Prodotto Interno Legale

Augusto Illuminati

Alberi della legalità, crociere scolastiche anti-mafia, allocuzioni quirinalizie, cerimonie in onore di Falcone e Borsellino a strafottere. È maggio, bellezza, mese mariano e di commemorazioni pelose, nonché di comizi elettorali in cui tutti i candidati si appropriano dei defunti e invocano per i rivali il 41 bis. Virtù e onestà tornano di moda.

A un’incerta primavera segue lo scoppio dell’estate e a giugno arrivano i nuovi episodi corruttivi dissipando le residue nebbie retoriche e additando la verità effettuale della cosa: mafia, camorra e ‘ndrangheta entrano nel calcolo del Pil, sommandosi al giro di tangenti che già ne faceva parte, tolta la parte spostata su conti esteri. Il presidente del Senato Grasso invoca l’applicazione alla corruzione della legge anti-mafia, ratificandone la virtuosa confluenza. Le grida si susseguono come i 22 livelli di controllo interno sull’Expo –più sono i controllori e i declamatori di virtù più alto è il costo della corruzione e più sale il Pil.

Che il lavoro criminale fosse per certi aspetti lavoro produttivo l’aveva già accennato di sfuggita Marx e tecnicamente vi rientrava la prostituzione sotto pappone (da discutere invece su quella libera, in quanto paragonabile piuttosto all’artigianato o all’agricoltura di autoconsumo). Né scandalizza il fatto che i relativi proventi entrino nel calcolo della ricchezza nazionale, che assomma lavoro produttivo e improduttivo di plusvalore. Che non sia tassato è un altro segno di omogeneità con il resto del prodotto nazionale.

Perfino chi audacemente propone di sostituire al calcolo meramente economico del Pil un ideale indice della felicità (il BES, Benessere Equo Sostenibile), non può ignorare che esso andrebbe comunque parametrato sul soddisfacimento di desideri assortiti, compresi l’amore mercenario, la pedofilia e il consumo di sostanze alteranti – del resto già legalizzate in forma di psicofarmaci, merendine e alcol. Chi siamo noi per dettare regole salutiste o morali?

Gli effetti dei nuovi criteri di calcolo saranno assai benefici per fingere il superamento delle politiche di austerità: elevando infatti artificialmente il Pil, scende in automatico il rapporto debito/Pil e si riduce l’impatto di un’applicazione rigorosa del Fiscal Compact e del pareggio di bilancio. Il trucco statistico sostituisce un’inflazione da accrescimento della domanda, che invece latita. Drogare i criteri di misura corrisponde per armonia prestabilita all’inserimento della droga fra gli indici di ricchezza.

Con qualche piccolo contraccolpo di etica pubblica, che non fermerà il moto degli astri: chiamare “pecorella” un carabiniere (crimine abominevole e improduttivo) costerà sempre quattro mesi a un manifestante valsusino, uccidere un carabiniere opponendosi a un sequestro di droga continuerà, sì, a essere sanzionato penalmente, ma il responsabile sarà fieramente consapevole di aver accresciuto il reddito nazionale, non con l’omicidio, per carità, ma se è riuscito, malgrado l’ostacolo in divisa, a piazzare il prodotto.

Trattandosi di un provvedimento adottato ufficialmente su scala europea possiamo considerarlo complementare a ulteriori iniezioni di liquidità alle banche (l’attività criminale al momento di maggior respiro) e sostitutivo di fastidiose emissioni di bond o aiuti positivi all’occupazione che distorcerebbero con eccessivo stridore i canoni sacri del neoliberismo, insomma un travisamento dei dati nel confronto con gli Usa ­che, d'altra parte, inseriscono formalmente nel loro Pil gli omicidi di guerra e gli apparati di spionaggio e probabilmente ci ficcano dentro un bel po’ di profitti narcos.

Con mossa parallela e tutta nazionale, di pur vaga origine europea, Renzi si appresta a calcolare nell’occupazione giovanile i vari lavori temporanei di merda a 3-400 euro e gli stages totalmente gratuiti (vedi alla voci Expo) che si propone di reperire con la Youth Guarantee, il servizio civile universale e la riforma dell’apprendistato senza apprendistato.

Operazione più complicata, perché insieme di “politiche attive” di workfare e non semplice cosmesi sulle cifre, operazione più difficile perché potrebbe scontrarsi con resistenze dei diretti interessati, poco propensi ad accettare nel medio periodo, dopo l’incasso dei primi soldi maledetti e subito, livelli salariali est-europei con prezzi dell’ovest. Insomma, the show must go on e ne vedremo di ogni.

Oh my lord!

Ilaria Bussoni

Un rapporto di coppia, tra amanti, si apre su una separazione. Tangeri, da un lato. Detroit, dall’altro. Un luogo di broccato, cavigliere, falcate sul selciato, fonemi gutturali. Un altro di linee rette, riproduzioni analogiche del suono, cavi, elettricità. Due poli della civiltà, Oriente e Occidente. Distanti. E il titolo ci dice di un legame, the lovers. Sì, di una relazione d’amore tra un uomo e una donna. Trama banale, in apparenza, quella dell’ultimo film di Jim Jarmusch.

