Balestrini o delle molteplici pieghe

Martina Cavallarin

Dominare il visibile, personale di Nanni Balestrini alla Fondazione Marconi di Milano, è un incontro a più livelli e dalle molteplici pieghe. Nella piccola galleria sulla strada opere bilanciate e perfette, collage prodotti in anni differenti, del medesimo formato e a comporre il Quaderno della Fondazione n. 13, con un testo di Francesca Pola, illustrato dalle immagini dei lavori esposti, e alcuni brani poetici dell’artista. Negli ampi spazi della Fondazione l’ultima produzione, inedita e ricercata, di Nanni Balestrini.

La ricerca di Nanni Balestrini è un atto d’infinite negoziazioni per provare a smuovere la coscienza collettiva, massaggiare muscolature atrofiche, indurre ad alzare la temperatura intellettuale e politica attraverso un meccanismo di traduzione. “La traduzione è essenzialmente un atto di dislocazione: fa muovere il senso di un testo da una forma linguistica a un’altra e mostra questi tremiti. Trasportando l’oggetto di cui s’impossessa, si dispone all’incontro con l’Altro per presentargli lo straniero/estraneo in una forma familiare: “ti porto ciò che fu detto in un’altra lingua rispetto la tua…”1

Nel suo processo artistico Nanni Balestrini applica una ricerca che inizia nel mondo della comunicazione e dell’informazione, scegliendo con cura e precisione chirurgica le frasi da estrarre. A questo succede la traduzione del lavoro certosino di cut-up per compiere l’archiviazione che avviene sulla superficie dell’opera, territorio d’accoglienza di una moltitudine di storie che l’artista documenta protocollando segni nello spazio potenziale, luogo totale in cui quei segni determinano traiettorie dentro le quali non è dato perdersi, bensì esperire e imparare. Per innestare tale processo Balestrini s’impossessa quindi del frammento di carta stampata, ma anche di reperti dotati di memoria sui quali far intercedere altre narrazioni a piani sequenziali sempre apparentemente indotti dal caso, ma esteticamente ineccepibili, equilibrati, in un ordine che è sapienza d’intento e capacità direzionale.

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Nanni Balestrini, Questo è l’uomo (2014)
(da Veronese, La cena di Emmaus)

Il ciclo I maestri del colore riprende in chiave inedita riproduzioni di quadri celebri, grandi icone della storia dell’arte dipinte da Paolo Uccello, Fernand Léger, Paolo Veronese, Eugène Delacroix, El Greco, Pieter Paul Rubens. Questi collage degli anni ’60 - basati su immagini tratte dalla raccolta storico-artistica I maestri del colore pubblicata all’epoca dalle edizioni Fratelli Fabbri – l’artista li traduce su tela con le dimensioni dei dipinti originari, dando vita così a una grande galleria, virtuale e fisica al contempo, emblematica della sua pratica intermediale, costantemente risolta in senso concreto, e spinta dalla “necessità di dominare il visibile”. Un ciclo straordinario, nel quale la “storia” delle immagini si confrontava in tempo reale, in un’interferenza felice e attiva, con la “vicenda” della parola come specchio del divenire sociale e politico e, in senso ancora più esteso, umano. La pioggia di atomi primordiali che compone l’universo è attraversata da un’operazione epicurea durante la quale il clinamen, la declinazione, intercede per favorire l’incontro, luogo in cui le cose stabiliscono relazioni e il singolare si fa plurale.

Nel secondo inedito ciclo dei Neri l’autore riformula visivamente uno dei concetti cardine della sua poetica artistica, a tutti i livelli: quello della “distruzione”. Sempre attraverso la tecnica del collage le opere si fanno “paesaggi verbali” che vengono però in parte cancellati e “dominati” dalla presenza di larghe macchie nere intenzionalmente libere e incisive, che l’artista vi sovrappone, a problematizzarne ulteriormente la valenza semantica: volendo riprendere una delle frasi che vi si leggono, si può dire che tendano così alla “riproduzione del possibile”. I Neri sono accompagnati da un’ambientazione sonora, anch’essa concepita da Balestrini per l’occasione, in cui più voci pronunciano frammenti sconnessi di parole, in una sorta di “impasto” uditivo, ad amplificare in senso totale e immersivo l’idea di distruzione significante sottesa ai quadri stessi.

