Edera ovunque

Giovanna Marmo

Inutile che mi fotografiate il viso, somiglio a chiunque.
Cambio il mio trucco di continuo, indosso costumi diversi.
Ho un corpo che vale per tutti, che diventa ogni cosa.
Sono l’alieno che può essere visto solo dalla mia finestra.

Dopo essermi tolta i guanti, entro in scena
quando le luci di sala sono ancora accese.
Il palco è abitato da escrescenze, vite pluricellulari
e parassitiche. La trama è fatta di fili scuciti, discorsi
riportati, elenchi privi di nessi. Mi esprimo
per quadri e frammenti, eseguendo
le indicazioni che mi vengono fornite.

Descrivo e scompongo
una scena terminale.

Non mi sorprendo se qualcuno mi passa attraverso.
Sono la minaccia che si muove con il ritmo del giorno
che muore, muore e poi ricomincia. Edera ovunque,
niente morfina, voglio che rimaniate svegli.

Funghi, mucillagini insetti.

Ho aperto il mio ventre, le foglie affusolate si ramificano.
Lascerò andare i miei pezzi, perché desidero riavervi.

Melba

Alberto Capatti

Va letta nella terza edizione de Le Guide Culinaire di Escoffier (Paris, 1912):
Pêches Melba – Pocher les pêches au sirop vanillé –Les dresser en timbale su une couche de glace à la vanille et les napper de purée de framboises

Pesche Melba – Cuocere le pesche nello sciroppo vanigliato. Montare a timballo su uno strato di gelato alla vaniglia e coprirle con purea di lampone

Trascriverò ora la ricetta dei suoi discepoli Gringoire e Saulnier, nel Répertoire de cuisine (Londra 1914), dallo stile a dir poco conciso:
Melba (froid) (fraises, nectarines, pêches, poires) – Peler. Pocher. Dresser sur glace vanille. Napper purée de framboise.

Tradotta
Melba (freddo) (fragole, nettarine, pesche, pere) – Pelare. Cuocere. Montare su gelato alla vaniglia. Coprire purea di lampone

Dalla pesca, si è passati ad altri frutti, estendendo la suggestione della parola Melba (cantante lirica australiana, di Melbourne, cliente di Escoffier). Lo sciroppo è sparito e si prepara un’altra sorpresa. Tutto si semplifica in cucina ed ecco la versione di Cesare Picco (Lessico di cucina abbreviato, Bologna-Genova, 1952)

Entremets aux fruits Melba: albicocche, pere o mele sciroppate, dressare sopra gelato di vaniglia, mascherare con purée di fambros.

Inutile dire che sciroppata, la pesca Melba è diponibile tutto l’anno e la si assembla in un batter d’occhio. Fatelo e vedrete. Altrimenti, visto che è la stagione, tornate alla Melba di Escoffier. Nulla da aggiungere al suo dettato e se anche non le montate a timballo e riposano sul letto di gelato, non avrete tradito il pensiero del loro creatore. Quanto alla cottura in acqua e zucchero, massimo 15 minuti.

Leggere un inedito (per il premio Calvino)

Mario Marchetti

Chi scrive e manda il manoscritto a un concorso lo fa sostanzialmente per due motivi (mi baso sull'esperienza fatta al Calvino): perché desidera essere letto (desidera che il suo vissuto e le sue fantasie vengano condivise, vorrebbe che ad esse fosse riconosciuto un senso e il suo atto è quindi una sorta di protesi esistenziale) o perché desidera essere pubblicato (aspira al successo o alla “gloria”, per usare un’espressione leopardiana); naturalmente i due ordini di motivi non poche volte s’intrecciano.

Gli uni vogliono fondamentalmente comunicare, parlare, discutere dei temi che stanno loro a cuore, non sentirsi “soli al mondo”, hanno bisogno di essere-insieme ad altri simili (e non pare che la rete, coi suoi portali, coi suoi blog s coi suoi talking points, possa essere sostitutiva o sufficiente): non dimentichiamo che la scrittura è, a suo modo, carne e non virtualità pura; gli altri, per lo meno all’inizio, hanno bisogno di indicazioni, consigli, critiche riguardo alla loro scrittura e alla loro pubblicabilità. Entrambe le categorie vogliono “incontro”. E questo che il Premio cerca di offrire, è questa la direzione. Intervenire anche a monte e a valle.

