La festa delle cozze

La festa delle cozze e dei sapori salentini cade il 19-20 agosto a Castro: pepata di cozze, cozze alla vampa, cavatelli con le cozze. Chi non si trova in zona ed ha tempo da perdere in cucina, visto che in tutto l’Adriatico, da giugno, la cozza impera, e la si ritrova allevata ovunque altrove, dedicherà ad essa un pensiero.

Quindi eseguirà la ricetta seguente, un classico, come la soupe à l’oignon per i francesi, tratta dal ricettario di Alfredo Giovine, U sgranatorie de le barise (Bari, 1968). La tiedda era nella carta di A la frasche di Milano negli anni sessanta, ed è sempre stata ripetuta con successo, al punto che possiamo darla in duplice versione dialettale e italiana.

La tiedda de le patane che le cozze

Se pigghiene quanda a ddù chile de patane. Se lèvene le scorze e se tàgghiene a ffedde tonne. Se prepare la tiedde de crète. Se mette sotte na passate de cepodde tagghiate a stozzareddre.

Po se mèttene stozzareddre de pane teste. Sope a cchisse se mèttene patane, po le cozze ggnore aperte a na scorze imbottite de formagge romane grattate, pepe, sale, egghie d’auuì, pedresine e pemedore.

Sope a le cozze se mette u rise pelzate bbelle bbelle.

Po n’alda passate de patane tagghiate e s’acconze che fremmagge, pepe, dsale, iegghie, pedresine e pemedure. Se sciogne iàcque quande a ddu decstre sope a le l’ùldeme patane e se manne o furne a ccosce.

Ecco la traduzione di Alfredo Giovine

Tiella di patate con mitili

Si spellano due chili di patate e si tagliano a fette sottili tondeggianti.

In un tegame di creta si pone sul fondo uno strado di cipolla tagliuzzata e su di esso si pongono alcuni pezzetti di pane duro, facendo seguire uno straqto di patate a fette.

Si fa seguire uno strato di mitili aperti, ai quali si toglierà una delle due valve. Nelle cozze si adagia un condimento composto di formaggio, pepe, olio, sale, prezzemolo e pomodori. Si aggiunge riso crudo ben pulito ed acqua in quantità sufficiente a ricoprire di tre o quattro centimetri di contenuto, e si pone nel forno.

Attenetevi alla prima o alla seconda ricetta. Infatti, nel 1968, la tiedda era già minacciata di falsità con piccole e inutili varianti. Una per tutte, quella di Anna Gosetti della Salda : “in estate si possono sostituire le patate (che rappresentano la tipicità del piatto) con zucchine. Pur se non fa parte della tradizione consigliamo il riso di qualità che non scuoce” (Le ricette regionali italiane, Solares, 1967, p. 866). Astenersi egualmente dalle cozze surgelate.

*Lo speciale ricettario estivo di alfa+più è a cura di Alberto Capatti

Vegetation as a political agent

Elvira Vannini

La piantagione costituiva un modello per disciplinare l’ordine sociale nelle colonie: era un’impresa (bianca e occidentale) a tutti gli effetti, un modo di disporre della natura, così come si organizza una fabbrica o un impero, sia dal punto di vista politico che di pianificazione e controllo territoriale.

Dallo schema degli insediamenti operai nella città-giardino, alla divisione del lavoro e i rapporti di produzione, fino all’espropriazione del tempo, questo modello rimarrà alla base della moderna economia capitalistica, di quella che Chakrabarty ha chiamato la “Storia 2” non posta direttamente dal capitale come condizione originaria, ma quale suo antecedente costitutivo. Secondo Sandro Mezzadra, le colonie hanno rappresentato per il capitalista europeo un laboratorio di sperimentazione e dopo la disgregazione del dominio imperiale e colonialista si sono diffuse a livello globale. Il vegetale, in questa storia, non sfugge ai rapporti sociali ma è stato tra le istanze politiche principali, quella che ha generato forme di estrazione e sfruttamento.

