La ghiacciata

Afrodisiaci

“Sono afrodisiaci le ostriche, il sedano, il tartufo, poi l’asparago (un po’ anche per la sua forma), la cozza (un po’ anche per la sua forma), alcuni vini, molte spezie, il caffè, la cioccolata, il fico, la mandorla, il dattero, la banana… tutto. Praticamente tranne le pigne, i licheni e l’osso del prosciutto, è tutto afrodisiaco” recita Luciana Littizzetto in Afrodisiaci all’ingrosso (Sola come un gambo di sedano, Mondadori, 2001, p.55).

Ne condividiamo la lista ed anche le conclusioni:”Io mi ricordo soltanto una volta in cui il cibo è stato davvero il preludio di una grande performance amorosa. E sapete che cosa avevamo mangiato? Speedy pizza e ghiacciolo”.

La ghiacciata

Prendiamo alla lettera la signora Littizzetto e invece del ghiacciolo, tentiamo una ghiacciata, volgarmente detta granatina. E possibile prepararla in casa? Oggi, con un cubetto di ghiaccio e un tritatutto, facilissimo; con la Grande enciclopedia illustrata della gastronomia di Guarnaschelli Gotti, un gioco da bambini. Una volta tritato il ghiaccio, è praticamente fatta. Si prepara la bibita versando sciroppo alla frutta o menta o caffè. Volendo, nel ghiaccio tritato, fissata sul bordo del bicchiere una scorzetta di limone e di arancia, si versa dello champagne freddo, ed era detta ghiacciata all’americana. L’arte del gelataio suggeriva poi di tagliuzzare frutta fresca da unire allo sciroppo della medesima, di grattare limone o cedro o arancio, di preparare una infusione di tè e aggiunto ghiaccio e poco zucchero, profumare la bibita con vecchio rum.

*Lo speciale ricettario estivo di alfa+più è a cura di Alberto Capatti

Sorvegliare e stroncare

Augusto Illuminati

Quanto è bello e desueto l’istituto della stroncatura letteraria e saggistica. Pressoché scomparso in un’ormai dominante logica di mafiosa circospezione e tutela reciproca fra operatori di settore, non è più neppure ritenuto ravvivante ai fini del sistema giornalistico, che si affida in prevalenza al gossip, infallibilmente promozionale anche e soprattutto quando maligno. La critica – costruttiva o demolitrice – è fuori uso e, con la stroncatura, è svanito anche un serio elogio simmetrico, risolto in vaga leccata apologetica in attesa di restituzione.

Insomma, dei libri non interessa propriamente un cazzo a nessuno, conta soltanto, nell’ordine, la comparsata televisiva, la visibilità in metraggio assegnato alle case editrici sugli scaffali delle librerie, la quantità bruta di recensioni. La frequenza delle menzioni in rete viene ultima: solo l’Anvur la prende sul serio per classificare pubblicazioni su cui mai poserà l’occhio del profano e, con i nuovi criteri valutativi, neppure dei colleghi commissari concorsuali, alfine esonerati dal compito di aprire i pacchi con il taglierino prima di riporli in cantina.

Peraltro, la ruvidezza della critica non fa alcun male ai destinatari, che ne traggono solo pubblicitaria solidarietà e, in rari casi, un incentivo a deporre la vanagloria e fare i conti con i propri limiti. Il rigetto editoriale della Recherche o il fiasco della Traviata sono alibi topici per proclamarsi incompresi. Senza lividi, niente recriminazioni e appelli alla giustizia dei posteri. Un po’ di sano masochismo, signori!

Piuttosto la stroncatura fa problema per gli stroncatori. L’ira contro la bassezza stravolge il viso, vecchia storia. Inoltre, e peggio, eccita il sadismo del recensore e il suo privato narcisismo, per non parlare dell’invidia. Facebook è un istruttivo campionario di perversioni sessuali e asessuate in argomento. C’è poi il fastidio che, mentre per elogiare non occorre aver letto il libro o seguito lo spettacolo, per criticarlo sì, almeno qualche pagina o qualche scena, giusto per trovare le citazioni adatte e non lavorare troppo di seconda mano. Sebbene tutti siamo bravi a leggere “trasversalmente” (una riga sì e quattro no), resta sempre una cosa faticosa e, per di più, a rischio di repliche circostanziate: il recensito, ahimé, si ricorda benissimo le cazzate che ha sparato.