Eppure nel titolo sta un epigramma. Il sostantivo plurale, lovers, è qualcosa in più di una relazione di coppia. Non semplici amanti l’uno dell’altro. Universo chiuso di un amore biunivoco o palleggio di posizioni. Nessun oikos, nessuna economia domestica, da accumulare, difendere, preservare insieme. In questo film, l’amore non ha un recinto. E non perché l’alternativa al due che si fa uno stucchevole sia l’appetito ingordo dei corpi consumati a mo’ di diversivo o di sostanza eccitante che è eccezione alla regola. Nemmeno l’accumulo di godimento che prende vorace ciò vuole. Nonostante qui sia questione di vampiri. E tantomeno la sua rinuncia in forma di una morale di temperanza.

Adam e Eve sono vampiri. Già in Marx, Karl, metafora parassitaria per eccellenza. Il Capitale vampirizza e succhia il lavoro vivo. In fabula, il vampiro, non vivo e non morto, si nutre di vita, in assenza di una sua propria. Nel farlo non ha limite alcuno, prigioniero di un godimento che è eterna condanna alla predazione. Nella sua lunga narrazione storica il vampiro va a occupare il posto dell’aristocrazia rentière, dell’estrazione di plusvalore e, infine, dell’intima adesione soggettiva al consumo di merce. Questo fino al film di Jarmusch, che rompe con la rappresentazione del vampiro in quanto agente reificante o figura reificata senza dimenticare la tradizione dalla quale proviene. E infatti anche in questo film il vampiro continua a stare all’incrocio tra forze produttive e improduttive, tra vita e predazione, tra lavoro vivo e Capitale. Ma la sua collocazione cambia, perché qui sono «solo» i vampiri a restare vivi. Innanzitutto a restarlo. Ultima forma di vita che ritaglia i propri margini rispetto a un movimento che sembra voler estinguere qualunque altra.

Eppure la vita sul e intorno al pianeta non è svanita del tutto. Le vestigia della coltre industriale di Detroit, di una civiltà del lavoro che ha estratto, risucchiato, sputato e lasciato esanime ciò che ha toccato, non ricoprono di morte qualunque cosa. L’esotismo del paradiso dei piaceri di Tangeri non ha contaminato e corrotto del tutto ogni abitante della Qasba. Tanto al paradigma estrattivo dell’Occidente quanto a quello consolatorio dell’Oriente qualcosa continua a sfuggire: un piccolo mammifero che si aggira di notte, un’erba infestante che si radica lungo una casa, l’evoluzione energetica di una stella, la voce di una cantante in un caffè.

Ma Adam ed Eve sembrano essere gli ultimi in ascolto della vita che resta, a vederla e a nominarla, a esserne colti da meraviglia e nel riconoscerla e nel darle un nome a poterne godere. Per questo i termini pronunciati in latino riferiti alle specie animali e vegetali non rimandano alla topica dell’erudizione aristocratica che compete ai vampiri, ma al gesto primordiale con il quale Adamo ed Eva danno un nome alle cose: meraviglia, nominazione, piacere.

I vampiri Adam ed Eve sembrano gli ultimi esseri viventi ad aver mantenuto un contatto con la vita e a riuscire davvero a goderne. Ma non in quanto coppia amorevole richiusa sul proprio universo di preservazione ed edonismo, o per l’assenza di alternativa. Piuttosto come una vita che sa darsi l’unica forma possibile: quella della continua creazione, della messa alla prova di sé dentro una pratica di creazione presieduta dall’amore. Ed è in questo, «solo», che si resta vivi. In questo, «solo», c’è bios. Come se la vita per l’animale parlante fosse anzitutto una pratica, un’arte del vivere, dove stile, cura, responsabilità, le fanno da architettura. Alternativa alla quale resta solo una vita dispersiva e informe, che consuma e si consuma, quella degli zombi-umani. Mera zoe, con la quale dover convivere.

Adam ed Eve sanno della responsabilità che portano in quanto vita, che non si tratta di un attributo in sé a prescindere dalla forma che gli si vorrà dare. Sanno anche che non dovranno risponderne a un Dio o a un principio morale, ma unicamente a loro stessi. Per una brutta vita non c’è punizione diversa dalla brutta vita.

A rendere Adam ed Eve forse gli ultimi superstiti di una vita con forma non è il fatto che siano artisti. Non è il loro genio o la loro capacità creativa individuale. La loro salvezza non sta nell’ergersi in quanto eccezione virtuosa di fronte a una massa priva di talento. Né nel fare di questa differenza qualitativa della loro specifica intensità biologica il diritto di un dominio sugli altri e sul mondo. Il dato biologico, la loro straordinaria capacità artistica, non li rende di per sé migliori. Per questo non ambiscono ad alcun governo degli altri e del mondo, ad alcuna gerarchia tra le vite. Per questo rifuggono l’adulazione del loro talento, il desiderio di umana servitù nei confronti della loro eccezione.

Perché la capacità creativa non è semplicemente «loro». Per loro transita, come per tutto il resto. In una voce di donna, in uno strumento musicale artigiano. In loro assume una forma, perché non si sottraggono all’arte e all’impegno di dare forma alla vita. Senza la cristallizzazione dell’individuo, senza la chiusura della coppia. È a questa capacità che occorre inchinarsi, per questo Eve può dire ad Adam Oh my lord!, amandolo, senza essere schiava.

 

Luciano Gallino. L’altra Europa

Conversazione con Lelio Demichelis

Professore emerito dell’Università di Torino, dove ha insegnato sociologia per trent’anni. Esperto di sistemi produttivi, della loro trasformazione e degli effetti della globalizzazione. Negli ultimi anni – e lo dimostrano i suoi libri: Con i soldi degli altri (2009), Finanzcapitalismo (2011), La lotta di classe dopo la lotta di classe (2012) – Luciano Gallino ha dedicato il suo lavoro di analisi e di critica alla crisi finanziaria iniziata nel 2007, alle cause che l’hanno prodotta e agli errori (drammatici, per gli effetti sociali che stanno producendo) commessi poi dall’Europa.

