Tutto Va Bene! Disobedience a Istanbul

Conversazione tra Marco Scotini e Cem Dinlenmis

Marco Scotini: L’esposizione Disobedience Archive arriva a Istanbul in coincidenza con l’anniversario degli eventi di Gezi Park. In un clima molto mutato in cui le tracce fisiche dei giorni fatidici del giugno 2013 sono rimaste sempre meno, la resistenza perdura sotto una repressione sempre maggiore. Di fronte allo scontro ormai inevitabile il movimento è costretto a inventarsi forme d’azione più mimetiche e alternative. A invitare Disobedience Archive in Turchia è Salt Beyoglu, uno dei centri più importanti per l’arte contemporanea diretto da Vasif Kortun. Il display fatto con materiale di risulta e progettato dal collettivo Herkes İçin Mimarlık (Architettura per tutti) include una vetrina dove sono presentate alcune serie dei tuoi lavori grafici: dagli annuari Her Sey Olur (Tutto va bene) alle copie della rivista Penguen e ai taccuini con appunti e note scritte a mano. Cem, nonostante l’età sei ormai un noto cartonista: come nasce questo tuo modello di racconto quotidiano in versione comix e provocatoria della storia sociale in Turchia? Come e quando ti è venuta l’idea di raccogliere tutto secondo un ordine cronologico? In che modo è ancora possibile testimoniare qualcosa o intervenire nel corso degli eventi?

Cem Dinlenmis: Tradizionalmente le prime due pagine delle riviste umoristiche turche a carattere settimanale sono riservate alle vignette politiche disegnate dai fumettisti che vi collaborano. Ciascuna vignetta è disposta con una didascalia di spiegazione sul lato superiore dell’immagine. Questo elemento dà alla rivista un carattere da bollettino di notizie settimanali. In queste pagine e con la stessa motivazione, faccio un’illustrazione dei singoli eventi settimanali che vengono poi raggruppati senza spiegazioni e uniti tra loro in modo totalmente imprevisto. Quando colleziono assieme i numeri settimanali per la pubblicazione finale dell’annuario, i miei appunti scritti a mano sono condivisi con il lettore come una fonte di dati che originalmente io utilizzo nel processo di produzione delle vignette. La mia aspirazione è semplicemente quella di registrare i fatti in modo non convenzionale mentre essi stanno accadendo. Non si tratta necessariamente di una critica o di una cronaca ma di una proposta di sguardo comico sullo stato attuale delle cose.

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Diagram by Cem Dinlenmiş for Disobedience Archive (The Park), 2014.

M.S.: Visto che nel tuo lavoro registri gli eventi che accadono su base giornaliera, ti saresti aspettato che accadesse qualcosa come la Comune di Gezi alla fine del maggio 2013?

C.D.: Fino alla fine del maggio 2013 il clima era soffocante in molti modi, considerando che l’amministrazione non dava importanza alle critiche e la voce del dissenso non veniva ascoltata assolutamente. A quel punto mi è sembrato che scherzare non avesse davvero più senso perché, con il bombardamento di Reyhanli, gli effetti della guerra in Siria sono diventati ancora più evidenti per la Turchia, causando molte vittime tra i civili e un’emergenza umanitaria, mentre qualsiasi resoconto sugli attacchi era proibito. Una nuova legge sull’uso dell‘alcool è stata approvata una settimana dopo e ciò ha causato altri malumori nella società. Ma, come tutti sanno, la scintilla vera è stata originata dai gruppi di diversi individui che si sono organizzati all’istante per contestare l’espropriazione dei loro beni comuni dopo le prime mosse del progetto di demolizione di un parco cittadino. Tutto è accaduto in un attimo e il flusso della storia è stato rapido. Poche cose erano davvero prevedibili.

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M.S.: Come ha scritto un tuo collega per Creative Time: "Le riviste umoristiche e le pubblicazioni satiriche sono servite come i soli sbocchi per un dissenso politico aperto. Nonostante i contenziosi e le minacce, pubblicazioni satiriche come Uykusuz e Penguen, che seguono la tradizione dei giornali a fumetti come Girgir oppure Limon e Leman, hanno preso in giro continuamente politici corrotti e regole ingiuste, procurando ad un ampio pubblico di lettori notizie che nessuno dei media dominanti avrebbe osato toccare." Sei d’accordo sul fatto che le riviste di fumetti hanno una reale influenza politica sulla cultura turca?

C.D.: La tradizione dei settimanali a fumetti, che è stata ampiamente formata da Girgir negli anni ’70 (che riusciva a vendere più di mezzo milione di copie settimanali), ha una reale influenza sulla cultura popolare turca. Negli anni ‘90, Limon e Leman tenevano una posizione d’avanguardia su temi come lo stato di terrore e la minoranza curda nel momento in cui le tendenze editoriali si muovevano verso i livelli più bassi della cultura urbana. Oltre al loro ruolo di critica e derisione, le riviste praticamente non raccolgono più le notizie da sé, ma si appoggiano ai giornalisti indipendenti esterni. Durante gli anni 2000, nell’era di Penguen, i media dominanti sono tutti passati ad una polarizzazione di stato, facendo crescere anche la necessità di punti di vista delle riviste satiriche assieme a nuovi modi di giornalismo indipendente.

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M.S.: Il fantastico diagramma che hai progettato, alla maniera di Fahlström, per Disobedience Archive è una sorta di tavola sinottica delle forme di resistenza sociale attorno al mondo negli ultimi decenni: dal Parco Lambro a Gezi Park. Dentro questo spettro, qual’è il carattere specifico e singolare del movimento di Gezi?