Tuttavia stroncare o elevare consistenti dubbi fa bene all’organo di stampa o web o televisivo su cui si esercita tale perigliosa virtù. Una percentuale del 5-10% di avvisi negativi rende più plausibile la restante massa delle segnalazioni encomiastiche: di fatto per una buona metà resteranno familistiche, ma la loro apparenza sarà notevolmente più appetitosa, secondo le regole variabili ma internazionali della mescolanza gastronomica dei sapori dolci e acidi. Senza cadere, naturalmente, nella frenesia dei vaffa e nella denuncia dei “gomblotti”, secondo la logica dei talk show, dove vero e falso spariscono per eccesso di intemperanza linguistica e gestuale.

Questione delicata è la scelta degli obbiettivi. Aurea è la sentenza «non sparare sulla Croce Rossa», perfetto éndoxon aristotelico cui agganciare una pratica di saggezza. Gli oggetti da stroncare ci si guardi bene dallo sceglierli fra i giovani esordienti, presuntuosi o timidi che siano (se non per gratificarli con una segnalazione camuffata da attacco), ma ancor meno fra i miti in declino, troppo facili da scalciare nell’arco discendente della loro carriera.

Basta la dimensione del tweet per sbeffeggiare fra sodali le castronerie di Gelmini e Giovanardi, o che, vogliamo metterci davvero a confutare sul piano culturale Marcello Veneziani o Fabio Volo, Gigi Marzullo o Michela Marzano? Per quello ci stanno già le rubriche di critica televisiva e l’Amaca di Michele Serra. Il servo encomio non va sostituito con il codardo oltraggio.

Il livello minimo (per quanto davvero minimo) dovrebbe abbracciare la Repubblica delle idee e i sussiegosi editoriali del Corsera piuttosto che Libero, i santoni farlocchi dell’infotainment mica le risse fra poveracci della Gabbia, le psico-avventure inter-generazionali di Telemaco più che le sirene grullesche. Bisogna occupare la soglia dove si incrociano la banalità mediatica con le strategie del potere (provinciale) vero, dove il male si porge nelle fattezze del bene, la violenza si trucca da persuasione, il discount simula il brand. Vaste programme, ci rendiamo conto. In tempi di caccia ai gufi, però, un filo di utopia non guasta.

 

Hamburger

L’hamburger omologa il mondo, ma quello che illustreremo, no. Più della metà dei panini consumati negli Stati Uniti, secondo John Mariani, lo prevedevano e lo prevedono, e le sue varianti, quali il vegeburger, ne assicurano l’indiscusso valore simbolico. Siccome non ha stagione e fornisce calorie anche tiepido, lo consideriamo degno di figurare il 17 agosto, purchè si colga l’occasione per sperimentarlo nella sua diversità. Ripartiamo dalla Germania e da una ricetta socialista, servendolo in tavola. Quale forma deve avere? quella di una bistecca.

E il pane? niente, perché non è un panino americano. Semmai carne antimperialista. Ci fornisce la ricetta La cuoca rossa pubblicata da DeriveApprodi nel 2003, ed ora riedita con La cucina impudica e La cuoca di Buenaventura Durruti, e le prefazioni di Luigi Veronelli. Per l’identità delle cuciniere rimandiamo al nuovo volume; per la riuscita della ricetta, alle vostre prove. Non vi abbiamo trovato citato il nome di Bismarck associato all’uovo, ed era il minimo per una cuoca rossa, anche se i tedeschi hanno imposto il cognome del cancelliere ad un guazzabuglio di cibi e bevande, dai panini all’aringa e alla cipolla, alle miscele di champagne e birra per combattere l’ubriachezza.

Hamburger

Ho quasi litigato con Whilelm per il nome hamburger, lui voleva che li chiamassimo alla russa, cioè bitok, e ne voleva fare un caso politico. In ogni modo non li facciamo rotondi come a New York, ma a forma di bistecca. Ci vuole una cipolla ad hamburger, per ogni hamburger 200 grammi di filetto di manzo. Tritate finemente la cipolla e cocetela a fuoco dolce con una noce di burro facendola imbiondire senza rosolare. Ripulite la carne dal grasso, dalla pellicola e dalle parti nervose, poi tritatela finemente. Conditela con sale e pepe macinato al momento aggiungeteci la cipolla e impastate il tutto. Sagomate con l’impasto la forma di una bistecca e cocetela nella padella in cui sono appassite le cipolle, aggiungendo un’altra noce di burro. Appena è pronta sistematela in un piatto caldo e deglassate il fondo della padella con un cucchiaio di brodo di vitello. Versatelo sulla carne e servite guarnendo il piatto con un uovo al tegamino e un paio di cetrioli sotto aceto.

