Un estratto da I giorni e gli anni

Uwe Johnson

1 maggio 1968, mercoledì

E nella patria, quella tedesco-occidentale, come vanno le cose?
A Stoccarda una corte, in capo a 144 sedute e un anno e mezzo, ha condannato alcuni soldati delle S.S. che tenevano in schiavitù la popolazione ebraica di Lemberg, che poi annientarono definitivamente nel campo di concentramento di Belzec. (Quando uno non se la sentiva di fucilare i prigionieri, i superiori non gli facevano nulla.) A Lemberg morirono in 160.000 per via dei tedeschi, a Belzec furono un milione e cinquecentomila, e solo uno dei colpevoli è stato condannato all’ergastolo. Di un altro la corte ha stabilito che fosse ubriaco per la maggior parte del tempo, così gli toccano solo dieci anni, in virtù delle attenuanti generiche.
Nel Baden e nel Württemberg i neonazisti hanno preso il 9,8 percento alle elezioni del Land, il che fa 12 seggi su 127, per cui un passante su dieci nelle strade del Baden-Württemberg…
Il Bund tedesco consta di undici Länder, e in sette di questi i nazisti sono già rappresentati. Dice sia una circostanza imbarazzante per il cancelliere Kiesinger, essendo stato lui stesso un nazista, e il suo sodale Brandt, l’antifascista, si dice che si rammarichi per la perdita che ciò rappresenta in termini di fiducia. Così è scritto.
Un prezzo ben salato è quello che il New York Times dice che debbono pagare i socialdemocratici per la loro partecipazione a un governo delle destre. Però la nostra zietta benpensante rimane fedele a se stessa e dà anche un po’ di colpa agli studenti scontenti. Se avessero tenuto un comportamento tranquillo dopo l’attentato al loro leader, l’elettorato non sarebbe traghettato in massa nel campo di coloro che promettono rinnovata severità repressiva. E avrebbe dovuto essere una felice Pasqua!
– Ma che te ne importa, ci hai abitato laggiù, niente di più.
– Ci ho abitato, niente più che questo.
– Invece qui abbiamo una rivoluzione, a neanche venti isolati di distanza!
– L’hai vista di persona?
– Oggi pomeriggio son cinque giorni che va avanti. E dovresti saperlo dal tuo giornale. Tua zia avrebbe dovuto dirtelo.
– Non mi ha detto che una bimba straniera che non c’entrava nulla era a giro fra poliziotti e studenti alla Columbia.
– A giro no. Come quegli altri me ne sto ferma e guardo bene.
Che la polizia non manganelli quando porta via qualcuno.
– E allora vuol dire che aspetteranno di essere all’interno del cellulare, per colpire.
– Sembri lì apposta per togliere l’entusiasmo.
– Però gli studenti han potuto vedere: c’è una bimba che vigila ed è dalla loro parte.
– Non è granché, lo riconosco. Magari però così imparo come si fa.
– Per quando avrai diciannove anni.
– Ma insomma, dimmi cosa c’è di sbagliato!, educarmi è tuo dovere.
– Non farti arrestare.
– Gesine, non sei d’accordo con gli studenti, tu?
– Ora, d’accordo…
– Lo vedi. Vogliono cambiare in meglio la loro università, e anche se han fatto tanti discorsi, ora sono passati all’azione, e ognuno può vederlo. Dovrebbe star bene anche a te che non vogliano che l’università costruisca una palestra a Morningside Park, e che vogliano si ritiri dalla collaborazione con l’I.D.A., l’Istituto di Analisi della Difesa
– quello che lavora per il Pentagono.
– Sono aspirazioni legittime.
– Ma non hanno solo scritto delle lettere o portato in giro dei cartelli. Lo sai anche tu: hanno occupato gli edifici dell’università.
– E ci si sono barricati con le mensole delle librerie.
– Ora Gesine, sei contro la violenza? e da quando?
– La violenza fatta ai libri.
– Ah, era questo. Hanno bevuto lo sherry del rettore, han dormito sulla sua moquette verde e ci hanno lasciato mozziconi e lattine vuote di conserva.
– Un danno di quasi mezzo milione di dollari.
– Ma la Columbia non è un’impresa capitalistica? se il capitalista non cede, allora paghi di tasca sua.
– E può instillare la paura nella gente additando il vandalismo dei giovani che han studiato.
– E va bene. Un errore tattico.
– Ma neanche, no. Perché queste son le tracce dei bianchi. Mentre nella Hamilton Hall, dove c’erano gli studenti di colore, c’era avanzata meno sporcizia. Non ce l’avevano quegli altri un servizio di pulizia per il tempo che durava l’occupazione?
– Ce l’avevano sì. Un punto a favore della Lega degli afro-americani, e uno in meno per l’S.D.S.
– Students for a Democratic Society.
– Diresti di no?
– Certo che sì, Marie. E ieri notte è arrivata la polizia e li hanno fatti venir fuori. Settecento arresti.
– Un insuccesso. Per questa volta. Ma in questo Paese non siamo più al punto che conta solo il successo.
– Qui ci sarebbe anche della publicity.
– Gesine. Se uno venisse e te li chiedesse, li daresti anche tu dieci dollari per la cauzione dei fermati.
– Quindici dollari. Come forma di cortesia.
– Non è rivoluzionario, quando si combatte per qualcosa da cui poi anche altri traggono vantaggio?
– Diciamo che non è propriamente egoistico. È rivoluzionario se in cima alle richieste c’è proprio l’amnistia?
– Se ci tengono a rimanere impuniti, forse trovano che la condanna non sia giusta.
– Di studiare, possono farlo una volta sola nella vita?
– Se proprio tieni al punto, Gesine: si tratta di studenti che vengono dalla classe media bianca. Forse non sanno di preciso qual è la loro posizione. Avanti con le obiezioni.
– Veniamo al secondo punto lì sul tuo volantino.
– Stop alla costruzione del Gymnasium a Morningside Park. Qui, niente da ridire.
– Marie, sono sette anni che l’università ha comprato dal comune il terreno, il progetto c’è dal 1959 e già allora il Morningside Park apparteneva alla gente di Harlem, ai negri, e proprio per loro c’era una piscina nel piano regolatore, e i rappresentanti dei negri eran contenti per i propri figli. Perché nel 1968 dovrebbe essere altrimenti?
– Perché allora ci vedevano meno chiaro.
– Per il fatto che la piscina pubblica per Harlem era quella di sotto e che i negri avevano a disposizione solo l’ingresso est? – No, Gesine. È forse che la gente di Harlem adesso ha preso coscienza di sé e non vuole nessuna graziosa concessione dall’università dei bianchi, e non si accontenta di un accesso dalla porta di servizio.
– Ed è per questo che l’università deve costruire dalla parte dei bianchi, sul Riverside Drive.
– Ecco.
– Per rispetto della dignità di quelli di Harlem.
– Sì.
– Così Harlem alla fine non ha una piscina nel suo parco. Ti sembra un prezzo giusto?
– Giusto, Gesine. La municipalità deve costruirgliene una. Gli spetta di diritto.
– Siamo d’accordo.
– Ma fai per lasciar perdere, o davvero ora la vedi anche tu come me?
– Come te.
– C’è altro? Posso esserti utile ancora in qualcosa?
– Il punto quattro sul volantino. Quell’I.D.A.
– Questo istituto che gronda sangue lavora per lo stato maggiore generale! Giudicano l’affidabilità dei sistemi di difesa, conducono ricerche per il Pentagono, aiutano il governo a escogitare come far fronte alle rivolte!
– Ma l’istituto c’è già dal 1955, e il Massachusetts Institute of Technology era fra i cofondatori. Perché a quel tempo non faceva una piega? E la Columbia è entrata nel consorzio solo nel 1960. Perché non era allora il momento giusto?
– Perché nel frattempo è scoppiata una guerra, e il lavoro che fanno è contro il Viet Nam.
– Gli studenti del 1955 e del 1960 non scendevano in strada per via della bomba atomica?
– Lo ammetto, Gesine. Gli studenti arrivano in ritardo.
– E una cosa ancora. Già da marzo l’università non è più membro dell’I.D.A. in qualità di corporate. Se professori della Columbia sono stati attivi come collaboratori, lo hanno fatto a titolo personale.
– E tu come fai a saperlo?
– Indovina un po’. Da un candidato criminale di guerra, uno che nei circoli privati di questa città va sotto il nome di D.E.
– Questo saperla più lunga, di voi grandi, tante volte mi sembra una congiura.
– Marie, perché alla fine di aprile gli studenti pretendono quello che l’università ha già fatto a partire da marzo?
– Appunto, il ritardo.
– E l’università dovrebbe bandire dalle proprie sacre mura ogni professore che non voglia rinunciare ai suoi incarichi nell’I.D.A.?
– Esattamente.
– Ma di questo nel tuo volantino non si parla.
– O Gesine, e per queste piccole imprecisioni…
– Impreciso è la parola giusta.
– E questo a te basta per non essere più d’accordo.
– Mi basta, sì.
– Come se fossi una di quelle signore che di politica unne vogliono sapere.
– Forse perché di politica ne ho studiata troppa, e ora non mi riesce più l’applicazione pratica.
– E se io ora ti invitassi a fare un giretto dalle parti della Columbia, ci verresti?
– Sì.
– Per mostrare agli studenti che sei dalla loro parte?
– Ma mi andrebbe bene anche Riverside Park o la passeggiata al fiume, Marie.
– Avevo sperato tu dicessi una bugia. Tu m’inganni, vuoi solo provocarmi.
– No. È quel che sento.
– Se non sapessi che hai lavorato tutto il giorno…
– Non è la stanchezza dal lavoro, Marie.
– Se tu ogni giorno non provassi a fare qualcosa per il tuo socialismo in un Paese lontano…
– E questa, sarebbe?
– Non volevo metterti di cattivo umore.
– No. No: di’ un po’.
– Come vanno i tuoi affari, quella storia del grano socialista che viene dal Canada e tutta questa serie di cose.
– Di’, di’ un po’.
– Una volta è stata anche la tua, come si dice?, «Alma Mater»?
– C’era una volta un negozio, e per quattro semestri ci sono andata a comprare Economia politica. Ero cliente, ho pagato, e non sono contenta del servizio.
– Ma insomma, come ti vanno gli affari?
Il segretario del partito dei comunisti a Praga nega che gli amici sovietici abbiano annullato i contratti di fornitura di grano. Dice sia una voce incontrollata. Al contrario, avrebbe ricevuto da Mosca un credito di quattrocento milioni di dollari per la fornitura di merci che altrimenti l’Unione Sovietica dovrebbe importare pagando a Paesi dalla valuta forte. Le cose invero stanno così. È solo che alla scadenza del termine la fornitura di grano ancora non era arrivata.