Nanni Balestrini, Mondo (2013-2014)
Nanni Balestrini, Mondo (2013-2014)

Nella sua opera Nanni Balestrini introduce l’impertinenza2 di uno scarto d’ordine affermando la possibilità di progresso non senza una pazienza da errante che organizza un animo costantemente in sommossa. Balestrini esplora i legami tra testo e immagine, tempo e spazio, rispondendo a una nuova percezione sociale e artistica. Nelle sue opere si attraversa un paesaggio culturale saturato di registri e impronte che creano nuovi sentieri tra formati multipli di espressione e comunicazione. L’universo artistico di questo sperimentatore ossessivo è mobile e mutevole, vive di traiettorie, nomadismi, percorsi erranti in cui il labirinto è rinascimentale, senza assoluta perdita di centro, però fluido e difficile da mappare.

“Un labirinto è detto molteplice, in senso etimologico, poiché ha molte pieghe. Il molteplice non è soltanto ciò che ha molte parti, ma è anche ciò che risulta piegato in molti modi. E un labirinto si ritrova, per l’appunto, ad ogni piano: il labirinto del continuo nella materia e nelle sue parti, il labirinto della libertà nell’anima e nei suoi predicati. Se Cartesio non è riuscito a districarsi in essi, è perché ha cercato il segreto del continuo in percorsi rettilinei, e il segreto della libertà nella rettitudine dell’anima, ignorando tanto le inclinazioni dell’anima quanto le curvature della materia. Occorre dunque una crittografia capace a un tempo di enumerare la natura e di decifrare l’anima, capace di penetrare nei ripiegamenti della materia e di leggere al contempo nelle pieghe dell’anima”3.

Nanni Balestrini
Dominare il visibile
Fino al 31 maggio 2014
Fondazione Marconi Arte moderna e contemporanea
Via Tadino 15 - 20124 Milano
www.fondazionemarconi.org

 

  1. Nicolas Bourriaud, Il Radicante. Per un’estetica della globalizzazione, Postmedia (2014). []
  2. Per la figura dell’impertinenza sono debitrice a Jean - François Lyotard, Discorso, Figura, Mimesis (2008), p.373 []
  3. Gilles Deleuze. La Piega, Leibniz e il Barocco, a cura di Davide Tarizzo, Einaudi (2004), p.5 []

Il capitale nel XXI secolo

Fabrizio Tonello

Non capita tutti i giorni che un libro di 696 pagine diventi un bestseller negli Stati Uniti, almeno dopo Harry Potter e i doni della morte, che nell’edizione inglese riempiva ben 784 pagine. Capita ancora meno se il libro in questione è opera di un francese (era appena dieci anni fa quando le patatine fritte, french fries, vennero ribattezzate liberty fries in spregio alla codardia di Parigi, che rifiutò di approvare l’invasione dell’Iraq).

E, infine, ogni speranza di successo dovrebbe essere cancellata del tutto se il libro in questione ha come titolo Il capitale nel XXI secolo, Capital in the Twenty-First Century dove “Capital” è scritto a grandi lettere rosse, tanto per ricordare al lettore che la secolare lotta contro il comunismo iniziò con il libro di un barbuto giornalista europeo che scriveva per i quotidiani americani, Das Kapital.

Ebbene, le astuzie della Storia (e dell’editoria) a volte si fanno beffe degli esperti del mercato editoriale: Capital in the Twenty-First Century di Thomas Piketty non solo è un bestseller ma è esaurito su Amazon, dove è in assoluto il libro più venduto, e la Harvard University Press lo sta freneticamente ristampando dopo averne venduto 80.000 copie in pochi giorni, oltre ai 12.000 in versione e-book. Per la casa editrice universitaria si tratta del maggior successo editoriale in assoluto: bisogna risalire al volume del paleontologo Stephen Jay Gould Dinosaurs in a Haystack: Reflections on Natural History e a quello del filosofo Charles Taylor A Secular Age per trovare dei volumi che abbiano venduto più di 60.000 copie nel primo anno dopo l’uscita.

