Ruanda, vent’anni dopo

Intervista di Maria Teresa Carbone a Scholastique Mukasonga

Esattamente vent'anni fa, nei primi giorni di aprile del 1994, ebbe inizio in Ruanda un massacro che portò, nell'arco di tre mesi, all'uccisione di oltre ottocentomila persone, per lo più di etnia tutsi. Fu un genocidio dal quale “nessun ruandese – superstite, corresponsabile o esule – emerse indenne, mentre il mondo stava a guardare senza fare nulla”, come ha scritto giorni fa Agnes Binagwaho, ministra per la salute del paese africano in uno studio sul “Lancet” che descrive gli incredibili progressi raggiunti dal governo di Kigali in campo sanitario dal 1994 a oggi.

In questi vent'anni il Ruanda ha dovuto fare fronte a un duplice enorme sforzo: da un lato ricucire un tessuto sociale così tragicamente sconvolto, dall'altro non coprire di silenzio quanto era accaduto. Uno sforzo cui non possono essere indifferenti tutti gli scrittori che hanno provato a raccontare cosa vuol dire vivere in un paese che ha nel suo passato prossimo un simile bagno di sangue: ne sono prova, tra l'altro, testi come L'ombra di Imana, della franco-ivoriana Véronique Tadjo (Ilisso 2005) o Il grande orfano, del guineano Tierno Monénembo (Feltrinelli 2003).

Ruandese, esule in Francia al momento del massacro, Scholastique Mukasonga ha assistito da lontano allo sterminio quasi totale della sua famiglia e solo nel 2004 è rientrata nel paese. Proprio per questo nella sua opera gli avvenimenti del '94 non compaiono se non di riverbero, e tuttavia non cessano di proiettare la loro ombra, anche retrospettivamente, in un passato solo superficialmente tranquillo. Era così nel suo libro d'esordio, l'autobiografico Inyenzi, ou les Cafards (Gallimard 2006), dove Mukasonga ripercorreva – più che il genocidio vero e proprio, cui era dedicata solo la parte finale – la fase di incubazione dello sterminio, a partire dagli anni Cinquanta. Ed è così nel primo romanzo della scrittrice, Nostra Signora del Nilo, tradotto di recente per 66thand2nd da Stefania Ricciardi (pp. 209, euro 16), ambientato negli anni Settanta in un liceo femminile che assomiglia molto a quello frequentato a suo tempo dalla stessa autrice.

Abbiamo intervistato Scholastique Mukasonga alcuni giorni fa, poco prima della sua partenza per Kigali, dove domani prenderà parte alle commemorazioni per il ventennale del genocidio.

È stato il genocidio a fare di me una scrittrice”, lei ha dichiarato in più di una intervista. Eppure nei suoi libri gli avvenimenti del 1994 non sono quasi mai in primo piano. Può spiegare meglio il senso della sua affermazione?

Nell'aprile del 1994 non ero in Ruanda, a Nyamata, luogo della deportazione dei tutsi dal 1960. Se fossi stata lì, oggi non ci sarei più. Non mi considero dunque come una persona scampata al genocidio, ma come una superstite. Mi sembrerebbe indecente parlare al posto di quelli che si trovavano a Nyamata nel 1994. Nel mio primo libro Inyenzi, ou les cafards, ho dato la parola a mio cognato, testimone e sopravvissuto al massacro. Ma quando sono dovuta andare in esilio in Burundi, nel 1973, i miei genitori mi avevano affidato la missione di testimoniare la loro esistenza e lo sterminio che già si annunciava. I miei due primi libri sono tombe di carta innalzate alla loro memoria.

Con Nostra Signora del Nilo lei ha abbandonato l'autobiografia per scrivere un romanzo. Quali differenze ha riscontrato nella stesura del libro?

Anche se poggia evidentemente su dati reali (il liceo Nostra Signora del Nilo assomiglia al liceo Notre-Dame des Citeaux dove io sono stata educata), l'invenzione permette di prendere quella distanza necessaria grazie alla quale si sviluppa il piacere della scrittura. In altri termini, rispetto alla rigidezza dell'autobiografia la finzione mi ha consentito di abbordare i medesimi soggetti, allargando però la visuale.

Nostra Signora del Nilo si svolge negli anni Settanta, eppure si ha l'impressione che il liceo dove ha luogo l'azione sia lo specchio di un paese lacerato, dove la violenza esploderà da un momento all'altro. Pensa che si sarebbe potuto prevedere e prevenire quello che accadde poi nel 1994?

I primi pogrom contro i tutsi cominciarono nel 1959. La mia famiglia, come tante altre famiglie tutsi, venne deportata nel 1960 a Nyamara, nel Bugesera, una regione insalubre dove si pensava che sarebbero tutti morti. E già nel 1960 Bertrand Russell denunciò il massacro dei tutsi come il più grave dopo la Shoah. Ma il regime hutu, sostenuto dall'Occidente e dalla chiesa cattolica, descriveva il Ruanda come un paese modello, roccaforte contro il comunismo che invadeva l'Africa. E l'apartheid subìto da gran parte della popolazione veniva ignorato.

Nel suo libro lei descrive situazioni molto serie (per esempio la pedofilia di padre Herménegilde) o addirittura tragiche, come la morte di Frida, con molto umorismo, una scelta che differenzia Nostra Signora del Nilo rispetto ai molti altri ambientati in Ruanda. Ce ne vuole parlare?

L'umorismo ha sempre fatto parte integrante dei miei libri. Penso che il lettore non debba essere sommerso dal dolore e abbia il diritto di gustare il piacere puro della lettura. Mia madre Stefania era una narratrice rinomata, che sapeva tenere gli ascoltatori con il fiato in sospeso, e io spero di avere ereditato almeno un po' del suo talento. Ma l'umorismo che affiora perfino nelle situazioni più tragiche è un tratto culturale del Ruanda e i ruandesi lo maneggiano con grande destrezza anche in riferimento a se stessi. Discrezione, riservatezza e ironia sembrano essere caratteristiche della nostra cultura, un fatto che ha causato molti malintesi.

Come è nato il personaggio di Monsieur Fontenaille, questo bianco innamorato pazzo del mito dell'Africa?

