L’archivio Andres Neumann

Luciano Minerva

Onorevole Renato Nicolini spiacente dover comunicarle che non avendo Teatro di Roma perfezionato accordi per Mahabarata Peter Brook entro data limite 31 maggio 1985 la creazione italiana è stata accordata a Prato per lo Spazio Polivalente Il Fabbricone. Cordialità. Andres Neumann”.

Anche un telegramma può servire a ricostruire la storia di una produzione cruciale per il teatro contemporaneo. Occorre però, perché abbia senso, che qualcuno lavori su una quantità sterminata di documenti (160 scatoloni di materiali conservati in 40 anni), con la coscienza che un archivio “è soprattutto una fonte d’ispirazione, uno spazio evocativo ancorato al passato e proiettato verso il futuro”.

“Dovevo scegliere tra due opzioni – dice Andres Neumann, che ha scoperto geni come Peter Brook, Pina Bausch, e Tadeusz Kantor, per poi diventarne produttore - : affidarmi a un cerino o svuotare casa affidando l’archivio a qualcuno che ne fosse interessato”. Per fortuna ha scelto la seconda opzione, che ci permette ora di conoscere un personaggio-chiave rimasto sempre dietro le quinte e di seguire la nascita e il percorso di una figura professionale che definire solo “produttore” sarebbe riduttivo.

A Neumann Giada Petrone, storica del teatro, è arrivata su consiglio di Renato Nicolini, di cui aveva riordinato l’archivio: “Per studiare il teatro dell’Estate Romana, la sua testimonianza è essenziale”. Così Giada scopre, si fa affidare e dà un ordine alla miniera di quelle che Andres considerava “carte morte” e ora rivaluta in pieno, dopo aver donato il materiale al Centro culturale Il Funaro di Pistoia, che ora viene presentato in una forma narrativa essenziale da Maria Fedi in L’archivio Andres Neumann. Memorie dello spettacolo contemporaneo (Titivillus Edizioni).

Il libro segue le tracce, incrociandone la biografia con i materiali più vari (scambi epistolari, documenti teorici e politici, ecc.), di un personaggio che ha determinato il successo e la diffusione di spettacoli-base della storia del teatro contemporaneo.

Boliviano di nascita, uruguaiano di adozione, quando Neumann approda in Francia a 29 anni grazie a una borsa di studio, è stato organizzatore di eventi internazionali, ha fondato un gruppo teatrale, ha creato colonne sonore e installazioni multimediali. L’Uruguay finisce sotto la dittatura, lui, dissidente, si fermerà per sempre in Europa. La prima tappa, nel ’72, è a Nancy con Jack Lang, allora direttore del Festival Mondiale di Teatro, che lo incarica di girare il mondo alla ricerca di spettacoli “nuovi”.

Quando due anni dopo arriva a Firenze come “ambasciatore di Nancy”, vi si trasferisce, nella stagione del teatro negli spazi alternativi: ex-cinema, circoli, case del popolo. È lui a rendere il Rondò di Bacco di Pier’Alli un centro nodale del teatro d’avanguardia e di ricerca, organizzando per tre anni una rassegna a Palazzo Pitti: vi partecipano, tra gli altri, il Living Theater, l’Odin Teatret, il Bread and Puppet, Tadeusz Kantor. Quando a Firenze giunge come spettatore Achille Occhetto, in forma privata, il Pci fiorentino si accorge che quell’attività è volata fin lì sotto i radar della politica e sta per intervenire.

Neumann decide allora che per realizzare i progetti in cui crede deve produrli lui stesso, con la creazione della Andres Neumann International: comincia con La classe morta di Kantor. Grazie a lui arriveranno in Italia l’Hamlet di Ingmar Bergman e gli spettacoli di Peter Brook, Pina Bausch, Andreji Waida. Nicolini lo vorrà al suo fianco per realizzare gli spettacoli dell’Estate Romana.

Attraverso le esperienze più varie acquisite sul campo, Neumann (che sul profilo facebook si definisce “autodidatta”) incarna così, tra i primi al mondo, una nuova figura di organizzatore e manager culturale, che valuta i progetti, sceglie e prepara le piazze capaci di accoglierli, fa da tramite tra compagnie, amministratori e sponsor e sa come affrontare gli ostacoli burocratici. Non sale in scena a raccogliere applausi, resta defilato per il pubblico e i media, ma senza di lui quegli spettacoli non ci sarebbero, o sarebbero altro. Tra i documenti pubblicati ci sono anche quelli sull’attività di distribuzione all’estero di performance di Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Dario Fo.