Per chi segue i dibattiti sulla crescita della diseguaglianza, ovviamente, il nome di Piketty non è nuovo: benché giovane (compirà 43 anni fra pochi giorni) vent’anni fa era già professore al MIT di Boston, mentre nel 2001 pubblicava insieme a Emmanuel Saez Les hauts revenus en France au XXème siècle, Inégalités et redistribution, 1901–1998. Gli economisti sanno chi è, mentre la pioggia di recensioni che ha preceduto il suo tour promozionale americano lo ha fatto scoprire anche al grande pubblico progressista (Paul Krugman, Thomas Edsall, Robert Solow e molti altri). Il suo successo, in un certo senso, è la versione 2014 del movimento Occupy Wall Street (un altro libro sulla speculazione finanziaria, Flash Boys del giornalista Michael Lewis, ha venduto 130.000 copie nella prima settimana di lancio).

Ma di cosa parla Capital in the Twenty-First Century (uscito l’anno scorso in Francia con il titolo Le capital au XXI siècle, mentre in Italia non si sa quando arriverà)? In realtà parla pochissimo del ruolo produttivo (“rivoluzionario” avrebbero detto Marx e Schumpeter) del capitale per la crescita economica e parla quasi esclusivamente della distribuzione del capitale all’interno della società, arrivando a due conclusioni: primo, la diseguaglianza è fortemente aumentata negli ultimi anni, essenzialmente per scelte politiche (oltre che per ragioni demografiche) ed essa è destinata ad aumentare ancora; secondo, la crescita economica non tornerà ai livelli del dopoguerra (men che meno a quelli cinesi di oggi) e si assesterà su cifre modeste, attorno all’1%, per l’Europa forse ancora meno. Le due cose, ovviamente, sono legate.

Proposte? Una tassa mondiale sui patrimoni per ridurre la concentrazione di ricchezza nelle mani dell’1% più ricco della popolazione, ma lo stesso Piketty non sembra crederci troppo. Alla fine delle 696 pagine, quindi, si resta un po’ con l’amaro in bocca: malgrado l’immensa mole di dati sistematizzati e interpretati, il giovane francese (più allievo di Braudel che di Marx) sembra dire: “Non è mio compito fornire ricette di politica economica”.

alfadomenica aprile #4

PROFUMI sulla COLOMBIA - IL SEMAFORO di CARBONE – Video su PAGLIARANI – Poesia di ZAFFARANO – Ricetta di CAPATTI *

PROCESSO DI PACE E ALTERNATIVA POLITICA IN COLOMBIA
Emanuele Profumi

L’anno scorso, durante una presentazione dell’Informe General del Grupo de Memoria Historica di Bogotá, una ricerca approfondita sulle conseguenze del lungo conflitto armato sulla popolazione, una delle scienziate politiche che vi avevano lavorato, Maria Emma Wills, finì il suo intervento ricordando il panorama di un Paese ingiusto e poco incline alla pace: “Queste sono le mie conclusioni: esistono tre Colombie in questo momento.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

La fantasia di Alain de Botton - Gli orsi di Vladimir Sorokin - Gli scrittori di Marina Warner - I tappeti di François Ozon - Le tartine di Colette.
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PARAGRAFI SULL'ARMONIA - Poesia
Michele Zaffarano

ogni discorso
dovrebbe essere associato
a un unico attribuito

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SERATA UNICA PER PAGLIARANI - alfavisioni

Un video tratto dal recital per Pagliarani organizzato da Simone Carella al Teatro Vascello di Roma in occasione dell'uscita del libro di Elio Pagliarani, Tutto il teatro a cura di Gianluca Rizzo (Marsilio).
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IN CAGNONE - Ricetta
Alberto Capatti

Quando si parla di cucina milanese, e si elencano gli ingredienti di un piatto, ci sono sempre il riso e il burro, o meglio quest’ultimo c’era, perché sempre più numerosi sono coloro che per friggere la cotoletta impanata lo mettono a metà con l’olio. Tra i piatti in cui sfrigolava, c’era il riso in cagnone.
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*alfadomenica è la rubrica settimanale di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Processo di pace e alternativa politica in Colombia

Emanuele Profumi

L’anno scorso, durante una presentazione dell’Informe General del Grupo de Memoria Historica di Bogotá, una ricerca approfondita sulle conseguenze del lungo conflitto armato sulla popolazione, una delle scienziate politiche che vi avevano lavorato, Maria Emma Wills, finì il suo intervento ricordando il panorama di un Paese ingiusto e poco incline alla pace: “Queste sono le mie conclusioni: esistono tre Colombie in questo momento.