 Si pubblica qui un estratto da I giorni e gli anni di Uwe Johnson (L'Orma editore, 2014)

I giorni e gli anni

Stefano Gallerani

Poco meno che trentenne, nei primi anni sessanta Uwe Johnson è uno degli autori europei più considerati: nel 1961 Il terzo libro su Achim (che l’anno seguente gli vale il Premio Internazionale degli Editori) consolida la sua fama di “primo vero scrittore delle due Germanie” e conferma il precoce talento che s’era imposto all’attenzione del mondo letterario già con il romanzo d’esordio, quelle Congetture su Jacob (1959) che nel ’62, nella comunicazione a Formenton riportata poi nel quinto numero del “menabò”, Elio Vittorini definisce, a petto del Tamburo di latta di Grass - giudicato un romanzo che “si muove ancora, in effetti, nella sfera già tanto sfrutta (e non solo in Germania né solo in Europa) del linguaggio espressionistico che oggi non sembra abbia più molte possibilità di portare avanti la conoscenza dell’uomo contemporaneo attraverso la letteratura”… quelle Congetture che, dicevamo, Vittorini definisce “un libro ineguale e certamente non armonico, non melodico, ma che apre una nuova possibilità nella conquista letteraria dei nuovi rapporti che si vanno stabilendo tra coscienza umana e realtà nel mondo moderno”.

E proprio con l’Italia Uwe Johnson stabilisce da subito un rapporto privilegiato: innanzitutto, in Enrico Filippini e Giangiacomo Feltrinelli trova un traduttore e un editore ideali, e poi, sempre nel ’62, forte del Fontane-Preis e del Prix International de la Littérature, lo scrittore di Cammin (in Pomerania) risiede per nove mesi all’Accademia tedesca di Roma, presso Villa Massimo; qui conosce e diventa intimo amico di Ingeborg Bachmann (cui nel ’74 dedicherà Un viaggio a Klagenfurt, struggente epicedio stilato nello stesso anno della scomparsa della scrittrice tedesca) e Max Frisch; con quest’ultimo, Uwe Johnson apre un dialogo fatto di tensione ed ammirazione reciproca che si protrarrà per oltre un decennio sino alla frizione determinata dalla pubblicazione, da parte dell’autore di Homo Faber, di Montauk, cui Johnson rimprovera il vampirismo dell’opera d’arte rispetto all’esperienza di vita.