Una delle più grandi disgrazie che siano capitate ai ruandesi è di abitare alle sorgenti del Nilo. Certo, prima dell'arrivo degli europei lo ignoravano, come ignoravano i miti che dall'antichità si erano accumulati sulle sorgenti di questo fiume misterioso. Alla fine del diciannovesimo secolo il Ruanda è l'ultima macchia bianca sulla carta dell'Africa. Alle sorgenti del Nilo si sarebbero trovati degli esseri fuori dal comune, usciti dalla leggenda. E se non ci fossero stati, li si sarebbe inventati. La civiltà tradizionale ruandese affascinò a tal punto i primi osservatori europei, amministratori coloniali e soprattutto missionari, che si rifiutarono di vedere nei tutsi dei semplici autoctoni. I tutsi dovevano essere per forza degli invasori, poiché i “negri” sono incapaci di raggiungere un tale grado di raffinatezza politica e rituale. Così si inventarono per loro le origini più deliranti: Etiopia Egitto Caucaso Tibet... Considerati degli europei come una razza superiore perché quasi bianca, i tutsi, dopo la presa del potere da parte degli hutu, non saranno altro che degli stranieri, degli invasori, i veri colonizzatori che bisogna cacciare ed estirpare. Nella sua follia il personaggio di Fontenaille rappresenta tutte le mortifere affabulazioni che si sono accumulate sul mio disgraziato paese. Virginia, nel romanzo, riassume così la situazione: “Qui noi siamo scarafaggi o serpenti, per i bianchi siamo gli eroi delle loro leggende.

Il suo romanzo ha ricevuto dei riconoscimenti importanti, tra cui il premio Ahmadou Kourouma, intitolato al grande scrittore ivoriano che in libri come I soli delle indipendenze ha reinventato il francese. Qual è il suo rapporto con questa lingua?

Negli anni Sessanta si imparava il francese già a partire dalla scuola elementare, ma dal momento che il Ruanda ha la fortuna di possedere una lingua nazionale parlata da tutti, il francese non usciva dagli istituti scolastici. In effetti, credo di avere scritto francese prima ancora di parlarlo. Ora vivo e lavoro in Francia da molti anni, e parlo dunque il francese tutti i giorni, ma non ho dimenticato la mia lingua materna, il kinyarwanda, e per questo ho scelto di disseminare tutti i miei libri di parole in questa lingua.

Molte conversazioni di Virginia e Veronica sottolineano la responsabilità dei bianchi nella creazione dell'odio fra hutu e tutsi. Crede sia possibile trovare un percorso di pace per ricomporre questa frattura?

Gli africanisti seri hanno confutato i miti dell'antica antropologia razzista. Basta constatare che hutu, tutsi e twa parlano la stessa lingua, abitano fianco a fianco, condividono la medesima cultura. I ragazzi che oggi affollano le aule scolastiche non sono più toccati da categorie come etnie e razze, erette del tutto artificialmente.

A questo proposito, nel recente Città aperta del nigeriano Teju Cole il protagonista si stupisce vedendo dei giovani ruandesi ballare in una discoteca a Bruxelles come nel 1994 se non fosse accaduto niente. Qual è la prospettiva sul genocidio da parte di chi a quel tempo non era ancora nato?

I ruandesi non vogliono dimenticare e intendono combattere con tutte le forze il negazionismo, ma al tempo stesso non vogliono essere ostaggio del passato: il Ruanda è un paese rivolto al futuro e basta soggiornare anche solo pochi giorni nel paese per constatare il dinamismo straordinario della popolazione e i progressi compiuti dal 1994.

Cosa pensa del processo a Pascal Simbikwanga, accusato di complicità nel genocidio, che si è appena svolto a Parigi e si è concluso con una condanna a 25 anni?

Ritengo che si tratti solo di un primo passo. In Francia restano 37 presunti responsabili da giudicare. E in Italia?

Crema al cioccolato

Alberto Capatti

Prima una crema lontana, in musica. Le Bas, nel 1739 pubblicò a Parigi il suo Festin joyeux in cui indicava, per ogni formula, l’arietta e lo spartito. L’accompagnamento, la ricetta e il piatto, facevano, nella sala da pranzo, spettacolo. Eccola:

 

Creme au chocolat

Le chocolat on le fait fondre,
Avec du lait dessus le feu;
Du sucre ajoutez quelque peu
Avant de le morfondre.

 Surtout mettez-y je vous prie
Six ou huit jaunes d’œufs bien frais
Ce que vous ferez cuire après,

Tout doux au bain-marie

Crema al cioccolato

Il cioccolato si deve legare
Con il latte sul fuoco
Di zucchero versatene un poco
Prima di lasciarlo raffreddare.

Soprattutto mettete, è d’uopo,
Sei-otto rossi d’uovo recente
Che farete cuocere dopo
A bagnomaria dolcemente.

Vi immagino perplessi. Chi era Le Bas? Di lui si sa solo che partecipò alla preparazione del banchetto per l’incoronazione di Luigi XV. Era musico? Sicuramente, e questa è la partitura dell’arietta, Si le péril est agréable, su cui era cantata la cresme au chocolat.

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Se avete paura di perdere il filo, fra gorgheggi e gorgoglii, rileggete la ricetta di Tante Marie, una Ada Boni francese, duecento anni dopo (La véritable cuisine de tante Marie, 1930).

Crème au chocolat

Faites bouillir un demi-litre de lait avec 100 grammes de sucre; lorsque le lait a bouilli, retirez-le du feu et mettez-en deux cuillerées dans une casserole avec deux tablettes de chocolat que vous laissez fondre en ayant soin de l’écraser, pour qu’il n’y ait pas de grumeaux. Lorsque le chocolat a fondu, ajoutez le reste de lait que vous avez fait bouillir avec le sucre et laissez refroidir. Après cela, battez ensemble trois jaune d’œufs et un blanc et versez-les en remuant dans le chocolat au lait refroidi ; passez ensuite à la fine passoire et versez dans de petits pots ou dans un plat creux. Faites prendre au bain-marie ou dans un four modérément chaud. Il faut compter 15 à 20 minutes pour la cuisson.

