Aborto

Alessandra Carnaroli

Secondo stime recenti
in Italia
l’80% dei ginecologi
è obiettore di coscienza.
Obiettano pure
infermieri e
portantini:
succede in qualche ospedale
di restare a guardare
la fica che perde, tipo partita
di calcio.
“Un analgesico per dio”
neanche, perché il dolore serve.
Un idraulico forse
avrebbe
più a cuore l’efficienza
dello scarico.
tutela della salute
e della vita della donna
oggettivo rischio per la paziente
espulsione del feto consenziente
espulsione della placenta
mammanamammana
una sporcamadonna
emorragia interna
non t' assolvo dal tuo
peccato non ti salvo
a salve (regina dello spago, del rostro, della gruccia
che t'invade, ritorna smangiucchiata prezzemolina
ritorna clandestina come tratta come schiava)
come sparo tra le gambe come inciampo
questo crampo che era figlio
preferisco che dissangui
sveni e dalle arterie
solo ossigeno bollicine con tutte quelle
tutte quellebollicine

Riso e uvetta

Alberto Capatti

La ricetta che scegliamo è di Vincenzo Buonassisi, giornalista di origini pugliesi, già attivo a Milano (una parte dei suoi libri sono stati donati alla Biblioteca Sormani). Eccola :

A Venezia, certo per influsso orientale, fanno un delizioso riso con l’uva passa, che oltretutto è semplicissimo e si può inserire opportunamente nei pranzi. L’uva deve essere fatta rinvenire in acqua tiepida, dev’essere senza grannelli. In un tegame si mettono olio, aglio, prezzemolo abbondante tritati: si aggiunge il riso, aiutando la cottura con aggiunte di acqua bollente man mano che risulta necessario; qualche minuto prima che la cottura sia finita si aggiunge l’uvetta. Si può unire pure, all’ultimo minuto, parmigiano grattugiato; e lo stesso formaggio servirà per condire in tavola

La cucina di Falstaff, Edizioni Milano Nuova, 1964, p.90

Quando Buonassisi la ripubblica nel suo Cuciniere italiano (Rusconi, 1980, t.II, p.296) è cambiata e non di poco : l’aglio schiacciato, rosolato, viene tolto, appare il brodo ed è sparito il parmigiano.

Riso e uvetta

Ingredienti per sei persone:
500 gr di riso
120 g di uvetta
olio d’oliva, aglio, prezzemolo, sale

 È piatto proprio veneziano, di derivazione orientale: ma è facile e meriterebbe di essere apprezzato ovunque. Allora : scaldate in tegame quattro cucchiai d’olio con due o tre spicchi d’aglio schiacciati. Quando l’aglio scurisce toglietelo e aggiungete una bella manciata di prezzemolo tritato; date una rigirata, mettere dentro anche l’uvetta, prima tenuta a bagno per farla rinvenire. Date qualche altra rigirata, unite anche il riso. Mescolate ancora, coprite di brodo e portate a cottura. Verso la fine aggiustate di sale.

Altre variabili

Siamo andati a ripescare le ricette di un pugliese, quando ne avevamo due veneziane, posteriori. Il riso con la ua, che elimina l’aglio “divenuto rosso” dal soffritto, e aggiunge quando il riso comincia a cuocere, uva Malaga “precedentemente lavata in acqua tiepida”. Il tutto finisce con “formaggio parmigiano vecchio” (Cento antiche ricette di cucina veneziana, raccolte e ordinate da Gianni Ghirardini, Alfieri, 1967, p.39). I risi con le uette, li troviamo ne’ La cucina veneziana di Giuseppe Maffioli, padovano (Muzzio, 1982,p.224) Anche il Maffioli usa spicchi d’aglio intieri e, “bruni”, li toglie. Al soffritto, messo il riso, dà una spruzzata di vino. Cuoce nel brodo e aggiunge l’”uva sultanina fatta rinvenire nel vino” a metà cottura. Non menziona il parmigiano e ammette, eventualmente, lo zafferano. In quest’ultima versione, diventa un risotto. Per una prima alternativa web, cliccare riso e ua, che è uva pizzutella (così cucino io).

Non solo scrivere stanca. Scritture del lavoro

Andrea Cortellessa

Che la quinta edizione di Libri Come – la festa del Libro e della Lettura ideata da Marino Sinibaldi e condotta da Michele De Mieri e Rosa Polacco all’Auditorium Parco della Musica di Roma, che si chiude oggi – sia stata dedicata quest’anno al Lavoro conferma la forte attenzione che a questa dimensione dell’esistenza, da qualche anno, sta di nuovo dando la letteratura: non solo in Italia ma, credo si possa dire, da noi con particolare intensità (del resto è sul Lavoro che questa Repubblica, almeno per adesso, continua a fondare il primo articolo della sua Costituzione). Non è in sé una novità, ovviamente: il dibattito sulla letteratura in fabbrica – almeno dai tempi del «Menabò» di Vittorini – è un cavallo di battaglia della modernità italiana.

