L’italiano nascosto

Francesco Montuori *

Gli studiosi di storia della lingua italiana da molti anni discutono su una serie di testi di età moderna (tra Cinquecento e fine Ottocento) che a una prima occhiata ricordano un elaborato scritto da uno studente svogliato e incolto.

Sono diari, lettere, confessioni, deposizioni, la cui lingua sembra un campionario di trascuratezza: la concordanza tra le parti variabili del discorso è irrazionale; le forme dei verbi sono spesso create in base alla morfologia del dialetto; l’egocentrismo della scrittura induce a ripetere anche ciò che non è necessario e a omettere ciò che è presente alla coscienza dello scrivente ma non a quella del lettore; le frasi sono brevi, legate in modo elementare e generico o solo giustapposte, in sequenze talvolta disordinate; il lessico è formato da tessere di diversa provenienza, per cui ai latinismi si affiancano parole di origine fiorentina o di diffusione solo locale.

Per gli autori di questi «casi clinici» è stata creata la denominazione di «semicolti»: è gente non abituata a scrivere e che è costretta a farlo, che conosce un po’ di italiano ma ha il dialetto come lingua materna, che sa come si compone il tipo di testo che sta scrivendo ma non riesce ad adattarsi a tutti gli interlocutori né adeguarsi a tutti gli argomenti, e che insomma, non avendo compiuto un idoneo apprendistato grammaticale e retorico, scrive un po’ come parla.

Nel suo libro, di fattura scientifica ma divulgativo per l’affabilità dei toni espositivi, Enrico Testa offre un’antologia di piacevolissima lettura e ben commentata di questi testi, e nell’introduzione, prendendo spunto da una pagina di Landolfi, definisce pidocchiale la lingua in cui sono scritti; inoltre pone al loro fianco diversi testi di intellettuali che si rivolgono ai semicolti (lettere, prediche, documenti di natura giuridica e politica, alcuni dei quali redatti fuori d’Italia) ed enfatizza le analogie che ci sono in questo italiano dei colti e in quello usato dalle persone appena alfabetizzate.

L’esame comparato di tutti questi testi permette all’autore di inquadrarli in un profilo originale della diffusione della lingua nel tempo: la tesi sostenuta è che tali scritture documentino fin dal Cinquecento l’uso di una lingua italiana «comune» diversa da quella di matrice letteraria, fondata sulle strutture del parlato e adoperata per iscritto da persone di diversa cultura, per scopi che si possono definire genericamente pratici.

Questi testi, presi globalmente, sono i segni che anche prima del XX secolo gli italiani riuscivano a corrispondere tra di loro senza ricorrere «alle formule della compostezza letteraria o ai parametri di un togato autocontrollo espressivo»: ciò consente di immaginare che «anche in passato – in certe circostanze e occasioni – si svolgessero scambi orali in un italiano, rudimentale e tendenziale, simile a quello dei testi che abbiamo provato a descrivere». Proprio questo è il primo pregio del libro: aver tessuto su questa fitta trama di testi la prova di quanto sia stata profonda cronologicamente, diffusa regionalmente e ampia socialmente l’esigenza di ricorrere all’italiano come lingua della comunicazione. Cosa che contribuisce a sfatare la leggenda che l’italiano sia stato imposto dall’alto, dalle autorità scolastiche, a un popolo che desiderava solo continuare a parlare il proprio dialetto.

Testa designa questo nuovo italiano con due attributi: lo chiama nascosto perché, illuminato in così fatto modo, esso viene sottratto alla penombra che lo velava; e, prima di tutto, lo denomina comune, perché costituisce in una lunga continuità temporale il terreno d’incontro tra le classi sociali: viene usato dal fattore, che si allontana dai campi per scrivere al padrone quali provvedimenti debbano essere presi per un buon raccolto; e viene adoperato dal padrone, che depone la penna dallo scrittoio lirico e risponde a tono, con lo stesso stile e nella stessa lingua.

Tuttavia, c’è un prezzo che Testa ha dovuto pagare, in termini di persuasività, per aver voluto identificare e denominare un nuovo «tipo» di italiano: per far ciò ha esaltato gli elementi omogenei a tutti i testi, dando valore diagnostico ai tratti sintattici e pragmatici, e ha marginalizzato i tratti differenzianti, sottraendo importanza alle manifestazioni di interferenza tra italiano e dialetto, e, ancora, ha sminuito la rilevanza di alcuni elementi linguistici parassitari, denotanti la marginalità culturale degli scriventi non colti. Insomma, confrontando i registri non letterari dei colti e le scritture diversamente influenzate dai dialetti dei semicolti, Testa vede i riflessi di un’immagine sola, di un italiano «comune», con la sua storia, la sua comunità di scriventi e, sullo sfondo, di parlanti.