Se è vero che la scrittura, non diversamente dalla lettura, per citare il Nobel Gao Xinjang è un atto di solitudine – è pur vero che il Nobel cinese ci parla di vocazioni alte, univoche, totalizzanti − non nasce o difficilmente nasce dall'isolamento; ricordiamo, poi, che in passato i letterati o gli aspiranti tali disponevano di riviste, circoli, gruppi di amici, caffè, che li seguivano, li sostenevano, o magari anche li stroncavano (meglio del silenzio e del vuoto), istituti oggi sostituiti da nulla o dal nulla. Sovente si scherza sul fatto che in Italia sarebbero più numerosi gli scrittori che non i lettori: certo la cosa si presta all’ironia, ma c’è un altro aspetto da considerare, la domanda sottesa di umanità che c’è nello scrivere, domanda che va accolta e recepita. La scrittura è poi comunque un atto di democrazia che si basa sull'uso libero e universale della parola, e in un certo senso possiamo considerarla come una pratica legata all'economia del dono.

Si tratta di considerazioni, naturalmente, che non intendono eludere il problema del valore letterario della scrittura. Ma siamo convinti che un tessuto di più fitto sostegno e comunicazione potrebbe far meglio emergere ciò che ha un valore significativo, destinato a durare, un valore più generale ( più universale, si diceva un tempo). Ci sembra che occorra ricreare uno spazio tra il nulla, l'isolamento e la macchina editoriale. L'editoria, ovviamente, ha le sue leggi: è un'industria, un investimento, deve fare profitto. Non possiamo più chiedere agli editori di oggi ciò che facevano, sia pure in modi diversi, Giulio Einaudi o Valentino Bompiani.

Ed è proprio questo che cerchiamo di fare col Premio Calvino, non limitarci a premiare, ma creare uno spazio che permetta l'emersione del nuovo, che metta in contatto scrittori, critici, addetti ai lavori, appassionati, che faccia crescere un discorso, che permetta scambi di idee, conoscenze esternamente alla macchina editoriale, anche se parallelamente ad essa e non in conflitto con essa. Uno spazio in cui si possa ragionare liberamente senza calcoli immediati di vendibilità. Dopodiché, non si nega, ça va sans dire, l'importanza di essere pubblicati e ben distribuiti. Ma questo dev'essere un approdo.

Tutto ciò implica per il lettore del Calvino un particolare atteggiamento: non si legge unicamente per selezionare gli eletti, o l’eletto, ed escludere gli altri. Questa è una lettura da casa editrice. Ed è ovviamente più che legittima. La casa editrice deve stabilire cosa sia, o meno, pubblicabile secondo propri criteri che possono essere di linea editoriale complessiva, di collana specifica, commerciali, di gusto del pubblico, di supposta attualità. Teniamo presente poi che oggi, per lo più, il bilancio costi/benefici si fa libro per libro, il che ha delle evidenti ricadute sulle scelte dei responsabili di collana o di settore. Questa lettura può essere relativamente rapida: in effetti per stabilire se un libro abbia certi requisiti è sufficiente leggere, per chi abbia la mano, poche decine di pagine all’inizio e sparsamente. Solo se il libro appare corrispondere a certe esigenze editoriali, verrà poi letto più compiutamente, e spesso ancora da lettori esterni. Superata la lettura integrale, il libro potrà quindi passare nelle mani di un responsabile interno… Insomma la strada è lunga e costellata da una serie di passaggi, tramite i quali via via procede la selezione.

