Sabotare la gestione del tempo: politiche della memoria

Elvira Vannini

La memoria collettiva “ha costituito un’importante posta in gioco nella lotta per il potere condotta dalle forze sociali. Impadronirsi della memoria e dell’oblio è una delle massime preoccupazioni delle classi, dei gruppi e degli individui che hanno dominato e dominano le società storiche”.
Jacques Le Goff, Storia e Memoria, 1986.

Nell’analisi del regime di visibilità delle insorgenze e dei movimenti di protesta post-Seattle, Maurizio Lazzarato introduce una rottura con il vecchio paradigma della rappresentazione, sia nei modi di produzione politica che estetica: “linguaggio, segni e immagini non riproducono qualcosa ma piuttosto contribuiscono a renderla possibile […] sono costitutivi della realtà e non sue rappresentazioni”.

Così le pratiche documentarie contenute nell’antologia Politiche della memoria. Documentario e archivio (DeriveApprodi 2014), a cura di Elisabetta Galasso e Marco Scotini, contribuirebbero piuttosto a una trasformazione della storia, attraverso la memoria e la sua riscrittura, nel cuore dei processi di produzione delle soggettività contemporanee. Il libro, nato da cinque anni di incontri con artisti e filmmaker internazionali presso la NABA di Milano, è una delle poche pubblicazioni in italiano sull’argomento a cui potremmo associare The Migrant Image di T.J Demos e The Greenroom di Maria Lind e Hito Steyerl, in area anglo-americana.

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John Akomfrah, Mnemosyne (2010) - HD video, 45'.

Quale sarebbe allora il ruolo delle immagini all’interno di un sistema capitalista mediatizzato in cui la rappresentazione delle soggettività è sottomessa alle “macchine che cristallizzano il tempo”, ossia ai dispositivi mediatici che duplicano la realtà, controllano la memoria sociale e agiscono sulle temporalità per ristabilirne il dominio? È qui che emerge il conflitto. Nella varietà degli approcci ambivalenti alla memoria (quella nata dalla dissoluzione del blocco sovietico, dalla guerra israelo-palestinese fino ai più recenti sviluppi insurrezionali del mondo arabo, insieme ai flussi migratori e i processi di insubordinazione post-coloniale) le discontinuità elidono la svolta semiotica del capitale nella sua ristrutturazione neoliberale ma senza abbandonarsi a nessuna delle narrazioni storiche consolidate. Perché il passato si contrae sempre nel presente e agisce, continuando ad esistere, sul concatenamento tra percezione e memoria sollevando una contro-genealogia politica, attraverso cui la filmografia si è misurata col documentario fino a superarlo.

Per John Akomfrah, che ci offre uno dei contributi più significativi ed è stato tra i fondatori del Black Audio Film Collective, la memoria è lo spettro di una diaspora segnata da un’assenza, ossessionata dal problema della sua storia come modo di legittimazione del presente. L’archivio è il punto di partenza anche per il regista israeliano Eyal Sivan, uno strumento di potere gestito dalle istituzioni nel rapporto tra ricordo e violenza. Perché quando la memoria diventa un oggetto di coercizione il problema non è tanto di ricordare ma l’oggetto stesso del ricordo e l’atto cinematografico assume un valenza politica.

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Gianikian – A. R. Lucchi, Frammenti elettrici n. 3: Corpi (2001)

La questione culturale dell’amnesia di stato, la correzione del trauma e la sua rimozione sono al centro del caso libanese raccontato da Mohanad Yaqubi. Migliaia di metri di pellicola sulla guerra civile del 1976 sono sopravvissuti e sono oggi conservati a Roma presso l’archivio del movimento operaio. L’autore ne racconta il viaggio, da Beirut in Italia, attraverso le vicende di tre filmmaker militanti palestinesi, vicini a Godard e Gorin, durante il loro soggiorno in Giordania negli anni 70. Produrre la lotta, filmare la lotta, contribuire alla lotta: questo era l’imperativo che esortava ad assumere l’arma cinematografica come strumento di organizzazione antagonista.

