Gioco (e) radar, # 03
Glitch, alterazioni, disfunzioni
[prima parte]

Marco Giovenale

Di glitch, ovvero di improvviso malfunzionamento, o disturbo, si parla nel campo dell’elettronica, delle trasmissioni, dei circuiti digitali. Già da diverso tempo il termine e la pratica attiva del glitch hanno compiuto una loro virale migrazione verso i campi delle arti visive e della musica, e costituendo anche zone (temporaneamente autonome) proprie, indipendenti.

A mio avviso, nell’idea di glitch si raccolgono o non è insensato raccogliere – in letteratura e in arte – fenomeni singoli, separati e diversi ma non estranei l’uno all’altro, e da leggere e osservare complessivamente orientati in direzione di una particolare produzione di senso o, come avrebbe detto Emilio Garroni, senso-non-senso. Intenderei cioè gli ambiti dell’asemic writing (= scrittura asemantica, http://en.wikipedia.org/wiki/Asemic_writing), dei video astratti (o: musica e video precisamente glitch, disturbati... e suoni lobit = a bassa qualità di produzione e riproduzione, http://en.wikipedia.org/wiki/Lobit), e di alcune nuove scritture di ricerca – tra cui lo stesso flarf (http://en.wikipedia.org/wiki/Flarf).

Se prendiamo l’alterazione e il malfunzionamento, la parziale non transitività, come possibili elementi unificanti, il filo comune risulta, per le aree appena nominate, evidente. Non chiede altra spiegazione che un semplice elenco. Sono in qualche modo non disomogenei, anzi affini, il disturbo della ricezione, un più o meno marcato ostacolo alla decodifica, l'assente o imprecisa traduzione, il fuori luogo, l’errore voluto, l’alterazione occasionale o sistematica, la ricerca intenzionale (nella sought poetry) di elementi in attrito, l’assemblaggio e riuso disturbato di fonti a loro volta magari già corrotte, e così la disposizione in sintagma ri(dis)ordinato di fenomeni in partenza già eterogenei e scomposti, l’accumulo ossessivo compulsivo che però si rastrema e riduce improvvisamente, il vuoto comunicativo (che non è vuoto di senso), la frattura che è tuttavia, allo stesso tempo, sutura.

Se si volesse aggiungere una nota sul quid di politicità che alterazione e disturbo e malfunzionamento possono non vantare ma implicare o almeno suggerire, si potrebbe far cenno a (o addirittura far teoria di) una sorta di luddismo rivolto a software e hardware della società dello spettacolo e del mercato globale. Ma – meglio – si dirà che queste forme d’arte o interrogazione del senso sono semmai il punto e crocevia d’incontro non assertivo (non ‘frontalmente’ politico, nei codici; ma biograficamente politico, nelle prassi di vita e condivisione di alcuni artisti) di identità diverse non necessariamente interessate a ‘insegnare’ o ‘mostrare’ percorsi politici. (Semmai a incarnarli).

Quali le differenze rispetto al testo modernista in genere, e a quello clus in particolare?

Il testo modernista complesso, perfino ermetico (arretrando), plurilinguistico, sintatticamente franto, surreale, onirico, nonsensical, dada, spiazzante, laborintico, frammentario (eliotiano), assurdo (Beckett, Kafka), tragico (Rosselli, Mesa), materialistico-oracolare, condivide con i glitch delle nuove scritture alcuni caratteri di straniamento, sorpresa, imprevedibilità, negazione, buio.

L’opera modernista è tuttavia infine coesa, costruzione architettonicamente solida (ed è libro: volume), esibisce coerenze. Sta usando l’alterazione, il guasto, per produrre un’opera, appunto. E una necessità. (Propone quindi un’ecologia di quei versanti della semiosfera che il tardo capitalismo livella linguisticamente o inquina con superfetazioni burocratiche e kitsch). In altre occasioni, il testo modernista sta reincorniciando un frammento staccato – aleatorio – che appunto in quanto incorniciato fa opera.

Le nuove occorrenze di senso-non-senso che vediamo invece in atto negli anni recenti, siano grafiche (asemic writing) visive o musicali (lobit) o verbali (direi di nuovo e sinteticamente glitch, in alcuni casi), hanno l’opera spesso solo come soluzione di ripiego. O infine non diventano/inventano mai un’opera, nell’accezione detta: sono forse solo arcipelaghi di microstrutture, video da un minuto, dichiarazioni isolate, post, gif virali, foto in jpg su flickr, tumblr, stringhe spezzate di testo. Vivono per altro quasi sempre e quasi soltanto in rete, o ‘live’, nei festival, negli incontri (ampi o ristretti che siano). (Figli tutto sommato legittimi di una dépense da ciclostile che vanta oltre mezzo secolo di vita).