Gallino è stato inoltre tra i promotori (con Barbara Spinelli, Marco Revelli, Guido Viale, Andrea Camilleri e Paolo Flores d’Arcais) della lista per L’Altra Europa, legata al leader greco della sinistra radicale (ma non solo), Alexis Tsipras. Errori dell’Europa, dunque. Sempre che di errori si sia trattato e non, come diventa sempre più evidente, di una deliberata strategia politica. Da pochi mesi Gallino ha pubblicato un nuovo saggio che esplicita le sue tesi già dal titolo: Il colpo di stato di banche e governi. Con un sottotitolo ancora più esplicito: L’attacco alla democrazia in Europa.

Luciano Gallino - Un titolo forte certamente lo è. Ma è preso dalla scienza politica e applicato alla nostra realtà economica di questi ultimi anni. Scienza politica che parla appunto di «colpo di stato» quando una parte della società si appropria con la forza di poteri che altrimenti non le spetterebbero. Le Costituzioni democratiche ovviamente escludono l’ammissibilità del colpo di stato (che cancella libertà, democrazia e società in nome di un presunto stato di eccezione). Quello che è successo in Europa in questi ultimi sei anni è appunto un colpo di stato. Contro le Costituzioni dei singoli Stati ma anche contro gli stessi trattati dell’Unione europea. Trattati che insistono molto sui temi economici e sulla libera concorrenza nel mercato, ma che certo non prevedono che le istituzioni finanziarie possano appropriarsi del potere politico e dettare le politiche economiche degli Stati membri.

E invece è successo. Lo hanno fatto le istituzioni finanziarie e i governi, piegando alle logiche neoliberiste le norme dei trattati, esasperandole o violandole senza opposizione, interpretandole a senso unico. Non sarebbe successo se alcuni governi si fossero opposti a questa lettura distorta, ideologica nel senso del neoliberismo dei trattati. Per tutti era prioritario salvare le banche e a questo obiettivo hanno sacrificato la società.

Lelio Demichelis - Quello che è successo nel 2007, prima negli Stati Uniti e poi in Europa, è anche l’esito inevitabile – lei lo ricorda sempre – di trent’anni di crescente egemonia neoliberista (e proprio in senso gramsciano) nel mondo. Forse quest’ultima crisi ha solo portato alla luce quello che era, con un gioco di parole, un «golpe strisciante», sotterraneo che dura appunto da trent’anni, con il deliberato obiettivo di svuotare la democrazia (anche quella che era democrazia liberale), ridurre i diritti sociali (che sono la premessa perché siano veri e autentici anche quelli politici e civili), lasciare mano libera al mercato trasformando la società anch’essa in mercato e portando i mercanti dentro al tempio della democrazia.

L.G. - Un golpe strisciante, sì, in un certo senso. Perché tutto ciò che è accaduto era già scritto, era stato iniziato dalla Thatcher e poi sviluppato da Reagan negli Stati Uniti, ma il loro era il neoliberismo di Milton Friedman e prima ancora di Friedrich von Hayek, poi applicato un po’ ovunque nel mondo dal Fondo monetario, dall’Ocse, poi dall’Unione europea e dalla Bce. Per anni il neoliberismo è stato davvero il pensiero unico economico dell’Occidente e delle sue istituzioni economiche. E sembra che nessuna correzione sia possibile, se ancora il commissario europeo Olli Rehn continua a predicare il rigore nei conti pubblici, a chiedere altri tagli alla spesa pubblica e ai sistemi di welfare, il pareggio di bilancio, la flessibilizzazione nei mercati del lavoro. Ovvero le famose riforme strutturali del neoliberismo europeo.

L.D. - Che siano politiche sbagliate ormai dovrebbe essere più che evidente. E invece l’Europa continua a predicare l’errore pur di poter applicare comunque l’ideologia, il progetto politico neoliberista.

L.G. - Ripetere gli errori. Non vederli. È davvero sconcertante. E drammatico, per l’Europa e per gli europei. L’Europa è vittima sacrificale di un’autentica teologia economica, di una teologia neoliberale. Secondo la quale il mercato è sempre efficiente, lo Stato è sempre spreco e inefficienza, la competizione è una pratica virtuosa. Sono clamorosi errori. Ma questa teologia è ancora vincente nell’opinione pubblica, soprattutto nelle università, nell’accademia, nei mass media. E questo ha molti responsabili, ma soprattutto li ha nel mondo dell’università che non fa più pensiero critico e dove in nove casi su dieci oggi si insegnano agli studenti le stesse cose che si insegnavano dieci anni fa, oggi rivelatesi sbagliate, denunciate dai pochi economisti critici, ma che nonostante questo continuano a essere insegnate come teoria vera.

L.D. - Nelle sue riflessioni di questi anni lei insiste molto sulla necessità e anzi sull’urgenza di rovesciare le politiche neoliberiste e fare come aveva fatto Roosevelt nel 1932. Serve cioè anche oggi attivare una sorta di nuovo New Deal. Molti obiettano che quelli erano altri tempi, che quello era un mondo diverso e che dunque ritornare a quella politica è impossibile.