Lettere autografe dei protagonisti, preziose foto di scena, locandine e un’ampia bibliografia arricchiscono il racconto ed evidenziano la passione di una vita, dove il denaro è un mezzo più che un fine. Un solo esempio: una lettera alla compagnia Fo-Rame in cui lui stesso propone di ricevere il 5% di parcella sulla tournée messicana, anziché il 10 di prassi, per destinarne l’altro 5 alla promozione “perché non si ha tutti i giorni l’onore di lavorare con Dario Fo e Franca Rame”. Unico neo del libro l’assenza di traduzioni dei documenti in tre lingue, parte integrante del testo, che restringe il pubblico dei potenziali lettori.

Maria Fedi
L’archivio Andres Neumann. Memorie dello spettacolo contemporaneo
Titivillus Edizioni, pp. 248
€ 16

Quale Liberazione?

Augusto Illuminati

Non sarà soltanto una giornata di ponte e di stanche celebrazioni ufficiali, sebbene traversate da oscene stravaganze quale il divieto pordenonese di cantare dal palco Bella ciao. Ci saranno piccole e più attuali iniziative dal basso, in cui la festa è occasione per parlare del presente, voglio citarne un paio a caso, giusto perché stanno nella mia città.

Il primo è la festa a Parco S. Sebastiano, di fronte all’Angelo Mai sequestrato dai giudici con risibili motivi, e che ripropone il contrasto alla criminalizzazione dei centri sociali e all’adozione, oltre ai noti domiciliari (quelli che non si dànno ai frodatori fiscali), di divieti amministrativi di dimora a Roma, un bel retaggio del fascismo. Il secondo è un corteo di quartiere a Casal Bertone (un altro analogo ci sarà a Centocelle), che unirà le nuove resistenze contro la precarietà e le politiche di austerity al ricordo della Resistenza romana e all’espulsione dalla piazza dei mazzacinghia di CasaPound. L’Italia oggi sarà piena di siffatti episodi ed è buon segno.

Qui si innesta un discorso più ampio, meno legato all’occasione celebrativa. Di cosa stiamo parlando quando parliamo di Liberazione? Restiamo ancora a Roma – ma presto il discorso emigrerà a Torino, Milano, Napoli... Per la prima volta, almeno a memoria di questa generazione (io e altri lettori ricordiamo forse ancora Scelba, Tambroni, Giorgiana Masi, ecc., ma non conta), un ministro degli Interni, il suo prefetto e una loquace maggioranza dei corpi amministrativi romani vogliono vietare il centro città alle manifestazioni, con il contorno di grottesche proposte di decentramento in periferie che tanto, essendo già devastate, non correrebbero pericolo di ulteriori danni, nonché, in contrapposto alla richiesta civile ed “europea” di un numero identificativo per i poliziotti in servizio di ordine pubblico, di un numero d’ordine... per i manifestanti, non specificando se tatuato sul braccio o apposto su t-shirt o k-way o zainetto. I problemi di Roma, consenziente il sindaco Marino, sono diventati non la mancanza di case disponibili (l’invenduto abbonda) e la dismissione industriale, ma la movida e i cortei, le botteghe che calano le saracinesche all'avvicinarsi delle classi pericolose e i sampietrini disselciati.

Non arriveremo a sostenere che Alfano, Pecoraro e compagnia sbraitante preparino una nuova tirannide, paragonabile a quella contro cui si levò la lotta di liberazione conclusa il 25 aprile. Osta a ciò la mediocrità delle persone, malgrado le pessime intenzioni. Tuttavia l’ossessione securitaria scatenatasi dopo le scaramucce del 12 aprile è un bruttissimo sintomo, perché i propositi di stretta repressiva, la voglia di negare agibilità politica e di piazza all’opposizione è strutturalmente connessa alle strategie neo-liberiste, al loro impulso profondo a rendere “superflua” la democrazia riducendola a una democrazia plebiscitaria del comune (per dirla con B. Manin), dove there are no alternatives e imperversano simulacri di personalità e concetti manageriali o pseudo-tali come efficienza e velocità.

