Bergamo Jazz

Paolo Carradori

Enrico Rava, direttore artistico della XXXVI edizione di Bergamo Jazz, dichiara in una intervista «L’idea è quella di fare un festival che andrei volentieri a seguire. Se piace a me, sono sicuro che possa piacere a molti». Affermazione con la quale tenta di svincolarsi da logiche e dipendenze di altri suoi colleghi. Tutta da verificare.

Sul palco del Teatro Donizetti il quintetto “Snowy Egret” della pianista Myra Melford e il quartetto di Joshua Redman ci offrono subito uno spaccato contraddittorio. Il set della Melford si apre sotto i migliori auspici. Musica aperta, linguaggio aggressivo, suono avvincente. La cornetta di Ron Miles brilla, dialoga nervosa con la leader che costruisce grovigli free e aperture latino americane. Intorno al basso elettrico di Stomu Takeishi, insostituibile perno centrale, Ted Poor picchia forte su pelli e piatti mentre la chitarra di Liberty Ellman disegna ambientazioni astratte. Poi però qualcosa si incrina, tutto questo procedere avventuroso si prosciuga, si normalizza. Riemerge l’ambiguità stilistica della Melford, sospesa tra fascinazioni radicali e porti sicuri, dove torna il primato della scrittura.

Redman offre un set ampiamente sbiadito, dove conferma la ben nota assenza di idee che lo costringe a comunicare costantemente un’energetica esposizione tecnico/sonora, ma solo quella. È sicuramente un grande professionista, dal suo tenore sa tirare fuori suoni ammalianti soprattutto nei registri gravi. Sa soprattutto gestire la propria immagine, sempre positiva e passionale. Il pianista Aaron Goldberg, il contrabbassista Reuben Rogers e il batterista Greg Hutchinson, ottimi ma si devono diligentemente adeguare. La pur fascinosa interpretazione di Let it be nel bis finale però non li salva.

Dave Douglas - Tom Harrell - foto Gianfranco Rota
Dave Douglas - Tom Harrell - foto Gianfranco Rota

“Il Bidone” dedicato alle musiche di Rota da Gianluca Petrella – grande trombonista ed eccellente improvvisatore - tradisce una fragile capacità progettuale. Questo omaggio è debole già nelle intenzioni. Una specie di teatro musicale, collage di ambientazioni sonore ora radicali, ora felliniane, spesso troppo diluite, che manca di una traccia solida. Peccato perché la formazione presenta tra le migliori personalità del jazz italiano: il pianoforte di Giovanni Guidi, il baritono di Beppe Scardino e la sfavillante batteria di Cristiano Calcagnile su tutti.

La flessibilità stilistica a 360°della tromba di Dave Douglas è nota. Questa volta è messa a disposizione dell’evento del festival: l’incontro con Tom Harrell. Scommessa rischiosa ma vinta. Douglas gestisce con grande acume la serata, smussa le sue costanti tentazioni radicali a favore della creazione di un ambiente coerente per il poetico flicorno di Harrell. Lo scambio tra i due è di grande fascino, alla schietta limpidezza di Dave risponde l’introspezione e la raffinata delicatezza di Tom. Suono che non ha pari nel panorama contemporaneo. Set emozionante anche grazie ai contributi del pianoforte di Luis Perdomo, il contrabbasso di Linda Oh e la batteria di Anwar Marshall.

La chiusura al Donizetti con il duo Portal-Peirani e la Band di Trilok Gurtu è fin troppo trasparente nella sua leggerezza. Ci fa conoscere la talentuosa fisarmonica di Vincent Peirani, ci conferma l’inesauribile classe di Michel Portal, entrambi però al servizio di un repertorio smaccatamente folklorico, senza un rischio, una visione alta. Sorprende poi la scelta di far chiudere un festival storico ed ambizioso dalla modesta proposta musicale della band di Gurtu.

Johnson - Vandermark Quartet (foto Gianfranco Rota) (640x427)
Johnson - Vandermark Quartet - foto Gianfranco Rota

Allora è forse da qualche altra parte dobbiamo scovare gli stimoli di un festival che nelle intenzioni doveva darci un’idea del jazz oggi. Troviamo quelli giusti negli eventi collaterali pomeridiani all’Auditorium di Piazza della Libertà. Il quintetto di Nat Wooley si muove in un rigore stilistico caratterizzato da tentazioni cool e improvvise scorribande informali. Il trombettista pare risparmiarsi, ma il suo sperimentalismo sul fronte di suono e fraseggio è sempre in agguato. Lo affiancano con personalità il vibrafono di Matt Moran, le ance di Josh Sinton, il contrabbasso di Eivind Opsvik e la batteria di Harris Eisenstadt.

