alfadomenica giugno #2

GALLINO e FORMENTI sull'EUROPA - SCOTT BROWN sull'ARCHITETTURA – CARBONE Semaforo - ANNOVI Poesia - CAPATTI Ricetta

LUCIANO GALLINO. L'ALTRA EUROPA
Conversazione con Lelio Demichelis

Professore emerito dell’Università di Torino, dove ha insegnato sociologia per trent’anni. Esperto di sistemi produttivi, della loro trasformazione e degli effetti della globalizzazione. Negli ultimi anni Luciano Gallino ha dedicato il suo lavoro di analisi e di critica alla crisi finanziaria iniziata nel 2007, alle cause che l’hanno prodotta e agli errori (drammatici, per gli effetti sociali che stanno producendo) commessi poi dall’Europa.
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RAGIONANDO DI ELEZIONI
Carlo Formenti

Un paio di mesi fa era apparsa su queste pagine una mia “Lettera aperta ai compagni della sinistra radicale sulle elezioni europee”. Si trattava di un documento in cui spiegavo le ragioni per cui la lista Tsipras non suscitava il mio entusiasmo.
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INVENZIONE E TRADIZIONE
Denis Scott Brown

Pubblichiamo un'anticipazione dal nuovo libro di Riccardo Salvi Identity Matters in libreria per Franco Angeli nei prossimi giorni. Oltre all'introduzone del curatore Identity Matters è una raccolta di saggi di autori diversi che rispondo alla domanda sull’esistenza o meno di una identità nazionale in architettura.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

FUOCHI  - LINEE  -  LIBRI -   MERCATI  -  MITI

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NOTE AL DISBOSCO
Gian Maria Annovi

non occorre che tu queste piante queste suole lunghissime di sughero
queste ghiandole e briciole
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RISI E PATATE - Ricetta
Alberto Capatti

In una canzonetta triestina, si dileggiava lo slavo che scendeva in città, Mirko de Sesana, il quale, seduto al caffè degli specchi, ordinava da bere e gli servivano riso e patate, ed era felice e contento.
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*alfadomenica è la rubrica settimanale di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Ragionando di elezioni

Carlo Formenti

Un paio di mesi fa era apparsa su queste pagine una mia “Lettera aperta ai compagni della sinistra radicale sulle elezioni europee”. Si trattava di un documento in cui spiegavo le ragioni per cui la lista Tsipras non suscitava il mio entusiasmo:

1) perché riproponeva la vecchia logica di un accordo puramente elettorale fra le varie componenti di una sinistra radical-istituzionale (scusate l’ossimoro ma non saprei come altro definirla) priva di identità sociale e progetto politico; 2) perché irritato dall’ipocrisia con cui si spacciavano come “costruite dal basso” liste raffazzonate all’ultimo momento con un occhio all’appeal mediatico dei candidati (molti dei quali “falsi”, in quanto dichiaravano a priori la propria intenzione di rinunciare ove eletti) e l’altro agli accordi fra le correnti in campo; 3) perché alimentava illusioni riformiste nei confronti di istituzioni europee palesemente irriformabili e irrimediabilmente oligarchiche; 4) perché ambiva a rappresentare una generica “società civile”, priva di ogni caratterizzazione di classe.

Quell’intervento provocò una pioggia di critiche (e qualche insulto) alle quali ho scelto di non replicare perché non volevo venisse interpretato come una “campagna contro”, limitandomi a dire che l’avrei votata anch’io, sia pure turandomi il naso, dando la preferenza a qualcuno dei candidati degni di stima (che in effetti non mancavano). A urne chiuse e a esito acquisito, posso confessarlo: alla fine non ho avuto il coraggio di votarla, per la prima volta da trent’anni a questa parte non sono andato a votare, come credo abbia fatto la maggioranza dei compagni impegnati nelle lotte di base contro la disoccupazione e il precariato, per il diritto alla casa e per la difesa di ambiente e territori.

Sul Manifesto Luciana Castellina si è compiaciuta del fatto che i voti raccolti dalla lista abbia superato la somma di quelli che sarebbero andati a Sel e Rifondazione se si fossero presentati separatamente, io credo invece che dovremmo riconoscere che quel “surplus” appare miserabile, ove confrontato alla massa degli elettori che hanno votato PD, Grillo o si sono astenuti. In effetti, perché avrebbero dovuto votare per una coalizione in cui c’è un partito come SEL, incerto se continuare a fare da mosca cocchiera al PD o confluire direttamente nella sue fila, accogliendo l’invito a dare vita a una “sinistra” unica formulato dalla Camusso in un’intervista al Corriere, un partito i cui rappresentanti non possono presentarsi davanti agli operai dell’Ilva e alla gente di Taranto senza arrossire di vergogna?