L.G. - Il New Deal fu anche un modo per salvare il capitalismo. E però diede grandi vantaggi agli Stati Uniti e agli americani, aiutandoli a uscire dalla crisi. Vantaggi che gli Usa poterono mettere poi sul tavolo alla fine della seconda guerra mondiale. Ma il New Deal non è cosa del passato. Certo, la realtà di oggi è in parte diversa. Ma l’idea resta validissima. Soprattutto davanti allo scandalo della disoccupazione, con 27 milioni di senza lavoro in Europa e quasi 20 nella sola Eurozona. Ed essere senza lavoro è una condizione ancora peggiore del non avere un reddito, perché mina la stima di sé, minaccia la coesione sociale e non si crea valore perché senza lavoro non c’è crescita, mentre non vale il contrario (come invece si crede oggi).

Lo Stato allora deve intervenire direttamente per creare occupazione (e Roosevelt, in pochi mesi, diede un lavoro, quindi stima sociale e autostima, a oltre 4 milioni di disoccupati americani). Oggi serve qualcosa di simile. L’ostacolo non è la mancanza di risorse finanziarie, l’ostacolo è ideologico. Oggi l’egemonia neoliberista fa credere a tutti e a ciascuno che la disoccupazione sia una colpa individuale del lavoratore. Che non si adatta, che non abbassa le sue pretese, che non è flessibile. Questo ostacolo ideologico va superato. Perché appunto ostacolo non sono le risorse, ma i dogmi neoliberisti.

L.D. - Dai primi No Global agli Occupy Wall Street in molti hanno cercato in questi anni di riportare a ragione il sistema economico e finanziario. Senza riuscirci. Tra rete e globalizzazione il capitalismo ha scardinato la società, ha frantumato il lavoro, ha cancellato ogni capacità progettuale della società e insieme ha creato l’idea che tutto sia impresa. E, per parte loro, governi e partiti non contrastano questa deriva, ma sembrano favorirla, incentivando ciascuno a farsi «imprenditore di se stesso». Come uscire da questo vicolo cieco?

L.G. - No Global e Ows, nessuno sembra davvero in grado di mutare le cose. D’altra parte questa condizione non è stata prodotta dal caso, ma appunto da una scelta anche della politica: basti pensare alla deregolamentazione dei mercati finanziari e all’abolizione, negli Stati Uniti di Clinton, del Glass-Steagall Act, oppure alla deregolamentazione dei mercati del lavoro, alla Thatcher, appunto, ma anche a Blair e a Schroeder e al patto di ferro tra socialdemocratici e democristiani tedeschi per fare della Germania una grande piazza finanziaria. Per cambiare le cose bisogna passare anche dai Parlamenti – in primo luogo dal Parlamento europeo, e a breve ne avremo l’occasione – mutandone la composizione. Altrimenti tutto rimarrà come prima.

L.D. - Wolfgang Streeck, nel suo libro Tempo guadagnato, parla dei «gloriosi trent’anni» seguiti alla seconda guerra mondiale come di un tentativo di «democratizzare il capitalismo». Tentativo che oggi sembra abortito. Insomma, appena ha potuto, il capitalismo si è ripreso le sue libertà, ha rifiutato la sua democratizzazione. Forse il capitalismo è inconciliabile con la democrazia.

L.G. - Anche il New Deal è stato un modo per democratizzare il capitalismo. Dopo la seconda guerra mondiale il capitalismo è stato democratizzato grazie alla democrazia sociale ed economica. Per questo sono serviti i sindacati, il conflitto sociale, la paura dell’Unione Sovietica. Credo che sia nuovamente possibile mettere limiti, mettere briglie al capitalismo. Per il bene dell’intera società. Il superamento del capitalismo mi sembra invece ancora un obiettivo lontano. Ma disciplinarlo, il capitalismo, questo si può. E si deve. Subito.

alfadomenica giugno #2

GALLINO e FORMENTI sull'EUROPA - SCOTT BROWN sull'ARCHITETTURA – CARBONE Semaforo - ANNOVI Poesia - CAPATTI Ricetta

LUCIANO GALLINO. L'ALTRA EUROPA
Conversazione con Lelio Demichelis

Professore emerito dell’Università di Torino, dove ha insegnato sociologia per trent’anni. Esperto di sistemi produttivi, della loro trasformazione e degli effetti della globalizzazione. Negli ultimi anni Luciano Gallino ha dedicato il suo lavoro di analisi e di critica alla crisi finanziaria iniziata nel 2007, alle cause che l’hanno prodotta e agli errori (drammatici, per gli effetti sociali che stanno producendo) commessi poi dall’Europa.
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RAGIONANDO DI ELEZIONI
Carlo Formenti

Un paio di mesi fa era apparsa su queste pagine una mia “Lettera aperta ai compagni della sinistra radicale sulle elezioni europee”. Si trattava di un documento in cui spiegavo le ragioni per cui la lista Tsipras non suscitava il mio entusiasmo.
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INVENZIONE E TRADIZIONE
Denis Scott Brown

Pubblichiamo un'anticipazione dal nuovo libro di Riccardo Salvi Identity Matters in libreria per Franco Angeli nei prossimi giorni. Oltre all'introduzone del curatore Identity Matters è una raccolta di saggi di autori diversi che rispondo alla domanda sull’esistenza o meno di una identità nazionale in architettura.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

FUOCHI  - LINEE  -  LIBRI -   MERCATI  -  MITI

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NOTE AL DISBOSCO
Gian Maria Annovi

non occorre che tu queste piante queste suole lunghissime di sughero
queste ghiandole e briciole
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RISI E PATATE - Ricetta
Alberto Capatti

