Diritto a un non luogo

Franco La Cecla

A un recente convegno a Brescia su spazi pubblici e performance uno dei progettisti della metropolitana cittadina ha raccontato le motivazioni alla base del disegno del nuovo servizio urbano. Trattandosi di una piccola città è sembrato importante offrire anche ai bresciani la possibilità di un non luogo.

Rifacendosi alla ben nota tesi di Marc Augè i progettisti hanno concepito una metropolitana che dia agli abitanti di Brescia l’impressione di essere sperduti nell’anonimato di un aeroporto, nella mancanza di significato di un posto di passaggio come mille altri. La presentazione era accompagnata da foto della metropolitana realizzata messa a confronto con classici luoghi dell’anonimato contemporaneo, hall di aeroporti, corridoi, tunnel, spazi puramente funzionali.

È la prima volta che mi succede di vedere come un’espressione nata per descrivere l’alienazione contemporanea, lo scollamento tra luoghi e persone, diventi un parametro di qualità. Se questo capitombolo è possibile potremo presto vedere altri termini riscattati nello stesso modo, da “amore liquido”, a “disagio della civiltà” a “deriva etnica”, fino ad arrivare a “inquinamento atmosferico”.

Abbiamo tutti diritto a vivere il presente come uno spettacolo dove le cose non vanno mai giudicate, ma solamente mappate per essere riprodotte. Anche il malessere urbano può trovare la sua formula estetica e tutti avere male al fegato come lo “spleen” di Baudelaire. La progettazione serve a trasformare in spettacolo gli stessi malanni di cui la città sta morendo.

alfadomenica giugno #4

MAZZONI e CORTELLESSA sull'IMMAGINE - RIGOTTI sulla LETTURA – CARBONE Semaforo - BONVICINO Poesia - CAPATTI Ricetta

NELL'OCCHIO DI CHI GUARDA

È appena uscito nelle «Saggine» Donzelli Nell’occhio di chi guarda. Scrittori e registi di fronte all’immagine, a cura di Clotilde Bertoni, Massimo Fusillo e Gianluigi Simonetti, con una postfazione di Stefano Chiodi (XXIV-199 pp., € 21,00). Il libro raccoglie ventitrè brani in prosa (alcuni dei quali prosimetrici) di scrittori e registi teatrali e cinematografici di oggi: ciascuno dei quali commenta una o più immagini, per lo più (ma non esclusivamente) appartenenti alla storia dell’arte. Riportiamo qui il brano di Guido Mazzoni e l’immagine da lui commentata (Luke Cremin, Image #1200, The September 11 Digital Archive), seguiti da un commento di Andrea Cortellessa.
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CHE COSA VUOL DIRE LEGGERE OGGI
Francesca Rigotti

Mi hanno dato ben 6.000 caratteri per svolgere il tema Che cosa vuol dire leggere oggi, ma mi rendo subito conto che non sono in grado di scriverli in maniera impersonale. Come si legga oggi non lo so con precisione: dovrei aver fatto una ricerca accurata sul tema e possedere competenze sociologiche che non ho.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

ISHMAEL BEAH Lingue _ HANNAH ROSEFIELD Schermi _ MAJANLAHTI e OSTI GUERRAZZI Sovversivi _ UGRESIC
Tossici _ ANGWIN Tracce.
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POESIE di Régis Bonvicino

#SOPA_DE_OSSOS@NERUDA.COM
#CONDIZIONE CRITICA

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PESCE SENZA RICETTA - Ricetta
Alberto Capatti

I moltiplicatori numerici applicati ai nomi dei piatti suonano male e suggeriscono una abbondanza fasulla, una convivenza forzata e una indeterminatezza di fondo.
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*alfadomenica è la rubrica settimanale di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Nell’occhio di chi guarda