Perché avrebbero dovuto votare per una coalizione in cui c’è Rifondazione, un partito pervaso da pulsioni sucide che lo hanno indotto, dopo avere assicurato nel corso di un recente congresso che mai più lo avrebbe fatto, a immolarsi nel ruolo di garante “antagonista” di una ennesima operazione Arcobaleno, egemonizzata da forze che antagoniste non sono. Perché, infine, avrebbero dovuto votare per la sinistra liberal-chic di ALBA, che antepone il pur nobile impegno per i diritti civili a quello per la difesa degli interessi materiali delle classi subordinate?

Personalmente il colpo di grazia a ogni residua intenzione di recarmi al seggio me lo ha dato l’intervista che il candidato Luca Casarini, ex leader dei Disobbedienti, ha rilasciato al Corriere a pochi giorni dal voto. Intervista in cui ha spiegato che, oggi, i “veri” proletari sono artigiani e lavoratori autonomi. Mentre lo ringrazio per avermi aiutato a risparmiare la fatica di votare, lo invito caldamente ad andarsi a leggere Dove sono i nostri, il libro pubblicato dal collettivo Clash City Workers che, forse, lo aiuterà a capire che la composizione di classe in Italia è un po’ più complessa e che, per una sinistra radicale degna di questo nome, esistono altri soggetti sociali in cui identificarsi e per cui lottare.

Sempre ai compagni di Clash City Workers dobbiamo quella che mi è parsa la più lucida analisi del risultato elettorale che mi sia capitato di leggere: i proletari, scrivono, hanno votato in massa PD perché Renzi ha messo loro in busta paga i famosi 80 euro; il che non significa, aggiungono, che meritino il nostro disprezzo per avere ceduto alla lusinga di un tozzo di pane; significa, piuttosto, che la crisi li morde alla gola al punto da apprezzare anche questa piccola boccata d’ossigeno, e che nessuno gli ha spiegato che quello che Renzi sfilerà dalle loro tasche con aumenti di flessibilità, tagli alla spesa pubblica e al welfare sarà assai più di 80 euro. Significa anche che nessuno ha spiegato loro che il PD di Renzi è qualcosa di più complesso e pericoloso di una socialdemocrazia moderata.

Ci ha provato Luciana Castellina nel già citato articolo sul Manifesto, scrivendo che il PD, più che una nuova DC è una versione italianizzata dei Democratici americani. Non sono d’accordo: il PD è la nuova DC, nel senso che svolge la stessa funzione di corpaccione interclassista in grado di garantire l’egemonia culturale e politica delle classi dominanti - funzione che, essendo cambiati modo di produzione, composizione di classe e tecniche di costruzione del consenso va svolta con metodi aggiornati, effettivamente più simili a quelli made in Usa. Ma è anche molto di più: i peana che gli hanno tributato Merkel, Monti, Obama, Confindustria e sistema dei media è lì a dimostrare che in Italia è in atto un esperimento politico che mira a imporre ai proletari il disciplinamento liberista con metodi più “soft” di quelli adottati nel caso greco, a far digerire i tagli a redditi e welfare spacciandoli come metodi per rilanciare l’occupazione e costruire un welfare “moderno”.

Renzi ha detto che la sua è stata la vittoria della speranza sulla rabbia. Ha ragione: così come il Yes We Can di Obama ha sedotto gli elettori americani, l’imbonitore Renzi ha illuso gli elettori italiani, mentre la rabbia di chi non gli ha creduto ha trovato espressione più nell’astensione che nel voto a Grillo, o che in quello ben più deludente alla lista Tsipras. Da qui in avanti il compito della sinistra antagonista sarà spiegare ai proletari italiani quali interessi di classe incarna il PD, per organizzare la lotta contro la sua politica e contro quell’Europa delle lobby finanziarie di cui il PD è espressione locale. Per svolgere tale compito, tuttavia, occorre mettere da parte le illusioni in merito alla possibilità di ricostruire la sinistra attorno a partitini residuali che mirano solo a conservare qualche posticino nelle istituzioni di una “democrazia rappresentativa” che non rappresenta nulla e nessuno.