In una canzonetta triestina, si dileggiava lo slavo che scendeva in città, Mirko de Sesana, il quale, seduto al caffè degli specchi, ordinava da bere e gli servivano riso e patate, ed era felice e contento.
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*alfadomenica è la rubrica settimanale di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Ragionando di elezioni

Carlo Formenti

Un paio di mesi fa era apparsa su queste pagine una mia “Lettera aperta ai compagni della sinistra radicale sulle elezioni europee”. Si trattava di un documento in cui spiegavo le ragioni per cui la lista Tsipras non suscitava il mio entusiasmo:

1) perché riproponeva la vecchia logica di un accordo puramente elettorale fra le varie componenti di una sinistra radical-istituzionale (scusate l’ossimoro ma non saprei come altro definirla) priva di identità sociale e progetto politico; 2) perché irritato dall’ipocrisia con cui si spacciavano come “costruite dal basso” liste raffazzonate all’ultimo momento con un occhio all’appeal mediatico dei candidati (molti dei quali “falsi”, in quanto dichiaravano a priori la propria intenzione di rinunciare ove eletti) e l’altro agli accordi fra le correnti in campo; 3) perché alimentava illusioni riformiste nei confronti di istituzioni europee palesemente irriformabili e irrimediabilmente oligarchiche; 4) perché ambiva a rappresentare una generica “società civile”, priva di ogni caratterizzazione di classe.

Quell’intervento provocò una pioggia di critiche (e qualche insulto) alle quali ho scelto di non replicare perché non volevo venisse interpretato come una “campagna contro”, limitandomi a dire che l’avrei votata anch’io, sia pure turandomi il naso, dando la preferenza a qualcuno dei candidati degni di stima (che in effetti non mancavano). A urne chiuse e a esito acquisito, posso confessarlo: alla fine non ho avuto il coraggio di votarla, per la prima volta da trent’anni a questa parte non sono andato a votare, come credo abbia fatto la maggioranza dei compagni impegnati nelle lotte di base contro la disoccupazione e il precariato, per il diritto alla casa e per la difesa di ambiente e territori.

Sul Manifesto Luciana Castellina si è compiaciuta del fatto che i voti raccolti dalla lista abbia superato la somma di quelli che sarebbero andati a Sel e Rifondazione se si fossero presentati separatamente, io credo invece che dovremmo riconoscere che quel “surplus” appare miserabile, ove confrontato alla massa degli elettori che hanno votato PD, Grillo o si sono astenuti. In effetti, perché avrebbero dovuto votare per una coalizione in cui c’è un partito come SEL, incerto se continuare a fare da mosca cocchiera al PD o confluire direttamente nella sue fila, accogliendo l’invito a dare vita a una “sinistra” unica formulato dalla Camusso in un’intervista al Corriere, un partito i cui rappresentanti non possono presentarsi davanti agli operai dell’Ilva e alla gente di Taranto senza arrossire di vergogna?

Perché avrebbero dovuto votare per una coalizione in cui c’è Rifondazione, un partito pervaso da pulsioni sucide che lo hanno indotto, dopo avere assicurato nel corso di un recente congresso che mai più lo avrebbe fatto, a immolarsi nel ruolo di garante “antagonista” di una ennesima operazione Arcobaleno, egemonizzata da forze che antagoniste non sono. Perché, infine, avrebbero dovuto votare per la sinistra liberal-chic di ALBA, che antepone il pur nobile impegno per i diritti civili a quello per la difesa degli interessi materiali delle classi subordinate?

Personalmente il colpo di grazia a ogni residua intenzione di recarmi al seggio me lo ha dato l’intervista che il candidato Luca Casarini, ex leader dei Disobbedienti, ha rilasciato al Corriere a pochi giorni dal voto. Intervista in cui ha spiegato che, oggi, i “veri” proletari sono artigiani e lavoratori autonomi. Mentre lo ringrazio per avermi aiutato a risparmiare la fatica di votare, lo invito caldamente ad andarsi a leggere Dove sono i nostri, il libro pubblicato dal collettivo Clash City Workers che, forse, lo aiuterà a capire che la composizione di classe in Italia è un po’ più complessa e che, per una sinistra radicale degna di questo nome, esistono altri soggetti sociali in cui identificarsi e per cui lottare.

Sempre ai compagni di Clash City Workers dobbiamo quella che mi è parsa la più lucida analisi del risultato elettorale che mi sia capitato di leggere: i proletari, scrivono, hanno votato in massa PD perché Renzi ha messo loro in busta paga i famosi 80 euro; il che non significa, aggiungono, che meritino il nostro disprezzo per avere ceduto alla lusinga di un tozzo di pane; significa, piuttosto, che la crisi li morde alla gola al punto da apprezzare anche questa piccola boccata d’ossigeno, e che nessuno gli ha spiegato che quello che Renzi sfilerà dalle loro tasche con aumenti di flessibilità, tagli alla spesa pubblica e al welfare sarà assai più di 80 euro. Significa anche che nessuno ha spiegato loro che il PD di Renzi è qualcosa di più complesso e pericoloso di una socialdemocrazia moderata.