Una Colombia desolata e derelitta, una Colombia indifferente, e una Colombia polarizzata”, disse quasi piangendo. Sottolineò l’enorme sofferenza popolare e l’ingiustizia che rappresentano gli indifferenti e i “polarizzati” di fronte alla realtà, sempre più chiara, dell’impatto della guerra per il complesso della società: al 31 Marzo 2013 si calcolano 25 mila desaparecidos, 1.754 vittime di violenza sessuale, 6.421 bambini, bambine e adolescenti reclutati dai gruppi armati, 5 milioni e 700 mila rifugiati interni (15% della popolazione nazionale), tra il 1958 e il 2012 sono morte 220 mila persone, delle quali 81,5% corrisponde a civili, e tra il 1985 e il 2012, ogni dodici ore è stata sequestrata un persona1.

Una guerra che è cambiata molto con la nascita dei gruppi paramilitari, principali responsabili dei massacri e degli assassini selettivi, e il sorgere delle organizzazioni del narcotraffico. Un conflitto interno, perpetuo, che ha dissanguato il tessuto sociale, facendo del terrore e della barbarie pratiche quotidiane, considerate necessarie per il controllo territoriale. “Gli assassini selettivi, i rapimenti dei desaparecidos, i sequestri e i piccoli massacri, sono quanto ha maggiormente prevalso nella violenza del conflitto armato. Queste modalità configurano una violenza altamente frequente ma di bassa intensità, e fanno parte delle strategie che rendono invisibile, occultano o silenziano, il conflitto armato e sono impiegate dagli attori armati”, si legge nell’Informe2.

Però la Wills si è dimenticata di menzionare un’altra Colombia, che lei conosce bene quando parla degli eroi che hanno resistito alla guerra, come individui o come collettività: la Colombia democratica che scommette per la fine del conflitto armato come un momento necessario da cui partire per trasformare la società. Una “Colombia alternativa” che sta partecipando al processo, direttamente o indirettamente, e sta riflettendo sui suoi limiti e sulle sue possibilità.

Una società in conflitto per l’alternativa politica

L’alternativa politica, di società, è una risposta ai due maggiori problemi che sono alla base delle guerre interne che hanno attraversato il Paese da più di mezzo secolo (prima dell’omicidio di Gaitàn del ’48): una parte importante della società si oppone da sempre all’ingiustizia economica e all’esclusione politica, che hanno preso, soprattutto i volti della mancata riforma agraria e della gestione elitaria e autoritaria del potere statale. In un primo momento c’è stata una guerra al movimento contadino e lo sterminio sistematico dei sindacalisti (tra il 1999 e il 2005 sono stati assassinati 860 sindacalisti), dal 2003 in avanti, invece, anno del Congreso Nacional Agrario, il movimento contadino e il movimento sindacale si sono uniti alle mobilitazioni dei “popoli originari” e degli afrodiscendenti creando nuove forme di lotta contro il modello politico ed economico dominante (come, per esempio, la Minga Social Indigena, il Congreso de los Pueblos e la Marcha Patriotica)3.

L’anno passato abbiamo assistito ad un’evoluzione importante di questa tendenza: lo sciopero diffuso dei contadini (conosciuto come il Paro agrario) contro le misure brutali del TLC (Trattato di Libero Commercio), ha bloccato molte parti del Paese mentre il recupero della “personalità giuridica” dell’Unión Patriótica, che da qualche mese ha permesso che questa organizzazione martoriata, che negli anni ’80 è stata massacrata (subendo 10 mila omicidi), possa partecipare alle elezioni Presidenziali di Maggio (la sua leader, Aida Abella, è candidata come vicepresidente della Repubblica in tandem con Clara López del Polo Democrático Alternativo).