Ma la recrudescenza di scritture al lavoro esplicitamente dedicate, nell’ultimo decennio, e il ritorno d’interesse storiografico e saggistico sul tema (penso all’antologia di Giorgio Bigatti e Giuseppe Lupo, Fabbrica di carta, recensita da Giacomo Giossi qualche numero fa di alfabeta2), testimoniato ora anche dal bellissimo numero di Semicerchio appena uscito su Poesia e lavoro (qui presentato da Fabio Zinelli, che della rivista diretta da Francesco Stella è magna pars), sta a significare come – di conserva con la profonda trasformazione che il nostro tempo liquido ha impresso alla parte più solida della nostra esistenza, il lavoro appunto – pure la letteratura del lavoro si stia modificando profondamente. Un sociologo che fra i molti altri ha spiegato il senso di queste trasformazioni, Richard Sennett, chiuderà il cerchio di Libri Come con una conferenza off-festival che si terrà, sempre al Parco della Musica, lunedì 24 marzo.

Oggi invece (alle 21.00 nella Sala Petrassi dell’Auditorium) i lavori di Libri Come si concluderanno con un recital a più voci dal titolo Tutti sul lavoro. E alle 18.00 (nello spazio Officina 3 del Garage), insieme a Giorgio Falco e ad Alberto Rollo, presenteremo un libro che ci fa incontrare invece, con tutta la sua forza disperata, la scrittura di un lavoratore tipicamente novecentesco: Luigi Di Ruscio. I suoi Romanzi, raccolti a cura di Angelo Ferracuti (che cogli anni a Di Ruscio, scomparso nel 2011, si è legato da una profonda amicizia; e che qui ci presenta la sua figura) in un volume della collana «Le comete» di Feltrinelli appena uscito, sono per lo più dedicati al periodo di mitica latenza picaresca che precedette la scelta dell’emigrazione, nel 1957 in Norvegia: dove per quarant’anni il cristico operaio di Fermo lavorerà in una fabbrica metallurgica addetta alla produzione di chiodi. Fa eccezione l’ultimo testo della serie, in ordine di composizione, Neve nera (pubblicato una prima volta, nel 2010 col titolo La neve nera di Oslo, dalla casa editrice della CGIL, la Ediesse), che segue la traiettoria del picaro marchigiano nel suo esilio scandinavo: e, in pagine come quelle qui riportate, ci rituffa negli inferi tayloristici che infestano invece, quasi sempre, le poesie scritte da Di Ruscio in Norvegia (specie quelle autoantologizzate a tema nella raccolta Poesie operaie, pubblicata pure da Ediesse nel 2007).

Nella sua misteriosissima cultura perfettamente autodidattica, un punto di riferimento di Di Ruscio (che pone una sua frase in esergo al capolavoro Cristi polverizzati) è Hegel. Il quale nell’Estetica parla di «prosa del mondo», a proposito dell’universo della «finitezza» e «oppresso dalla necessità», in cui «ogni vivente isolato rimane nella contraddizione di essere a sé per se stesso come questo conchiuso uno, ma di dipendere al contemupo da ciò che è altro». È questa la condizione operaia, un altro nome della condizione umana dunque, illustrata dall’opera di Di Ruscio. Ma un paradosso eloquente vuole che, mentre questo mondo della prosa non trova vie d’uscita nella sua produzione poetica disperatamente martellante, al contrario nella sua prosa fusionale e agglutinante la temperatura della scrittura si fa incandescente, rompe tutti gli argini, libera spettralmente dalla sua croce – almeno per qualche attimo – il fantasma di chi scrive. E, con lui, noi che lo leggiamo.

Leggi gli altri testi dello speciale su Letteratura e lavoro
Fabio Zinelli, Poesie del lavoro
Angelo Ferracuti, Luigi Di Ruscio, lo Scriba assoluto
Luigi Di Ruscio, da Neve nera

Poesie del lavoro

Fabio Zinelli

La letteratura parla sempre più insistentemente di lavoro. Come tema e come condizione. Perché è sempre più vicina alla realtà e non da ultimo anche perché gli scrittori esordienti vivono con urgenza il problema dell’evanescenza del posto di lavoro e come situazione ordinaria il precariato. Sul piano dell’espressione, la crescita dei linguaggi speciali oltre il confine di specializzazioni tecniche sempre più condivise (l’informatica, la lingua della comunicazione e della finanza) investe la lingua che parliamo legandola alla lingua del terziario, attraversa la lingua della pubblicità e preme sulla lingua della creazione. La tensione tra cose (merci) e linguaggio è ancora più forte nelle arti visive che non mancano di influenzare la letteratura.

All’incrocio dei linguaggi la poesia dimostra di muoversi con particolare agilità e di essere anche abbastanza affilata per entrare nei codici linguistici che esprimono i rapporti di potere nel mondo del lavoro. Esplora linguaggi e condizioni del lavoro il nuovo numero della rivista di poesia comparata «Semicerchio», intitolato appunto alla Poesia del lavoro. Una comunità globale di poeti ci dice cos’è il lavoro: ci sono poeti che hanno fatto la fabbrica quando c’erano le fabbriche (Philip Levine, Lutz Seidel, Fabio Franzin). Saggi e soprattutto tanti testi portano il lettore dal deserto di Detroit ai diversi cuori linguistici dell’Europa (Germania lato ex-DDR con Volker Braun, Repubblica Ceca dall’epoca socialista al poi, Francia, Spagna), all’Ispanoamerica, agli USA (Philip Levine, Komunyakaa, Jorie Graham), al Sud-Africa black, alla Cina della poetessa Zheng Xiaoqiong. Uno spazio importante è riservato alla poesia dei migranti, i «precari del verso», e un piccolo spazio anche alla voce del nemico – se non del lavoro, dei lavoratori – qui nei panni del tory Philip Larkin («I want to see them starving, the so called working class»).