È appena uscito nelle «Saggine» Donzelli Nell’occhio di chi guarda. Scrittori e registi di fronte all’immagine, a cura di Clotilde Bertoni, Massimo Fusillo e Gianluigi Simonetti, con una postfazione di Stefano Chiodi (XXIV-199 pp., € 21,00). Il libro raccoglie ventitrè brani in prosa (alcuni dei quali prosimetrici) di scrittori e registi teatrali e cinematografici di oggi: ciascuno dei quali commenta una o più immagini, per lo più (ma non esclusivamente) appartenenti alla storia dell’arte. In ordine di apparizione gli autori dei testi sono Nadia Fusini, Walter Siti, Federico Tiezzi, Roberto Andò, Maria Grazia Calandrone, Mauro Covacich, Filippo D’Angelo, Elio De Capitani, Giorgio Fontana, Gabriele Frasca, Andrea Inglese, Tommaso Pincio, Laura Pugno, Domenico Starnone, Emanuele Trevi, Franco Buffoni, Helena Janeczek, Valerio Magrelli, Guido Mazzoni, Enzo Moscato, Vincenzo Pirrotta, ricci/forte e Alessandra Sarchi. (I brani di Covacich e Frasca sono tratti dai loro libri Prima di sparire, Einaudi 2010, e Dai cancelli d’acciaio, Sossella 2011.) Riportiamo qui il brano di Guido Mazzoni e l’immagine da lui commentata (Luke Cremin, Image #1200, The September 11 Digital Archive), seguiti da un commento di Andrea Cortellessa.

I destini generali
Guido Mazzoni

Accade qui, fra persone sconosciute, in una casa dove è entrato ignorando i recinti invisibili che separano gli spazi abitati dagli altri; accade ovunque e si propaga nei messaggi, nei telefoni, negli schermi che intravede dentro le finestre illuminate oltre le tende. Il pomeriggio ordinario si sposta per lasciare spazio alla scena che, fra animali di peluche e le foto di una vita non sua, crea una forma di ipnosi nella stanza. Può essere un uomo o un bambino, un estraneo o se stesso: questa storia lo trascende.

Nella ripresa dall’elicottero vibra una città più vera di quella dove vive. La popolano creature mentali più interessanti, più familiari degli esseri opachi con cui ogni giorno condivide le stanze e i treni. Anche quello che accade è inscritto nelle regioni profonde di una storia impersonale. Nei prossimi giorni ricorderà le scene dei film dove ha già visto quello che sta per vedere; intanto addomestica l’anomalia di uno spazio alieno, parla con questi sconosciuti, cerca riparo in una prima persona plurale. Oltre i pupazzi e la finestra, con l’irrealtà dei ricordi nei sogni, si allarga il Boulevard Périphérique, il centro di Pisa o un campo coltivato.

Ma quando l’aereo entra nella parete e il suo scheletro attraversa l’edificio galleggiando per un attimo prima che il cherosene si incendi e lo distrugga per la terza, per la quarta volta nel replay che scandisce il pomeriggio dell’Europa occidentale, quando l’esplosione si dilata e occupa il suo inconscio, che cosa sta vedendo? È un evento, possiede la forza delle cose nuove, divide il nostro tempo. Troppo grande perché il suo io rimanga intatto, lo percorre e lo segmenta. Le parti di lui che non hanno il diritto di accedere alle parole guardano uno spettacolo che le mitologie della sua epoca aspettano da anni, regredendo in una curiosità che è molto più antica, molto più tangibile dell’orrore che in astratto dovrebbe provare per questi sconosciuti che muoiono in mondovisione. Ci vorranno giorni o anni perché li veda davvero; gli verranno incontro all’improvviso, nei dormiveglia dei voli intercontinentali; li immaginerà mentre guardano la plastica dei sedili dirottati o si sporgono oltre le finestre e il fumo, fissando gli oggetti prima di lasciarsi cadere.

Più tardi, quando la prima torre cede e ogni cosa diventa incomprensibile, scambia banalità con le persone che ha accanto per assorbire, per normalizzare un giorno simile. Le parole che ha ereditato non aderiscono più a ciò che vede. Ha odiato la forma di vita che questa nazione ha imposto nella seconda metà del XX secolo, sconfiggendo l’idea che un mondo meno ingiusto fosse possibile e facendo di lui un piccolo borghese; può scrivere le parole che leggete grazie alla forma di vita che questa nazione ha imposto nella seconda metà del XX secolo, sconfiggendo le dittature nate per costruire un mondo meno ingiusto e facendo di lui un piccolo borghese.

Capisce la grandezza della mente teologica che ha progettato un giorno simile, il risentimento di queste persone che hanno consumato se stesse per preparare l’attimo in cui si sarebbero dilaniate da sole, l’idea della propria morte diffusa nei dettagli delle stanze straniere dove avranno trascorso, alla fine, più di un quarto della propria vita. Ai suoi occhi sono solo degli alieni, dei selvaggi murati in un mondo mentale primitivo. Negli anni futuri, scrutando con ansia le persone in coda davanti all’imbarco del suo volo, capirà che queste torri e questi aerei contengono anche lui.

