Grapes of Love

Ilaria Bussoni

C’è qualcosa che scorre nel film di Jonathan Nossiter, Resistenza Naturale, e non si tratta banalmente del vino dei vignaioli protagonisti. Qualcosa scorre dalla prima all’ultima immagine, sulla pelle bagnata dei bambini, sulla schiena di Valeria Bochi in vigna, sulle lentiggini di Stefano Bellotti, sulla risata di Elena Pantaleoni. Scorre sui corpi, tra i movimenti, sulle parole, tra i discorsi, scivola lungo un sentiero, lambisce una strada bianca, riparte dalle foglie di vite e da una zolla e di nuovo ritorna su cani, gatti, anatre e capre. Forse nessuno è riuscito a filmare questo flusso linfatico prima di Jonathan Nossiter. Senza lo sguardo del naturalista. Senza l’estetica del pittoresco. Senza il gusto dell’esotismo.

Siamo in campagna, tra tralci, viti, uve, in giornate estive. Siamo in un paesaggio che prende forma dietro le parole di chi lo abita, di chi lo anima e lo lavora, di chi lo fa esistere. Non la Toscana, il Piemonte, le Marche delle riviste patinate o degli uffici del turismo, bucolica immagine fissa. Estetica di consolazione. Il paesaggio si fa insieme ai suoi uomini e alle sue donne, insieme ai gesti dei protagonisti di questo film, si fa quando lo indicano, lo descrivono, ne distinguono le forme. Sotto i nostri occhi grazie ai loro, quando cogliamo la loro presenza di guardiani, custodi, interpreti e traduttori di un territorio.

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Per questo la terra parla, una vite si esprime, un vino racconta. Nel guardare Resistenza Naturale ci accorgiamo che qui non sono metafore da sommelier. L’aggettivo «organico» fa da sottotesto a ogni scena, senza mai rimandare a un’origine, a un’autenticità perduta. La natura non è elemento fisso, rigidità acquisita. Qui non si filma l’incontaminato. Si filma quel lento lavoro quotidiano che ripristina, in via sempre provvisoria, l’equilibrio «di natura» che l’agricoltura rompe. Non c’è alcuna natura malevola benché incolpevole, forza primordiale che spinge alla migrazione irata o che diventa pretesto per l’artiglio dell’industria e del Capitale. Altrove, non c’è alcun Eldorado a cui tendere e dal quale sperare di attingere a piene mani grappoli di felicità. Non c’è il rovescio che sul crollo del sogno umano si abbatte perché è così che si abbatte. E nessun ritorno a quanto c’era prima. Nessuna nostalgia, o rimpianto.

La natura nel film di Nossiter non è un terreno di conquista oltre l’aia domestica, non è il Klondike al quale sottrarre pepite, anche a colpi di virilità. È il continuo rimando tra una natura naturans e una natura naturata e nel mezzo il lavoro artigiano di quattro vignaioli (ad exempla) che accompagnano il suo divenire. Che sanno leggerlo, assecondarlo, pensarlo in ogni suo istante e ricavarne una forma provvisoria, a sua volta mutevole, a sua volta animata, che evolverà nel tempo, che cambierà profumo e struttura e colore, e che qualcuno berrà come un vino.

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Per questo i vini di Stefano Bellotti, Corrado Dottori e Valeria Bochi, Elena e Anna Pantaleoni e Giulio Armani, di Giovanna Tiezza e Stefano Borsa non sono più buoni, o migliori di altri, sono «perfetti». Hanno la perfezione di un’opera d’arte, risultato di una tecnica tanto più sottile ed evoluta, attenta e sofisticata, quanto capace di lasciar fare. Di stare in ascolto più che imporre, di indurre con cura più che con forza. Sono la massima espressione di quel vigneto, di quel vitigno, a quelle temperature e con quelle precipitazioni annuali, con la vita autoctona di erbe e animali lasciata proliferare (sorvegliandola) intorno ai tralci. Sono la traduzione di una natura parlante.

Ha ragione Jonathan Nossiter quando insiste nell’indicare nella strada aperta dai vignaioli che ha scelto di ritrarre in questo film una via maestra che non parla ai gourmet, ai viveurs, ai goderecci, agli esteti del sapore. E nemmeno ai nostalgici di un passato fissato per sempre, richiamo del binomio identità e territorio. La via indicata è quella del lavoro artigiano, del lavoro d’artista, di chi alle prese con una materia vivente sceglie l’azzardo non del suo mero dominio ma di vagliare le proprie condizioni di creazione, le proprie condizioni di produzione, rinnovando continuamente la domanda: sono un artista o un servo?

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E lo fa ribaltando, appunto, tutta quella tecnologia e cultura agricola che dal dopoguerra sono state, ovunque nel mondo, alla base dell’agro-industria, della rivoluzione verde, dello sfruttamento del territorio, della nocività, della migrazione forzata dalle campagne. Lo fa sovvertendo le regole dell’agro-chimica, dell’agro-finanza, dell’agro-mercato, per scommettere su un salto arrischiato che crede nel mondo e nelle nuove possibilità di vita. E infine propone un vino che è differenza, esperimento materiale di una differenza, di un pezzetto di terra parlante e in chi lo beve sorpresa, spiazzamento, curiosità, risveglio.

Certo Resistenza Naturale non è un semplice documentario sul ritorno in campagna. Linea verde per radical chic. È a sua volta l’opera di un cineasta che padroneggia le condizioni della propria creatività, che sa degli effetti del visibile sulla percezione, che a sua volta rinnova a se stesso (e non solo) la domanda: sono un servo o un artista? La risposta per Jonathan e gli altri, ça va sans dire.

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Muore il cinema, rinasce l’agricoltura

Jonathan Nossiter

Salti di carriera
Nella mia carriera ci sono solo salti. Il mio primo film è Resident Alien, mezzo documentario mezza finzione su un personaggio che è una specie di Oscar Wilde moderno a New York. Era un modo di raccontare la decadenza della vita da bohème newyorchese degli anni Ottanta. Poi è arrivato Sunday, un film di finzione che ho fatto insieme a un poeta inglese, James Lasdun, una sceneggiatura che grazie a lui ha dialoghi stupendi, Lasdun è un vero poeta. Io credo che i poeti siano più vicini al cinema che i romanzieri o gli altri scrittori. Perché c’è qualcosa nella trasformazione della parola poetica, nella ricerca delle parole, nel cercare l’essenza di qualcosa che è molto vicino al cinema. Il cinema – si tratti di documentario o di finzione – è muscoloso quando ha questo lato asciutto e poetico o, nel caso di Fellini, barocco e grottesco. La collaborazione con James Lasdun è andata molto bene, per questo eravamo un po’ ubriachi del potenziale del cinema e abbiamo scritto un giallo psicologico tratto da Cosmo di Gombrowicz, che è il mio scrittore prediletto. Ed è stata una catastrofe totale. È l’unico film che ho fatto nella mia carriera con un sacco di soldi e forse anche per questo è il film più sbagliato. Charlotte Rampling è stupenda nel film, come anche Stellan Skarsgård, attore svedese incredibile.

Ma il film è stato un disastro. Prodotto da Marin Karmitz, storico produttore francese di Chabrol, Wenders, Godard, Kiarostami, Haneke… li ha prodotti tutti ma solo per una volta, e anche per me c’è stata una sola volta con lui. Era il ‘98, ed era un film con tanti soldi, io non avrei voluto così tanti soldi, anche perché ho visto come oltre la metà fossero sprecati, con un set con oltre cento persone… un’esperienza orribile. Quando sono uscito da quell’esperienza ero talmente felice di prendere in mano una piccola cinepresa, stare con un amico e con la mia ragazza dell’epoca, o da solo, e poter stabilire un rapporto col mondo. Avevo comunque un po’ di mestiere, perché avevo già fatto tre lungometraggi. È stato come ristabilire col mondo una relazione infantile, perché passare da cento persone sul set, con tutte le macchine, con tutto il peso e attori certo geniali ma ai quali badare come se fossero tuoi figli, poter passare a girare il mondo da solo o solo con qualcuno che ti piace, con una cinepresa e potermi impegnare, infilare, dialogare, ascoltare tante persone, questo è stato un atto liberatorio.