Ma è il set offerto dal quartetto Russ Johnson-Ken Vandermark con Fred Lonberg-Holm al violoncello e Timothy Daisy alla batteria - che lascia il segno. Una musica coinvolgente dove su un ricco ribollire ritmico - a tratti di netta influenza funky-rock – si sviluppa un’improvvisazione liberissima, free senza nostalgie o dipendenze. Vandermark è travolgente, il suo solo d’apertura al clarinetto vale tutta la rassegna. Anche al tenore riesce sempre a costruire ambientazioni radicali, di fuoco. Incontra anche la poesia, macchiata di blues, in un brano dall’andamento più morbido. La tromba di Johnson pare intimorita da questa potenza, si muove più nel gioco collettivo che solistico. Violoncello e batteria dialogano propositivi in una pura logica di musica condivisa. Questa la chiusura perfetta di Bergamo Jazz 2014.

Bergamo Jazz 2014
20>23 marzo
Teatro Donizetti - Auditorium Piazza della Libertà

La gemella H

Alessandra Sarchi

La gemella H è la storia di una famiglia, Hans e Maria Hinner, née Zemmgrund, più le due figlie gemelle Helga e Hilde, venute al mondo nel 1933. Sono tedeschi e vivono in una cittadina a poca distanza da Monaco, sono gli zelanti e risentiti piccolo borghesi sui quali il Terzo Reich fa leva per diventare ideologia dominante. La malattia ai polmoni di Maria fa trasferire la famiglia a Merano e la sua morte li porta prima a Milano, poi sulla riviera romagnola, dove Hans sbiancata la memoria della sua militanza nazista ripulisce anche il denaro che il regime gli ha garantito. A Milano marittima apre un albergo dove italiani e tedeschi indistintamente partecipano al grande rito collettivo dell’oblio edonistico, del turismo di massa negli anni del boom economico postbellico.

Come ogni storia di famiglia, intrecciata a eventi storici traumatici, sarebbe stata materia di introspezione dei rapporti e di indagine sociologica; l’una e l’altra sono invece completamente trasfigurate dalla potenza di un flusso narrativo che parte dall’interno dello sguardo e dalla mente delle due gemelle, di Hilde in particolare, che fin dalla nascita – ma si direbbe quasi da prima – registra con meticolosa attenzione fatti, azioni, cause, nomi, gesti, atmosfere, come una telecamera implacabilmente accesa sulla realtà visibile. La soggettività del suo racconto è, tuttavia, neutralizzata dalla dichiarazione iniziale: «Hilde Hinner non sono solo io, sebbene parta da una posizione di privilegio: conosco la mia fine». La presa di Hilde sullo svolgersi della realtà è dunque postuma, interna ed esterna, ma con una scelta molto efficace l’autore ha deciso di farla vivere in un unico tempo narrativo, un presente continuo, spezzato solo dall’incipit fiabesco – «Noi mangiavamo le mele solo nello strudel, prima» – e da alcune pagine di diario, sulle quali ritorneremo.

L’aderenza alla cose, fissate al presente di un’immanenza fuori dalla storia che mai si concede un’interpretazione, se non giustappositiva, è infatti la lingua di Hilde: «Più che i fatti e i giorni, sembra che solo gli oggetti accadano, le loro brillanti esistenze nascondono le storie opache di ognuno». Opaco è aggettivo pregnante a più livelli, perché se tutto è raccontato da Hilde per come appare, nulla sembra passibile di responsabilità etica, e d’altronde gli Hinner non sono responsabili di soprusi eclatanti – Hans compra a niente la villetta dei vicini ebrei perseguitati, Helga accusa ingiustamente di furto la cuoca romagnola mettendole tre mele nella borsa con l’obiettivo di fare assumere il fidanzato – ma proprio da questa sfasatura fra sguardo che radarizza, elenca, mette in fila e il sottrarsi della coscienza scaturisce la percezione claustrofobobica del male quotidiano, banale e indispensabile al Moloch che ha devastato il secolo scorso arrivando fino a noi.

Non si tratta dell’unica sfasatura presente nel romanzo; anzi fin dalla copertina – una fotografia di Sabrina Ragucci voluta dall’autore e quindi parte integrante della sua poetica – ci troviamo davanti a un silenzioso contrasto con il titolo: raffigura tre mele, la prima di dimensioni maggiori, allineate e appoggiate su una superficie riflettente che le sdoppia in altrettanti multipli dal contorno più sfocato. Perché tre mele, se le gemelle sono due? E perché una sola gemella H, a dare il titolo, e non le due, Hilde e Helga, protagoniste del romanzo? La struttura profonda del testo, che procede per accumulo e non per intreccio, sembra appoggiare proprio sul gioco continuo di queste simmetrie imperfette e ingannevoli del doppio: i due paesi Italia e Germania, fallacemente accomunati dalla guerra, le gemelle che sono emanazione del padre e con questi costituiscono una triade (le tre mele), la doppia coscienza che Hilde sviluppa in un distacco rispetto all’ubbidienza supina di Helga che rimane circoscritto, però, alla velleità, alla dinamica del loro rapporto competitivo. Hilde vede, sa e ricorda, non per questo cambiano le sue azioni, tranne che nel suicidio, anticipato a circa metà libro, perché poi la narrazione riprenda con quel tempo continuo, dentro la presuntuosa illusione di sconfiggere la morte (come diceva Hitler a Eva Braun nel Moloch di Sokurov). Ed è quindi, per forza, un eterno presente.