Il lettore del Calvino legge, invece, il testo integralmente, anche se si tratta di una saga fantasy proliferante per centinaia di pagine, come usa e non poche volte accade, anche se l’autore pensa, non sempre ragionevolmente, di avere scritto un nuovo Don Chisciotte. Prima di tutto occorre comprendere il testo e le sue motivazioni, e questo in vista della stesura della scheda che, al termine di ogni edizione, si invia a ciascun concorrente. Ci si può accorgere che il testo è decisamente velleitario, che il concorrente, in modo, più o meno ingenuo, più o meno consapevole, mira, nelle sue fantasie, a un immediato successo di mercato, imitando o plagiando i successi del momento. Ci si può, invece, rendere conto di come il testo, per quanto letterariamente non persuasivo, risponda a motivazioni profonde dell’autore, a un bisogno di mettere sulla pagina cose che lo coinvolgono, che sovente lo hanno anche ferito (in questo caso la scrittura funge da balsamo); un testo può essere il regesto di esperienze del passato, di storie di paese, di costumi dimenticati.

Quanti libri soprattutto negli anni Novanta abbiamo ricevuto di donne che raggiunta la maturità, sotto l’influenza dell’aura femminista e del pensiero femminile diffusi nei decenni precedenti, hanno sentito il bisogno di fare il punto sulla propria vita: tutti testi dignitosi per la spinta stessa che si trova alle loro origini. O quanti libri di persone anziane che ritornavano al passato, a quando le metropoli di oggi confinavano ancora con la campagna, a quando nelle risaie si pescavano ancora le rane, agli anni della ricostruzione, quando l’impulso al lavoro era una sorta di inno collettivo. C’è chi ci ha raccontato la sua reale follia, chi ci ha raccontato di infamanti accuse che ha subito, come quella di molestie nei confronti dei suoi figli. Ecco, allora nel redigere la scheda dobbiamo tenere conto del prezioso nucleo di verità e di umanità che ci è stato affidato, dobbiamo “parlarne” con chi ce lo ha offerto con fiducia.

Ad altro livello si pone il problema del valore letterario e narrativo dell’opera. Qui le cose si fanno più complesse per vari motivi. Abbiamo infatti spesso a che fare con opere interessanti, ma ancora grezze, che non hanno vissuto un processo di rifinitura. Dobbiamo cercare di individuare l’oro sparso nel materiale roccioso in cui è immerso, da cui talora è anche sommerso. Ma qual è il nostro oro? Anche qui non è facile fornire definizioni: diciamo subito che non abbiamo una “linea” letteraria. Il Premio, a mio avviso, correttamente non ha mai voluto sceglierne una specifica (in tal caso sarebbe una scuola, un movimento, cioè un’altra cosa), e d’altronde viviamo oggi in un’epoca, in cui non è facile individuare linee di tendenza. Nei testi cerchiamo soprattutto la forza, emotiva o di linguaggio.

Non ci importa il genere letterario, se romanzo o racconto, se memoria autobiografica o se testo meticcio tra narrativa e saggio, tra narrativa e cronaca, ogni genere è per noi accettabile purché abbia un tocco di genuinità letteraria. Il linguaggio non deve essere piatto o di imitazione. L’argomento deve essere presentato da un angolo visuale nuovo, con inediti barbagli prospettici. Apprezziamo la capacità di narrare anche se la struttura del testo presenta pecche, l’apprezziamo malgrado certe imprecisioni formali. L’incompiutezza può essere accolta se individuiamo un torsolo forte o nuclei interessanti. Ci sono cose, infatti, che si possono imparare o possono essere emendate, altre no. Il libro ben confezionato non ci interessa se non ha i requisiti cui si è fatto cenno, se rientra, senza margini e senza guizzi, in un genere canonico o mainstream.

Insomma un compito non facile il nostro, che esige di essere insieme partecipi e critici, atteggiamenti che paiono in contrasto, ma che nella sostanza non lo sono: dare piena fiducia al testo senza venir meno al ruolo che ci compete di scoperta e di giudizio.

 

Giorni terrestri

Stefano Garzonio

Nei giorni dell’ottobre Marina Cvetaeva è in Crimea. Dopo un breve rientro a Mosca, riparte per la Crimea con il marito Sergej Efron, che di lì a poco si unirà all’esercito volontario (Dobrovol’českaja armija) che combatte i bolscevichi. Rientrata a Mosca per prendere le due figlie, Ariadna e Irina, la poetessa rimarrà bloccata nella nuova capitale del nascente stato dei soviet, mentre del marito si perdono le tracce.