C.D.: Penso che l’aspetto più pervasivo sia il suo carattere civile. Al di là delle priorità ambientaliste, la protezione dello spazio comune è diventato uno dei motivi centrali per tutto il movimento di Gezi, la resistenza alla restrizione delle dimostrazioni pubbliche in luoghi specifici selezionati illegalmente dal governo. L’alto grado di civiltà è il concetto specifico più stimolante per me dopo aver assistito alla straordinaria tendenza pacifica della gente nel mezzo delle scene apocalittiche di conflitto e brutalità poliziesca.

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M.S.: Visto come sono andati gli eventi, come hai rappresentato lo scorso primo maggio dalle pagine della rivista Penguen?

C.D.: Il primo Maggio 2014, 39000 poliziotti sono stati delegati a proteggere lo spazio pubblico di Istanbul dalla gente. Ho dato testimonianza di tale reale follia che imponeva un posto di controllo in ogni strada di Beyoğlu. In definitiva ho rappresentato tipi di polizia di ogni genere nella mia pagina di Penguen.

Disobedience Archive (The Park)
a cura di Marco Scotini e Andris Brinkmanis
Salt Beyoglu, Istanbul
Fino al 15 giugno 2014

Chi di precarietà ferisce

Intervista di Davide Gallo Lassere ad Andrea Fumagalli

DGL: Dal pacchetto Treu fino al Jobs Act di Renzi, passando per la Riforma Fornero, negli ultimi anni in Italia si è assistito a una progressiva precarizzazione del mondo del lavoro. Nei tuoi interventi parli spesso di “trappola della precarizzazione”. Che cosa intendi con questa espressione?

AF: Nel capitalismo contemporaneo, la precarietà si presenta come condizione generalizzata e strutturale, oltre che esistenziale. È qui che entra in campo il concetto di trappola della precarietà la cui concettualizzazione non è però uniforme. Una prima definizione si riferisce a una sorta di circolo vizioso, che impedisce agli individui di liberarsi dalla loro condizione precaria perché cercare un lavoro stabile costa troppo. Vivere in condizioni precarie significa sostenere i cosiddetti costi di transazione, che incidono pesantemente sul reddito disponibile: stiamo parlando del tempo necessario per compilare una domanda di lavoro, della perdita del lavoro temporaneo e della ricerca di un nuovo impiego, dei tempi e dei costi di apprendimento che il nuovo lavoro richiede.

Un’altra definizione più ampia ha a che fare con la constatazione che vivere una condizione precaria implica sostenere in modo individuale il peso dell’insicurezza sociale e del rischio che vi è connesso. Da questo punto di vista, la trappola della precarietà è il risultato della mancanza di un’adeguata politica di sicurezza sociale e può essere considerata come un fenomeno congiunturale. In alcune recenti analisi, partendo dal fatto che la precarietà è più diffusa nei servizi avanzati e nelle industrie creative, si sostiene che un intervento di politica economica in tali settori potrebbe risolvere la situazione.

In queste due interpretazioni, la trappola della precarietà può essere eliminata se viene applicata una politica economica adeguata. Oggi, tuttavia, la precarietà si sta trasformando in un fenomeno sempre più strutturale e generalizzato, eliminabile solo attraverso un drastico cambiamento delle dinamiche del mercato del lavoro. La trappola della precarietà, soprattutto nel breve periodo, è diventata fisiologica, alimentata dal fatto che il lavoro attuale si basa sullo sfruttamento delle facoltà della vita e della soggettività degli esseri umani.

A fondare, oggi, la trappola della precarietà c’è un nuovo tipo di esercito industriale di riserva. La definizione tradizionale si basa sull'idea che la presenza di disoccupazione eserciti una pressione sui lavoratori, riducendone la forza contrattuale. In un noto saggio sulle origini politiche della disoccupazione, Kalecki sostiene che in un sistema di relazioni industriali può essere conveniente per la classe imprenditoriale rinunciare all'ottimizzazione del profitto (che si otterrebbe se si perseguisse la piena occupazione) per creare volutamente un bacino di disoccupazione con lo scopo di ridurre il potere contrattuale dei sindacati.

Questa ipotesi ha senso se la distinzione tra tempo di lavoro e non-lavoro (cioè tra occupati e disoccupati) fosse chiara e precisa, come nel periodo fordista. Ma oggi, nell’era del bio-capitalismo cognitivo, tale distinzione è sempre meno netta e il controllo tende sempre più a basarsi sul ricatto del reddito e sulla individualizzazione gerarchica del rapporto di lavoro. Ecco uno dei principali motivi per cui la condizione di precarietà è ormai generalizzata e strutturale. Ed è proprio questa condizione precaria, percepita in modo differenziato da individuo a individuo, che nutre e definisce il nuovo esercito industriale di riserva: un esercito che non è più al di fuori del mercato del lavoro, ma ne è direttamente all'interno.

In altre parole, sembrano esserci buoni motivi politici, indipendentemente da qualsiasi dichiarazione pubblica e ufficiale, per mantenere un certo grado di precarietà (al punto che è utile alimentarla, e ciò descrive in toto la filosofia politica alla base delle recenti riforme del mercato del lavoro, Jobs Act in testa) così come nel periodo fordista non era "conveniente" raggiungere una situazione di piena occupazione. La trappola della precarietà gioca oggi lo stesso ruolo svolto nel secolo scorso dalla trappola della disoccupazione, ma con una differenza, che rende l'attuale situazione ancora più drammatica: oggi, la condizione di precarietà si aggiunge allo stato di disoccupazione con dinamiche anti-cicliche.