Ci ha provato Luciana Castellina nel già citato articolo sul Manifesto, scrivendo che il PD, più che una nuova DC è una versione italianizzata dei Democratici americani. Non sono d’accordo: il PD è la nuova DC, nel senso che svolge la stessa funzione di corpaccione interclassista in grado di garantire l’egemonia culturale e politica delle classi dominanti - funzione che, essendo cambiati modo di produzione, composizione di classe e tecniche di costruzione del consenso va svolta con metodi aggiornati, effettivamente più simili a quelli made in Usa. Ma è anche molto di più: i peana che gli hanno tributato Merkel, Monti, Obama, Confindustria e sistema dei media è lì a dimostrare che in Italia è in atto un esperimento politico che mira a imporre ai proletari il disciplinamento liberista con metodi più “soft” di quelli adottati nel caso greco, a far digerire i tagli a redditi e welfare spacciandoli come metodi per rilanciare l’occupazione e costruire un welfare “moderno”.

Renzi ha detto che la sua è stata la vittoria della speranza sulla rabbia. Ha ragione: così come il Yes We Can di Obama ha sedotto gli elettori americani, l’imbonitore Renzi ha illuso gli elettori italiani, mentre la rabbia di chi non gli ha creduto ha trovato espressione più nell’astensione che nel voto a Grillo, o che in quello ben più deludente alla lista Tsipras. Da qui in avanti il compito della sinistra antagonista sarà spiegare ai proletari italiani quali interessi di classe incarna il PD, per organizzare la lotta contro la sua politica e contro quell’Europa delle lobby finanziarie di cui il PD è espressione locale. Per svolgere tale compito, tuttavia, occorre mettere da parte le illusioni in merito alla possibilità di ricostruire la sinistra attorno a partitini residuali che mirano solo a conservare qualche posticino nelle istituzioni di una “democrazia rappresentativa” che non rappresenta nulla e nessuno.

Occorre prendere atto che viviamo in un regime postdemocratico, per cui non è alle prossime elezioni che dobbiamo guardare bensì a scadenze come quella della manifestazione del prossimo 11 luglio a Torino, per “dare il benvenuto” ai rappresentanti europei che là si riuniranno a discutere di (dis)occupazione giovanile. Certo manifestare non basta, ma queste mobilitazioni servono anche e soprattutto a far maturare le condizioni per l’unificazione dei movimenti antagonisti in un progetto politico comune. Lo si è visto in occasione del 18 e 19 ottobre del 2013 e dello scorso 12 aprile, ma lo si è visto anche in occasione dell’assemblea di massa che si è tenuta a Torino lo scorso 31 maggio per preparare la mobilitazione dell’11 luglio: la via per ricostruire la sinistra passa da qui, non dai seggi elettorali.

Invenzione e Tradizione

Denise Scott Brown

Pubblichiamo un'anticipazione dal nuovo libro di Riccardo Salvi Identity Matters in libreria per Franco Angeli nei prossimi giorni. Oltre all'introduzone del curatore Identity Matters è una raccolta di saggi di autori diversi che rispondo alla domanda sull’esistenza o meno di una identità nazionale in architettura.

Alcuni paradossi dei paesaggi culturali coloniali

Tempo fa ebbi modo di ascoltare la seguente conversazione su un autobus:
Prima donna: “Posso dire, dal tuo accento, che sei lontana da Casa”.
Seconda: “Sì, ho lasciato Casa 30 anni fa”.
Terza: “Non sono mai stata a Casa, ma spero di andarci un giorno”.

Questo scambio di battute, a Johannesburg, Sud Africa, non rappresentava un’espressione di nostalgia sentimentale, ma l’affermazione di un’alleanza tra i membri di una casta. Rintracciando le loro origini direttamente o indirettamente in Inghilterra, queste donne si rassicuravano a vicenda sul loro status sociale nel Sud Africa del 1940. Il loro sciovinismo pungolò il mio patriottismo per i paesaggi e le culture locali. Da bambina mi mettevano a disagio i visitatori inglesi che paragonavano la vista del bassopiano a “un piccolo pezzo di Surrey”, e riflettevo sull’incongruenza dei bambini neri nell’Africa Occidentale Francese che ripetevano lezioni a proposito di “nos ancêtres les Gaulois”. Da adolescente mi sono iscritta ad un corso d’arte dove venivamo spinti a dipingere ciò che ci circondava, ad ispirarci principalmente al paesaggio della pianura, al sole e alla vita degli africani nelle città se avessimo voluto produrre un’arte vitale, se la nostra arte avesse dovuto essere “africana”.

Ho da tempo capito che l’impostazione del mio insegnante era fin troppo semplicistica. Tutto sommato, parlavamo inglese e le radici della nostra cultura erano in Europa. La cultura europea, in particolare la cultura inglese, pervadeva le nostre vite intellettuali condizionando la nostra percezione e l’apprezzamento del mondo africano. Ma questo orientamento verso influenze esterne limitava la nostra capacità di avvalerci dell’esperienza locale come materiale per l’arte e forse vincolava la nostra creatività. […]

Questi paradossi assalgono società e culture le cui origini risiedono altrove. In quanto problemi, essi sono diversi anche se sicuramente non peggiori di quelli delle società più stabili, ma persistono come le tensioni tra dipendenza e indipendenza artistica molto tempo dopo che la libertà politica è stata ottenuta. In America il paradosso è quadruplice:
• Gli Stati Uniti sono una nazione diversificata, differenziata a livello regionale ed etnico, socialmente stratificata e culturalmente pluralistica; ma è anche una società di massa che condivide simboli e sistemi a tal punto che gli americani sono accusati dall’esterno di essere una nazione di conformisti.