Eppure è la sua stessa antologia a dimostrare che non esisteva un registro medio dell’italiano, comune alle diverse classi sociali, ma piuttosto una somma di tradizioni testuali condivise e scritte in una lingua sensibilmente influenzata dalla comunicazione orale e quindi ricca di connotazioni locali. Non un «tipo» di italiano, quindi, ma il sedimento di dinamiche di negoziazione linguistica in una comunità plurilingue, dove alcuni sapevano scrivere molti tipi di testi su diversi argomenti a destinatari d’ogni specie, mentre altri riuscivano con fatica a comunicare per iscritto in un singolo genere testuale avvalendosi dell’elementare alfabetizzazione cui erano riusciti ad accedere.

* La giuria tecnica della XL edizione del premio Mondello, composta da Giancarlo Alfano, Salvatore Ferlita e Filippo La Porta, ha annunciato ieri nella conferenza stampa, tenuta a Milano alla Libreria Hoepli, che L’italiano nascosto di Enrico Testa ha vinto il premio per la sezione «Critica letteraria».

Enrico Testa
L’italiano nascosto. Una storia linguistica e culturale
Einaudi (2014), pp. VII-321
€ 20.00

Critica e autorità

Giancarlo Alfano

Nell’ultimo numero dei «Cahiers du Cinéma» si può leggere un intelligente intervento dedicato all’analisi del testo cinematografico come ormai abitualmente viene praticata nelle università francesi. Le osservazioni lì svolte ricordano da vicino le discussioni italiane di venti anni fa, quando ci si sbarazzò di un lungo e complesso percorso di avvicinamento a un lessico concettuale condiviso tra modelli teorici e pratiche interpretative differenti.

La polemica, allora come oggi, era contro la trasformazione in grammatica di schemi concettuali astratti, che si temeva avrebbero finito – come nel celebre e nefando caso della Grammaire du Décameron di Todorov (di cui però, oggi, proprio nessuno fa caso alcuno) – con lo svuotare la dimensione ermeneutica, il contatto vivo e sempre modificantesi tra opera e lettore. Tante osservazioni giuste furono portate a quel tempo; ma la sconfitta dei modelli descrittivi basati sulla linguistica (strutturalismo, narratologia) e l’accantonamento di una seria riflessione metodologica sugli apporti della psicoanalisi, della sociologia (salvo l’odierna infatuazione per Bourdieu) o della filosofia (salvo una diffusa predilezione per alcuni concetti deleuziani che però non ha mai voluto sostenere l’«esame di maturità» della verifica testuale compiuta) ha prodotto due fenomeni analoghi, ma opposti: 1) lo specialismo iper-descrittivista dei letterati con formazione filologica; 2) l’accanimento discorsivo di chi propone la centralità del lettore.

Che siano opposti, ognuno può vedere: nel primo caso, l’esercizio critico mira a presentare il testo nella maniera più obiettiva possibile (ma spesso con risultati nulli soprattutto perché privi della necessaria apertura contestuale ai fatti storici, culturali, formali, etc.); nel secondo, il lettore che si propone come critico intende sottolineare la sua reazione emotiva o intellettuale di fronte a una certa opera. Ed è qui che risiede l’analogia, giacché entrambi questi discorsi si offrono come discorsi dell’autorità.

La critique et l’autorité è uno dei titoli che si può leggere nella ricchissima e davvero avvincente raccolta di saggi dedicati da Jean Starobinski alla critica. Si tratta di un lavoro del 1977, in cui lo studioso ginevrino si cimenta, cosa tipica del suo metodo, con l’attraversamento (in realtà è una decostruzione) della storia semantica della parola francese «critique». Il percorso parte dall’articolo omonimo firmato da Marmontel per l’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert, in cui si esibisce il senso più antico e ancora principale allora, come «restituzione della Letteratura antica» (le maiuscole nel testo originale settecentesco), cui viene subito dopo affiancata la più moderna accezione di «esame illuminato e giudizio equo dei prodotti [productions] umani».

Non interessa qui ripetere il ragionamento di Starobinski attraverso Pierre Bayle ed Ernest Renan; conta invece osservare con lui che la dialettica tra i due significati ha consentito due movimenti opposti nel periodo che va dalla metà del Settecento alla metà del secolo XX. Da una parte, si noti, la critica del fatto certo ha consentito l’emergere della libertà dell’esperienza interiore: se non si può affermare nulla di certo su eventi o processi soggettivi, ciò vuol dire che né le ortodossie religiose né le censure politiche hanno più autorità sugli individui.

Ruse de la critique: astuzia della critica, che appuntandosi con acribia sulla Bibbia, le Pandette e i grandi classici greco-latini, lascia emergere l’autonomia delle interpretazioni. Dall’altra, continua però Starobinski, la centralità dell’erudizione storica (o poi della modellizzazione teorica dei fatti storico-artistici) tende a schiacciare quell’autonomia, spostando verso il futuro (dopo che gli addetti ai lavori avranno sistemato il passato...) «l’emergenza dell’autorità», cioè conferendo una prospettiva teleologica a una pratica genealogica.