Occorre prendere atto che viviamo in un regime postdemocratico, per cui non è alle prossime elezioni che dobbiamo guardare bensì a scadenze come quella della manifestazione del prossimo 11 luglio a Torino, per “dare il benvenuto” ai rappresentanti europei che là si riuniranno a discutere di (dis)occupazione giovanile. Certo manifestare non basta, ma queste mobilitazioni servono anche e soprattutto a far maturare le condizioni per l’unificazione dei movimenti antagonisti in un progetto politico comune. Lo si è visto in occasione del 18 e 19 ottobre del 2013 e dello scorso 12 aprile, ma lo si è visto anche in occasione dell’assemblea di massa che si è tenuta a Torino lo scorso 31 maggio per preparare la mobilitazione dell’11 luglio: la via per ricostruire la sinistra passa da qui, non dai seggi elettorali.

Invenzione e Tradizione

Denise Scott Brown

Pubblichiamo un'anticipazione dal nuovo libro di Riccardo Salvi Identity Matters in libreria per Franco Angeli nei prossimi giorni. Oltre all'introduzone del curatore Identity Matters è una raccolta di saggi di autori diversi che rispondo alla domanda sull’esistenza o meno di una identità nazionale in architettura.

Alcuni paradossi dei paesaggi culturali coloniali

Tempo fa ebbi modo di ascoltare la seguente conversazione su un autobus:
Prima donna: “Posso dire, dal tuo accento, che sei lontana da Casa”.
Seconda: “Sì, ho lasciato Casa 30 anni fa”.
Terza: “Non sono mai stata a Casa, ma spero di andarci un giorno”.

Questo scambio di battute, a Johannesburg, Sud Africa, non rappresentava un’espressione di nostalgia sentimentale, ma l’affermazione di un’alleanza tra i membri di una casta. Rintracciando le loro origini direttamente o indirettamente in Inghilterra, queste donne si rassicuravano a vicenda sul loro status sociale nel Sud Africa del 1940. Il loro sciovinismo pungolò il mio patriottismo per i paesaggi e le culture locali. Da bambina mi mettevano a disagio i visitatori inglesi che paragonavano la vista del bassopiano a “un piccolo pezzo di Surrey”, e riflettevo sull’incongruenza dei bambini neri nell’Africa Occidentale Francese che ripetevano lezioni a proposito di “nos ancêtres les Gaulois”. Da adolescente mi sono iscritta ad un corso d’arte dove venivamo spinti a dipingere ciò che ci circondava, ad ispirarci principalmente al paesaggio della pianura, al sole e alla vita degli africani nelle città se avessimo voluto produrre un’arte vitale, se la nostra arte avesse dovuto essere “africana”.

Ho da tempo capito che l’impostazione del mio insegnante era fin troppo semplicistica. Tutto sommato, parlavamo inglese e le radici della nostra cultura erano in Europa. La cultura europea, in particolare la cultura inglese, pervadeva le nostre vite intellettuali condizionando la nostra percezione e l’apprezzamento del mondo africano. Ma questo orientamento verso influenze esterne limitava la nostra capacità di avvalerci dell’esperienza locale come materiale per l’arte e forse vincolava la nostra creatività. […]

Questi paradossi assalgono società e culture le cui origini risiedono altrove. In quanto problemi, essi sono diversi anche se sicuramente non peggiori di quelli delle società più stabili, ma persistono come le tensioni tra dipendenza e indipendenza artistica molto tempo dopo che la libertà politica è stata ottenuta. In America il paradosso è quadruplice:
• Gli Stati Uniti sono una nazione diversificata, differenziata a livello regionale ed etnico, socialmente stratificata e culturalmente pluralistica; ma è anche una società di massa che condivide simboli e sistemi a tal punto che gli americani sono accusati dall’esterno di essere una nazione di conformisti.

• Molti, se non la maggior parte degli americani, lasciarono le loro terre d’origine perché erano diversi da coloro che li attorniavano. Erano più poveri, maggiormente oppressi, differenti dal punto di vista razziale o religioso, più avventurosi o anticonformisti. Le culture che hanno portato con loro non erano uguali a quelle delle persone che hanno lasciato e negli anni a seguire vi si sono discostati ulteriormente. L’America è molto più diversa dall’Europa di quanto la maggior parte degli europei in visita riesca a realizzare. Ciò è dovuto in una certa misura alla ricerca di un mondo nuovo da parte degli emigranti, ricerca che hanno definito come risposta da opporre all’insoddisfacente Vecchio Mondo. La morale americana, la politica, la governance, la struttura sociale, la cultura e un contenitore fisico espressivo delle aspirazioni americane erano tutti da inventare. Questa invenzione è stata un grande esperimento e un’imponente avventura. Tuttavia, la maggior parte degli immigrati ha traferito il proprio vecchio mondo nel nuovo, portando con sé la memoria di paesaggi e costumi per riaffermarlo, mutatis mutandis, in città o in campagna. Alcune abitudini dell’Inghilterra elisabettiana o dell’Italia del XIX secolo, smarrite nei paesi di origine, sono preservate in Kentucky e a South Philadelphia. Paesaggi trasportati dall’Inghilterra al New England si reinsediano a disagio in Arizona.