Anche “in un secondo momento”, le occasioni in cui si dissemina (piuttosto che ‘dispiegarsi’) il senso di questi processi sono, così, non necessariamente da circoscrivere alla forma libro: collab works (opere collettive o perfino anonime: pensiamo anche alle insistenze di alcuni writers sui muri delle città); interi archivi di pdf, mp3, file .avi, liberamente scaricabili o fruibili in streaming; videoconcerti, festival e incontri a metà fra il rave e la scena teatrale (penso a occasioni come http://gli.tc/h/); attraversamenti di tratti di tempo conviviali informali, di condivisione di testi e contesti (garage, piccoli centri culturali, incontri non ‘organizzati’, passeggiate).

Una minima prima bibliografia (online):
http://art310-f12-hoy.wikispaces.umb.edu/file/view/Glitch+Studies+Manifesto+rewrite+for+Video+Vortex+2+reader.pdf
http://cuneimedia.com/wp-content/uploads/avernacularoffileformats.pdf
http://gli.tc/h/READERROR/GLITCH_READERROR_20111-v3BWs.pdf

*Una versione più compatta, e ridotta/sintetica, di questo articolo è uscita in unico articolo ne «l’immaginazione» n.273, gen.-feb. 2013, p. 35, nell’ambito della rubrica gammmatica, e successivamente in Punto critico, 9 mag. 2013

 

Semaforo

Maria Teresa Carbone

Gatti (da Esopo all'animalese)

Quando gioco col mio gatto, chissà se sono io che mi sto divertendo con lui, o lui con me.
Michel Eyquem de Montaigne

In un recente episodio del suo programma televisivo Animal Planet, My Cat From Hell, Jackson Galaxy (esperto di psicologia felina, soprannominato Cat Whisperer, ndr) è stato chiamato a fornire la sua consulenza sul caso di Lux, un gatto di dieci chili che ha attaccato i suoi padroni, una coppia di Portland, costringendo i due a rifugiarsi insieme al figlio neonato in camera da letto e a chiamare la polizia. Nella convinzione che Lux abbia bisogno di qualcuno capace di capirlo, la coppia ha chiamato Galaxy, un uomo apparentemente in grado di decifrare le dinamiche interne di gatti problematici e violenti. Nel corso della trasmissione Galaxy ha definito l'umorale felino “il bambino più dolce del mondo”. Qualche giorno dopo le riprese, la coppia ha di nuovo chiamato Galaxy: il comportamento di Lux era peggiorato. Galaxy ha trasferito l'animale in un “luogo riservato”, dove a Lux è stata diagnosticata una sindrome da iperestesia felina, misteriosa patologia trattata con antidepressivi. Galaxy continua a lavorare con il gatto, sperando di penetrare nel suo intricato mondo interiore.

Stassa Edwards, From Aesop To Doge, Aeon, 29 gennaio 2015

Gringoire&Saulnier

Alberto Capatti

Se non lo avete capito il Répertoire de cuisine è il mio preferito, nell’edizione 1914 o in una delle successive. Gringoire & Saulnier erano gli autori, della scuola di Auguste Escoffier. Era ed è la sintesi delle sintesi: 356 ricette di sogliole in 16 pagine. Una ricetta prende dalle due alle cinque righe massimo, con sostantivi (gli ingredienti) e con verbi all’infinito o aggettivi (le operazioni).

Anche un cuoco straniero, una volta acquisito il lessico, arriva a raccapezzarsi. Oggi, la leggi e devi ricapitolare, tanto è andata veloce, e poi puoi trascrivere il tutto in linguaggio di casa o in quello professionale aggiungendo a piacere (tagliare è più difficile). Ecco una insalata mista:

Amèricaine lames de tomates mondés; rondelles de pommes de terre; julienne de cèléri; rondelles d’oignons et d’oeufs durs. Vinaigrette.

Américana fettine di pomodori mondati; fette di patate; sedano a julienne; fette di cipolla e uovo sodo. Vinaigrette.