Saranno questi per Marina Cvetaeva anni di solitudine, stenti, paure, ansia per il destino dei cari, ma anche anni di fertile creatività e di splendide realizzazioni artistiche: vedono la luce le raccolte Verste II e L’accampamento dei cigni, dove si piange il tramonto della vecchia Russia patriarcale; e vengono composti poemi come Lo zar-fanciulla e Sul cavallo rosso, nei quali si vede lo spirito innovativo di una poetica tra sperimentazione stilistica, riecheggiamenti folclorici e un lirismo del tutto originale.

Sono pure gli anni delle prose di Indizi terrestri e dell’intensa frequentazione del mondo teatrale della capitale (nonché dell’amicizia sentimentale con l’attrice Sofija Gollidej (Holliday) che sarà poi la protagonista del Racconto di Sonečka). Sono questi infine gli anni di un esperimento letterario e di vita del tutto particolare: i Taccuini che Voland presenta in una preziosa edizione a cura di Pina Napolitano.

I Taccuini, relativi agli anni 1919-1939, furono pubblicati postumi nel 2001. L’edizione italiana si concentra sui quattro anni moscoviti, 1919-21, che precedono l’esilio (a Berlino dal maggio 1922, poi in Cecoslovacchia e dal ’25 a Parigi). Gli editori russi illustrano le difficoltà di decifrazione e chiariscono di non aver la pretesa di offrire un’edizione critica di un testo che fa del frammento la sua specificità tipologica (si è proposto anche un paragone con le celebri «foglie cadute» di Vasilij Rozanov): documento di vita, annotazione della quotidianità ma anche risultato evidente di slancio creativo, ricerca espressiva e suggestioni di finzione. Come ha acutamente notato la curatrice italiana, centrale è l’incontro con Vjačeslav Ivanov, maître à penser del simbolismo russo, poi emigrato a Roma.

Ivanov dice alla Cvetaeva che «i taccuini vanno benissimo, ma sono solo materiale… dovete scrivere un Romanzo, un vero grande romanzo». Lei replica: «per me è ancora presto, per ora vedo solo me stessa e le mie cose nel mondo», e Ivanov conclude: «Ebbene, scrivete di Voi stessa, delle Vostre cose, il primo romanzo sarà intensamente individuale, poi verrà l’obiettività».

Nei Taccuini traspare la tragica antitesi – centrale nell’opera dell’autrice – tra quotidianità (byt) e essere (bytie); e vi si trovano i grandi temi della maternità, dell’amore, della storia, della morte e della verità. Un ardito abbozzo di romanzo autobiografico che poi si dilata negli altri Taccuini non presenti nell’edizione italiana e anche nel celebre Quaderno rosso del ’32 recentemente pubblicato in facsimile (San Pietroburgo 2013): qui fra l’altro appare il primo abbozzo di quella Lettre à l’Amazone, ispirata all’opera della poetessa Natalie Clifford Barney, che meritoriamente gli Editori Internazionali Riuniti ripropongono al lettore italiano. La frammentarietà narrativo-autobiografica di tutti questi testi coinvolge anche la poesia della Cvetaeva e si estende, come hanno mostrato numerose scelte editoriali (in Italia, ad esempio, quelle curate da Serena Vitale), anche ai ricchi e intensi carteggi.

Nei Taccuini colpisce l’intreccio di slanci lirici nelle intonazioni e la freddezza delle note relative al quotidiano. Centrale il rapporto con la figlia Ariadna, il cui dono artistico traspare dai molti brani di lei riportati nel testo, in una sorta di sdoppiamento e autoidentificazione tra madre e figlia. Altresì colpisce il tragico rapporto con l’altra figlia, Irina, che presto morirà nell’orfanatrofio di Kuncevo e resta muta, ingombrante presenza nella coscienza della madre. I Taccuini sono una vera e propria enciclopedia della vita, o meglio, della sopravvivenza a Mosca negli anni della distruzione e, allo stesso tempo, un continuo riverbero di citazioni dall’intertesto letterario russo e dal corpus poetico cvetaeviano. Il lettore si perde, vaga, e nell’intreccio verbale ecco paiono riconoscibili volti, luoghi, circostanze e voci. Nei limiti del possibile l’apparato delle note offre un appiglio, come un salvagente.