Ebbrezza
Facendo Mondovino, mi sono sentito liberato, in quanto cineasta. Da cineasta, mi sono ubriacato. Anche se all’inizio, come per Resistenza Naturale, non pensavo di farne un film. Io sono sommelier, ed erano anni che mi rompevano le palle perché facessi un film sul vino. In Francia impazzivano perché uno come me, con un passaporto americano che parlava francese come loro, perché sono cresciuto lì, facesse un film sul vino. Io ho sempre risposto di no. Perché amo i vignaioli, amo bere, odio tutta quella patetica pseudo-cultura intellettuale che sta intorno al vino. La considero un tradimento della cultura del vino ed è un tradimento della gioia del vino. Per questo a un film sul vino ho sempre detto no. Ma dopo Signs and Wonders girato in Grecia avevo difficoltà a trovare soldi per fare un altro film ed ero anche un po’ depresso, perché mi sono reso conto della calamità che avevo fatto. Allora ho preso i pochi soldi disponibili e ho detto «faccio una settimana», solo per divertirmi, vado in Borgogna dove mi piace bere e sono andato con Juan Pitaluga e abbiamo incontrato Hubert de Montille ed è stato un incontro fatale. Già lo conoscevo un po’. Però quando l’ho visto davanti alla cinepresa con quel freddo del febbraio 2002. Lì ho visto lo spirito di Michel Simon, di Renoir e dei grandi attori francesi degli anni Trenta. Aveva il carisma di Jean Gabin, però come libero pensatore. Quando hai questo carisma, davanti allo schermo, che dentro l’obiettivo risulta ovvio, e quando senti uscire una seria di bons mots, geniali, acidi, come i suoi vini e con quel doppio sguardo di avvocato e di vignaiolo... È qualcosa che quasi tutti i vignaioli hanno, anche se non hanno un doppio lavoro. Questa coscienza della terra, della vita agricola, da un lato, e una conoscenza delle vicissitudini dei cittadini, dall’altro. Sono in grado di tradurre cose essenziali che noi cittadini non riusciamo a capire. Ho pensato che con persone come lui ci fosse un film da fare.

Comédie humaine
Un film, però, che non avrebbe parlato di vino, che doveva diventare quello che è diventato: una commedia antropologica del mondo del vino, come metafora del mondo generale. Non so se Hubert de Montille sia uscito dai film francesi degli anni Trenta o da Balzac. Da Balzac è uscito sicuramente Michel Rolland, il famoso enologo che ancora oggi continua ad attaccarmi quando io continuo a trovarlo simpatico. Come quando leggi Balzac e ti innamori di Vautrin, come non innamorarsi di un cattivo talmente geniale? È questo lato balzacchiano che mi ha convinto ad andare avanti, che c’era veramente materiale per una commedia classica. Per me Mondovino è molto vicino al picaresco, a quel tipo di commedia. Quando ho visto gli incontri, quando ho visto i personaggi che si incrociavano, che si intrecciavano, che uno parlava male dell’altro mentre uno diceva bene per quel motivo, mi sono trovato di fronte il mondo dei primi Ottocento. La gioia del film per me è stata quella. Dopo mi hanno rotto le palle con tutto il discorso della «globalizzazione», ma certo che il film racconta della globalizzazione. Ma chi fa un film nel 2002 senza raccontare la globalizzazione è un cieco o un masturbatore privo di gioia. Mondovino per me non era quello. Era radicato in un gesto dei primi Ottocento.

Noia enologica
E anche l’altro discorso, quello del vino, anche con questo mi hanno rotto le palle. Parlare di vino, scrivere di vino, se ci fosse un gioco olimpico per il più noioso, per il più meschino di spirito, vinceranno sempre i rappresentanti del mondo del vino, gli scrittori di vino. Per questo ero onorato di scrivere la prefazione al libro di Corrado Dottori, perché lui ha portato il vino a una riflessione umana e politica nata spontaneamente, anche estetica. Non il vino come oggetto in sé. Mi sento un uomo fortunato, certo, perché Mondovino mi ha portato una gioia e mi ha fatto avere una carriera che quasi nessun documentario riesce a farti avere, ho avuto un culo della madonna. Ma sono stato anche un po’ perseguitato da Mondovino, soprattutto in un paese come l’Italia dove non conoscono il mio lavoro di fiction, che è il lavoro principale della mia vita. In un certo senso questo film, Resistenza Naturale, metterà l’ultimo chiodo sulla scatola della mia presenza italiana, sarò il documentarista del vino. Una scatola dentro la quale vorrei pisciare, e poi la servo, la chiudo, e la vendo e magari da Eataly la prendono. E questo puoi scriverlo. A quel punto ho giurato di non andare mai più a girare nelle vigne, perché avere un’etichetta addosso è talmente limitante, ti toglie l’umanità.

United Artists in Rio
Dopo Mondovino ero molto felice di rituffarmi nel mondo della finzione, così ho fatto Rio Sex Comedy che è stata l’espressione diretta dell’esperienza di Mondovino. Volevo riportare la libertà che ho sentito su Mondovino dentro un film di finzione. Mi sono detto che non sarei più tornato a fare un film con l’industria del cinema. Già nel 2004 questa industria era morta, sapevo già che il sistema sociale ed economico del cinema stava fallendo, stava morendo. Era anche uno spreco di soldi disgustoso. Allora ho chiamato i miei cari amici attori – Irène Jacob, Charlotte Rampling, con la quale siamo diventati grandissimi amici dopo Sunday ed è tra i più grandi artisti che ho avuto la fortuna e il coraggio di conoscere – e gli ho detto: ragazzi, facciamo un film di finzione nello spirito di Mondovino, buttiamo via i produttori, spendiamo il minimo, saremo pagati tutti uguali, uguali ai tecnici, possiamo farlo da soli, se voi vi truccate, se vi pettinate, se prendiamo i vostri vestiti dai vostri armadi, perché abbiamo bisogno di tutta sta gente? E tutti hanno detto Sì. Stupendo! Ho detto: facciamo una cooperativa socialista all’antica. Tutti d’accordo! All’epoca abitavo a Rio e mi sono messo a scrivere la sceneggiatura con la loro partecipazione, l’idea era di farli venire come stranieri a Rio e incorporare aspetti della loro vita. È stato un piacere… scambi di mail, con ognuno che cercava di toccare la ferita dell’altro ma dentro una forma di amicizia… e mi è venuta questa idea pazza del film, di fare una commedia italiana ma con un certo sapore americano-brasiliano-francese. Ma di base era una commedia italiana, perché per me Monicelli è uno dei registi più sottovalutati. Che lui e Germi siano al livello di Fellini, Pasolini e compagnia non ho nessun dubbio.

Trovo assurdo che Germi sia quasi sconosciuto e Monicelli sia considerato uno carino che ha fatto L’armata Brancaleone e qualche altra opera che ci ha fatto ridere. Perché le persone hanno soprattutto paura della commedia. Perché la commedia, per chi vuole riflettere, è la cosa più difficile, è talmente facile con una cosa seria dire cose serie, ma trovare il serio dentro quello che ci fa ridere è molto più pericoloso e tutti i politici hanno sempre capito questo, il lato comico è sempre la cosa più insolente e sovversiva. Abbiamo fatto questo film, abbiamo girato per cinque mesi: è stato esilarante, esuberante e abbiamo distrutto tutte le regole tranne quella del rispetto reciproco tra noi e i tecnici e la gente di Rio coinvolta. Abbiamo fatto un film di finzione su cinque mesi: neanche il più ricco film di Hollywood se lo può permettere. Per un film che sarebbe dovuto costare 25 milioni di dollari, ne abbiamo speso uno, che sono comunque già tanti soldi. Ma con Bill Pullman, Irène Jacob, Charlotte Rampling e tanti attori grandi, per cinque mesi, è costato pochissimo… e mi sono ritrovato con 400 ore di riprese, in quattro lingue. Poi anche il processo di montaggio è stato incredibile, c’era molto documentario nella finzione, molta improvvisazione anche se il copione faceva 200 pagine. Ho lasciato le cose talmente aperte, ho lavorato con libertà perché non c’erano produttori, noi eravamo i produttori, e gli attori e i tecnici mi davano fiducia, spesso venivano in sala di montaggio ad aiutarmi, io spedivo i Dvd agli attori perché commentassero, è stato uno scambio tra artigiani molto bello, ero molto felice…

Libertà: a che prezzo?
Poi è arrivata la crisi, ci ho messo oltre un anno per fare il montaggio, sono arrivato col film nel peggior momento per il cinema, a fine autunno 2009, è stata una catastrofe. È l’unico film della mia carriera che non è andato subito a Cannes o a Berlino. È stato bocciato da tutti. Mi ha portato così tanti guai che ancora non ho capito del tutto. Dopo qualcosa ho capito: dall’industria ufficiale francese hanno detto e dichiarato che il film era inaccettabile perché avevo preso soldi francesi ufficiali e abbiamo creato una cooperativa di artisti, anche gli agenti volevano ammazzarmi, perché ho negoziato direttamente con gli attori, perché avevamo tutti lo stesso salario. Ho capito che ero andato contro le regole e questo me l’hanno fatto pagare. Ma c’era anche qualcos’altro: forse è anche un cattivo film, io non posso giudicarlo anche se ne sono molto fiero. In realtà non m’importa se il film è buono o cattivo, quello che importa è che c’è stato un livello di invenzione gioiosa che dà vita, che dà riflessione… Comunque quel film mi ha ammazzato, perché anche se siamo tutti coproduttori, sono io che mi sono beccato le rogne alla fine. Sul film, quando è uscito in sala in Francia nel 2011, la metà dei critici erano superpositivi, ma l’altra metà ha detto che era così cattivo da non essere un film. Nel farlo io non pensavo di essere radicale, stavo semplicemente lavorando con libertà, ma sembra che questa libertà abbia dato fastidio. In Brasile il film è stato persino censurato, dal governo di Lula, perché prende in giro soprattutto gli stranieri – che non capivano un cazzo del Brasile – ma prende anche in giro il Brasile, che è il mio paese, e anche lì l’industria cinematografica era molto incazzata per il modo in cui l’ho fatto e ha portato avanti una campagna che è arrivata fino al ministero della Cultura che ha convinto i distributori a non distribuirlo.