In fase di espansione, come è avvenuto all’inizio del nuovo millennio, prima della grande crisi economico-finanziaria scoppiata nel 2008, la crescita di occupazione è stata accompagnata dall’aumento dei contratti precari (con un effetto di sostituzione rispetto al lavoro standard), mentre nell’attuale fase di recessione avviene il contrario: sono i lavoratori precari in primo luogo a perdere il lavoro, alimentando il numero degli scoraggiati o dei giovani Neet. In tal modo, si persevera, pur con modalità differenti, il dispositivo di controllo biopolitico sulla forza lavoro, favorendo per di più la crisi di rappresentanza dei sindacati tradizionali e la riduzione delle rivendicazioni sociali.

Infine, occorre ricordare che la trappola della precarietà non ha nulla a che vedere con la trappola della povertà. Quest’ultima è “un meccanismo auto-rinforzante che causa la povertà a persistere”. Se persiste, di generazione in generazione, la trappola comincia a rafforzarsi, a meno che non si prendano provvedimenti per interromperne il ciclo. Nella letteratura tradizionale, la trappola della povertà descrive una condizione strutturale da cui le persone non possono liberarsi nonostante i loro sforzi, ed esprime un concetto differente dalla "trappola della disoccupazione". Quest’ultimo concetto fa riferimento al fatto che la presenza di sussidi alla disoccupazione possa incentivare l’individuo disoccupato a rimanere tale piuttosto che cercare l’inserimento nel mercato del lavoro. Una delle critiche più comuni all'ipotesi del reddito di base ha a che fare proprio con la persistenza della trappola della disoccupazione: il pagamento di un sussidio per i disoccupati potrebbe razionalmente indurre a rimanere disoccupati, riducendo la partecipazione al mercato del lavoro, con una conseguente diminuzione di efficienza del sistema economico.

Pertanto, un’ampia letteratura mainstream cerca di dimostrare come un aumento delle prestazioni di welfare, soprattutto quando incondizionata (come afferma la definizione corretta del reddito di base), è una delle cause della disoccupazione volontaria, che incide negativamente sull’equilibrio economico. Ancora una volta, però, i risultati empirici sono controversi. Oggi, a fronte di una situazione di precarietà strutturale, questo tipo di ragionamento è quasi irrilevante. La presunta inefficienza, infatti, non risiede più nel divario tra la scelta di lavorare e quella di non lavorare, ma tra un lavoro precario e un lavoro desiderato. E il lavoro desiderato presenta sicuramente un grado di efficienza maggiore. Se nel bio-capitalismo cognitivo la vita, direttamente o indirettamente, è messa al lavoro e quindi a valore, il concetto di disoccupazione cambia radicalmente. Oggi il disoccupato non è più colui che è inattivo, nel senso di improduttivo (da un punto di vista capitalistico), ma piuttosto colui che svolge un’attività produttiva non certificata come tale e, di conseguenza, non remunerata.

La precarietà porta a una condizione di ricatto che induce forme di auto-repressione e di inefficienza. La trappola della precarietà ne è la conseguenza. Siamo in una situazione opposta a quella della trappola della disoccupazione, la cui esistenza poteva avere un senso (se lo aveva) in epoca fordista. Se ieri la trappola della disoccupazione (o della povertà) poteva derivare dalla presenza di politiche di welfare, oggi la trappola della precarietà è, piuttosto, il risultato della mancanza di politiche adeguate di welfare.

DGL: Non si tratta, però, di far girare all’indietro le ruote della storia alla ricerca di una perduta sicurezza del posto fisso, ma di combattere dentro alla precarietà contro la precarietà, lottando per un diritto alla scelta del lavoro piuttosto che per un diritto al lavoro tout court…

AF: Spesso viene avanzata l’idea che per contrastare la diffusione della precarietà sia necessario ripristinare condizioni di lavoro stabile. Di fatto, si vorrebbe cancellare con un colpo di spugna la condizione precaria tramite un intervento legislativo che abroghi le diverse leggi di riforma del mercato del lavoro, via via introdotte a partire dal pacchetto Treu sino alla legge 300, alla riforma targata Monti-Fornero e, oggi, al Jobs Act di Renzi. Che in Italia ci sia un abuso della precarietà anche laddove non sarebbe necessario è oggi sempre meno messo in discussione. Ma una simile prospettiva di azione rischia di essere inadeguata e soprattutto impraticabile, perché non tiene conto delle mutate condizioni, non solo contrattuali ma anche qualitative, della prestazione lavorativa a seguito delle trasformazioni strutturali e tecnologiche nell’organizzazione del lavoro.

La tematica del lavoro come bene comune è stata proposta cercando di porre la centralità del lavoro, comunque condizionato alle esigenze dell’accumulazione capitalistica, come perno per una politica di crescita dell’economia italiana. La proposta della Cgil nell’ultimo congresso di un piano nazionale per il lavoro va appunto in questa direzione. Eppure, mi sembra una soluzione anacronistica, che non guarda davvero al futuro.