È un nodo cruciale – quello della identificazione tra narrazione e vita – per Johnson, che dal 1966 comincia a lavorare al romanzo Jahrestage, un ambizioso affresco di storia contemporanea che compie un significativo scarto in avanti rispetto ai già estremi esiti formali dei primi romanzi: qui, all’universo congetturale - per sua definizione aperto a differenti ipotesi di reale - si sostituisce l’accurata analisi di un’insieme – diremmo un vero e proprio sistema – di relazioni che si conchiudono in quella che Michele Ranchetti ha definito “una circolarità di motivazioni e di cause”. Simile, dunque, nell’architettura prima ancora che nella struttura, alla Recherche proustiana, nell’impianto Jahrestage segue tre direttrici: la vita delle protagoniste, Gesine Cressphal (personaggio che già ricorreva nelle Congetture) e la figlia Marie a New York dal 21 agosto del 1967 al 20 agosto del 1968, il passato della loro famiglia in Germania, nel Meclemburgo (in cui Johnson situa un’immaginaria cittadina dal nome denso di evocazioni bibliche di Jerichow), dagli anni venti agli anni cinquanta, e, infine il controcanto costante che alle voci narranti offre la lettura quotidiana del New York Times.

Opera-mondo in cui Johnson riversa tutta la sua esperienza di uomo e di scrittore, la stesura di Jharestage subisce una forte battuta d’arresto nel 1975, quando lo scrittore, all’altezza della frattura con Max Frisch, scopre che da oltre dieci anni la moglie Elisabeth intrattiene una relazione con un agente dei servizi di sicurezza cecoslovacchi. Per lui è un colpo durissimo che, oltre a comprometterne il lavoro, ne mina la salute: da questo momento e dopo due attacchi cardiaci nel giro di pochi mesi, Johnson si abbandona a un vertiginoso processo autodistruttivo, trovando solo cinque anni più tardi la forza di rimettere mano al romanzo pubblicandone la quarta parte nel 1983, ovvero meno di un anno prima dell’attacco di cuore che gli sarà fatale: il 12 marzo del 1984 il suo corpo viene trovato senza vita nella casa Sheerness-on-Sea, dove Johnson si era stabilito dieci anni prima, ma il referto medico data il decesso nella notte tra il 22 e il 23 febbraio.

Come già era accaduto all’esordio, l’impatto sull’ambiente letterario di Jahrestage è notevole, ma l’estensione del romanzo e la cadenza ineguale in cui appaiono le sue quattro parti ne rendono viepiù difficile la ricezione. In Italia, il primo volume vede la luce nel 1972 (per i tipi di Feltrinelli e col titolo di Anniversari. Dalla vita di Gesine Cressphal) in un’edizione parziale, monca di molti passaggi, che non aiuta a intravvedere, nella minuziosa acribia della scrittura, l’intero disegno del progetto, e solo nel 2002 lo stesso editore milanese avvierà la versione integrale del ciclo a firma di Nicola Pasquetti e Delia Angiolini - ma i buoni propositi si arresteranno alla seconda parte, e solo oggi gli stessi traduttori sono riusciti a proseguire il loro lavoro trovando ospitalità nella casa editrice L’orma, impegnatasi a licenziare il resto del romanzo: I giorni e gli anni (20 aprile 1968 – 19 giugno 1968).

Dunque, con la terza parte finalmente si aggiunge un tassello fondamentale alla comprensione di un’opera che è tanto complessa quanto apparentemente lineare dietro il velo della scansione diaristica della vicenda: davvero, come per Proust, in Jahrestage si potrebbe dire, con un non semplice paradosso, che una pagina vale l’altra, tale e tanta è la consapevolezza che lo scrittore riversa in ogni riga facendola corrispondere, dal punto di vista simbolico, all’impianto complessivo del progetto: a fare da contrafforte al tempo “quotidiano”, non solo il continuo andirivieni tra passato e presente personale della famiglia Cressphal, ma anche, e soprattutto, una scrittura che non precipita mai verso facili soluzioni, ma s’arresta su dettagli, si arricchisce di particolari all’apparenza insignificanti e alla fine si frantuma nel tentativo di dare corpo a quello che, secondo Luigi Reitani, è il tema centrale di tutta l’opera johnsoniana, ovvero la possibilità di ricostruire nella letteratura la contraddittoria complessità e pienezza dell’esistenza;

e davvero è questo il fascino principale di un romanzo che, pur prestandosi a differenti letture (la prima, la più evidente, è ovviamente quella che, forse con un po’ di pedissequa pigrizia, sottolinea soprattutto la ricostruzione della storia tedesca della seconda metà del novecento), si caratterizza per un’intima coerenza che ha pochi eguali e distingue decisamente Uwe Johnson non solo dai suoi contemporanei e connazionali, ma dai molti scrittoi che in un modo o in un altro gli sono stati accostati.

Un ringraziamento particolare va, perciò, oggi, a chi ha trovato il modo e il coraggio di presentare una testimonianza di letteratura difficilmente comprensibile ai parametri commerciali della contemporaneità, anche se, offrendo dopo tanti anni la prosecuzione di un romanzo dalle molteplici vicissitudini, non avrebbe nuociuto accompagnarlo con una nota che di tutto questo, insieme con un richiamo alla prima e alla seconda parte di Jahrestage, avesse reso conto; ma è un piccolo appunto a fronte del maggiore e obiettivo merito di avere rimesso in circolazione, come un virus benigno, l’opera di un artista che, è il caso di dirlo, per quanto sembri macabro, davvero mise la propria esistenza al servizio di un’idea etica di letteratura. Fino al sacrificio più doloroso e più estremo.

Uwe Johnson
I giorni e gli anni (20 aprile 1968 – 19 giugno 1968)
traduzione di Nicola Pasqualetti e Delia Angiolini
L’orma editore, “Kreuzville-Aleph” (2014), pp.377
€ 26,00

Intervista con Uwe Johnson (1961)

a cura di Enrico Filippini

Johnson, quando uscirono, due anni fa, le Congetture su Jakob in Germania1 la critica disse: questo libro è la grande eccezione, la sua pubblicazione viene a riempire il vuoto letterario della Germania, a colmare un silenzio. Lei, di questo vuoto, ha sentito gli effetti negli anni della sua preparazione?

«No. E nemmeno ho cercato di introdurre qualche cosa in questo vuoto, di colmarlo. Quando scrissi le Congetture m’importava semplicemente di raccontare nel modo migliore una storia che conoscevo».

 Già. Secondo lei esiste qualche rapporto tra la sua opera e il programma del realismo socialista?

«No, non direttamente. Ho usato il realismo socialista e i suoi risultati, i suoi prodotti, come un criterio di comparazione, perché ho visto quali possono essere i frutti di questo metodo. Per me si trattava di un metodo tra tanti altri, e ne ho messo a confronto parecchi».

Lei viene dall’Est. Ha voglia di parlare dei suoi colleghi dell’Est?

«No».