Guardiamoci però dallo scambiare per geni del male i puttanieri, gli avvocaticchi e i truzzi che twittano a ripetizione. In genere non aiuta la pretesa demagogica di identificare immediatamente vecchi simboli con i nuovi (dittatura dell’euro, tirannide della trojka, Renzi fascista, ecc.), bisogna invece capire in cosa consista oggi liberazione e da quale oppressione, quanto il potere sia entrato nelle nostre vene e neuroni e non se ne stia isolato ed esterno come in altri momenti di crisi e rivolta.

Finanza, poteri forti, eurocrazia, “casta” non sono solo vampiri dai connotati demo-pluto-giudaici evocati dal populismo di destra per venire incontro alla pancia dell’opinione pubblica (pancia vuota, a causa della crisi, ma pur sempre “pancia”), ma equivalgono a quelli agitati dal populismo di sinistra (burocrazia, nostalgia, conservazione, rigidità dei rapporti di lavoro) per giustificare un liberismo selvaggio che gonfierà, a sua volta, il populismo opposto. Sovranismo d’accatto vs europeismo del capitale finanziario.

Di entrambi dobbiamo liberarci ed è una lotta più complessa, anche se meno sanguinosa, di quella del 1945. Almeno finché dura l’equilibrio armato fra i centri imperiali concorrenti con relativi satelliti. Si tratta, niente meno, che di liberarci dalla mancanza di reddito e dell’incubo del lavoro precario (come dire: dal lavoro e dalla sua scarsità), di recuperare o costruire per la prima volta l’uso dei beni comuni naturali e culturali, di fare democrazia – non di restaurare quella rappresentativa corrotta, anzi realizzata nella sua corruzione. Parliamo di reddito garantito, salario e controllo sulle condizioni di lavoro, partecipazione e autogestione democratica del comune. Non di commemorazioni e neppure dell’evento commemorato, che fu cosa alta e degna, ma altra cosa.

Il saccheggio della Grecia

Dimitri Deliolanes

L’austerità funziona e sta dando risultati. Su questa parola d’ordine si sta giocando la partita per le elezioni europee. Al centro dello scontro, di nuovo, c’è la Grecia, il paese cavia delle politiche imposte dalla Germania e dal Fondo Monetario Internazionale.

Lo show pubblicitario è partito il 10 aprile, con l’improvviso ritorno dei bond greci sui mercati finanziari. Fino a quel momento, il ministro delle Finanze greco Yannis Stournaras assicurava che i tempi sarebbero stati molto più lunghi. Il premier Antonis Smaras ha invece voluto premere l’acceleratore e così l’immissione è stata fatta all’istante: obbligazioni di diritto britannico a scadenza quinquennale per 2,5 miliardi a un tasso di 4,75%. Un vero affare per gli investitori, garantiti dal fatto che lo stato greco non può procedere a nuovi haircut. Un nuovo aggravio di più di 700 milioni per il già pesante debito greco.

Ma non era solo questa la freccia nell’arco del governo greco. Il presunto risanamento delle finanze pubbliche avrebbe raggiunto per la prima volta nel 2013 un surplus primario. Poco più di un miliardo e mezzo, ma tanto basta per segnalare “l’inversione di tendenza”. Di nuovo campane in festa nei media europei ma per i greci è una beffa amara: tutti sanno che quest’obiettivo è stato raggiunto sospendendo tutti i pagamenti dello stato fin dalla fine del 2011: più di 4,5 miliardi di tasse da restituire, 5 miliardi i debiti dello stato verso fornitori, 1,2 miliardi di pensioni non elargite.

Ai toni trionfalistici del governo greco si è aggiunta la cancelliera Merkel, in visita per poche ore ad Atene l’11 aprile per sostenere e avallare i successi del suo allievo prediletto. “La Grecia ha fatto i compiti”, ha dichiarato la cancelliera, aggiungendo però che “molto rimane da fare”. Rimane ancora “da fare” quanto concordato a marzo con la troika (FMI, BCE, Commissione Europea) e poi approvato in un testo di più di 750 pagine diviso in due articoli dal Parlamento greco con una maggioranza da crepacuore: 151 sì (su un totale di 300) per il primo articolo, 152 per il secondo.