È come se ci fosse stata un’influenza reciproca tra il conflitto armato e i movimenti sociali, nel bene e nel male: “Noi consideriamo che c’è una relazione dialettica tra il conflitto armato e il conflitto sociale. La dinamica della società, con i suoi conflitti non armati, contro le infrastrutture, le miniere, arrivano a incidere nella trasformazione del conflitto armato. I movimenti sociali danno fastidio ai gruppi armati, e particolarmente agli insorti, con cui il dialogo si può ancora sviluppare. D’altra parte, però, il conflitto armato incide anche sulla dinamica dell’organizzazione sociale”, dice a questo proposito Carolina Jiménez di Planeta Paz4.

Difficoltà del processo

Insieme al narcotraffico, che acquista una sua rilevanza dal ’75, un insieme di altri fattori hanno cambiato la guerra degli anni ’805: l’apparizione e la diffusione dei paramilitari, il massacro della Unión Patriótica, il successo del processo di pace che si è concluso con la stesura della Costituzione del ’91, il fallimento del processo del Caguán e il nuovo patto tra gli Usa e il governo colombiano sul controllo del territorio nazionale (crescita e modernizzazione delle forze armate, Plan Colombia e Plan patriota, etc).

L’incognita maggiore per il successo dei dialoghi che si stanno svolgendo all’Avana, sembra essere la polarizzazione che si è prodotta in seno alla società, tra la “Colombia alternativa”, in cui possiamo considerare anche una parte rilevante delle vittime, e la “Colombia militarizzata”, che ha assunto la logica di guerra portata dal conflitto armato. “Dal 2002 fino al 2010, con Uribe, la società è stata molto polarizzata. Appaiono settori totalmente contrari alla negoziazione. Anche le vittime cominciano ad apparire, ovvero quelli che voglio che vengano riconosciuti i diritti delle vittime. Perché non necessariamente da un processo di negoziazione ne esce un accordo favorevole alle vittime”, afferma Mauricio Garcia Duràn, direttore del Cinep6.

La polarizzazione attraversa la stessa società politicizzata che vuole giocare un ruolo attivo nel Processo di Pace e nella trasformazione democratica del Paese, e prende la forma di una distanza tra chi si è allontanato totalmente dalla logica della guerra e chi non ha condannato del tutto l’insurrezione armata perché ne condivide le ragioni politiche di fondo. Tra quelli che partecipano convinti ai Forums consultivi e propositivi che accompagnano i dialoghi sui punti dell’Agenda di negoziazione (Foro Agrario, Diciembre 2012 – Foro sobre la Participación Política, Abril 2013 – Foro sobre las drogas ilícitas, Septiembre/Octubre 2013)7, e quelli che considerano importante, però parziale, questa partecipazione, e/o poco rilevante il peso di questi Forums al tavolo negoziale.

La pace del futuro

La fine del conflitto armato con le Farc è pieno di problemi. Tutte le voci più importanti di coloro che lottano per il cambiamento della società sanno che la fine del conflitto armato tra le Farc e lo Stato non corrisponde esattamente alla realizzazione della pace nel Paese. Non solo perché ancora resterebbe in piedi la guerriglia dell’Eln (Esercito di Liberazione Nazionale), benché si stia continuando a lavorare da tempo alla possibilità di integrarla negli attuali dialoghi di pace8, ma anche perché lo stesso processo è segnato da enormi incognite: le garanzie per gli ex guerriglieri (la prospettiva dell’esercito e la presenza dei paramilitari), le elezioni presidenziali e la mancanza dell’appoggio della popolazione alla soluzione politica.

Le ultime inchieste pubbliche mostrano, infatti, che le elezioni presidenziali sono segnate da una forte propensione al voto bianco da parte dell’elettorato, e da una vittoria quasi certa dell’attuale presidente Santos. Santos condivide, con l’ex presidente Uribe, una stessa visione della Colombia: neoliberismo economico, appoggio ai settori del grande capitale nazionale e internazionale, repressione dei movimenti sociali e visione della sicurezza sociale basata sulla repressione sociale, dipendenza dalle decisioni che arrivano da Washington, impunità per l’esercito9.