La sua formazione: chi ha esercitato su di lei un influsso di cui lei sia cosciente, o meglio: quali autori ha letto con un particolare interesse?

«Alla prima domanda posso rispondere dicendo che durante gli studi di letteratura e di filologia si acquista una specie di indifferenza nei confronti delle opere e dei metodi letterari. Si conoscono tutte le opere, si studiano, e per finire si possono utilizzare del tutto indipendentemente dai loro autori e dai loro scopi perché entrano a far parte dell’arsenale letterario. Ho letto con interesse Brecht, Faulkner, Proust. Ma non sono ben sicuro che questo interesse fosse autentico, di ordine personale. Può darsi che questo dipenda dal fatto che certe opere non erano accessibili; tutt’a un tratto comparivano, me le trovavo tra le mani, e allora le leggevo al di fuori dello studio, prima, dopo lo studio».

Già, in un articolo ho letto (questa domanda non era prevista): «Johnson conosce il suo Joyce, conosce il suo Döblin».

«Sì, anzi, come potrebbe uno mettersi a scrivere se non conoscesse questi autori? Dopo che Döblin ha scritto l’Alexanderplatz e Thomas Mann il Dottor Faustus e Brecht il Galileo Galilei e certe poesie, e Joyce l’Ulisse, eccetera, uno non può mettersi al tavolino e scrivere come se queste opere non esistessero. Queste opere hanno posto determinati criteri».

Naturale. Ora: la sua lingua, il linguaggio delle Congetture. Cresspahl parla dialetto, anzi due dialetti: il Platt e il Missingsch (nota per il lettore italiano: il Missingsch è una lingua mista, lessico e forme grammaticali prevalentemente del buon tedesco, l’articolazione platt, sintassi prevalentemente platt o meglio niederdeutsch). Questo fatto mira soltanto a conferire a questo personaggio una certa distanza oppure implica altre cose? Per esempio che, analogamente a quanto avviene da noi, esiste un problema della lingua, della lingua letteraria e del linguaggio ordinario. In questo caso, che cosa intende fare utilizzando il dialetto, e questa utilizzazione ha una portata ideologica?

«Innanzitutto c’è questo, che Cresspahl è una persona poco istruita, viene dalla Germania del nord e ne utilizza la lingua. D’altra parte esistono in Germania moltissimi dialetti, gerghi, pronunce, e spesso coloro che li utilizzano non riescono a intendersi, per cui devono ricorrere alla lingua diciamo letteraria. Per quanto riguarda la lingua non avevo altri problemi».

Infatti ho sentito dire, nella Germania Occidentale, che lei parla in certo modo una lingua straniera. Secondo lei ciò deriva soltanto dalla sua provenienza oppure agisce anche un altro elemento: «la frontiera, la lontananza, la differenza» (aggiungo per il lettore, che sono queste le ultime parole del suo secondo romanzo, Il terzo libro su Achim, appena uscito in Germania)?2

«Naturalmente non so quali siano gli effetti, le impressioni suscitate dalla lingua che utilizzo. Ma forse posso prolungare per così dire questi effetti, in vista di certi scopi che io perseguo. Questi scopi si rifanno al fatto che negli ultimi tempi, recentemente, si sono venuti configurando, in Germania tre diversi sistemi terminologici: quello fascista, quello della Germania Occidentale e quello della Germania Orientale. Un racconto che investe tutti e tre questi sistemi, e quindi anche i sistemi di vita che stanno alla loro base, deve trovare un linguaggio che venga a capo di tutti gli oggetti, di tutti i rapporti di questi tre sistemi, cioè un nuovo linguaggio. In altre parole: non si può utilizzare un concetto, su cui uno dei sistemi avanza una pretesa assoluta, con tutto candore, come se un altro sistema, per esempio quello occidentale rispetto a quello orientale, non proponesse un’interpretazione completamente diversa dello stesso. Io mi guarderei bene per esempio dall’adottare una designazione fascista di un’organizzazione o di un’ideologia; cercherei sempre, piuttosto, di stabilire una relazione tratta [d]alla costellazione dei tre sistemi e in seguito da un certo rapporto con la coscienza di allora, con una coscienza più vicina a quell’attualità, una relazione che riesca a trasmettere con maggior pulizia le cose così come erano o così come sono. Naturalmente, mi è stato detto, i miei testi contengono alcune novità sintattiche. Lo ammetto. Ma non è che voglia imporle alla lingua».3

da sinistra a destra, nell’ordine, Giangiacomo Feltrinelli, Uwe Johnson e Enrico Filippini, in occasione della presentazione delle Congetture su Jakob al Circolo Turati di Milano l’11 novembre 1961 (la fotografia è conservata presso il Fondo Filippini di Locarno).
da sinistra a destra, nell’ordine, Giangiacomo Feltrinelli, Uwe Johnson e Enrico Filippini,
in occasione della presentazione delle Congetture su Jakob al Circolo Turati di Milano l’11 novembre 1961 (la fotografia è conservata presso il Fondo Filippini di Locarno).

Bene, del resto si trattava solo di una provocazione. Passiamo a un’altra domanda. Durante una intervista di due anni fa, Max Frisch mi disse, rifacendosi all’«effetto di estraniazione» teorizzato da Brecht, che oggi anche la narrativa deve procedere per questa via: non illusione, ma modello.4 Lei persegue fini analoghi?

«Io condivido l’opinione secondo cui oggi importano non tanto i sentimenti quanto la conoscenza. E ritengo che la prosa, la narrativa si presti a spiegare le cose, a mostrarle. E ritengo quindi che essa eluda il suo compito se cerca di coinvolgere il lettore, colui che “rifà” ciò che è scritto e descritto, in un mondo di illusioni».

Ora la struttura delle Congetture. Uno dei problemi che le Congetture propongono al lettore è la temporalità e la spazialità degli avvenimenti, intrecciate col tempo specifico del narrare. All’inizio del libro Jakob, il protagonista, è già morto. La chiave temporale e non solo temporale del libro si trova nella quinta parte, nel viaggio di Blach a Jerichow. E tutto il libro è una specie di presentificazione, un’attualizzazione, nella memoria, di eventi passati. Questo è per lei semplicemente un mezzo per risalire lungo la struttura in divenire, segreta e talvolta polivalente, degli eventi, oppure lei avverte il problema del tempo vissuto e, insieme, della discrepanza di questo e del tempo fantastico?

«La struttura della Congetture su Jakob non è determinata da una serie di problemi di ordine teoretico: risulta bensì dalla storia stessa, dalla storia che in questo libro viene narrata. Ho cercato, scrivendo le Congetture, semplicemente i mezzi più adatti a narrare questa storia nel modo più chiaro e aderente possibile. Quindi la struttura viene dalla storia, dal contenuto. Tra l’altro dal fatto che all’inizio Jakob è già morto. La sua storia è nota, così come è nota la sua fine, prima ancora di cominciare con la narrazione, e questo pone un problema: che cosa rimane, di un uomo che è morto, nella memoria dei suoi amici. Da ciò il problema del tempo vissuto, delle differenze soggettive, e tutti gli altri problemi a cui lei ha alluso».