Il problema del processo di documentazione è invece affrontato da Hito Steyerl attraverso la nozione di “immagini povere”: queste immagini sono quelle che circolano sul web e “offrono un’istantanea della condizione affettiva della moltitudine”. Ma è anche Florian Schneider a parlarcene: se la produzione artistica è un atto di resistenza rispetto alla comunicazione, allora “le tecnologie del sé possono riscrivere la storia”. Il retaggio etnografico ritorna nella filmmaker indipendente Trinh T. Minh-ha, teorica femminista e di studi postcoloniali, “consapevole che l’oppressione sta tanto nella storia raccontata quanto nelle forme del suo racconto”.

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Lamia Joreige, fermo immagine da A Journey, video, 41' (2006)
Collection AIF/Rose Kettaneh. Courtesy: Arab Image Foundation

Non si tratta del “mal d’archivio” di Derrida che conserva le ceneri del passato ma di uno strumento attivo, che non reifica l’apparato documentario della storia e il suo racconto dominante, nella coscienza del suo carattere assolutamente politico. Qui abbiamo a che fare con l’archivio nascosto, pieno di ombre e di modelli spesso non riconosciuti dalla storiografia normativa, che assume piuttosto la persistenza del passato come tempo-latenza, virtualità costituente di quei rapporti di soggettivazione, conflitto e linee di fuga, capaci di far insorgere la memoria.

Allo stesso modo come insorgono i movimenti contro il potere – conclude Scotini nel suo saggio significativamente intitolato Governo del tempo e insurrezione delle memorie. Perché sabotare la memoria non può essere oggi un’operazione neutrale, oggettiva, ne tantomeno un gesto innocente. La sua funzione è quella di “produrre la storia, dunque renderla visibile. Le politiche della memoria rispondono al monopolio dell’apparenza neoliberista”.

a cura di Elisabetta Galasso e Marco Scotini
Politiche della memoria. Documentario e archivio
DeriveApprodi (2014), pp. 216
€ 18,00

Nuovi disagi nella civiltà

Paolo B. Vernaglione

Che il “discorso del capitalista” sia parlato in sottotraccia da TV, rete e grandi giornali è evidente, soprattutto nella continua denegazione della crisi della finanza neoliberale. Che i tratti specie-specifici della natura umana (senza virgolette) risaltino nella prassi del presente è cosa meno evidente nel colpevole oblìo della critica.

Dunque l’attribuzione di valore alla natura umana e il discorso del capitalista costituiscono due polarità nel cui campo di tensione è possibile un’ontologia non complice dell’attualità. È quanto ottimamente è squadernato in Nuovi disagi nella civiltà, testo a 4 voci, a partire dalla densa introduzione e la puntuale guida al dialogo di Francesca Borrelli, e la cui terza parte è lo specchio in cui si riflettono i nuclei problematici di questa modernità: il sapere come “tra”, relazione transindividuale in cui si genera l’individuo; e la corporeità, in cui ha luogo quel cosiddetto “mutamento antropologico”, difficile per la teoria psicoanalitica quanto facile da osservare nella quotidianità.

Ciò che infatti fa problema, nel confronto tra il capitale testo di Freud del 1929 e una nuova sintomatologia di cui si stenta a ricostruire la genealogia (anoressìa, bulimìa, dipendenze, soggetto panicato…) nell’attuale civiltà digitale e del debito, è l’interpretazione dell’insieme delle molteplici realtà del disagio in un totalizzante “discorso del capitalista”, la cui asserzione consiste nel criminalizzare il godimento di merci (di oggetti, di esseri umani) latore di una pulsione di morte urlata nell’imperativo mercantile: “godi!”. In questa lettura della dinamica sociale il godimento verrebbe imposto a soggetti “senza inconscio”, o comunque lontani da un desiderio di norma procrastinato dalla legge del padre, la cui evaporazione avrebbe causato niente di meno che il crollo dell’intero orizzonte simbolico singolare.

Come invece ricorda Francesco Napolitano a partire dalla metapsicologia di Freud, la psicoanalisi, come scienza naturale, si incarica di ricostituire la naturale innaturalezza dell’animale umano, il cui tratto peculiare è quell’inestricabile intreccio di eventualità storica e invariante concettuale, anzitutto riscontrabile nella facoltà di linguaggio, oggi ampiamente sfruttata. Ciò significa che l’attribuzione delle parti di sfruttato e sfruttatore, padrone e servo, soggetto e assoggettato, come anche di un possibile discorso del rifiuto e di un discorso del capitalista, questa attribuzione non può essere univoca, laddove, ancora con Napolitano, “una buona dose di infelicità è intrinseca alla natura umana” – il godimento totale non essendo possibile.