*Lo speciale ricettario estivo di alfa+più è a cura di Alberto Capatti

Il male necessario

Gilda Policastro

Parte dall’idea postkantiana del Male come forza propulsiva e contrastiva la storia letteraria (e artistica) tracciata (ma si direbbe narrata, per l’impostazione mimetica del libro, che pure non rinuncia all’atteso impianto filosofico) da Arturo Mazzarella.
E cioè da un Male inteso come «processo» più che come «principio» e invece che come «fragilità». Compresente con l’anelito al bene, dunque: su di esso prevalente quando l’istinto primordiale travolge l’abulia connaturata all’altrettanto primigenia e immedicabile infelicità (lo si vedrà sempre meglio progredendo nella lettura). Il Male, soprattutto, è nel tempo, ponendosi come l’accadere che corrompe l’ideale: quello «necessario» del titolo si presenta così anzitutto calato nella contingenza con la sua inevitabilità (a differenza dell’ideale, che è invece comunque passibile di smentita, sin nel suo inverarsi).

Ed eccoli, gli autori, in ordine per l’appunto cronologico: Baudelaire e Dostoevskij subito, emblemi di una letteratura che al passaggio tra Otto e Novecento dovrà obbligatoriamente confrontarsi col sottosuolo (ossia con gli uomini degradati, e con la parte degradata dell’uomo), oltre che con un rovello prevalentemente estetico (nel senso kierkegaardiano di «sensoriale»). Incedendo nel Novecento, sarà sempre più nelle vite dell’uomo comune che si andrà a sondare l’insondabile: a partire dalle opere di Kafka e Proust, il male (minuscolo) innerverà l’esperienza quotidiana, ne sarà anzi l’aggregatore, entro una realtà altrimenti dispersa e frammentata.

Nel secondo autore, tuttavia, il male insito nel desiderio finisce, per Mazzarella (insieme al Beckett interprete di Proust), col garantirne il solo possibile «conseguimento»; vero è che la Prigioniera insegnerebbe proprio il contrario: non è che in amor vinca chi incrudelisce, ma può incrudelire solo chi non ama. Così come l’idealizzazione dell’amato da parte dell’amante non può fare a meno e anzi si nutre del richiamo selvaggio della carne (dell’odore del sangue, come nel romanzo omonimo di Parise, cui si dedicano pagine molto generose). A marcare la svolta che Mazzarella definisce «fisiologica» soccorrono invece gli specimina di una postmodernità ormai ampiamente canonizzata, da Houellebecq a Ellis, da Forest e Von Trier: se per i primi due il sesso e la violenza sono i soli antidoti, lo anticipavamo, all’apatia e all’atonia in dotazione al corredo genetico, il lutto narrato dai secondi, dunque la morte come persistenza ossessionante, diventa emblema privilegiato di quell’insensatezza che si eleva a «principio di realtà».

E se già nell’Ottocento il cardine del pensiero poetante leopardiano (plastificato nel paradosso della «vita mortale», decisivo ai fini della spietata concezione che si sarebbe poi ridotta alla vulgata pessimistica) si collocava nell’orizzonte della temporalità, l’acquisto esegetico fondamentale del Novecento sarebbe per Mazzarella proprio la dissoluzione, la frammentazione, e la conseguente estrema e totale insensatezza: dunque la collocazione del Male fuori dal tempo, oltre che in fuga dall’Idea, intesa come conciliazione (o almeno tensione) tra la forma e la sua dissoluzione (così nel mentore Binswanger). E difatti tanto la dissipazione libidica di Bruno nelle Particelle elementari di Houellebecq che la furia omicida del protagonista di American Psycho di Ellis conducono a una riduzione del corpo all’infinitesimo, negli spazi ristretti di appartamenti insanguinati e nei momenti singoli di vite dissipate. L’omicida feroce riconosce, tra l’altro, l’inanità dei propri crimini solo dopo aver assassinato un bambino: omicidio indolore in quanto la vittima non può avere (per espressa denuncia del protagonista) una storia.