Non sembri mancanza di tatto, ma la recente scomparsa, in sequenza ravvicinatissima, di Cesare Segre prima e di Ezio Raimondi poi, ripropone la medesima questione a chi oggi in Italia continua a impegnarsi nell’esercizio critico. Conservando intatto il rispetto per l’erudizione (positiva, si diceva un tempo), per la pratica ricostruttiva su base documentaria, per la filologia intesa come ecdotica, mi pare però necessario ripensare alle osservazioni conclusive del saggio di Starobinski, dove egli ricorda che «l’atto dell’interpretazione è tutt’insieme deciframento e opera, pazienza filologica e invenzione produttiva».

Solo la combinazione dei due approcci può contribuire a un ripensamento della questione del potere (accademico, giornalistico, mediatico) in relazione alla critica. Una prospettiva ancora umanistica, certo, e come sempre in Starobinski; ma una prospettiva che si fa orizzonte per indirizzare tutte le nostre pratiche, pratiche sempre vitali, di «approssimazione al senso».

Jean Starobinski
Les approches du sens. Essais sur la critique
a cura di Michaël Comte et Stéphanie Cudré-Mauroux
La Dogana (Genève), 2013, pp. 534
€ 28,00

La confusione sotto il cielo

Paolo Morelli

“Non c’è peggior nemico degli eretici di un altro eretico”. È quanto chiosa Mauro Orletti alla sua Piccola storia delle eresie (Quodlibet, 154 pgg., 14 €), un racconto ‘ragionato’ e assai vivace del pensiero ereticale cristiano dal I secolo fino allo scisma tra chiesa d’Oriente e d’Occidente del 1054.

E di racconto infatti si tratta, come specificato fin dall’introduzione, vista la confusione delle verità storiche al riguardo promulgate e conservate, alle quali solo la ricostruzione narrativa può restituire dignità o necessità. Nell’introduzione è altresí svelato l’intento, anzi le prime righe citano Tolstoj dando a Dio quel che è di Dio, vale a dire che “ogni passo avanti verso l’intelligenza è stato fatto da eretici”, e l’obiettivo resta puntato sull’incantamento dell’idea di compiutezza e stabilità del pensiero cristiano fin dall’inizio e relativi comportamenti morali, mentre l’unica verità è che la confusione ha sempre regnato sovrana.

O, forse meglio che, come sempre e dappertutto, le presunte certezze sono arrivate a seguito di progressivi aggiustamenti che non hanno mai fine pena il rigor mortis, se hanno riguardato perfino l’individuazione del Purgatorio attorno al XIII secolo o i dubbi sul Limbo nelle dichiarazioni di Ratzinger di qualche anno fa.

Orletti, abruzzese di Chieti ma abitante a Bologna, già autore di due romanzi, Mi sento già molto inserito e Un uomo in movimento, ha fatto studi di giurisprudenza quindi di cavilli se ne intende, qui però limita e quasi nasconde l’erudizione al riguardo, appuntandola appena nelle note finali. Allo stesso modo la narrazione è lieve e la lettura delle vicende impertinente e maliziosa quanto basta. E non potrebbe esser altro, visto che la confusione sotto il cielo è sempre grande e ci si barcamena tra i miracoli della fantasia, chiedendo al lettore solo di cedere alla vaghezza.

Fraintendimenti, sprezzature, discordie soprattutto, la vasta gamma di follie e stranezze, rinnegati e litigi, scaravoltamenti continui, lotte e diatribe, storie di torture e vendette, omicidi e riabilitazioni, abiure e sconsiderati d’ogni tipo. E allora vediamo san Pietro che per sbugiardare Simon Mago fa morire il bimbo che quello ha appena resuscitato (per resuscitarlo lui dopo); bastian contrari come i Cainiti, acerrimi avversari del creatore e veneratori di quelli che gli si sono ribellati; fanatici ottimisti come i Montanisti, nonché adoratori di palloni gonfiati.

Vediamo i Basilidiani secondo cui c’è stato uno scambio e sulla croce c’è morto Simone Cireneo, vi sono angeli di 154 chilometri d’altezza e 22 di piede e la geniale Santa Quaternità, composta da Impronunciabile, Silenzio, Padre e Verità… Rituali folli come i feti pestati nel mortaio e mischiati a miele e spezie prima d’esser mangiati, lo stravagante elenco delle divinazioni più disparate (si interrogavano dal formaggio ai riccioli dei bimbi al vento), fino alla tenera cocciutagine degli Agnoeti, fieri partigiani dell’ignoranza. Mirabile l’efficacia della formula dei Retoriani, secondo cui l’uomo “pensa ciò che è naturalmente incline a pensare e dunque non sbaglia mai e ha sempre e comunque ragione”.