Che la precarietà possa ridursi facendo appello a improbabili politiche della crescita (che si vorrebbero fare, come dice il nuovo governo Renzi-Poletti, incrementando la precarietà!) o semplicemente a interventi sul piano giuridico, che prevedano l’abolizione di alcune tipologie contrattuali atipiche, non pare molto probabile e rischia di essere una pura illusione, nella migliore delle ipotesi, se non pura demagogia, nella peggiore.

A tale riguardo, oggi è in atto una politica economica che possiamo definire dei due tempi. Un primo tempo finalizzato all’incremento di quella competitività del sistema economico in via di globalizzazione come unica condizione per favorire la crescita che, in un secondo tempo, avrebbe dovuto – nelle migliori intenzioni riformiste – generare le risorse per migliorare la distribuzione sociale del reddito e, quindi, il livello della domanda. Le misure per creare competitività, nel contesto della cultura economica dominante, hanno riguardato in primo luogo due direttrici: da un lato lo smantellamento dello stato sociale e la sua finanziarizzazione privata (a partire dalle pensioni, per poi via via intaccare l’istruzione e oggi la sanità), dall’altro la flessibilizzazione del mercato del lavoro, al fine di ridurre i costi di produzione e creare i profitti necessari per incoraggiare un eventuale investimento. I risultati non sono stati positivi: lungi dal favorire un ammodernamento del sistema produttivo, tale politica ha generato precarietà, stagnazione economica, progressiva erosione dei redditi da lavoro, soprattutto dopo gli accordi del 1992-93, e quindi calo della produttività. Il secondo tempo non è mai cominciato e sappiamo che, sic rebus stantibus, non comincerà mai.

Tutto ciò è poi avvenuto mentre era in corso una rivoluzione copernicana nei processi di valorizzazione capitalistica, che ha visto la produzione immateriale-cognitiva acquisire sempre più importanza a danno di quella materiale-industriale. Oggi i settori a maggior valore aggiunto sono quelli del terziario avanzato e le fonti della produttività risiedono sempre più nello sfruttamento delle economie di apprendimento e di rete, proprio quelle economie che richiedono continuità di lavoro, sicurezza di reddito e investimenti in tecnologia: in altre parole, una flessibilità lavorativa che può essere produttiva solo se a monte vi è sicurezza economica (continuità di reddito) e libero accesso ai commons (conoscenza, mobilità, socialità). Il mancato decollo del capitalismo cognitivo in Italia è la causa principale dell’attuale crisi della produttività. L’attuale mantra sulla crescita parte dall’ipotesi che l’eccessiva rigidità del lavoro sia la causa prima della scarsa produttività italiana. La realtà invece ci dice l’opposto. È semmai l’eccesso di precarietà il principale responsabile del problema. Chi di precarietà ferisce, prima o poi di precarietà perisce.

DGL: In che misura il reddito di base incondizionato potrebbe invece scardinare tale logica?

AF: Il prevalere oggi di economie di scala dinamiche (di apprendimento e di relazione) come fonte della produttività e della ricchezza ci porta a credere che sia prioritario pensare a un nuovo sistema di sicurezza sociale (commonfare) quale punto di partenza per riorganizzare il mercato del lavoro.

Per fare ciò occorre rovesciare completamente la logica dei due tempi dell’attuale politica economica. Il primo tempo dovrebbe essere costituito da interventi finalizzati a garantire non solo la stabilità di lavoro (laddove è necessaria) ma soprattutto la stabilità di reddito e la sicurezza sociale, in modo da migliorare la capacità produttiva, incrementare la domanda, favorire i processi di apprendimento e di rete per accrescere la produttività, creando così condizioni più favorevoli per gli investimenti (non occorre essere economisti per comprendere che gli investimenti sono funzione più delle aspettative sulla domanda futura che di quelle sul livello presente dei profitti o delle rendite percepite).

In quest’ottica, l’Italia ha bisogno di secur-flexibility più che di flex-security, soprattutto se quest’ultima è tracciata dalle linee guida del Jobs Act, che prevede l’istituzionalizzazione di un contratto a tempo determinato come contratto di riferimento per tutti (ad alto grado di ricattabilità e subalternità del lavoratore), un contratto di apprendistato per i giovani a medio-bassa qualifica trasformato in contratto di inserimento a bassi salari e vantaggioso fiscalmente per le imprese, e lavoro di stage o volontario per i giovani a medio-alta qualifica, in attesa di essere inseriti nel mercato del lavoro con contratti a termini (la cd. “garanzia giovani). L’istituzionalizzazione di una condizione precaria strutturale, generale ed esistenziale è esattamente ciò che non ci vuole.

Ciò di cui abbiamo invece bisogno per ridurre e combattere la precarietà, è un reddito di base incondizionato come strumento, primus inter pares, per mettere a nudo le contraddizioni dell’attuale stagnante accumulazione economica. Che la proposta di un welfare fondato su un unico intervento di sostegno al reddito venga ritenuta politicamente inaccettabile dalla classe imprenditoriale non stupisce più di tanto, anche se garantire un reddito stabile aiuterebbe la crescita della produttività e della domanda di consumo (quindi, in ultima analisi, anche del profitto). Il vero problema è che una regolazione salariale basata sulla proposta di reddito di base incondizionato (magari unita a un processo di accumulazione fondato sulla libera e produttiva circolazione dei saperi) mina alla base la stessa natura del sistema capitalista, ovvero la necessità del lavoro e la ricattabilità di reddito come strumento di dominio e controllo, oltre alla violazione del principio di proprietà privata dei mezzi di produzione (ieri le macchine, oggi la conoscenza).