 Crema al cioccolato

Fate bollire mezzo litro di latte con 100 grammi di zucchero; quando il latte è bollito, ritirate dal fuoco e mettetene due cucchiaiate in un pentolino con due tavolette di cioccolato che lasciate fondere schiacciandolo perché non restino dei grumi. Quando il cioccolato è fuso, aggiungete il resto del latte bollito con lo zucchero e lasciate raffreddare. Dopo di che battete tre rossi d’uovo e un bianco e versateli rigirando nel cioccolato al latte freddo ; passate al colino e versate in tazzine o in una ciotola. Fate prendere a bagno maria o in un forno moderatamente caldo. Bisogna contare 15 o 16 minuti di cottura.

Ampia collezione di utili tag per affrontare con estremo rigore la spinosa questione della preoccupante crisi degli odierni intellettuali e dell’impegno

Marco Giovenale

A, aa, aaa, a intellettuali, aa intellettuali, aaa intellettuali, abaco intellettuale, abbasso gli intellettuali, addavenì l’intellettuale, adesso gli intellettuali vanno in radio, affrontare con estremo rigore la spinosa questione della preoccupante crisi degli odierni intellettuali e dell’impegno, agli intellettuali servirebbe un po’ di digiuno, aree di ripopolamento della fauna intellettuale, assenza di intellettuali, bada intellettuale, balie intellettuali, basta intellettuali, bidoni con intellettuali dentro, bis di intellettuali, buche intellettuali, c’è una impressionante povertà di idee in questi intellettuali, che avrebbe detto pasolini, che c’entra pasolini, che fine hanno fatto gli intellettuali, ci sono meno intellettuali alla radio, come fare senza intellettuali, come si fa a fare quello che si faceva prima se adesso gli intellettuali non ci dicono se è giusto o no, come si fa senza intellettuali, cosa fare in casa quando vengono a mancare gli intellettuali, crisi degli odierni intellettuali e dell’impegno, da una recente statistica, da una recente statistica gli intellettuali in italia tendono a scomparire, da una recente statistica sembra assodato che gli intellettuali in italia stiano riprendendo a proliferare, da una recente statistica sembra che il numero degli intellettuali sia in drammatico calo, da una recente statistica sono scomparsi gli intellettuali in italia, digiunano gli intellettuali, disgusto intellettuale, disordine, disordini intellettuali, disordini tra gli intellettuali, dove sono gli intellettuali, dovrebbero tornare gli intellettuali, e tu saresti un intellettuale, gli intellettuali andrebbero vietati, gli intellettuali dovrebbero, gli intellettuali dovrebbero digiunare di più, gli intellettuali dovrebbero digiunare di meno, gli intellettuali dovrebbero essere cacciati, gli intellettuali dovrebbero fare politica, gli intellettuali e i poeti, gli intellettuali e la politica, gli intellettuali hanno meno voce in capitolo, gli intellettuali hanno più voce in capitolo, gli intellettuali hanno tradito, gli intellettuali in tv, gli intellettuali intervenivano nel vivo, gli intellettuali non dovrebbero fare politica, gli intellettuali non producono che guasti, gli intellettuali si sono guastati, gli intellettuali sono come, gli intellettuali sono come il pesce, gli intellettuali sono come l’ospite, gli intellettuali sono comici, gli intellettuali sono stati traditi, gli intellettuali sono vivi, gli intellettuali una volta erano la coscienza critica della nazione, gli intellettuali vanno riparati, haddavenì l’intellettuale, help intellettuali, hop hop intellettuale, i comici sono gli unici intellettuali rimasti, i guasti degli intellettuali, il declino dell’intellettuale, il mondo intellettuale è povero, il tradimento degli intellettuali, il tradimento dei chierici, il tramonto dell’intellettuale, in miniera in miniera, intellettuale per piccino che tu sia tu mi sembri una badia, intellettuali comodamente a casa tua, intellettuali d’accatto, intellettuali d’oggidì, intellettuali odierni, intellettuali specie a rischio, intellettuali tutti al mare, intellettualismi, intellettualismi inquinanti, intellettualismi inutili, intellettualismi perniciosi, l’impegno dell’intellettuale si vede dal conto in banca, l’intellettuale fa male digli di smettere, la crisi degli odierni intellettuali e dell’impegno, la politica senza intellettuali, la preoccupante crisi degli odierni intellettuali e dell’impegno, la questione degli intellettuali è all’ordine del giorno, la radio è cambiata e ci sono meno intellettuali ad arricchirla, la scomparsa degli intellettuali, la spinosa questione della preoccupante crisi degli odierni intellettuali e dell’impegno, la tv è cambiata e quei rari intellettuali che vi compaiono dicono barzellette, la tv è cambiata in peggio per colpa degli intellettuali, meno intellettuali, minor presenza di intellettuali, non ci sono più gli intellettuali di una volta, non ci sono più intellettuali, non si ascoltano gli intellettuali in radio, non tornano gli intellettuali, odierni intellettuali, ora che sono morti forse intervengono nel morto, ora parliamo di intellettuali, ora riapriranno degli spazi per gli intellettuali, pasolini, pasolini avrebbe saputo cosa dire, pasolini ci salverà, pasolini in automobile, pasolini non avrebbe saputo a sua volta cavare un ragno dal buco, pasolini non l’avrebbe mai detto, pasolini non l’avrebbe mai fatto, pasolini si cuoce un uovo, per fortuna gli intellettuali tacciono, per riguardo agli intellettuali non diciamo altro, percentuale di intellettuali allo stato liquido, perché pasolini invece c’entra, più intellettuali, più intellettuali meno politica, più politica meno intellettuali, pochi intellettuali in giro, politica e intellettuali non vanno d’accordo, preoccupante crisi degli odierni intellettuali e dell’impegno, presenza di intellettuali, quando c’era fortini, quando c’era pasolini, quando c’era pasolini questo non sarebbe successo, quando c’erano gli intellettuali, quando gli intellettuali avevano voce in capitolo, quando sento parlare di intellettuali metto mano al portafoglio, quando sento parlare di intellettuali metto mano alla pistola, quando sento parlare gli intellettuali mi deprimo, quando sento parlare gli intellettuali non so dove nascondermi, questi intellettuali, questi intellettuali non sanno letteralmente che pesci pigliare, questione della preoccupante crisi degli odierni intellettuali e dell’impegno, ritaglia il tuo intellettuale, se ci fossero ancora gli intellettuali, senza badare a intellettuali, senza intellettuali di rango siamo tutti più poveri, senza intellettuali la tv si spegne, senza intellettuali non è più come prima, senza inutili intellettualismi, spinosa questione della preoccupante crisi degli odierni intellettuali e dell’impegno, tacciano gli intellettuali, tanto va l’intellettuale al lardo, ti ricordi quando c’erano gli intellettuali, tornano gli intellettuali, troppi intellettuali, troppi intellettuali in giro, troppi intellettualismi, una volta gli intellettuali andavano in tv, una volta gli intellettuali erano ascoltati, una volta gli intellettuali erano più ascoltati, utili tag per affrontare con estremo rigore la spinosa questione della preoccupante crisi degli odierni intellettuali e dell’impegno, virus intellettuali da estirpare, w gli intellettuali, z gli intellettuali, zz, zzz