• Molti, se non la maggior parte degli americani, lasciarono le loro terre d’origine perché erano diversi da coloro che li attorniavano. Erano più poveri, maggiormente oppressi, differenti dal punto di vista razziale o religioso, più avventurosi o anticonformisti. Le culture che hanno portato con loro non erano uguali a quelle delle persone che hanno lasciato e negli anni a seguire vi si sono discostati ulteriormente. L’America è molto più diversa dall’Europa di quanto la maggior parte degli europei in visita riesca a realizzare. Ciò è dovuto in una certa misura alla ricerca di un mondo nuovo da parte degli emigranti, ricerca che hanno definito come risposta da opporre all’insoddisfacente Vecchio Mondo. La morale americana, la politica, la governance, la struttura sociale, la cultura e un contenitore fisico espressivo delle aspirazioni americane erano tutti da inventare. Questa invenzione è stata un grande esperimento e un’imponente avventura. Tuttavia, la maggior parte degli immigrati ha traferito il proprio vecchio mondo nel nuovo, portando con sé la memoria di paesaggi e costumi per riaffermarlo, mutatis mutandis, in città o in campagna. Alcune abitudini dell’Inghilterra elisabettiana o dell’Italia del XIX secolo, smarrite nei paesi di origine, sono preservate in Kentucky e a South Philadelphia. Paesaggi trasportati dall’Inghilterra al New England si reinsediano a disagio in Arizona.

• Noi americani, come altri ex colonialisti, siamo xenofobi, ma in alcune aree della vita ci aggrappiamo alle sottane delle nostre culture madri. Siamo orgogliosi dei nostri stili indigeni, eppure a volte abbiamo ancora bisogno dell’approvazione europea per convalidarli ai nostri occhi.

• Gli Stati Uniti artisticamente sono sia un precursore che un seguace e il pendolo oscilla molto rapidamente. Ma in architettura la scoperta da parte dei recenti “colonizzatori” europei è ancora necessaria agli americani per conferire dignità a quelle forme artistiche che hanno origine in America. […]

Inventando l’America e inventandoil paesaggio

[…] Nella maggior parte delle migrazioni di gruppo verso l’America, la prima generazione si è persa, in senso artistico e, fondamentalmente, nella maggior parte dei sensi. Ha migliorato a fatica la condizione dei propri giovani e ha visto una ricompensa nel successo della seconda generazione. La “Cultura”, quando vi era tempo da dedicarle, era interna al gruppo: si trovava a Little Italy oppure nella stampa e nel teatro Yiddish. Le generazioni successive si sono trovate ad “affrontare” l’America. La poesia Yiddish ha iniziato ad assomigliare a quella di Walt Whitman, nelle case dei quartieri italiani l’arredamento includeva l’aquila americana. Eppure nel tempo, i discendenti degli immigrati, parlando e scrivendo in inglese, hanno condiviso la vita artistica delle culture dominanti e hanno contribuito alla vitalità di ciò che viene chiamato “americano”. Oggi essi svolgono un ruolo di primo piano nell’inventare e reinventare l’America. Forse il loro punto di partenza decentrato apporta intensità alla loro arte.

Come si relaziona questa sequenza generazionale di adattamento, invenzione e reinvenzione, con l’architettura americana e la realizzazione del luogo? Probabilmente solo in maniera discontinua; in senso letterale ma forse pertinente – la maggior parte dell’architettura non è progettata o sviluppata da immigrati reali o metaforici – “inventando” dal punto di vista artistico e culturale. I coloni europei hanno portato con sé la loro architettura e l’hanno adattata alle condizioni trovate nelle colonie. Le fattorie olandesi a Cape Colony si sono evolute con portici e pergolati. Alle case inglesi nel Sud degli Stati Uniti sono stati aggiunti portici e persiane, mentre al Nord si sono applicate assicelle di legno disposte orizzontalmente. Le due principali eredità colonialiste negli Stati Uniti sono quella inglese e quella spagnola, con una prevalenza anglosassone a costituire la matrice di base dell’architettura di questo paese. Lo stesso patrimonio inglese risultava biforcato, comprendendo da un lato il cottage rurale e la tradizione paesaggistica romantica e, dall’altro, una tradizione classica derivata dal palladianesimo.

[…] I movimenti sociali e fisici, verso gli Stati Uniti e al loro interno, sono avanzati di pari passo con un processo di invenzione e reinvenzione architettonica che è iniziato con la nascita della nazione e continua ancora oggi. Questo processo ha fatto emergere spazi e luoghi diversi da qualsiasi altro?

Cosa c’ è di americano nei luoghi americani?

Questa domanda è tipica della ricerca di identità da parte del colono. Visti i paradossi, le molteplici influenze e la novità della cultura, la risposta si potrà trovare, se non del tutto, nei frammenti di evidenza che risiedono tra ciò che si acquisisce e ciò che si inventa, come insinuazioni piuttosto che dichiarazioni esplicite. […]

George L. Hersey suggerisce che c’è un modo particolarmente americano, diverso da quello europeo, di trarre ispirazione dalle fonti artistiche. Egli definisce “replica” l’adattamento o la copia sotto diverse forme di “alcune opere d’arte basilari”, destinate a luoghi e tempi diversi. L’opera d’arte, ad esempio il Pantheon romano, diventa un “segnale artistico che viene raccolto da trasmettitori minori che estendono e modificano il segnale originale”. Nel XIX secolo, la replica è stata la regola piuttosto che l’eccezione. In Europa, sostiene Hersey, l’eredità architettonica ricalcava l’originale nel rispetto della collocazione, nel rapporto tra interno ed esterno e nella relazione tra la scala e il tipo di edificio.