Se il diritto al lavoro viene sostituito dal diritto alla scelta del lavoro, la maggior libertà che ne consegue può assumere connotati eversivi e potenzialmente sovversivi. La posizione contraria a qualsiasi proposta di reddito di base da parte dei sindacati deriva invece da due principali fattori: da un lato, buona parte del sindacato italiano (non solo quello confederale ma anche quello di base) è ancora fortemente imbevuta dell’etica del lavoro e accetta difficilmente di dare un reddito a chi non lavora, soprattutto se incondizionato e non finalizzato all’inserimento lavorativo; dall’altro, viene visto con preoccupazione il fatto che il reddito di base possa influire negativamente sulla dinamica salariale (effetto sostituzione) e ridurre gli ammortizzatori sociali.

Riguardo al primo punto, la posizione dei sindacati, non dissimile da quella delle controparti, rispecchia il ritardo – sia culturale sia politico – con cui le forze sociali prendono atto dei cambiamenti intervenuti nel passaggio dal capitalismo fordista al biocapitalismo cognitivo. L’idea che bisogna guadagnarsi il pane con il sudore della propria fronte rispecchia l’ideologia del lavoro, sino a declinarsi nella “falsa” parole d’ordine di “lavoro bene comune”.

Il secondo punto pone invece una questione più importante. Il rischio che l’introduzione di un reddito di base possa indurre una riduzione dei salari è effettivamente reale. Per questo una simile misura deve essere accompagnata dall’introduzione in Italia di una legge che istituisca il salario minimo, ovvero stabilisca che un’ora di lavoro non può essere pagata meno di una certa cifra, a prescindere dal lavoro effettuato. Inoltre, occorre anche considerare che la garanzia di reddito diminuisce la ricattabilità individuale, la dipendenza, il senso di impotenza di lavoratori e lavoratrici nei confronti delle imprese.

Richiedere un reddito minimo è la premessa perché i precari, i disoccupati e i lavoratori con basso salario possano sviluppare conflitto sui luoghi di lavoro. Oggi il ricatto del licenziamento o del mancato rinnovo del contratto, senza nessun tipo di tutela, è troppo forte. Il reddito, unito a garanzie contrattuali dignitose e a un salario minimo, renderebbe tutti meno ricattabili e quindi più forti. E permetterebbe di chiedere il miglioramento delle proprie condizioni lavorative e contrattuali.

 

Paesani sovversivi

«La gambe del Felice», il romanzo di Sergio Bianchi pubblicato per la prima volta nel 2004 presso Sellerio e appena ripubblicato da DeriveApprodi - è la descrizione in vitro, passo per passo, delle fasi di un processo che ha un nome e una data: il Miracolo economico italiano, il mitico Boom che alla fine degli anni ’50, che esplode come un virus inarrestabile, proliferando attraverso le piane e le valli cisalpine e cispadane, travolgendo ovunque costumi e consuetudini, tradizioni locali e tabù cattolici, mentalità e dialetti… Una scrittura nominale, concreta, materiale, «parlata», una struttura per quadri, una coralità di microstorie. Una punteggiatura secca, battente, senza virgole. Una parola che sembra discendere da un altro tempo.

Qui un estratto video della presentazione del 9 maggio al Loa Acrobax (Ex Cinodromo).

Le fragole… come?

Alberto Capatti

Dopo mesi di ricette, una pausa di riflessione e di commento testuale. Prendiamo Je sais cuisiner di Ginette Mathiot, un classico, pubblicato nel 1932 e ristampato, con le correzioni dell’autrice, quindi dei propri redattori da Albin Michel. È stato per i francesi quello che per noi è o era Il talismano della felicità di Ada Boni (anch’esso del 1925). Ginette insegnava economia domestica in rue Huyghens a Parigi, nella stessa via del suo futuro editore, donde l’incontro… In stagione, ecco le sue

Fraises au naturel

Préparation 5 min.
500 gr de fraises
sucre en poudre à volonté
Laver, égoutter, éplucher. Dresser sur un compotier garni de feuilles de vigne, accompagner de sucre en poudre. L’habitude de servir les fraises, même celles cueillies dans son jardin, sans les laver, est absolument contraire à l’hygiène.

 

Fragole al naturale

Preparazione 5 minuti
500 gr di fragole
zucchero in polvere a piacere
Lavare, sgocciolare, mondare. Disporre in una ciotola foderata di foglie di vite, accompagnare con zucchero in polvere. La consuetudine di servire le fragole, anche quelle del proprio giardino, senza lavarle, è assolutamente contraria all’igiene.

L’insegnante di economia domestica emerge nell’ultima frase. Ottant’anni dopo prelavate e confezionate, le fragole di un supermercato esigono quest’operazione per uno scrupolo il quale, non più ispirato dall’igiene, riflette un rapporto antico con la fragola estratta dal terriccio. Nel 1932, inoltre, la fragola imponeva zucchero in polvere e una presentazione. Il richiamo alla vite era connaturato ad una società che aveva in essa il fattore determinante dell’economia agricola e il principio ornamentale coltivato dalle Belle Arti. Le sue foglie erano indicate da Ginette Mathiot anche per i lamponi, per quei frutti del bosco o dell’orto fragili, effimeri e bisognosi di un aiuto perenne, cromaticamente compatibile con il rosso o con il carminio.