Si tratta allora da un lato di indagare la finitudine umana in rapporto a qualsiasi legge e in relazione alla sua nostalgica reinvenzione; dall’altro constatare come l’eventuale restauro di un nome del padre, seppure a lettere minuscole, non farebbe altro che riprodurre un dispositivo simbolico di assoggettamento che si aggiungerebbe ai dispositivi di cattura neoliberali, in atto da tempo.

Ciò che dunque vale la pena chiedersi nel realizzare una cartografia delle nuove soggettivazioni è quanto l’interpenetrazione (De Carolis) dell’esteriorità sociale e della psiche individuale abbia effetto sulla legge del desiderio, l’Edipo, il rapporto tra istinto e pulsione e quello tra godimento e desiderio. Altrimenti il lacaniano discorso del capitalista diviene l’ombrello significante sotto il quale riparano senza eccezione tutte le dinamiche psico-sociali al tramonto della modernità. Forse invece è utile distinguere la clinica, da cui si evince la micidiale operatività del “discorso”, dalla filosofia, per la quale è più sensato recuperare l’inseparabilità di verità materiale e verità storica del soggetto “sotto” il capitale, poiché in quel punto rileva l’emergere dell’inconscio come dato ontologico e quindi etico.

Una teoria della clinica e una filosofia del disagio nella civiltà potrebbero invece insieme prendere sul serio, cioè alla lettera, l’ “orda primordiale” e “l’origine egizia di Mosè”, perché in quella lettera c’è forse qualcosa di cui ci parla oggi l’inconscio: l’intreccio di storia e metastoria, “già da sempre” e “proprio ora”, invariante biologica e variazione storica.

Perché o crediamo all’inconscio strutturato come un linguaggio (Lacan), cioè alla facoltà di linguaggio come dato naturale in una evolutiva invarianza, e in tal caso il compito sarebbe osservare in quali rapporti entrano in una certa epoca desiderio e godimento; oppure si crede che esista un orizzonte simbolico (il soggetto barrato, il Significante) le cui catene producono sia l’intero soggetto che l’intera realtà, entrambi assoggettati ad un significante-padrone di cui il godimento è unica legge, imposta in nome e per conto di un desiderio assente.

Mentre però il discorso del capitalista risolve la molteplicità delle forme di soggettivazione ad un dato quantitativo in un giuoco a somma 0 (tutto godimento, niente desiderio e niente legge), la cui economia andrebbe ristabilita nel nome di un padre oggi impronunciabile - come Dio per gli ebrei ortodossi - un’analitica del presente ci indica che le molte forme in cui il godimento si ottiene rimandano ad un’eterogeneità di rapporti al desiderio, di cui è quantomeno ardua la riduzione ad uno.

Gli è che, come De Carolis osserva, il presente invece di compiere il nichilismo lo fa troppo poco. Con Nietzsche, via Benjamin, bisogna volere il tramonto affinché la finitezza umana divenga accettazione della morte (senza cui non c’è eredità), ed esprima così la massima potenza di vita. Così il godimento, pulsione di morte, ha la chance di divenire la forma più radicale di rifiuto di qualsiasi “discorso” voglia ripristinare una legge che priva il soggetto di libertà, cioè di autonomia e di autorganizzazione.

Borrelli, De Carolis, Napolitano, Recalcati
Nuovi disagi nella civiltà. Un dialogo a quattro voci
Einaudi (2013) pp. XLVI - 202
€. 19,00

alfadomenica marzo #3

ALBERTO GAIANI – FRANCESCO FIORENTINO – ANDREA CORTELLESSA – ALESSANDRA CARNAROLI– PHILIP CORNER – ALBERTO CAPATTI *

DIFENDERE LA FILOSOFIA?