Il numero comprende inoltre una raccolta di inediti di ventinove poeti italiani che hanno accolto l’invito a scrivere sul lavoro: Mariano Bàino, Elisa Biagini, Vito Bonito, Alessandro Broggi, Franco Buffoni, Alessandra Carnaroli, Luciano Cecchinel, Alessandro De Francesco, Fabio Franzin, Gabriele Frasca, Giovanna Frene, Nicola Gardini, Marco Giovenale, Franca Grisoni, Andrea Inglese, Jolanda Insana, Giancarlo Majorino, Franca Mancinelli, Giulio Marzaioli, Giovanni Nadiani, Laura Pugno, Fabio Pusterla, Massimo Sannelli, Flavio Santi, Luigi Socci, Italo Testa, Gian Mario Villalta, Lello Voce, Edoardo Zuccato.

PHILIP LEVINE
Cos’è il lavoro

In piedi nella pioggia in una lunga fila
in attesa a Ford Highland Park. Di lavoro.
Sai cos’è il lavoro – se sei
grande abbastanza da legger qui sai cos’è
il lavoro, anche se forse non lavori.
Lasciamo perdere te. Qui si parla d’attesa,
cambiando posa da un piede all’altro.
Di pioggia sottile che senti cadere come nebbia
sui capelli, che ti offusca la vista
finché ti sembra di vedere tuo fratello
davanti a te, forse dieci posti avanti.
Ti pulisci gli occhiali con le dita,
e ovviamente è il fratello di qualcun altro,
con spalle più strette del tuo
ma con la stessa aria dinoccolata e triste, la smorfia
che non nasconde la determinazione,
il triste rifiuto di cedere alla
pioggia, alle ore buttate nell’attesa,
alla certezza che in un punto più avanti
un uomo ti aspetta e dirà, «No,
nessuna assunzione oggi», per una qualsiasi
sua ragione. Vuoi bene a tuo fratello,
ora all’improvviso puoi a mala pena sopportare
il bene che ti inonda per tuo fratello,
che non è accanto a te o dietro o
davanti perché è a casa a cercare di
smaltire nel sonno un terribile turno di notte
alla Cadillac così può alzarsi
prima di mezzogiorno per studiare il suo tedesco.
Lavora otto ore a notte così può cantare
Wagner, l’opera che odi di più,
la peggiore musica mai inventata.
Quanto tempo è passato da quando gli hai detto
che gli vuoi bene, abbracciato le sue spalle larghe,
con occhi ben aperti gli hai detto quelle parole,
e magari dato un bacio sulla guancia? Non hai mai
fatto una cosa così semplice, così ovvia,
non perché sei troppo giovane o troppo stupido,
non perché sei geloso o nemmeno cattivo
o incapace di piangere davanti
a un altro uomo, no,
semplicemente perché tu non sai cos’è il lavoro.

(traduzione di Antonella Francini)

FABIO FRANZIN
Curiculum

No’ so, forse me sarò anca sbajià,
forse no’l iera ‘l mé curiculum quel
che ‘a segretaria bionda l’à fat su
te un baeòt, e po’ butà sot ‘el banco,
sot’ el só sorìso gentìe, el conpiuter,
el teèfono «attenda in linea, vedo se
è libero
». Ma son vignù fòra rosegà
da un brut dubio «ha compilato tutto?
i recapiti telefonici li ha trascritti

da che l’ofìcio lindo, pièn de vetrate
e piante e divaneti rossi, giornài de
barche e cavài da sfojiàr. L’é stat un
rapresentante che spetéa de ‘à, sentà
te chealtra saéta, ‘a só sagoma scura
in jessàto a schermàr al vero, a farlo
spècio che mostra ‘l sèst de chii déi,
dea man, fra ragno e pugno intant che
verdée ‘a porta. Forse ‘l mé toc de carta
lo ‘vea za mess zo, forse ‘a baéta drento
el zhestìn ièra un só apunto che no’
servìa pì, sì, chissà. Forse me sarò
anca sbajià, o forse l’é sbainà ‘sto
tenpo, che sbrana senza pì ‘baiàr.

Curriculum Non so, forse mi sarò anche sbagliato, / forse non era il mio curriculum quello / che la segretaria bionda ha appallottolato / fra le mani, e poi gettato sotto il bancone, / sotto il suo sorriso cordiale, il computer, / il telefono «attenda in linea, vedo se / è libero». Ma sono uscito roso / da un brutto dubbio «ha compilato tutto? / i recapiti telefonici li ha trascritti?» / da quell’ufficio lindo, tutto vetrate / e piante e divanetti rossi, riviste di / barche e cavalli da sfogliare. È stato un / rappresentante che attendeva di là, seduto / nell’altra saletta, la sua sagoma scura / in gessato a schermare la trasparenza, a renderla / specchio che mostra il gesto di quelle dita, / della mano, fra ragno e pugno mentre / aprivo la porta. Forse il mio pezzo di carta / lo aveva già deposto, forse la pallina dentro / il cestino era un suo appunto che non le / serviva più, sì, chissà. Forse mi sarò / anche sbagliato, o forse è sballato questo / tempo, che sbrana senza più abbaiare.

