Follia e discorso

Paolo B. Vernaglione

"Brisset era stato ufficiale di politzia giudiziaria. Dava lezioni di lingua. Ai suoi allievi proponeva dettati come: Noi Paul Parfait, carabinieri a piedi, essendo stati mandati al villaggio Capeur, vi siamo andati, rivestiti delle nostre insegne". Nel 1970 Michel Foucault scrive l'introduzione all'opera linguistica dell'autore della Grammaire Logique (1878) e della Science de Dieu ou la Creation de l'Homme (1900), compresa nel primo volume dell'Archivio, ripubblicato nell'impeto onomastico della scomparsa (assurdo che non si possano scaricare gratis i tre volumi italiani).

Il furore del trentennale ha fatto emergere anche il corso al Collège de France del 1979-80, Del governo dei viventie negli anni scorsi il corso di Lovanio del 1981, Mal fare, dir vero, e Il coraggio della verità (1984), mentre da qualche mese si possono leggere il corso del 1972-73, La societé punitive e Subjectivitè et veritè (1980-81), che saranno forse tradotti tra una ventina d'anni, se va bene... Nel frattempo è consigliabile leggere l'edizione americana dei Detti e scritti, a suo tempo curata da Paul Rabinow, soprattutto per gli interventi e le interviste degli anni Ottanta.

Quest'edizione rimaneggiata del primo tomo dei Dits et écrits, che sarebbe stato bene aggiornare con una nuova introduzione, "copre" gli anni in cui Foucault dà alle stampe La storia della follia nell'età classica (1961), Nascita della clinica (1963), Le parole e le cose (1967), L'archeologia del sapere (1969), e L'ordine del Discorso (1970). Nello scritto su Brisset, linguista schizofrenico con manie apocalittiche, Foucault delinea la genealogia del linguaggio in cui si riconosceranno i profili di Raymond Roussell e Louis Wolfson. Per Brissett si tratta della ricerca sull'origine delle lingue, non ricostruìta nell'ipotesi di una lingua ancestrale formata da un piccolo numero di elementi semplici, da cui le lingue storiche e le possibilità di traduzione. Bensì illuminata nella disarticolazione delle parole in cui si odono grida di terrore e i cui suoni annunciano sangue e carni maciullate.

Sette punti sul settimo angelo illustra in maniera esemplare l'archeologia inaugurata da Foucault, il cui concetto è ribadito nelle interviste a Raymond Bellour, dopo l'uscita de Le parole e le cose e le polemiche provocate da questo testo magistrale presso gli storici e i sartriani più o meno militanti. Non bisogna pensare l'archivio, ci dice Foucault, come la ricerca di strati in consonanza con la cronologia; né come un'indagine sincronica di ciò che da un passato documentario risulta al presente. Il metodo archeologico consiste in un'analitica degli enunciati che danno luogo a dispositivi: forme linguistiche, usi, repliche del "senso comune" di una soglia temporale nelle scienze e nelle idee; composizioni di registri giudiziari, interrogatori, cartelle cliniche e statistiche, da cui emergono una certa costellazione epocale, uno o più luoghi di passaggio tra l'età classica e gli inizi della modernità alla fine del XVIII secolo. Là ove nascono le scienze umane, che poco recuperano delle "antiche" grammatica generale, storia naturale e analisi delle ricchezze.

La testimonianza più lucida di questa sconnessione che è l'"uomo", in quegli anni Sessanta in cui Foucault intraprende la ricerca sulle due partizioni decisive della cultura d'Occidente, quella tra ragione e disragione e quella tra parole e cose, è l'introduzione (1971) all'Antropologia dal punto di vista pragmatico di Kant. Il sapere critico che determinerà l'affermazione delle scienze sociali dovrà vertere sui fondamenti della fonte, dell'ambito e del limite: qui l'esistenza del discorso si dissolve a vantaggio dell'esistenza, cioè di una "natura" ineguale dello scambio, di una logica d'esclusione e di una pratica di dominio.

L'archeologia restituisce dunque al discorso un principio di enunciazione in cui per un verso si apprezzano le discontinuità storiche, su cui Braudel e la scuola delle "Annales" avevano incentrato una storiografia della lunga durata e delle connessioni; per altro si coglie la deriva del linguaggio nell'irriducibilità alla formalizzazione, ad una semantica e ad una semiotica, di cui già Benveniste aveva misurato la distanza.

Questa strutturazione teorica, che taglia di traverso ermeneutica e formalismo, ci permette di cogliere il profilo delle scienze umane, non in ciò che hanno avuto di normativo, bensì di inclusivo: Marx, Nietzsche e Freud non hanno inventato una scienza dell'economia, delle potenze e del soggetto, come Foucault dice nell'introdurre il convegno di Royaumont del 1964 qui riprodotto; ma una tecnica d'interpretazione, riconoscendo anzitutto la qualità discorsiva di altre interpretazioni: il saggio di profitto di Ricardo, il divenire segno di un'interpretazione che lo anticipa in Nietzsche, il riconoscimento di una "catena" parlata che lega analista e analizzante, di cui Lacan ha esplicitato il senso e la portata.