La vinaigrette, da vinaigre aceto, prevede oltre a quest’ultimo, olio, pepe e sale. I ricettari non specificavano né il tipo d’olio (d’oliva? di semi?) né d’aceto (di vino? di sidro?) e la qualità dei prodotti come le operazioni di taglio erano lasciate agli chef.

A l’américaine si riferiva a diverse preparazioni dall’aragosta al pollo, alle uova. La presenza del pomodoro ne era un connotato donde il nome di questa insalata.

Almanacchi felliniani

Paolo Fabbri

"Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi? (Giacomo Leopardi). “Mi fa spavento il cinema” scriveva Zanzotto in una poesia, tra le più belle che ha dedicato a Fellini. Finiva però per riconoscere che il cinema “era lui la poesia, un’altra”. Per mantenere un po’ del timore che incute il parlare di cinema ed evitare ripensamenti poetici, vanno lette le oltre 50 pagine dellOmaggio a Federico Fellini in Micromega 9/2014. Questo Almanacco del Cinema, oltre alla sezione felliniana, chiamata iceberg4, conta un centinaio di pagine di interviste ad autori di varia qualità e tavole rotonde.

Sappiamo dall’ultimo libro di Eco che: “L’intervista con l’autore è pacificante, perché nessun autore parla male del suo libro, quindi il nostro lettore non viene esposto a stroncature astiose e troppo superciliose. Poi dipende dalle domande”. Infatti in tempi di crisi critica, l’intervista, sequenza cumulativa di forme brevi, dilaga. La vecchia critica mordeva talvolta prima di mettere i denti, ma non era cieca dalla nascita; lo è diventata però senza molta fatica. Gli intervistatori, soprattutto nell’arte contemporanea, hanno orrore di quei puristi che si tolgono le parole di bocca e le depongono sui bilancini, quelli che si fermano davanti ai superlativi e fanno una pausa. Meglio mettersi i paraorecchi e non dir nulla di un autore, se non con parole sue”. Cioè quelle che lui pensa gli facciano gioco in quel momento.

1.
Il Fellini micromegalico espone il titolo: Il cinema e le donne. È articolato, per così dire, in un’intervista con J. Gili, registrata nel 1984, quando Fellini non aveva ancora girato Ginger e Fred, Intervista, e La voce della luna. Nel distributore automatico delle interviste felliniane non è davvero la più significativa, se confrontata con quelle di Grazzini, Kezic, Costantini, Rita Cirio, Bondanella, J. L. de Villalonga, ecc., o quella che Fellini concesse a se stesso, Fare un Film. Segue un’intervista di Paolo Sorrentino con Gianni Canova, un saggetto di quest’ultimo: Fellini politico e un esteso gossip di Gianfranco Angelucci, Fellini proibito, condito da 16 disegni felliniani, già pubblicati in carta, in e-book, in rete, ecc., riconoscibili per la deformazione onirica, grottesca e felicemente sguaiata, ma non certo “comparabili a Kokoschka” (sic).

L’ultimo contributo che (mal)tratta il tema delle donne di Fellini, non ha nulla a che vedere con la meravigliosa folla di figure femminili sognate nel suo cinema; cantate da Zanzotto e alcune della quali, come la Brunelda – Saraghina di Intervista, provengono da America di Kafka. Il saggio, se così si può dire, elenca con nomi e talvolta cognomi, alcuni imbarazzanti affari di letto di Fellini, con dettagli appropriati a giornali per soli uomini. Anche l’antica critica stilava la lista delle amanti del Foscolo. Il brogliaccio di Angelucci si segnala però per uno stile, inabituale in Micromega, fitto d’impagabili stilemi di purissimo trash: “fata del desiderio”, “maliarda fatalità”, “avvenente sammarinese”, procace australiana”, “vikinga fragrante di Romagna”, “focosa amante”, “semidea inarrivabile” che “irradia luce magnetica” (Anita Ekberg), “segretaria di erezione”, “ laureata alla sorconne”,”Tersicore vellutata di ironia”, “francese dalle torbide simulazioni”, sempre con “seni traboccanti mesmerici”, “forme poderose, “sfidanti prominenze da virago”, “curvilinei morbidi allettamenti”, “chiappone gloriose”. Ogni “conquista” è sempre “alta e ben piazzata, atletica e in perfetta forma”, e solo talvolta “flessuosa, amorevole”.