Dicevamo dell’incipit incantatorio. L’altro luogo in cui l’imperfetto squarcia la narrazione si trova in alcune pagine di diario in cui Hilde indaga la natura arrivista e mediocre del futuro marito di Helga. Non è una scelta casuale: nel passato, e nel verbo imperfetto che lo tramanda, sta la verità; perché, come dice Hans Hinner, «le storie diventano importanti quando s’inizia a parlare davvero del passato». Cosa che gli Hinner evitano accuratamente di fare, congelando le proprie esistenze e le proprie perdite (di un paese, di una lingua, di una madre, della memoria e della responsabilità) nella stagionalità turistica dell’albergo. In quell’andare avanti che per Hilde si traduce in un atto estremo, sul fondo di un lago, e per Helga nel più «banale» respiro: meccanismo inconsapevole sotto la pettorina bianca durante le inalazioni in una stazione termale, ed evocazione sconvolgente delle camere a gas.

Giorgio Falco
La gemella H
Einaudi Stile Libero (2014), pp. 355
€ 18,50

I fantasmi della République

Michele Emmer

Nel 1957 Stanley Kubrick realizza il film Orizzonti di gloria con Kirk Douglas nei panni del colonnello Dax. Storia ispirata a fatti realmente accaduti nel 1915 in Francia durante la guerra. Un generale per incitare le truppe a un assalto contro le trincee nemiche, visto il poco entusiasmo, fa aprire il fuoco dall’artiglieria sulle proprie truppe. Il generale chiese poi l’incriminazione di 24 soldati e caporali e 6 vennero fucilati. Nel 1934 i fucilati furono riabilitati.

In Francia si riflette molto sulla storia, sugli avvenimenti passati. Il 2014 è dedicato interamente al ricordo della prima guerra mondiale con mostre, conferenze e proiezioni. Tra le più interessanti quella intitolata Fusillés pour l’exémple – Les Fantômes de la République. Nella mostra si affronta il problena di come fu gestita la giustizia militare durante la guerra e come il potere politico influenzò e sfruttò la memoria di questi tragici avvenimenti.

La mostra è in parte ispirata ad un libro, Fusillés pour l’example 1914 – 1915 (Tallandier Editions, Paris) scritto da un generale, André Bach, che alla fine della carriera militare è divenuto il responsabile del servizio storico dell’Esercito di Terra Francese. In questa veste il generale ha avuto accesso agli archivi e ha avuto la possibilità di riscrivere in modo molto approfondito e dettagliato la storia dei soldati fucilati per dare l’esempio.

Nella mostra a Parigi si alternano alcune sezioni dedicate ai diversi periodi della guerra, alle condizioni dei soldati al fronte, con rare foto d’epoca e video, con materiali, armi, uniformi ma anche avvisi, proclami, decreti legislativi che riguardavano il comportamento delle truppe e la situazione sul fronte franco-tedesco. In tutte le sezioni compaiono delle sagome scavate in tavole di legno, il vuoto con una silhouette umana, che rappresentano soldati fucilati per dare l’esempio. Accanto a queste immagini vuote vi è il nome di un soldato e la sua storia, dove è stato fucilato e perché. Con storie assolutamente incredibili e grottesche come quella del soldato che si rifiutò di indossare un pantalone macchiato di sangue e fu fucilato per insubordinazione in zona di guerra. Dall’episodio venne anche tratto un film del 1997 che si intitolava Le pantalon con la regia di Yves Boisset.

Sono i fantasmi della Repubblica, che hanno nella maggior parte dei casi pagato per colpe non loro, ma per la gestione del comando nell’andamento della guerra con i Tedeschi. Nella ricostruzione che fa il generale si capisce chiaramente come davanti ai primi insuccessi i comandi militari decidano di dare carta bianca ai comandi locali e di bloccare i ricorsi contro la giustizia militare per effettuare immediatamente delle punizioni esemplari che da un lato rendono i soldati gli unici colpevoli del disatro militare, e dall’altro permettono al potere politico di costruire una sorta di alibi per l'incapacità dei comandi nel gestire la guerra.