Smontare il Sud

Iain Chambers

C’è una nota affermazione di Michel Foucault dove il pensatore francese sosteneva che la vera scienza consistesse non nella ricerca della verità ma nell’operare un taglio. Possiamo considerare il volume curato da Orizzonti meridiani per ombre corte come un ottimo esempio di questo tipo di ricerca. In una serie di brevi ma taglienti saggi, gli autori e le autrici riescono a proporre una cartografia della cosiddetta ‘questione meridionale’ tracciata in una maniera radicalmente diversa da quelle a cui siamo abituati per spiegare la storia e la cultura del meridione.

Qui il sud dell’Italia (ma l’argomento trattato ha inevitabilmente una risonanza con la costruzione di altri sud del mondo) perde quella passività per cui risulta sempre oggetto e vittima di logiche elaborate altrove. Di solito considerato come una riserva di risorse umane e naturali, che nello loro combinazione servono a nutrire le esigenze del nord del paese come se fosse solamente il luogo dell’accumulazione capitalistica iniziale descritta da Marx, il Mezzogiorno è qui proposto nei termini di un laboratorio politico dove diventa possibile elaborare un’altra storia. Qui si apre uno squarcio e si elabora una visione critica in rotta di collisione con l’ordine vecchio, rifiutando di giocare una partita persa in partenza.

Attraverso le analisi sviluppate in queste pagine, il sud diventa protagonista di un ripensamento profondo di quei poteri che l’hanno costantemente relegato ai margini della narrazione della nazione, subordinando le sue specificità storiche, culturali ed economiche a un’inferiorità politicamente costruita e da gestire in modo paternalistico e coloniale. Riportato in una cartografia più estesa e meno provinciale, il sud si trasforma da oggetto subalterno, messo a tacere dal coro cieco di un progresso proposto in maniera unilaterale, in una forza critica attiva. Questo volume riesce a spaccare la gabbia di un’eredità che da vari secoli ha soffocato il Meridione d'Italia in una serie di stereotipi e invenzioni che negano i rapporti asimmetrici di potere che traducono processi storici e politici in rapporti geografici, creando i sud subalterni e subordinati al Nord del pianeta.

La violenza della formazione dello stato-nazione moderno, tanto evidente nella creazione del Regno Unito, quanto nell’unificazione dell’Italia, è una storia rapidamente rimossa, affondata nell'inconscio, e ridotta alla supposta neutralità di legge e ordine. I massacri perpetuati in Irlanda e nelle Highlands della Scozia, come la guerra civile combattuta nel sud dell’Italia, non devono disturbare lo svolgimento apparentemente liscio del progresso, uno sviluppo logico che nessuna persona civile e normale oserebbe contestare. Questa è precisamente la sfida posta da questo libro: se siamo disposti a rivedere la questione meridionale e a disfare i discorsi che l’hanno fatto prigioniero, dobbiamo anche smontare la costruzione concettuale che ha prodotto sia la forma specifica della nazione, e con ciò la subalternità del suo sud, sia le politiche di progresso che hanno accompagnato e sigillato questo assemblaggio di poteri.

Alfredo Jaar, Infinite Celle (2004)
Alfredo Jaar, Infinite Cell (2004)

Joseph Conrad ci ha insegnato che il cuore di tenebra non stava laggiù in Africa, ma nelle capitali europee – a Bruxelles e Londra – come a Torino e a Roma dove è stato costruito, anche dalle classi dirigenti di origine meridionale, il sud come problema e come appendice della politica nazionale. Sta in questa geografia dei poteri, nelle sue variazioni e nella sua capacità di tagliare e modellare il mondo secondo certe esigenze e non altre, che troviamo il senso politico di uno spazio disciplinato dall’autorità e di un tempo unilaterale chiamato progresso. Rompere con questa impostazione, come fanno questi saggi, significa riaprire l’archivio storico e risistemarlo su una mappa più estesa e dinamica, sottoponendolo finalmente a quegli interrogativi che non erano autorizzati dall'assetto precedente. Qui, per esempio, le poetiche letterarie e cinematografiche spesso eccedono le spiegazioni politiche ufficiali: sto pensando al bel testo sul Risorgimento di Anna Banti Noi credevamo (1967), recentemente ripreso in maniera benjamiana in tutta la sua attualità nell'omonimo film di Mario Martone (2010).

In questo spazio critico, si tratta di tradurre - sia un passato rimosso e rifiutato, sia i rapporti non solamente nazionali ma planetari su cui reggono le specificità della formazione della questione meridionale nell’arco di diversi secoli - in un progetto politico-culturale nuovo, spezzando i poteri che finora hanno ingabbiato il sud in una prospettiva subalterna apparentemente senza via di uscita. Ripetiamolo, tale salto critico e culturale impone la decostruzione critica del dispositivo nazionale che sostiene e richiede il sud come alterità subordinata alla rappresentazione della nazione e alla modernità che esso pensa di incorporare. La critica nitida sviluppata dagli autori di questi saggi colpisce direttamente al cuore quella sistemazione dei saperi e delle conoscenze che finora ha legittimato e legiferato questo stato delle cose.