Il male inflitto s’ingenera da quello patito, non già per tentarne una liberazione, che sarebbe al pari disperata, quanto per estenderlo, contagiarlo, destituirlo di unicità: la dispersione che rinuncia al progetto, la crudeltà come il raffreddore (Proust tra l’altro distingueva tra crudeltà e sadismo a seconda del gradiente di compiacimento e gratuità dell’azione perpetrata). Con la lettura di Ballard e l’esplicitaria citazione da Lacan («non c’è legge del bene se non nel male e attraverso il male») il libro si conclude confermando lo statuto di necessità del Male, e configurandolo come diversivo (il male consapevole e colpevole, s’intende) rispetto all’inesorabilità ontologica.

Resta il dubbio che, per i protagonisti di questa Grande Opera novecentesca (e postnovecentesca) si sia trattato prevalentemente di cambiare il segno, o di annullare i segni, nel sistema valoriale tradizionale: che il Male, cioè, sia rimasto comunque «fuori», come ideale estremo al pari del Bene, piuttosto che riconoscersi radicato e già bello e pronto nelle cose (a partire, leopardianamente, dalla loro finitudine), senza che vi fosse bisogno di smottarlo o incrementarlo con turbamenti patogeni e ammazzamenti apocalittici.

D’altra parte se scrivere un romanzo implica, col Benjamin del saggio sul narratore, l'esasperazione dell’incommensurabile (dell’imperscrutabile, in questo caso), il compito può dirsi assolto nelle trame in oggetto, ma meglio ancora in quelle rese oggetto di questa nuova, esasperante narrazione.

Arturo Mazzarella
Il male necessario
Etica ed estetica sulla scena contemporanea

Bollati Boringhieri (2014), pp. 158
€ 14,00

 

Contro il Carpaccio

Contro il Carpaccio

Il termine Carpaccio creato da Giuseppe Cipriani a Venezia negli anni cinquanta, in occasione di una mostra pittorica, è andato designando sottilissime fette di carni e di pesci, di bresaola e di verdure crude e cotte, disposte su un piatto. Il ristoratore gode il beneficio della porzione leggera, economica, il cliente quello del crudo ipocalorico e, ad essere pignoli, una bella fetta di prosciutto con una scaglietta di parmigiano, è un carpaccio.

Il net brulica di ricette e di varianti che vengono dalla cucina e dalle diete e finiscono in fotografie luminosissime. Ne vogliamo illustrare gli esiti perversi. Senza il colore non c’è Carpaccio, quindi tutto il suo valore è nelle qualità delle derrate e nell’impiattamento, il taglio sottilissimo giocando come suggestione visiva e in subordine gustativa. La libertà di scelta dell’ingrediente principale, il risparmio della cottura, ne hanno fatto il rudimento del cuoco senza perizia e con tanta ambizione, come in questo.

Carpaccio di zucchine, pinoli e parmigiano

Ingredienti per 4 persone: 4 zucchine, 100 g di pinoli, parmigiano a scaglie, olio extravergine, un limone, pepe, sale. Tempo 10 minuti

Pulisci e affetta finemente le zucchine con l’aiuto di un pelapatate o di una mandolina. Cospargi con le scaglie di parmigiano, i pinoli precedentemente tostati e un’emulsione di succo di limone, olio, sale e pepe.

La formula di “Caterina” è ne Le ricette di casa Clerici (Rizzoli,2010) dove troverete il carpaccio di melone e quello di salmone e pomodori verdi.

Non bisogna pensare solo alla formazione delle giovani cuoche, perché il Carpaccio di struzzo al basilico figura nella Dieta Dukan. 500 grammi di carne e un mazzetto di basilico. Essendo costruita con una fase d’attacco a base di carne, è presumibile che questo piatto sia destinato a sostenere e rafforzare, nei primi giorni, la volontà di dimagrimento (La dieta Dukan: i 100 alimenti a volontà, Sperling & Kupfer, 2012, p.119).

Siccome la vista domanda la sua parte, preparata la salsa al basilico in cui l’olio di vaselina ha sostituito quello d’oliva, con un pennello la si distribuisce a velo sulle fettine di struzzo. Poi la si serve a quattro persone, dimostrando che quello che è dietetico per l’uno, lo è per tutti e che il valore aggiunto, e costoso, lo struzzo, ha un effetto conviviale. La vaselina a chi non è a regime, la si tace.