• Noi americani, come altri ex colonialisti, siamo xenofobi, ma in alcune aree della vita ci aggrappiamo alle sottane delle nostre culture madri. Siamo orgogliosi dei nostri stili indigeni, eppure a volte abbiamo ancora bisogno dell’approvazione europea per convalidarli ai nostri occhi.

• Gli Stati Uniti artisticamente sono sia un precursore che un seguace e il pendolo oscilla molto rapidamente. Ma in architettura la scoperta da parte dei recenti “colonizzatori” europei è ancora necessaria agli americani per conferire dignità a quelle forme artistiche che hanno origine in America. […]

Inventando l’America e inventandoil paesaggio

[…] Nella maggior parte delle migrazioni di gruppo verso l’America, la prima generazione si è persa, in senso artistico e, fondamentalmente, nella maggior parte dei sensi. Ha migliorato a fatica la condizione dei propri giovani e ha visto una ricompensa nel successo della seconda generazione. La “Cultura”, quando vi era tempo da dedicarle, era interna al gruppo: si trovava a Little Italy oppure nella stampa e nel teatro Yiddish. Le generazioni successive si sono trovate ad “affrontare” l’America. La poesia Yiddish ha iniziato ad assomigliare a quella di Walt Whitman, nelle case dei quartieri italiani l’arredamento includeva l’aquila americana. Eppure nel tempo, i discendenti degli immigrati, parlando e scrivendo in inglese, hanno condiviso la vita artistica delle culture dominanti e hanno contribuito alla vitalità di ciò che viene chiamato “americano”. Oggi essi svolgono un ruolo di primo piano nell’inventare e reinventare l’America. Forse il loro punto di partenza decentrato apporta intensità alla loro arte.

Come si relaziona questa sequenza generazionale di adattamento, invenzione e reinvenzione, con l’architettura americana e la realizzazione del luogo? Probabilmente solo in maniera discontinua; in senso letterale ma forse pertinente – la maggior parte dell’architettura non è progettata o sviluppata da immigrati reali o metaforici – “inventando” dal punto di vista artistico e culturale. I coloni europei hanno portato con sé la loro architettura e l’hanno adattata alle condizioni trovate nelle colonie. Le fattorie olandesi a Cape Colony si sono evolute con portici e pergolati. Alle case inglesi nel Sud degli Stati Uniti sono stati aggiunti portici e persiane, mentre al Nord si sono applicate assicelle di legno disposte orizzontalmente. Le due principali eredità colonialiste negli Stati Uniti sono quella inglese e quella spagnola, con una prevalenza anglosassone a costituire la matrice di base dell’architettura di questo paese. Lo stesso patrimonio inglese risultava biforcato, comprendendo da un lato il cottage rurale e la tradizione paesaggistica romantica e, dall’altro, una tradizione classica derivata dal palladianesimo.

[…] I movimenti sociali e fisici, verso gli Stati Uniti e al loro interno, sono avanzati di pari passo con un processo di invenzione e reinvenzione architettonica che è iniziato con la nascita della nazione e continua ancora oggi. Questo processo ha fatto emergere spazi e luoghi diversi da qualsiasi altro?

Cosa c’ è di americano nei luoghi americani?

Questa domanda è tipica della ricerca di identità da parte del colono. Visti i paradossi, le molteplici influenze e la novità della cultura, la risposta si potrà trovare, se non del tutto, nei frammenti di evidenza che risiedono tra ciò che si acquisisce e ciò che si inventa, come insinuazioni piuttosto che dichiarazioni esplicite. […]

George L. Hersey suggerisce che c’è un modo particolarmente americano, diverso da quello europeo, di trarre ispirazione dalle fonti artistiche. Egli definisce “replica” l’adattamento o la copia sotto diverse forme di “alcune opere d’arte basilari”, destinate a luoghi e tempi diversi. L’opera d’arte, ad esempio il Pantheon romano, diventa un “segnale artistico che viene raccolto da trasmettitori minori che estendono e modificano il segnale originale”. Nel XIX secolo, la replica è stata la regola piuttosto che l’eccezione. In Europa, sostiene Hersey, l’eredità architettonica ricalcava l’originale nel rispetto della collocazione, nel rapporto tra interno ed esterno e nella relazione tra la scala e il tipo di edificio.