Non mancano citazioni anche della prima raccolta di versi della Cvetaeva, Album serale del 1910: che l’editore Giuliano Ladolfi ha recentemente proposto nelle belle traduzioni di Paola Ferretti, nella cui introduzione sono tracciate con precisione le linee di sviluppo dei vari cicli tematici della giovane poetessa, che troveranno poi coerente sviluppo nell’opera della maturità. È proprio l’organicità del messaggio di Marina Cvetaeva che colpisce, a partire dalle opere giovanili fino alla maturità, nel suo continuo dialogo con i suoi grandi contemporanei, da Tolstoj a Blok, a Rilke, a Vološin e Pasternak. In questa luce i Taccuini svolgono come un ruolo di collante di temi, toni, slanci poetici, che sono proposti al lettore nella forma di «romanzo individuale».

Marina Cvetaeva
Taccuini 1919-1921
a cura di Pina Napolitano
Voland 2014, 428 pp., € 20,00

Lettera all’amazzone. L’amore fra due donne
testo francese a fronte; a cura di Angelo Pavia, prefazione di Erri De Luca, introduzione di Annalisa Comes
Editori Internazionali Riuniti 2014, 93 pp., € 9,00

Album serale
a cura di Paola Ferretti
Giuliano Ladolfi Editore 2013, 280 pp., € 20,00

Il pensiero de-furbizzato di Malerba

Paolo Morelli

Un pomeriggio, verso la fine del secolo scorso, Gianni Celati se n’era uscito con uno dei suoi famosi slogan: de-furbizziamo la letteratura! Voleva lanciare una campagna per liberare la letteratura dalla furbizia, secondo lui non c’è niente di meno gustoso, divertente, vitale, intelligente dell’annoso e sfiatato accumulo di trucchi presi di peso, e senza nemmeno rendersene conto, dalla prassi politica vigente.

Nel dibattito che ne era seguito (si chiamavano «agitazioni di pensiero»), ci era sembrato di individuare un pericoloso slittamento, la parola intelligenza era scivolata quasi del tutto fino a furbizia, vale a dire mettere in atto accorgimenti per procurarsi vantaggi personali, calcoli, macchinazioni, che con l’intelligenza non solo c’entrano poco, ma sono rivali naturali della forza, mentre l’intelligenza ha bisogno di vagare, di aprirsi perfino alla debacle. Qualcuno s’era spinto a considerare l’opportunità di proporre agli editori una fascetta con su scritto: libro de-furbizzato, come si legge de-nuclearizzato sulle targhe dei comuni.

Mi sono venute in mente quelle chiacchiere moderne leggendo già la prima delle Galline pensierose di Luigi Malerba: «Quando vennero a sapere che la terra è rotonda come una palla e gira velocissima nello spazio, le galline incominciarono a preoccuparsi e furono prese da forti capogiri. Andavano per i prati barcollando come se fossero ubriache e si tenevano in piedi reggendosi l’una all’altra. La più furba propose di andare a cercare un posto più tranquillo e possibilmente quadrato».

Il prezioso libretto era uscito nel 1980, poi in edizione accresciuta nel ’94 (la nuova contiene 9 inediti fino al numero di 151), e comunque quando l’intelligenza aveva diversa caratura, c’è poco da fare, più antica e passibile di fallimenti e fraintendimenti senza dubbio, anche se oggi vincono i negazionisti, i vessilliferi del posto simil-tranquillo e quadrato abbastanza. In queste che non si possono chiamare altro che storie (non favole, non apologhi), il grande parmense esegue ogni volta, direi manualmente, il gesto della conoscenza, quell’intenzione che rappresenta l’essenza stessa della coscienza che è sempre un tendere, esser tesa verso un oggetto. In quel momento però, è così abile da lasciare il testimone alle galline, «le bestie più stupide del mondo», ci pensano loro a dimostrare come la meccanica del pensiero coincida con l’azione del desiderio, l’arraffamento incessante, e sia una volontà sempre inefficace.