Come condire altrimenti le fragole? Ada Boni considera la risposta a questa domanda, conclusiva, e prima di mettere la parola fine al suo Talismano, si pronuncia così: “Generalmente le fragole si condiscono con vino, rosso o bianco e zucchero. Anche eccellenti sono con marsala e zucchero. Si possono poi condire col cognac, col maraschino, col curaçao e, in genere con tutti i liquori, aggiungendo o no dello zucchero; allo stesso modo che si può adoperare dello champagne. Le fragole sono buone anche condite con un po’ di latte e zucchero, e, meglio ancora, con panna montata e inzuccherata. Ma ciò che a noi sembra migliore, specie se trattasi di piccole fragole di bosco, è il sugo di limone. Dopo aver scelto e lavato le fragole, si condiscono con sugo di limone – più o meno secondo la quantità delle fragole – e zucchero in polvere. È bene condirle un paio d’ore prima di pranzo per poterle tenere in ghiaccio fino al momento di mangiarle…”

Non apriamo il dibattito, perché quest’ultimo punto è molto controverso… e ci par di sentire Livio Cerini di Castegnate: “Il rigore della temperatura del frigorifero è negativo per il sapore. E non parliamo neppure del “freezer”! Le fragoline ghiacciate sono una vera catastrofe gustativa!” (Gourmet vegetariano per carnivori, Idea Libri, 2002, p. 282)

A ogni passo del sempre

Alfonso Guida

C’è una breve macchia intorno alla testa –
breve come uno spavento. Stellata
ghirlanda di spine calve, il tuo minimo
soffio, le perdizioni anchilosate.
S’ingrigisce una frazione di pelle,
gli elettrodi restano stretti ai muscoli –
distillano ovatta e vino su ogni mia
ferita. L’ostrica imperlata: paura.
Come dire: ho paura del sole. Ho paura
di ogni luce. Non rendiamo spiegabile
la morte. Il mento screpolato, la linea
di una cicatrice tra collo e petto.
Leggendaria scoperta – quaggiù nella
palude combattiamo le battaglie
di neve. Sonno: ordire l’imboscata,
mi sguinzagliano dietro i cani, il tempo
di lasciar morire il suicidio, niente
defezione – un castello d’acqua e legno
dove si espande l’argano che frusta
la nebbia. È il perdono. È il mio paese morto.

Alfonso Guida
A ogni passo del sempre
«i domani» Aragno (2013),pp. 113
€ 8,00

La scuola della valutazione

Giorgio Mascitelli

La pubblicazione sul giornale inglese Guardian il 6 maggio scorso di una lettera al direttore del programma PISA dell’OCSE Andreas Schleicher da parte di un gruppo di accademici ed esperti di didattica in prevalenza anglosassoni sui danni prodotti dallo stesso programma al sistema scolastico rappresenta una riflessione e una proposta di dibattito che per la sua ampiezza richiederebbe il rapido sviluppo di quella che, per comodità, potrei chiamare un’opinione pubblica globale.

Gli estensori della lettera criticano la pretesa di ridurre a valutazioni quantitative omogenee sistemi scolastici disomogenei finendo con il produrre risultati falsati, ponendo le scuole e i sistemi scolastici che operano in ambienti sociali sfavorevoli agli ultimi posti e favorendo una didattica tutta rivolta a migliorare la posizione in classifica, che trascura obiettivi fondamentali dell’insegnamento come la formazione culturale e civica dello studente. Un secondo genere di osservazioni non meno importanti è relativo al quadro di legittimità delle prove PISA che sono promosse da un’organizzazione che non ha alcun mandato internazionale, a differenze di Unicef o Unesco, per occuparsi di questioni educative e culturali e alla sua collaborazione per la realizzazione di queste prove con soggetti economici privati che hanno interessi aziendali nel mondo della scuola.

Potrebbe apparire sorprendente che un sistema di rilevazione internazionale triennale per quanto prestigioso abbia influenze così pesanti sul mondo della scuola di nazioni diverse, ma bisogna considerare che i dati PISA vengono utilizzati come indicatori dai vari governi per le loro scelte in materia di politica scolastica e che hanno originato una serie di valutazioni all’interno delle singole nazioni con modalità, criteri e finalità analoghi (per l’Italia si tratta delle prove INVALSI). In un certo senso si potrebbe affermare che le prove PISA tendono a prendere una funzione simile a quella che hanno le agenzie di rating sul mercato finanziario delle obbligazioni e dei titoli di stato con analoghi effetti di condizionamento.

Naturalmente non è possibile descrivere qui dettagliatamente le conseguenze nella vita scolastica concreta di questo stato di cose, l’osservazione delle quali ha probabilmente indotto i firmatari a scrivere la loro lettera. Vale invece la pena di fare qualche osservazione a margine a partire dal fatto che l’obiettivo delle prove PISA è la misurazione in termini numerici, ossia astratti, del valore dell’istruzione dei singoli paesi e delle singole scuole. Si tratta dunque della ricerca di una misura oggettiva del valore dell’istruzione, sulla base della quale sarebbe dunque possibile stabilire un equivalente monetario oggettivo, e nel contempo il miglioramento qualitativo, ma valutato quantitativamente, dell’istruzione può essere raggiunto dalle varie scuole solo tramite l’adozione di pratiche scolastiche standard, costruite sul modello delle prove PISA.