Alberto Gaiani

Quale ruolo pedagogico pensiamo per la filosofia? Vale la pena mantenerla a scuola e nelle università? E qui forse dobbiamo provare a difendere la filosofia con la filosofia.
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ABECEDARIO DEI RIMINI PROTOKOLL
Francesco Fiorentino

Quando nel 2011 l’Università di Saarbrücken ha istituito per la prima volta lezioni di poetica per il teatro, a inaugurarle ha chiamato Rimini Protokoll.
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NON SOLO SCRIVERE STANCA. SCRITTURE DEL LAVORO
a cura di Andrea Cortellessa
Uno speciale su Letteratura e lavoro con testi di
Andrea Cortellessa Fabio Zinelli Philip Levine Fabio Franzin Mariano Bàino Alessandra Carnaroli Giancarlo Majorino Luigi Ferracuti Luigi Di Ruscio
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ABORTO
Alessandra Carnaroli

Secondo stime recenti
in Italia
l’80% dei ginecologi
è obiettore di coscienza.
Obiettano pure
infermieri e
portantini:
succede in qualche ospedale
di restare a guardare
la fica che perde, tipo partita
di calcio.
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PHILIP CORNER ALLA MUDIMA - Video
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RISO E UVETTA
Alberto Capatti

Ricominciamo, dopo il mese d’agosto 2013, a suggerire delle ricette con cadenza, per ora settimanale, partendo da una domenica che non è più giorno di festa ma di maggiore libertà.
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*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Abecedario dei Rimini Protokoll

Francesco Fiorentino

Quando nel 2011 l’Università di Saarbrücken ha istituito per la prima volta lezioni di poetica per il teatro, a inaugurarle ha chiamato Rimini Protokoll; e da quelle lezioni è uscito un libro, Rimini Protokoll ABCD (Theater der Zeit, Berlino 2012), utilissimo per comprendere il reality trend, che si è imposta nel teatro contemporaneo.

Alle loro lezioni di poetica, tenute in forma di conferenze, i tre componenti di Rimini Protokoll – Helgard Haug, Stefan Kaegi e Daniel Wetzel – scelgono di dare una forma inusuale: quella di un abbecedario, che smembra le conferenze in una moltitudine di voci, dedicate a concetti e fenomeni teatrali e sociali, testi e spettacoli del gruppo ecc. La forma alfabetica abbatte gerarchie retoriche: tutte le informazioni sono sullo stesso piano, una sorta di database relazionale. Molteplici percorsi di lettura sono dunque possibili. Ci sono voci costituite solo da rimandi, che talvolta sfociano in voci vuote: così alla forma del lessico viene sottratta anche la suggestione di ordine, totalità, completezza che essa porta con sé. Il libro si affida al principio dell’associazione, combina registri e forme diversi: aneddoti, descrizioni dei loro lavori, brani di dialoghi dei loro testi, prese di posizioni teoriche, sempre frammentarie. Una tale forma glossario con la sua discorsività ipertestuale denota una disinvoltura postmoderna nell’affrontare temi e problematiche talora scottanti. La stessa che alcuni critici imputano al loro lavoro.

Ma Rimini Protokoll è un sintomo. Sintomo di un nuovo realismo da cui il teatro è stato attratto prima della scienza e della filosofia. Il sospetto, pure fondato, è che quest’orientamento intrattenga una relazione costitutiva con il populismo; che, sebbene alternativo al postmoderno, vi si riveli affine in una ricerca di consenso mediatico, al quale è disposto a sacrificare la complessità e la denuncia della doxa: ma il sospetto non è esso stesso una semplificazione? Nel caso di Rimini Protokoll lo è. Significativo è il modo di intendere il proprio nome: «Rimini Protokoll» non è il nome di un gruppo, ma un Label, un brand, un marchio, un’etichetta, che i tre fondatori si sono dati per i lavori che fanno insieme, o solo in due, o singolarmente, anche con altri partner. Per usare il nome è necessaria la presenza di almeno uno dei tre, oltre a un certo modo di lavorare. Poi temi e forme possono cambiare, ma sono sempre postdrammatiche.