Come dicevamo le analisi del volume propongono una risonanza critica che ci porta ben oltre i confini del Mezzogiorno, trasformando tale spazio storico-culturale in un laboratorio dove si incominciano a mettere alla prova altri modi per raccontare una modernità attraversata da percorsi variegati e alternative diverse. Insistendo su una temporalità piena e diversificata, dove le storie si accumulano spesso senza risposte in un presente carico, si fa tagliare e deviare il tempo omogeneo del progresso che aspetta solo di essere riempito dall’accumulazione capitalistica gestita secondo un’agenda nazionale dettata dalle leggi del mercato. La complessità odierna del capitale nella sua moltiplicazione di modi di sfruttamento e gestione ci spinge verso una profonda radicalizzazione dei linguaggi analitici che cercano di registrare e andare oltre le ‘soluzioni’ in offerta.

Il nucleo di questa sfida, aldilà delle ottime e incisive analisi di una serie di situazione specifiche, sta nella rivolta dei saperi contenuta in questi saggi. Qui, non si tratta, come spesso si fa nelle scienze sociali, di aggiustare e aggiornare gli strumenti di lavoro per meglio concepire la ‘realtà’. Il taglio critico auspicato da Foucault, e qui messo a lavoro, è di tutt'altro ordine, e investe il linguaggio stesso. La macchina accademica - egemonizzata dall’empirismo ‘scientifico’ anglo-americano, e tutelata dai manuali di stile, i peer review, e le dighe di citazioni che servono per proteggere l’autorità dell’esposizione - viene sovvertita da una svolta gramsciana (e fanoniana) che fa saltare i parametri dell’attuale esercizio della conoscenza. Al contrario dell’individualismo competitivo che regna nel mondo dei saperi, i lavori collettivi elaborati in questo volume, sono l'esempio di un'attività critica che non può essere misurata dalla metafisica della cosiddetta oggettività del mercato istituzionale dei saperi. Qui viene scomposto l’operato di una costellazione scientifica che pretende di essere neutrale, echeggiando l’adagio thatcheriano e neo-liberale del TINA: there is no alternative.

Alfredo Jaar, Gramsci (2010)
Alfredo Jaar, Gramsci (2010)

Quando gran parte del mondo è escluso dall’elaborazione dell’apparato politico e intellettuale che decide e detta le regole del gioco, il sud, come una composizione mobile di pratiche e luoghi, diventa il contro-peso politico e critico di un mondo e di una modernità ancora da narrare. Sapendo bene che il Mezzogiorno dell’Italia, come tanti altri sud, non riuscirà mai a raggiungere le mete imposte dal progresso concepito strutturalmente nei termini dell’accumulazione del capitale. Con questa consapevolezza, e non volendo restare una vittima silenziosa, si tratta di demolire criticamente la logica destinata a escludere gran parte del mondo. Pensare mondialmente significa non solamente registrare le differenze ma anche accogliere i meccanismi sorretti dai poteri ineguali e asimmetrici.

Il coinvolgimento critico richiesto qui parte dal rifiuto di rispettare i compiti di uno sviluppo reso impossibile dagli stessi meccanismi che gestiscono e proteggono tale asimmetria. Non accettare il ruolo di restare sotto – sottosviluppato, sottomesso, subordinato e subalterno – significa prendere iniziative alternative e autonome all’interno di una modernità dove la geografia dei poteri è inevitabilmente tradotta in processi storici assai più fluidi e aperti; questi sono sempre in grado di ritmare la modernità secondo tempi, direzioni e diritti non ufficiali, ma egualmente reali ed essenziali.

Le analisi specifiche del volume si concentrano sulla trasversalità delle forze in campo: in Sicilia, a Ragusa, a Bagnoli, a Taranto, nei campi Rom a Napoli, nelle trivellazioni in Val d’Agri in Basilicata, nei luoghi di resistenza nel casertano e nel benevento, nei call center a Cosenza. Sono le zone (temporanee) di eccezione ed esclusione che forniscono delle frontiere mobili dei dispositivi di controllo e sfruttamento dove spesso i confini tra l’accumulazione del capitale, il controllo del territorio, i danni e i disastri ambientali evaporano. Qui l’obiettivo e l’oggettività dei processi economici come misura del progresso si declinano in un’ambiguità agghiacciante. Chiaramente tali dispositivi di controllo – non solamente ed ovviamente politici-economici saldati nei linguaggi giuridici – sono profondamente culturali. Forse qui qualche attenzione in più alla questione della religione e del cattolicesimo, come forza educativa e potere secolare che partecipa alla formazione della cultura e politica nazionali e alla loro gestione differenziata (pensiamo solamente all’intreccio tra la Chiesa e le condizioni del Mezzogiorno abbozzato da Gramsci), avrebbe dovuto trovare più spazio.

Comunque è qui che si toccano le zone liminali della politica dove il riconoscimento astratto della democrazia è negato continuamente dalla prassi di un ordine che riconosce solamente chi è disposto a rispecchiare e rispettare le sua definizioni. La legge emana i diritti pur riservandosi l’autorità di negarli. Qualsiasi contestazione che smonta le pretese e le premesse della politica attuale è rapidamente destinata a essere criminalizzata ed esclusa dalla narrazione legittima. In questa partita si gioca l’esclusione dalla cittadinanza di coloro che apparentemente non hanno il diritto di narrare, rinchiusi nelle loro storie invisibili e clandestine. Come i migranti illegali, i Rom, i poveri e i precari, sono penalizzati e puniti. Queste persone, con le loro storie, culture e vite, sono fuori posto e perciò potenzialmente criminali perché devianti rispetto al senso univoco del successo sociale richiesto dall’ordine neo-liberale.

Alfredo Jaar, The Marx Lounge (2010)
Alfredo Jaar, The Marx Lounge (2010)

Smontare il Sud per permettere che un altro sud possa emergere, significa cercare un’altra grammatica con cui narrare questo tempo-spazio costruito e costretto a ripetersi nello specchio di una subalternità costante. Insistere sul ruolo determinante del sud nella riproduzione politica e culturale dell’egemonia del nord, come parte integrante della sua riproduzione, significa già smantellare la gabbia. Lo sguardo orientalistico e la razzializzazione dei meridionali che mantengono in piedi i rapporti asimmetrici di potere all’interno della retorica unificante della nazione, è basata sull’imposizione violenta di un’identità che continua a credere che la cultura e l’identità siano oggetti fissi e stabili, invece di essere processi storici in continua elaborazione.