*Lo speciale ricettario estivo di alfa+più è a cura di Alberto Capatti

Anticontemporaneo

Paolo Carradori

Lang l’eclettico

Provate ad indagare tra le opere di David Lang (1957), scoprirete tutto e il contrario di tutto. Da sonorità metalliche, forti, con chiare influenze rock ad eleganti musiche per film, da suoni inudibili a paesaggi tranquilli, quasi immobili. In tutte le ambientazioni si percepisce personalità, scrittura brillante, profonda spiritualità. Lang è l’autore scelto da L’Homme Armé per aprire la settima edizione – in quattro appuntamenti - della rassegna AntiCONtemporaneo. Testimonial azzeccatissimo per chi, come la prestigiosa istituzione musicale fiorentina, coniuga mirabilmente antico e contemporaneo. Nell’austero spazio dell’Auditorium di Sant’Apollonia del compositore americano in programma lavori “cameristici” e l’opera The little match girl passion.

Emanuele Torquati al pianoforte e Francesco Dillon al violoncello offrono un set di notevole tensione. Wed (1992) e This was written by hand (2003) per piano solo: due perle rare. Musica obliqua, la prima, spigolosa, dall’andamento inquieto e ondulatorio si sviluppa tra consonanze e dissonanze, accelerazioni, grappoli di suono che cercano una via d’uscita. La seconda si apre con una frase coinvolgente, ripetuta. Poi l’atmosfera si incrina, la melodia evapora, si frantuma in schegge astratte, isolate e vaghe. Torquati usa la tastiera come lo scalpello dello scultore, scolpisce suoni in una prosciugata gestualità.

Word to come (2003) per violoncello solo e 8 violoncelli preregistrati è un festival visionario. L’attacco è lirico, poi più serrato si incrocia con le tracce registrate. Collisioni pericolose, gioco degli specchi, accumulazione sonora, labirinto di densità orchestrali. Dillon con suono brillante e urbano ne attraversa i territori difficili, curioso, aperto ad ogni rischio in un costante rigore emotivo. Bitter herbs per violoncello e pianoforte è un lavoro rigido, meno aperto. Attacco duro, frasi spezzate, percussive, violente che si rincorrono. Cluster nevrotici, archetto che vola. I due si ritrovano in brevi, cupi unisoni finali. L’altra faccia di Lang.

Diciamocelo, La piccola fiammiferaia di H. C. Andersen è una appiccicosa fiaba ottocentesca. Oltre la trama, tutte le sue parti – l’orrore e la bellezza – sono costantemente pervase del loro opposto. Così la legge Lang trasfigurandola in parabola cristiana e allora non c’è di meglio che usare la forma passione, di bachiana memoria, per raccontarla e commentarla. Anche il testo è di Lang, che cita Andersen come il Vangelo secondo Matteo.

Questa in estrema sintesi la genesi di The little match girl passion (2007) per quattro voci e percussioni. Ne viene fuori un’opera fascinosa quanto macchinosa. Fascinosa negli incastri vocali, nel respiro musicale tra mottetto e opera pop. Macchinosa, anche un po’ stiracchiata, nella ricerca di forzate riflessioni filosofiche su sofferenza e speranza. Ottimo l’ensemble de L’Homme Harmé che, impegnato anche con le percussioni, ne dà una lettura sognante e misteriosa.

Dal loop a Scarlatti

Serata zeppa di sorprese la terza. Questa volta siamo nel refettorio, avvolti dalle casse di un impianto multicanali. L’allestimento è di Tempo Reale che ci regala una ricca e preziosa documentazione della ricerca musicale negli anni ’50, quando l’avvento dei sistemi di registrazione e riproduzione del suono mutò in modo radicale l’orizzonte creativo del compositore. Otto brevi brani - che vanno dal’53 al ’58 - e profumano di archetipo, di laboratorio artigianale, assolutamente da contestualizzare ma che trasmettono ancora fascino nella loro sana ingenuità rivoluzionaria. Siamo agli albori della musica elettronica ma un confronto tra le “scuole” (Parigi, Colonia, Milano e New York) scatta automatico.