Prendono le distanze dalla tradizione del teatro moderno, sia esso mainstream o sperimentale, che continua a intendere se stesso (per dirla con Schiller) come «istituto morale», tribunale imparziale di tutte le altre istanze giudicanti della società, oppure come luogo di liberazione dell’esperienza dalle catene percettive e discorsive imposte dai poteri vigenti. In entrambi i casi c'è «sempre qualcuno là davanti» che «sa come stanno le cose». Come nella politica, anche nel teatro che denuncia la politica: pochi che decidono per tutti. È una critica della dimensione scenocratica del teatro della tradizione, anche di quella sperimentale: la scena detta al pubblico le sue leggi, lo aggredisce, gli consegna enigmi, la cui decifrazione è privilegio di pochi. Ogni volta senza interloquire. Anche quando è teatro d'avanguardia, perché è teatro che guarda a se stesso come forma, come medium, trascendendo insieme ai contenuti anche il pubblico.

Rimini Protokoll propone un teatro che si immerge proprio nella cattiva realtà, se ne fa contaminare, la porta così com’è sulla scena, su una scena che spesso è la realtà stessa: quella dell’assemblea degli azionisti della Daimler o di un’aula di tribunale, che diventano teatro per il solo fatto di essere guardati come tali. Allora un tribunale berlinese può apparire come «il più laborioso di tutti i teatri». Rappresentazioni ogni 15 minuti. «A Moabit ogni giorno il testo della legge viene reinterpretato centinaia di volte. E tuttavia alla fine non c’è applauso, ma condanna o assoluzione. Di fronte al come se del teatro c'è una punizione reale, lo sguardo teatrale resta impigliato».

È uno degli effetti produttivi che Rimini Protokoll può provocare. Il teatro è un modo di vedere il mondo con una percezione alterata che fa apparire quel che nell’abitudine sparisce. «Il nostro teatro consiste soltanto nello stare a guardare». Ma con una particolare intensità di attenzione. Alla voce Wirkung, effetto: «Il grande errore dell’illuminismo sta nell’assunzione che gli essere umani siano in uno stato di minorità. Ma gli spettatori non sono malati. Il teatro non è una istituto di cura (catarsi), quanto piuttosto un museo in cui le cose e gli uomini sono tratte fuori da una certa frenetica causalità. Allo scopo della contemplazione». È il recupero della contemplazione come mezzo di straniamento. Il teatro avviene nella mente dello spettatore. Si tratta solo di guidare uno sguardo e attivare il pensiero.

Autori sono gli interpreti. Gli interpreti non sono attori, ma professionisti. È la particolarità costitutiva di Rimini Protokoll: non ci sono attori, le persone sulla scena non rappresentano altri, ma soltanto se stessi. Sono esperti del quotidiano, professionisti della loro vita, che si differenziano dagli spettatori non perché in possesso di un sapere sul teatro, ma solo perché stanno sulla scena e raccontano della loro vita secondo una sequenza concordata. Infermieri, parroci, autisti, piloti, politici, figli adottivi ecc. ecc. Sono narratori della loro vita, non attori non professionisti, non attori a cui manca qualcosa: la scelta di lavorare con loro equivale a un rifiuto della formazione teatrale istituzionale, che è sempre una forma di disciplinamento. Come se questo fosse una garanzia di autenticità. È una posizione piuttosto ingenua . Chi conosce la verità della propria vita? E poi conta sempre chi ha il potere di far raccontare: cioè, in questo caso, i tre registi. Chi è dunque l’autore? Vige la retorica talora un po' superficiale della creazione partecipativa della rete come luogo di condivisione e remix.

È interessante allora che questo teatro definisca se stesso come parassitario. C'è una voce dedicata ai Virus. Questi e i parassiti vengono intesi – con Alexander Kluge – non come entità che sfruttano ma che ampliano il sistema, «Virus e parassiti sono modello per un teatro che non vuole essere una istituzione potente, ma sta prima di tutto a guardare la vita come essa si svolge». Stare a guardare prima di tutto. Per vedere anche il proprio sguardo e la sua complicità con un potere che opprime. Certe volte la critica impegnata è una scorciatoia di comodo; e resta catturata, senza accorgersene, nei sistemi discorsivi che combatte. Certe volte il teatro se ne avvede e smette di voler essere il pulpito secolare che è stato per secoli. Invece di diagnosi e terapie, propone allora soltanto l’esposizione di un sintomo. E cos’è un sintomo se non una realtà che non si lascia catturare nei linguaggio consueti? Che cerca ancora il linguaggio per essere detta?

 

Difendere la filosofia?