Disfarsi delle storie ufficiali e istituzionali, e rifiutare il loro giudizio, ci porta a tagliare il corpo della conoscenza ereditata per liberare altre storie, altre modalità per raccontare un passato che non passa, ma che si accumula come una rovina potente ed inquietante nel presente. Insistere sul diritto a narrare un’altra storia, proponendo la costruzione di una società civile diversa che risponda alla giustizia storica e sociale negata, non implica un’alternativa utopica. Al contrario significa una ricomposizione dei rapporti, le loro storie e i loro poteri, che sono già in circolazione, quelle che finora sono stati rifiutati, rimossi e annegati. Smarcarsi dalla violenza storica e razziale che produce un sud, e le gerarchie di valori che sigillano tale concetto, colpisce al cuore l’operazione storiografica che ha visto nella nazione il suo scopo principale, riducendo il resto ai margini.

Si tratta di una sfida storiografica, e perciò di grande portata politica e culturale, che collega la questione meridionale non solamente agli altri sud subalterni nel mondo, ma anche, e più profondamente, al senso critico della modernità che li ha prodotti e pensa sempre di essere in grado di spiegarli. Questo volume è un ottimo esempio di come si fa questo lavoro fondamentale: da leggere!

Orizzonti meridiani (a cura di)
Briganti o emigranti
Sud e movimenti tra conricerca e studi subalterni
Prefazione di Franco Piperno
ombre corte (2014), pp. 223
€19,00

Jacques Le Goff: eresie cinesi

Paolo Fabbri

La storia, si sa, è nemica della memoria: vuol renderne ragione oggettiva e dar torto ai ricordi soggettivi. Come il personale sorriso con cui ricordo Jacques Le Goff, che non è più tra noi. Quel sorriso che, per l’immenso storico, è stato, forse, “una creazione del Medioevo”. Lunga durata che giungeva, per lui, fino alla Rivoluzione francese.

Ricordo: eravamo insieme in Cina, nel 1993, con una missione italo-francese organizzata con intenti d’antropologia “reciproca”. Storici, etnografi, linguisti, semiologi, giornalisti, scienziati come Le Goff, U. Eco, A. Danchin (Istituto Pasteur), F. Colombo, A. Rey (Le Petit Robert) ed molti altri. Avremmo dovuto incontrare i colleghi cinesi per capire la trasformazione irresistibile che avrebbe condotto la Cina postcomunista al ruolo mondiale di superpotenza. Il nostro percorso era rigidamente preconfezionato e alcuni cinesi portavano ancora il costume maoista - con la traccia di una stella staccata dal berretto. Un mese di tempo, da Hong Kong fino al confine russo (Urunqi), dal Fiume delle Perle al paese degli Iuguri, poi a Pechino, visitando molte ignote università - senza incontrare un solo studente, e molti celebri luoghi – diversamente esposti dalle lingue biforcute dell’interprete ufficiale e da un complice gesuita francofono.

Percorrevamo la Via della Seta, con gli stessi treni di Corto Maltese, tra enormi cartelli che disegnavano i grattacieli di città a venire; poi lungo il deserto del Gobi, seguiti con ostinazione dalla Grande Muraglia - la traccia archeologica della Torre di Babele (Kafka). Fino all’oasi di Turfan, nell’antico Turkestan cinese, tra viali di vigneti e moschee di terra, presso le rovine della città d'Idiqutšahn e di Qara-qočo (o Chotscho).

Ricordo che qui, dopo una visita collettiva alle grotte buddhiste e zoroastriane, dove si trovarono i più importanti documenti della tradizione manichea, Jacques Le Goff si sedette - dopo una memorabile reprimenda ai guardiani cinesi che tolsero la macchina fotografica all’adorata moglie polacca, Hanna. Imponente e grave, a gambe incrociate, sotto la stele dal sigillo imperiale che accordava nel 752 tolleranza di culto ai manichei e ai cristiani nestoriani (nestorini, per Marco Polo). Erudito e gioviale, ci introdusse, viaggiatori occidentali e accompagnatori orientali, alle intricate eresie dei primi secoli cristiani. L’aulica premessa retorica dell’Accademia francese soggiogò i colleghi cinesi per il suo stile “mandarino”; ne assicurò l’attenzione e forse la venerazione. Ricordo a tratti che il manicheismo fu religione di stato degli Iuguri fino al 13° secolo; che sacerdoti manichei si trovavano fino all’8° secolo alla corte dell’impero di Mezzo; che Mani, gnostico e convinto di essere il Paracleto dell’apostolo Giovanni, fosse pittore e miniatore dei propri libri sacri; e che proprio lui, il grande binarista, morì, forse, tagliato in due.

Che Agostino di Ippona, dapprima tentato dal manicheismo, se ne discostò, per la soddisfazione dei semiologi come Eco che avrebbero studiato il De Trinitate. Ricordo che l’eretico Nestorio non aveva del tutto torto quando pensava con Paolo di Tarso che il Cristo – “luminoso” per Mani - era il grande mediatore tra due nature, umana e divina, separate e incompossibili. E che forse fu un monaco nestoriano ad insegnare a Maometto la dottrina cristiana, con gli effetti che sappiamo. Poco incline alla trascendenza, quanto gli amici cinesi, ascoltavo avidamente i racconti eresiarchi, come testi insuperati di letteratura fantastica.

I trampoli su cui annaspa la memoria si allungano, notoriamente, negli anni. Spero, o almeno credo, di ricordare correttamente, se non veracemente, l’odore di tabacco di cui era impregnata la macchina fotografia di Hanna Le Goff quando la ripresi col marito accanto a un leone sinuoso, in un viale di statue conspecifiche. Ricordo che allora dissentivo con Le Goff sulla necessità di inventare prima e di conservare poi, quel Purgatorio di cui aveva ricostruito l’archeologia immaginaria.