Ad esempio, tutti i pantheon europei racchiudono ampi spazi unici – immensi – che ospitano cappelle o spazi civici e sono ambientati come se fossero a Roma. Ma in America uno slittamento ha accompagnato queste ispirazioni; le regole sono state infrante e si sono verificati adattamenti impropri. La Rotonda di Jefferson è pantheonica solo dal di fuori; lo stile romanico è utilizzato da Richardson per qualcosa di diverso dall’architettura religiosa; gli edifici pubblici hanno facciate in stile Secondo Impero e alti interni gotici; Eero Saarinen costruisce un’architettura da paese collinare, nel piatto e urbanizzato campus di Yale; e mentre gli architetti inglesi del nuovo edificio per il Caius College, ispirandosi al monastero di Le Corbusier, relazionano “correttamente” il linguaggio del college con la tradizione monastica, uno studio di Boston replica in maniera non-tradizionale La Tourette nel progetto per la Boston City Hall. Allo stesso modo, tipologia e uso collidono ai lati della strada come nei nomi “Dog City” o “Frank Palace”.

Gli effetti “non necessariamente indesiderabili” di questa libera azione di replica sono, nelle parole di Hersey, “stridenti dissonanze stilistiche, l’aspetto non permanente di essere stato trasferito da qualche altro luogo e ad una scala bizzarra”. Questa è un’interpretazione illuminante della differenza essenziale, ma difficile da definire, tra l’architettura americana e quella europea. Anche se Hersey non ne parla direttamente, gli slittamenti di significato simbolico causano collisioni in molti dei suoi esempi: lo stile ecclesiastico viene utilizzato per l’architettura commerciale, la regalità è associata agli hot dog. […]

Il processo di reinvenzione

Nelle arti il cambiamento di sensibilità segnala un imminente mutamento estetico, il quale è a sua volta una condizione preliminare per l’innovazione e l’invenzione. Quando i tempi sono maturi per una variazione estetica, una percezione fortuita – anche lo sguardo trasversale su ciò che è familiare – può causare l’avviamento del processo. A prima vista, ciò che è nuovo e significativo può non apparire bello; può sembrare brutto, ma sentiamo che è importante. […]

“Verso una nuova architettura” era stato lo slogan di un precedente pro- cesso di reinvenzione architettonica basato sul cambiamento sociale. […] “Oc- chi che non vedono”, gridò Le Corbusier nel 1923 contro gli architetti che non avevano potuto percepire la bellezza nella bruttezza dei silos, dei piroscafi e degli aeroplani6. Quarant’anni più tardi, quando alcune città erano lette- ralmente in fiamme e quando un centinaio di voci inveivano contro gli archi- tetti che non erano stati in grado di vedere, la retorica moderna del processo industriale e la vecchia visione delle torri di vetro sembrava irrilevante nei con- fronti dei problemi sociali a portata di mano. Inoltre, nell’architettura della fabbrica non era rimasto alcun valore scioccante, non poteva produrre alcun brivido estetico galvanizzante. Ciò che causava orrore negli anni Sessanta era il “caos urbano”: il centro città deteriorato, le insegne, le Strip e i tratti dell’espansione suburbana. […]

Cosa avete imparato?

In sintesi, il nostro obiettivo nello studio dell’espansione suburbana consisteva nello spingere la sempre più ampia scuola di pensiero concernente l’urbanistica americana verso direzioni interessanti e utili per noi, sia come architetti operativi che come teorici. Abbiamo cercato una nuova apertura mentale che ci avrebbe consentito di agire con sensibilità e spirito ricettivo sulle questioni sociali in architettura e ci avrebbe portato verso una nuova estetica: un linguaggio formale o lingue meno restrittive rispetto a quelle dell’architettura tardo-moderna, sintonizzate sulle esigenze sociali e creative del nostro tempo.