Si siede su un divano, guarda la storia universale venirgli incontro nel plasma. È l’orografia della sua vita: può osservarla, non può prendervi parte. Fra poco uscirà, sarà un passante, osserverà i dettagli minimi, gli oggetti nelle strade, gli stratocumuli, sopra le case, tracciare segni senza significato. Ciò che siete non è reale. Ciò che siete vi oltrepassa a ogni istante.

2001-2011

11 settembre 2 (600x450)

Il destino delle immagini
Andrea Cortellessa

Non c’è branca dei saperi un tempo definiti «umanistici» che goda oggi di attenzioni maggiori, in senso tanto quantitativo che qualitativo, dell’intreccio – equazione, osmosi, traduzione, confronto o conflitto (i curatori del libro donzelliano hanno dato un titolo kafkiano alla loro densa introduzione: Descrizione di una battaglia) – fra parola e immagine.

Può darsi che davvero, come dicono appunto Bertoni Fusillo e Simonetti, si sia entrati in un tempo che ha definitivamente messo da parte la suddivisione lessinghiana fra arti del tempo e arti dello spazio – frame fondamentale dell’estetica moderna – e che ciò debba essere messo in relazione con quell’altra stimmate della contemporaneità che è stata definita spatial turn.

Hanno comunque buon gioco, i medesimi curatori, a sottolineare come a indurci praticamente, empiricamente a trattare parole e immagini sullo stesso piano (non più disponendole cioè, come sino a un passato recente, in più o meno implicite gerarchie) sia quella parte integrante della nostra vita, e della nostra mente, che è la Rete: nella quale pare assistere alla «realizzazione tecnologica di un’utopia concepita da Wagner e perseguita poi da tante avanguardie del Novecento: l’opera d’arte totale, che fonde in sé tutti i linguaggi espressivi».

È davvero, il www, l’iconotesto globale: nel quale testi verbali e immagini sono tutti e alla stessa stregua oggetti, fruiti scambiati e interconnessi come tali, cioè – in una configurazione appunto object-oriented –, quasi sempre privando le une come gli altri di spessore: cioè della rispettiva specificità materiale, della propria storia individuale e di genere, insomma della loro ontogenesi e filogenesi. In fondo risponde alla stessa logica l’originale struttura del libro che, anziché dilungarsi in dotte quanto ripetitive spiegazioni sulle diverse forme dell’ekphrasis, performativamente ce le mostra: allineando in «una sorta di esposizione ideale» (come la chiama Stefano Chiodi nella postfazione) una quantità di differenti strategie di scrittura, assai più che di immagini. (E allora non ha molto senso discutere della scelta di questo o quell’autore – che in sé, a volte, può anche lasciare perplessi.)

Se è vero quanto sostiene uno fra i più autorevoli esponenti degli odierni visual studies, W.J.T. Mitchell, e cioè che esistano ormai solo «mixed media», davvero siamo ormai entrati nel dominio incontrastato del pastiche, come Fredric Jameson negli anni Ottanta definiva la dominante estetica del postmoderno («una parodia bianca, una statua con le orbite vuote»). Il che non vuol dire però – come sostenuto con intenti opposti dai troppo euforici corifei del postmodernismo prima, dai suoi troppo frettolosi liquidatori poi – che questo allontani di per sé, dall’universo delle rappresentazioni, quella sostanza traumatica del conflitto che ovviamente, dall’universo delle realtà, non s’è mai sognata di allontanarsi.

Giustamente i curatori del volume – senza aver inteso in tal senso orientare i loro collaboratori – notano a posteriori il ricorrere, nei loro testi, di «immagini che inscenano o suggeriscono l’angoscia, e ancor più spesso la violenza: una violenza pluriforme e pervasiva, che si irradia dalla sfera pubblica a quella privata»: dalla tortura allusa nel tableau odontoiatrico gaddianamente inventato da Gabriele Frasca al Trionfo della Morte del palermitano Palazzo Abatellis, dal Giardino delle delizie di Bosch al Prado ai miliziani della Guerra di Spagna nella doppia immagine di Robert Capa e Gerda Taro.