Un contributo al manualetto idiomatico dell’infimo ciarpame linguistico, ancora da scrivere poiché l’autore intendeva “evitare vanterie di cattivo gusto”. Solo accennata infatti è la “estroversione delle ninfe latine” “dotate di richiami ancestrali” poiché vogliono figli e via scadendo. Angelucci è stato aiuto regista di quel Fellini e forse si vendica presentandolo come un libertino del nulla, ma on n’est jamais un genie pour sa femme de chambre. Il lettore pruriginoso - che ignora i salaci scambi epistolari tra l’autore di Otto e mezzo e Simenon - potrà conoscere le cilindrate automobilistiche delle amanti del regista riminese e altri ghiotti dettagli: “non sapeva baciare. Lo faceva a labbra strette, come avrebbe fatto Andreotti”. Avrà inoltre diritto a osservazioni più politiche sull’ostilità a Berlusconi e alle frequentazioni craxiane di Sandra Milo.

2.
Fortunatamente quest’ultimo tema viene affrontato da Gianni Canova, dopo un’intervista con Paolo Sorrentino - premio della (sciaguratamente soppressa) Fondazione Fellini nel 2011 e poi Oscar nel 2013. Conversazione interessante per la resistenza che Sorrentino oppone alle domande. “Il vero scandalo di Fellini è il Nichilismo?” E il regista: Lì dove c’è l’ironia, Fellini riesce anche a costruire il senso”. L’intervistatore: Torniamo al nichilismo, Gep alla fine si salva (nella Grande Bellezza), (nella Dolce vita) Marcello no…”. E Sorrentino: “È sicuro che Marcello non si salvi?”. Più attinente alla problematica dell’intervista: alla domanda sull’evidente influenza di Fellini sulla Grande bellezza, il regista risponde: “Io non volevo citare Fellini”. E aggiunge alcune, non richieste, ma lucide osservazioni sul feticismo realistico e l’invenzione del reale: “Fellini arrivava a intuire la verità inventando tutto”. Giusto: oggettivo e soggettivo diventano indiscernibili, la realtà passa nell’immaginario, l’immaginario nello spettacolo.

3.
Il tema assegnato a Canova era il discutibile proposito che “Fellini faceva politica (…) che è proprio quello che si chiede all’arte”. Il professore lo affronta con gli strumenti della critica epitetica. “La carica dinamitarda”, “il sorriso sarcastico, “il sangue romagnolo”. “Fellini tuona e ringhia”, “si scaglia contro gli effetti devastanti ”, “si scaglia contro il confuso tentativo”, “la mattanza culturale”, laddove “il candore non abita più lì”. In conclusione “Fellini è un Ufo: solca i cieli del cinema come un oggetto volante non identificato, come un masso erratico” (un’immagine magrittiana!). Va apprezzato l’impegno con cui Canova accumula un entusiasmo che riserva forse per occasioni migliori. Ci sembra però eccessivo il dispendio retorico per mantenersi alla superfice del problema, se finisce per assicurarci che Fellini “si libera dei lacci del conformismo, molla gli ormeggi, e vola alto nei cieli dell'immaginazione e della libertà”. Nel mondo intero Fellini è conosciuto proprio con questa definizione, che corrisponde al riduttivo santino a cui, per Canova, sarebbe sfuggito.

Quanto alla politica, il cinema veggente di Fellini non è d’azione. Anche la sua opposizione alla cultura beghina della Democrazia Cristiana ne Le Tentazioni del dott. Antonio è reinventata e sognata. L’episodio era ispirato al famoso “caso del prendisole” in cui il bigottissimo Oscar L. Scalfaro - ministro DC della Pubblica Istruzione nel 1972, poi presidente della Repubblica, - schiaffeggiò (pare) una signora scollata in un caldo caffè estivo. Ricordi di rifiuto, com’è il caso dell’adolescenza littoria che servono a Fellini per liberarsi, e a liberarci, dal provincialismo fascista col suo contenuto “fanatico, provinciale, infantile, goffo, sgangherato e umiliante”(FF).