I soldati francesi condannati sono stati 2400, di questi 600 vennero fucilati, gli altri esiliati e condannati a lunghe pene detentive nelle colonie. Il generale cita il film di Stanley Kubrik Orizzonti di gloria del 1957 che lo aveva molto impressionato. Inoltre un fatto lo aveva molto colpito, quando studiava all’Ecole Spéciale Militaire de Saint-Cyr-Coëtquidan (la principale accademia militare Francese, che forma i quadri dell'Esercito di Terra. Il motto dell’accademia è “Ils s'instruisent pour vaincre”, ossia “Studiano per vincere”): leggere l’elenco degli ufficiali inviati al fronte nella prima guerra mondiale, anno dopo anno. Nell’agosto 1914 di 265 inviati al fronte ne tornano 133, dell’invio successivo di 477 ne muoiono 233 e così via.

Nella storiografia ufficiale sino a qualche anno fa si sosteneva che il maggior numero di fucilati per dare un esempio fosse stato nel 1917, per cercare di evitare il contagio della Rivoluzione in Russia. Il dato è del tutto falso, la mostra e il libro lo smentiscono decisamente. La maggior parte delle fucilazioni avvenne nel 1914, agli inizi della guerra. Con l’incubo dello sfacelo della guerra Franco-Prussiana del 1870 che portò all’assedio di Parigi, alla rivolta della Comune di Parigi e allo sterminio dei Comunardi da parte delle truppe Francesi lealiste, tacitamente appoggiate dai Prussiani. Il comando militare e i politici volevano a tutti i costi evitare il ripetersi di una situazione del genere. Davanti ai primi insuccessi ecco l’intervento dei comandi militari con l’accordo del governo per la mano dura contro i soldati additati alla opinione pubblica come i responsabili.

Una capitolo a parte sono le riabilitazioni che avverranno anni dopo di molti dei fucilati. Alla mostra si parla anche brevemente di altri paesi coinvolti nella prima guerra mondiale: in Gran Bretagna circa 400 fucilati, nessun riabilitato sino a tempi recentissimi. Il massimo rigore è attribuito ai comandi italiani con 4000 fucilazioni. Di alcume fucilazioni ci sono in mostra foto e filmati dell’epoca. Una mostra per riflettere e per conoscere, ovviamente a Parigi, in Francia.

Quel treno per il Pakistan. Un’intervista a Khushwant Singh

Marina Forti

Avvocato, politico, giornalista e romanziere, Khushwant Singh – scomparso il 20 marzo, novantanovenne, a New Delhi – è stato uno dei protagonisti della vita culturale indiana per tutta la seconda parte del ventesimo secolo, e oltre. Lo ricordiamo proponendo una intervista pubblicata sul “manifesto” in occasione dell'uscita italiana del suo libro più famoso, Quel treno per il Pakistan (Marsilio 1996).

Non erano molti i treni che fermavano a Mano Majra, villaggio del Punjab - la regione indiana che nel 1947 ebbe la ventura di essere divisa tra due nazioni che nascevano proprio allora dalla fine dell'impero coloniale britannico nel subcontinente: l'India e il Pakistan. Mano Majra era solo un piccolo villaggio, lungo la linea ferroviaria che univa Delhi a Lahore, capoluogo del Punjab. Ma nell'estate del '47 divenne un villaggio di frontiera.

Quell'estate, e quella frontiera, e la logica fratricida che poco a poco si impossessa di un villaggio dove fino al giorno prima avevano convissuto musulmani, sikh e hindù, sono lo sfondo di un romanzo appena tradotto in italiano, Quel treno per il Pakistan (Marsilio editore). L'autore è Khushwant Singh, non a torto definito "grande vecchio" della letteratura indiana: avvocato, poi diplomatico, poi giornalista che ha fondato e diretto alcuni dei più autorevoli giornali indiani (dall'Illustrated Weekly of India all'Hindustan Times). Singh vanta una copiosa produzione di articoli, saggi, racconti, romanzi.

Ma quel suo primo libro, ormai entrato tra i classici della letteratura indiana in lingua inglese, Singh dice di averlo scritto per un senso di colpa: "Non potevo fare nulla per impedire le cose terribili che andavano succedendo". Cose terribili davvero, perché la Partition tra uno stato dei musulmani (il Pakistan) e uno multireligioso, laico, ma a maggioranza hindù (l'India), si compì nel sangue. In pochi mesi dieci milioni di persone si spostarono: famiglie hindù o sikh delle province diventate Pakistan raccoglievano il possibile e fuggivano in India. Famiglie musulmane facevano altrettanto, si rifugiavano in Pakistan.

Quell'estate morì un milione di persone, musulmani, hindù, sikh. Convogli affollati di profughi arrivavano a destinazione carichi di cadaveri. Bande di mestatori bruciavano e saccheggiavano le proprietà abbandonate da chi fuggiva. "E io ero uno spettatore", dice Kushwant Singh, allora avvocato poco più che trentenne a Lahore (che oggi è in Pakistan): "Mentre là fuori si uccideva, io e la mia cerchia di amici - tra cui molti musulmani - stavamo seduti nelle nostre case bevendo scotch whisky, e deplorando tanta follia. Non potevamo fare nulla, salvo forse immolare le nostre vite nel tentativo di salvare qualcuno. E non l'abbiamo fatto. È questo il senso di colpa".