È vero certo che la paupertas dell’apologo o della fiaba esopiana presta le regole, ma impreziosita da un riso breve e subito ricomposto, laconico anch’esso. Le vicende, in cerca di straordinario, sono in realtà esemplari di brevità, enigmi di svelta ambiguità e soluzioni serenamente fulminanti che spesso tornano all’inizio, all’uovo. È la retorica dell’istante, del fulmineo ed effimero che sparisce per ricomporsi un po’ più in là, come un’ombra che s’allunga dal buio passato verso l’avvenire fatalmente incerto, esempio la gallina babilonese che zompetta sui mattoni di creta prima della cottura e tremila anni dopo gli archeologi «finalmente riuscirono a leggere quei segni e li tradussero nelle lingue moderne».
Abituato a incursioni nel mondo parallelo fiabesco e animale, seguace del metodo «lo scrivo così vedo che ne penso», Malerba non si scompone, in uno stato di gentlemen’s agreement lascia le galline razzolare, si limita a mettere in scena il «patrimonio culturale» del pollaio.

Constatazioni tremende come l’odio tra sostenitrici di alba o tramonto, salti di palo in frasca intorno alla parola tasso, logiche stringenti e mafiose, irrequietezze alla Bovary, fino alla diatriba con Baudelaire, il quale «aveva detto che la campagna è quel posto dove le galline vanno in giro crude. Una gallina disse allora che la città è quel posto dove i poeti vanno in giro cotti». E non poteva mancarne una, a nome Natalia, che vuol fare la scrittrice, non è capace, ma le basta scrivere «i suoi ricordi d’infanzia ed ebbe molto successo». C’è niente da fare, ogniqualvolta le galline si credono furbe il riso deve farsi amaro.

A guardar bene tra le penne che volano, c’è tutto l’armamentario fondante della filosofia, occidentale e orientale, anzi quella orientale fornisce il mezzo abile, l’espediente che libera chi assiste alle polverose giornate campali della conoscenza da una convinzione inconsapevole e basata su un bell’accumulo di niente, dalla maledizione di un ordine che c’è prima e presiede a tutto, dal quale ci dobbiamo liberare ad ogni costo, non per sostituirlo col contrario che lo legittimerebbe di nuovo, ma col niente, e quell’affanno vano e controproducente lo si chiama in vari modi, ad esempio lotta per la libertà personale. Le galline di Malerba sembrano dirci che c’è una specie di zona confusa, nella testa, che ci mette in contatto con le cose, come quando hai sotto gli occhi una parola scritta a mano che non si distingue, non si capisce, poi distogli lo sguardo, ce lo rimetti a caso e risulta chiarissima.

Ce n’è una, orvietana vedi un po’, che dopo un viaggio in Cina «si accorse che se camminava con le zampe sporche su un foglio di carta pulita, sapeva scrivere in cinese». Il volatile lascito delle galline di Malerba nel loro affannarsi è non solo che niente ha un senso fin dall’inizio, ma che ammetterlo sarebbe un vantaggio, dopo quello che viene viene e perfino qualche senso ce l’ha. Sempre con mano ferma però nel dimostrare che «se non ci fossero le parole non ci sarebbe nemmeno il mondo, comprese le galline». E alla fine viene da riaffacciarsi con gli editori: una fascetta, colorata o no, con su scritto: letteratura de-furbizzata. Non costerebbe niente, ormai.

Luigi Malerba
Le galline pensierose
«Compagnia Extra» Quodlibet, 2014, 87 pp.
€ 12,00

Nessi caustici della coscienza bergonzoniana

Manuela Gandini

Potrei riassumere Nessi, l’ultimo spettacolo di Alessandro Bergonzoni, con La rete di Indra: una folgorante allegoria buddista sull’interdipendenza di tutti gli esseri e di tutte le cose. “Si dice che nel cielo di Indra esista una rete di perle disposta in modo tale che, osservandone una, si vedono tutte le altre riflesse in essa. Nello stesso modo, ogni oggetto del mondo, non è semplicemente se stesso ma contiene ogni altro oggetto e, in effetti, è ogni altra cosa”.