Anche Prova d’orchestra, allegoria sospesa, è leggibile, più che sul piano politico, come un’allegoria musicale al mestiere di regista (Ricordate i propositi del suonatore di oboe sull’audizione colorata che Fellini si attribuiva?!), L’impegno pubblico, ripete Canova, non era davvero una sua caratteristica, ma non è sempre mancato: come la petizione che Fellini firmò nel ’61 - con Antonioni, Strehler, Vittorini, Moravia , Sanguineti e Olivetti - per la liberazione del pittore J. J. Lebel e il dissequestro del Grand tableau antifasciste, firmato anche da Baj, Crippa, Dova, Errò e Recalcati, accusati di pornografia e anarchismo. Certo “Fellini era contro”, ma meglio sarà, in futuro, approfondire il peso politico del suo cinema giovandosi di riferimenti meno paesani del citato libro di A. Minuz.

Oltre all’episodio antiberlusconiano, ripetuto anche nel brogliaccio di Angelucci, andava ricordato non solo per l’”antagonismo ontologico” alla televisione e alla sua incultura, ma anche per non averne compreso il ruolo (non era il solo!). D’altra parte anche l’ambiente del cinema di Toby Dummit con la sua satira del mondo cattolico e le citazioni di Roland Barthes, era, come la televisione di Ginger e Fred, “un circo funebre, un music hall psichedelico”(FF). Infine, andrebbe ripensato il fascino ambivalente, seduttore e diabolico, per lo schermo-manifesto pubblicitario, da Boccaccio ‘70 alla Voce della luna.

Come risponde, in un’intervista televisiva, il protagonista di Toby Dummit: “Non credo in dio, ma nel diavolo si”. E il diavolo, cattolico o protestante, è sempre una donna, contro cui l’uomo brandisce invano la lancia di S. Giorgio (Le Tentazioni del dott. Antonio) o la scocca della Ferrari (Tre passi nel delirio). Un don Chisciotte sempre sconfitto. Scrive Zanzotto nei suoi Versi in onore di Federico: “ciak!” – Federico -, è il tuo circo che erutta e deflagra con gusto/ vi piroetta e saetta la festa che maschere appioppa o strappa”. No, non mi bisognava questo almanacco.

Una ragnatela di luce

Massimiliano Borelli

Prosegue lungo la stessa strada aperta con Adorazione (Edilet 2009) il percorso letterario di Raffaella D’Elia. Un cammino che si conferma felicemente condotto secondo il passo ondivago e rischioso proprio della «sonnambula». La scrittura di D’Elia continua infatti ad agire in quella dimensione liminare dove ha gioco una fertile dialettica tra straniamento e intimità con le cose, con la vita. Come il precedente, anche questo suo nuovo Come le stelle fisse è un libro composto di capitoli in apparenza separati, costruito per disseminazione di oggetti testuali in bilico tra prosa narrativa, annotazione saggistica, memoria autobiografica, ricostruzione filologica. La loro ricchezza semantica deriva proprio da tale indecisione di statuto, che ha l’effetto di alimentare un continuo baluginio del senso, riverberato dagli specchi deformanti di una scrittura letteraria che, appoggiandosi agli scheletri di materiali eterogenei, trova modo di invaderli con la propria riconoscibile fisionomia.

Più ancora che in Adorazione, D’Elia ha saputo creare qui una fitta tessitura di rimandi interni che si disvelano gradualmente, una partitura di immagini che se da una parte sono agganciate ad alcune stelle fisse – nuclei tematici affioranti a intervalli irregolari e posture dell’io –, dall’altra si muovono secondo un movimento interdipendente, che serve a mettere in relazione le une alle altre. Di pagina in pagina diviene così evidente l’icastica rilevanza del disegno di copertina: quella ragnatela circondata da stelle che visualizza l’architettura a reticolo – un reticolo mosso, lieve, permeabile – che caratterizza il libro.

La voce che ci guida in questa esperienza di lettura ha una natura spuria, metamorfica. Essa marca l’impossibilità di pronunciare un racconto limpido, privo di elementi appartenenti ad altri modi espressivi. Il suo è infatti un «cromatismo del silenzio e della lontananza», un campo fitto di sfumature, probabilmente il più adatto a produrre un libro «da consegnare all’invisibile». La ricerca letteraria di Raffaella D’Elia ha dunque come precipitato un volume che si presenta «come allegato a cui manca il documento a cui annettersi», come raccolta di «manufatti immaginari» che si candidano a essere visti come reperti di un’esplorazione prolungata nel tempo e nello spazio, come materiali recuperati da un territorio dai confini incerti e sconosciuti, e che però in qualche modo ci sono famigliari. Un esito che se da una parte conferma diverse acquisizioni della scrittura novecentesca meno catalogabile, dall’altro tracima in una direzione originale e personalissima.