Tornare in vigna, tra gli artisti
Non avrei mai pensato di tornare a filmare nelle vigne, per questo l’esistenza di Resistenza Naturale è una grande sorpresa. Ma anche qui in fondo non si tratta di un film sul vino, è anche una riflessione sull’utilità del mio mestiere. Siamo arrivati a un momento storico che potremmo definire «la morte del cinema e la rinascita dell’agricoltura». È un film su come i vignaioli abbiano preso il posto degli artisti. Perché il fatto di constatare come tutti i miei colleghi, del mondo intero, siano stati espulsi dal nuovo ordine socio-economico va al di là del sogno fascista. Perché se il sogno fascista è quello di togliere la libertà di espressione, ma soprattutto la libertà di riflessione e impedire che ci siano voci vere per contestare la realtà di finzione proposta dal fascismo o da qualunque totalitarismo, beh non c’è dubbio che oggi siamo più che mai vicini a questo. Noi tutti abbiamo costituito un mondo in cui l’autocensura, il conformismo, il non detto, la non contestazione sono diventati la regola, tra gli artisti in primis. Questo sogno di una società di accumulazione, di gloria e di soldi, ci ha trasformato.

Chi è responsabile della scomparsa degli artisti, del discorso vero dal discorso pubblico? Siamo noi. Certo il sistema neoliberista ci ha fornito le armi di questo suicidio collettivo, ma i responsabili siamo noi. I dirigenti delle multinazionali, che oggi sono la forma del governo, sono sempre esistiti, sono sempre esistiti quelli come il capo di Nestlé che dice che il biologico è una truffa, che l’acqua va privatizzata, che il sogno chimico del mondo è quello che ci porta la più grande felicità e che il mondo non è mai stato così bello e buono grazie alla chimica, e il potere è sempre stato loro. Quello che è nuovo è il risultato della globalizzazione: la concentrazione di potere internazionale in pochissime mani, la sottomissione dei governi a queste mani e l’incapacità dei cittadini, degli artisti e degli intellettuali ad agire. In questo noi artisti abbiamo fallito. Negli anni Ottanta e Novanta, quando uscivamo dalle facoltà e cominciavamo a cercare il nostro piccolo posto nel mondo dell’arte, nel mio caso del cinema, anche quelli come me che si credevano impegnati politicamente, svegli, beh erano, eravamo così ciechi e talmente narcisisti… Su questo narcisismo il neoliberismo ha avuto una capacità di presa molto più forte di qualunque società totalitaria. Il film Resistenza Naturale riapre una pista, quella della libertà del controllo sul proprio lavoro che in qualche modo avevo già cercato di aprire con Rio Sex Comedy. In quel caso non mi sono reso conto dell’estensione del conformismo e della complicità con questo sistema e, in questo sistema, un atto di libertà è la cosa che più dà fastidio.

Un artista come Clint Eastwood
Per questo dico che i tre più grandi attori con cui ho lavorato sono Charlotte Rampling, Hubert de Montille e Stefano Bellotti. Persone che hanno il coraggio di toccare cose dentro di loro con una profondità tale… ma non si tratta solo di questo, perché un attore non ha distanza rispetto agli strumenti dell’arte, egli stesso è il proprio strumento e deve trovare un modo per trasformare questo posto affettivo, questa ferita profonda, per tradurla in un modo che sia comprensibile. Di fronte a questo lavoro degli attori dovremmo inginocchiarci tutti, di fronte a Rampling, Jacob, Pullman. Quando parlano, quando ci guardano, quando vivono, ci toccano perché non sono frasi vuote, ed esplodono sullo schermo. Per questo Stefano Bellotti, uno dei vignaioli di Resistenza Naturale, è come Clint Eastwood, la testa di Pasolini e il carisma di Clint Eastwood.

Un quasi-monologo raccolto da Ilaria Bussoni

Dal vino naturale al cinema naturale: ritratto artigiano dell’artista

Olivier Beuvelet

Solcando i corridoi del salone dei vini naturali organizzato da Antonin Lomni-Amunategui a Parigi, parlando con dei vignaioli artigiani, avvertendo la loro naturale reticenza a prendersi sul serio, a discorrere della loro «arte», a spettacolarizzare il loro lavoro, insomma nel vederli in attesa sbirciare senza agitazione per la reazione del degustatore – il cui gusto vale caso per caso, soggetto per soggetto – mi sono detto «ecco dei lavoratori liberi». Ma liberi da cosa?

Faccio un’ipotesi: liberi da qualunque pretesa alla creazione. Non esistono creatori di vino e non sarà il linguaggio tecnico del mefistotelico flying wine market di Mondovino, lo sgavazzone Michel Rolland, a convincerci del contrario… Nei suoi laboratori atelier si atteggiava ad artista internazionale, Jeff Koons del Médoc, ma non era difficile avvertire che questa infatuazione egotica, alquanto divertente per certi versi, portava un gusto di illusione narcisistica. Non si crea un vino, come del resto non si crea un film o un quadro o un romanzo o una sinfonia che pure scaturisce dal niente… da niente di materiale. Si concatena, si dispone, si inventa!

Creare sarebbe far nascere dal niente: è possibile? Esiste un sol uomo che possa dire «prima di me nulla»? Si può passare dal niente all’essere, così, in virtù di un misterioso potere di creazione attribuito all’uomo? Certo che no! Ed è una buona notizia. Nessuno può avere la pretesa di essere una sorgente assoluta… Il soggetto è una riva, un bordo, una breccia, una fessura dalla quale passa un fluido vitale, una vitalità che non potrà che essere accompagnata o raccolta, orientata nel migliore dei modi, ma della quale il soggetto non potrà mai davvero ritenersi l’autore, né soprattutto il creatore… Passi l’autore, perché no, se si considera che occorrono qualità specifiche per ritagliare e porgere agli altri ciò che passa dal sé… Non si crea, si inventa…

Lasciamo la creazione al Creatore se esiste, quando gli si crede, o dimentichiamola e passiamo finalmente a una nuova era. È uno dei grandi errori dell’umanità, una delle esche più mortifere dell’idolatria, quello di credere che per l’uomo sia possibile creare. Nonostante ogni evidenza, quanti padri si sono sentiti «creatori» dei loro figli, impedendogli così di far propria la loro esistenza? Quanti poeti si sono sentiti taumaturgi? Quanti pittori hanno tradotto in denaro le loro profezie visive persuasi di esserne l’insostituibile fonte? Il ventre dell’architetto è forse un antro misterioso dal quale spunta una progenie di edifici? Quante sfortune, quanti suicidi o gelosie, abusi, soprattutto quanta paranoia, suscitati dalla ricerca e dalla conservazione dello statuto del creatore in ambito culturale dal Rinascimento?

Il concetto di creazione, e in particolare quello di creazione artistica, è semplicemente lo strumento per giustificare l’estensione del concetto di proprietà sulle cose dello spirito. Ci si ritiene creatori unicamente per possedere al di là di qualunque realtà gli oggetti forgiati… Si può certamente essere proprietari della materia di un’opera che si è creato: carta, inchiostro, pimenti, tela, pianoforte, pellicola, file… Ma si possono possedere parole? Suoni? Immagini? Sapori? Profumi? Li si concatena, li si dispone, gli si trova buffi destini, ma non si può né crearli né possederli. E una volta che quello specifico concatenamento che è l’«opera» è stato venduto, regalato, condiviso, è davvero possibile continuare a dirsene proprietari? Sì, se si considera di esserne il creatore, ovvero l’eterno possessore, come Dio lo è della creazione. Sì, se ci si crede artisti… No, quando si ha coscienza di essere solo il passante di quanto si è «prodotto», no quando ci si pensa artigiani.