Nella città che ha segnato l’emersione incontrastata dell’Arte Povera nello star-system internazionale, dove la natura, organica o inorganica, veniva recuperata come esperienza evocativa e di osmosi contemplativa col mondo, torna ora in scena al centro del progetto Vegetation as a Political Agent curato da Marco Scotini per il PAV di Torino. Ma torna in scena come storia: attraverso quelle rivolte che hanno avuto un esito dirompente, riappropriandosi di quell’autonomia ed emancipazione delle piante, che, storicamente, nel passaggio a una governamentalità del potere, si attuava nei percorsi di lotta degli sfruttati e dominati. Queste sono state l’epicentro di alcune delle rivoluzioni documentate in mostra, che hanno messo in crisi i modelli di sovranità, suscitando riflessioni e problemi sotto il profilo politico, assumendo il paradigma estetico.

La vegetazione è stata un teatro di conflitti e di continua ridefinizione politica, non solo biologico-evolutiva, ma come soglia critica nella scrittura delle storie di quello che è stato definito il capitalismo postcoloniale, in cui convivono modi di produzione, regimi di lavoro e temporalità molteplici. Emerge una trama complessa di dominio e resistenza, violenza e insubordinazione. È a partire da queste rotture che Scotini rilegge – ancora una volta attraverso l’archivio foucaultiano – la configurazione coloniale nell’accumulazione di capitale, le lotte per il potere e il loro intreccio reciproco con la produzione della natura: attraverso le linee di frattura e antagonismo che l’hanno attraversata.

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Piero Gilardi, O.G.M. Free [G.M.O. Free] 2014
Costumi per animazione politica, poliuretano espanso dipinto, stoffa e manichini
Courtesy Fondazione Centro Studi Piero Gilardi.
Vegetation as a Political Agent porta all’estremo grado di analisi il format della “research exhibition”, come tipologia espositiva con materiali di ricerca (archivi, tracce visuali e documentali, pubblicazioni, notazioni e interviste) e della mostra come laboratorio sociale, al centro di una costellazione di rapporti tra arte e politica, in una prospettiva ecosofica, che Scotini porta avanti con radicale coerenza - dall’esperienza di Dopopaesaggio (1995-2001) fino alle sezioni di Disobedience Archive dedicate a Bioresistence and Society of Control (MIT Boston, 2012) e all’ultima incentrata sulla resistenza di Gezi Park, da poco conclusa (SALT di Istanbul, 2014). Si tratta di una concatenazione che si colloca in modo inequivocabile, come una efficace ex/position, in un discorso internazionale di teoria e documentazione espositiva, che assume le pratiche artistiche e di lotta come elemento al centro dei processi trasformativi in atto, avviando una serie di narrative costruite sulla base di eventi che hanno provocato un cambiamento della nozione stessa di arte (art history) attraverso i modi della sua presentazione (exhibition history).

Il percorso si apre con OGM Free di Piero Gilardi, ideatore e animatore del PAV, con tre grandi sagome antropizzate a forma di pannocchia di mais che rimanda ai costumi, ai carri e agli attrezzi teatrali che l’artista realizza a fianco della lotta NO TAV, retaggio dell’esperienza delle azioni performative e di protesta di strada, vicine alle forme del teatro politico, che aveva condotto in collaborazione con il collettivo La Comune di Torino, quando negli anni ’70 abbandonava la produzione e l’attività espositiva per sperimentare modi e forme di contro-informazione. Anche la riproduzione di Zapantera Negra di Emory Douglas ha per oggetto il mais. Una campionatura del murales che Douglas - icona delle lotte del partito afroamericano e Ministro della cultura del partito rivoluzionario delle Pantere Nere dal 1967 fino al suo scioglimento negli anni Ottanta - ha realizzato all’Escuelita Zapatista per celebrare il ventesimo anniversario del Movimento guidato dal subcomandante Marcos. Ma là dove le Pantere Nere impugnavano pistole, gli zapatisti hanno al loro posto delle pannocchie di granturco rovesciando così gli strumenti di emancipazione.

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Emory Douglas, Zapantera Negra - Pittura murale, dimensioni variabili
Courtesy the artist. Realizzato da Pietro Perotti.