E quest’aura di minaccia (giustamente Chiodi identifica nella paura, il mood dominante della silloge) si accresce ulteriormente, se dal repertorio delle immagini si passa a quello dei commenti d’autore. Perché, teste il Duchamp evocato appunto da Chiodi, «sono gli spettatori che fanno i quadri». (In questo senso ha valore di implicita epitome teorica dell’intero volume il testo di Emanuele Trevi ispirato a una natura morta di Zurbarán: nel quale si distingue – sulla scorta di un’osservazione di Somerset Maugham sul pittore spagnolo – la fantasia, che «costruisce dei mondi paralleli, più o meno verosimili», dall’immaginazione che «si esercita su ciò che già esiste, indipendente da noi».)

Penso per esempio a come Maria Grazia Calandrone «entri» narrativamente in un’immagine perfettamente quotidiana come Sink and Mirror di Antonio López Garcia rendendola, alla lettera, la scena di un delitto. O a Mauro Covacich che, della propria stessa performance intitolata L’umiliazione delle stelle (nella quale «espone» se stesso mentre corre l’intero percorso di una maratona, 42 chilometri e passa, su un tapis-roulant), dice che l’applauso del pubblico è «sincero, benché sottilmente velato dalla delusione per la morte mancata».

O a come Filippo D’Angelo retroceda dalla contemplazione imperturbata (sino a «un senso di sacra sonnolenza») di una maschera Teotihuacán, che registra orrori antichi di millenni, a quella lacerata degli orrori d’oggi nelle videotorture dei Narcos atrocemente esposte su www.mundonarco.com. Una violenza che turba quanto più è sottile, sino all’infrasottile di Tommaso Pincio che commenta il ritratto ideale di Marilyn Monroe realizzato da Willem De Kooning nel 1954: prima cioè che Andy Warhol ne codificasse l’icona pop.

Nell’espressionismo del gesto di De Kooning, nei cui corpi di donna la «massa corporea, che sembra sul punto di tracimare dalla tela, è sfigurata se non squartata da pennellate violente», viene a nudo la segreta brutalità insita – per questo fiammingo esule a New York – nella pittura a olio. Se Warhol uccide Marilyn in sottrazione, rendendo incorporea la sua immagine col seriarla all’infinito, viceversa De Kooning uccide Marilyn rendendola puro corpo: «squarciandola a furia di pennellate» e offrendocela – prima che, di lì a qualche anno, quel destino davvero si realizzasse – «come una vittima sacrificale (e predestinata) di eccessi tutti maschili».

Che il libro funzioni come un test analitico dell’«inconscio collettivo al lavoro» (è ancora Chiodi che parla) lo mostra quasi didascalicamente la prosa poetica di Guido Mazzoni su una delle tante foto dell’11 settembre. Nulla quanto questa immagine (cioè questa infinita galassia di immagini, fra loro tutte diverse e tutte identiche) ha dato una forma alla paura per eccellenza che ha abitato il postmoderno in cui siamo cresciuti: quell’«evento» esterno, e immensamente alieno, che Paul Virilio (i cui seminari, così vuole la leggenda, aveva seguito il capo del gruppo di attentatori, Mohammed Atta) ha definito – così intitolando una sua mostra andata in scena a Parigi giusto l’anno dopo l’eventoCe qui arrive. La struttura del testo di Mazzoni riproduce, come una meta-ekphrasis, non quanto nell’immagine si vede bensì le condizioni nelle quali la vediamo (anche nel testo di Alessandra Sarchi, che dà voce a sei diversi immaginari personaggi-spettatori delle Nozze di Cana del Veronese al Louvre, assistiamo a questa inversione di vettore dello sguardo). Così come contempliamo la sua immagine, assistiamo alla vita: possiamo osservarla, non prendervi parte.

Ma se da molto tempo ormai ci è preclusa la strada – la strada modernista – che nell’immagine entrava, prendendovi appunto parte (penso all’immersività cui ci obbliga per esempio Rothko, evocato dall’acuto testo di Elio De Capitani – l’unico che metta in campo la rete di relazioni economiche, politiche e sociali che soggiace alla produzione, alla circolazione e al consumo delle immagini), come fanno i fotografi militanti della guerra di Spagna nel testo di Helena Janeczek, ormai non ci è più possibile neppure assistere allo spettacolo del reale con l’asetticità, la sacra sonnolenza che è il mood postmodernista per antonomasia.