Il testo è tutto assemblato per giustapposizione di brani. Capitoli e paragrafi talvolta raggruppati in sequenze e talaltra lasciati liberi di inserirsi, come intarsi scheggiati, tra le serie. Le «linee immaginarie» che disegnano la fisionomia di questo reticolo sono molteplici. Tra di esse: il «sogno d’acqua» della costruzione del canale di Suez; la fotografia parasurrealista, rivolta a un intero mondo di cose perdute, di Eugène Atget; la propria presenza sospesa e al lavoro in una villa laziale; i frammenti sconvolgenti di Un chien andalou; le tele di Mario Schifano; la geografia sommersa e perturbante delle catacombe.

È in questa mobile confusione e sovrapposizione di piani che ha gioco la scrittura evocativa, percorsa da fremiti e scatti, vibrante di un’insanata conflittualità interna di Raffaella D’Elia. Una scrittura che nel raccogliere tali lacerti di una «vita attorcigliata«, e nel restituirli attraverso il prisma della letteratura, trova nel procedimento del montaggio – e nel suo movimento – lo strumento principale di costruzione testuale, conseguendo così l’obiettivo che si era prefissata, ovvero dare voce a quel «pasticcio ingarbugliato […] che è il nervo di ogni struttura umana» e da cui «germoglia e attecchisce il sogno» e allo stesso tempo «il nostro tentativo di farne racconto», di condensare il caos dell’immaginazione in parola compiuta.

Raffaella D’Elia
Come le stelle fisse
Empirìa, 2014, 132 pp., € 15

L’amore trionfa sulla teoria

Michele Emmer

Il film su Turing The Imitation Game, è uscito in Italia una settimana prima del film The Theory of Everything su Stephen Hawking, cosmologo. I due film narrano le vite straordinarie dei due scienziati, Turing interpretato da Benedict Cumberbatch, Hawking da Eddie Redmayne. Nel primo film TV dedicato ad Hawking del 2004 era proprio Benedict Cumberbatch ad interpretare Hawking!

Nel nuovo film, per il quale l’attore è candidato all’Oscar, lo spazio scientifico è molto poco. Se nel film su Turing era al centro la questione della omosessualità, del suo essere matematico (lavoro quanto mai stravagante) e della incredibile storia della decriptazione del sistema nazista Enigma, nel film su Hawking si punta tutto sul lato emotivo mostrando come il corpo, non la mente, decade sempre di più, sino a che lo scienziato è quasi del tutto paralizzato, costretto a comunicare solo grazie ad un sintetizzatore scrivendo con un computer. La sceneggiatura è basata sul libro scritto dalla prima moglie Jane Wild (interpretata da un’efficacissima Felicity Jones) Travelling to Infinity: My Life with Stephen, pubblicato nel 1999, poi rivisto a fondo con Hawking nel 2008.

Il film La teoria del tutto sembra rientrare nel nuovo filone delle malattie gravi, senza speranza e più rare. Un filone inesauribile ovviamente. L’attore che interpreta Hawking ha battuto per i Golden Globe Cumberbatch interprete di The Imitation Game. Entrambi gli attori, entrambi i film, sono candidati all’Oscar, ma solo The Imitation game per miglior regista. Sono molto d’accordo e speriamo che non vinca Birdman. In ogni caso ai Golden Globe ha vinto per i film drammatici Boyhood. Una Imitation di Hawking perfetta quella di Redmayne. Se poi è questo che si chiede ad un attore è un altro discorso.

Il film inizia con Hawking che sta preparando la tua tesi di dottorato in fisica, sta scegliendo il tema: il tempo, la nascita del tempo, l’andare indietro del tempo. Di che cosa si occupa? Di cosmologia che come spiega lui stesso è “una religione per atei molto intelligenti”. Il suo docente di dottorato è il fisico Dennis W. Sciama.

La sala riunioni al Trinity College ha sullo sfondo una litografia della sfera dell’architetto francese Etienne Boullée, sfera che doveva essere il monumento funebre a Newton, Boullée a cui dedicato un film di Peter Greenaway, The Belly of an architect. E la cattedra Lucasiana di matematica che fu di Newton occuperà per 30 anni Hawking (dal nome del reverendo Lucas che alla morte nel 1663 lasciò i fondi per una cattedra di matematica). Hawking viene invitato a Londra ad una conferenza sulla teoria dei buchi neri tenuta da Roger Penrose, (Penrose è lo stesso che inventa con il padre gli oggetti impossibili e ne invia i disegni al grafico olandese Escher, che scopre le tassellazioni non periodiche alla base dei quasi cristalli con i quali si vincerà il Nobel per la chimica nel 2013).