Facendo un passo indietro, nel contesto della Guerra Fredda e della decolonizzazione, la natura è servita non solo per delegittimare il dominio e l’espansione creando spazi di resistenza ma per proporre modelli alternativi del rapporto tra arte e agricoltura sul fronte dei due blocchi contrapposti: nel 1974 l’artista Bonnie Ora Sherk fonda a San Francisco, in un’area abbandonata e di risulta, sotto l’incrocio di uno snodo autostradale, The Farm (Crossroads Community), una fattoria, una scuola, un’esperienza utopico-comunitaria che riuniva sotto il segno dell’arte, la botanica e la coltivazione, l’educazione e il teatro, con l’appropriazione di uno spazio liberato, riconosciuto oltre i limiti dell’istituzione, come diritto politico. Negli stessi anni, in Ungheria, Imre Bukta compie grottesche azioni performative, al limite dell’assurdo indossando la “divisa” operaia, che nella desolata campagna rurale, è comunque identificabile come un abito da lavoro, ma dove il modo di produzione fordista sembra non essere mai avanzato: Butka è forse un lavoratore che rifiuta il lavoro per autodefinirsi “artista-agronomo”.

Altre opere video e documentarie si incentrano intorno a figure storiche, di attivisti e leader politici, tra cui la teca dedicata ad Amilcar Cabral: agronomo, fondatore del PAIGC (Partito Africano per l’Indipendenza della Guinea-Bissau e Capoverde) che si mise a capo dei movimenti di liberazione e riscatto nazionale che portarono alla fine dell’oppressione del potere coloniale. Nel 1954 Cabral aveva realizzato al servizio del Governo Coloniale, in qualità di ingegnere-agronomo, un censimento agricolo della Guinea-Bissau da cui erano emersi i vettori di sfruttamento e le potenzialità di rottura: inizia ad insegnare alle popolazioni locali nuove tecniche di coltivazione per avviare il processo di emancipazione dai colonialisti portoghesi e permettere durante gli attacchi, la sussistenza e il reperimento di cibo per i ribelli. Cabral fu assassinato pochi mesi prima dell’indipendenza del suo paese ma il suo ruolo è stato decisivo nella storia politica della decolonizzazione per mezzo delle lotte di liberazione e delle insurrezioni armate dove autonomia e sovranità erano state negate, facendo del suo popolo non l’oggetto ma il soggetto di questa storia. La filmmaker portoghese Filipa César ha dedicato un cortometraggio in 16mm alla figura di Cabral: Conakry (il titolo è il nome della località dove venne ucciso) è una lecture, in collaborazione con la scrittrice portoghese Grada Kilomba e l’attivista americana Diana McCarty, che racconta la resistenza e il processo di indipendenza, integrando immagini found-footage del cinema militante in Guinea-Bissau tra il 1972 e il 1980, salvandolo così dal deterioramento.

Teca Amilcar Cabral
Teca Amilcar Cabral

Nomeda e Gediminas Urbonas si confrontano con la figura di Mel King, attivista nero, docente al MIT nel Department of Urban Studies and Planning, in una lunga videointervista già parte dell’archivio Disobedience. Come racconta Leonie Sandercock, che lo incontrò in uno dei suoi celebri pranzi domenicali (che condivideva con chiunque arrivasse), già dagli anni Sessanta Mel King praticava “l’azione diretta, di strada, con boicottaggi accompagnati da un senso del teatrale [..] e lavorava dentro il sistema, per cambiarlo”, così nel 1973 eletto nella legislatura dello stato, vi rimase per cinque mandati. In questi anni trasformò i suoli liberi di proprietà statale in giardini comunitari, fece piantare alberi di frutta e noci, sostenne la Boston Urban Gardners, un’organizzazione politica di quartiere, attiva con le minoranze e le donne, nei mercati degli agricoltori e negli orti urbani. Gli Urbonas rileggono anche il contributo di Julie Kepes Stone, artista e attivista, figlia di Gyorgy Kepes ed esponente del Black Panter Party poi attiva nel movimento di guerrilla gardening, che esplora la storia degli appezzamenti comunitari, come opposizione auto-organizzata e di cooperazione dal basso, che ha profondamente inciso nella storia della disobbedienza civile a Boston (insieme a figure come Noam Chomsky), nelle lotte per l’abitazione e le urban gardners strategies.