Contrariamente all’artista che rimane incatenato alla propria opera, dovrà sostenerla per tutta la vita, assomigliarle, seguirla nella sua autorità inalienabile, o abbandonarla nella sofferenza, l’artigiano invece appare più libero, staccato dalla folle responsabilità di aver creato, e assume il proprio lavoro di concatenatore, di montatore, di allevatore, di fabbricante senza perdere di vista il fatto che non crea un’opera, bensì dà foggia a prodotti, a oggetti, a cose che potrà vendere e dalle quali potrà separarsi senza dolore. Sfugge così alla contraddizione fondamentale che dilania oggi le industrie culturali, quella che esige che l’artista, bohème, faccia un’opera puramente simbolica e universale, destinata al maggior numero, mentre ne privatizza l’uso nello spazio e nel tempo…

Ora, questa destinazione universale, mondiale, può sfociare unicamente nel terrore del «consumatore», gravato dal dover rispettare (soprattutto finanziariamente) il diritto del creatore, anche quando si è guadagnato il suo pezzo d’opera… L’opera dell’artista è intimidatoria, apparterrà sempre a un altro, all’artista, al critico dominante, laddove il prodotto dell’artigiano è una ricchezza per colui che lo compra e lo usa a suo grado. Inventare significa trovare, il latino invenio è «ho trovato». Come si dice che si è trovato un tesoro, il cineasta, al pari del vignaiolo, inventa un film, «trova» qualcosa, non lo crea.

Cinema naturale e artigianato

Come il vino, il film è un prodotto collettivo di cui nessuno può ritenersi specificamente l’unico autore. Sceneggiatore, operatore, montatore, attori, tecnici… eventuale produttore, molti possono essere gli interventi che apportano un tocco alla confezione di un film… Il cineasta ne è solo il responsabile, non il suo creatore. Più ancora che il pittore, il poeta o il musicista che opera unicamente al concatenamento singolare di un materiale preesistente, il cineasta (a maggior ragione nel documentario) che cerca di dare agli spettatori il senso di un’autenticità della cosa filmata, è come il vignaiolo, vincolato a una serie di variabili nello spazio e nel tempo, e soprattutto alle esigenze del suo risultato: «la vita colta all’improvviso» come diceva Dziga Vertov. Perché questo frutto specifico renda il proprio succo – sia esso in forma di finzione o di documentario, in fondo poco importa – occorre trovare una modalità operativa che lo alteri il meno possibile, senza mai avere la pretesa di coglierlo in modo diretto e puro, cosa che rimanderebbe a un pericoloso idealismo.

Primo amore (1974)

Nel 1974, Krzysztof Kieslowski ha provato a mettere in scena ciò che chiamava «una drammaturgia del reale». La racconta così: «Alla fine dei mei studi universitari, ho presentato una tesi di laurea intitolata “La realtà e il documentario”. Formulavo la tesi che la vita di qualunque essere umano possa essere un soggetto di narrazione. Perché inventare azioni quando già esistono nella vita reale? Basta solo filmarle. Era il mio tema di riflessione. In seguito, ho provato a fare dei film in questa prospettiva. Di tutti i progetti, ne ho realizzato solo uno: Primo amore» (K. Kieslowski, Le cinéma et moi, p. 83). Mentre gira questo film coglierà al volo le lacrime del suo «personaggio», Romek, zoomando sulla sua guancia e darà il via alla propria conversione etica alla finzione, per timore di questa intromissione nell’intimità dell’altro. Il film è molto interessante, ma trova il proprio limite nel fatto che il suo «autore» ha voluto conservare una trama di finzione, senza distanza, a partire da elementi di vita reale, pronto a dare un’organizzazione discreta delle cose, a zoomare in modo «voyeuristico» proprio mentre maschera la propria presenza… L’artista era ancora troppo presente, troppo manipolatore, onnipotente, Kieslowski… Per paradosso sarà nella finzione che troverà la buona distanza documentaria.

Il cinema diretto

Sul fronte del documentario, dopo Robert Drew e il suo rinominato Primary, molti sono i cineasti ad aver seguito la strada del cinema diretto, lasciando la narrazione e gli eventi al caso delle occasioni. Hanno filmato ciò che arrivava alla telecamera cercando di essere il meno visibili possibili per le persone filmate, pur restando ben presenti per lo spettatore, attraverso movimenti di telecamera in soggettiva e spontanei, in agguato dei gesti e delle parole. Questa duplice posizione di raccolta discreta e di presenza espressiva è lo specifico di questo cinema diretto che consiste nel partecipare in qualità di testimoni, presenti ma discreti. I fratelli Mayles dal 1962, William Klein alla Sorbona nel maggio ’68, Depardon nel 1974 che riprende il modello di Robert Drew, Jean Rouch, Mario Ruspoli e molti altri hanno sviluppato diverse varianti di questa presenza discreta, di questa umiltà artigiana… Privilegiando il terroir del reale registrato al marchio dell’autore, hanno saputo sviluppare una soggettività intelligentemente alterata dall’oggetto… Frederick Wiseman, dal 1967, ha trovato una forma molto efficace che declina lungo il filo delle sue immersioni nelle grandi istituzioni americane, dentro le quali riesce a farsi dimenticare e a cogliere momenti di vita naturale molto vicini a quelli che sarebbero stati se lui non fosse stato presente. Tutto poggia sulla sua etica. Ripetizione del gesto, adattamento alle concrete condizioni della ripresa, rispetto della materia prima, la pratica di Wiseman non è quella di un artista ma di un artigiano che continua, ancora oggi con grande talento, a vendere i propri prodotti su un mercato ristretto ma vantaggioso. Il cinema di Frederick Wiseman è un cinema artigianale e naturale.

E la finzione?

Sul fronte della finzione, possiamo indicare in alcuni cineasti più o meno artigiani l’esempio di una ricerca naturalmente anti-teatrale nel ruolo degli attori, nell’approccio alla ripresa, che lascia grande spazio all’improvvisazione, alla co-scrittura, all’emozione vissuta e che ricorre a non professionisti o a principianti… a scene che restituiscono al meglio la tensione naturale della vita qual è percepita nel quotidiano… A titolo indicativo, e per limitarci alla Francia, i film di finzione di Pialat, Doillon, Cavalier (Le plein de super del 1974), di Despleschin, Rochant, Guiraudie, Cantet, Kechiche ai suoi inizi e dell’interessante Rabah Ameur Zaimeche sono tutti parte di questa ricerca di naturale in un cinema di finzione molto vicino ai metodi documentari, che potremmo appunto definire più naturale che naturalista. Il naturalismo è una forma estetica, il cinema naturale è una pratica etica.

Un cinema digitale naturale

Questo approccio umile al reale ha trovato nella comparsa della videocamera digitale leggera le possibilità di esprimersi ancora più compiutamente. Proprio come il Nagra e le piccole Ariflex avevano facilitato l’emergere del cinema diretto all’inizio degli anni Sessanta, il video digitale ha tanto democratizzato la possibilità di fare un film quanto liberato il corpo di chi filma dal peso dei materiali video magnetici. Il primo grande successo di questo cinema naturale, il cui principio di base sarebbe semplicemente quello di prendere una telecamera digitale e filmare, è certamente l’affresco crepuscolare di Wang Bing, West of the Tracks (2003). Un magnifico artigiano cinese, privo di finanziamenti, che registra con grande pudore, grande umiltà (del resto è figlio di contadini, come Depardon) lo sgretolarsi della società cinese per effetto delle sue trasformazioni economiche. Three sisters (2004) e il film di finzione The Ditch (2010), aspri, profondi e setosi, sono girati allo stesso modo, con la stessa distanza, dove la finzione si distingue dal documentario solo per la qualità del suono e le situazioni difficili di fronte alle quali un documentarista non sarebbe riuscito a continuare a filmare… Wang Bing, benché abbia un grande senso della bellezza delle inquadrature e vi si possa ritrovare uno stile, più che un artista è un grande artigiano, e a nessuno verrebbe in mente di scambiarlo per un «creatore»; raccoglie e assembla, poi propone il proprio lavoro, con il successo che gli conosciamo e una grande semplicità umana.