MARIANO BÀINO
colapesce

(a un lavoro del passato. acquatico, minorile)

scugnizzi, una ciurmaglia, scura pelle
che forse è apparentata con le foche.
lucidi guizzi folli dietro poche
monetine di nichel che le belle

signore incerte, dalle navi (quelle
lente per ischia o capri e dalle fioche
sirene) lanciano. verso mai roche
voci di urlanti. ed il primo che nelle

putride acque del porto s’invola,
sa sommozzare, il soldino nasconda
subito in bocca fra i denti e la guancia.

e se per caso va giù nella pancia
o se ne scappa nel nulla e nell’onda
non è mestiere da pesce nicola.

ALESSANDRA CARNAROLI
da Prec’arie

Ragusa, licenziato per 5 euro
 impiegato di 30 anni si toglie la vita
L'uomo si è impiccato dopo aver perso il posto.

C’aveva un figlio piccolo si è messo una corda al collo
si è messo la testa in quel posto nel cappio dove ci entra giusto il collo
e poi si strozza dicono che aveva rubato cinque euro
aveva incassato cinque buoni da un euro
Cinque buoni da un euro alla cassa del supermercato dove lavorava
l’hanno licenziato per cinque buoni da un euro
si è messo in testa di morire si vergognava troppo
la moglie lo ha cercato cerca e cerca era nella casa al mare
ma non c’aveva il costume non c’aveva l’asciugamano

cosa ci sei venuto a fare amore mio senza il costume
a fare il bagno no
a prendere il sole no
sei venuto a morire sotto il tetto per cinque buoni da un euro
mi lasci sul pavimento col tacco lucido quasi nuovo
Mi lasci con un figlio piccolo senza secchiello
non lo sapevo che eri venuto qui con la corda se no portavo il secchiello
Ti vergognavi molto
Se tu c’hai trent’anni io madonna ce ne ho ventotto e ho lasciato il gas aperto
il bambino dal nonno che deve pagarci l’affitto da quando hai perso il posto
ma tu lo sai che ti amo lo stesso ti stiro i calzetti per farli morbidi ti aspetto se è notte
e fai la chiusura ti aspetto anche se non chiudi più niente perdi l’acqua
Dicono che hai scritto un biglietto con la grafia incerta
ma tu per me scrivevi benissimo c’avevi la licenza di terza
dicono che non toccavi neanche ma se eri in mare vivevi lo stesso
perché eri bravo a nuotare nuotavi bene non era come la grafia
che invece era incerta hai scritto
a mia moglie
per cinque buoni da un euro

GIANCARLO MAJORINO

Un bel dì
eravamo in tanti, eravamo in grandi grandi guai
morti feriti miserie si accalcavano tanti senza niente
e la luce pareva tramontare quasi perlomeno affievolirsi sì
rottami simili a salme galleggiavano ovunque pur sul selciato
e chi gridava chi non poteva che piangere che maledire

quando

quando da più parti entrarono donne uomini stupiti
c’era la ragazza c’era l’adulta c’era l’anziana c’erano tutte
perlomeno tante tante e gli uomini sia dall’alto che dal basso
della Forbice si fermarono bocca in giù corpo sempre più senza voce
guardavano e loro sempre più intervicine simili e dissimili

chi mirandone una chi apostrofandone un’altra ma ci spingevano
sempre più in fondo, sempre più a lato, qualcuna però ridente
e allora noi sempre più facevamo gli stùpidi, sinché senonché
esplose un’enorme corale: adesso basta, adesso guidiamo noi

Poesia del lavoro
Numero monografico di Semicerchio. Rivista di poesia comparata (n. 48-49)
Pacini (2013), pp. 256
€ 36,00

 

Luigi Di Ruscio, lo Scriba assoluto

Angelo Ferracuti

Luigi Di Ruscio disse di sé, della sua condotta solitaria di Scriba assoluto: «Ho letto in qualche parte che gli intellettuali si dividono in due parti, in talpa e lepre. La talpa scava il suo buco imperterrita, la lepre vola da tutte le parti. La talpa nel suo buco e con pazienza lo scava, scava sempre lo stesso buco cerca le ultime conseguenze, va verso lo sprofondo […]. Io veramente vorrei essere sempre più talpa. Joyce è la talpa quasi perfetta, la lepre quasi perfetta è D’Annunzio o Petrarca, la talpa perfetta è Dante. Per le lepri ho avuto sempre un grande schifo».

In tutte le sue opere cita sempre gli stessi libri, che ha letto e continuato a rileggere per anni: «la mia formazione coincise con la prima edizione delle Lettere dal carcere di Gramsci e affabulavo sull’antologia di Anceschi chiamata “Lirici nuovi” e comperavo Il mestiere di vivere e il Lavorare stanca nelle prime edizioni e vedevo i “Ladri di biciclette” e “Roma città aperta” per la prima volta». E ancora: «Ho amato la Divina Commedia, le grandi poesie di Leopardi, I sepolcri di Foscolo e i sonetti del Belli, dei contemporanei le prime raccolte di Montale, la prima di Ungaretti […] gli ultimi libri italiani che ho comperato è i libri di Sbarbaro editi da Garzanti, le opere italiane di Giordano Bruno e la biografia di Zangrandi».