È previsto il licenziamento di altri 25 mila impiegati dello stato entro la fine del 2014 (in sostanza significa chiudere altri ospedali e altre scuole), viene protratta l'imposta sulla prima casa e si prevede anche la confisca per chi non la versa, vengono sbloccate le aste giudiziarie per i mutui in sospeso per le prime case e vengono tassati perfino gli appezzamenti agricoli, anche quelli non produttivi. Poi c’è il grande capitolo delle privatizzazioni: al primo posto le società dell’acqua di Atene e di Salonicco, la società elettrica, le due società del gas e tanti immobili.

L’enorme parco del vecchio aeroporto di Ellinikon, pochi kilometri fuori Atene, è stato già venduto per 915 milioni per costruirci casinò e centri commerciali. La prospettiva, ha commentato compiaciuto il premier, è di trasformare tutta la litoranea che va da Falero verso capo Sunion con albergoni e case da gioco. Primi aquirenti le multinazionali tedesche associate con oligarchi locali. I russi, che hanno mostrato interesse verso le società del gas, sono stati bocciati dalla troika, malgrado la loro offerta fosse di gran lunga la migliore. Da tutte queste svendite si calcola di incassare circa 18 miliardi entro il 2015 e un’altra ventina negli anni seguenti. Briciole di fronte ai 340 miliardi del debito greco, il 175% del PIL.

Ecco la grande success story dell’Europa dell’austerità. Saccheggio selvaggio, miseria e perenne dipendenza dai creditori stranieri. Nessuna strategia di sviluppo mentre le condizioni della popolazione non fanno che peggiorare: poco meno di due milioni di disoccupati, il 62% dei giovani senza alcuna prospettiva di lavoro, tre milioni senza assistenza medica, 750 mila sotto la soglia di povertà. Era stato promesso un “aumento della competitività” riducendo il costo del lavoro ai livelli turchi.

Ma l’unica cosa che si è ottenuta è un regime autoritario, quello sì molto simile al modello turco. L’austerità esige un attacco diretto contro la democrazia: svalutare sistematicamente le procedure parlamentari, violare la Costituzione, repressione poliziesca, squadrismo nazista e spudorata disinformazione dei media. Non c’è che dire, la Merkel e la pessima Commissione uscente hanno fatto proprio un bel lavoro.

La spettralizzazione secondo i Laibach

Gabriele Frasca

I Laibach non si smentiscono, e continuano a confondere il vecchio pubblico, per aggregarne ogni volta uno nuovo, all’altezza della chiamata in causa. E non potrebbe essere altrimenti, a conoscerne l’estetica, militante nel senso più responsabile. Non c’è procedimento estetico, per i Laibach, sin dagli '80 del punk sloveno, che non sia ideologico, e non c’è ideologia, a partire ovviamente dalla peggiore di tutte, quella che dichiara morta ogni ideologia, che non sia il discorso di copertura di uno stato dispotico e barbarico, a corto di risorse e aggressivo innanzi tutto al suo interno.

Dallo spalto privilegiato dell’unico lembo del continente privo di truppe di occupazione (la vecchia Yugoslavia), e poi dal balcone aperto sul futuro dalla crisi balcanica, il gruppo sloveno ha guardato per 34 anni al cuore dell’Europa e, sotto la patina di civiltà imposta dalla logica dei blocchi, vi ha scorto le vecchie correnti sanguinarie che non hanno poi tardato a manifestarsi, quando il continente ha smesso di ospitare la linea di confine, e di desiderio, del mondo. E così, ad esempio, nel 1990, mentre in tanti salutavano la fine del comunismo, i Laibach lanciavano beffardamente il loro hit Wirtschaft ist tot, l’economia è morta. E tutto si può dire tranne che il tempo non abbia dato loro rapidamente ragione.

Capacità profetiche, forgiate se mai su vetuste letture francofortesi? Forse, ma soprattutto un sorprendente grado di consapevolezza nell’uso della cultura di massa che sono chiamati come band a frequentare. Da questo punto di vista i Laibach, più di tanti intellettuali à la page, sono per davvero la coscienza d’Europa (da cui l’irresistibile successo negli USA), proprio come i Residents lo sono dell’America che tanto ancora ci fa sognare. E non è un caso che i due gruppi in questione siano gli unici a essersi esplicitamente votati a una paradossale perennità. Dietro le maschere dei Residents non sappiamo quanti musicisti si siano alternati dal lontano 1976, e c’è da giurarci che la loro storia potrebbe non finire mai.