Quello che persiste come disagio dell'attuale modernità, segnalato ne Le parole e e le cose come "sonno antropologico", è interrotto alla scadenza dell'"epoca classica" dal Discorso che individua i rapporti tra saperi, poteri e soggetti – di cui Foucault nell'intera vita ha dato conto: nelle linee di desoggetivazione prodottesi in letteratura, a partire dal pensiero di Blanchot; nelle opere di classificazione di Cuvier e Bichat; nell'evidenza di un esteriorità del "sè" che le pratiche antiche riconducevano ad una frequenza del "dire il vero", lontana dalle attuali ortopedie psicoanalitiche.

Di questa urgente congèrie di problematiche darà conto Gilles Deleuze. È stato pubblicato in questi giorni il primo volume del corso su Foucault, Il sapere (1986-87), sì che le giovani generazioni possano farsi un'idea meno approssimativa di questo non filosofo e non epistemologo che ha rivoluzionato il pensiero con un sapere che è pratica di resistenza.

Michel Foucault
Follia e discorso
Archivio Foucault 1. Interventi, colloqui, interviste. 1961-1970
a cura di Judith Revel
Feltrinelli (2014), pp.286
€ 13,00

 

Baccalà montebianco

Passiamo al baccalà, in bianco o montebianco che dir si voglia. Preparato secondo la ricetta della Scienza in cucina di Pellegrino Artusi, inserita nel 1895, servirà da crema da spalmare per un antipasto, da purea di pesce accompagnata da un contorno o, con una deviazione di percorso, da condimento della pasta.

Ecco il

Baccalà montebianco

Com’è bizzarra la nomenclatura della cucina! Perchè montebianco e non montegiallo, come apparisce dal suo co­lore quando questo piatto è formato? E i Francesi com’hanno potuto, facendosi belli di un traslato de’ più arditi, stiracchiare il vocabolo corrispondente in Brandade de mo­rue? Brandade, dicono essi, deriva da brandir, muovere, scuotere, vibrare un spada, un’alabarda, una lancia ed armi simili, e infatti qui si brandisce; ma che cosa? Un povero mestolo di legno. Non si può negare che i Francesi non sie­no ingegnosi in tutto!

Comunque sia, è un piatto che merita tutta la vostra at­tenzione perchè il baccalà trattato in codesta manieraperde la sua natura triviale e diventa gentile in modo da poter figurare, come principio o tramesso, in una tavola signorile.

Baccalà polputo, ammollato, grammi 500.
Olio sopraffine, grammi 200.
Panna o latte eccellente, decilitri 1

La detta quantità nettata dalla spina, dalle lische, dalla pelle e dai nerbetti, che si presentano come fili, rimarrà al pulito grammi 340 circa.

Dopo averlo così curato pestatelo nel mortaio e poi po­netelo in una cazzaruola, insieme con la panna, sopra a un fuoco non troppo ardente rimestando continuamente. Quando avrà assorbito la panna, o latte che sia, cominciate a versar l’olio a centellini per volta, come fareste per la maionese, sempre lavorandolo molto con l’arma brandita, cioè col mestolo, onde si affini e non impazzisca. Levatelo quando vi parrà cotto al punto e servitelo freddo con un contorno di tartufi crudi, tagliati a fette sottilissime, oppu­re con crostini di pane fritto, o crostini di caviale.

Se è ve­nuto bene non deve ributtar l’olio quand’è nel piatto. Questa quantità potrà bastare per otto persone.

Diamo un ragguaglio su di un esito di questa crema candida e soffice, servita fredda ma abbinabile ad una pasta calda. Sempre alla ricerca di semplicità e di un risvolto conviviale, dopo aver ripetuto cacioepepe e olioagliopepereoncino, andiamo a nordest e scopriamo che anche in terra triestina la spaghettata alla svelta ha i suoi seguaci, ovviamente con il proprio condimento già pronto, che è lo stoccafisso detto in Veneto baccalà.

La pasta co’l bacalà in bianco con l’aggiunta a modo mio, cioè alla maniera di Cesare Fonda, autore di Sapori nostrani, manuale completo della cucina triestina, istriana e isontina (Alabarda, 1993), rientra nel novero. Va precisato che il “bacalà in bianco” è disponibile a Trieste o Gorizia, in ogni porziteria, osteria o buffet, ma non sarà difficile sostituire questo stoccafisso, detto bacalà, con merluzzo dissalato, baccalà appunto in altre regioni a nord e a sud. Basta cercarlo nei mercati e supermercati e seguire l’Artusi con latte e senza panna. Con la pasta, è forse ovvio ai triestini, meno altrove.