Gonzalo Sánchez, responsabile principale del Informe General del Grupo de Memoria Histórica, al contrario, è ottimista e crede che “si è avanzato troppo per pensare che entrambe le parti possano interrompere il dialogo”. Ma avverte: “La pace deve arrivare alle regioni. Questo dovrebbe entrare nei negoziati, perché se non c’è un impegno nelle regioni, rimane solo sulla carta e a Bogotà. Però questo non si può realizzare dall’oggi al domani”.

L’impazienza della popolazione davanti al processo è stata recentemente quantificata: il 58% dei colombiani sono pessimisti di fronte ai dialoghi di pace, e il 75% degli intervistati non vuole che gli ex guerriglieri partecipino alla vita pubblica. Sfiducia che attraversa anche la “Colombia alternativa”: “Fino a quando non ci sarà un governo popolare non ci sarà Pace”, dice Gloria Gaitàn, figlia di Jorge Eliécer Gaitán Ayala e importante intellettuale colombiana. “Credo che arriveremo ad una pace più formale che reale, benché la sogniamo. E vi aneliamo. Ma non a qualsiasi pace”, aggiunge Janet Bautista, che da anni lotta per aiutare le vittime scomparse a causa dei sequestri.

Insomma, benché appaia sempre più chiaro che questo processo non sarà sufficiente per realizzare la pace in Colombia e trasformare la società, sembra essere comunque il solo strumento per diminuire il livello di violenza e chiarire da dove arrivano i veri pericoli per la pace e la giustizia: dalla militarizzazione della politica, dell’economia e della società. Il futuro dei movimenti sociali dipende da come finirà una doppia menzogna, che afferma che la rivoluzione e la guerriglia sono la stessa cosa e che la guerra è il prodotto principale dell’insurrezione armata. Il successo del processo può aiutare a ristabilire questa verità storica e politica.

  1. ¡Basta ya! Colombia: memorias de guerra y dignidad, Centro Nacional de Memoria histórica, Bogotà 2013, pp. 33-5. Per leggere tutto il documento: http://www.centrodememoriahistorica.gov.co/micrositios/informeGeneral/ []
  2. Ibid., p. 42. []
  3. Darío Fajardo Montaño, Colombia: dos décadas en los movimientos agrarios, in «Cahiers des Amériques Latines, vol. 2012/3, n.71, pp. 145-168. []
  4. Una rete che appoggia i movimenti sociali durante la costruzione di una pace che non sia semplicemente la fine del conflitto armato. []
  5. Jaime Zuluaga Nieto, Situación actual y perspectivas de la guerra interna, in «Cahiers des Amériques Latines», vol. 2012/3, n.71, pp. 145-168. []
  6. Centro per le ricerche e l’educazione popolare gestito dai gesuiti, impegnato da sempre nella costruzione di una società giusta e pacifica in Colombia: http://www.cinep.org.co/ []
  7. I Forums sono organizzati dall’Universidad Nacional de Bogotà e dall’Onu. Le conclusioni di ogni Forums si possono consultare sul web: https://www.pazfarc-ep.org/index.php/articulos/debe-saber/1687-foros-convocados-por-la-mesa-de-conversaciones.html []
  8. Dal 1 Luglio del 2013 le Farc hanno salutato positivamente questa possibilità. L’Eln ha lavorato molto per entrare soprattutto dopo le grandi manifestazioni contadine del Settembre del 2013. []
  9. Questo aspetto viene giustamente ricordato anche da Olga L. González, Colombie: les dialogues de paix de la dernière chance?, in «Mouvements des idée set des luttes. Amérique latine: capitalismes, résistances et reconfigurations politiques», hiver 2013, n.76, pp. 83-4. []

Semaforo

Maria Teresa Carbone

Fantasia

Dobbiamo abbandonare l'idea, alimentata ad arte dai mass media, di vivere in un'epoca senza precedenti, con le nostre guerre, i nostri debiti, le nostre rivoluzioni, i nostri bambini scomparsi, le nostre feste dopo una première, le nostre quotazioni in borsa e i nostri droni canaglia. Di tanto in tanto dobbiamo compiere lo sforzo di fantasia necessario a levitare nello spazio, molti chilometri sopra la crosta terrestre, verso un luogo in cui una specifica conferenza e una particolare epidemia, l'ultimo modello di smartphone e un incendio di proporzioni spaventose perdano un po' della loro capacità di influenzarci e in cui perfino i problemi più insolubili sembrino dissolversi dinanzi agli eoni di tempo di cui sono testimoni le altre galassie.