Ad esempio, tutti i pantheon europei racchiudono ampi spazi unici – immensi – che ospitano cappelle o spazi civici e sono ambientati come se fossero a Roma. Ma in America uno slittamento ha accompagnato queste ispirazioni; le regole sono state infrante e si sono verificati adattamenti impropri. La Rotonda di Jefferson è pantheonica solo dal di fuori; lo stile romanico è utilizzato da Richardson per qualcosa di diverso dall’architettura religiosa; gli edifici pubblici hanno facciate in stile Secondo Impero e alti interni gotici; Eero Saarinen costruisce un’architettura da paese collinare, nel piatto e urbanizzato campus di Yale; e mentre gli architetti inglesi del nuovo edificio per il Caius College, ispirandosi al monastero di Le Corbusier, relazionano “correttamente” il linguaggio del college con la tradizione monastica, uno studio di Boston replica in maniera non-tradizionale La Tourette nel progetto per la Boston City Hall. Allo stesso modo, tipologia e uso collidono ai lati della strada come nei nomi “Dog City” o “Frank Palace”.

Gli effetti “non necessariamente indesiderabili” di questa libera azione di replica sono, nelle parole di Hersey, “stridenti dissonanze stilistiche, l’aspetto non permanente di essere stato trasferito da qualche altro luogo e ad una scala bizzarra”. Questa è un’interpretazione illuminante della differenza essenziale, ma difficile da definire, tra l’architettura americana e quella europea. Anche se Hersey non ne parla direttamente, gli slittamenti di significato simbolico causano collisioni in molti dei suoi esempi: lo stile ecclesiastico viene utilizzato per l’architettura commerciale, la regalità è associata agli hot dog. […]

Il processo di reinvenzione

Nelle arti il cambiamento di sensibilità segnala un imminente mutamento estetico, il quale è a sua volta una condizione preliminare per l’innovazione e l’invenzione. Quando i tempi sono maturi per una variazione estetica, una percezione fortuita – anche lo sguardo trasversale su ciò che è familiare – può causare l’avviamento del processo. A prima vista, ciò che è nuovo e significativo può non apparire bello; può sembrare brutto, ma sentiamo che è importante. […]

“Verso una nuova architettura” era stato lo slogan di un precedente pro- cesso di reinvenzione architettonica basato sul cambiamento sociale. […] “Oc- chi che non vedono”, gridò Le Corbusier nel 1923 contro gli architetti che non avevano potuto percepire la bellezza nella bruttezza dei silos, dei piroscafi e degli aeroplani6. Quarant’anni più tardi, quando alcune città erano lette- ralmente in fiamme e quando un centinaio di voci inveivano contro gli archi- tetti che non erano stati in grado di vedere, la retorica moderna del processo industriale e la vecchia visione delle torri di vetro sembrava irrilevante nei con- fronti dei problemi sociali a portata di mano. Inoltre, nell’architettura della fabbrica non era rimasto alcun valore scioccante, non poteva produrre alcun brivido estetico galvanizzante. Ciò che causava orrore negli anni Sessanta era il “caos urbano”: il centro città deteriorato, le insegne, le Strip e i tratti dell’espansione suburbana. […]

Cosa avete imparato?

In sintesi, il nostro obiettivo nello studio dell’espansione suburbana consisteva nello spingere la sempre più ampia scuola di pensiero concernente l’urbanistica americana verso direzioni interessanti e utili per noi, sia come architetti operativi che come teorici. Abbiamo cercato una nuova apertura mentale che ci avrebbe consentito di agire con sensibilità e spirito ricettivo sulle questioni sociali in architettura e ci avrebbe portato verso una nuova estetica: un linguaggio formale o lingue meno restrittive rispetto a quelle dell’architettura tardo-moderna, sintonizzate sulle esigenze sociali e creative del nostro tempo.

Quando ci domandavano “Cosa avete imparato da Las Vegas?”, in un primo momento non avevamo una risposta pronta. La prima reazione consisteva nel chiedere a nostra volta “Cosa avete imparato dal Partenone?”. Con questo intendevamo dire che le idee estetiche che impegnano le menti degli architetti non sono sempre, o nei loro aspetti più importanti, definibili a parole. Più avanti abbiamo suggerito che ciò che avevamo imparato si sarebbe visto nel nostro lavoro successivo, e indubbiamente ciò è accaduto. […]

 

Note al disbosco

Gian Maria Annovi

non occorre che tu queste piante queste suole lunghissime di sughero
queste ghiandole e briciole

sudosissime

*
(sotto) questo muschio duro di presepe
quest’erba in bomboletta che si spruzza

(sopra)

*

passo. si disfaccia gioioso in feci sfocio in radurosi arresti
in inversi

feci questo paesaggio con poco
con grammatici nienti

*

questo è un pronunciaggio desertico un plagio di sabbie
lascio inconsolati ritmi ancora

inconsolabile

*

no piante. no cielo. no rami neanche foreste
fori le punte di questi no alberi

mi punto nel dito indice

*

qui c’è una larga scomparsa per innamorosi cammini
di felci
di falcemici incontri

di trentamila migliaia di geni
(mediamente)

*

c’è solo un profumo di fieni in questa sera deodorata di erbe
e lavande e fiori di campo in pastiglie

che durano sette giorni

*

noto il disbosco e disdicevole vado per questo nulla di piante
di giardini di inferno

ogni giorno inferto

Da Note al disbosco