Se la mostra sviluppa, sullo stesso livello, pratiche artistiche sperimentali, illustrazioni e campioni scientifici, documenti d’archivio, contributi letterari e filmici, ma anche impianti di coltura vegetale e modelli alternativi di agricoltura urbana, nel tentativo di costruire una storia politica e sociale delle piante, nel nucleo centrale gli architetti RozO (Philippe Zourgane & Séverine Roussel) realizzano la Sala Verde, una grande costruzione site-specific, di bambù e foglie di palma di cocco intrecciate da un artigiano delle Isole della Réunion. Tipico esempio di architettura vernacolare, ricavata sul latifondo non coltivato, adibita alle cerimonie e i riti festivi delle classi popolari durante i 150 anni dalla data di abolizione della schiavitù, raccoglie due momenti legati alla storia del colonialismo francese. Da un lato sono sospesi i fotogrammi tratti da La vittoria del nord ovest, girato nel 1952 dalle forze militari Viet Minh durante la guerra contro l’occupazione: proprio mimetizzandosi nella foresta, attraverso l’arma della vegetazione, la guerriglia vietnamita si rese invincibile aggirando il nemico. Dall’altro lato, le foto provenienti dall’archivio dell’esercito francese, scattate tra il 1952-56, che documentano le mietiture in Algeria da parte delle forze militari e, attraverso lo sfruttamento agricolo, la concentrazione del potere nelle mani del colonizzatore.

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Filipa César, Conakry 2012
16 mm trasferito in video HD, suono, colore, 10‘20“.

Molte delle istanze ambientaliste sono al centro di nuove forme di protesta e disobbedienza civile: sit-in, manifestazioni, forum, blocchi stradali, boicottaggi contro quella che è stata definita la finanziarizzazione (e militarizzazione) della natura [Razmig Keucheyan], dallo sfruttamento capitalista della biosfera ai prodotti finanziari che ne derivano e che generano profitti: la gestione del rischio energetico (i mercati del carbone e il trading sul petrolio), i derivati climatici (cat bonds), ma anche l’ascesa della monocoltura transgenica e i distributori di OGM, che stanno ri-colonizzando il pianeta con l’introduzione delle biotecnologie. Molte delle pratiche artistiche riflettono su questo: Claire Pentecoste che con Greetings from the Cornbelt, realizza una serie di cartoline a sostegno dell’Unione delle Organizzazioni della Sierra Juarez di Oaxaca, per informare i coltivatori locali sulla diffusione di mais geneticamente modifico che seppur illegale viene massicciamente prodotto in Messico.

Oppure i Seeds of subsistence di Ayreen Anastas e Rene Gabri (fondatori della piattaforma newyorkese 16 Beaver Group e vicini alle organizzazioni di movimento, tra cui Occupy Wall Strett), che immettono nel mercato semi biologici per il re-equilibrio del suolo, ma la bustina anziché indicare le istruzioni per la piantumazione veicola messaggi politici. Il collettivo americano Critical Art Ensemble, che da sempre assume tattiche biopolitiche per sabotare, attraverso quello che chiamano ‘recombinant theatre’, i processi di mercificazione delle industrie farmaceutiche e le grandi multinazionali delle risorse alimentari, ha creato nella corte del PAV uno Sterile Field, una campionatura di terreno sterilizzante impiantato dall’esterno e trattato con un diserbante chimico anti-germinativo, chiamato ‘sterminatore’ e commercializzato da potenti società di biotecnologie agrarie, che consente solo agli OGM di crescere e distruggere la biodiversità.

RozO (Philippe Zourgane e Severine Roussel) When vegetation is not decoration   2014 Architettura vegetale, foglie di palma e bambù, realizzata da Camille Sevaye, P.Batoon.
RozO (Philippe Zourgane e Severine Roussel)
When vegetation is not decoration, 2014
Architettura vegetale, foglie di palma e bambù, realizzata da Camille Sevaye, P.Batoon.

Nella concettualizzazione formale di un’ampia cartografia di pratiche e linguaggi, si passa dall’impianto di una specie botanica immigrata dal Sud Africa, dello zimbabwese Dan Halter per il PAV, ai campi di protesta degli attivisti treesitting coinvolti da Adelita Husni-Bey, e documentati in un archivio che raccoglie video, interviste e zine che ripercorrono una cronostoria legata al movimento ambientalista nel regno Unito a partire dagli anni Ottanta, in cui la costruzione di insediamenti abitativi, auto-sostenibili e sospesi sugli alberi, occupano abusivamente intere aree boschive squottate per impedirne l’abbattimento da parte delle compagnie del legno, diventando uno strumento di lotta comunitario. Dal metodo rivoluzionario di riciclaggio sostenibile dei rifiuti e dei sistemi agro-ecologici che Fernando Garcìa-Dory propone in Dream Farms, un’unità produttiva sviluppata sulle idee pioneristiche di George Chan, si passa all’artista slovena Marjetica Potr che presenta una pubblicazione, in collaborazione con Archive Books di Berlino, sull’esperienza condotta con la sua classe di Design for the Living World nella creazione di un orto comunitario a Soweto, in Sudafrica, e al progetto di Ubuntu Park, come modello di spazio collettivo e ricreativo per le generazioni post-apartheid.