Incontro Khushwant Singh a Roma - qualche giorno fa ha partecipato al primo di una serie di incontri su "scrittori e città" su invito di Linea d'ombra. Concede volentieri un'intervista. "Vedi, per dire quello che mi urgeva ho creato tre personaggi: il contadino analfabeta, il giovane militante comunista, il magistrato. Rappresentano la trinità dell'induismo: il creatore, il distruttore, il conservatore. Penso che ogni essere umano abbia questa trinità dentro di sé”.

Mentre il giovane comunista distrugge i miti dell'India: il misticismo, una religione intesa come appartenenza a una comunità che esclude gli altri. Vi distruggete tra voi in nome della religione, dice ai contadini di Mano Majra, mentre siete sfruttati dai ricchi padroni. "Quello sono io", spiega Singh: "le idee del giovane comunista sono le mie: che bisognava cambiare la società indiana da cima a fondo". Ma il giovane militante andrà a dormire sbronzo, la notte del massacro a Mano Majra.

Solo il contadino analfabeta cercherà di salvare i musulmani del suo villaggio. L'India ha visto di nuovo violenze perpetrate in nome dell'appartenenza religiosa. Negli ultimi anni un movimento di "revivalismo" hindù è culminato nella distruzione di una moschea, con un velenoso seguito di vendette, pogrom contro i musulmani, episodi di terrorismo. Un'eredità del passato, o qualcosa di nuovo - una modernità perversa? Khushwant Singh paragona il fondamentalismo hindù a un fiume sotterraneo che ogni tanto riemerge: "Il revivalismo hindù era nato durante il dominio britannico. Si è mescolato in modo subdolo con il movimento per la libertà (anticoloniale, ndr).

Molti dei leaders del Congresso indiano erano anche fondamentalisti hindù. Sono loro che hanno fatto rivivere il culto di eroi come Shivaji in Maharashtra. Era tutto in funzione anti-musulmana. Nel '47, con l'indipendenza, quel fiume sotterraneo è emerso: dicevano che dopo quattrocento anni di dominio musulmano e duecento di colonialismo inglese, finalmente risorge l'India hindù". Di recente poi il revivalismo religioso si è trasformato in forza politica. Ma secondo Khushwant Singh è un fenomeno destinato a scomparire: "In una società che si urbanizza in fretta, le persone vorranno scrollarsi quel tipo di arretratezza. Il fatto è che spesso il fondamentalismo si alimenta in reazione all'intolleranza altrui. Così abbiamo visto il fondamentalismo islamico accendere quello hindù, e quello sikh".

Singh è di origine sikh ("Sono agnostico, ma porto il turbante e la barba come i sikh per un certo senso di appartenenza", spiega), ma con l fondamentalismo dei suoi simili si è scontrato. "Sembrava impossibile - dice - i sikh sono una comunità così progressista. E invece ha prodotto un integrismo tra i più viziosi, con un leader come Bindrawale che predicava l'odio: i problemi dell'India, andava dicendo, saranno risolti se ogni sikh ucciderà 32 hindù. E lo consideravano un santo!". Allora Singh fu minacciato di morte.

Nel circolo vizioso di terrorismo e repressione perì Indira Gandhi, uccisa dalle guardie del corpo sikh che avevano inteso vendicare la profanazione del Tempio d'oro sikh, invaso dall'esercito. Era il 1984. Alla vendetta seguì il pogrom, Delhi fu in fiamme, oltre duecento sikh furono uccisi per rappresaglia. "Ma le autorità avrebbero potuto fermare quel massacro in meno di due ore. Solo che non volevano, bisognava 'dare una lezione ai sikh'.

Il governo, e il partito del Congresso di Indira, sono stati complici. Rajiv Gandhi disse 'quando un grande albero cade, la terra trema'. Si oppose a un'indagine sulle responsabilità nel massacro: solo di recente un responsabile di quei fatti è stato arrestato". La storia si ripete. Il magistrato aspetta che la bufera passi.

alfadomenica marzo #4

ENZO TRAVERSO – VALENTINA VALENTINI – UWE JOHNSON – ANTONIN KOSIK Racconto – LAIBACH Video – ALBERTO CAPATTI Ricetta

CHE FINE HANNO FATTO GLI INTELLETTUALI?
Una conversazione di Enzo Traverso con Régis Meyran

L'intellettuale da guastafeste e intelligenza critica che afferma la verità contro il potere si è progressivamente trasformato in “esperto” al servizio dei potenti e specialista della comunicazione. Anticipiamo un brano del libro in uscita in questi giorni per le edizioni ombre corte.
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ON PRESENCE
Valentina Valentini