Perché sono quelle immagini a essere entrate, senza chiedere permesso: tatuandosi per sempre sulla pelle della nostra mente, inserendosi nella struttura della nostra personalità e modificandola definitivamente. Caduto con uno schianto assai meno udibile di quello delle Twin Towers, è anche il dualismo paralizzante che ci ha visto nascere alla coscienza. Non quello fra parola e immagine, da tempo archiviato, bensì appunto quello che separava con un muro invisibile l’orrore senza fine della realtà – un segno senza significato – e appunto la nostra coscienza. Una coscienza che di segni è stracolma, e che a ogni segno pretende di dare un significato. Una coscienza che per troppo tempo ha pensato fosse possibile ripararsi – da quell’orrore – rifugiandosi in se stessa.

Semaforo

Maria Teresa Carbone

Lingue
In Sierra Leone abbiamo circa quindici lingue e tre dialetti, io sono cresciuto parlandone almeno sette. La mia lingua madre, il mende, è estremamente comunicativa e molto figurata, e quando scrivo in inglese devo sempre faticare per trovare l'equivalente di quello che vorrei dire in mende. Per esempio in mende non si direbbe “scese di colpo la notte”. Si direbbe: “il cielo si rovesciò e cambiò lato”.
Ishmael Beah, Domani sorgerà il sole, Neri Pozza 2014, nota dell'autore, p. 7

Schermi
Quando Suzi LeVine, alla fine del mese scorso, ha fatto il giuramento d'uffcio su un Kindle, si è sicuramente resa conto che la cerimonia avrebbe attratto maggiore attenzione di quella che normalmente si rivolge al nuovo ambasciatore in Svizzera e Lichtenstein. (…) Un KIndle non è un bell'oggetto. La foto di LeVine, la mano posata su un piatto rettangolo grigio, sottolinea per assenza il fascino di carta e inchiostro e di una rilegatura elaborata. Motivando la sua decisione, LeVine ha riconosciuto questo fascino. “Per quanto elegante potesse essere una copia della Costituzione del XVIII secolo, ho preferito usarne una del nostro tempo, che riflette la mia passione per la tecnologia e la mia speranza nel futuro. (…) [Un e-reader] simboleggia il meglio della nostra nazione: innovazione, imprenditorialità e la voce che ognuno di noi ha nella nostra democrazia”. Naturalmemte, però, un e-reader simboleggia una comunanza meno elevata. Se c'è una cosa che ci unisce nel XXI secolo, è la quantità di tempo che passiamo davanti a uno schermo.
Hannah Rosefield, A History of Oaths and Books, “The New Yorker”, 20 giugno 2014

Sovversivi
Dall'angolo di via Candia si prosegue ora per un isolato in direzione ovest fino a via Tolemaide per poi girare a destra. Questa strada oggi assolutamente anonima è stata la scena dei più feroci combattimenti avvenuti subito dopo la marcia su Roma perché qui al civico 9 aveva la sua sede il sindacato dei fornaciai. In in un quartiere fatto di potenziali fortezze questo era il caposaldo di tutti quegli elementi che lo stato e i fascisti chiamavano sovversivi.
Anthony Majanlahti, Amedeo Osti Guerrazzi, Roma divisa 1919-1925. Itinerari, storie, immagini, Il Saggiatore 2014, p. 209

Tossici
Esiste una categoria di persone che in linea di principio mi dà fastidio più dei piagnucoloni, dei critici, degli apocalittici, di quelli che si lamentano in continuazione, dei tediosi, insomma persone tossiche. Non sono i fumatori se è quello che avete pensato subito. Si tratta della gente perbene. Le persone perbene sono attorno a noi, sono la specie vincente, il mondo si regge su di loro. Le persone perbene sono donne che seppelliscono un paio di mariti, mariti che seppelliscono un paio di mogli. La gente per bene è ottimista per principio.
Dubravka Ugresic, Cultura karaoke, nottetempo 2014, p. 184