Alain de Botton, News. Le notizie: istruzioni per l'uso, traduzione di Ada Arduini, Guanda 2014

Orsi

Se si confronta l'orso post-sovietico con quello sovietico, l'unica cosa in comune è il ruggito imperiale. L'orso post-sovietico, comunque, pullula di corrotti parassiti che lo hanno infettato negli anni '90 e si sono moltiplicati in modo esponenziale nell'ultimo decennio. Questi parassiti consumano la bestia dall'interno. Qualcuno potrebbe confondere il loro movimento febbrile sotto la pelle dell'orso per l'operato di muscoli potenti. Ma si tratta di un'illusione: non ci sono muscoli, i denti sono consumati, il cervello è attaccato dal fuoco casuale di contraddittori impulsi neurologici: “Arricchisciti!”, “Modernizzati!”, “Ruba!”, “Prega!”, “Innalza la Grande Madre Russia!”, “Resuscita l'Urss!”, “Non fidarti dell'Occidente!”, “Investi in immobili in Occidente!”, “Tieni i tuoi risparmi in dollari e in euro!”, “Vacanze a Courchevel!”, “Sii patriottico!”, “Cerca e distruggi i nemici interni!”.

Vladimir Sorokin, Let the Past Collapse on Time!, “The New York Review of Books”, Vol. LXI, N. 8, 8 maggio 2014

Scrittori

In un dibattito sull'origine della scrittura durante un convegno sulle migrazioni l'estate scorsa, i membri del pubblico hanno avanzato diverse ipotesi: le tavolette cuneiformi babilonesi? gli ossicini degli oracoli cinesi? Abdelfattah Kilito era tra i partecipanti all'incontro, aveva tenuto una conferenza sulla sapienza dei sogni nelle Mille e una notte. A bassa voce ha detto: “Gli animali sono stati i primi scrittori”. Dalla sala affollata si sono alzati mormorii di incredulità. Gli animali, scrittori? Kilito ha mimato un esploratore, un cacciatore che esamina le impronte sul terreno, un augure che perlustra il cielo con gli occhi. Abbiamo seguito il suo sguardo e abbiamo visto uno stormo di oche, un rapido punteggiare di rondini. “Sono gli animali che ci hanno insegnato a leggere”, ha detto. Sorrideva, naturalmente.

Marina Warner, recensione di Je parle toutes les langues, mais en arabe di Abdelfattah Kilito (Actes Sud 2014), “London Review of Books”, Vol. 36, n. 8, 17 aprile 2014

Tappeti

Éric Rohmer è stato uno dei miei docenti all'università. Invece di fare lezione sulla teoria del cinema, come ci aspettavamo, parlava solo di soldi. Ci diceva: se per una scena avete bisogno di un tappeto a poco prezzo, andate da Saint Maclou, il grande magazzino discount fuori Parigi, dove lui aveva comprato il tappeto per il suo film Les Nuits de la Pleine Lune. Era affascinante sentire Rohmer, che ha scritto con Claude Chabrol un libro fondamentale su Hitchcock, discutere di una cosa concreta come il prezzo di un tappeto.

Il regista François Ozon in conversazione con la cineasta Liza Béar, “Bomb”, 23 aprile 2014

Tartine

Buongustai si nasce. Il vero gourmet è colui che si delizia di una tartina col burro come di un gambero arrostito, se il burro è delicato e il pane ben impastato.

Colette, Mi piace essere golosa, traduzione di Angelo Molica Franco, Voland 2014

In cagnone

Alberto Capatti

Quando si parla di cucina milanese, e si elencano gli ingredienti di un piatto, ci sono sempre il riso e il burro, o meglio quest’ultimo c’era, perché sempre più numerosi sono coloro che per friggere la cotoletta impanata lo mettono a metà con l’olio. Tra i piatti in cui sfrigolava, c’era il riso in cagnone. Cagnon in milanese era il baco, e il suo nome evidenziava la propria simiglianza con il chicco di riso bollito. Così lo definiva Cherubini : “Ris in cagnon o ris in padella o ris a la lodesanna... Riso cotto dapprima in acqua insalata, colato, e quindi condito con burro, aglio, acciughe, cacio, fungarelli ecc.” (Dizionario milanese-italiano, 1839).