Tutto inizia al buio, un buio che dura alcuni minuti a sipario chiuso. La voce narrante vi costringe entro un angusto pertugio nel quale siete prigionieri, potenzialmente vittime di una fuga di gas. Nonostante le strampalate istruzioni di un amico all’esterno non riuscite a uscire. Lo spazio è strettissimo. Le parole di Bergonzoni disegnano la scena che si fa sempre più surreale e buia. Una surrealtà così estrema e minimalista che farebbe decidere al vecchio Andrè Breton di espellere l’attore dal gruppo surrealista.

Il battitore solitario, sicuro dell’assoluta necessità che le persone acquisiscano urgentemente consapevolezza di sé e dei propri rapporti col mondo, si cala in uno spettacolo ancora più duro e irriducibile dei precedenti. Le parole scorrono liquide sulla scena. È un bagno nella dilatazione semantica delle nostre microrealtà frammentate: “un’autopsia sul pensiero e sulle azioni”. Quando si apre il sipario e s’accendono le luci, è protagonista la Morte, con i suoi fumi e miasmi, con il suo ingombro e la sua lunga spaventosa ombra. E, mentre avanza sovrana e lenta, con lei avanza un’incubatrice. Lo spettacolo è un gioco di continui di rimbalzi tra la morte, la vecchiaia, la malattia e la nascita.

Mi accompagni in bagno?/Non puoi andarci da solo?/Mi sto preparando per quando sarò paralizzato …/Mi accompagni o no?/No, mi sto preparando per quando sarò sorda.

Le quattro sofferenze di nascita, vecchiaia, malattia e morte, inerenti a tutti gli esseri viventi, delle quali parlava Shakyamuni, sono portate sulla scena e visualizzate attraverso la parola generatrice di mondi. Mondi precisi, mondi al di qua, mondi che fanno “Nesso”. E, dai nessi linguistici, psicologici e fisici occorre ripartire. Ripristinare il senso di comunità, includere anziché escludere. Creare all’interno anziché distruggere all’esterno. Assumersi la responsabilità anziché fottersene. “Sei pronto a vivere, a nascere, a unire i fili dell’esistenza? Collega non è più solo un sostantivo: è un verbo! Siamo tutti collegati”.

Nella Rete di Indra, le linee orizzontali rappresentano lo spazio, quelle verticali il tempo e ogni intersezione è illuminata dalla perla, perché tutto è con-nesso. Non possiamo più prescindere - sembra dire Bergonzoni, frequentatore di carceri, di asili e di case dei risvegli – dall’accogliere l’altro, dal rivoluzionare violentemente la nostra accidia, i nostri limiti e le nostre credenze. “Dobbiamo lavorare su noi stessi, sull’arte e sulla poetica, se lo facessimo, un certo governare e delinquere non esisterebbe. Dobbiamo stare attenti ai nostri geniocidi, quelli che uccidono la parte più geniale di noi stessi, la legge poetica”.

Sulla scena, gli altri tre attori muti, sono tre incubatrici. Le mani di Bergonzoni, sono infilate in una di queste e, di quando in quando, sfogliano un quaderno, (una vita?) mentre le storie fluiscono. Una sala parto, un cerchio sospeso, il buio. La scenografia di “Nessi”, come quella di “Urge” - il suo penultimo spettacolo - è essenziale, fatta con opere (le sue) disposte secondo un rigoroso spazio concettuale. Nascita e morte, ben visibili, rimangono alla fine appese al braccio di Bergonzoni mentre conclude lo spettacolo. Una fascia nera da un lato e bianca dall’altro, sollecita il pensiero di quanti muoiono e quanti nascono in questo momento.

Alessandro Bergonzoni Nessi, in scena al Teatro Elfo Puccini sino al 14 giugno.

Le altre Gladio

Maddalena Carli

Gladio al plurale, dal momento che la struttura armata di cui ha rivelato l’esistenza Giulio Andreotti nella ormai nota relazione inviata alla Commissione parlamentare sulle stragi nell’ottobre del 1990 (Il cosiddetto Sid parallelo-Operazione Gladio. Le reti clandestine a livello internazionale) non è stata che una delle forme assunte dalla lotta anti-comunista nell’Italia repubblicana.