Allora non si può che rilevare come gli americani (Brown con Octet 1 e Feldman con Intersection) già dimostrino, in un ribollente astrattismo urbano, una maggiore libertà linguistica, che contrasta con la necessità che i compositori europei ancora esprimono nella ricerca di strutture, di forma e senso musicale (su tutti Berio con Mutazioni e Ligeti con Artikulation).

Si torna nell’Auditorium per un gran finale dedicato ad uno strumento modernissimo: il clavicembalo. Francesco Corti ci guida nell’ esplorazione di uno strumento sul quale aleggiano troppi luoghi comuni e preconcetti. Sonate di Domenico Scarlatti e Joseph Haydn si mischiano con lavori di György Ligeti degli anni ’70. Un turbinio di suoni dove perdiamo l’orientamento. Di Scarlatti rispolveriamo la modernità stupefacente, nell’esplorazione della tecnica strumentale, nelle note ribattute, nella rapidità esecutiva, virtuosismo ardito sempre al servizio della sorpresa creativa.

Di Haydn la narrazione limpida, la leggerezza, l’eleganza dei contrasti, le fughe, elementi che nella forma sonata assumono un carattere unico, preveggente. Ligeti sul clavicembalo è travolgente. Continuum è un brano dal carattere estraniante, con la sua lunga linea minimale disturbata da interferenze disegna un caleidoscopio dalla tinte scure. Hungarian Rock su un elastico ostinato di bassi ricorda atmosfere progressive ma anche pop: il clavicembalo che non ti aspetti. Grazie anche alla limpida interpretazione di Corti, che tra rigore e libertà, affronta con talento notevoli difficoltà tecniche trasportandole come valore estetico tutto immerso nella musica.

AntiCONtemporaeo
Rassegna di musica antica e contemporanea
Firenze - Auditorium di Sant’Apollonia – dal 30/6 al 16/7
Francesco Dillon violoncello / Emanuele Torquati pianoforte
L’Homme Harmé (Giulia Peri soprano-Mya Fracassini mezzosoprano
Giovanni Biswas tenore-Gabriele Lombardi baritono) direttore Fabio Lombardo
Lelio Camilleri introduzione, regia del suono con Tempo Reale
Francesco Corti clavicembalo

Curry di verdura

La nozione di “cucina povera” è interpretabile in diversi modi. Può far riferimento alla scarsità del cibo e alla miseria, oppure alla dieta e prevedere ingredienti senza grassi o senza zuccheri. Può esser poi una cucina ripetitiva e di scarsa fantasia, disposta con derrate e ricette ordinarie, qualunque.

La cucina povera entra nella cultura gastronomica europea nel 1970, grazie ad un libro di Huguette Couffignal che presentava e insegnava piatti del mondo sottosviluppato. Nelle società opulente era l’antidoto alle patologie del consumo e agli sprechi alimentari, ormai avvertiti. Fra etnologia e terzomondismo, mescolando pietanze dei tempi magri a lucertole e polli, l’autrice apriva alle cucine extraeuropee. Tradotto quattro anni dopo, il libro appariva da Rizzoli in italiano con il sottotitolo: I cibi più vicini alla natura. I piatti più antichi del mondo. Le ricette tramandate nelle capanne e nelle cascine.

Altri valori si aggiungevano ripescati in una cultura naturale che non si diceva ancora ecologica, in una visione totale del cibo, dalla preistoria al presente, in una ricerca dell’autenticità gastronomica, riscoperta nell’abitacolo rurale. Il tema era maturo per approfondimenti anche locali, italiani, aggiungendo “le ricette un po’ vecchie, un po’ dimenticate o poco note fuori dei loro luoghi d’origine”.

Diamo ora una ricetta

Curry di verdura

Soffriggere polvere di curry con cipolle aglio, peperoncino piccante, zenzero. Aggiungere verdure tagliate a dadi e scottate in acqua bollente, poi ben scolate. Bagnare con acqua o con latte di cocco o con cagliata. Coprire e cuocere a fuoco dolce.

Tutti gli ingredienti erano e sono disponibili in negozi e supermercati. Nessuna distanza dunque fra il subcontinente indiano e l’Italia, se non culturale e mediata, per il curry, dall’Inghilterra. La cucina povera apriva alla globalizzazione, educando la Francia e l’Italia, comunicando cibi semplici che, ripetuti, trasformavano profondamente i patrimoni nazionali.

*Lo speciale ricettario estivo di alfa+più è a cura di Alberto Capatti