Difatti sembra di leggere del caos che c’è nella mente umana, comunque orientata. Gnostici che si affrettano alla salvezza per via di Conoscenza, solo che si va a tentoni e la strada mai è quella giusta, con esercizi che sono brandelli delle pratiche spirituali delle sette filosofiche antiche, prima la stoica, e magari delle vecchie scienze sciamaniche. Gente che perde la Trebisonda in senso quasi letterale. Storie di perdenti, di riluttanti, di eccentrici, strampalati, rifiuti totali, scombinati che si danno sulla voce come i nostri politici.

E ci si denuda parecchio in questo minimo haereticarum fabularum compendium, ci sono colossali bevute e orge, dèi a forma di asini, autoevirazioni, tuniche di ferro, digiuni, coprofagie, sputi salvifici e igiene scarsa. Detto così sembra un manicomio…

Il libro ci conduce attraverso drammatiche vie della fede, su sentieri sbagliati anche volontariamente, intuizioni, teorie interessanti o bislacche. Mille anni in preda a una furiosa pazzia, sempre tallonati dai padri della chiesa e dai concili arrancanti per un po’ di pace nei punti fermi ecumenici, nei dogmi inamovibili. È il loro ruolo del resto, quello di appuntare spilli al vento, in quanto godono dell’infallibilità dello Spirito Santo in persona. E alla fine si scopre che uno dei peggiori eretici della storia è ancora oggi assai venerato dagli ortodossi.

Un racconto sulla confusione in fin dei conti, e su quella convinzione basata su un bell’accumulo di niente, la maledizione di un ordine che c’è prima e presiede a tutto, del quale hanno profittato e profittano le ortodossie d’ogni genere e specie. Nonché la dimostrazione appartata di quanto fosse ricco l’albero della prosa, prima che ne avvelenassero le radici con il diktat, l’ortodossia feroce della drammatizzazione del Reale, l’idolo di turno.

Riconversione intellettuale

Giorgio Mascitelli

Ha occupato fugacemente le cronache dei giornali nei mesi scorsi la notizia che due giovani dottorandi dell’università di Princeton avevano elaborato un modello matematico, modificandone un altro che si applica a studi epidemiologici, basato sul numero di citazioni di facebook su google trends, in base al quale il celebre network sarebbe destinato a perdere gran parte degli utenti tra il 2015 e il 2017. La replica di facebook non si è fatta attendere e il suo matematico senior, applicando lo stesso modello alle citazioni dell’università di Princeton, ha ottenuto risultati del tutto analoghi.

La risposta di facebook non è dovuta a orgoglio aziendale ferito e non è una semplice lezione che un matematico esperto ha inflitto a due giovanotti alle prime armi, ma era una mossa difensiva obbligata, dicono gli esperti. Infatti la notizia di questo studio, che non era stato sottoposto nemmeno a revisione paritetica (ossia il giudizio di plausibilità da parte di un altro esperto che deve ricevere uno studio scientifico per essere pubblicato su una rivista specialistica), riportata con titoli estrosi dalla stampa rischiava di danneggiare a livello finanziario facebook, sulla quale già circolano previsioni di carattere non ottimistico, anche se ben lontane dall’essere così catastrofiche, che avrebbero orientato le scelte di borsa di molti operatori.

Gli autori dello studio non avevano con ogni probabilità alcuna intenzione di sferrare un attacco speculativo a facebook, che ha rischiato quasi di configurarsi come una forma di aggiotaggio, ma semplicemente di svolgere un’ipotesi di studio, forse non priva di una lieve sfumatura di divertissement goliardico. Proprio questa circostanza rende l’episodio un buon esempio per definire alcuni tratti importanti della cultura contemporanea (quella diffusa effettivamente).

Innanzi tutto in questa vicenda ci sono tre categorie protagoniste: gli scienziati, i giornalisti e i trader. Gli scienziati sono coloro che fanno nuove scoperte, i giornalisti sono coloro che le comunicano al mondo in forme retoricamente adeguate e i trader sono coloro che rendono fruttuose queste scoperte. Per quanto rozza e schematica possa essere questa suddivisione dei ruoli, questa idea della cultura è tipica delle élite del nostro tempo e sulla sua base si stanno riorganizzando gli studi nelle nostre scuole, sull’avvenire e ormai anche sul presente delle quali bisognerà cominciare a riflettere seriamente.

I comportamenti di queste tre figure sono dettati da alcuni valori anch’essi dominanti. Innanzi tutto la fiducia cieca da rasentare la credulità in tutto ciò che si definisce o risulta essere o appare o viene presentato come scientifico (in netto contrasto con lo spirito scientifico che ha sempre visto nel dubbio, nella discussione e nella verifica il motore dello sviluppo della conoscenza); in secondo luogo la convinzione che la spettacolarizzazione di una notizia non solo non sia una forma di manipolazione della verità, ma al contrario sia un mezzo neutro per divulgarla; in terzo luogo un utilitarismo dal respiro cortissimo, quasi asmatico, per cui ogni presunta novità scientifica si deve tradurre in moneta sonante nel giro di brevissimo tempo.