Un cinema spontaneo

Nel 2011 usciva 5 Broken Cameras, magnifico e originalissimo film di Guy Davidi e Emad Burnat, un israeliano e un palestinese. Attraverso la storia di cinque telecamere distrutte dai soldati israeliani in occasione delle manifestazioni di opposizione alla costruzione del muro che gli impediva di andare a curare il proprio uliveto, Emad Burnat raccontava l’assurdità e la violenza di regole imposte da una situazione politica inestricabile, alla quale né i soldati israeliani né i contadini palestinesi potevano fare granché. Ciò che qui ci interessa è che il film era nato senza che lo si sapesse, senza intenzione, senza progetto. Emad Burnat, contadino palestinese, aveva comprato una telecamera per la nascita del proprio figlio e se n’era servito, casualmente, per filmare la repressione dell’esercito israeliano durante le manifestazioni palestinesi. Distrutta la prima telecamera durante una di queste manifestazioni, ne aveva comprato un’altra, poi un’altra e così via per diversi anni. Le riprese si succedevano in questo modo, di telecamera in telecamera, sviluppando progressivamente un’abilità e un’intenzione, ma il film in quanto tale nacque solo a posteriori, quando Burnat contattò Guy Davidi, regista israeliano e militante pacifista che partecipava alle manifestazioni… Fecero il montaggio insieme… Non si può immaginare un miglior esempio di cinema artigianale, naturale e sincero.

È in questa lunga discendenza che si colloca, apportandovi una nuova dimensione, il film di Jonathan Nossiter, Resistenza Naturale, che ha il merito di accomunare il lavoro del vignaiolo e quello del cineasta in un gesto equivalente. È stato proiettato a margine del salone dei vini naturali, radunando una sala piena di appassionati di vino naturale e di cinema. A questo titolo è una mise en abyme, per non dire un manifesto, ma discreto, umile (cioè vicino alla terra, humus – umiltà), senza la pretesa di essere una creazione, privo di quell’applicazione scolastica di alcuni militanti… una mera invenzione, una trovata. Questo film è un vino giovane, dell’ultima estate, non decantato, frutto di cinque giorni di riprese in Italia, da quattro vignaioli naturali e dall’amico Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna. La telecamera si muove, vive, palpita, segue le emozioni di chi filma, lo stesso Jonathan Nossiter e sua moglie Paula Prandini, cerca, mostra la sua soggettività radicale in tutta onestà. Certamente sarebbe stato impossibile esplorare così intimamente i pensieri, profondi o leggeri, dei vignaioli del film appoggiando la telecamera su un treppiedi e inquadrando rigidamente le affermazioni di ciascuno. È questo aspetto libero, bottinante, informale, è questo ascolto flottante dell’obiettivo a consentire di cogliere tali istanti di spontaneità. Per riuscire a condividere un pranzo tra amici mentre si regge una telecamera, per riuscire a parlare e a filmare dicendo ciò che dicono, in grande fiducia, ovvero per riuscire a essere insieme l’amico e il cineasta, a commuoversi e a riprendere l’emozione, a mettere in scena senza troppo voler guastare l’acqua viva del momento vissuto, serve molto lavoro a monte e abilità… come per la vigna.

Il film si fa senza che nessuno lo voglia a priori; la registrazione poteva servire a qualunque scopo. Quindici estratti da altri film completano il montaggio, tra i quali il cartone animato di Chiara Rapaccini, vedova di Mario Monicelli (un cui estratto è a sua volta citato nel film), vengono presentati come il commento del regista, a posteriori, sul suo stesso film, apportando distanza nella spontaneità. Prolungando, contraddicendo, illustrando le affermazioni dei vignaioli, in modo chiaro o enigmatico, e inventando in questo modo un dispositivo inedito di commento dentro il film stesso, immaginabile unicamente nella misura in cui coesistono due livelli chiaramente identificati. Il girato spontaneo, preso come entità in sé… e il suo commento attraverso il montaggio, attraverso questi quindici estratti, ma anche attraverso alcune minuscole manipolazioni digitali dell’immagine che richiamano l’attenzione sulla materia stessa. Nossiter propone un film semplice, fragile e complesso insieme, un lavoro da artigiano. Ben lungi dal volersi qui creatore, dai vignaioli ha ricavato la libertà di colui che si pone in disparte, raccoglie, dispone, interviene con un commento, senza mai prendersi per un creatore… Un artigiano, dunque. Cosa che, in fondo, sono e sono sempre stati gli uomini d’arte, gli uomini dell’ars (lavoro), come questi vignaioli italiani, come i pittori toscani prima che il Vasari, insieme ad altri, ne facesse dei taumaturgi, dei semi-dei, dei Creatori…

Pubblicato in orgine su: http://culturevisuelle.org/luciddreams/archives/498#more-498
Traduzione dal francese di Ilaria Bussoni

Intervista a Gian Luca Farinelli

a cura di Ilaria Bussoni

I protagonisti del film di Jonathan Nossiter sono quattro vignaioli, artigiani e naturali. Come c’è finito anche il direttore di una delle principali cineteche europee?

Da molti anni, come Cineteca di Bologna, ci occupiamo delle relazioni tra cibo e cinema, organizzando con Slow Food Slowfoodonfilm, festival internazionale di cinema e cibo, del della quale abbiamo fatto due edizioni. Abbiamo poi continuato producendo Terra Madre, il film di Ermanno Olmi. Il tema dell’agricoltura, del cibo e delle loro relazioni con il cinema ci è molto caro, perché riteniamo che sia molto strano il modo in cui tutto il tema della trasformazione del paese – che si apre all’inizio del secolo con un paese interamente agricolo e si chiude alla fine del secolo con un’agricoltura scomparsa – è qualcosa che in fondo il cinema ha raccontato abbastanza poco. In generale è una carenza della cultura italiana, ma anche del cinema che è stato così attento rispetto alla cultura del paese.

Quelli che ne hanno parlato di più sono guarda caso gli autori che ci sono più cari: Pasolini, del quale conserviamo il fondo che ci ha affidato Laura Betti; Vittorio De Seta, che ha fatto quegli straordinari dieci documentari che poi abbiamo raccolto ne Il mondo perduto; Ermanno Olmi che per dieci anni ha tenuto presso la Cineteca di Bologna la sua non scuola di cinema; Bernardo Bertolucci e il fratello Giuseppe, che tra l’altro ha cofirmato la sceneggiatura di Novecento e che è stato nostro presidente per tredici anni… E rimangono pochi altri, solo di recente abbiamo editato un Dvd con i documentari di Luigi Di Gianni (Uomini e spiriti) sulle feste e sulla rappresentazione del sacro, anche Di Gianni è fra i pochi ad aver narrato quel mondo che era sul punto di scomparire. Insomma, pensiamo che siano uno dei grandi temi che attraversano il Novecento italiano e che una cineteca come la nostra debba tenerne conto e cercare di conservare questi materiali e, dove possibile, di mostrarli, di ragionarci, di approfondire.

È strano come il tema industriale, il tema dell’industrializzazione, delle lotte operaie sia un tema così presente nel cinema italiano e persino negli archivi, c’è infatti l’Archivio del movimento operaio, l’Archivio del cinema industriale… Ma non sull’agricoltura, che non conta meno, oserei anzi dire che conta di più, anche perché il mondo e la civiltà contadina hanno retto il mondo fino a ieri e senza quella non c’è nemmeno un domani. Forse un domani senza l’industria c’è, ma un domani senza agricoltura è davvero impossibile. Da questo tema che ci sta a cuore è nato anche l’incontro con Jonathan Nossiter, che invitammo a Bologna per far parte della giura di Slowfoodonfilm. In quell’occasione ci fu un primo incontro, poi un secondo quando lui decise di trasferirsi in Italia e lì gli proposi di fare un ciclo di film nei quali venivano abbinati film a vini naturali. Fu un ciclo molto fortunato, nel quale a presentare i film c’erano registi e vignaioli.

A ogni film era appunto abbinato un vino. Fu un ciclo straordinario e molto interessante, che ci ha aperto un mondo. Perché gli abbinamenti erano sulla carta pazzi, ma in realtà consentivano di fare discorsi inediti e di raggiungere un pubblico interessato a entrambi gli argomenti. Da qui nacque una relazione e scoprii una cosa di cui non mi ero accorto, ovvero che in Italia non era uscito Mondovino, nella sua versione lunga di dieci ore. Ho allora proposto a Jonathan di far uscire la versione lunga e di chiedergli un extra. E questo extra era appunto raccontare cosa fosse accaduto nei dieci anni successivi a Mondovino.