Sempre in questo ordine di considerazioni: il romanzo è una forma letteraria complessa che, tra l’altro, si presta a quella che in Germania si chiama Zeitkritik, critica della propria epoca, ma è anche una forma letteraria minacciata. Tanto per dire: un grande storico italiano della letteratura tedesca ha affermato che i «romanzi sperimentali» di Broch sperimentano in primo luogo le varie possibilità di distruggere il romanzo stesso. Altri hanno affermato che la crisi del romanzo è la crisi del personaggio (vedi la micropsicologia alla francese). Come dire che nella spontaneità del personaggio non si ritrova il «nesso», e oltretutto il nesso con la struttura pubblica, storico sociale. Crisi di esemplarità insomma. Il suo secondo romanzo è in fondo la storia di una difficile comprensione della vita di Achim. Lei che ne dice, cosa pensa del futuro del romanzo?

«Vede, il romanzo è stato sviluppato prevalentemente nel secolo scorso, per un pubblico passato. La narrazione è un’operazione della coscienza; nel secolo scorso si era soliti adottare come intelaiatura del romanzo una cronologia, un tempo cronologico fissato artificialmente. Ora sembra che la coscienza dell’uomo contemporaneo non vada più d’accordo con questa bella forma d’arte. Il cervello funziona in un modo completamente diverso, la coscienza non lavora secondo una cronologia, e io penso che dobbiamo cercare e trovare le vie più adatte per adattare il romanzo alla nostra coscienza attuale».

Tra l’altro il suo romanzo è stato messo a confronto col nouveau roman francese. È un caso? O lei conosce questi autori, persegue un programma analogo?

«No, intanto non perseguo un programma. Quello che mi importa è soltanto di raccontare una storia che conosco e nel modo più calzante».

In generale: di recente abbiamo fatto fare un’antologia della prosa tedesca dopo il ’45 che uscirà l’anno prossimo.5 Il taglio del ’45 è evidente; nel ’45 tutto sembrava andato perduto. Ora la cultura tedesca ha ripreso a riorganizzarsi, sta assumendo di nuovo un suo volto. Quali sono le sue previsioni?

«Esistono in Germania due letterature che si sviluppano secondo leggi proprie, cioè diverse. Fare previsioni mi è difficile».

I suoi due romanzi hanno come sfondo il grande problema della Germania attuale: la divisione. La sua è, diciamo, una letteratura engagée. Lei crede che la letteratura possa sviluppare un influsso politico?

«No, non credo. Il romanzo racconta determinati eventi e si rivolge a persone che si limitano a leggerlo. La rappresentazione di questi eventi può contenere certi punti di vista, persino valutazioni vincolate. Penso però che bisognerebbe evitarlo perché ciò intorbida, rende impura la funzione della narrativa. Se la lettura suscita certi effetti nei sentimenti e nelle nozioni dei lettori, questi effetti non si manifestano da un giorno all’altro; se la coscienza si modifica si modifica solo lentamente e soltanto in linea generale».

Un’ultima domanda. Lei è Jakob? Voglio dire: dopo i treni russi verso l’Ungheria, dopo le bombe anglo-francesi su Suez, anche lei «non sapeva più dove andare»?

«No, il libro non è in alcun modo autobiografico. Mi sono chiesto semplicemente come poteva agire, questa contiguità dell’Ungheria e di Suez, su un uomo il quale non è convinto che con la scelta tra le due alternative tedesche si richieda da lui una decisione razionale e ragionevole».

Note e cura di Alessandro Bosco
© riproduzione riservata

  1. Cfr. Uwe Johnson, Mutmassungen über Jakob, Frankfurt am Main, Suhrkamp, 1959 trad. di Enrico Filippini Congetture su Jakob, Milano, Feltrinelli, 1961 []
  2. cfr. Id., Das dritte Buch über Achim, Frankfurt am Main, Suhrkamp, 1961 (trad. di Enrico Filippini Il terzo libro su Achim, Milano, Feltrinelli, 1963). []
  3. In quest’ultima frase si nota una sfasatura rispetto alla lezione della versione in tedesco dell’intervista, in cui si legge «Aber das will ich nicht zur Sprache bringen» che andrebbe piuttosto tradotto con: «Ma di questo non vorrei parlare». «Ich auch nicht» («Neanch’io»), risponde del resto Filippini in una proposizione che tuttavia non figura più nella traduzione italiana. []
  4. L’intervista a cui allude qui Filippini fu verosimilmente realizzata nel 1959 in occasione dell’uscita, presso Feltrinelli, della traduzione italiana di Homo faber, che fu anche il primo libro che Filippini seguì in qualità di redattore. Dell’intervista, che fu realizzata per corrispondenza, il fondo locarnese conserva il dattiloscritto mentre anche in questo caso non è stato fino ad ora possibile reperire l’eventuale sede di pubblicazione. Il passo a cui fa riferimento Filippini, e qui riprodotto per gentile concessione degli eredi Filippini e della Max Frisch-Stiftung, è il seguente: «Nel suo Diario, lei parla della possibilità di applicare le tesi di Brecht sull’auto-estraniazione anche nella narrativa. Lei ha tentato di farlo? Si potrebbe per esempio interpretare in questo senso il fatto che Homo faber è un “resoconto”, interpretarlo cioè come un tentativo di produrre una pseudo-immedesimazione? La tesi di Brecht che, cioè, il teatro dev’essere un giuoco cosciente, che non deve produrre un’illusione ma profilare un modello, pone un problema che non può non occupare un romanziere moderno, anche indipendentemente da Brecht. Il passaggio che lei cita dal mio Diario è soltanto un primo accenno a questo problema. Oggi sono convinto che la narrativa deve mettersi su questa via: che non deve produrre un’illusione ma delineare un modello. Il lettore non deve “credere”: ciò che viene narrato è illusorio, la narrazione è un giuoco e il lettore dev’esserne cosciente». []
  5. cfr. Aa.Vv., Il dissenso. 19 nuovi scrittori tedeschi, presentati da Hans Bender, Milano, Feltrinelli, 1962. L’antologia contiene anche un estratto della traduzione del Terzo libro su Achim intitolata Ma come cominciare (pp. 331-41). Per una maggiore contestualizzazione di quest’iniziativa editoriale si veda in particolare Sisto, Mutamenti nel campo letterario italiano 1956-1968: Feltrinelli, Einaudi e la letteratura tedesca contemporanea, in «Allegoria», a. XIX, n. 55, gennaio-giugno 2007, pp. 86-109, in particolare pp. 96-97. []