La memoria vegetale porta con sé l’immanenza sovversiva della modernità, e irrompe nella linearità cronologica del tempo, disattivando il paradigma scientifico e quello della nomenclatura tassonomica della botanica. Sovverte la matrice dell’ordine classificatorio e del regime discorsivo trasmesso dagli archivi, dove non c’è alcuna traccia della subalternità, come suggerisce Gayatri Spivak nel suo testo più conosciuto, perché i saperi delle classi dominanti, governati dalla logica del ricordo e dall’eredità del “modo coloniale schiavista della produzione”, hanno contribuito all’attuale configurazione del capitalismo come “regime ecologico”. La posta in gioco di questa tensione è ancora una volta la produzione di soggettività, dentro e contro lo sfruttamento capitalista della natura: attraverso tutte quelle insorgenze che lo percorrono e ne contestano i principi.

Vegetation as a Political Agent
a cura di Marco Scotini
Fino al 2 novembre 2014
PAV - Parco d'Arte Vivente, Torino

 

Carne cruda

Alberto Capatti

La carne cruda è penetrata con difficoltà nel costume alimentare. Non risale a data anteriore all’anno 1900, in Francia, lo steak tartare così detto per la salsa “tartara”, piccante, che l’accompagnava. In Italia si diffonde nella ristorazione alberghiera, e trova forti resistenze nelle case borghesi, almeno sino al secondo dopoguerra. La scienza in cucina di Pellegrino Artusi, nel 1911, non ne faceva menzione. Pochi ricettari, negli anni ’30, la consigliano e fra questi Il talismano della felicità di Ada Boni (solo nella quarta edizione, 1934) e il Quattrova illustrato (illustrato da Giò Ponti e Tommaso Buzzi) del 1931. Era un elegante volumetto stampato da Domus, casa editrice che nel 1950 pubblicherà Il cucchiaio d’argento, e costituiva, nell’Italia fascista, una vera novità in un campo dominato da massaie autarchiche e da padrone di casa econome e sottomesse. Vi si respirava, nel Quattrova, un’aria inglese, francese e italiana, aperta all’insalata di grape fruit e al gelato di champagne. Ma ecco la nostra ricetta, largamente ispirata al servizio d’albergo: “Esaurite tutte le possibilità di cottura della carne, perché non provare a mangiarla cruda ?

Bistecche crude

Tritate grossolanamente con la mezza luna del filetto di bue, condite abbondantemente con sale e pepe, aggiungete una cipolla tritata finissima insieme a prezzemolo, un’acciuga lavata e spinata e un rosso d’uovo. Bagnate con sugo di limone e formatene delle piccole bistecche, che contornerete di qualche bella foglia di prezzemolo fresco.

 

Un frammento dal Winterreise

Ivan Schiavone

un blaterar convulso
ci assedia
da ogni lato
(l'esproprio del vissuto (il controllo dell'immaginario
ora che ogni luogo è divenuto inabitabile
(specie il linguaggio
come arrivi alla parallela se non percorri la trasversale?
la grande meretrice ha labbra lasche e insanguinate
labbra ch'han bevuto
da cui essudano bambine
(in una stanza assediata dalla solitudine)
nude
fameliche le vulve enfiate tra le gambe
scarnificati i
il moto allucinato dalla magra
magra fina, insidiosa
magra d'ogni dove
la carestia
e in carestia l'imene secco,
asciutto
il tuo imene senza frutto
(imene senza umore o succo (no,
non accostai l'orecchio al tuo secreto
implicato nella dinamica del corpo acerbo di bambina
accostai il cazzo (l'angoscia senza scampo (un rumore bianco
e urla a tratti lontane
di donne stuprate in massa
la furia dei militari sfogata sulle carcasse (dov'è?
qualcuno l'ha vista
qualcuno ha visto quella donna?