Tracce
21 aprile 2010: Facebook introduce il pulsante “like” al suo raduno F8. Il fondatore Mark Zuckerberg dichiara che “sarà la cosa più trasformativa che abbiamo mai fatto per il web”. (…) 18 maggio 2011: il “Wall Street Journal” riferisce che i pulsanti “like” di Facebook e altri congegni raccolgono dati sugli utenti anche quando non vengono cliccati. Il capo del reparto Tecnologia di Facebook dice: “Non li usiamo per tracciare e non sono fatti per questo”. (…) 12 giugno 2014: Facebook annuncia a Ad Age che comincerà a tracciare gli utenti in tutta Internet attraverso congegni come il pulsante “like”. (…) Aggiornamento 19 giugno 2014: Facebook si è messa in contatto con noi per dire che non hanno ancora avviato la tracciatura e che all'inizio sarà fatta solo sui dispositivi mobili. Sottolineano inoltre che Facebook non darà i dati alle aziende che fanno pubblicità, ma li elaborerà per aiutare le aziende ad affinare le loro inserzioni.
Julia Angwin, It's Complicated: Facebook's History of Tracking You, ProPublica, 17 giugno 2014

Il Semaforo di oggi è stato realizzato insieme agli allievi del Master “Professionisti dell'informazione culturale” dell'università di Urbino: Salvatore Castano, Ljuba Castelli, Domenica Chighine, Luigi Cruciani, Nicola Di Gregorio, Isabella Manchia, Clara Rizzitelli.

Che cosa vuol dire leggere oggi

Francesca Rigotti

Mi hanno dato ben 6.000 caratteri per svolgere il tema Che cosa vuol dire leggere oggi, ma mi rendo subito conto che non sono in grado di scriverli in maniera impersonale. Come si legga oggi non lo so con precisione: dovrei aver fatto una ricerca accurata sul tema e possedere competenze sociologiche che non ho.

Certo che mi arrivano segnali dall'esterno, ma vivendo da eremita tra paesi stranieri non ne colgo molti. Viaggiando tanto però, in treno e in aereo, cònstato con i miei occhi che i viaggiatori non hanno più in mano libri o giornali, se non sporadicamente: la stragrande maggioranza di loro manovra uno smartphone o un computer, raramente, molto raramente un tablet; quindi non legge caratteri ma guarda messaggi, anche se prevalentemente ascolta musica. L'unica cosa che so bene è che cosa vuol dire per me leggere oggi e di questo scrivo.

Sono una donna, una docente e una autrice di saggi nata nel 1951; vivo tra i libri da quando ho iniziato a leggere, a tre anni, nel 1954 (ne parlo più avanti), anche se sono nata e cresciuta in una casa senza libri e mi sono dovuta arrangiare da subito con prestiti tra amiche e compagne e soprattutto con le biblioteche. Ottimo sistema, il prestito pubblico, o la lettura diretta in bilioteca, che permettere di leggere tantissimi libri senza acquistarli, col doppio vantaggio di non spendere e di non riempirsi la casa. So che l'affermazione può scandalizzare: editori e librerie ne patiscono, e il lettore non possiede materialmente i libri che legge; molti non lo sopportano e dichiarano che loro i libri devono possederli per sentirsi bene, e mostrano con orgoglio le loro bibliotechine di casa o le distese dei loro palazzi con le stanze dei libri, come quelle di Massimo Cacciari. Io il problema non ce l'ho, non l'ho mai avuto e non so nemmeno come potrei soddisfare la brama di aver libri, se mai mi prendesse, col mio budget limitato e le nostre abitazioni di formato ridotto.

Leggo oggi di media dai 12 ai 18 libri al mese in inglese, italiano, tedesco, francese, libri di carta, pesanti, oggetti solidi da tenere in mano e sfogliare, che mi segnalano a che punto sono dallo spessore delle pagine a sinistra, quelle già lette, rispetto a quello delle pagine a destra, ancora da leggere. Libri di saggistica, prevalentemente, ma anche libri di narrativa, la sera e nel fine settimana. Questo per i libri interi; di fatto leggo molte più pagine di saggi scientifici, contributi a congressi, articoli di riviste e giornali, tesi, relazioni e lavoretti degli studenti (in forma mista, talvolta cartacea, talvolta elettronica), e poi, in rete, articoli, osservazioni, commenti, oltre alla impegnativa posta quotidiana.

Talvolta mi sembra che leggere sia la mia unica competenza, la più importante per la mia formazione e per la mia vita; una competenza imparata, senza accorgermene, da piccolissima. La leggenda familiare racconta che iniziai a leggere insieme a mia sorella maggiore – che oggi è affermata studiosa e docente universitaria a Caen, specializzata in letteratura italiana per l'infanzia e che si firma come Mariella Colin ma che allora era Mariella (Maria Rosaria) Rigotti – quando ella frequentava la prima elementare e io non andavo nemmeno alla scuola materna (che allora si chiamava asilo). A Natale del 1954, quando Mariella aveva sei anni e io tre, leggevamo entrambe speditamente.