Da qui nasce l’idea di Jonathan di convocare i quattro vignaioli protagonisti, per farli raccontare, e questo poteva rappresentare l’extra del Dvd. In realtà quell’incontro è stato così ricco, così utile, ha toccato temi così importante che ne è uscito un film. Resistenza Naturale è nato così, con una storia che è un po’ il contrario di quello che normalmente accade a un film oggi. Perché, oggi, un film è una cosa faticosissima da produrre, ci si impiegano anni per mettere insieme i danari necessari, la sceneggiatura… Invece, questo film è stato un po’ come un vino naturale, è sgorgato naturalmente, rapidissimamente, rispondendo all’urgenza di Jonathan di narrare questa storia, che è una storia che tocca grandi temi che sono sotto gli occhi di tutti e che però solo raramente diventano oggetto di un film.

Resistenza naturale indica una strada alternativa alla produzione agro-industriale in ambito viti-vinicolo. Credi che indichi anche una strada alternativa a ciò che accade oggi nella produzione cinematografica?

La cosa che mi sembra molto forte nel film di Jonathan è questo evidente parallelismo che attraversa tutto il film, che lui ha voluto rendere attraverso il lavoro della Cineteca, il restauro, ma che in realtà è come uno specchio del suo stesso lavoro. Perché quello che si sostiene nel film è che, vignaioli e cinematografari, siamo sulla stessa barca, abbiamo gli stessi problemi, occupiamo entrambi lo 0,2% dell’ambito di mercato dei nostri rispettivi prodotti. Che siamo di fronte alla stessa grande questione: il tema della trasmissione, del come trasmettere una cultura che in parte è stata spazzata via ma che in parte sopravvive e che forse è importantissima. O meglio che noi pensiamo sia importantissimo trasmettere e che, anzi, forse, questa trasmissione può essere un seme di un futuro diverso rispetto a quello che oggi si prospetta come inevitabile. Un futuro in cui i ragionamenti economico-finanziari contino un po’ meno, dove forse conti un po’ di più l’anima della cose e il benessere delle persone e in cui una differenza, una ricchezza, una pluralità abbiano più spazio rispetto a quello che oggi trovano sugli scaffali dei supermercati o nelle programmazioni dei multiplex.

Attraverso questo piccolo film, il discorso di Jonathan tocca grandi questioni che riguardano grandi aspetti della nostra società, oltre avere anche una notevole capacità di sintesi attraverso uno sguardo molto poetico. Si tratta di un film molto libero, molto poetico appunto, che procede per associazioni anche un po’ pazze. Ma, attraverso questo volo, ha anche il merito di cogliere grandi problemi del nostro presente. In un certo senso, si tratta di un film «profetico», che in tutta la sua dimensione poetica è però concreto, molto più concreto di altre cose viste finora… È comunque curioso come il film di Alice Rohrwacher che ha vinto un premio importante all'ultimo Festival di Cannes, Le meraviglie, abbia ugualmente questa dimensione di rapporto con la natura, con la campagna, certamente con un punto di vista molto diverso da quello del film di Jonathan, ma con il quale però condivide la centralità del ritorno alla terra. È curioso come due cineasti così diversi, così lontani, abbiano un comune sentire e che mettano al centro del loro film così vicini.

Poetiche della differenza

Gian Luca Farinelli

Spesso, soprattutto oggi, il progetto di un film viene per anni discusso, rielaborato, limato prima di vedere la luce. A volte, invece, nasce come per una spinta interna, che travolge ogni ostacolo. Quando Jonathan Nossiter ha riunito a Pacina, sulla collina senese, quattro vignaioli e un direttore di Cineteca, alla fine dell'estate 2013, l'idea del film era molto lontana.

Sarà stata la tavola, il luogo magico, la compagnia bene assortita, le provocazioni di Jonathan, la sua capacità di girare in diretta, assieme a Paula, giocando con le sorprese dell'improvisazione, ma mentre i cibi si preparavano, prendeva vita una discussione inedita sulle ragioni del nostro lavoro (di vignaioli e conservatori di film) e con essa si materializzava in Jonathan l'idea, la necessità di un film, Resistenza Naturale.

Nossiter ha realizzato un film libero, coraggioso, riuscendo a combinare ragioni politiche e poetiche. Un film che affronta grandi questioni del nostro presente, in maniera inedita, facendo dialogare i film con i vignaioli, creando una relazione inedita tra diverse culture. Tra chi si occupa della trasmissione del patrimonio cinematografico e chi della produzione del vino, secondo regole antiche. Viviamo un'epoca di passaggio, tra due secoli, tra due millenni, dove l'unica certezza pare essere la necessità della rottamazione, distruzione fisica degli strumenti e dei luoghi del passato, cancellazione immateriale di culture ed esperienze.

Il cinema ha perso la sua centralità nell'universo dei media, le sale chiudono o si miniaturizzano, la pellicola viene sostituita dal digitale, ma mai come oggi tutti possono fare film e il linguaggio delle immagini in movimento permea la vita degli abitanti del pianeta terra. Per la prima volta nella storia dell'umanità il numero dei cittadini ha superato il numero degli abitanti delle campagne, eppure mai come oggi esiste ed avanza una consapevolezza mondiale sulla necessità di riconsiderare in nostri stili di vita, di proteggere la terra, di rilanciare il lavoro nella campagna. L'apparizione in tutto il mondo degli orti urbani, l'attenzione crescente verso la quantità di quello che mangiamo, sono segnali tangibili di spinte epocali. Il Novecento ha cancellato la campagna, il Duemila porterà ad un nuovo equilibrio tra città e campagna?

I vignaioli sono l'avanguardia di un movimento più ampio che chiede di riconsiderare le regole finanziarie che motore degli stati moderni, per ritrovare un rapporto interrotto tra natura ed esseri umani o sono un'ultima sacca di resistenza di un mondo destinato ad essere cancellato? Le domande che pone Jonathan sono senza risposte, ma la sua provocazione coglie la complessità del nostro presente. Compito di una Cineteca oggi è attendere la sempre annunciata morte del cinema o aggiornare la propria politica emozionando e cercando di formare un gusto per le immagini più profondo e ricco di quello che il pubblico di oggi, abituato a vedere film tutti uguali rischia di avere.

Vedere un film di Vigo, non è un'esperienza che rischia di essere cancellata oggi, come bere un vino naturale di Stefano Bellotti? Nei festival come nelle fiere vinicole la ripetizione dell'uguale rischia di cancellare l'emozione della diversità, l'esperienza più preziosa della cultura umana.

Gli anni che ci stanno di fronte sono cruciali per definire che mondo lasceremo ai nostri figli. Un mondo dove la cultura è messa all’angolo, accecato dalle regole fameliche dell'economia, che brucia ogni diversità come inciampo sull'altare della necessaria crescita economica, o un mondo che ha a cuore il futuro e che quindi fa tesoro della sua memoria? Resistenza Naturale è un piccolo contributo a questa riflessione.

alfadomenica giugno #1

DELIOLANES su TSIPRAS - PAOLOZZI su RENZI – FERRIERI sul FENOMENO SAMIZDAT - CARBONE Semaforo - CAPATTI Ricetta **

LA VITTORIA DI TSIPRAS
Dimitri Deliolanes

Una situazione politica complessa che pone alla sinistra questioni difficili ed esige mosse ponderate e attente. Questo è il risultato delle elezioni europee nel paese di gran lunga colpito più duramente dalla crisi e dalle politiche di austerità.
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LA VITTORIA DI RENZI
Letizia Paolozzi

“Non mi fido però…”; “Mi fido ma…”; “Aspettiamo a vedere…”. Intorno alla vittoria di Renzi, al di là dei vari commenti sul Pd partito-stato; partito-pigliatutto, partito-contenitore; nuova Dc. E sulla sua “mutazione antropologica” o sulla continuità con il berlusconismo in salsa giovanilistica.
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IL LETTORE ECCEDENTE
Luca Ferrieri

Sono molti gli elementi di interesse di questo libro di Valentina Parisi, che, oltre a essere una grande esperta del mondo russo e della sua letteratura, è traduttrice da diverse lingue ed è attenta conoscitrice delle esperienze artistiche ed estetiche del Novecento, oltre che dell’editoria e della sua storia.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

DEMOGRAFIA - DIMENTICANZE - DISUGUAGLIANZE - RICERCA & SVILUPPO
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QUATTRO FORMAGGI - Ricetta
Alberto Capatti

I moltiplicatori numerici applicati ai nomi dei piatti suonano male e suggeriscono una abbondanza fasulla, una convivenza forzata e una indeterminatezza di fondo.
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*alfadomenica è la rubrica settimanale di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Il lettore eccedente

Luca Ferrieri

Sono molti gli elementi di interesse di questo libro di Valentina Parisi, che, oltre a essere una grande esperta del mondo russo e della sua letteratura, è traduttrice da diverse lingue ed è attenta conoscitrice delle esperienze artistiche ed estetiche del Novecento, oltre che dell’editoria e della sua storia. Il libro si situa all’incrocio tra diversi sguardi disciplinari ed è frutto di una approfondita consultazione di archivi e di un lavoro di ricostruzione storica sempre scrupolosamente documentato. Basterebbe questo per proporre la lettura del libro ad ogni lettore curioso e politecnico, e non solo agli studiosi interessati all’argomento. Ma c’è di più. Molti dei temi affrontati nel libro in realtà valgono al di là della situazione storica e geografica in cui sono collocati, e forniscono una grande quantità di spunti di riflessione anche per la vita e l’organizzazione (starei per dire la sopravvivenza…) del lettore contemporaneo e “globale”. La storia del samizdat, come ci conferma la ricostruzione di Valentina Parisi, va ben oltre la vicenda del dissenso sovietico con cui spesso viene identificato.