Mi rassegnavo facilmente all’idea che lo preoccupava: che il Purgatorio, mediatore tra Inferno e Paradiso, “durasse una sola stagione”. Insofferente all’abuso tautologico della dialettica, mi sentivo più vicino ai “giardini di luce” ( A. Maalouf) del sincretismo manicheo, alla radicalità catara dei principi opposti, contro i trasformismi e gli inciuci delle patrie, storicistiche assiologie. Ormizd il Bene o Ariman il Male: il più è del Maligno. Lo stesso laico binarismo con cui il cattolico Le Goff avrebbe poi respinto i tentativi della Chiesa romana di iscrivere le radici cristiane nella Costituzione europea.

Ricordo allora, nell’ombra delle grotte di Turfan, le raffigurazioni degli eletti manichei con vesti bianche e mani tese ai frutti colorati sugli alberi. In attesa di lieti banchetti e della successiva digestione che avrebbe liberato le particelle luminose contenute nelle essenze cromatiche del mondo; per ricongiungerle alla perduta luce di un’utopia felice, altissima e remota. Si, è così che ricordo, sorridendo, Jacques Le Goff.

Esercizi di immaginazione

Augusto Illuminati

Quando ho visto l’emblema della prima giornata – la copertina del 1925 de La Révolution surréaliste che inseriva un archivio dei sogni nel programma di una generale sovversione politica e delle forme di vita – e poi nella fila di attori professionali e non, membri dell’Istituto Svizzero di Roma e bambini che leggevano a turno sogni tratti dalla letteratura o dai diari di scrittori famosi ho riconosciuto ragazze dei movimenti studenteschi che negli anni scorsi avevano portato alla testa dei cortei i book bloc, scudi di cartone con il titolo di un libro. Ecco è svanito il confine fra coscienza e inconscio, ed entrambi mi sono sembrati veridici nel suggerire nuove forme di contestazione e di recupero della socialità. Una conferma del progetto di cui ora ricordiamo le linee guida.

Il workshop Touch of Joy. Esercizi di immaginazione si inserisce all’interno del nuovo spazio di ricerca "Studio Roma. Programma transdisciplinare sul Contemporaneo" promosso dall’Istituto Svizzero, articolandosi in diversi momenti di approfondimento, ricerche sul campo, letture e conferenze che si svolgono a Villa Maraini, in un cinema, un teatro, un'università e differenti luoghi della città di Roma e Sabaudia.

In due settimane di intensa attività i metodi e le tecniche dell’immaginazione guidano i partecipanti in un percorso che affronta, tra i molti temi, le forme estetiche del quotidiano e il Social Dreaming, le pratiche urbane e le fantasie del colonialismo italiano, la storiografia e la fiction, la memoria e il fare storia, la narrazione collettiva e le biografie individuali, la dimensione onirica variamente filtrata nei protocolli e il daydream, il sogno a occhi aperti, le fantasie dell’insonnia.

Nella varietà dei luoghi, dei temi e delle attività del laboratorio sono coinvolti storici, artisti, psicologi, studiosi delle scienze umane, attivisti politici e il più ampio pubblico non specialista di Studio Roma. Al laboratorio partecipano: Angelo Del Boca, Elena Esposito, Mia Fuller, Karen Pinkus, Jean-François Chevrier, Billy Ehn, Tonino De Bernardi, Gianluca e Massimiliano De Serio, Marco Avena, Eleonora Planera.

Il 1 aprile si è aperto con le suddette letture di sogni (spettacolari quegli inediti di Adorno), precedute da una spiegazione di Peter Friedl e seguito, dopo una recita “professionale“ (Francesca Mazza) di Immaginazione Morta Immaginate di Samuel Beckett), da due film solo apparentemente diversi, un’intensa riflessione beckettiana su notte e sogni (Nacht und Träume, accompagnato da sporadiche battute del lied schubertiano) e un’altrettanto memorabile (e più gioiosa) invenzione di Buster Keaton sul tema, toccato forse per la prima volta, dell’irruzione del personaggio, anzi del proiezionista, nel film, sconvolgendone la trama: un sognare a occhi aperti che spariglia il sogno convenzionale nel melodramma (Sherlock Jr., 1924). Un giovane irresistibile, impassibile Keaton di cui già presagiamo l’epifania terminale in Film di Beckett.

Nel ricco programma che prosegue fino al 12 aprile con film, raccolta di sogni, dibattiti e un’escursione (mercoledì 9 aprile) alla fantasmagorica Sabaudia, spicca (oggi, sabato 5 alle 17) una conversazione con Angelo del Boca. La giornata, intitolata “La storia infinita”, è una giornata dedicata alla narrazione e alla scrittura della storia, ai suoi metodi, alle sue metodologie, limiti e doveri. Il mestiere dello storico è il tema della conversazione tra l’artista Peter Friedl e Angelo Del Boca, narratore, giornalista e grande storico del colonialismo italiano.

Abbiamo già visto il rapporto sogno-edifici onirici nel surrealismo (Le paysan de Paris di Aragon e poi gli scritti di W. Benjamin). Il colonialismo lo riproduce in forma perversa, quello italiano è addirittura un “doppio sogno”: il primo è l’orientalismo dei manifesti, delle cartoline, delle canzoni, di una certa edilizia minore “moresca”, il secondo è il progetto architettonico razionalista, che si sviluppa in colonia libero dagli ostacoli posti in madrepatria dal classicismo retorico e monumentale.

Lo stato di abbandono delle abitazioni singole e dei villaggi colonici nel Djebel cirenaico – teatro delle più feroci stragi di Graziani e dello sfortunato lavoro pionieristico dei contadini meridionali – fa di questi scenari la messa in scena della pittura metafisica e dell’impossibilità della conquista. Un daydream tinto di sangue e abbagliante sotto il sole.

Programma di Touch of Joy. Esercizi di immaginazione

Il sito Daydream Factory a cui inviare i vostri sogni a occhi aperti

Musica sostenibile

Paolo Carradori

La scommessa continua, anzi rilancia. La terza edizione di Play It! - quattro giorni di concerti con 12 prime assolute, di cui 10 commissioni ORT e 7 prime nazionali - al Teatro Verdi di Firenze prova a fissare lo stato dell’arte in musica, la musica di oggi, i suoni di domani. Affianca alle serate un ciclo di incontri che quest’anno hanno come filo conduttore la creatività sostenibile. Il compositore contemporaneo vive una situazione professionale paradigmatica.