Lessi da quel momento in poi tutti i caratteri stampati che trovavo; leggevo persino, ad alta voce, le pubblicità all'interno dei tram verdi e gialli di Milano, in braccio alla mamma, compiacendomi del fatto che la gente si meravigliasse (è uno dei miei primi ricordi). Lessi tutti i pochi libri per l'infanzia che c'erano in casa, lessi e rilessi fino a disfarli i volumi dell'Enciclopedia dei ragazzi (quegli strani “ragazzi mondadori” che né mia sorella né io capivamo chi fossero), per poi tuffarmi nella bibliotechina di quartiere che si trovava in un locale della scuola elementare, di mia sorella e poi mia, la scuola «Ariberto di Intimiano e Matilde di Toscana» in via Ariberto a Milano. Lì i libri mi venivano porti da sopra il bancone, cui non arrivavo, da una bibliotecaria molto simile alla signora Felpa di Mathilda di Roald Dahl; libri che io non “ordinavo” ma che la signora individuava come adatti e interessanti.

Poi, all'età di otto anni, mi venne in mente, non so come, di stendere un elenco degli autori e dei titoli dei libri che avevo letto fino a quel momento – erano ben settantasette -. Quell'elenco è continuato, svolgendosi lungo tre quaderni, fino ad oggi, quando la somma sta per toccare quota tremilacinquecento. L'elenco comprende esclusivamente e rigorosamente libri letti per intero, gli unici che hanno diritto a entrarvi; quelli di cui ho letto una parte più o meno lunga, un saggio, due capitoli ecc. non vi hanno accesso anche se sono infinitamente di più.

E oggi? Dal momento che in Italia è considerato lettore forte chi legge un libro al mese, penso di essere lettrice forte, fortissima, forzuta. Continuo a procurarmi i libri nelle biblioteche, alcuni ne acquisto, altri mi arrivano per recensione o in omaggio. Se li leggo sul tablet? No, ancora no anche se non penso che manchi molto. In viaggio e la sera romanzi; durante la giornata la saggistica, sul divano con la matita in mano ma più spesso alla scrivania per appuntare i passi che mi interessano su quaderni, una serie che a metterli in fila occupa parecchi metri di dorsi. Tutti schedati, datati e indicizzati. Appunto su quei quaderni gli spunti, le idee, le citazioni relative agli argomenti che sto seguendo in un dato periodo, tre o quattro, e che in genere mi servono per scrivere altri saggi o altri libri.

Se poi tutti questi libri, i miei e quelli degli altri, siano davvero indispensabili e importanti, francamente lo dubito. Tanto più che oggi sovente si usa la tattica di montare un libro intorno a una idea, magari interessante ma una sola, il che non basta. Un esempio, relativamente a un libro di narrativa letto di recente: The Goldfinch di Donna Tarrt, Il cardellino. Quasi ottocento pagine su una e una sola idea, la scomparsa di un piccolo dipinto di pittore olandese del Seicento durante un attentato. Tutto ciò è fuori misura e inadeguato e rivela la presenza di un'operazione commerciale di bassa lega e nemmeno tanto coperta. Terminato il romanzo mi sono consolata con Se una notte d'inverno un viaggiatore.

Se condivido con qualcuno le mie letture? No, me le tengo per me: è raro che mi capiti di parlarne con qualcuno ma non importa, leggere è una passione solitaria, sempre più solitaria. Se riesco a leggere in maniera rilassata e continuativa? No, o molto meno che in passato. Le lunghe ore ininterrotte dedicate alla pagina scritta sono un ricordo del tempo che fu anche per una lettrice tutto sommato di vecchia maniera. Le interruzioni sono frequenti e non sono quelle per andare in bagno o bere un bicchiere d'acqua e neanche per rispondere a squilli di telefoni ormai quasi inesistenti. Sono le note interruzioni del ping dell'e-mail o dell'SMS (non del contatto FB o Twitter o altro social network a cui ho scelto deliberatamente di non collegarmi per non cadere in nuove dipendenze).