Nota all’intervista

Alessandro Bosco

In un bel saggio pubblicato il 28 ottobre del 2009 sul sito di «Nazione Indiana» (e precedentemente apparso con qualche variante nel volume, curato da Sandro Bianconi, Enrico Filippini, le neoavanguardie, il tedesco, Salvioni, 2009, pp. 25-39), Michele Sisto ha molto ben ricostruito il «mutamento strutturale» che a cavallo tra la fine degli cinquanta e i primi anni sessanta sconvolge il «campo letterario italiano» soprattutto attraverso «la comparsa in grande stile di un uso “militante” delle traduzioni, inteso a promuovere una determinata visione della letteratura». Che di quest’operazione di apertura, di svecchiamento e di sprovincializzazione della cultura italiana Filippini sia stato uno dei maggiori artefici è fuor di dubbio, e il caso di Johnson è certo uno dei capitoli più paradigmatici per illustrare il modo in cui si configura quest’atteggiamento che giustamente Sisto, proprio in relazione a Filippini, definisce «militante».

Quando nell’ottobre del 1961 esce la traduzione italiana delle Mutmassungen über Jakob, infatti, Filippini, nella doppia veste di traduttore e redattore editoriale, organizza in novembre una presentazione del libro, ma soprattutto dell’autore, al Circolo Turati di Milano in cui oltre a Johnson e lo stesso Filippini intervengono Giangiacomo Feltrinelli, Hermann Kesten, Domenico Porzio (che avrebbe riferito della serata sul settimanale «Oggi»), Aloisio Rendi e Giorgio Zampa (che tre giorni prima dell’incontro aveva recensito il romanzo sul «Corriere della sera»).

La serata rimane negli annali per l’accesa polemica politico-letteraria a cui diede adito un articolo dello stesso Kesten, che in un resoconto dell’incontro milanese apparso sulla «Abendzeitung» di Monaco il 21 novembre 1961 aveva accusato Johnson di aver «parlato con disprezzo della morale», di aver insistito sull’«assoluta non politicità» dei propri romanzi, di aver giustificato, ritenendola «ragionevole» e «necessaria», la costruzione del muro di Berlino e, infine, di aver calunniato Brecht descrivendolo come un vile e amorale «cacciatore di successi» nonché «docile vittima e strumento di Ulbricht», affermazione che avrebbe, sempre secondo Kesten, suscitato definitivamente lo sconcerto del pubblico milanese.

Il 26, dopo che il giorno prima il quotidiano amburghese «Die Welt» aveva ristampato il resoconto di Kesten, Filippini redige una veemente presa di posizione, ma l’1 dicembre la «Abendzeitung» pubblica invece una lettera di rettifica firmata da Giangiacomo Feltrinelli. Finalmente il 5 dicembre, in una conferenza stampa indetta dall’editore Suhrkamp, la ricostruzione di Kesten viene definitivamente e clamorosamente smentita dalla registrazione magnetofonica della serata, poi ripresa in trascrizioni parziali dai maggiori quotidiani tedeschi. Lo stesso Johnson ha puntigliosamente narrato la vicenda, citando vari documenti, in Begleitumstände (Suhrkamp, 1980), pp. 206-51. (Per una ricostruzione bibliografica del dibattito - che proseguì ancora per mesi trovando una larga eco su numerosi periodici tedeschi, italiani e francesi - si veda inoltre l’informatissima Uwe Johnson-Bibliographie di Nicolai Riedel).

Nello stesso mese di novembre, mentre trascorre un soggiorno di studio a Parigi, Filippini inizia a prendere appunti per un lungo articolo sulle Mutmassungen che sarebbe apparso l’anno successivo con l’eloquente titolo di Guida alle «Congetture su Jakob» sul terzo fascicolo dei «Quaderni milanesi» (primavera 1962, pp. 116-27) insieme ad un’anticipazione della traduzione del secondo romanzo di Johnson, Il terzo libro su Achim (alle pp. 102-15), a cui Filippini aveva nel frattempo iniziato a lavorare. All’uscita del Terzo libro, sempre per Feltrinelli nel 1963, Filippini pubblica sul «Verri» (n. 9, agosto 1963, pp. 104-6) una lunga recensione in cui definisce la scrittura di Johnson una «narrazione negativa» intesa come «tentativo di circoscrizione dell’assurdità, rivestita da ovvietà, che in “un” certo modo manovra il gestire ideologico, verbale, morale, somatico delle persone nello smascheramento, coi suoi propri mezzi, della ideologia», associandola in tal modo al discorso neoavanguardistico che avrebbe di lì a poco trovato la propria piattaforma di approfondimento nel Gruppo 63.

L’anno dopo, finito sin dal ‘61 nel raggio delle lunghe antenne di Vittorini, Johnson pubblica, sempre nella traduzione di Filippini, un saggio intitolato Un vocabolo tedesco scritto per il progetto, poi fallito, della rivista internazionale «Gulliver» il cui ipotetico primo numero uscì come «Menabò» 7 nel marzo del 1964 (pp. 111-21). Infine, sempre sul «Menabò», in un numero curato da Hans Magnus Enzensberger, appare la traduzione filippiniana di un altro saggio di Johnson, La sopraelevata berlinese (n. 9, luglio 1966, pp. 249-64) originariamente pubblicato col titolo Berliner Stadtbahn sul «Merkur», n. 162, 1961, pp. 721-33.

L’intervista con Johnson che pubblichiamo qui sopra, e che viene provvisoriamente a completare il quadro della produzione di Filippini intorno allo scrittore tedesco, fu realizzata nel 1961 in occasione dell’uscita della traduzione italiana delle Congetture su Jakob. La datazione, desumibile dai rinvii testuali, è l’unico indizio bibliografico certo, mentre lo spoglio di numerose riviste dell’epoca così come dei repertori bibliografici, nonché i sondaggi presso l’Uwe Johnson-Archiv di Rostock non hanno fino ad oggi permesso di individuare l’eventuale sede di pubblicazione di questo testo. La trascrizione si basa quindi sul dattiloscritto (non datato) dell’intervista che il fondo Filippini della Biblioteca Cantonale di Locarno conserva in una prima versione tedesca (che reca interventi autografi dello stesso Johnson) e in una successiva traduzione italiana che, rispetto alla redazione in tedesco, risulta più elaborata nei passi filippiniani. L’intervista viene qui riprodotta per gentile concessione degli eredi di Enrico Filippini e della Peter Suhrkamp-Stiftung.