Quando ci domandavano “Cosa avete imparato da Las Vegas?”, in un primo momento non avevamo una risposta pronta. La prima reazione consisteva nel chiedere a nostra volta “Cosa avete imparato dal Partenone?”. Con questo intendevamo dire che le idee estetiche che impegnano le menti degli architetti non sono sempre, o nei loro aspetti più importanti, definibili a parole. Più avanti abbiamo suggerito che ciò che avevamo imparato si sarebbe visto nel nostro lavoro successivo, e indubbiamente ciò è accaduto. […]

 

Note al disbosco

Gian Maria Annovi

non occorre che tu queste piante queste suole lunghissime di sughero
queste ghiandole e briciole

sudosissime

*
(sotto) questo muschio duro di presepe
quest’erba in bomboletta che si spruzza

(sopra)

*

passo. si disfaccia gioioso in feci sfocio in radurosi arresti
in inversi

feci questo paesaggio con poco
con grammatici nienti

*

questo è un pronunciaggio desertico un plagio di sabbie
lascio inconsolati ritmi ancora

inconsolabile

*

no piante. no cielo. no rami neanche foreste
fori le punte di questi no alberi

mi punto nel dito indice

*

qui c’è una larga scomparsa per innamorosi cammini
di felci
di falcemici incontri

di trentamila migliaia di geni
(mediamente)

*

c’è solo un profumo di fieni in questa sera deodorata di erbe
e lavande e fiori di campo in pastiglie

che durano sette giorni

*

noto il disbosco e disdicevole vado per questo nulla di piante
di giardini di inferno

ogni giorno inferto

Da Note al disbosco

Semaforo

Maria Teresa Carbone

Fuochi
Se pensiamo che gli scimpanzé trascorrono oltre sei ore al giorno masticando cibo crudo, il consumo di alimenti cotti ci ha fatto guadagnare almeno quattro ore in più di tempo da dedicare alle attività di sussistenza e di svago. (...) Oltre a offrire la possibilità di un cibo caldo, più saporito e più calorico, a consentire l'elaborazione delle pietanze e la loro trasformazione in innumerevoli modi, spianando così la strada alla cucina in senso stretto, il "fuoco di cucina" ha umanizzato e socializzato la preparazione e il consumo del pasto e trasformato l'impulso a sfamarsi nell'atto di gustare: un'esperienza conviviale e linguistica tipicamente umana.
Rosalba Cavalieri, E l'uomo inventò i sapori. Storia naturale del gusto, Il Mulino 2014, p. 76

Linee
È divertente notare come, quando si legge, ci si senta un po' in colpa a saltare le righe, ma questo è possibile solo perché reputiamo la linearità una condizione fondamentale della scrittura. Nessuno si sente in colpa saltellando da un testo a un altro di un sito web, perché la pagina web è sentita come un sistema non lineare, da navigare e non da leggere.
Riccardo Falcinelli, Critica portatile al visual design. Da Gutenberg ai social network, Einaudi pp, 151-153

Libri
Negli anni '90, quando si comprava un libro da Barnes & Noble, il cassiere lo infilava in un sacchetto di plastica che aveva il ritratto in bianco e nero di un autore – Mark Twain, Oscar Wilde, Edith Wharton. Di recente in una libreria di Manhattan ho notato un sacchetto di tela in vendita. In un semplice cuore rosso si stagliava nitida in lettere bianche la parola “books”. La storia delle due borse è la storia di decenni di cambiamento nell'industria editoriale. “Books”, “Libri”, ok, ma quali?
Christine Smallwood, Books in the Stacks, The New Yorker, 9 giugno 2014

Mercati
Sebbene agli occhi dei moderni l'abolizione della schiavitù sia qualcosa di naturale e giusto, africani, arabi ed europei che vivevano grazie a essa, ora dovevano dedicarsi a nuove attività commerciali. Questo significava trovare e aprire nuovi mercati, un' esigenza che diede impulso all'esplorazione dell'entroterra dell'Africa fino ad allora uno dei luoghi più sconosciuti del pianeta. All'improvviso il compito di penetrare l'Africa sahariana e sub sahariana divenne un'impresa ovvia e urgente. Fu in questa atmosfera che le maggiori spedizioni del diciannovesimo secolo attraverso il Sahara ebbero inizio.
Eamonn Gearon, Sahara paesaggio dell'immaginario, traduzione di Carmen Maringola, Odoya 2014, p. 120