Il numero monografico di Culture Teatrali, On Presence, si interroga sulla necessità di ridefinire cosa sia il teatro oggi, quale la sua specificità alla luce di due avvenimenti: le tecnologie e la galassia Performance.
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UWE JOHNSON - I GIORNI E GLI ANNI
a cura di Andrea Cortellessa
Uno speciale dedicato a Uwe Johnson con testi di Andrea Cortellessa Uwe Johnson Stefano Gallerani Enrico Filippini Alessandro Bosco
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UN'IDEA DI CICLISMO - Racconto
Antonín Kosík

Mario de la Vega Ulibarri faceva il rigattiere. Acquistava per lo più macchinari dalle fabbriche, macchinari tenuti ormai fuori servizio, perché nessuno degli operai sapeva più come far funzionare dei marchingegni così strani, né cosa ci si fabbricasse e a cosa realmente servissero.
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LAIBACH - Video
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FAGIOLI - Ricetta
Alberto Capatti

Abbiamo dunque scelto una ricetta pitagorica. la ricetta è un omaggio ai lettori di alfabeta con una precisazione, domanda più lettere che talento culinario. Eccola.
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*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Che fine hanno fatto gli intellettuali?

Conversazione di Enzo Traverso con Régis Meyran

In una lunga conversazione con Régis Meyran Enzo Traverso ripercorre la storia e la parabola dell'intellettuale che da guastafeste e intelligenza critica che afferma la verità contro il potere si è progressivamente trasformato in “esperto” al servizio dei potenti e specialista della comunicazione. In questo nuovo paesaggio segnato dalla fine delle utopie, dalla svolta conservatrice degli anni Ottanta e dalla mercificazione della cultura, il pensiero dissidente non è pero scomparso. Ora per inventare nuove utopie gli intellettuali dovranno uscire dai loro ambiti specialistici e ritrovare un atteggiamento universalista. Qui anticipiamo un estratto dal libro-intervista uscito in Francia nel 2013 e in arrivo nelle librerie italiane il 26 marzo per le edizioni ombre corte.

Le nuove utopie potrebbero venire dai movimenti di controcultura, apparsi nel dopoguerra contro la cultura di massa?

Mi sembra che oggi la controcultura degli anni Sessanta e Settanta sia generalmente scomparsa, o che esista in forme molto limitate. I giovani che si trasferiscono in campagna, per esempio a Tarnac, per creare una sorta di falansteri moderni, sottraendosi alla società di mercato, creano una controcultura che vorrebbe diventare un modello. È un fenomeno interessante ma marginale. Inoltre, l’esperienza del passato dimostra che la controcultura può farsi assorbire dal sistema di mercato. Molti autori hanno analizzato la straordinaria capacità del capitalismo di recuperare, integrare e quindi neutralizzare i movimenti culturali che lo criticano. Il rock & roll è stato una sfida violenta all’America autoritaria, conservatrice e puritana degli anni Cinquanta, prima di diventare uno dei settori più redditizi dell’industria culturale. London Calling, la canzone che i Clash urlavano nel 1979 come un’esortazione alla rivolta, nel 2012 è diventata l’inno ufficiale dei giochi Olimpici di Londra, spettacolo planetario e gigantesca kermesse commerciale... Nel 1989, con la celebrazione del suo bicentenario, la Rivoluzione francese si è trasformata in un puro spettacolo messo in scena per l’industria culturale.

Ma non restano dei focolai di pensiero critico, nell’editoria per esempio?

Abbiamo assistito, in questi ultimi anni, in particolare in Francia, alla nascita di diverse case editrici alternative che diffondono nuove teorie critiche, senza intenti commerciali. Certo, sopravvivono con difficoltà, ma si sono ritagliate un loro spazio nel panorama culturale. Questa scena alternativa, fatta di piccoli editori e di una rete di librerie, non può essere ignorata. Non è raro, in Francia, che un grande quotidiano dia conto di un libro pubblicato da Amsterdam o da La Fabrique. Esperienze simili esistono in Italia, dove sopravvive un quotidiano come il manifesto; in Germania, dove è sempre esistita una fitta rete di riviste alternative e di case editrici della sinistra radicale, e in Gran Bretagna, dove Verso ha una storia e una dimensioni di tutto rispetto. Il successo di una rivista radicale come Jacobin negli Stati Uniti è incoraggiante.

Alfredo Jaar Cultura Capitale 2012 (640x341)

Al contrario, pochi degli intellettuali o delle persone che provengono da questa cultura alternativa hanno accompagnato gli attuali movimenti sociali. Come interpretare questa sconnessione tra i (pochi) intellettuali critici e gli attuali movimenti sociali?