Coi Laibach, che ci hanno invece messo la faccia, se mai per stagliarla ispirata sulle loro divise, le cose vanno diversamente, ma l’idea di sopravvivere ai loro stessi ascoltatori li avrà accarezzati all’altezza di WAT (2003), e proprio nel momento in cui annunciavano, malinconici invecchiati e rabbiosi, di essere il tempo, e destinati col tempo a sparire. In Volk (2006), esaltazione di ogni nazionalismo nella presunta globalizzazione (sgonfiatasi presto con l’ennesima crisi economica), non ne erano rimasti che due della formazione (quasi) originaria. Ora, con Spectre, non ci resta che la voce gutturale di Milan Fras, che quasi ci divora in Resistence Is Futile, esattamente mentre le voci dei più giovani componenti del gruppo ripetono per l’appunto «We are Laibach!»

Sì, sono i Laibach, 2.0 se volete, ma sono i Laibach. E se Milan Fras ancora v’intona i suoi ritornelli gutturali, talvolta persino con inaspettata grazia (Americana), lo fa quasi per introdurre quella che sarà senz’alcun dubbio la nuova voce della band, l’ispirata Mina Špiler, che è come se si fosse già piegata a raccogliere il testimone (ascoltare No History per crederci), e nel frattempo impazza in Bossanova, si concede persino di vestire i panni del miglior Gerry Casale in Liver, incalza con rabbia il suo stentoreo collega in Walk With Me, e gli ruba persino l’ansimo lussurioso nella rapace cover da Serge Gainsbourg (Love On The Beat), perla dell’edizione limitata. Pop, hanno ripetuto in tanti in sede di recensione, persino storcendo il naso.

Pop, dichiarano gli stessi Laibach, quello che gli necessitava per il loro album più politico (come la dance con i suoi ritmi concentrazionari serviva allo scopo di Nato, e l’heavy metal al fondamentalismo cristiano di Jesus Christ Superstars). Spectre, fra Marx e Bond, con i suoi costanti inviti all’insurrezione, è la colonna sonora, pop, della spettralizzazione che ci spetta, senza volto (alla faccia di Facebook) e tutti in rete come siamo. I Laibach, che di pun totalitari non se ne perdono uno, definiscono il fenomeno Cominternet... Cioè: anonimi, connessi e felici di essere insieme a fischiettare lo stesso motivetto (The Whistleblowers), che poi è il ritornello dei nostri anni: «We sleep, we dream / With no time in between».

Sul tramonto dei vecchi partiti

G.B. Zorzoli

Anche se non formalmente, nella sostanza sta sparendo l’unica “anomalia” del sistema politico italiano: il PD è sempre più il partito di Renzi. Quando la minoranza pensa di riprenderne il controllo mettendosi a stampare le tessere, conferma di essere alla frutta (forse, addirittura, all’ammazzacaffè).

Un PD tornato a essere vivace solo perché lo è Renzi, conferma il declino irreversibile della tradizionale forma partito. Prenderne atto non significa considerare superate in via definitiva modalità di organizzazione del consenso diverse dall’uomo solo al comando; obbliga però a constatare che dobbiamo partire da una tabula rasa. Non si tratta di modificare i vecchi strumenti, ma di inventarne dei nuovi, che funzionino.

Anche quando si immaginavano emanazioni nazionali di movimenti con respiro mondiale, nella realtà i partiti ambivano a rappresentare bisogni e interessi sufficientemente omogenei (cioè con contraddizioni interne mediabili) cui era possibile dare risposta all’interno di ogni singolo stato. In effetti i condizionamenti internazionali sono sempre esistiti, ma erano visti come ostacoli di cui tenere conto nei processi decisionali che, tuttavia, in larga misura restavano autonomi. Sulla riduzione del ruolo degli stati, anche quando non hanno formalmente deciso di delegare poteri a strutture sovranazionali, e sulle cause, non cedo ci sia molto da aggiungere a quanto è ormai senso comune.

Meno evidenti sono le conseguenze della parallela disarticolazione sociale. L’impoverimento progressivo di una parte crescente della popolazione nei paesi più sviluppati, accompagnato dalla concentrazione della ricchezza e del reddito nelle mani di un numero ristretto di individui, ha pochi tratti in comune con il processo inarrestabile di proletarizzazione degli strati piccolo-borghesi di marxiana memoria.