Il libro illumina con dovizia di particolari e di risvolti inediti il fenomeno del samizdat, in particolare dagli anni Cinquanta ai Novanta, non senza qualche utilissima incursione ai tempi delle avanguardie artistiche postrivoluzionarie e anche prima. Si iscrive quindi in un filone, alquanto sottovalutato e negletto, di studi storici e bibliografici sull’editoria clandestina e sulla storia del libro, di cui ad esempio fanno notoriamente e meritoriamente parte alcuni lavori di Robert Darnton (ad esempio, L’intellettuale clandestino, Libri proibiti, Il grande massacro dei gatti, ecc.). La nostra cultura ha un grande debito, come noto, nei confronti dei libri che passarono le frontiere di contrabbando, circolarono sottobanco, furono scritti di nascosto, ricopiati a mano o trasmessi per via “orale”. E questa storia – che si intreccia con quella della vita dei lettori in tempi di guerra e di dittatura – è una storia in gran parte ancora da scrivere, ed è una storia della lettura a tutti gli effetti, delle sue persecuzioni e delle sue condizioni materiali. Valentina Parisi colloca la sua preziosa tessera in questo grande e ancora incompleto mosaico.

Il termine samizdat (inizialmente Samsebjaizdat, “edizioni di me stesso medesimo”) indica i testi autoprodotti e autodistribuiti attraverso canali non ufficiali. Come diceva Bukovskij “si scrive da sé, ci si redige da sé, / ci si censura da sé, ci si pubblica da sé, / e ci si distribuisce da sé, / e alla fine ci si ritrova in carcere / soli con se stessi”. Il primo aspetto interessante del samizdat (ciò che in fondo lo distingue dal tamizdat, ossia da quei testi pubblicati all’estero, importati e poi riprodotti illegalmente in Unione Sovietica), è proprio il fatto di ritorcere la macchina tipografica del potere contro se stessa. Ciò è tipico di molte forme di scrittura e di editoria clandestina, ma in Unione Sovietica prende una forma esemplare, perché è nell’atto rivoluzionario iniziale che si afferma il diritto alla libertà e alla creatività, fatto proprio dall’intellighenzia e dalle avanguardie artistiche e poi calpestato dal potere “rivoluzionario”. Nella storia del samizdat è quindi scritta in filigrana anche quella della rivoluzione che divora i propri figli, e questo vale anche nei casi, che non sono la maggioranza, in cui il samizdat si è fatto dichiaratamente veicolo di idee antisovietiche, come diceva la propaganda, o conservatrici e reazionarie.

Il samizdat è un libro scritto dal lettore, non solo perché esso amplifica la funzione creativa e ricostruttiva del testo che si svolge attraverso la lettura, ma perché materialmente e concretamente è il lettore che si incarica di scegliere, di editare, di battere a macchina su carta di sigarette (quella che consentiva di fare più copie), di distribuire e di diffondere l’opera. Ad ogni lettore si chiedeva in genere di fare almeno due copie e di restituirne una, e la circolazione del samizdat, benché costasse moltissimo, talvolta anche la vita, era rigorosamente gratuita, salvo qualche eccezione tardiva, dovuta all’introdursi di qualche forma di mercato nero letterario. L’idea del lettore attivo, copista, del lettore-scriba, che in tempi gutenberghiani riscopre per necessità e virtù il manoscritto e il manufatto unico, contrasta non solo con l’industria della copia e la riproducibilità illimitata e consumistica dell’Occidente, ma anche con la retorica ufficiale del lettore. Nell’Unione Sovietica i diritti del lettore, che inizialmente avevano ricevuto un notevole sviluppo dalle politiche di scolarizzazione e potenziamento delle biblioteche, erano stati annichiliti dalla censura ma il “culto del lettore”, come molti altri elementi programmatici della rivoluzione, era andato avanti come vuota declamazione retorica. Il samizdat compie dunque l’operazione di smascherare, anche su questo piano, la falsità delle affermazioni ufficiali e dei famigerati “piani di lettura” di cui si facevano gendarmi le biblioteche pubbliche.

A pag. 52 del libro, una lunga citazione tratta da E. Dobrenko, fa correre un brivido lungo la schiena ricostruendo il clima di “lettura pianificata” che imperversava nelle biblioteche sovietiche, specie quelle di fabbrica, e il ruolo di controllo da queste esercitate (peraltro non molto diverso da quello introdotto quasi cent’anni dopo dall’Usa Patriot Act nelle democratiche biblioteche statunitensi). Il lettore del samizdat interrompe quindi quel processo di “statalizzazione del lettore” che è una parte fondante del cosiddetto “realismo socialista”.  Il lettore del samizdat è dunque un lettore eccedente perché oltrepassa le funzioni proprie del lettore e in qualche modo occupa tutte le caselle degli altri protagonisti della filiera (autore, critico, editore, ecc.). Ma quello che vale per il suo ruolo nella “fabbrica” del libro, vale ancor di più per l’atto interpretativo e di ri-creazione rappresentato dalla lettura, con una significativa diminuzione della distanza tra scrittura e lettura. Qui l’eccedenza si manifesta come radicalizzazione e rivendicazione di quel ruolo attivo del lettore teorizzato dalle novecentesche teorie della lettura e dalle diverse estetiche della ricezione.

Con la avvertenza che l’elaborazione di questo primato non sembra essere avvenuta in diretto rapporto con l’elaborazione teorica che avveniva in campo estetico o filosofico, ma all’interno stesso delle pratiche di lettura. Il che lo rende ancora più interessante e non fa che rafforzare l’importanza del samizdat anche come laboratorio per una teoria della lettura. L’eccedenza della lettura si manifesta come una sorta rarefazione e concentrazione dei suoi poteri esattamente simmetrica alla tentacolare operazione di controllo della lettura messa in atto dal potere politico. Per questo essa assume un valore che va al di là di quanto emerso nell’esperienza storicamente circoscritta del samizdat sovietico. O, detto in altri termini, scrivere e leggere samizdat può rappresentare, anche in altri contesti, apparentemente molto più liberi e liberali, una strategia di contropotere e di controlettura. Se ricordiamo alcune osservazioni di Šalamov sulla lettura nei campi di lavoro e di prigionia, praticata di notte, “alla luce intermittente del gruppo elettrogeno”, sacrificando le poche indispensabili ore di sonno, abbiamo idea di come la lettura, in situazioni estreme, acquisisse una funzione ancor più vitale. Šalamov fu uno spietato critico interno al mondo del samizdat, un dissidente del dissenso, e spesso denunciò, oltre alla scarsa qualità di molte autoproduzioni, il rischio che queste si trasformassero in un’“arma avvelenata nella lotta tra due controspionaggi”.

Osservando e documentando, come fa Valentina Parisi, le vicende editoriali e redazionali delle riviste e produzioni editoriali che costituirono il multiforme arcipelago del samizdat, ci si accorge che il primo riferimento che in realtà esse mettono in discussione, oltre a quello dell’illiberale e antiestetico regime sovietico, è quello della catena di valore tanto osannata dal liberalismo occidentale. Infatti il samizdat esercita una critica radicale nei confronti dell’equivalenza tra quantità e libertà, tra consumo e lettura. Vi sono addirittura dei riferimenti, in alcune pubblicazioni leningradesi, a una “ecologia della cultura”, oltre che alla consapevolezza di abitare in un “testo urbano”, prima ancora che in una città. Il “lettore implicito” del samizdat è un lettore fortemente attivo, cooperativo, fino al punto di farsi carico anche della riproduzione materiale del testo; è un lettore che fa corpo col testo sostituendo la funzione autoriale spesso necessariamente velata da anonimato, pseudonimato o da un iperonimato di sfida. Valentina Parisi definisce la funzione dell’autore nel mondo del samizdat come una funzione “labile”. Il piccolo mondo del samizdat, il rapporto spesso privato o diretto tra autore e lettore, creano un curioso cortocircuito tra una scrittura “da camera” e una lettura sottobanco.