*Lo speciale ricettario estivo di alfa+più è a cura di Alberto Capatti

Silvio Berlusconi assolto. Ma il re resta nudo

Ida Dominijanni

Mi ero sbagliata per difetto, nel mio articolo dell'altro ieri Perché va abbassata quella condanna, prevedendo la derubricazione della condanna per concussione di Berlusconi al processo d'appello sul Ruby-gate: Berlusconi non ha avuto una pena inferiore, è stato assolto. Sia dall'accusa di concussione per la telefonata fatta alla questura di Milano quella notte del maggio 2010 con lo scopo di "liberare" Ruby affidandola a Nicole Minetti, sia dall'accusa di aver fatto sesso con Ruby medesima quando non era ancora maggiorenne.

Quanto al primo fatto, la telefonata, per la corte d'appello non sussiste. Quanto al secondo, la presunta prostituzione minorile, non costituisce reato. In attesa delle motivazioni, si può prendere per buona la spiegazione della sentenza avanzata dall'avvocato Coppi, difensore di Berlusconi: se anche l'ex premier avesse fatto sesso con Ruby, l'ha fatto senza sapere che era minorenne. Amen.

Il caso è chiuso? Nient'affatto: giuridicamente forse sì - forse, perché bisognerà pur verificare le ragioni, o i cavilli, di un'oscillazione così forte fra primo e secondo grado di giudizio. Ma politicamente si riapre. E non solo per la ragione che oggi i pochi non renziani rimasti in Italia paventano, anzi paventiamo: che questa assoluzione dia una grossa mano a rilegittimare Berlusconi come "padre costituente", partner indispensabile e affidabile della riforma costituzionale. Il caso si riapre perché il giudizio penale non esaurisce il giudizio politico, morale e culturale, sul "regime del godimento" in cui Silvio Berlusconi ha sequestrato l'Italia e l'immaginario degli italiani per vent'anni - e di cui il caso Ruby è peraltro un tassello importante ma non l'unico.

Berlusconi può ben essere stato assolto, per mancanza di prove certe - e pur in presenza di una montagna di indizi - dai due reati penali che la procura di Milano gli aveva contestato, perché lo Stato di diritto è lo Stato di diritto e prevede, fra l'altro, che le sentenze si basino su dei requisiti formali che evidentemente, e a mio modesto avviso non senza ragioni, i giudici di secondo grado non hanno riscontrato in quella di primo grado. Ma Berlusconi resta politicamente colpevole per il sistema di scambio fra sesso, denaro e potere che ha messo in piedi e in cui ha coinvolto donne e uomini, minorenni e maggiorenni, ad Arcore, a palazzo Grazioli, a Villa Certosa e ovunque. Resta colpevole per la concezione di una libertà assoluta, esentata non solo dai vincoli della legge ma dalla responsabilità della relazione con l'altra/o, che ha praticato e predicato.

Resta colpevole di avere incarnato un'idea della sessualità ridotta a prestazione, del piacere ridotto a imperativo trasgressivo del potere, del corpo (femminile, ma non solo) ridotto a merce o meglio a valuta. Resta colpevole di avere scatenato nell'immaginario collettivo una controffensiva alla stagione del Sessantotto e del femminismo basata sulla finzione di un ritorno regressivo - e impossibile - ai ruoli sessuali degli anni Cinquanta, per giunta nel contesto odierno di un neoliberismo selvaggio che rende possibile alle sue girls, e non solo a loro, scambiare per libertà sessuale l'essere buone imprenditrici del proprio corpo. Resta colpevole di avere occultato un'impotenza, politica e affettiva, sotto il trucco di un'immortale potenza, affettiva e politica.

Tutto questo, abbiamo detto nel femminismo fin dall'inizio della vicenda, è materia politica di prima grandezza. Il fronte antiberlusconiano, salvo lodevoli eccezioni, non l'ha mai capito. L'ha trattata come materia ingombrante e imbarazzante di cui era meglio tacere, confinandola, non diversamente dal fronte berlusconiano, nella sfera privata, finché con la scoperta della famigerata telefonata alla questura di Milano non è diventata materia penale. A quel punto, e solo a quel punto, ne ha riconosciuto la rilevanza, e la convenienza, a fini politici, delegando as usually il giudizio politico al giudizio penale, e facendo leva sul giudizio penale per sconfiggere Berlusconi come politicamente non era riuscito a fare. L'imbarazzo rimane tale e quale nelle reazioni balbettanti di oggi: dove il punto non è - di nuovo - il merito della vicenda, ma la rilegittimazione per via giudiziaria di un Berlusconi leader "costituente" che un anno fa era stato per via giudiziaria delegittimato. Ci sono errori che si pagano, o prima o dopo.

Ma Papi non è, non è stato e non sarà mai, un padre costituente. È stato e resta l'incarnazione della fine dell'autorità patriarcale, e delle sue controfigure politiche. Sotto quel trucco non c'era niente e le donne, per prime donne molto prossime all'ex premier come Veronica Lario e Patrizia D'Addario, l'hanno capito e denunciato da ben prima che esplodesse il Ruby-gate. Il re era e resta nudo, con o senza il beneplacito del giudizio penale. Glossa a margine: qualunque Telemaco punti a farne "il giusto erede" o il compare designato ne erediterà anche quel trucco, e rimarrà nudo di conseguenza.