Alberto Gaiani

Ultim'ora

Si è cominciato con un carico da novanta. Alla fine del 2013 Esposito, Asor Rosa e Galli della Loggia su «il Mulino» (6/2013), intervengono con un fuoco di fila in difesa delle scienze umane. Tra i diversi argomenti che portano a sostegno della loro tesi, tre sono particolarmente rilevanti. Potremmo connotarli rispettivamente come:

(a) appello alla conservazione di una tradizione;
(b) difesa dell’umanesimo politico;
(c) difesa dell’umanesimo pedagogico.

«Gli studi umanistici sono per l’appunto gli unici che per la loro stessa natura assicurano il legame con la specificità della dimensione storica della vita e [...] il legame con la parola scritta […]. La crisi del sapere umanistico – in particolare letterario, filosofico, storico – si traduce nella crisi del politico, e quindi della politica in senso proprio, perché in Italia il politico è stato costituito alle sue radici proprio da quel sapere». Al saggio-appello su «il Mulino» hanno fatto seguito molti interventi. A titolo di esempio se ne possono segnalare quattro. Anzi, quattro più uno di cui dirò molto poco.

Su «la Repubblica» del 15 febbraio 2014 interviene di nuovo Roberto Esposito calcando la mano su due aspetti che andrebbero irrimediabilmente persi nel momento in cui si decidesse di eliminare la presenza della filosofia nelle scuole e nelle università o di ridurne di molto la portata: l’opera di pulizia concettuale e l’anima politica della filosofia.

Il giorno dopo, il 16 febbraio, su «Il Corriere della Sera» appare un’intervista in cui sono chiamati in causa Giovanni Reale, Giulio Giorello e Gianni Vattimo. Giorello sostiene l’importanza della filosofia in merito alla formazione del pensiero critico, del pensiero divergente. Vattimo enfatizza la capacità della filosofia di offrire una visione del mondo complessiva che altrimenti ci sfuggirebbe.

Sul sito della casa editrice La Scuola il 19 febbraio esce un appello firmato da Roberto Esposito, Adriano Fabris e Giovanni Reale, che si schiera apertamente contro la «ideologia tecnocratica, per la quale ogni conoscenza dev’essere finalizzata a una prestazione [...] e tutto, alla fine, dev’essere orientato all’utile. [...] Privilegiando un pensiero unico modellato sulle procedure tecnologiche, abbiamo rinunciato alla nostra tradizione, alle molteplici espressioni della nostra umanità, e siamo diventati tutti più poveri nella riflessione e nella capacità critica». Questa deriva va osteggiata in ogni modo. In calce firmano importanti accademici italiani, come Antiseri, Bodei, Ferraris, Natoli, Severino, Vattimo, e molti altri.

Al quarto posto in ordine di tempo troviamo un elogio dell’inutilità della filosofia scritto da Quit the Doner, uno dei blogger più seguiti in Italia, e pubblicato anche da Linkiesta a fine febbraio 2014. Premettendo che «la filosofia a ben guardare è tutt’altro che inutile, bisogna solo chiarirsi bene sul concetto di utilità», l’autore mostra con grande intelligenza che la filosofia educa al dubbio sistematico, fornisce un’insuperata capacità di fare un passo indietro rispetto al piano dal quale di solito guardiamo la realtà. «La speculazione filosofica è perciò prima di tutto una pratica di resistenza, la culla di ogni alterità possibile, il momento di riflessione radicale sulla realtà e, da un altro punto di vista. […] La filosofia punta a un aumento indefinito della conoscenza sulla condizione umana».

Infine, su «il manifesto» del 1 marzo 2014 Luca Illetterati interviene sulla questione, con una riflessione ad ampio respiro che richiama la necessità di una filosofia che abbia a che fare con la vita, e non solo con tavoli e sedie. Però su questo sono troppo di parte. Leggetelo, se vi capita: vale la pena. Ma non dirò di più, se non che è il solco nel quale mi muovo.

Proposta

Gli appelli che oggi circolano sono giusti. Richiamarsi alla tradizione, alla motivazione politica, alla capacità critica nei confronti di noi stessi, del mondo in cui viviamo, delle varie discipline che compongono il territorio della nostra conoscenza: è tutto giusto, tutto sacrosanto. È evidente a tutti che le questioni su cui fanno leva Asor Rosa, Esposito, Galli della Loggia, Giorello, Vattimo e Quit the Doner sono di tutto rilievo. Inaggirabili, di importanza capitale. Se si vuole, il limite che hanno è che mantengono tutto il discorso su questioni di principio.