A fronte di uno spazio, depurato da dipendenze ideologiche e stilistiche, che gli permette un’articolazione di pensiero impensabile fino a pochi anni fa, la realtà culturale ed economica lo costringe praticamente a scrivere solo ciò che potrà essere eseguito. Giorgio Battistelli, direttore artistico del festival, guarda oltre questo limite. Crede con forza nell’idea di Play It! come laboratorio che segue gli autori, li stimola con commissioni, mette loro a disposizione un’orchestra come quella della Toscana tra le più aperte e malleabili, un palco prestigioso come quello del Teatro Verdi.

Un festival tutto italiano che indaga tra le ultime generazioni di compositori ma non dimentica i maestri - quest’anno il premio alla carriera va a Azio Corghi – un appuntamento che pone Firenze tra le città più vitali nella proposta contemporanea, unica per la formula originale dell’evento. Proviamo a fissare almeno qualche momento di Play It! 2014.

Sorprende subito Francesco Giomi con il suo LFO#1- improvvisazione creativa per ensemble (2014) dove esperienze elettroacustiche vengono fatte confluire in uno degli aspetti creativi più avanzati della musica afroamericana: nella “conduction” di Butch Morris. Attraverso un vocabolario di segni e simboli il conductor sviluppa in tempo reale strutture musicali, stimola spontaneità e improvvisazioni dei musicisti dell’ensemble. L’opera convince non solo per un ricco equilibrio espressivo in un percorso segmentato, ma anche per l’uso del sintetizzatore che con discrezione crea spessore sonoro.

Play It! 27 marzo (2) (640x448)

Con Ossessioni di Pontormo - per due gruppi strumentali e percussioni (2014) Federico Gardella ci accompagna in un mondo sonoro misterioso dai contorni rarefatti. Le corde conducono con seducenti movimenti chiusi da fiati e percussioni. Il lavoro rilegge i diari del Pontormo che tra il 1554 e il 1556 stava lavorando agli affreschi del Coro della Basilica di San Lorenzo a Firenze. Il compositore tenta di dare forma alle ossessioni dell’artista che da quelle pagine emergono, lo fa contrapponendo due gruppi musicali che quasi si fondono tra gesti e suoni.

Sulla doppia accezione del termine che può significare ordito, filigrana ma anche complotto macchinazione Luca Francesconi costruisce Trama- per saxofono e orchestra (1987). Lavoro dove la complessità dei materiali messi in gioco pare in parte sfuggire al controllo dell’autore. Il sax si muove come voce narrante ma è spesso troppo “dentro” o troppo “fuori” lo spazio orchestrale. Il racconto risulta allora sfilacciato o pura esposizione tecnica. Nel finale il violino affianca il sax in un intreccio dal sapore melodico.

Impegnativo e inquieto Stasis In Darkness. Then The Blue (2013-14) di Daniela Terranova. Non poteva essere altrimenti prendendo spunti da una poesia di Sylvia Plath. Suoni lunghi, timbri gravi, masse sonore in continuo vibrare. Scrittura elegante, mossa, dove traspare un’introversa ricerca che, nel controllo della materia sonora e potenza dell’orchestra, disegna fantasmi, problematiche esistenziali legate alle visioni della grande poetessa suicida a trent’anni.

Play It! 26 marzo (2) (640x431)

Anche The Months Have Ends – per soprano e orchestra (2014) di Paolo Marchettini prende forza dalla poesia. Cinque testi di Emily Dickinson per sviluppare dopo un attacco travolgente ambientazioni poetiche e struggenti che sfiorano romanticismi. Notevole il ruolo ricavato per la voce negli equilibri complessivi dell’opera, che risente più della lezione statunitense (Bernstein, Ives) e si allontana delle avanguardie europee.

Accomuna Travelling Icon On Rabbit-Skin Glue – per ensemble (2013-14) di Giovanni Verrando e Blooming – per 9 strumenti (2013-14) di Andrea Manzoli una spiccata ricerca sonora. Pur partendo da spunti lontani – Verrando dal valore spirituale delle icone russe da viaggio, Manzoli dalle possibilità compositive offerte dalla variazione – entrambi sviluppano tensioni, astrattismi, grumi sonori che galleggiano ma anche impotenze, come il violino senza corde percosso in Travelling. Notevoli capacità e originalità compositive.

Si rimane su proposte avvincenti con Voce – concerto per violoncello e orchestra (2012) di Matteo Franceschini. La voce è quella del violoncello che ispeziona tutte le proprie possibilità comunicative, tecniche, emozionali. Violoncello che Dillon da sopraffino interprete strazia, percuote, accarezza nella ricerca di una voce che ci racconti storie. Supportato dall’orchestra dove fiati e percussioni drammatizzano le metamorfosi dello strumento. Emozioni pure.

Play It! 28 marzo (2)

Contrasti e lirismi caratterizzano L’impeto come acqua sgorga – per orchestra (2013) di Alessandra Ravera. Lavoro che sviluppa problematiche e dinamismi in un flusso costante di energia tra momenti forti e ambientazioni melodiche. La Ravera sottolinea l’importanza del gesto come componente decisivo della comunicazione, dell’atto creativo. Tutto scorre in una elegante mobilità sonora che trova il suo finale, il climax, nell’esplosione delle trombe come sintesi di tutti gli episodi in gioco.

Qui finisce lo spazio. Play It! 2014 meriterebbe ulteriori approfondimenti, elementi critici, godimenti e delusioni. Perché se la critica è interpretazione anche chi scrive di musica, nel tradurre in parole emozioni e dubbi, è a suo modo un esecutore.

PLAY IT! 2014 Festival III Edizione
Teatro Verdi Firenze 26>29 marzo
Orchestra della Toscana
Direttori: Fabio Maestri-Carlo Rizzari-Tonino Battista-Francesco Lanzillotta
Solisti: Mario Marzi/sax – Alda Caiello/soprano– Francesco Dillon/violoncello – Lorna Windsor/soprano