Se da un lato tutta questa razionalità ricorda indubbiamente i complicati calcoli mentali di certi personaggi beckettiani, dall’altro è chiaro che questa logica richiama quella che sta alla base del processo di industrializzazione, seppure in modo più instabile e meno realizzabile data la natura immateriale e non priva di astuzie metafisiche dell’oggetto di questa produzione industriale ossia l’istruzione. Sul piano dell’esperienza culturale del singolo studente, invece, la scuola forgiata dalle prove PISA, o meglio dalle politiche e dalle pratiche che prendono l’abbrivio da esse, tende a diventare qualcosa di simile a un nonluogo. In un certo senso la scuola ha costitutivamente dei caratteri da nonluogo, basti pensare a una certa uniformità dell’architettura scolastica o alla sua parziale separatezza dall’ambiente sociale circostante, ma essi sono controbilanciati dalle relazioni umane che in essa si intrecciano e dalla presenza della trasmissione del sapere, che funge da tramite con la storicità della propria società (operazione effettuata in maniera consapevole nelle buone scuole).

Tra le relazioni umane ovviamente ha un ruolo fondamentale quella tra studente e insegnante, perché un buon insegnamento anche in senso tecnico è sempre fondato sul fatto che procede da una relazione umana di tipo educativo: non a caso nelle scuole autoritarie la specificità di questo tipo di relazione è stata negata imponendo all’insegnante di interpretare il ruolo ora del genitore, ora della guida spirituale, ora del comandante militare o del tecnico.

Una scuola centrata sulle valutazioni quantitative sopprime sia la relazione umana dell’insegnamento sia la consapevolezza della storicità del sapere trasmesso perché l’unico obiettivo è il raggiungimento degli obiettivi didattici stabiliti implicitamente dalle prove. La prima in quanto a un insegnante viene di fatto richiesto di raggiungere livelli standardizzati attraverso modalità standard, la seconda perché una scuola competitiva che definisce il proprio valore attraverso test e classifiche ostacola qualsiasi riflessione critica sui saperi che impartisce.

Rimuovendo queste dimensioni la scuola resta un ambiente asettico assolutamente assimilabile a un aeroporto o una località turistica. Nella prevalenza di questa idea di scuola nella nostra società, possiamo in fondo leggere un finale di partita per l’idea dell’acculturazione e della formazione come processo di emancipazione che ha informato di sé la scuola moderna.

La diserzione, il rifiuto e la post-arte

Nicolas Martino

Il fallimento dell'utopia delle avanguardie e delle neoavanguardie ha esaurito la parabola del modernismo rivelando l'opera d'arte nella sua essenza come merce tra le altre. Rivelandola anzi come la merce modello, un prodotto perennemente obsoleto il cui unico interesse risiede nelle sue trovate tecnico-estetiche, e il cui solo uso consiste nello status che conferisce a quelli che ne consumano la versione più recente. La sussuzione del lavoro artistico e culturale nella rete produttiva del capitalismo ha comportato una domesticazione generalizzata.

L'opera d'arte è un gadget di lusso che risponde a un protocollo predeterminato dal sistema globale dell'arte. Produce capitale simbolico e distinzione, ma dev'essere facile, divertente, ben confezionata, curiosa forse, mai dissonante però, perché non sorprende né disorienta mai davvero. Risponde a un gusto internazionalmente omologato, a uno sguardo colonizzato e addomesticato. Se vendi vali, e per vendere devi costruire un prodotto rassicurante, facile, divertente, ben confezionato e opportunamente addomesticato. Ed è proprio questa la verità del capitale, la domesticazione del gusto e della dimensione estetica, la riconfigurazione progressiva dell'intera sensibilità umana, in una società dove, lo aveva intuito l'intelligenza visionaria di Debord, tutta la vita si presenta come un'immensa accumulazione di spettacoli.

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Alfredo Jaar, Studies on Happiness (1981)

Prima del moderno l'artista coincideva con l'artigiano e il suo contrassegno era l'anonimato come nella cultura bizantina e nei secoli in cui era stato in Europa, insieme ai suoi fratelli, un costruttore di cattedrali. La nascita dell'artista moderno, andrà invece di pari passo con l'imporsi del nome proprio e col suo graduale emanciparsi dal monopolio corporativo. Mentre nel caso dell'artigiano il valore estetico faceva tutt'uno con la perizia del mestiere e con la padronanza tecnica, nel caso dell'artista il valore estetico diventerà un plusvalore sovrapposto alla perizia tecnica e alle regole tramandate.

L'opera d'arte sarà definita dal segno di un genio individuale come in Giotto, il primo pittore «borghese»1 che ha inaugurato lo spettacolo moderno dell'arte. L'artista diventerà d'ora in poi un creatore, e quindi il prototipo del soggetto moderno, l'individuo «artefice della propria fortuna». Il processo di emancipazione del soggetto moderno, che trova in Cartesio la sua sanzione metafisica, si completa con il processo di soggettivazione dell'artista. Artista pronto, dopo la secolarizzazione e il fallimento delle utopie rivoluzionarie del Novecento, a essere sussunto dalle fantasmagorie del capitalismo semiotico.

Francesco Matarrese, Telegramma (1978)

E proprio l'artista, dal momento in cui incarna la libertà di creare, è diventato negli anni Ottanta del Novecento, con l'imporsi del nuovo paradigma organizzativo postfordista e l'affermazione del lavoro autonomo e dell'autoimprenditorialità, il modello di «capitale umano»2. Ma l'artista ha sempre solo pensato di essere libero, passando in realtà da una sottomissione all'altra. Anche se non ha un padrone diretto, l'artista è sottomesso a dei dispositivi di potere, che non solo definiscono l'ambito della sua produzione, ma gli fabbricano una soggettività. E anche il lavoro autonomo e l'autoimprenditorialità segnano in realtà una grande sconfitta. Sconfitta di quel movimento dell'autonomia operaia e di quelle soggettività che avevano praticato il rifiuto del lavoro. Sono il risvolto privato di quella sconfitta, il segno dell'incapacità e dell'impossibilità di trasformare il rifiuto del lavoro da negazione del capitale a pratica di invenzione di forme dell'agire economico collettivo.