È un problema reale. La sconfitta storica del 1989 ha fatto si che i movimenti sociali oggi siano rimasti orfani. Il paradosso della nostra epoca è che essa è ossessionata dalla memoria, mentre i suoi movimenti di contestazione – gli indignati, la “primavera araba”, Occupy Wall Street, ecc. – non hanno nessuna memoria... Non possono inscriversi nella continuità con i movimenti rivoluzionari del Novecento. Questi movimenti sono animati essenzialmente dai giovani, mentre gli intellettuali critici sono più anziani: hanno almeno sessant’anni. Dobbiamo dedurne che vi sia una guerra tra generazioni, anche se non si dice?

Non parlerei di una guerra tra generazioni. E del resto i giovani intellettuali impegnati sono numerosi, anche se non hanno la stessa visibilità né il riconoscimento dei loro predecessori. I movimenti di questi ultimi anni sono alla ricerca di nuove prospettive, ma non hanno un orientamento politico chiaramente definito. Sono apparsi in diversi paesi – in Spagna, negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Italia, nei paesi arabi – ma non sono mai riusciti a darsi strutture politiche permanenti. Si veda il caso di Occupy Wall Street, un movimento di cui si è parlato molto ma che è quasi scomparso durante la campagna presidenziale del 2012.

Restano comunque alcuni intellettuali critici come Jacques Rancière o Alain Badiou. Sono in sintonia con i movimenti sociali del nostro tempo?

Rancière e Badiou sono filosofi che criticano il potere contemporaneo. Sono molto interessanti, ma non sono in grado di offrire un progetto ai nuovi movimenti sociali. D’altra parte, essi non hanno, comprensibilmente, una tale ambizione, e non si presentano come leader. Rancière ha dato un contributo fondamentale, per ripensare la democrazia e l’emancipazione, in lavori come La nuit des prolétaires (1981) o La haine de la démocratie (2005). Badiou, strana figura di comunista platonico, seduce per l’acutezza della sua critica, il suo stile brillante e la radicalità del suo pensiero, ma i suoi riferimenti politici sono vecchi – l’“Organizzazione” (maoista) – e un po’ sconcertanti.

Nell’università, il pensiero critico è abbastanza vivace. Vi sono filosofi come Giorgio Agamben, Nancy Fraser, Toni Negri, Slavoj Žižek, storici come Perry Anderson, geografi come David Harvey, teorici e sociologi della politica come Michael Löwy, Sandro Mezzadra, Philippe Corcuff e molti altri... Fuori dell’università, vi sono scrittori e saggisti come Tariq Ali, ecc. Ma quando si svolge a Londra un convegno sull’“attualità del comunismo”, fa un po’ sorridere. I giovani in ogni caso non li riconoscono davvero come interlocutori. Negli Stati Uniti, Judith Butler riempie gli anfiteatri di giovani studenti, ma questa vasta influenza intellettuale non ha nessun impatto politico.

Si potrebbe dire la stessa cosa a proposito degli studi postcoloniali. Delle vere e proprie “star” sono apparse nei campus americani, come i teorici critici di origine indiana Homi Bhabha e Gayatri Chakravorty Spivak. Per i giovani insorti del Cairo e di Tunisi, tuttavia, Bhabha e Spivak non rappresentano nulla. La rottura tra intellettuali critici e movimenti sociali rimane considerevole. Daniel Bensaïd, che è stato un passatore insostituibile tra le generazioni, così come tra gli intellettuali e i militanti, considerava questa questione assolutamente decisiva quando ha creato lo Sprat (Societé pour la résistance à l’air du temps), oggi diventata Société Louise Michel, e la rivista Contretemps.

alfredo jaar, the marx lounge

Possiamo chiederci se il fenomeno non sia anche strutturale: i baby booumer sono molto numerosi, e detengono i posti chiave della cultura. Come possono dunque i giovani inventare un’altra utopia, se non hanno la possibilità di esprimersi, o restano accantonati nei margini?

Certo, la situazione di chi oggi ha vent’anni non è paragonabile a quella dei baby boomer degli anni Sessanta. Ma la paralisi dei movimenti di protesta contemporanei non è dovuta ai baby boomer. Essa dipende dal congiungersi della sconfitta storica delle rivoluzioni del Novecento con l’avvento di una crisi altrettanto storica del capitalismo, che priva di futuro una generazione. I più sensibili alle ingiustizie della società sono i giovani precari, che sono passati attraverso l’università e hanno avuto accesso alla cultura. Le condizioni per un’esplosione sociale ci sono tutte, ma non c’è nessun miccia per accendere le polveri. Speriamo che qualcuno riesca a trovarla nei prossimi anni.

Che cosa differenzia le “rivoluzioni arabe” dalle rivoluzioni che si sono avute nel passato?