A differenza dell’autorialità chiassosa ed esibita del best seller occidentale quella del samizdat non è mai certa, ed è totalmente affidata alla mediazione surrogatoria del lettore. La dedizione totale del lettore non significa affatto, però, che la sua lettura fosse ugualmente devota e rispettosa. Al contrario spesso la clandestinità favoriva una lettura frammentaria, frazionata, smembrata, approssimativa: spesso le opere venivano pubblicate in forma incompleta, a puntate, su testate e fogli diversi. Sono interessanti gli aspetti di questa dinamica che riguardano la proprietà intellettuale: l’autore labile è costretto a fare continuamente appello alla responsabilità “morale” dei lettori, protestando, come fa ad esempio Šalamov, contro le correzioni che essi arbitrariamente introducevano nei testi, come peraltro facevano per distrazione o intenzione anche gli antichi copisti.

Ecco quindi che la C cerchiata del copyright fa la sua buffa e minacciosa apparizione in testi diffusi a mano, certo con un senso ben diverso da quello ormai prevalente in occidente a tutela soprattutto di interessi commerciali. L’originaria politica del “prendi uno – copia due – restituisci uno” lascia il posto, in alcuni casi, a un paradossale divieto di copia. Ma si tratta di fenomeni riguardanti anche le lotte e le molte divisioni interne al mondo del samizdat, espressione di correnti politiche ed estetiche moto diverse tra loro, e di quella che sempre Šalamov chiamò la “retorica cospirativa” e autoreferenziale che sempre minaccia l’espressione intellettuale costretta alla clandestinità.

La studiosa italiana segue le metamorfosi del lettore eccedente anche attraverso un’analisi ravvicinata di quella che potremmo chiamare la forma samizdat. Questa riflessione è particolarmente preziosa in un’epoca in cui la forma libro è messa in discussione dalle tecnologie digitali ed emergono delle possibili affinità tra il samizdat di ieri e il self publishing di oggi. A una prima occhiata il samizdat sembra praticare una sorta di “grado zero” del paratesto, in cui tutte le indicazioni editoriali, le presentazioni, introduzioni, postfazioni, frontespizi, epigrafi, chiose, ecc., sono ridotti al minimo, e ciò è abbastanza naturale visto il clima di clandestinità e visto che quella paratestuale è una tipica manifestazione dell’istanza autoriale, come ci ha insegnato Genette. Ben presto, però, proprio l’artigianalità e la cura singola e singolare di ogni edizione producono un fenomeno quasi opposto che alimenta una sorta di paratestualità liminare e deviante: il samizdat si avvicina a un libro d’artista (in stretto rapporto con l’eredità delle avanguardie artistiche novecentesche), il semilavorato si trasforma in un’opera raffinata e complessa in cui la grafica, i titoli, le illustrazioni, le copertine, il collage, le tecniche di un taglia-incolla manuale, ecc., danno alla pubblicazione un aspetto insieme tipico e unico.

Il samizdat diviene un contenitore, un libro-cartelletta, un libro-cartoteca, una produzione “intermediale” composta anche di elementi visuali e performativi. In alcuni casi si assiste a forma di rimediazione ante litteram. Le riproduzioni a colori contenute nell’inserto centrale del libro di Valentina Parisi, danno un’idea molto precisa di questa evoluzione e anche dei notevoli risultati raggiunti. L’idea cubofuturista dell’immediata leggibilità della pubblicazione, in modo che con un solo colpo d’occhio se ne potessero percepire il contenuto e le marche tipografiche (il che, detto tra parentesi, è ancora ciò che segna un indiscutibile primato del libro di carta su quello elettronico), è fatta propria da molte edizioni samizdat, che capovolgono la povertà di materiali cui sono costretti nella continua ricerca di formule originali e creative. Alcune tecniche del samizdat ritornano, magari senza alcuna filiazione diretta, in esperienze editoriali molto lontane e molto recenti, come quella cartonera, per fare un solo esempio.

Il superamento della forma libro (un “esodo dal libro”, lo chiama Lev Rubinštejn) si manifesta anche nella scelta della “sfascicolazione” e sfogliabilità del prodotto. “La nuova lettura è una lettura della sfogliabilità”, proclama la rivista “Trasponans” nel 1979, e ancora una volta vediamo come le coazioni della clandestinità vengano trasformate e tradotte in una critica alla lettura lineare, seriale, progressiva, in nome di una lettura trasparente, intertestuale e stratificata. Il samizdat deve essere pieghevole, ripiegabile, occultabile: non solo perché si deve leggere in condizioni difficili o clendestine, ma perché la lettura cui si appella è una lettura caratterizzata dalla dialettica tra l’occhio e la mano, tra la forma e il contenuto, sempre legata alla “natura frusciante” del libro. Sono testi, sostengono gli autori di questi fogli volanti, mostrando un’altissima consapevolezza teorica e la continua ricerca di nuove forme di paratestualità, che devono aprirsi come degli “oblò”, mostrando in un colpo d’occhio le pagine successive.

Parlando di oblò l’analogia con le “finestre” degli ambienti informatici e con l’ipertestualità della comunicazione elettronica sembrerebbe obbligata. Anche la dissoluzione della paginazione, sperimentalmente perseguita dal samizdat attraverso la pratica della sfogliabilità, si incontra con la fine della paginazione nel mondo degli ebook. Eppure molte sono le differenze che separano il samizdat e il mondo dell’edizione elettronica e in particolare quello del self publishing. Innanzitutto è diverso il contesto: mentre il samizdat esprime, attraverso una stretta unità di forma e contenuto, la sua opposizione alla cultura “ufficiale”, il self publishing sembra molto meno caratterizzato in questo senso (anche se si oppone al mainstream editoriale) e più interessato a una concorrenza “interna” e alla conquista di quote di mercato.

Il samizdat è, per definizione, un testo non autorizzato, che non vuole chiedere permesso; nasce dal “rifiuto aprioristico dei compromessi della pubblicazione”, il che dovrebbe in teoria consentirgli un’esistenza indipendente dalla situazione di clandestinità, anche se questo in realtà non è quasi mai accaduto. Il numero ridotto di copie del samizdat contrasta con la riproducibilità illimitata e la ricerca di alte tirature del self publishing, anche se modalità primitive di riproduzione “on demand” e la ricerca di una più ampia diffusione erano presenti anche nel mondo samizdat. Infine differente è il ruolo del lettore: mentre nel samizdat, come si è visto, domina la figura del lettore “eccedente”, il mondo del self publishing nasce sotto il segno di un’autorialità eccedente: è l’autore che si trasforma in editore e talvolta sostituisce anche il lettore, che non c’è o si manifesta molto di rado.

Il libro di Valentina Parisi ha dunque il merito di sollevare e orientare tutte queste riflessioni, gettando uno sguardo interessante e obliquo anche sulle prospettive presenti e future. Sicuramente ci lascia in eredità, come tutti i buoni libri, alcune domande senza risposta, e tra queste la principale riguarda la possibile esistenza del samizdat come forma di edizione e creazione letteraria indipendente dalle condizioni e dai condizionamenti della clandestinità, e in grado di sopravvivervi. Cosa che non sembra essersi verificata in Urss, con l’esito paradossale che la fine della censura e della cultura di stato ha portato con sé anche la fine delle testate antagoniste. Con un altro apparente paradosso si è anche verificato che, con la fine del samizdat e la liberalizzazione della stampa e dell’editoria, il rapporto tra autore e lettore si è impoverito e anonimizzato.

Forse abbiamo ancora bisogno di samizdat in un mondo globale dove rischia di prevalere il pensiero unico, dove la sovrapproduzione culturale appare sempre di più come un’arma puntata contro il lettore e il cittadino. Con tutti i suoi limiti, il samizdat ha mostrato la capacità di contrastare la censura e far circolare opere e idee che altrimenti sarebbero state cancellate e dimenticate. Contare sulle proprie forze, non accettare le imposizioni, passarsi di mano in mano i testi ritenuti importanti, alimentare continuamente la creatività e la produzione culturale anche in condizione di difficoltà e di repressione, non arrendersi mai al silenzio e alla inerzia, utilizzare ogni varco per mettere a nudo la violenza e l’ottusità del potere, questi restano tutti insegnamenti fondamentali per ogni esperienza di cultura critica presente e futura.

Valentina Parisi
Il lettore eccedente
Edizioni periodiche del samizdat sovietico, 1956-1990
Il Mulino (2014), pp. 472
€ 38,00