Insomma se il sapere sembra prendere come modello le voci di borsa, risulta perfino ovvio che in un contesto del genere la figura dell’intellettuale sia superflua. È chiaro che in un mondo dominato da una cultura siffatta la funzione di analisi critica non solo non è produttiva, ma in alcuni casi può addirittura essere considerata dannosa per l’economia. La celebre battuta tremontiana sulla cultura che non dà da mangiare appare in questa prospettiva come la variante contadinesca e provinciale di un’idea, che in forme più sofisticate è diffusa anche nelle capitali dell’impero.

È però sbagliato parlare di crisi dell’intellettuale per descrivere la situazione attuale, bisogna invece prendere in prestito un concetto del linguaggio sindacale e parlare di esuberi. L’intellettuale è una figura in esubero al pari di quella di qualsiasi dipendente di un’industria che si trasferisce all’estero o esternalizza. Come nelle trattative sindacali si individuano le forme di riconversione e riqualificazione dei lavoratori, analogamente in molte sedi accademiche già si cerca disperatamente di riconvertire studi dai quattro quarti di nobiltà intellettuale in minijob che abbiano almeno vagamente a che fare con la formazione del prodotto interno lordo. Così, se mi si perdona la battuta facile, uno dei fenomeni culturali più cospicui del nostro tempo sarà la riconversione dei chierici.

Per chi non ci sta invece non resta che la via della politicizzazione, non nelle vecchie forme dell’intellettuale impegnato, che infondo parla sempre in difesa di altri come Zola per Dreyfus. In questo caso l’intellettuale inconvertibile prenderà la parola in prima persona per difendere se stesso. Come riuscire a coniugare questa nuova condizione precaria della parola intellettuale con il necessario rigore analitico resta una delle sfide culturali più interessanti del nostro tempo.

alfadomenica aprile #2

DELIOLANES sull'EUROPA - PALLADINI su MAPA TEATRO – Video di MANZONI – Poesia di COVIELLO – Ricetta di CAPATTI ***

L'EUROPA DI TSIPRAS
Dimitri Deliolanes

Alexis Tsipras ha la stessa età di Matteo Renzi, 39 anni, ma probabilmente questa è l’unica cosa che li unisce. Renzi ha assunto, nel modo discutibile che tutti conosciamo, la presidenza del consiglio. Tsipras deve ancora aspettare le prossime elezioni politiche, che non tarderanno.
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L'IMMAGINAZIONE POLITICA DI MAPA TEATRO
Giulia Palladini

L’immaginazione, secondo Italo Calvino, può essere pensata come la costruzione di cristalli, punti di concentrazione attorno a cui delle immagini si accorpano. Le opere del gruppo colombiano Mapa Teatro sembrano rispondere a questa descrizione con straordinaria esattezza.
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FIATO D'ARTISTA DI PIERO MANZONI - alfavisioni
Domenica prossima, in occasione della mostra milanese Piero Manzoni 1933-1963, alfadomenica proporrà un ampio speciale curato da Andrea Cortellessa e dedicato al «pittore milanese, ma geniale». Oggi anticipiamo un video tratto da uno dei Filmgiornali che Manzoni realizzò fra il ’60 e il ’61 e uno dei testi di Cortellessa.
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https://vimeo.com/91780987

MAILING - Poesia
Michelangelo
Coviello

Due occhi sono come due mani
toccano e frugano nella discarica
la sinistra tiene nella destra il coltello
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COMUNISTA - Ricetta
Alberto Capatti

Nella seconda metà dell’ottocento, il comunismo era definito nei dizionari “Dottrina o meglio Utopia sociale secondo la quale, i beni di questo mondo si avrebbero a spartire egualmente fra tutti”. La prima volta che, a quanto io sappia, compare, in un ricettario, è ne La cuciniera maestra stampata a Reggio Emilia nel 1884.
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*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

L’Europa di Tsipras

Dimitri Deliolanes

Alexis Tsipras ha la stessa età di Matteo Renzi, 39 anni, ma probabilmente questa è l’unica cosa che li unisce. Renzi ha assunto, nel modo discutibile che tutti conosciamo, la presidenza del consiglio. Tsipras deve ancora aspettare le prossime elezioni politiche, che non tarderanno. Basti dire che agli inizi di febbraio le ultime misure di austerità sono state approvate in Parlamento con una maggioranza di 151 deputati su 300.