 Questo articolo è stato pubblicato anche sull'Huffington Post

Peperoni imbottiti di maccheroni

Della cucina napoletana, Jeanne Carola Francesconi è stata, dal 1965, la maestra indiscussa. Ne ha raccolto l’eredità, a stampa e a voce, ne ha tradotto in italiano il dettato, mantenendo l’alto stile e preservando alcune consuetudini popolari.

Diamo qui la ricetta ricomposta dei peperoni imbottiti in una variante che li assegna all’inizio del pasto con un ruolo ibrido di ricettacoli di pasta e di verdure arricchite di sostanza. Mentre il peperone ripieno di melanzane, pangrattato et alia., viene servito freddo, questo, una volta confezionato, ripassa al forno.

Peperoni imbottiti di maccheroni

Peperoni grandi n.12
Perciatelli gr 500
Olio dl 2
Pomodori a pezzetti n.5
Capperi gr 100
Olive gr 100
Acciughe gr 100
Origano q.b.
Prezzemolo abbondante
Sale, pepe

Dopo averli lavati, passate i peperoni in forno bollente finchè la pelle non sia bruciacchiata; li spellerete allora facilmente. In un decilitro d’olio fate soffriggere due spicchi d’aglio, togliendoli quando saranno rosolati; versate poi nella padella i pomodori e dopo un quarto d’ora, i capperi e le olive lasciandoli cuocere a fuoco lento.

Fuori dal fuoco aggiungete le acciughe, l’origano, il prezzemolo e il pepe. Fate cuocere i perciatelli molto al dente e con poco sale, sgocciolateli e conditeli con la salsa. Divideteli in dodici parti, imbottite con essi i peperoni, e metteteli in forno già acceso per dar loro calore.

Una ricetta di peperoni ripieni di spaghetti figura nel pregevole manuale In cucina con amore di Sophia Loren (Rizzoli, 1971).

*Lo speciale ricettario estivo di alfa+più è a cura di Alberto Capatti

alfadomenica luglio #3

VANNINI su ARTE ED ECOLOGIA - COCCO sui MONDIALI in BRASILE - CARBONE Semaforo - SCHIAVONE Poesia - CAPATTI Ricetta *

VEGETATION AS A POLITICAL AGENT
Elvira Vannini

Il vegetale non sfugge ai rapporti sociali ma è stato tra le istanze politiche principali, quella che ha generato forme di estrazione e sfruttamento. Nella città che ha segnato l’emersione incontrastata dell’Arte Povera nello star-system internazionale, dove la natura, organica o inorganica, veniva recuperata come esperienza evocativa e di osmosi contemplativa col mondo, torna ora in scena al centro del progetto Vegetation as a Political Agent curato da Marco Scotini per il PAV di Torino.
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LA PAURA MANGIA L'ANIMA
Giuseppe Cocco

L’anima dei giocatori brasiliani se l’è mangiata l’atmosfera del #NaoVaiTeCopa, un clima di critica generalizzata che si è tradotto in un eccesso di pressione psicologica, una necessità imperiosa di vincere a ogni costo che li ha letteralmente fatti scoppiare.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

Alice Goffman DETENZIONE - Maria Konnikova LETTURA - Melissa Pandika POLIAMORE - Lotringer su Wolfson SCHIZOFRENIA.
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Un frammento dal Winterreise - Poesia
Ivan Schiavone

un blaterar convulso
ci assedia
da ogni lato
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Carne Cruda - Ricetta
Alberto Capatti

La carne cruda è penetrata con difficoltà nel costume alimentare. Non risale a data anteriore all’anno 1900, in Francia, lo steak tartare così detto per la salsa “tartara”, piccante, che l’accompagnava. In Italia si diffonde nella ristorazione alberghiera, e trova forti resistenze nelle case borghesi, almeno sino al secondo dopoguerra.
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Semaforo

Maria Teresa Carbone

Detenzione

Gli Stati Uniti attualmente hanno un numero di detenuti che è tra le cinque e le nove volte superiore a quello degli stati dell'Europa occidentale ed è significativamente più alto di quello della Cina e della Russia. Circa il 3 per cento degli adulti statunitensi sono oggi sotto controllo correzionale: 2,2 milioni di persone in carcere e altri 4,8 milioni in regime di semilibertà. Nella storia moderna solo i campi di lavori forzati dell'Unione Sovietica di Stalin si sono avvicinati a questi livelli di detenzione penale. (…) Il fatto che negli ultimi quarant'anni il numero di detenuti nelle carceri americane sia aumentato di cinque volte non ha avuto grande eco nell'opinione pubblica. In effetti molti cittadini non se ne sono quasi accorti, dal momento che questa quantità crescente di carcerati proviene in modo sproporzionato dalle comunità nere povere e segregate.
Alice Goffman, On the Run: Fugitive Life in an American City (Fieldwork Encounters and Discoveries), University Of Chicago Press 2014, pp. Xi, 2-3