Miti
Sabato 1 giugno due dodicenni di Waukesha, Wisconsin, hanno attirato un'amica nei boschi e l'hanno pugnalata diciannove volte in una sorta di tributo a Slender Man. La bambina ferita è in ospedale. Le ragazzine che l'hanno aggredita saranno processate come adulte. “Molta gente non crede che Slender Man sia vero”, avrebbe detto secondo il rapporto di polizia una delle due, “ma volevamo dimostrare agli scettici che hanno torto”. Tuttavia, come dimostrano dozzine di post sui forum, articoli di giornale e saggi accademici, non c'è niente da provare. Slender Man è un case study affascinante su come si creano e si codificano i miti su Internet.
Caitlin Dewey, The complete, terrifying history of ‘Slender Man,’ the Internet meme that compelled two 12-year-olds to stab their friend, Washington Post, 3 giugno 2014

Risi e patate

Alberto Capatti

In una canzonetta triestina, si dileggiava lo slavo che scendeva in città, Mirko de Sesana, il quale, seduto al caffè degli specchi, ordinava da bere e gli servivano riso e patate, ed era felice e contento. Sentiamo Mirko raccontarlo:

 

Mi je ‘ndado Cafe de Speci
Mi ha hordinado vin con late
Me ga portato risi e patate
Go magnà perché jera bon!

Queste ed altre strofette, cantava un mio zio triestino, in una famiglia comasca e ferrarese. Per queste ragioni, e per insegnare che le ricette viaggiano e non si ripetono, sono andato a pescarne una nella Cucina pratica ferrarese (seconda edizione 1923, la prima, non datata, è degli ultimi anni del secolo precedente). Dà dosi in chili, ma pensa ancora in libbre ed once, e quindi vi regolerete da soli.

Riso alle patate

Pelate e tagliate minutamente Kg 0,690 di patate poi ponete in casserola, meglio stufarola, con Kg 0,115 di olio fino, oppure Kg 0,170 di lardo, con un pesto fatto di prezzemolo e poco aglio. Appena soffritto, ponetevi le patate con sale e coprite facendo andare a fuoco lento e muovendo spesso onde non pigliano il bruciato. Quando saranno cotte, ponetevi Kg 1,035 di rio aggiungendo acqua bollente, fate cuocere a fuoco allegro e servite con formaggio. Questa minestra è assai nutriente ed economica.

La stufarola o stufajuola era pentola con “un coperchio che calza” prescelta per lo stufato. Questa minestra era presente, nel XIX secolo, nell’Italia settentrionale e il Cherubini la menziona ris e pomm de terra (Vocabolario milanese-italiano, 1839). Aveva una variante più accetta in una tavola borghese, nel Riso con purè (Il cuciniere italiano moderno, Livorno, 1832).

The Triumph Of Time: per il compleanno di Judith Malina

Mauro Petruzziello

«Antigone un personaggio tragico? Non proprio. Anzi, è felice perché sa quello che deve fare. Lo ha deciso. Anche a costo di morire». Quando parla di Antigone, gli occhi di Judith Malina, che i suoi ottantotto anni hanno reso un’esile fessura fino a farli assomigliare a quelli di una meravigliosa lucertola, sono percorsi dalla stessa luce fiera e compassionevole che si può cogliere nelle foto degli anni Cinquanta insieme a Julian Beck, marito, amante, compagno e cofondatore del Living Theatre nel 1948.

Allora i suoi capelli nero corvino conservavano una compostezza borghese: il vento della rivoluzione che li avrebbe scomposti, liberandoli sulle spalle, aveva appena cominciato a soffiare. Quella luce antica si accende sempre quando parla di Antigone, che assunse sulla sua pelle azzerando la distanza fra attore e personaggio. Ma anche quando parla di rivoluzione. Ed è certo che più che di teatro le piace parlare di politica e di rivoluzione. Non perché, come ripete spesso, la politica sia venuta sempre prima del teatro, ma perché, forse, ancora una volta, etica ed estetica vanno a coincidere. Ancora oggi la chiama “bella rivoluzione anarchica non violenta”. Sono chiari tutti i termini: “rivoluzione”, “anarchica”, “non violenta”. Ma è forte l’accento sulla bellezza che apre questo proclama che è diventato stile di vita.

La rivoluzione non è necessariamente azione per temperamenti rudi, scarpe sformate e oltranzismo militante. È anche bellezza. Perché Judith dice che non le interessa ciò che non è bello. Lo si intuisce da come porta la sua figura, quasi con un vezzo da diva: occhi bistrati, capelli costantemente spazzolati, anelli che ingentiliscono le lunghe dita dalle unghie dipinte di rosa intensissimo. Tutto parla di bellezza nella camera in cui vive, dopo che nel febbraio 2013 è stato chiuso il teatro di Clinton Street, nel Lower East Side a New York. Oggi abita alla Lillian Booth Home, una casa di riposo per artisti anziani a Englewood, nel New Jersey, proprio sull’altra riva del fiume Hudson, in altre parole la riva sbagliata perché non è quella che bagna l’amata New York, la città in cui, durante l’esilio europeo degli anni Sessanta, desiderava ardentemente tornare a passeggiare.

