpretazione è tutt’insieme deciframento e opera, pazienza filologica e invenzione produttiva».

Solo la combinazione dei due approcci può contribuire a un ripensamento della questione del potere (accademico, giornalistico, mediatico) in relazione alla critica. Una prospettiva ancora umanistica, certo, e come sempre in Starobinski; ma una prospettiva che si fa orizzonte per indirizzare tutte le nostre pratiche, pratiche sempre vitali, di «approssimazione al senso».

Jean Starobinski
Les approches du sens. Essais sur la critique
a cura di Michaël Comte et Stéphanie Cudré-Mauroux
La Dogana (Genève), 2013, pp. 534
€ 28,00

La confusione sotto il cielo

Paolo Morelli

“Non c’è peggior nemico degli eretici di un altro eretico”. È quanto chiosa Mauro Orletti alla sua Piccola storia delle eresie (Quodlibet, 154 pgg., 14 €), un racconto ‘ragionato’ e assai vivace del pensiero ereticale cristiano dal I secolo fino allo scisma tra chiesa d’Oriente e d’Occidente del 1054.

E di racconto infatti si tratta, come specificato fin dall’introduzione, vista la confusione delle verità storiche al riguardo promulgate e conservate, alle quali solo la ricostruzione narrativa può restituire dignità o necessità. Nell’introduzione è altresí svelato l’intento, anzi le prime righe citano Tolstoj dando a Dio quel che è di Dio, vale a dire che “ogni passo avanti verso l’intelligenza è stato fatto da eretici”, e l’obiettivo resta puntato sull’incantamento dell’idea di compiutezza e stabilità del pensiero cristiano fin dall’inizio e relativi comportamenti morali, mentre l’unica verità è che la confusione ha sempre regnato sovrana.

O, forse meglio che, come sempre e dappertutto, le presunte certezze sono arrivate a seguito di progressivi aggiustamenti che non hanno mai fine pena il rigor mortis, se hanno riguardato perfino l’individuazione del Purgatorio attorno al XIII secolo o i dubbi sul Limbo nelle dichiarazioni di Ratzinger di qualche anno fa.

Orletti, abruzzese di Chieti ma abitante a Bologna, già autore di due romanzi, Mi sento già molto inserito e Un uomo in movimento, ha fatto studi di giurisprudenza quindi di cavilli se ne intende, qui però limita e quasi nasconde l’erudizione al riguardo, appuntandola appena nelle note finali. Allo stesso modo la narrazione è lieve e la lettura delle vicende impertinente e maliziosa quanto basta. E non potrebbe esser altro, visto che la confusione sotto il cielo è sempre grande e ci si barcamena tra i miracoli della fantasia, chiedendo al lettore solo di cedere alla vaghezza.

Fraintendimenti, sprezzature, discordie soprattutto, la vasta gamma di follie e stranezze, rinnegati e litigi, scaravoltamenti continui, lotte e diatribe, storie di torture e vendette, omicidi e riabilitazioni, abiure e sconsiderati d’ogni tipo. E allora vediamo san Pietro che per sbugiardare Simon Mago fa morire il bimbo che quello ha appena resuscitato (per resuscitarlo lui dopo); bastian contrari come i Cainiti, acerrimi avversari del creatore e veneratori di quelli che gli si sono ribellati; fanatici ottimisti come i Montanisti, nonché adoratori di palloni gonfiati.

Vediamo i Basilidiani secondo cui c’è stato uno scambio e sulla croce c’è morto Simone Cireneo, vi sono angeli di 154 chilometri d’altezza e 22 di piede e la geniale Santa Quaternità, composta da Impronunciabile, Silenzio, Padre e Verità… Rituali folli come i feti pestati nel mortaio e mischiati a miele e spezie prima d’esser mangiati, lo stravagante elenco delle divinazioni più disparate (si interrogavano dal formaggio ai riccioli dei bimbi al vento), fino alla tenera cocciutagine degli Agnoeti, fieri partigiani dell’ignoranza. Mirabile l’efficacia della formula dei Retoriani, secondo cui l’uomo “pensa ciò che è naturalmente incline a pensare e dunque non sbaglia mai e ha sempre e comunque ragione”.

Difatti sembra di leggere del caos che c’è nella mente umana, comunque orientata. Gnostici che si affrettano alla salvezza per via di Conoscenza, solo che si va a tentoni e la strada mai è quella giusta, con esercizi che sono brandelli delle pratiche spirituali delle sette filosofiche antiche, prima la stoica, e magari delle vecchie scienze sciamaniche. Gente che perde la Trebisonda in senso quasi letterale. Storie di perdenti, di riluttanti, di eccentrici, strampalati, rifiuti totali, scombinati che si danno sulla voce come i nostri politici.

E ci si denuda parecchio in questo minimo haereticarum fabularum compendium, ci sono colossali bevute e orge, dèi a forma di asini, autoevirazioni, tuniche di ferro, digiuni, coprofagie, sputi salvifici e igiene scarsa. Detto così sembra un manicomio…

Il libro ci conduce attraverso drammatiche vie della fede, su sentieri sbagliati anche volontariamente, intuizioni, teorie interessanti o bislacche. Mille anni in preda a una furiosa pazzia, sempre tallonati dai padri della chiesa e dai concili arrancanti per un po’ di pace nei punti fermi ecumenici, nei dogmi inamovibili. È il loro ruolo del resto, quello di appuntare spilli al vento, in quanto godono dell’infallibilità dello Spirito Santo in persona. E alla fine si scopre che uno dei peggiori eretici della storia è ancora oggi assai venerato dagli ortodossi.

Un racconto sulla confusione in fin dei conti, e su quella convinzione basata su un bell’accumulo di niente, la maledizione di un ordine che c’è prima e presiede a tutto, del quale hanno profittato e profittano le ortodossie d’ogni genere e specie. Nonché la dimostrazione appartata di quanto fosse ricco l’albero della prosa, prima che ne avvelenassero le radici con il diktat, l’ortodossia feroce della drammatizzazione del Reale, l’idolo di turno.