Lettura

Julie Coiro, all'università di Rhode Island si occupa di apprendimento nella lettura digitale da parte degli studenti delle scuole primarie e secondarie, ha scoperto che una buona capacità di lettura nella carta stampata non si traduce necessariamente in una buona capacità di lettura su schermo. Non solo gli studenti differiscono nelle loro capacità e preferenze, ma hanno bisogno di un diverso tipo di addestramento per eccellere in ciascun medium. Il mondo della rete, sostiene Coiro, richiede agli studenti un autocontrollo molto maggiore rispetto a un libro fisico. “Nella lettura su carta, di solito l'unico momento in cui si esercita questo controllo è quando si prende in mano il libro, – spiega – mentre su internet il ciclo di autoregolazione si ripete più volte. Per le persone capaci di autocontrollo non è un problema, ma i lettori che non siano stati addestrati a concentrare la loro attenzione, ogni volta che cliccano un link, costruiscono un testo loro. E al momento di rispondere alle domande di verifica sulla comprensione, è come se avessero letto il libro sbagliato.
Maria Konnikova, Being a Better Online Reader, New Yorker, 16 luglio 2014

Poliamore

Non esistono studi su larga scala che diano conto del numero di individui poliamorosi (detti anche negli Usa “poly”), ma i dati che emergono dai gruppi di poliamore, dai terapeuti della relazione e dai siti di incontri fanno pensare che la cifra stia crescendo rapidamente. La psicologa Terri Conley dell'università del Michigan calcola che il 5 per cento degli americani abbiano in corso relazioni consensuali non monogamiche. E dall'anno scorso c'è un social network poly, Kotango, che ha oggi quattromila utenti. (…) Perché tendiamo a cercare più di un partner? Gioca un ruolo lo scetticismo nei confronti della monogamia. Circa il 20 per cento dei matrimoni negli Usa terminano con un divorzio. “L'indebolimento della fiducia” conduce a “una maggiore apertura nel cercare soluzioni funzionali invece di appoggiarsi a una tradizione” dice Deboeah Anapol, psicologa clinica a San Francisco. E in generale, la gente è molto più aperta nei confronti degli stili di vita alternativi.
Melissa Pandika, The Rise of Polyamory, Ozy 18 luglio 2014

Schizofrenia

Per Wolfson, rivendicare il distintivo della schizofrenia significava ricorrere, per rivolgersi ai dottori, a quello che Artaud chiama “umorismo letterale radicale”, un umorismo tanto tagliente da diventare impercettibile. Era il tipo di umorismo che coltivava Kafka, così che non si poteva sapere con certezza se stesse prendendo in giro quello di cui stava scrivendo o assecondando il suo valore nominale.
Full Stop to an Infernal Planet, Sylvère Lotringer conversa con Duccio Fabbri, in Louis Wolfson, a cura di Pietro Barbetta e Enrico Valtellina, manifestolibri 2014, p. 15

 

La paura mangia l’anima

Giuseppe Cocco

Cominciando dalla fine

Il bilancio del mondiale di calcio è catastrofico per la già debole democrazia brasiliana e si riassume bene con l’operazione di polizia e magistratura lanciata a Rio de Janeiro il 12 luglio, alla vigilia della finale. Una trentina di mandati di arresto “temporanei” (totalmente arbitrari) eseguiti con brutale dispiegamento di forza; i 19 attivisti catturati hanno ricevuto un trattamento da pericolosi banditi: mobilitati aerei ed elicotteri e poi trasportati nella suggestiva “Città della Polizia” dentro i cassoni di jeep scoperte, circondati da poliziotti incappucciati e armati fino ai denti. Le prove sono volantini, striscioni, giornali e perfino libri, oltre alla presenza nei social network.

Il Partito dei Lavoratori (PT) si è reso conto della pericolosità della svolta e, con alcuni giorni di ritardo, ha pubblicato una condanna formale dell’operato di polizia e magistratura dello Stato di Rio de Janeiro. Il governo corrotto e di estrema destra dello Stato di Rio (alleato ambiguo del governo federale) sembra deciso a usare discrezionalmente la repressione per pacificare il movimento (altre decine di arresti sono annunciati per i prossimi giorni). Ma il governo Dilma per adesso non riesce a evitare che si affermi la sensazione politica che il PT e i suoi alleati non siano il “meno peggio”, ma lo “stesso peggio”. Allo stesso tempo, i movimenti post-giugno escono dalle lotte contro il mondiale (il #NaoVaiTerCopa) con grandi sfide da affrontare: da una parte, si tratta di vedere quanto la repressione brutale e le lotte tutto sommato abbastanza astratte di critica della “coppa” abbiano finito per indebolire il movimento; dall’altra, la spirale repressiva finisce per imporre e facilitare le tendenze avanguardiste che scommettono sul “tanto peggio, tanto meglio”. Schematicamente, la sfida dei prossimi mesi è proprio definita dall’urgenza di consolidare un campo alternativo sia al “meno peggio” (il voto per il PT se questo non rinnova con determinazione la sua apertura al movimento) che al “tanto peggio – tanto meglio” (la tentazione avanguardista). E dipenderà dalla capacità che il movimento avrà di avanzare sul terreno affermativo!