Dal 1953, anno del suo esordio poco più che ventenne con Non possiamo abituarci a morire (Schwarz), fino alla quarta ristampa del Palmiro (Ediesse 2011), molto probabilmente il suo capolavoro, avvenuta a un anno dalla morte, la sua «macchina macina-parole», come la definì un suo recensore, produsse dieci opere in poesia, cinque in prosa, alcune traduzioni, soprattutto da Ibsen, lasciando non pochi inediti.

C’è una cosa che più di tutte è riuscita a Luigi Di Ruscio, cioè mettere in difficoltà non solo i suoi lettori, ma anche i critici, persino gli studiosi che più di altri lo hanno sostenuto e apprezzato. In lui la nozione di «inedito», infatti, è una pura convenzione, in quanto, come capita in molti autori classici, ha continuato a scrivere sempre lo stesso libro approfondendo gli identici temi. Anzi, due grandi libri, uno di versi e l’altro di prosa. La spiegazione di queste due diverse opzioni la esprimeva così: «la poesia va per le corte e la prosa per le lunghe […]. Rispetto alla poesia, nella prosa si può passare più facilmente dal tragico al comico, si possono fare dei salti; nella poesia, invece, è tutto quanto più raffreddato. Oppure è cosi: quando una cosa viene molto bene, resiste da sola, è autosufficiente, quella è poesia; quando una cosa invece non resiste da sola e c’è bisogno di una discussione, di una spiegazione, quella invece è prosa».

Autodidatta, consegue solo la licenza delle scuole elementari. Questa è l’istantanea che ne fa Massimo Raffaeli nella prefazione del Palmiro, citando il racconto Apprendistato: «all’ultimo banco, da somaro a ripetente, il bambino di vicolo Borgia incapace di corretta grafia, indocile e insolente, imbrattato d’inchiostro fin sopra i capelli, picchiato da maestro con il “Corriere della sera”, neanche fosse, costui, il taumaturgo di un artista destinato a una parabola integralmente autre». Il ragazzo timido figlio di un manovale nato nel ventre proletario della provincia italiana, in un ambiente marginale da Rocco e i suoi fratelli, fa di un deficit culturale di classe e linguistico una virtù, cioè rivolta in positivo uno svantaggio sociale e costruisce una lingua personalissima, vitale, proprio dalle «sgrammaticature» impastate con il dialetto fermano, che parla in quanto appartenente alla classe proletaria, ai ceti più bassi, popolari e, addirittura, le innesta temerariamente anche con il lessico alto e colto delle sue letture profondissime, miscelato con l’aulico, fatto di citazioni filosofiche e letterarie. Gli errori sintattici e ortografici, le frasi irrisolte e i molti nonsense, probabilmente frutto di una scrittura automatica, priva volutamente di controllo, diventano così stile personalissimo e miracoloso, come i continui lapsus e, proprio quando sembra avere una caduta rinasce dalle sue ceneri con una invenzione lessicale che la riporta miracolosamente in quota.

La prosa di Di Ruscio è anche molto materica, corporale, eversiva. Combatte persino se stessa, le proprie ovvietà, le regole che si è data, in quella «strategia della digressione permanente» di cui parla Emanuele Zinato. Come spiega benissimo lui stesso: «Ero proprio disposto a credere all’incredibile nonostante tutta la mia miscredenza e continuavo a sbagliare non chiarire ma chiarore, non consumismo ma comunismo, non trapanò ma trasformò, non strusciammo ma uscimmo, non al dente ma ardente, non sfociate ma sfasciate, non le bozze ma le botte, non errore ma orrore, non io ma Iddio, non parodia ma poesia, non sbaglio ma bavaglio, non la fine del mimmennio ma del millennio, non cassate ma cazzate, non la processione del porco d’Iddio ma del corpo d’Iddio».

In quello che scrive non manca neppure una parentela linguistica con Céline, colta anche da Italo Calvino, il quale in una lettera del 1968, scrive che gli ricorda lo scrittore francese «per la volontà di scaricare nel flusso delle parole una cupa aggressività»; una fratellanza con la lingua spericolata del praghese Bohumil Hrabal, e col suo conterraneo Jaroslav Hašek autore dell’irriverente e comico Il buon soldato Sc’vèik e i verbali di questo scrittore marchigiano hanno un effetto di verità travolgente e grondano di realismo. Sicuramente anche certi procedimenti del surrealismo, se non altro come tecnica espressiva, possono averlo influenzato, quel «meccanismo dell’ispirazione» di cui parlava Max Ernst, o il «metodo spontaneo di conoscenza irrazionale, fondato sull'oggettivazione critica e sistematica delle associazioni ed interpretazioni deliranti» di cui scrive Salvador Dalí. Fatto sta che la prosa di Luigi Di Ruscio avanza e cambia passo, cioè deraglia quando un vocabolo cardine di una frase casualmente apre a una nuova visione e porzione di senso, spiazzando continuamente il lettore. Si tratta proprio di quella «letteratura mazzata» di cui parla Andrea Cortellessa nell’introduzione a Cristi polverizzati.

La lingua d’uso quotidiano è il norvegese, quella letteraria e incontaminata l’italiano. L’autobiografia diventa biografia di classe, la sua condizione un privilegio di un epoca e di un epica, quella operaia, di cui si considerava un risultato della Storia: «La mia poesia non è un momento privilegiato, è tutto il mio scrivere che è un momento privilegiato. È un privilegio anche nel senso storico, senza la settimana corta, senza la mia paga oraria che mi fa comperare libri, non avrei potuto scrivere, come se dicessi che senza gli scioperi a oltranza che ha fatto la classe operaia norvegese negli anni trenta non avrei potuto avere questo privilegio. Senza l’avanzata della classe operaia occidentale non avrei potuto scrivere».