Qui vorrei tentare di contribuire alla discussione avanzando una proposta che si muove su un piano di principio ma che apre anche verso una proposta di messa in opera. Sarò il più diretto possibile: solo per amore di chiarezza, non per sicumera. Non credo di avere chissà che soluzioni. Mi piacerebbe dare una mano, offrire elementi al dibattito.

Primo punto. Se vogliamo davvero fare un servizio alla filosofia, se crediamo che sia davvero importante il suo ruolo nella scuola e nella società, se crediamo che la filosofia debba avere un posto di rilievo nel mondo, nell’educazione dei giovani, nel dibattito pubblico, dobbiamo finirla con la retorica del sapere sovrano. Abbandonare una volta per tutte ogni visione gerarchica e piramidale. Smetterla con l’idea che per trovare un posticino in un mondo complesso e rischioso, dove la filosofia sembra perdere sempre più mordente a vantaggio di saperi solidi e produttivi e riconosciuti, si debba far ricorso a una specie di pretesa imperialistica, che in realtà mette a nudo una debolezza enorme. Dite che la filosofia non serve a niente? Non è vero, si risponde spesso: la filosofia è la vetta del sapere, la scienza ordinatrice di tutte le scienze, la ciliegina sulla torta dei saperi, ciò senza cui il sapere non è sapere. E poco importa che un filosofo non produca risultati alla stregua di un biologo nel suo laboratorio; poco importa che in filosofia non si inventino vaccini, marchingegni elettronici, nuovi materiali plastici. Noi filosofi abbiamo il monopolio della verità, della visione della totalità, del senso del mondo. Altroché.

Secondo punto. Se alla filosofia togliamo da sotto il sedere la sedia del sapere sovrano, cosa capita? Dove andremo a finire? Cosa ci rimane in mano? Dobbiamo provare a formulare in modo chiaro e comprensibile anche per chi non si diletta di letture filosofiche che cosa si fa quando si fa filosofia, che cosa succede, come ci muoviamo e dove possiamo provare ad arrivare. La mia idea è che quando facciamo filosofia facciamo una cosa ben determinata. Attraverso la filosofia entriamo in un campo che nessun’altra scienza – o nessun altro sapere, per stare più sulle generali – affronta nello stesso modo. Quando facciamo filosofia partiamo dalle parole che utilizziamo tutti i giorni e che ci servono per parlare del mondo che costituisce la nostra esperienza ordinaria, ci ragioniamo sopra, le portiamo al livello del concetto filosofico. Questo non significa che lasciamo il mondo da una parte e ci concentriamo solo sulle nostre elucubrazioni. Le parole intrattengono un rapporto necessario con il mondo di cui sono descrizione. Solo che nell’esperienza ordinaria ne sono una descrizione, per l’appunto, ordinaria. Una bella fetta della nostra vita, della nostra esperienza, delle nostre azioni, scelte, aspirazioni, motivazioni non ha nulla di filosofico. La vita di per sé non è filosofica. La filosofia è una scelta. Uno sguardo diverso, radicato in profondità nella vita e nel mondo, e però anche una presa di distanza dalle cose della vita e del mondo, che cessano di essere ‘cose’ e vengono pensate. Diventano concetti. E non per questo smettono di essere cose del mondo reale, ovviamente.

Terzo punto. Se la filosofia non è una specie di superscienza vuota ma intoccabile ed è invece un sapere che ci fa conoscere in modo diverso quello che pensavamo di sapere, quello che davamo per scontato, viene meno il bisogno di distinguere tra discipline umanistiche e discipline scientifiche e di creare una gerarchia tra i saperi. Questo a livello molto teorico. A livello più pratico, si ha un argomento da spendere con chi dice: togliamo la filosofia e sostituiamola con insegnamenti più utili, più fruibili. Non è vero che la filosofia non serve a niente, ed è vagamente autolesionista continuare a insistere su liberalità, inutilità, inservibilità. La filosofia serve. Produce risultati. Ci dà conoscenza. Di che tipo? Una conoscenza in cui il concetto è il fulcro, lo snodo in cui alcuni elementi confluiscono, si incontrano e generano qualcosa di peculiare. Un concetto filosofico tiene insieme dimensioni differenti: lo studio e la conoscenza della tradizione; la capacità di usare la logica e di riconoscere, analizzare, costruire un’argomentazione; la ricaduta che questa riflessione ha sulla nostra vita nel mondo, in termini di scelte, concezioni, condotte morali e politiche. La filosofia come sapere concettuale dunque ha come proprie caratteristiche l’essere una attività, l’aderenza alla realtà, l’intersoggettività, la normatività.