La Lillian Booth Home è un posto meraviglioso. Non c’è niente che odori di decadenza ma l’asettica efficienza nordamericana. Tutto attorno ci sono prati di un verde irreale e alberi su cui gli scoiattoli si muovono furtivi. All’ingresso, tanti signore e signori, spesso su sedie a rotelle, ti salutano con incredibile affabilità e voce impostata da vecchi attori, tanto da farti domandare se stiano effettivamente bene in quel paradiso o se stiano recitando una parte. L’ennesima. L’ultima. Nella camera di Judith, posta all’estremità di un luminoso corridoio, sono stipati documenti, piccoli oggetti orientali perfettamente spolverati, incontabili trucchi e cosmetici, bellissimi mobili antichi di un marrone scurissimo su cui riposano quieti tanti libri: la Lettera a un giovane poeta di Rilke accanto alla Metafisica di Heidegger, gli Insegnamenti del Budda accanto alle numerose pubblicazioni sul Living Theatre. E tantissime foto: sul muro a destra della scrivania un bellissimo profilo del suo Julian Beck e un primo piano di Erwin Piscator, il suo maestro.

Ma anche foto di Hanon Reznikov, attore del gruppo e poi secondo marito. Eppure in questo insieme disorganico non c’è nulla di kitsch né chincaglieria da vecchi hippie. «Sì, è un posto bello», ripete sempre Judith con un tono che l’età ha reso leggermente nasale. «Ma io non voglio un posto bello! Voglio vedere la rivoluzione». Lo sforzo di questa signora del teatro è combattere contro un respiro che si fa affannoso, impedendole talvolta di dire per esteso quello che avrebbe intenzione di dire, e di opporsi con ironia a chi vorrebbe che usasse un apparecchio acustico per vincere un’incombente sordità. «Non ricordo più numeri, date, avvenimenti. Da questo punto di vista sono un’analfabeta».

E si capisce che per questa donna lo sforzo più atroce è continuare a strappare alla sua storia i ricordi, la cui frammentarietà non può assumere la compostezza della memoria. Ricordi di spettacoli e battaglie che hanno inciso nella carne della cultura del secondo Novecento: un’infanzia in cui il teatro era già nel suo DNA (la madre attrice rinunciò alla sua vocazione per sposare il rabbino Max Malina proiettando le aspettative artistiche sulla figlia); la New York dell’espressionismo astratto di Peggy Guggenheim in cui fiorivano i dipinti di Julian, l’amicizia con John Cage che collaborò alle attività del Living Theatre, i lunedì di poesia nel teatro gestito dal gruppo tra la Quattordicesima e la Sesta Strada che ospitò poeti quali Amiri Baraka, John Ashbery, Allen Ginsberg, Janine Pommy Vega, il nomadismo europeo in cui nacquero spettacoli epocali come Mysteries and Smaller Pieces (1964) e Paradise Now (1968) che coinvolgevano fisicamente lo spettatore tentando di istillargli il germe della rivoluzione;

le barricate al festival di Avignone nel 1968 quando al gruppo venne impedito di replicare Paradise Now giudicato troppo eversivo, la prigione in Brasile e il teatro di strada negli anni Settanta; la morte di Julian Beck nel 1985 e la decisione di resistere pur privi di una figura tanto carismatica e di affrontare le sempre più assillanti ristrettezze economiche. Non vi è niente di patetico in Judith: né la monumentale mancanza di ironia di certe vecchie attrici, né l’ossuta coerenza degli oltranzisti.

È viva e umana perché è contraddittoria: teorizza la creazione collettiva ma il suo punto di vista è sempre fondamentale, rifiuta il mondo delle economie ma sa che il posto in cui vive su di esse si basa, cerca ancora la rivoluzione ma non si presenterebbe mai all’appuntamento con essa senza essersi passata il rossetto. Certe volte dice che è stanca. Ma progetta ancora spettacoli, fra cui uno con gli ospiti della casa di riposo che rimprovera per l’estrema pigrizia. Qualche volta dice che forse vorrebbe morire. Ma dovremmo credere a chi vuole dedicare uno spettacolo ai vantaggi della vecchiaia e intitolarlo The Triumph Of Time, Il trionfo del tempo?