Luigi Di Ruscio
Romanzi
a cura di Andrea Cortellessa e Angelo Ferracuti
Feltrinelli «Le comete», 2014, 553 pp., € 39.00

da Neve nera

Luigi Di Ruscio

Divenni per forza neorealista anche se io che mi consideravo poeta normalissimo, non è colpa mia se il mio mondo era quello poverissimo considerato indicibile in poesia e io non potevo rimuoverlo, se scrivi di certe cose s’incazzano tutti perché la poesia dovrebbe rimanere monopolio delle persone per bene, le persone per bene sono quelle della borghesia, la gente dei quartieri belli, poi occorre anche la laurea, ma dove ti presenti scravattato e disgraziato come ti ritrovi? Quando Mondadori stampa le poesie di Scotellaro l’autore era già morto da un pezzo, tutte le poesie neorealiste furono iscritte da quattro ragazzi, alcune opere prime e basta, contro codesto niente del primo decennio del dopoguerra si continuerà a dirne male perfino da Cucchi nel 1997. Un Turconi iscrive che le mie poesie furono le più deliranti del periodo neorealista di per se stesso già tanto delirante anche perché io ero dell’ala estrema del movimento che veramente si è mosso anche poco, un sottoscritto impavido nel perseguire le cause sballate continua imperterrito quando perfino i film neorealisti, pochissimi, cinque o sei poi tutto finito, io per continuare in pace il neorealismo emigro da Oslo, la mia poesia veniva etichettata come delirante, se non emigravo magari mi rinchiudevano in un manicomio e venivo elettrificato per bene. Che fare? Niente continuare a fare quello che abbiamo fatto sempre, non stare a considerare quello che dice il nemico, ricordati dell’irripetibilità di codesta vita, prendete i miei volumetti di poesie e leggeteveli, fate tutte le considerazione che volete, armato di tutta la mia poesia oppure totalmente disarmato mi introducevo dentro la miseria delle cose […]

Non scrivevo ancora poesie di fabbriche perché ero ancora disoccupato, però un operaio in ferie un certo Cesarini mi ha spiegato tutto, ci sarebbero capireparto che sono una piaga, se non gli fai regali natalizi ti rompe i coglioni per un anno, però un giorno verranno le BR ad azzopparli sti disgraziati. Da un paese dove l’unica fabbrica era l’urlante manicomio provinciale cado dentro una disperata fabbrica di Oslo (Norge) (per carità d’Iddio Norge con la «g» dura e non scrivete mai Italia alla schifosissima maniera inglese ITALY), nel reparto dove sputo sangue hanno dipinto tutto in un verdino anche i chirurghi sono diventati verdi, un sogno d’erba fresca ovunque. Un continuo cancellare e riscrivere versi che travalicavano, certe parole vennero tanto dilatate che divennero sinonimi d’Iddio ed io volevo essere il poeta dei servi molto agitati quando nel Vietnam disseminarono i veleni più spietati. Portate i vostri cani a pisciare sulle tombe delle carogne. Acqua calda a volontà, faccio continui bagni caldissimi, ho avuto una serie di coliche renali, il dolore atroce era attenuato solo con l’immersione nella vasca da bagno nell’acqua caldissima. […]

Terminato il turno lavorativo mi tuffo ancora nella scrittura incurante di tutti gli avvenimenti che mi cadevano addosso, sopporto eroicamente l’irrisione al poeta italiano che lavora in una fabbrica di Oslo, poeti metallurgici in Norvegia non sono mai esistiti però con gli italiani tutto è possibile. Venivo chiamato anche poeta spaghettaro, spaghetti che mia moglie nordica cucinava con terrore per paura di sbagliare con il pepe, sale, vetriolo e conserve ammuffite e peperoncini e la Madonna Santa. I casini metallurgici essendo io metallurgico da ormai anni quaranta che mi hanno sonato tutte le ossa, ci sono attorno tutti i casini famigliari con i figli con le lingue opache, con i catarri e le diarree e i denti pieni di furiose carie ecco che mi si richiede le mie poesie più metallare per il centenario della Camera del lavoro di Torino e mi incazzai con «abiti lavoro» perché elogiavano il poeta romano che andava verso il popolo per incularselo. Catalogato come ero tra i poeti operai però sono anche bipede, sono anche cerebrale avendo anche un cervello, sono planetario abitando un pianeta galattico, abitando in una galassia e sono l’operaio più circondato di barattoli Cirio di tutta la storia della rivoluzione industriale del mondo intero. Nell’epoca degli automatismi io vengo lavorato da ben tre trafilatrici, corro tra i macchinari come un gallo ammattito, le trafilatrici perdono acqua da tutte le parti e per non rendere il pavimento sdrucciolevole e quindi cadere e precipitare pianto barattoli svuotati di pelati da tutte le parti. Da questa fabbrica nonostante tutte le lettere anonime che giungono dall’Italia non vogliono licenziarmi, ma di che cosa mi accusano ste lettere atomiche o anonime che siano? Sarei metallurgico comunista e baro, ha impiattolato il mondo intero con le sue piattole canine, anarchico superlativo non rispetta le regole ortopediche, bestemmia in tutte le lingue anche ispaniche. Ecco il turno di notte tra il sudore e le polveri del reparto sempre più manicomiale però ci fu una volta che lo strano lo vidi all’uscita, le finestre delle case erano tutte illuminate, a casa mia tutto era normale, dormivano tutti, tanti invece stavano davanti al tabernacolo televisivo perché avevano sparato al presidente americano. Anche gli uccelli quanto scemo devono fare prima d’accoppiarsi, corteggiano le femmine in ore insolite preparare nidi sulla neve deporre uova che non si svilupperanno mai per questo i volatili cominceranno ad emigrare verso una fine ignota.