Il giovane Stephen conosce una ragazza. Per fare colpo su di lei, visto che non sa ballare, non sa bene come comportarsi, alla domanda di che cosa si occupa risponde: “Cerco l’equazione che governa il tutto, in cui confluiscono tutte le forze dell’universo.” Come Turing, è molto convinto delle sue idee e delle sue possibilità. Ha molto più humour di Turing, ed è in fondo più disponibile. Ha difficoltà a scrivere e a camminare. Gli trema la mano, scivola, cade e batte la testa. Entra in coma. Ha una malattia degenerativa e si andrà paralizzando in tutte le funzioni vitali compreso l’inghiottire, il parlare, il respirare: aspettativa di vita due anni. Il cervello non sarà toccato, resterà intatto. Lei dice di amarlo, lui risponde che non vuole più vederla, non si rende conto di che cosa l'aspetta.

È sempre un problema mostrare la sofferenza al cinema. Quelle immagini del poliziotto ucciso a Parigi hanno colpito a fondo, ma diventano subito qualcosa d’altro guardate tramite uno schermo. Raccontare la sofferenza, mostrarla è difficile, difficilissimo al cinema, dove i ricordi sono a colori, brillanti. Ha sempre più difficoltà a camminare; osservando il fuoco in un camino ha l’idea del Big Bang, della Radiazione di Hawking. Tiene una conferenza, da alcuni ritenuta piena di fesserie, da tanti molto apprezzata, è sulla sedia a rotelle, parla con grande difficoltà. Riesce a scrivere, con una macchina disegnata apposta.

Si sposano. Hanno dei figli. Lei lo accudisce, giocano con i bambini. “Non siamo una famiglia normale!” (Nel film di Turing la matematica che lavora con lui esclama “Perché sei diverso riesci a fare certe cose”). Ha bisogno di aiuto, lui scrive sulla genesi dell’universo. L’universo non ha inizio né fine. Lei va a cantare in un coro, incontra Jonathan che inizia ad aiutarli in casa. E si innamora di lei, sua moglie è morta di leucemia, deve dare un senso alla sua vita. Arriva una nuova infermiera, belloccia, piena di vita. Un viaggio negli USA, Stephen dice alla moglie che ci va con l’infermiera, forse per non ostacolare la moglie? È la fine, divorzio, la moglie sposerà Jonathan.

La cosmologia, la scienza è dimenticata, nel film. Lui scrive un libro, è spiritoso, humour britannico. Dio c’è o non c’è? L’universo non ha inizio né fine? Lui è un ateo dichiarato, la moglie credente. Il tempo ha inizio, ha una fine, torna indietro? Il film finisce, dopo il trionfo del suo libro, con una idea geniale (?): riavvolgimento della pellicola (anche se digitale) e si ritorna agli inizi. Il Big Bang, il tempo, Dio, la vita.

Film molto romantico, manca l'ironia british presente nel film su Turing. Manca il regista. Nelle recensioni è stato scritto che i due attori sono straordinari. Diffidare sempre dei film in cui sono bravi gli attori, ma non il regista. E gli Oscar? Il tempo chiarirà.

L’antiquario di se stesso

Gianfranco Franchi

A dieci anni di distanza dalla prima edizione (da Rizzoli nel 2005), torna in libreria uno dei più scarnificati e abissali lavori di Filippo Tuena, Le variazioni Reinach: si tratta della frammentaria e abbacinante descrizione di una caduta, una caduta «così verticale e silenziosa e inaspettata che procede dal potere alla povertà, dall’identità allo zero», perché «lunga e faticosa è la strada che porta al nulla». È la saga di una carismatica famiglia ebraica e borghese, i Reinach appunto, che finiscono per strapiombare ed essere annichiliti nell’abisso dei campi di sterminio. È un romanzo storico asimmetrico e irregolare, in cui viene infranto l’orologio della memoria; in cui le immagini vengono adottate, à la Sebald, con ruolo diegetico, iperrealistico, e vanno puntinando la narrazione con sofisticata intelligenza.