Di che cosa il “NãoVaiTerCopa” era il nome

Il Mondiale di calcio della FIFA è arrivato in Brasile in un clima generale di contestazione e incertezza, senza nessun entusiasmo popolare. Come abbiamo già scritto, prima ancora che cominciasse il Mondiale non ha avuto luogo proprio perché tutta la sua dimensione comunicativa e simbolica non funzionava o funzionava a rovescio. “Não Vai Ter Copa” (non ci sarà Mondiale) è un ritornello nato nelle manifestazioni di un anno fa come critica radicale delle politiche dei mega-eventi e dei grandi lavori pubblici. C’era – e c’è – un nesso preciso tra il ritornello e le condizioni della sua affermazione. Il contenuto del ritornello non era l’obiettivo enunciato, ma la mobilitazione che lo enunciava. Non per niente è nato letteralmente durante le oceaniche manifestazioni semi-insurrezionali del giugno 2013. Molti, anche nel movimento, hanno sottovalutato o dimenticato il significato di questa “nascita”. Il governo e il PT non l’hanno neppure sospettato.

È la mobilitazione che spiega il ritornello e non il contrario: le mobilitazioni e i movimenti di giugno hanno affermato con forza – contro il Mondiale e la FIFA – che esiste un altro Brasile e che questo Brasile è costituente e capace di mobilitarsi non per essere il palcoscenico della FIFA ma per costruire nuove brecce democratiche e di uguaglianza. Il “NaoVaiTerCopa” affermava dunque che, se lo Stato brasiliano (in partnership con il Capitale globale) è capace di produrre stadi a costi faraonici (4 dei quali non avranno nessun uso dopo la Coppa), la moltitudine dei poveri è capace di produrre altri valori: un miglior sistema di trasporti, l’urbanizzazione delle favela e, soprattutto, democrazia.

Produrre democrazia significa smontare la macchina statale che quotidianamente massacra i poveri, giovani e neri nelle favelas e nelle periferie delle grandi città, gli indigeni nella foresta e i contadini poveri nei campi. Contrariamente a quel che affermavano i responsabili di governo e del PT, la critica al Mondiale non era moralista: non si opponeva in modo manicheo al calcio come nuovo “oppio dei popoli”, ma all’opposizione che il mega-evento e il governo hanno promosso tra il calcio (nel formato del grande spettacolo globale e di una città ancora più segregata di quello che già è) e la democrazia (intesa in senso ampio). Il “NaoVaiTerCopa” è uno dei nomi che la moltitudine ha dato alla sua mobilitazione: cioè alla produzione di altri valori. Niente stadi e ancora meno di stadi solo per i ricchi! Il ritornello era così forte che aveva un nitido impatto sui sondaggi di opinione, con la grande maggioranza della popolazione che appoggiava – alla vigilia dell’apertura – le manifestazioni contro il Mondiale.

Dal non “NãoVaiTerCopa” al “NãoVaiTerProtesto”

Chi invece ha preso il ritornello in termini letterali e pensava proprio che le manifestazioni avrebbero potuto impedire materialmente il mondiale è stato il governo Dilma. All’inizio dell’anno, il governo ha presentato – ampiamente divulgato nelle prime pagine dei giornali – un vasto apparato repressivo e il PT lanciava nelle reti sociali una campagna di forte impronta nazionalista, molto simile alla retorica patriottica che usava la dittatura militare: “Quelli che sono contro il Mondiale sono contro il paese!” I risultati di questa campagna – in termini di opinione – sono stati disastrosi. Il governo si è quindi riorganizzato su tre livelli. Su un primo livello, ha dato alcuni segnali di dialogo (da parte del Segretario Generale della Presidenza, Gilberto Carvalho). Su un secondo livello ha lanciato la mobilitazione dell’esercito, in particolare con l’ulteriore militarizzazione delle favelas di Rio. Sul terzo livello, ha pianificato una mobilitazione generale di tutti i suoi apparati. Il dialogo si è ridotto in linea generale a una mera operazione di marketing: una tournée di “comunicazione” del ministro che, in sedute pubbliche, spiegava i vantaggi mirabolanti del mondiale.