Anche nel caso, in cui dopo la sicura batosta delle elezioni europee, il premier di destra Antonis Samaras non voglia deporre le armi, ci saranno le elezioni presidenziali agli inizi del 2015. Ma difficilmente l’attuale governo riuscirà ad arrivarci. Intrappolato nella logica del buon allievo della Merkel, Samaras si sente accerchiato: i commissari della troika non gli concedono nulla, il suo elettorato sta fuggendo verso il voto di protesta per Alba Dorata e dentro il suo stesso partito è accusato di aver virato decisamente a destra: autoritarismo poliziesco, retorica da guerra fredda e l’assegnazione di importanti ministeri agli estremisti, come il ministro della Salute Adonis Georgiadis, ex deputato di estrema destra, editore di libelli antisemiti.

Neanche i suoi alleati del partito socialista PASOK di Evangelos Venizelos se la passano bene. Il successore di Papandreou ha condotto il partito verso una politica di appiattimento sulle posizioni del premier di Nuova Democrazia. Questo crollo del PASOK ha conseguenze dirette sulla crescita di SYRIZA. Tra il 2011 (caduta del governo Papandreou) e l’estate del 2012 (doppie elezioni nazionali) un nutrito gruppo di ex minstri, deputati ma soprattutto elettori del PASOK si sono spostati a sinistra. Qualcuno lo ha fatto individualmente. Altri, come le organizzazioni sindacali e quella giovanili, hanno aderito in gruppo. SYRIZA, per la sua stessa composizione, era pronta ad accoglierli.

Tsipras in effetti è il leader che meglio simbolizza la natura composita di questo partito, nato praticamente sotto la sua leadership: un punto di aggregazione che rompe la secolare tradizione al frazionamento della sinistra. I primi passi sono stati intrapresi nel 2001 per iniziativa della vecchia Coalizione della Sinistra del Progresso, il cui troncone principale era il vecchio Partito Comunista dell’Interno, di orientamento eurocomunista. Con SYRIZA la barra si è spostata decisamente a sinistra, dal momento che è riuscito ad aggregare non solo piccole formazioni extraparlamentari, ma anche consistenti forze uscite nel frattempo dal Partito Comunista (KKE). I comunisti avevano iniziato un percorso a ritroso che nell’ultimo congresso li ha condotti a rivalutare la figura di Stalin.

Alle elezioni del 2004 a capo della nuova formazione c'era l’ex europarlamentare Alekos Alavanos ma nel congresso del 2008 Alavanos si è messo da parte per lasciare il posto al giovane Alexis Tsipras, emerso nelle precedenti elezioni comunali. Alle elezioni del 2009 SYRIZA aveva ottenuto il 4,4% ma la profonda crisi ecnomica scoppiata subito dopo ha determinato il crollo del bipartitismo che aveva governato fino a quel momento. Anche se SYRIZA nel 2010 ha subito la scissione a destra della Sinistra Democratica di Fotis Kouvelis, è riuscito comunque a moltiplicare in modo impressionante le sue forze e nel giugno 2012 a raggiungere il 27%.

Tsipras era il volto nuovo della politica greca. Giovane, pulito, dal ragionamento pacato e dalla vita personale molto riservata. Malgrado i grandi sforzi delle emittenti specializzate in gossip, la sua compagna (niente matrimonio ma patto di convivenza) Betty (Peristera) Baziana è rimasta praticamente invisibile, così come i due figli. La carriera politica del presidente di SYRIZA si è svolta interamente dentro il partito della sinistra: era cominciata agli inizi degli anni Novanta, con l’ondata di occupazioni nei licei contro i tagli all’istruzione, poi proseguita all’Università, fino alla laurea in ingegneria civile, specializzazione in urbanistica.

Quando SYRIZA è diventato il primo partito di opposizione, (al quale la Costituzione greca attribuisce particolari funzioni) Tsipras è stato quello che ha maggiormente compreso la differenza che passa tra la lunga sopravvivenza all’opposizione e la prospettiva di governare per portare la Grecia fuori dalla crisi. Già all’indomani delle elezioni del 2012 il leader di SYRIZA ha posto pubblicamente il problema della nuova natura e dei nuovi compiti della sinistra greca. Era, e continua a essere, una sfida determinante. È indicativo un fatto: alle ultime elezioni la posizione di SYRIZA rispetto alla crisi era ancora di tipo massimalista: prevedeva l’unilaterale abrogazione di ogni accordo sottoscritto con i creditori, assumendo consapevolmente il rischio di un’esplusione del paese dall’eurozona. Ma subito dopo Tsipras ha iniziato un lungo percorso che lo avrebbe portato su posizioni molto più realiste.