È venuto meno il potere unificante della comune esperienza del lavoro in fabbrica o di quello meccanicamente replicato negli uffici, alla base del collettivo sentire sociale. Prendiamo la categorizzazione oggi più ricorrente. Che cosa hanno in comune il precario nella scuola e in un call center? Il primo fa il lavoro voluto nella speranza di un concorso o di una leggina che lo regolarizzi.

Il secondo passa la giornata in locali senza finestre a svolgere una mansione senza futuro, tranne quello di essere prima o poi sostituito da una persona più giovane e meno stressata. In mezzo ci sono le partite IVA fasulle per un posto di segretaria, incarico rinnovabile annualmente, i lavori manuali in nero, piccole e saltuarie attività di ogni tipo, che si svolgono a casa propria; e altro ancora, inclusa la disoccupazione completa e irreversibile.

Alla proletarizzazione si è sostituita la individualizzazione, sempre più tale anche nel cosiddetto tempo libero, con il rapporto diretto, materiale, in misura crescente sostituito da quello astratto, nei social network; una condizione che trova la propria rappresentazione politica in partiti che si annullano in un individuo. Quando la situazione diventa insostenibile, scoppiano, improvvise, le rivolte, che non sono però in grado di proporre alternative sufficientemente credibili all’attuale modello di società. Di conseguenza, come confermano le esperienze di questi anni, l’eventuale successo è solo momentaneo.

Nel vuoto di credibili programmi alternativi, paradossalmente, ma non troppo, le proposte sui temi del lavoro che il governo sta predisponendo, possono tradursi in un successo politico. Non è affatto escluso che una disoccupazione giovanile intorno al 40% e un precariato diffuso accettino la prospettiva di qualche garanzia e di qualche posto di lavoro in più, nella logica disperata del meglio un uovo oggi di una gallina domani.

Istruzioni per l’uso del futuro

Michele Dantini

Il patrimonio è «comunità» o «mercato»? Potremmo partire da questa domanda per introdurre l’ultimo libro di Tomaso Montanari che, se approfondisce le convinzioni più radicate dell’autore, accompagna sottili mutamenti di prospettiva e sperimenta inedite attitudini espositive.

La narrazione non è scandita da capitoli o paragrafi ma dalle voci di un «alfabeto civile» che va dalla A di «ambiente» alla Z di «zenit». Le tesi in primo luogo. Se assoggettato a norme di profitto, il patrimonio (inteso prioritariamente come un «intangibile», cioè come una risorsa immateriale) smarrisce i compiti educativi assegnati ad esso dalla Costituzione. Muore o decade. Al di là delle retoriche commerciali, «valorizzarlo» adeguatamente implica dunque riconoscerne la differenza dai beni di consumo. Significa studiarlo sino a rigenerarne la conoscenza, interrogarlo, divulgarlo.

La tutela del patrimonio è intimamente connessa a quella dell’ambiente: «natura» e «cultura» particolarmente in Italia, paese di antica antropizzazione, formano un’unità storico-antropologica che occorre preservare. Mobilitarsi in difesa di acqua, aria, boschi e suolo non è diverso, afferma Montanari, dal prendersi cura del singolo monumento, del piccolo museo territoriale, dell’area archeologica, delle «identità» comunitarie.

Infine. La conoscenza storico-artistica è requisito di cittadinanza. Dovrebbe essere incoraggiata ed estesa a tutti sin dai primi anni delle scuole, e considerata adempimento costituzionale, parte di una più generale politica delle pari opportunità. Sappiamo invece come l’insegnamento della storia dell’arte sia stato inesplicabilmente ridotto da recenti riforme e, in taluni casi, soppresso. Non solo. Le partnership pubblico-privato devono stabilirsi sul presupposto della bontà dei progetti. Selezionare attitudini e competenze. Produrre mobilità sociale. L’attuale mercato delle concessioni appare invece truccato da contiguità politico-partitiche e rapporti clientelari.