Un’unica eccezione: le mobilitazioni massicce di decine di migliaia di senza tetto a São Paulo (organizzati dal MTST), nelle settimane anteriori all’inaugurazione, aprivano il cammino a trattative e alcune conquiste in cambio della non partecipazione dell’MTST alle mobilitazioni contro il Mondiale. Il secondo livello è stato la mobilitazione dell’esercito sul piano nazionale e soprattutto a Rio con l’occupazione militare della grande favela della Maré (sulla strada che unisce il centro di Rio all’aeroporto internazionale). Occupazione militare del governo federale rafforzata da una decisione della Corte Suprema brasiliana in un processo per oltraggio – con base in una legge del 1969, cioè del peggior periodo della dittatura militare – che ha riconosciuto la competenza dei Tribunali Militari a giudicare civili denunciati o arrestati dai soldati. Il governo federale – così come usò a suo tempo l’esperienza di guerra nelle favelas per intervenire a Haiti – adesso usa l’esperienza haitiana per “pacificare” le favelas. Si tratta di un’operazione che ha moltiplicato i conflitti a fuoco e le esecuzioni di giovani nella Maré e in tutte le favelas di Rio (e in tutto il Brasile). Era comunque sul terzo livello che il governo investiva ancora più pesantemente con l’obiettivo di impedire qualsiasi tipo di contestazione grazie a una mobilitazione generale di tutti i dispositivi repressivi disponibili o preparati proprio per l’occasione sotto il coordinamento del governo federale. Da una parte, scuole e università erano chiuse in occasione delle partite e i giorni nei quali giocava la “seleção” erano decretati festivi a livello nazionale. Dall’altra, era lanciato tutto un menu di misure repressive.

A São Paulo, nelle settimane anteriori all’inaugurazione, centinaia di giovani (circa 500) sono stati intimati dalla polizia a presentarsi nei commissariati per interrogatori totalmente politici. Poi, le manifestazioni erano accerchiate o addirittura caricate con violenza estrema da giganteschi contingenti di polizia sin nella piazza di concentramento. Prima o dopo le cariche, la polizia procedeva sistematicamente a ogni tipo di provocazione e intimidazione alternando fermi aleatori di manifestanti con le aggressioni (o gli arresti) ciblés: le donne, gli avvocati, i giornalisti (anche molti stranieri sono stati feriti). Il tutto condito con episodi di tortura psicologica, come il caso di alcuni fermati rimasti per ore nei furgoni della polizia in giro per le città. Per capire la “tortura” bisogna sapere che vi sono migliaia di casi di poveri fermati e un episodio di questo tipo è finito nella stampa di Rio proprio durante il mondiale perché uno dei due ragazzi destinati a questa fine è sopravvissuto1.

L’apice di questa strategia repressiva è stato il vero e proprio assedio dei manifestanti da parte di enormi contingenti di polizia (dotati di tutti i tipi di strumenti repressivi) nelle piazze, senza che nessuno potesse più entrare o uscire: a Belo Horizonte, São Paulo, Rio de Janeiro, Fortaleza. Nonostante tutto, le manifestazioni sono continuate in tutte le città dove c'erano le partite e quasi tutti i giorni, anche se con partecipazione sempre più ridotta. Il governo aveva così tanta paura del #NaoVaiTerCopa che ha organizzato una vera e propria operazione di guerra. In modo irresponsabile, ha così reso ancora più labili i già precarissimi confini che in Brasile separano lo “stato di diritto” dal puro arbitrio statale. E così la macchina globale del Mondiale si è messa in moto. Nel giorno dell’inaugurazione, a São Paulo, mentre il migliaio di manifestanti che ha osato sfidare l’apparato repressivo era brutalmente disperso sotto le bombe, le pallottole di gomma e le manganellate, Dilma riceveva un brutale Vaffa’... dai privilegiati tifosi presenti allo stadio. Un’immagine precisa del paradosso di un PT che ha preparato il Mondiale per l’elite neo-schiavista che insiste a non accettarlo.

La macchina dello spettacolo mondiale e il viso di Luiz Felipe

Il governo respirava con sollievo e si lasciava trasportare dall’entusiasmo che l’inizio stesso dello spettacolo più grande del mondo determinava. La macchina semiotica potentissima – migliaia di tifosi stranieri nelle città, i giorni di ferie per vedere il Brasile, la moltiplicazione delle partite – cominciava a funzionare come un vero schiacciasassi che poco a poco riusciva a incrinare l’indifferenza e, in funzione dei seppur timidissimi successi della Seleção, a mobilitare il tifo nazionalista e popolare. Nel bel mezzo della festa il 24 giugno, in pieno mondiale, la Polizia Militare invadeva una favela di Rio (Costa Barros, a pochi chilometri dal Maracanã) sparando – come sempre – all’impazzata con armi da guerra: Luiz Felipe, un bambino di 3 anni, moriva mentre stava dormendo nella sua casa, con il viso dilacerato da una pallottola della Polizia2.