[…] Uscire dalla fabbrica era come uscire da una guerra dove si esce vivi solo per caso, quell’unto, polvere della trafilatrice, i saponi bruciati, lo stridulio dei ferri, il sudore che scendeva sino agli occhi, quest’urlo non potrà essere sentito, neppure tutti gli urli di tutti noi messi insieme, qualche trafilatrice lustrata stirata continuamente non oltrepassare la norma è meglio stare sotto chi non resiste verrà scaraventato nel massimo dell’orrore sociale, questa è l’ultima stazione, sei ancora nell’organismo sociale se ti licenziano è come se venissi sputato nell’ignoto in una caduta che non verrà attutita, l’operaio metalmeccanico è attaccato da qualcosa di diabolico, un polacco mi diceva che lavorare per l’avvenire sotto i comunisti era ancora peggio, ammiro il coraggio di mia moglie intestardita a sposare un operaio che pressato al massimo e che guadagna il minimo, bestemmiatore ateo e anche comunista, qualche macchina ferma sembra una cassa da morto, per chi sta veramente male mettersi sotto cassa malattia è difficile di questo italiano straniero non sappiamo niente si sa solo che puzza ed esiste. Un tempo ogni venerdì distribuzione della busta paga era veramente una bustina dentro le carte monetarie belle nuove coloratissime. Nello spogliatoio tutti nudi sotto la doccia stanchissimi, sono norvegesi bianchissimi e quasi tutti spelati, perdiamo i denti, i capelli, le forfore, catarri, resti biologici ovunque. C’è anche il momento della liberazione, una allegria della stanchezza in quel momento che sembrava essere vicini alla fine, uno si faceva la doccia una volta all’anno alla vigilia di natale e neppure puzzava.

Contarle tutte le volte che sono uscito di fabbrica in piena notte, uscire dal reparto di notte dopo aver respirato per tante ore la puzza infernale delle vasche piene di acido solforico, respiro l’inferno e magari ritorno a casa camminando sulla neve nuova soffice e immacolata, solo le orme mie sulla neve, mi volto a guardarle. Nella cristallinità dell’aria e scende una neve soffice, asciutta, basta scrollarsi e te ne liberi, oppure quando nella tela dei ragni brilla una brina splendente, se dopo la pioggia la temperatura scende a molti gradi sotto zero l’erba gelata come aghi di ghiaccio sfavillanti ai raggi di un sole bassissimo all’orizzonte. La brina che assembra sua sorella bianca e tutto è duro impenetrabile in estrema chiarezza, oppure in notte tiepida di una giornata di una precoce primavera e camminando per il solito sentiero ti accorgi che il filo di tela di ragno ha toccato la tua fronte, come se un bellissimo ragno argentato volesse prepararti una tela bellissima dove tu passi tutti i giorni oppure scorgi nel solito pantano un rospo con la bocca acquosa. Sono stato fortunato dalla finestra vedo tutti i nostri tramonti. Cercando di vedere il tramonto in maniera copernicana mi viene una leggeva vertigine, come erano salde le mie gambe piantate sulla menzogna.

Ecco di nuovo il caporeparto che mi si presenta davanti e vorrebbe che faccio gli straordinari sabato e domenica e come potevo dirgli che non potevo fare gli straordinari perché dovevo iscrivere le poesie della mia italianitudine e se tutto questo casino non lo scrivo io non ci sarà al mondo un altro testa di cazzo a scriverle tutte e cominciavo ad enumerare tutti i miei mali, renella, mal di schiena, prostata arroventata. Aristotele nella sua morale ha scritto che agli schiavi la menzogna possiamo anche dirla io invece vi consiglio di non dire mai la verità ai vostri sovrapposti qualsiasi essi siano anche di tipo religioso, cercate di dire la verità solo ai vostri simili, fate vivere il nemico in un mondo inesistente, nella perenne incertezza, fateli vivere nella menzogna, dovete sistematicamente ingannarli, state certi che sarete tutti assolti, comunque il poeta vi assolve tutti, andate in pace. Sulle mie trafilatrici tutto è in perfetto ordine, il caporeparto controlla continuamente le spazzole, tutto è eseguito con intelligenza, velocità e precisione, normalmente aumentando la velocità diminuisce la precisione, con il sottoscritto aumentando la velocità aumenta anche la precisione. Il tutto funziona tanto bene che il caporeparto si sente provocato, non me la sento proprio di sbarbarmi tutti i giorni per farmi bello a quest’imbecille che mi scruta. Ogni tanto emetto un urlo quasi per far vedere a tutti che sono vivo, che esisto anche io. Quando lavoro non voglio essere guardato, se vengo troppo scrutato fermo subito le macchine e vado subito davanti allo scrutatore e gli domando se ha da dirmi qualcosa? No io niente, guardavo solo. Va a guardare dall’altra parte, sbamba! I compagni che lavorano con me sanno tutto, vedono la poesia del sottoscritto vivente davanti a loro, anche le commesse vedono e sorridono al passaggio della poesia nostra, la poesia è un atteggiamento speciale verso l’esistere e si rivelerebbe anche se non avessi mai scritto niente, è un modo nuovo di essere, quasi un nuovo avvenimento biologico.