Ciò che più colpisce, in Istruzioni per l’uso del futuro, non sono le tesi, in buona parte note e esposte in circostanze recenti. Sono gli slittamenti che hanno luogo a due livelli, di forma e contenuto; e che risultano assai significativi. Una maggiore disponibilità al contemporaneo (pur se da ricondurre «nelle periferie») si accompagna al riconoscimento dell’importanza occupazionale delle politiche di tutela. Il libro prova ad avviare un discorso anche economico sul patrimonio riconoscendo che il dibattito è stato, sin qui, eccessivamente schematico e polarizzato.

È un riconoscimento importante. Nel desiderio di «sostituire la proposta alla pura denuncia», Montanari lancia brillanti idee e segnala alcune best practices. Perché non istituire una Scuola nazionale del patrimonio? O non trasformare le soprintendenze (e i musei pubblici, aggiungo) sul modello dei «policlinici», cioè istituzioni universitarie che svolgono ricerca applicata?

A mio avviso l’attuale ritrovata vivacità del discorso storico-artistico italiano è connessa a un’istanza di semplificazione linguistica portata a buon termine. Da più di un decennio i progetti di «cartolarizzazione» del patrimonio o le offensive neoliberiste contro le competenze storico-artistiche hanno obbligato (e obbligano tuttora) gli storici dell’arte a interrogarsi in modo semplice e diretto sull’utilità pubblica della propria attività; e a confrontarsi con l’interesse generale.

Istruzioni per l’uso del futuro corrisponde all’esigenza di rivolgersi a (e interessare) un più vasto pubblico: il modo in cui è scritto e concepito costituisce de facto una vivida contestazione dell’autoreferenzialità della storia dell’arte universitaria.

La saggistica attraversa difficoltà crescenti, certo non solo in Italia. Gli editori chiedono racconti: solo l’intrigo poliziesco o la saga familiare sembrano poter sopravvivere alla tempesta. Per uno storico dell’arte di formazione accademica si pone dunque la necessità di mantenere in vita la scrittura saggistica conferendole forme «altre» e (per così dire) avvolgendo in involucri narrativi il pensiero critico.

Già dall’accostante dispositivo retorico che lo sorregge, quello dell’«alfabeto civile», il libro si confronta con la spinosa congiuntura culturale, e lo fa bene. Eccettuate sporadiche iperboli o sbrigative riduzioni polemiche, rispetta la delicatezza dell’argomento mentre gioca la carta (strategica) della brevità divulgativa.

Tomaso Montanari
Istruzioni per l’uso del futuro. Il patrimonio culturale e la democrazia che verrà
minimum fax (2014), pp. 127
€ 9,00

alfadomenica aprile #3

DEMICHELIS sull'EUROPA - TARSI sul ROCK PROGRESSIVE – Video su MANZONI – Poesia di BUFFONI – Ricetta di CAPATTI **

L'EUROPA. QUANDO PERSEVERARE È IDEOLOGICO
Lelio Demichelis

Un po’ di filosofia e di psicanalisi; spunti dalla riflessione di Hannah Arendt sul totalitarismo, ma applicandola al capitalismo; e Michel Foucault. Sono alcuni degli strumenti utili per capire la crisi di questa Europa.
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DISCESA NEL MAELSTRÖM PROGRESSIVE
Intervista di Paolo Tarsi a Michele Coralli

Esce per Stampa Alternativa un libro dedicato a uno dei gruppi più originali dell’intera storia del progressive. Ne parliamo con l’autore, Michele Coralli, giornalista e direttore del sito www.altremusiche.it, portale dedicato alla promozione delle musiche non allineate.
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A FREGELLAE COME CARTAGINE DISTRUTTA  - Poesia
Franco Buffoni

A Fregellæ come Cartagine distrutta
Furtivi orsetti bruni oggi scavate
Per pochi resti di colonne
E frammenti di vetro.
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PIERO MANZONI, ARTISTA - alfavisioni
Domenica prossima, in occasione della mostra milanese Piero Manzoni 1933-1963, alfadomenica proporrà un ampio speciale curato da Andrea Cortellessa e dedicato al «pittore milanese, ma geniale» (nella definizione degli Skiantos). Oggi vi proponiamo il trailer del film documentario «Piero Manzoni, Artista».
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COTICHE O PISELLI - Ricetta
Alberto Capatti

Ho aspettato che venisse la Pasqua per ritirar fuori le cotenne di maiale, quando cominciano a non venir più richieste. È un modo di evocare i cibi stagionali e quelli non.
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*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.