Le rivoluzioni arabe sono un processo in corso ed è difficile prevederne l’esito, perché le contraddizioni che le attraversano sono profonde. Si tratta sicuramente di grandi movimenti che esprimono sia un desiderio irrefrenabile di libertà sia la sofferenza di una generazione colpita dall’esclusione sociale. In Tunisia e in Egitto esse hanno rovesciato delle dittature, il che non è una cosa da poco. Nessuno le aveva previste. Nello stesso tempo però, questi movimenti non sono stati in grado di proporre un’alternativa, e questa è la chiave del successo elettorale degli islamisti. In Libia e soprattutto in Siria, i movimenti spontanei hanno incontrato ostacoli più potenti e dato luogo a guerre civili, che si sono trasformate in scontri interetnici arrestando la dinamica avviatasi all’inizio del 2011.

Un tratto comune di questi movimenti è dato dal fatto che essi non erano inquadrati da nessuna organizzazione egemonica e che non avevano un orientamento ideologico chiaramente definito. Le nuove generazioni che li animano non hanno riferimenti politici. Esse non possono richiamarsi né al socialismo né al panarabismo, ormai discreditati, e perché si battono contro regimi che spesso ne sono gli eredi, dall’Egitto alla Libia. Esse non invocano più nemmeno l’islamismo, anche se quest’ultimo ha tratto profitto sul piano elettorale dalle loro rivoluzioni. Infine, esse sono molto lontane dal terzomondismo e dall’anticolonialismo, nonostante la loro ostilità verso gli Stati Uniti e Israele, visto come il rappresentante degli interessi del mondo occidentale in Medio Oriente. Nella loro mancanza di prospettive, queste rivoluzioni sono dunque lo specchio di questo inizio del secolo XXI, il cui profilo comincia appena a delinearsi.

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Ma il confronto si pone tra il nuovo secolo e quello trascorso. All’alba del Novecento, il futuro non era altrettanto incerto in un mondo che subiva la catastrofe della Grande Guerra, disorientato dal crollo della civiltà?

No, non credo che si possa confrontare il nostro tempo con la svolta del Novecento, né con l’inizio del secolo XIX. Quest’ultimo si apre con la Rivoluzione francese, che è stata la matrice dell’idea di progresso e di socialismo. Il Novecento si apre con la Grande Guerra, vale a dire il collasso dell’ordine europeo, ma la guerra dà origine alla rivoluzione russa e alla nascita del comunismo, un’utopia armata che proietta la sua ombra su tutto il secolo. Il comunismo ha conosciuto i suoi momenti di gloria e i suoi momenti di abiezione, ma costituiva un’alternativa al capitalismo. Il secolo XXI si apre con la caduta del comunismo. Se la storia è una tensione dialettica tra il passato come “campo di esperienza” e il futuro come “orizzonte di aspettativa”, secondo la formula di Reinhart Koselleck, oggi, all’alba del secolo XXI, l’orizzonte di attesa sembra essere scomparso.

Ci sono stati altri periodi in cui non c’era un orizzonte di aspettativa?

Forse all’inizio del Medioevo, dopo la caduta dell’Impero Romano. O ancora, come ha dimostrato Tzvetan Todorov, al momento della conquista del Messico, che ha alimento le utopie dell’Occidente e prodotto la fine delle civiltà precolombiane. Ma queste transizioni si sono prolungate nel tempo, non sono state improvvise come la svolta del 1989. L’utopia nasce spesso con abiti antichi e si mostra sensibile alla poesia del passato, come scriveva Marx, ma la situazione attuale, che alcuni chiamano “presentista”, è diversa. I movimenti contestatari di oggi oscillano tra Scilla e Cariddi, tra il rifiuto del passato e la mancanza di futuro.

Possiamo dire che l’era della rivoluzione come mezzo per cambiare il mondo scompare con il secolo XXI?

Il mondo non può vivere senza utopie e ne inventerà di nuove. Quello che mi sembra certo è che non ci saranno più rivoluzioni in nome del comunismo, almeno di quello del Novecento. Quest’ultimo è stato prodotto da un’epoca di guerre, ha concepito la rivoluzione secondo un paradigma militare, e quest’epoca è finita. Possiamo formulare l’ipotesi che le future rivoluzioni non saranno comuniste, come furono quelle del secolo scorso, ma rimarranno rivoluzioni anticapitaliste, ossia si faranno per i beni comuni che bisogna salvare strappandoli alla reificazione del mercato. Le rivoluzioni non si decretano, nascono da crisi sociali e politiche, non sono il prodotto di nessuna “legge” della storia, di nessuna causalità deterministica. S’inventano e il loro esito è sempre incerto. Oggi, bisogna saper interiorizzare la sconfitta delle rivoluzioni del passato senza per questo piegarsi all’ordine del presente. Non tutte le rivoluzioni sono gioiose. Nella nostra epoca, sarei piuttosto incline a pensarle, con Daniel Bensaïd, come una “scommessa malinconica”.

Le immagini sono di Alfredo Jaar