Testo tratto da Cassandra, un paesaggio di prossima uscita per le edizioni Oèdipus

Le brache, il mondo

Giovanni Gozzini

Nella mia città, Firenze, esiste un’espressione – «mettere le brache al mondo» – che viene usata per disprezzare chi cede alla vanagloriosa tentazione di voler spiegare tutto quanto accade intorno a noi. La sento spesso rammentare dai miei colleghi quando si parla di Giovanni Arrighi. Come se quello di pensare in grande venga ormai considerato un difetto pericoloso per un mestiere che si è negli ultimi tempi abituato alla modestia della dimensione micro e alla irreversibile partizione dei saperi.

Prospettiva alla quale continuo a ribellarmi inseguendo l’ambizione di spiegare il mondo, che colpevolmente continuo a pensare sia lo scopo e la ragion d’essere di ogni storico. Ad Arrighi questa urgenza veniva da una formazione, quella marxista (che è stata anche la mia), solidamente ancorata alla necessità di interpretare il mondo per cambiarlo: «mettere le brache al mondo» non era quindi effetto della presunzione bensì (quasi al contrario) il prodotto di un’etica preoccupata dell’utilità del mestiere di storico rispetto ai problemi della condizione umana.

Da questo punto di vista (molto particolare, lo riconosco) ritengo Il lungo XX secolo un libro ancora più importante del Mediterraneo di Braudel che pure, com’è noto, ha rivoluzionato le metodologie delle scienze storiche. Perché la dimensione di lungo periodo, con cui si confronta Arrighi, è molto più difficile e scivolosa di quella degli spazi geografici ampi e sovranazionali, disegnati dai traffici anziché dagli eserciti. Non per caso, in larga maggioranza seppur con qualche straordinaria eccezione (Baily, Chaudhuri, Gunder Frank...), la World History si è addentrata molto poco nei territori temporali del lunghissimo periodo e ha preferito l’allargamento di spazi sincronici o ristretti a particolari congiunture della storia (come ad esempio il bel libro di Bob Allen sulla Rivoluzione Industriale in chiave globale). E d’altra parte in nessuno dei contributi che giornalmente allungano gli scaffali delle nostre biblioteche in materia di crisi finanziaria recente, anche in quelli più attenti alla storia (come Questa volta è differente di Reinhart e Rogoff), si ritrova il benché minimo accenno ad Arrighi.

Perché il suo «mettere le brache al mondo» fa paura a scienziati sociali più preoccupati della propria carriera (e quindi attenti a non commettere errori) che non dell’effettiva utilità di ciò che scrivono. È un peccato perché il libro di Arrighi è l’unico a collocare nella giusta prospettiva la bolla speculativa del 2008 (che lui, scomparso l’anno seguente, fece appena in tempo a intravedere): quella di uno spostamento epocale del baricentro produttivo del mondo verso Oriente, pari per portata di spartiacque al «decéntrage» dalle repubbliche marinare ai porti olandesi del Seicento dipinto da Rembrandt e Vermeer, da questi alla Royal Navy e poi alle manifatture del Regno Unito nel corso del Settecento, e infine da quest’ultimo al Nuovo Mondo degli Stati Uniti nel «lungo» XX secolo.

L’esplosione finanziaria del paese leader avviene per deperimento delle opportunità di investimento in patria e per il conseguente sostegno monetario offerto al nuovo paese emergente. Ciò che nel libro del 1994 (ora riproposto dal Saggiatore) rimaneva in sospeso tra diverse alternative (l’emergere del Giappone, il ritorno di fiamma degli Stati Uniti, il caos sistemico) nel volume successivo Adam Smith a Pechino (2007; tr. it. Feltrinelli 2008) trovava una diversa ipotesi di soluzione, legata appunto all’emergere del colosso cinese.