La forma meno compromettente e abilmente sacrificata per custodire il segreto delle altre: è questa la cornice interpretativa che fa da sfondo all’analisi di Giacomo Pacini, l’input del viaggio nei meandri del doppio Stato italiano alla ricerca di radici, protagonisti, funzioni delle organizzazioni clandestine operanti fin dai tempi del secondo conflitto mondiale e del tutto assenti dal documento andreottiano, volto a circoscrivere l’attività di tipo stay behind al programma avviato nel 1956 e a presentarlo come il domicilio effettivo, ed esclusivo, degli apparati e dei servizi deviati.

Nella sua ricostruzione, l’autore prende le mosse dall’autunno del 1943; più precisamente, dalla Sezione Calderini – il reparto offensivo dei servizi segreti ricostruito in seno all’Ufficio informazioni dello Stato maggiore dell’esercito del Regno del Sud – e dalle complesse vicende che hanno caratterizzato gli ultimi due anni di guerra nel Friuli-Venezia Giulia, regione di frontiera ove il rischio di invasione titina esacerbò il conflitto tra i partigiani delle brigate Garibaldi e quelli di orientamento cattolico e liberale delle brigate Osoppo incoraggiando, nel periodo postbellico, la migrazione di uomini e mezzi da queste ultime ai primi nuclei paramilitari anti-comunisti.

Con misura e con dovizia di particolari, Pacini ci restituisce il clima in cui, conclusasi la campagna contro il nazi-fascismo, alcune formazioni protagoniste della lotta di liberazione vennero trasformate in strutture segrete per la «difesa dell’italianità», finanziate da Roma – come l’Ufficio per le zone di confine, dipendente dalla Presidenza del Consiglio e ufficialmente impegnato nel sostegno dei profughi istriani – e ben oltre le zone carsiche del Nordest estremo e i circoli di quartiere del nazionalismo triestino.

È sufficiente scorrere il capitolo dedicato al Movimento avanguardista cattolico italiano – il dispositivo di sicurezza creato in Lombardia con il compito di monitorare e tenere sotto controllo le attività del Partito comunista – per mettere a fuoco come le dimensioni del sistema parallelo furono molto più ampie di quanto lascerebbero supporre la lista dei circa 600 affiliati di Gladio, l’individuazione delle sue sedi sarde e l’ammissione della sua missione anti-sovietica; un sistema occulto che coinvolse l’intero arco settentrionale della penisola e la cui manifestazione maggiormente incisiva furono i Nuclei per la difesa dello stato, l’organizzazione armata in cui transitarono alti comandi militari, personale nato di stanza in Veneto, neofascisti, ordinovisti e che agì «con la consapevolezza del vertice Sid» nell’ideazione e nell’attuazione, stragista in primis, della strategia della tensione.

Lo stile distaccato della narrazione non viene meno neppure nell’ultima parte del volume, quando alla storia delle molte Gladio italiane si intreccia quella dei depistaggi, delle minacce e della disinformazione messi in atto fin dagli anni Settanta per confondere i differenti livelli delle attività clandestine e mantenere la riservatezza su quelli più profondi: finte confessioni, messaggi in codice, pressioni, arresti mirati, distruzione di prove documentali, dichiarazioni ad hoc sulla stampa e sui media nazionali, mentre l’eversione nera proseguiva il proprio corso destabilizzante e le azioni terroristiche innalzavano il tasso di violenza della lotta politica.

Sono pagine intense, vertiginose, nelle quali il tono di Pacini mi sembra trasmettere tutta la difficoltà di un lavoro di ricerca costantemente confrontato con i vincoli e la vischiosità dei segreti di stato, come l’urgenza di continuare a indagare sui lati occulti del nostro passato per evitare di avallarne le interpretazioni colluse e falsamente coinvolte nel processo di democratizzazione del paese.

Giacomo Pacini
Le altre Gladio. La lotta segreta anticomunista in Italia. 1943-1991
Einaudi, 2014, 329 pp., € 31,00