Intanto si è provveduto a cambiare natura al partito. Nell’ultimo congresso, che si è svolto nel luglio del 2013, SYRIZA ha smesso di essere un aggregato di ben undici componenti. Ha assunto una sua specifica identità e le componenti si sono ridotte a mere correnti interne. Ma la vittoria più importante di Tsipras è stata assumere l’europeismo come valore fondante del partito, ricercando la via di uscita dalla crisi all’interno dei processi politici dell’Unione Europea. Da questa indicazione è maturata a dicembre la decisione del gruppo della Sinistra Europea di candidare Tsipras alla presidenza della Commissione.

Una volta definito questo percorso, bisognava elaborare una proposta fattibile per l’uscita dalla crisi. Tsipras punta non a una soluzione greca, ma a una soluzione europea per tutti i paesi indebitati: una conferenza UE dedicata proprio a questo problema, con un nuovo haircut del debito, secondo le indicazioni del FMI e l’elaborazione di un nuovo piano di sviluppo delle economie in recessione. La Grecia, secondo il leader di SYRIZA, può offrire all’Europa le grandi risorse energetiche del Mediterraneo orientale, nascoste sotto il fondo marino che si estende da Israele a Cipro fino allo Ionio. Ma soprattutto l’Europa eviterà di destabilizzare il paese in una regione già percorsa da tantissime tensioni esplosive.

In tutte le dichiarazioni Tsipras ostenta sicurezza sulla ragionevolezza dei creditori: “Tutti sanno che fare esibizione di instansigenza verso la Grecia rischia di risvegliare i tanti vulcani europei del debito che ora sono in sonno”. In ogni caso, le decisioni unilaterali, come la sospensione dei pagamenti degli interessi sul debito, potranno essere solo l’ultima ratio, quando ogni accordo risulterà impossibile.

Il leader della sinistra greca rimane fedele alle indicazioni del congresso del suo partito che parlano dell’obiettivo di un “governo della sinistra”. Ma è probabile che anche in questo campo alla fine prevarrà la realpolitik. Non è sicuro che SYRIZA riesca a ottenere in Parlamento l’autosufficienza. I comunisti del KKE hanno già detto che non sono interessati. Rimane solo la Sinistra Democratica di Kouvelis, fino al giugno scorso al governo con Samaras, e i Greci Indipendenti di Panos Kammenos, un piccolo partito della destra antiausterità. D’altronde, lo stesso Tsipras ha più volte ammesso che il suo elettorato non proviene solo dalla sinistra, ma comprende anche tanti elettori moderati.

È questo il programma di governo che il leader della sinistra greca ha cercato di spiegare agli europei e agli americani in una serie continua di viaggi all’estero. Nella strategia di SYRIZA il sostegno dell’opinione pubblica europea svolge un ruolo fondamentale. Allo scoppio della crisi nel 2010 i greci hanno constatato con terrore con quanta facilità un potente sistema mediatico poteva scatenare contro qualsiasi popolo europeo un'offensiva fatta da calunnie, razzismo e antichi stereotipi. L’Unione Europea non può reggere una seconda volta a una lacerazione simile.

L’immaginazione politica di Mapa Teatro

Giulia Palladini

L’immaginazione, secondo Italo Calvino, può essere pensata come la costruzione di cristalli, punti di concentrazione attorno a cui delle immagini si accorpano.

Le opere del gruppo colombiano Mapa Teatro sembrano rispondere a questa descrizione con straordinaria esattezza – e questo termine, qui, non è casuale, non ultimo perché proprio nella lezione sull’esattezza Calvino aveva proposto l’immagine del cristallo come modo autopoietico di organizzare la materia creativa, aperto alla creazione futura come “golfo della molteplicità potenziale”.

Allo stesso modo le opere di Mapa Teatro sono compiute come ‘montaggi’ di un’immaginazione in divenire, che accolgono la possibilità che quest’immaginazione si articolari in altre forme, in altri media, evocando immagini, rimettendo in scena oggetti e suoni provenienti da altre opere. Non solo: tale continuità di pensiero accoglie anche l’eccesso della storia, trasformando così il teatro in un dominio del potenziale; non solo di ciò che è stato o di ciò che sarà, ma anche di quello che sarebbe o sarebbe potuto essere.

Questa trasformazione può darsi proprio grazie all’esattezza di immaginazione che Mapa Teatro deposita su questa storia: l’esattezza riservata a tutti gli archivi esplorati, alle immagini documentarie che mai si sceglie di rappresentare; l’esattezza di un pensiero politico che è al contempo lucido e appassionato.

Il lungo corso del lavoro teatrale del gruppo fondato da Heidi e Rolf Abderhalden trent’anni fa a Parigi, somiglia alla bellissima palazzina che oggi è la sua sede a Bogotà: un antico e luminoso hotel dell’epoca coloniale, pieno di stanze, che affacciano su uno spazio centrale, usato come scena e laboratorio permanente. In questo luogo, che loro chiamano “spazio di migrazioni”, sono ospitati anche gli studi di artisti che negli anni hanno lavorato assieme, o accanto, a Mapa Teatro. Come questa palazzina, l’organismo Mapa Teatro ha ospitato al suo interno storie e immagini molteplici, in particolare della storia del proprio paese.