Compiti per casa

Detto ciò, non è che si sia risolto granché. È più il lavoro da fare che quello fatto. Provo a elencare alcuni punti che potrebbe essere interessante affrontare in una discussione a più livelli: una discussione aperta, pubblica, partecipata, ma anche un discorso affrontato in modo professionale da chi si occupa di filosofia per mestiere.

Primo. La filosofia oggi è innanzitutto la filosofia accademica. Porta con sé una certa dose di tecnicismo, di specialismo, di settorializzazione. Cosa pensano della filosofia gli accademici? Chi lavora all’università si pone il problema? Se se lo pone, che risposte dà? Forse sarebbe ora di dare il via a un’ampia operazione di ripensamento e rimettere in discussione parole come conoscenza, scienza, sapere. Capire che significato assumono oggi, cosa sta cambiando, quali pieghe stiamo prendendo, e quale posto occupa la filosofia in tutto questo.

Secondo. Quale ruolo pedagogico pensiamo per la filosofia? Vale la pena mantenerla a scuola e nelle università? E qui forse dobbiamo provare a difendere la filosofia con la filosofia, per così dire. Non aggrapparci a vantaggi derivati, secondari, indiretti. Mostrare perché e come riteniamo che la filosofia sia importantissima nei piani di studio dell’istruzione superiore, ma facendo leva sulla filosofia stessa, mostrandone l’intrinseco valore.

Terzo. Tutto ciò ha ovviamente delle ricadute sul piano del dibattito pubblico. La filosofia è sui giornali, sulle riviste, sui social network, sui blog, alla radio e in televisione. Si tengono festival e happening di vario genere; le persone a volte si rivolgono a un counselor filosofico per rimettere ordine nella propria vita. Qual è l’immagine pubblica della filosofia oggi? E questa immagine va bene? Va male? La vogliamo cambiare? Come?

Questi tre piani – per andare con l’accetta: specialistico, pedagogico, pubblico – sono interconnessi in profondità, e probabilmente chi si cimenterà in questa operazione dovrà tenerne conto. Mettere le mani a partire da un punto qualsiasi significa essere chiamati a impegnarsi anche sugli altri. E questo non è una croce da portare sul golgota del nostro scontento. È il bello della filosofia. Ti viene in mente qualcosa, cominci a pensare, ti piace, ti stufi, cambi, ti riappassioni, continui, allarghi l’orizzonte, lo restringi, ti stanchi, riprendi. Alle volte ti dici: sto perdendo tempo, dovevo fare il meccanico, il dentista, sposare un’ereditiera. Vabbè, dai, un altro po’, tanto smetto quando voglio. Ma alla fine non vuoi smettere mai.

Aborto

Alessandra Carnaroli

Secondo stime recenti
in Italia
l’80% dei ginecologi
è obiettore di coscienza.
Obiettano pure
infermieri e
portantini:
succede in qualche ospedale
di restare a guardare
la fica che perde, tipo partita
di calcio.
“Un analgesico per dio”
neanche, perché il dolore serve.
Un idraulico forse
avrebbe
più a cuore l’efficienza
dello scarico.
tutela della salute
e della vita della donna
oggettivo rischio per la paziente
espulsione del feto consenziente
espulsione della placenta
mammanamammana
una sporcamadonna
emorragia interna
non t' assolvo dal tuo
peccato non ti salvo
a salve (regina dello spago, del rostro, della gruccia
che t'invade, ritorna smangiucchiata prezzemolina
ritorna clandestina come tratta come schiava)
come sparo tra le gambe come inciampo
questo crampo che era figlio
preferisco che dissangui
sveni e dalle arterie
solo ossigeno bollicine con tutte quelle
tutte quellebollicine