Sullo Speciale Leggere oggi anche
Mario Marchetti, Leggere un inedito (per il premio Calvino)

Pesce senza ricetta

Alberto Capatti

Prima questo raccontino tratto da I prodigi di un alimento del cavalier Carlo Bagalini, un manuale-ricettario che rientra, nel 1932, nelle campagne fasciste per il consumo del pesce:

Un pesce teppista

Lo spinarello – forte della spina acutissima e tagliente di cui è fornita la sua pinna dorsale e che può abbassare e raddrizzare a volontà – si permette degli atti di vero teppismo, perché in essi non si può riscontrare uno scopo utilitario. Il Franklin descrive una di queste malvagie gesta del minuscolo pesce. Una grossa carpa se ne stava immobile a poca profondità, nell’acquario; si sarebbe detto che sognasse. Ad un certo punto uno spinarello, con le pinne rizzate, si precipita con la velocità di una freccia su di essa, la colpisce nella pinna pettorale e si ritira tosto. La carpa, di natura dolce e inoffensiva, si ritira pazientemente in una parte più tranquilla, ma il piccolo teppista l’assale un’altra volta, e, tanto per cambiare, se la prende con la sua coda. La carpa, poveretta, non osa fare rappresaglie, e se ne sta mogia mogia... le sue pinne sono ridotte in brandelli… e forse il suo maligno aggressore ride a suo modo di quella toeletta che ha così malignamente sciupata.

Carlo Bagalini non dà una sola ricetta del teppista d’acqua dolce, gasterosteus aculeatus, salvandolo dalla padella, né altri autori, tanto da far pensare, a torto, che si pescano e si friggono, di preferenza, i pesci cogniti e tranquilli. Attenti comunque a non confonderlo con lo spinarolo uno squalide trattato in cucina come il palombo (recensito nella Grande enciclopedia illustrata della Gastronomia curata da Guarnaschelli Gotti, 1990).

Lo spinarello senza ricette, pone un problema di metodo più che di etica. Si trovava nel lago di Fucino, con tinche e lasche, e faceva e fa parte delle numerosissime specie neglette e di una acquiescenza al mercato che offre sempre le medesime cose. Il suo comportamento ha tuttavia attirato l’attenzione di Konrad Lorenz, Niko Timbergen e Danilo Mainardi (Airone, 1-V-1981; fonte: Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, UTET, 1998). Nello stesso dizionario, ritroviamo la triste fine di questo pesce bollato da teppista: "Il Bloch vide un luccio che aveva nella bocca uno spinarello che colla prima spina della pinna dorsale gli usciva dalle narici" (La Natura, App. 28-IX-1884).

Poesie di Régis Bonvicino

Régis Bonvicino

 

Sopa_de_ossos@Neruda.com

Nel negozio della Chascona
post cards
libri di Neruda
magliette

«No me detuve en la lucha»
il volto del Che
disarmato e malato

José, il terrorista mapuche

alla fine fu preso
il lavoro lo fece la CIA
caddero anche capi
del narcoterrorismo

un peruviano mi disse anche
in quel giorno allucinato
che suo zio cileno
di nome Pablo

nato a Pisagua
commerciante di salnitro
ricco e avaro
si reincarnò in un topo

 

Condizione critica

È il sarcofago di un piranha
È un Tarzan miope
che scruta il cielo azzurro
È il nightclub Silêncio

È uno spione: consegna Drummond
come estintore
È la traduzione di Sá-Carneiro
in portoghese

È Baudelaire diviso in dodici
È una balia di scarafaggi
È un Jean Genet trattabile
L'intermediario spaccia struzzi

per Rimbaud
È l'incredibile vasca da bagno portatile
dell'appartamento dove
Majakovskij si ammazzò

Traduzioni di Massimiliano Manganelli

 

Régis Bonvicino (São Paulo, 25 febbraio 1955) è poeta, traduttore, editore e teorico della poesia brasiliana. È autore di undici libri, tra cui Página órfã, Ossos de borboleta, 33 poemas, Más companhias, Remorso do cosmos, Primeiro tempo, di un libro per bambini, Num zoológico de letras, e di un'antologia di poesia contemporanea brasiliana. Ha curato e tradotto l’opera di Oliviero Girondo, libri di Jules Laforgue, Robert Creeley, Charles Bernstein e Douglas Messerli, l’epistolario del poeta e romanziere brasiliano Paulo Leminski, e si occupa in particolare dell’opera dei poeti brasiliani Carlos Drummond de Andrade, Decio Pignatari e João Cabral de Melo Neto. La sua rivista «Sibila», dopo undici numeri, è ora magazine online: http://www.sibila.com.br/.