Palm Fiction

Carlo Antonio Borghi

In Sacro Gra di Gianfranco Rosi (Leone d’Oro a Venezia nel 2013) un personaggio buca davvero lo schermo: è Francesco l’uomo che con ostinazione cerca di trovare un rimedio per liberare le palme dall’assedio mortifero del punteruolo rosso (Ryncophorus Ferrugineus) pestifero portatore di un’epidemia che da un decennio sta devastando la popolazione delle palme italiane, isole comprese. Lui da botanico palmologo sperimenta una sua tecnica per liberare le palme dalla peste che non lascia scampo.

Cerca di distillare un ultrasuono che possa mettere a tacere quei coleotteri e chiudere quelle bocche fameliche che masticano il corpo delle palme, facendone carne di porco. A Roma e nel Lazio la moria delle palme è inarrestabile. Paesaggi costieri, città e campagne perdono palme una dopo l’altra, a decine, centinaia e migliaia. Potature mutilanti e antiparassitari chimici non possono nulla. Divorate da dentro, le palme perdono la chioma e tutta la loro linfa vitale. Non resta che segarle alla base per ridurle in moncherini da utilizzare come sedili o basi d’appoggio. Il resto del loro corpo-fusto deve essere bruciato e incenerito in un apposito rogo, per evitare che gli insetti che le hanno colonizzate si trasferiscano in altri esemplari di palmizi. Il punteruolo rosso viaggia su navi da trasporto. Così è arrivato anche in Sardegna dove ha preso dimora stabile.

Ora tocca a Cagliari di perdere per strada il suo patrimonio di palme: palme cimiteriali – palme del centro storico – palme dei viali dei bastioni e del lungomare – palme dei pubblici giardini – palme nel parco dell’ex manicomio – palme di cortili e di giardini privati. Nessun piano di contrasto messo in atto dalle pubbliche amministrazioni. Il paesaggio è destinato ad essere pesantemente modificato. Era un paesaggio mediterraneo anche grazie alla distribuzione delle palme in città, al mare, in periferia e nelle campagne dei vicini contadi. Così è andata in Sicilia e a Palermo dove nel 2010 l’associazione Carovana S.M.I. da Cagliari, dove risiede e opera, aveva portato un’azione di danza urbana intitolata Palm Fiction, all’interno della rassegna nazionale Movimenti Urbani.

L’azione con una serie di micro performance puntava il dito proprio sulla modificazione violenta dei paesaggi urbani e umani, prendendo come esempio la mortificazione delle palme, nostre compagne di vita e di strada. È stata un’azione performativa e dimostrativa in transito tra Sassari Cagliari e Palermo. È in atto un vero e proprio palmicidio, una danza macabra e violenta che non sembra avere fine. Chi ci guadagna da questa peste diffusa sono solo le ditte che si occupano a caro prezzo dell’asportazione e dell’incenerimento delle palme. Tutti fanno finta di nulla, a parte l’uomo palmologo che vive in simbiosi con le palme impestate del Grande Raccordo Anulare.

Film che c’è vita, c’è speranza… ma non per le palme. La polpa di palme è tenera e succulenta e il punteruolo rosso ne è ghiotto. Del resto noi stessi i cuori di palma li uniamo alle insalate. La progressiva strage delle palme da sud a nord, rappresenta un altro fallimento della contemporaneità italiana, peninsulare e insulare.

La nuvola della Biennale di Lione

Ornella Tajani

«Des images du présent perpetué en futur, les nuages»: è di Jacques Roubaud l’esergo scelto dalla Biennale di musica di Lione (5-30 marzo), che per questa edizione si è lasciata ispirare dall’immagine della nuvola, a partire dai simbolismi nel mondo dell’arte fino ai «clouds» del web di oggi. Teatro in musica, concerts scéniques, spettacoli di danza, esposizioni e installazioni, con un ospite d’onore: Heiner Goebbels, artista poliedrico, pluridisciplinare, per il quale la sperimentazione è la parola d’ordine; le sue composizioni musicali prevedono sempre l’interazione con altre forme d’arte come letteratura, videoarte o performance teatrali.

In Chants des guerres que j’ai vues, ad esempio, il testo che accompagna la musica è il racconto autobiografico Guerre che ho visto di Gertrude Stein, una serie di frammenti raccolti durante il soggiorno della scrittrice in Francia nel ’42-’43: dagli appunti sulla mancanza di burro o zucchero, alle riflessioni su guerra, rivoluzione e morte, con qualche clin-d’œil all’opera di Shakespeare. In questo spettacolo sono le stesse musiciste, disposte in semicerchio su una scena che ricorda un salotto, a recitare a turno i vari estratti, con voce quasi atona, come a evocare la ripetitività del rumore di una macchina da scrivere. La rottura dei ruoli proposta con le attrici-musiciste si realizza compiutamente nel finale, in cui anche il direttore d’orchestra partecipa all’esecuzione della partitura.

Nella stessa linea di rinnovamento della concezione scenica si inserisce Stifters Dinge: un concerto senza musicisti, una pièce senza attori. Sul palco una serie di oggetti normalmente usati in scena: casse, faretti e sullo sfondo cinque pianoforti disposti in verticale su dei supporti. Al centro del palco tre rettangoli pronti a diventare piscine con l’aiuto, solo iniziale, di due inservienti che aprono tre cisterne, prima di sparire definitivamente dietro le quinte. Stifters Dinge sono le «cose» dello scrittore austriaco Adalbert Stifter che fanno da sottotesto allo spettacolo, difatti l’immagine dei pianoforti “nudi”, di cui si vedono le corde, che suonano azionati meccanicamente e si muovono avanti e indietro, restituisce allo spettatore l’inquietudine della vita autonoma che si cela dietro la macchina.

Se l’opera di Stifter era una foresta da esplorare, così come evoca uno dei frammenti mandati in filodiffusione, la creazione di Goebbels invita a inoltrarsi in un bosco fatto di oggetti, in cui l’umano viene relegato in secondo piano (“Non ho nessuna fiducia nell’uomo”, afferma Lévy-Strauss in un frammento di intervista in sottofondo) e rumori, suoni, fumi e immagini ricreano un universo altro – confermato più che mai dal finale, in cui i pianoforti si avvicinano al pubblico per raccogliere l’applauso.

In modo non dissimile, l’installazione Listen Profoundly è un invito a sperimentare nuove forme di fruizione: nel trittico composto anche da lavori di Morton Feldman e Ulf Langheinrich, l’idea di Goebbels è quella di offrire al pubblico due finestre, rappresentate unicamente da un quadrato e da un cerchio luminosi su fondo nero, immerse in una serie di perturbazioni sonore. Nell’intento dell’autore, la prima è una finestra “di confusione”, la seconda di “illuminazione”; lo spunto è nuovamente Gertrude Stein, nella sua formula “To see something, to hear something”, e l’idea è quella di unire e allo stesso tempo separare l’esperienza sonora da quella visiva.