Mi pare chiaro che, ricompreso su questa scala, il dibattito odierno sul salvataggio delle banche, sulla trappola dell’austerità, sulla signora Merkel (ivi compresi anche alcuni refrain stancamente keynesiani, come quelli regolarmente espressi da Paul Krugman sulle colonne del New York Times) acquista tutta un’altra prospettiva. Naturalmente non significa che tutto sia ormai deciso e che al mondo occidentale non rimanga altra via che venire a patti con Pechino: le ipotesi formulate vent’anni fa da Arrighi rimangono in piedi (ad eccezione forse di quella relativa al Giappone, che comunque mette in mostra una recente tendenza «muscolare», proprio sul piano militare degli equilibri d’area). E anche ad Arrighi possono essere mossi naturalmente degli appunti. Soprattutto quello (che a mio modestissimo avviso proviene dal meglio della più recente World History) che può e deve essere mosso, prima di lui, a Wallerstein: di aver letto il mondo in termini di un’unica economia capitalistica dominata da un unico centro.

In ogni epoca le cosiddette «periferie» dell’economia-mondo capitalistica hanno brillato anche di luce propria, hanno resistito o si sono adatte alla penetrazione occidentale, sono sopravvissute senza ridursi a semplici appendici residuali e passive dell’«uomo bianco». La Cina contemporanea viene anche da lì. Loro (i cinesi) ci tengono molto mentre noi tendiamo a scordarcelo. E quindi a pensare che, prima o poi, anche in Cina ci saranno sindacati e democrazia. Potrebbe essere un serio errore: la World History ci insegna appunto che esistono vie multiple alla modernità e che quella occidentale non è (non sarà) l’unica. Arrighi continuerà a servirci più di quanto immaginiamo.

Giovanni Arrighi
Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo
traduzione di Mauro Di Meglio
il Saggiatore (2014), XVI-444 pp.
€ 22,00

Pesce spada alla trapanese

Alberto Denti di Pirajno, militare e medico, nato nel 1886 a La Spezia e morto a Roma nel 1968, incarna una gastronomia con origini siciliane che non rinuncia ad essere locale e globale. Nel Gastronomo educato, pubblicato da Neri Pozza nel 1950, racconta le sue radici e i suoi viaggi, i pescatori di Tommaso Natale alle porte di Palermo con le ceste di pesce sul capo e i venditori di chiocciole cotte, di babbaluci.

Affastella ricette anglosassoni, francesi e italiane e alla pizza napoletana, incolla la pissaladière nizzarda, con cipolle, acciughe e olive nere snocciolate. Ha una sua caponatina ma preferiamo il suo pesce spada di cui raccomanda il taglio migliore, la ventresca, e siccome vede largo, precisa che il suo metodo può essere adottato “con qualsiasi pesce la taglio, purchè le fette siano sottili”

pesce spada alla trapanese

Tritate una cipolla e fatela cuocere lentissimamente in un cucchiaio d’acqua: in un secondo tempo affiungerete una cucchiaiata d’olio, rimescolando continuamente, fino a che l’acqua non sarà evaporata e la cipolla dorata.

Adesso aggiungete un trito fatto con cetriolini sotto aceto, un gambo di sedano, capperi ed olive nere snocciolate. Sempre rimescolando, su fuoco ridottissimo, fate rosolare. Dopo dieci minuti di cottura, aggiungete due cucchiaiate di salsa di pomodoro diluita. Quando il composto accenna ad addensarsi, immergerete nell’intingolo fette sottili di ventresca di pesce spada: cuocete per venti minuti, disponete le fette nel piattp di portata, passate a setaccio la salsa, rimettetela sul fuoco, e versatela, bollente, sulle fette di pesce spada

La medesima ricetta, con una digressione sulla pesca del pesce spada, è riprodotta in Siciliani a tavola, il suo testamento gastronomico edito nel 1970, dopo la morte.

*Lo speciale ricettario estivo di alfa+più è a cura di Alberto Capatti

I lanciafiamme

Rossana Campo

L’ho trovato, alla fine, di chi era quel ritmo, quella scrittura che mi veniva in mente e continuava a ritornare ogni tanto mentre leggevo lo strabordante e assai originale romanzo di Rachel Kushner, I lanciafiamme. Era il famoso finale dell’ultima pagina di On the Road di Jack Kerouac, E così in America, quando il sole va giù e me ne sto seduto sul vecchio molo diroccato del fiume a guardare i lunghi lunghissimi cieli sopra il New Jersey e sento tutta quella terra nuda che si srotola in un’unica incredibile enorme massa fino alla costa Occidentale, e a tutta quella strada che corre, e a tutta quella gente che sogna nella sua immensità… eccetera.