Seducenti immagini

Valerio De Simone

Vi ricordate di Camille Paglia, la femminista più odiata dalle femministe? Erano i primi anni Novanta quando l'accademica statunitense, che attualmente insegna alla University of Arts a Philadelphia, riuscì, dopo numerosi rifiuti di case editrici a pubblicare il suo Sexual Personae. Arte e decadenza: da Nefertiti a Emily Dickinson (tradotto in italiano nel 1993 da Einaudi). Il libro, divenuto presto un bestseller, sollevò numerose discussioni all'interno del femminismo americano.

Noti sono gli alterchi con le più note femministe appartenenti sia alla seconda sia alla terza ondata a proposito di tematiche come la pornografia, lo stupro, le identità di genere. Anche nel mondo accademico la femminista afroamericana bell hooks dedicò nel suo Outlaw Culture (Routledge, 1994) un saggio dal titolo Camille Paglia: “Black” pagan or white colonizer nel quale si riferisce alla professoressa chiamandola ironicamente “Miss Camille”.

Appassionata studiosa di cultura popolare, è intervenuta in numerosi documentari dedicati a celebri film, tra cui The Return of a Clockwork Orange (Paul Joyce, Uk, 2000) e Inside Gola Profonda (Fenton Bailey, Randy Barbato, Usa, 2005) e nel mockumentary Watermelon woman diretto da Cheryl Dunye nel 1997. Sin dai suoi esordi Paglia, si è distinta per il suo interesse nei confronti della cantante Madonna alla quale ha dedicato articoli e saggi. Il più noto è Madonna: finally a real feminist, apparso nel 1990 sul New York Times, in cui esaltava il potere rivoluzionario-femminista della cantante italo-americana. Recentemente ha preso nettamente le distanze, in un lungo articolo, apparso sul Times e poi tradotto su Repubblica, da quella che alcuni considerano la nuova Madonna, ossia Lady Gaga definendola “un personaggio costruito a tavolino” preferendo invece la cantante Rihanna “una donna ostinatamente indipendente e autonoma”.

In Seducenti Immagini l'intento dell'autrice è chiaro sin dall'introduzione: come sopravvivere in un mondo dove i soggetti sono costantemente bombardati da immagini e dove, negli Stati Uniti, ma purtroppo potremmo aggiungere anche in Italia, dati i recenti provvedimenti in materia, l'istruzione della storia dell'arte è molto carente. “Questo libro - afferma infatti Paglia - è un tentativo di raggiungere un pubblico generalista per il quale l'arte non è una presenza quotidiana”.

Contemporaneamente manuale, o meglio compendio, di storia dell'arte e testo di stampo culturalista proprio per l'approccio interdisciplinare caratteristico della studiosa, il libro è suddiviso in ventinove capitoli, ognuno dei quali prende in esame un'opera afferente a un periodo storico preciso. Si inizia con La Regina Nefertari fino ad arrivare alle opere di Jackson Pollock e René Magritte passando per la Loggia delle fanciulle. La scelta delle opere è varia e comprende pezzi celeberrimi, come il Laoconte e La morte di Marat di Jacques-Louis David, e altri meno conosciuti soprattutto a un pubblico italiano, come nel caso del pittore John Wesley Hardrick.

Particolare attenzione meritano gli ultimi due capitoli. Il primo è dedicato all'artista giamaico-americana Renée Cox, l'analisi della cui opera Chillin' with Liberty (1998) mette in rilievo l'orientamento femminista pro-sex dell'autrice, spesso poco apprezzato da una parte della seconda ondata del femminismo americano che in passato si scagliò contro la pornografia. Nel secondo, invece, Paglia decide di uscire dai limiti tradizionali della storia dell'arte dedicando le ultime pagine del libro, forse le più avvincenti, a Star Wars III: La vendetta dei Sith (George Lucas, 2005) - una scelta motivata in questo modo dall'autrice:

“Nelle arti visive degli ultimi trent'anni non ho visto nulla che sia più audace, bello ed emotivamente coinvolgente della spettacolare sequenza culminante girata sul pianeta vulcanico da Lucas per La Vendetta dei Sith”. Il libro presenta due mancanze, giustificate però dalla stessa Paglia nell'introduzione: l'assenza di bibliografia (“avrebbe richiesto un secondo volume”) e di note (“per favorire la leggibilità”).

Camille Paglia sarà ospite di Libri come oggi sabato 15 marzo alle ore 17 (Auditorium – Parco delle Musica, Sala Petrassi). La sua conferenza dal titolo Come il pop. Immagini seducenti, prenderà spunto da questo suo ultimo libro.

Camille Paglia
Seducenti immagini
Un viaggio nell'arte dall'Egitto a Star Wars

Il Mulino (2013), pp. 328
€ 35,00