Si tratta della strategia giocata dalla controrivoluzione neoliberalista che punta a colonizzare il cuore e l’anima e sintetizzata dalla famosa ingiunzione di Margaret Thatcher: «Arricchitevi!». La felicità degli anni Ottanta ha un cuore di panna, solo il mercato gode, translucido. Eppure non tutto è perduto, la sussunzione reale non è mai una reificazione totalizzante e nel tessuto del capitale è sempre possibile aprire brecce, produrre incidenti, resistenze e bruciature. Perché il capitale, è bene ricordarlo, non è un Moloch, ma una relazione di comando e quindi sempre una lotta tra i dispostivi di governo e assoggettamento e la cooperazione viva dei soggetti produttivi.

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Guy Debord, Abolition du travail aliéné (1963)

Ma per capire il come, è importante risalire all'origine di questa nostra domesticazione. Ed è dal cuore della modernità stessa che ci arriva una formidabile indagine su questo enigma, quel Discorso della servitù volontaria scritto nel XVI secolo da Étienne de La Boétie, manifesto clandestino di molte insubordinazioni. La tesi fondamentale di questo classico ribalta le concezioni tradizionali sul potere: l'uomo è attraversato da una libido serviendi per cui ogni potere si fonda non tanto sulla forza di chi lo esercita, ma sull'adesione volontaria di chi lo subisce. Gli uomini insomma sembrano amare le proprie catene più della loro naturale libertà. «Decidetevi a non servire più, ed eccovi liberi. Non voglio che lo abbattiate o lo facciate a pezzi: soltanto, non sostenetelo più, e allora, come un grande colosso cui sia stata tolta la base, lo vedrete precitare sotto il suo peso e andare in frantumi»3. La Boétie ci invita dunque a disertare, a rompere il concatenamento della domesticazione generalizzata a cui da origine quella servitù volontaria che il neoliberalismo contemporaneo riesce a mettere straordinariamente a valore.

Ma come liberarsi dunque da questo agencement, come disertare la colonizzazione dello sguardo e del gusto e la loro domesticazione, fuggendo allo stesso tempo le false promesse del postmoderno? Perché, ricordiamolo, il postmoderno nelle sue diverse formulazioni è, avrebbe detto Michelstaedter con la sua splendida metafora, un peso agganciato al moderno e non può uscire dal gancio, poiché «quant'è peso pende e quanto pende dipende». Pensiamo qui al postmoderno filosofico italiano e al neomaniersimo della Transavanguardia, anamorfosi del moderno, raffinate ideologie scettiche e logiche culturali del neoliberalismo, in quanto «parodie dello sguardo critico e insieme consumata abilità a godere dei privilegi della restaurazione»4.

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Giuseppe Chiari, L'arte sarà di tutti (1978)

Un'indicazione suggestiva ci viene da un'antica parola ebraica, tzimtzum, che significa ritrazione o contrazione, e sta a indicare l'atto d'amore con cui Dio, al momento della creazione, si è ritirato per far posto al mondo. Ecco, allo stesso modo l'artista, con un atto d'amore, dovrà ritirarsi e rifiutare la sua identità, sottrarsi a quella gestione del proprio io che gli ha dato l'illusione di essere libero, per potersi finalmente metamorfizzare. Allo stesso modo, dovremo complessivamente ritirarci da questo mondo in cui domina il capitale, dovremo praticare la diserzione a cui ci invita La Boétie, seguire ostinatamente il rifiuto di Bartleby, ma allo stesso tempo dovremo essere in grado di andare più in là della sola sottrazione, dovremo essere capaci fin da subito «di spedire pattuglie in territorio ignoto, per osservare e sabotare, ma soprattutto per sperimentare e ricostruire»5.

Sperimentare e ricostruire un tempo e uno spazio che restituiscano l'opera alla sua dimensione collettiva. Nel tempo e nello spazio della post-arte, l'opera non potrà che essere di tutti e per tutti come costruzione di uno spazio e di un tempo comuni dell'abitare. Il tempo e lo spazio della post-arte potranno ricordare forse quelli dell'Europa attraversata dai costruttori di cattedrali. Senza più alcuna trascendenza però, la post-arte esprimerà invece l'immanenza assoluta della comunità umana.

Questo articolo è stato scritto in occasione di BANLIEUSART: L’arte incontra i movimenti la giornata organizzata dal MAAM Museo dell’Altro e dell’Altrove per oggi 16 maggio.
Qui il programma completo.

  1. Jean Gimpel, Contre l'art et les artistes, Seuil 1968 []
  2. Maurizio Lazzarato, Marcel Duchamp e il rifiuto del lavoro, edizioni temporale 2014 []
  3. Étienne de La Boétie, Discorso della servitù volontaria, Feltrinelli 2014 []
  4. Bernard Rosenthal, Autopsia della storia, La Salamandra 1979 []
  5. Antonio Negri, Neuf lettres sur l'art, Fayard 2009 []