Al di là di Goebbels, anche altri artisti puntano sulla pluridisciplinarietà. Sull’idea - piuttosto pretestuosa - che Steve Jobs e l’Enrico V shakespeariano possano avere dei punti di contatto, Roland Auzet e Fabrice Melquiot creano Steve V (King different), un lavoro che fonde prosa e teatro d’opera, con un intenso e bell’utilizzo di varie tecniche video e di autoripresa via webcam. In scena tre personaggi principali: Jobs, la personificazione del suo cancro, un punk spavaldo che è poi il vero cantante lirico, e il rapper Oxmo Puccino. Tra proiezioni via tablet, ironie più o meno nere, inserti improvvisi di musica techno e slam, Jobs, “l’inventore di una nuova vita quotidiana”, è ritratto in chiaroscuro, tra luci e peccati, gioie e dolori, nelle ultime ore prima di morire.

Al di là della modalità biografica che sfiora a tratti il registro patetico, e che può interessare o meno, lo spettacolo offre degli ottimi spunti: dall’ansia di deumanizzazione in un mondo sempre più tecnologico, al desiderio di Jobs di farsi digitalizzare per diventare immortale, al finale in cui, non volendo morire solo, Jobs chiama Siri, la voce sintetica inventata dalla Apple, che risponde alle domande dell’utente. Ma le risposte, naturalmente, sono insoddisfacenti e il protagonista muore rantolando con un iPad tra le mani.

La connessione via etere, come d’altronde suggerito dal simbolo della nuvola, ricorre in vari spettacoli come elemento comune ed è presente anche nel balletto Threads, un trittico frutto della cooperazione tra Roque Rivas e il coreografo Shang-Chi Sun, che esplora varie forme di “legami” anche all’interno di una dialettica tra orizzontale e verticale. Ma l’installazione forse più rappresentativa del concept del festival è il Jardin des songes di Jean-Baptiste Barrière. All’interno del giardino medievale del Musée Gadagne l’opera si struttura in due parti: la prima è una postazione dotata di computer in cui lo spettatore può registrare i propri sogni, mentre nella seconda sono mandati in onda i sogni già raccolti, all’interno dei quali si “entra” attraverso la proiezione della propria sagoma sullo schermo, che si fonde col viso del sognatore che racconta.

La particolarità del luogo, quasi sospeso tra i tetti del Vieux Lyon, e gli effetti audio e video usati dall’artista ricreano un’atmosfera onirica tutta in stile 2.0: i sogni infatti possono essere registrati anche comodamente da casa, tramite sito Internet, e sono proiettati in simultanea alla Maison Française della Columbia University di New York. La nuvola è infine perfettamente definita.

La Versailles del poliamore

Jacopo Galimberti

Un’amica spagnola a Berlino cerca un compagno o una compagna per una relazione duratura, ma non trova nessuno: “Sono disinvolta, carina, credo... Il problema è che è diventato impossibile trovare qualcuno che voglia una relazione normale!”. Intende: monogamica, fissa, votata a costruire un percorso di coppia, né simbiotico né soffocante, ma di coppia.

Questo sconforto, così come le ragioni della controparte, li vedo e li sento sempre più di frequente a Berlino, Parigi, Londra, ma anche in Italia, sebbene, è vero, soprattutto negli ambienti metropolitani e di sinistra. Non parlo di post-adolescenti all’arrembaggio, ma di ventenni e trentenni che si trovano confrontati non tanto a una critica articolata al modello di famiglia come emerso nel dopoguerra, quanto piuttosto a una metamorfosi spontanea delle relazioni delle coppie con e soprattutto senza bambini.

Sempre più spesso la triade amore/amicizia/sesso si sfrangia in configurazioni cangianti che forse di nuovo, rispetto al Novecento, hanno solo la ricerca di legittimazione. Si va dai trombamici, alle triangolazioni consensuali, alla polifedeltà, al cameratismo sessuale, a tutte le forme di affetto occasionale con o senza orgasmo, fino al più codificato e ambizioso poliamore. Semplificando, sulla piazza del mercato si scontrano due fazioni.

Una, Quaresima, risponde all’attacco al salario e alla disoccupazione ancorandosi alle venerande sicurezze della coppia. L’altra, Carnevale, nella bagarre abbraccia l’ignoto e approfitta della maggior disponibilità di tempo per costruirsi relazioni che gli si attaglino, fregandosene un po’. Quello che più conta, probabilmente, è che entrambe sono portate allo scoperto e devono presentare le proprie credenziali.

La causalità Marxiana la spunta quasi sempre. S’inizia con il sistema produttivo e i rapporti di produzione: con contratti di sei mesi, con l’impossibilità di un mutuo, con l’immigrazione forzata. Poi, come in un frattale, si finisce con l’omologare ogni aspetto dell’esistere alle nuove necessità. Sembra una condanna, e lo è, ma non è detto che questo de-standardizzarsi delle relazioni non faccia breccia nelle masse, sboccando in prese di posizione che diano qualche grattacapo ai tutori dell’ordine economico e morale.

Da almeno due secoli i dominanti cercano di orientare l’affettività dei sottoposti con l’architettura. Il ballatoio e il compensato bisbigliano sempre qualcosa di minatorio e allo stesso tempo, appunto, di “edificante” al nucleo produttivo/riproduttivo. Basti pensare alle casette-francobollo che i Vittoriani costruivano al proletariato per fargli assaporare il frutto proibito della proprietà, o ai Komunalka, che dovrebbero forse ricordarci quanto sarebbe stato pragmatico prendere sul serio Fourier, ma anche Bertrand Russell.

Tentativi eterodossi ce ne sono stati infiniti, ma il collettivismo agrario dei Kibbutzim o quello urbano, dell’Unité d’Habitation o della Karl Marx-Hof (lodata dagli operaisti), rimanevano pur sempre imperniati sul frazionismo monogamico. Nei Settanta qualche figlio dei fiori californiano si costruì le cupole geodesiche di Buckminster Fuller, ma il prezzo da pagare era l’auto-esilio nel deserto del Nevada. Oggi, come allora, l’architettura maggioritaria parla la lingua della famiglia ristretta, del gruppo di fuoco del boom economico.

Eppure, ci sono molti esempi di un’architettura metropolitana che non postuli la sacra famiglia dell’industrializzazione: Christiania, forse, alcuni Hausprojekte di Berlino e Amburgo, i centri sociali italiani dove si cerca di dare forma architetturale a una diversa etica degli spazi comuni e dell’intimità. Bisognerà pensarci, e provarci, coinvolgendo gli architetti, i militanti, chiunque speri di vedere sorgere un giorno, dentro e fuori di noi, la Versailles del poliamore.