Sì forse perché anche tutto questo lungo racconto della scrittrice americana parla di strade, e di velocità e di motociclette e di meccanica e tutti i personaggi sono spinti da un fuoco che li muove in direzione opposta a quella di chi ha deciso di essere stanziale, di continuare a vivere dove è nato e di accettare le leggi sociali come sono. Qui tutti i personaggi percorrono le strade del mondo, a cominciare dalla bionda protagonista che viene chiamata Reno con riferimento alla sua città del Nevada, e che incontriamo subito, a partire dal secondo capitolo, vestita di pelle e sfrecciante per le ampie strade d’America su una moto Valera, Nelle Salt Flats, sole e sale cospiravano producendo una miscela luminosa e calda che penetrava da tutte le direzioni, riflettendo raggi che rimbalzavano dal terreno, bruciandomi, attraverso la tuta in pelle, il lato posteriore delle cosce

Reno adora le moto e la velocità fin da quando ha 14 anni, perché nel tenermi ben salda durante impennate e salti imparai ben presto ad avere fiducia, e quando a vent’anni si lancia verso New York decide di unire la passione per le moto col sacro fuoco artistico. Sono gli anni ‘70 e anche se all’inizio si sente sola e completamente tagliata fuori da quella metropoli piena di gente brillante, artistica e mondana, riuscirà presto a mettersi in un giro interessante di artisti che espongono nelle gallerie più alla moda e che sono affascinanti e tenebrosi quanto basta, sfuggenti il giusto e ricchi senza sfoggio. Reno si immerge anima e corpo nei molti incontri e cene con chiacchiere a raffica e narrazioni di sé e del mondo, e quando incappa nell’artista italiano Sandro Valera, erede degli industriali italiani delle motociclette, è coup de foudre e da lì seguirà un viaggio in Italia dove si troverà prima nella quiete borghese in una gran villa sul lago di Como poi di colpo in mezzo a manifestazioni e scioperi della contestazione degli anni ’70 (il libro è anche dedicato a quell’Anna che fu la protagonista del famoso film di Grifi del ’75 che riprendeva per molte ore una ragazza di 16 anni incinta e tossica).

La storia della famiglia Valera si intreccia durante tutto il romanzo con le vicende della ragazza americana Reno, ed è anzi proprio Valera padre, colui che darà inizio alla fortuna di famiglia, che apre il libro. Nel primo capitolo troviamo il soldato Valera colto in un momento del 1917, sul fiume Isonzo, durante la Grande Guerra, che uccide un soldato tedesco colpendolo con un faro di moto. Dopo la guerra Valera vivrà a Roma dove stringe amicizia con un circolo di artisti Futuristi, e sarà poi per gelosia furiosa e furibondo amore di una ragazza che vede sfuggirgli a bordo di una motocicletta guidata dal rivale che deciderà di avere a che fare con le moto. A diventarne anzi uno dei più grandi costruttori, lui e quella famiglia che Rachel Kushner vede come protagonista di tutta la storia italiana del Novecento.

La moto e la velocità, il provare a spingersi oltre i limiti del corpo fisico, le sfide lanciate a se stessi e alle leggi stabilite dalla società sono il materiale che affascina la scrittrice, così come le narrazioni di vite di artisti e performer, brigatisti rossi e anarchici lanciatori di molotov. Sono storie che pur correndo sparate a velocità fulminante ci portano ogni volta fin dentro i pensieri le sensazioni i desideri le paure dei vari personaggi, con una scrittura percussiva, ipnotica, martellante e precisa nei dettagli che entra e esce da paesaggi, stanze, corpi e storie umane, quasi un tentativo letterario di superamento dei limiti per arrivare ad appropriarsi di ogni aspetto della realtà, Ora corri muovendoti a zig zag tra gli alberi fitti resistenti e robusti, che fermano la luce del sole, raggiungendola tuttavia in cima… gli alberi, allungati in direzione della luce che fermavano, non rientravano nella matrice di Dio. E andavano dalle radici al cielo, senza parti in paradiso o all’inferno. gli alberi erano e basta

Rachel Kushner
I lanciafiamme
traduzione di Stefano Valenti
Ponte alle Grazie (2014), pp. 566
€ 18,60