La foto tremenda del bambino senza viso circola per tutte le reti sociali. Centinaia de abitanti del quartiere elevano barricate, danneggiano o bruciano 12 autobus. Per tutta risposta, la Polizia ferisce due manifestati con spari di arma da fuoco. Il silenzio delle autorità su tutto ciò è assordante. Quando si avventurano a dire qualche cosa, è per dichiarare: “questo non c’entra niente con la Coppa, la violenza della polizia la precede!"3. Per garantire il mondiale, il governo Federale e il PT non solo hanno aperto la breccia al ritorno delle pratiche repressive della dittatura contro le manifestazioni democratiche, hanno anche opposto apertamente l’interesse del calcio, del “siamo un unico paese insieme alla seleção”, a ogni tipo di rivendicazione sociale, anche alle più garantiste e basiche difese dei “diritti umani”. Ma le manifestazioni non hanno smesso!

Il momento più forte è forse stato la manifestazione a Copacabana convocata dal movimento delle favelas “La festa negli stadi non vale le lacrime nelle favelas” o la manifestazione silenziosa contro la repressione, sempre a Copacabana. Poche centinaia di manifestanti, molti vestendo una maglietta “canarinha” (della seleção) con sulla schiena stampato il nome di uno dei tantissimi assassinati dalla polizia e il numero -1: una seleção di poveri assassinati dallo Stato, il tutto in mezzo a migliaia di tifosi di tutte le nazionalità, circondati da centinaia di poliziotti travestiti da Robocop, nel delirio della FIFA FUN FEST e delle partite sugli schermi giganti davanti agli hotel. Era un clima veramente surreale ma non normalizzato.

La paura mangia l’anima

Ed ecco l’umiliante 7 a 1 inflitto dalla nazionale tedesca che avrebbe potuto segnare 10 gol. Sarebbe anche interessante sul piano etnografico e culturale ricostruire la quantità di stupidità formulate a proposito della “catastrofe nazionale” attribuita a questa sconfitta. Adesso il governo passava rapidamente a dire che era “solo” calcio. Più in generale si diffondeva nella stampa la ridicola apologia all’organizzazione tedesca di fronte alla mancanza di “lavoro serio” da parte dei brasiliani, anche nel calcio. Un sacco di stupidaggini! Le “nazionali” di calcio oggi non hanno praticamente niente di “nazionale” e sono quasi tutte delle squadre globali. Tutti i giocatori brasiliani – comprese le riserve – giocano nei migliori club europei. L’unica spiegazione vera l’ha data, tra pianti e scuse, David Luiz proprio alla fine della partita: è successo qualche cosa d’inspiegabile.

L’immigrato marocchino del film di Werner Fassbinder (1973) diceva alla sua compagna tedesca che “la paura magia l’anima”. E non sono stati i giocatori turchi, nord africani e africani della nazionale tedesca a spaventare la seleção. L’anima dei giocatori brasiliani se l’è mangiata l’atmosfera del #NaoVaiTeCopa, un clima di critica generalizzata che si è tradotto in un eccesso di pressione psicologica, una necessità imperiosa di vincere a ogni costo che li ha letteralmente fatti scoppiare. I pianti isterici dopo la qualificazione con il Cile, il canto patetico dell’inno nazionale, il clima di commozione dopo l’infortunio di Neymar: è tutto questo che ha trasformato la selação formata da titolari del Barcellona, del Real Madrid, del Bayern, del Chelsea ecc. in un’imbelle squadretta di rione. Mentre Dilma, insieme all’elite e alla stampa ultra-conservatrice, surfava sul “Mondiale dei Mondiali” e il #NaoVaiTerProtesto, il #NaoVAiTerCopa riappariva dove meno se l’aspettavano, imparabile e definitivo, dentro il campo, nella testa dei giocatori.

La finale

La domenica della manifestazione contro la finale, a due o tre chilometri dal Maracanã, i 500 manifestanti che hanno osato sfidare lo stato d’assedio sono stati duramente caricati (anche da poliziotti a cavallo con sciabole sguainate), gasati e manganellati per ore in una piazza dalla quale non potevano più uscire. 15 giornalisti, molti di loro stranieri, sono stati feriti. Ecco il grande lascito della “Coppa che non c’è stata”: l’ulteriore militarizzazione delle questioni di ordine pubblico in un paese dove la polizia ammazza (ufficialmente) in media 5 persone al giorno (senza contare le migliaia di scomparsi) e dove le condizioni di vita nelle prigioni farebbero arrossire i campi di concentramento nazisti. Per il movimento e per la democrazia, il lascito è una sfida: mantenere la breccia democratica aperta.

Questo articolo è stato pubblicato anche su Euronomade

  1. http://www.folhavitoria.com.br/policia/noticia/2014/06/dois-pms-sao-presos-por-morte-de-adolescente-no-rio.html []
  2. Bisogna sottolineare che non si tratta di un episodio eccezionale, ma di una routine. Basti vedere questo altro episodio assolutamente uguale, nello Stato della Bahia, il 17 luglio. http://noticias.r7.com/fala-brasil/videos/morte-de-bebe-em-operacao-policial-provoca-revolta-em-cidade-baiana-17072014 []
  3. Qui si può visitare una pagina di Facebook – con immagini terribili – che ironizza su questa situazione []