Nel 1839, era un piatto già noto fuori e La cucina casereccia stampata a Napoli nel 1807, e continuamente impressa, ne dava la ricetta, e alla settima edizione, il riso in cagnone alla milanese diventava una sorta di risotto con zafferano. Napoli era la capitale gastronomica d’Italia e un piatto casereccio di uno stato del nord, francese e poi autriaco, non poteva stupire. Ci stupiamo invece quando leggiamo, in un ricettario autorevole come La cucina degli stomachi deboli, del 1857, compilato dal dottor Dubini, dermatologo all’Ospedale Maggiore questo

Riso in cagnoni

Ingredienti = Riso, acqua, sale, acciughe, cipolla, olio, pepe, noce moscada.

Fa cuocere il riso nell’acqua salata e poi levalo asciutto dall’acqua. Prepara intanto quattro acciughe ben tritate e mettile a prendere il tostato con una cipolla tagliata in croce e mezza quarta (kil. 0,09) d’olio. Tolta la cipolla, unisci all’olio e alle acciughe il riso, rimestalo bene e condiscilo con sale, pepe e noce moscada.Se all’olio si sostituisce il butirro ed alla noce moscada il formaggio trito, si avrà il solito riso in cagnoni per i giorni di magro (corrige: “di grasso”).

Dubini facendo una cucina per “stomachi deboli” omette l’aglio e suggerisce l’olio (senza indicare se fosse d’oliva). Va altresì precisato che, in certe case il burro lo si friggeva sino a fumare, facendo di questa minestra asciutta una sfida per stomachi fortissimi. A chi ha saltato la premessa e vuol saltare il riso in padella con una ricetta “d’oggi” consigliamo di consultare Vecchia Milano in cucina di Ottorina Perna Bozzi (1975). Ecco il suo

Ris in cagnon

per 5 persone
Gr. 500 di riso
Condimento: gr 100 di burro, 1 spicchio d’aglio intero che poi si butta, 6 foglie di salvia, parmigiano.

Cuocere il riso “al dente” in acqua salata abbondante. Far friggere il condimento in modo che sia color nocciola e versarlo sul riso preparato nel piatto di portata, con molto parmigiano. La denominazione di “cagnon” pare venga dal fatto che i corpuscoli neri del burro fritto, fermandosi sulla punta della grana del riso, ricordano i vermi bianchi col musino nero, che in milanese si chiamano “can” o “cagnott”. E al singolare “cagnon”.

Io uso il riso Carnaroli o il Vialone e trito l’aglio che amo quasi bruciaticcio, ma non lo abbino col tavernello.

Serata unica per Pagliarani

Questo video è tratto dal recital per Pagliarani organizzato da Simone Carella al Teatro Vascello di Roma il 31 marzo scorso, in occasione dell'uscita del libro di Elio Pagliarani, Tutto il teatro a cura di Gianluca Rizzo (Marsilio).

Alla serata di letture recitate di scene dalle opere teatrali di Pagliarani hanno preso parte:

Cetta Petrollo, Nanni Balestrini, Luigi Ballerini, Andrea Cortellessa, Vincenzo Ostuni, Francesco Muzzioli, Tommaso Ottonieri, Luca Archibugi, Veronica Zucchi, Luciano Mazziotta, Lidia Riviello, Gilda Policastro, Maria Grazia Calandrone, Sara Ventroni,
Manuela Kustermann, Alberto Caramel, Alessandra Vanzi, Patrizia Bettini, Marco Solari, Patrizia Sacchi, Carola De Berardinis, Cosimo Cinieri, Massimo Napoli, Guidarello Pontani, Luigi Rigoni, Canio Loguercio, Alessandro D'Alessandro, Areta Gambaro, Luca Venitucci.


serata unica di docstation