È un libro di una nostalgia assoluta per la perduta bellezza; è letteratura concentrazionaria; è una complicata e rovinosa rappresentazione della disintegrazione. È, infine, una superba sublimazione dell’ingiustizia, e della disumanità: è la storia di una musica che può risorgere quasi miracolosamente dal passato e tornare a raccontare quel che è stato, e quel che nessuna violenza e nessuna malvagità potranno sradicare. L’autore ha dedicato larga parte del lavoro di revisione del testo alla punteggiatura, restituendole diversa uniformità rispetto alla prima edizione e dandole un altro respiro; per il resto, ha provveduto ad asciugare dove necessario senza integrare, tuttavia, niente di nuovo. Ogni cosa è puntualmente spiegata nella Nota al testo, che appare in appendice; completa il libro una buona bibliografia essenziale.

Non era stato questo il primo romanzo storico e politico di Tuena: nel 1999, per Fazi, l’ex antiquario romano aveva pubblicato l’atipico romanzo resistenziale Tutti i sognatori, d’una grazia vicina alla lezione umanissima di Meneghello e tuttavia d’una sensibilità aristocratica, fenogliana, per la bellezza; il romanzo è la trasfigurazione d’una vicenda famigliare elvetico-capitolina e borghese che ha più di qualche somiglianza con quella dell’artista. È la restituzione degli anni degli sfregi e delle umiliazioni sofferte dalla vecchia capitale, e dalla sua antica e orgogliosa comunità ebraica: delle violenze delle carceri di via Tasso, del tradimento della deportazione, dei massacri delle Fosse Ardeatine. Un lavoro meno sperimentale ma altrettanto sentimentale, con un epilogo romantico, onirico.

Il terzo e ultimo grande romanzo storico di Tuena è stato Ultimo parallelo (Rizzoli 2007; nuova edizione il Saggiatore 2013): la storia dell’autodistruzione di Robert Falcon Scott e dei suoi uomini, dell’antieroica impresa dell’Antartide; l’epica di una sconfitta assoluta, e annichilente. Tecnicamente, come già Le variazioni Reinach, un ibrido: a metà strada tra un diario, di nuovo pieno di foto incastonate nel testo, un’inchiesta romanzata e un quaderno di grandi reminiscenze letterarie, per lo più shakespeariane. Un libro di «disorientamento, distruzione, fallimento», elegante e spietato.

A questo punto qualcosa, nella scrittura di Tuena, s’è spezzato. Negli ultimi dieci anni ha pubblicato lavori piuttosto diversi, per struttura, portata e tenuta, virando sul racconto lungo, sul diarismo stretto, sull’amarcord o sul frammento puro. Con esiti piuttosto diseguali. Le ultime cose inedite sono apparse nel raro, ma non introvabile, Quanto lunghi i tuoi secoli: un’«archeologia personale» (come suona il sottotitolo) pubblicata l’anno scorso nell’avita Svizzera: si tratta di materiale interessante per lo più per questioni filologiche, destinato a fare la gioia degli aficionados della scrittura tuenica; amalgama una malinconia eccezionale, quasi inconsolabile, e una profonda nostalgia per il passato.

Tra i momenti migliori un pezzo (pubblicato in origine nel 2006) che sembra quasi un b-side di Tutti i sognatori: s’intitola Labò, Guttuso e un caffeuccio sconosciuto ed è la triste storia di un giovane amico del grande pittore, morto massacrato a Forte Bravetta nel 1944; assieme, va segnalato un pezzo già apparso in un’ormai introvabile antologia di racconti romani curata da Massimo Maugeri: Esercizio di memoria n. 112 fotografa la Roma sparita nel Novecento – dalle parti di Villa Glori, piazza Pitagora, viale Parioli. Difficile accettare l’idea che un artista di così grande talento possa già essere costretto all’esercizio dell’«archeologia personale». Preferisco pensare che tanta nostalgia finisca per essere un capriccio d’artista. O giù di lì.

Filippo Tuena
Le variazioni Reinach
Nutrimenti-BEAT Biblioteca Editori Associati di Tascabili, 2015, 382 pp., € 13.90

Quanto lunghi i tuoi secoli (Archeologia personale)
prefazione di Tatiana Crivelli
Pro Grigioni Italiano-Armando Dadò, 2014, 279 pp., s.i.p.