Ne è un esempio la trilogia Anatomia della violenza in Colombia, che in questi giorni al Festival Iberoamericano de Teatro di Bogotà si articola (ma certamente non si conclude) con il terzo “montaje” teatrale, Los Incontados. Il “triptico” - iniziato con Los Santos Innocentes nel 2010 e proseguito con Descurso de un hombre decente del 2012 (che in giugno sarà di nuovo in Europa, al Malta festival di Poznan) – cristallizza una ricerca sulla relazione strettissima tra celebrazione e violenza nella storia colombiana degli ultimi quarant’anni.

In questa storia, moltissimi massacri ebbero luogo durante occasioni di celebrazione, pubbliche o private. Diverse forze, nel corso degli anni, hanno interrotto celebrazioni trasformandole in scene di violenza. Paradossalmente, tali massacri hanno voluto ‘inscenare’ se stessi in un teatro di festa. Questo costituisce un fil rouge tra vari interventi armati realizzati dalla guerrilla delle FARC, dalle forze paramilitari o dai narcotrafficanti: i tre principali soggetti di scontri violenti che caratterizzano il passato recente in Colombia.

La “anatomía de la violencia colombiana” indaga il dispositivo teatrale che queste scene hanno abitato e prodotto: i palcoscenici in cui la morte interrompe uno stato di allegria. Ne Los Santos Inocentes (e nelle sue derive in forma di installazioni) l’abbraccio mortale tra violenza e festa è ‘trovato’ nelle immagini di un rito collettivo, che ha luogo ogni anno nel villaggio di Guapi, sulla costa pacifica. In questo villaggio appartato e nascosto tra la giungla e il mare, per anni si sono perpetrate sopraffazioni da parte dei paramilitari.

Nel giorno de Los Santos Inocentes, il 28 dicembre, gli uomini (per la maggior parte neri o indigeni) travestiti da donne corrono per la città in un violentissimo baccanale di natura religiosa, frustando tutti coloro che incontrano: innocenti o carnefici solo per un giorno, o per tutto l’anno. Le immagini di questa festa, filmate da vicino e montate in un video, diventano in scena una sorta di allucinazione che irrompe nello spazio di una stanza privata, di una festicciola.

In Discurso de un hombre decente, la violenza inscenata è quella di Pablo Escobar, il più potente narcotrafficante di Medellin, uomo pubblico e politico, che ha coltivato per tutta la vita l’idea delirante di diventare presidente della Colombia e legalizzare la droga, così da trasformare i propri affari in un business di stato. Dopo una lunga ricerca negli archivi, nella retorica documentata di Escobar, Mapa Teatro decide di inventare per lui un ultimo discorso: quello che per tutta la vita il ‘capo’ aveva forse immaginato, ma mai formulato. Accompagna questo discorso, la musica amatissima da Escobar, suonata da un vecchio musicista sopravvissuto all’epoca d’oro del narcotraffico, quando la sua celebre banda Marco Fidel Suárez animava le feste private e pubbliche in Medellin, come quella nella Plaza de Toro durante la quale Escobar fece esplodere una bomba sterminando molti dei musicisti, oltre a cittadini e politici presenti.

L’ultimo cristallo di quest’immaginazione politica si concentra sulla violenza rivoluzionaria, quella reale e quella di una rivoluzione per lungo tempo immaginata come imminente in Colombia, e lo fa in un momento particolarmente delicato, visto che sono in corso a Cuba le negoziazioni per il processo di pace tra stato e guerrilla. Los Incontados (quelli di cui non si racconta e che non sono stati contati) sono i cospiratori di una rivoluzione allestita come un coup de magie, in una festa di bimbi. La rivoluzione, scriveva il rivoluzionario Jaime Bateman Cayòn, è una festa, deve essere il raggiungimento dell’allegria, la lotta stessa deve essere un gioioso teatro di liberazione. Questa rivoluzione sempre rimasta potenziale nella storia colombiana emerge a tratti, negli slogan di Radio Sutatenza, nella scena che riproduce una foto di Jeff Walls, incorniciando una lanterna magica per una rivoluzione segreta, sorprendente come un sortilegio.

La rivoluzione, nel suo possibile realizzarsi attraverso la violenza, diventa qui una fiaba raccontata in una festa di bambini, da un ventriloquo seduto al centro della scena. La violenza rivoluzionaria, nell’immaginazione, inverte per gioco l’ordine di sequenza: “La fiesta se acabó, ahora viene la revolución”, scriveva padre Camillo Torres, figura chiave de Los Incontados. Come evocata dalla potenza di un prestidigitatore, nell’immaginazione politica di Mapa Teatro la rivoluzione, come la festa, sembra essere invece sempre a venire.