Generativi di tutto il mondo, unitevi!

Alessandra Corbetta

Sarà che sono quattro mani unite anche nella vita; sarà che sono due menti profonde e pragmatiche allo stesso tempo; sarà che di speranza concreta ce n’è davvero bisogno; ma con questo manifesto per la società dei liberi Mauro Magatti e Chiara Giaccardi invogliano davvero a cambiare le cose. E lo fanno già partendo dal titolo: perché a Generativi di tutto il mondo unitevi! non sarebbe necessario aggiungere altro.

Una riesamina attenta, lucida, puntale del concetto di libertà per comprenderne il senso e allontanare dal non-senso con cui, invece, il più delle volte il termine viene evocato; un non accontentarsi delle cose così come sono e prendere coscienza del fatto che può esistere un modo migliore e meno superficiale di essere liberi, un modo che non si deve per nessuna ragione al mondo smettere di cercare.

La libertà, da sempre scopo e fine di ogni azione umana e grande amore di ogni popolo, richiede vigilanza perché è impegnativa e necessita di essere valutata come progetto sociale tout-court, considerando l’insita natura relazionale che possiede. La libertà non può più venire ridotta a mero consumo: essa deve necessariamente essere condotta fuori dal circuito potenza-volontà di potenza in cui l’abbiamo intrappolata e in cui noi siamo finiti preda di quello che Bateson definisce “doppio legame”, ovvero un meccanismo in cui l’individuo deve essere se stesso e allo stesso tempo aperto a tutte le possibilità, dove deve scegliere e contestualmente non credere a niente, in cui deve godere ma anche performare.

Ciò perché una libertà del tutto privata di qualsiasi punto di riferimento finirebbe per autocondannarsi all’annichilimento, come ben evidenziano Benasayag e Schmit quando asseriscono che “là dove è tutto possibile, nulla esiste”; una libertà di questo tipo altro non farebbe se non infilarsi e infilarci ancora di più in quel dannoso circolo di differenziazione che non fa differenza, in quel regime delle equivalenze dove ogni cosa viene ridotta a essere banale punto di vista, dove niente conta davvero se non per un istante talmente breve da non essere nemmeno degno di nota, dove – affermano con forza Magatti e Giaccardi - “siamo pieni di cose, di esperienze, di relazioni, ma perfettamente vuoti e soli”.

Una libertà mancante di senso del futuro, ripiegata su se stessa, che risucchia e annulla l’altro non può essere vera libertà; da qui la sfida di liberarla, di renderla libera in modo autentico; di più: di farla essere generativa. La generatività allora come soluzione, forse impegnativa, probabilmente ardua ma rigogliosa, dal profumo utopistico, dal sapore denso. Generatività che al contrario del consumo non incorpora ma escorpora, che non prende ma dà; generatività come ciò che è in grado di mettere al mondo, di dar vita, di far essere.

Generatività che ci crede, che si impegna, che sa sperare, che esce dalla logica del “tutto subito”, che intraprende e attende, che eccede senza eccesso, cha dà valore e crea valore, che fa crescere, che aiuta, che tende la mano, che costruisce, che ci ricorda che la persona “viene sempre e comunque prima e dopo” e che la singolarità e l’unicità sono ben altro di una sommatoria di scelte tra opzioni precostituite all’interno di gamme già date.

Non a caso il generare opera in una prospettiva deponente e transitiva, facendo proprie le attività del desiderare, del mettere al mondo, del prendersi cura e del partorire; per ognuna di queste declinazioni, attraverso cui la generatività si esplica e si concretizza, Magatti e Giaccardi forniscono una spiegazione che, partendo dall’etimologia dei termini presi in considerazione, ne scava il significato profondo unendo all’assunto teorico e concettuale, quello pragmatico e fattuale, cosicché niente possa rimanere solo una bella parola o un discorso accattivante ma tutto prenda la forma di un’iniziativa possibile, pronta a partire, desiderosa di prendere piede.

La straordinarietà del manifesto, che non solo dovrebbe essere letto da tutti ma su cui soprattutto tutti dovremmo riflettere, sta nella contemplazione della concatenazione della miriade di elementi che entrano in gioco quando si tenta di proporre una soluzione a un problema che, per inciso, non è la conquista del Parco delle Vittorie del Monopoli, bensì quello della nostra libertà, degli altri, della società, dell’anima, del cosmo che abitiamo.

Magatti e Giaccardi l’hanno fatto con studio, indagine, perizia, passione e fede; con loro quindi possiamo – anzi dobbiamo - dire, "attorno a un nuovo immaginario della libertà: generativi di tutto il mondo, unitevi!”

Mauro Magatti - Chiara Giaccardi
Generativi di tutto il mondo, unitevi! Manifesto per la società dei liberi
Feltrinelli (2014), pp. 148
11,00

 

alfadomenica 5 ottobre 2014

SOMMA sull'EUROPA e lo SPREAD - BIFO sui DIARI DI VIAGGIO di DE SIMONI - SEMAFORO di Carbone - RICETTA di Capatti *

LA DITTATURA DELLO SPREAD
di Alessandro Somma

Continuiamo a subire la dittatura della spread. I livelli bassi indicano solo che stiamo vivendo un periodo di pax finanziaria, pronta a incrinarsi se l’ortodossia richiesta dai mercati non riceve avalli incondizionati: se la democrazia non accetta di ridurre il suo perimetro in funzione delle necessità di riforma del capitalismo. Proponiamo qui un'anticipazione dal libro di Alessandro Somma (DeriveApprodi, 2014).
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I DIARI DI VIAGGIO
di Franco Berardi Bifo

Diari di viaggio di Valerio Daniel De Simoni è un libro che si può leggere in molte maniere. Si può leggere anzitutto come un sorprendente romanzo d’avventure, scritto in prima persona dal personaggio principale: solo nelle ultimissime pagine apprendiamo che la storia di Valerio, autore e attore del romanzo, finisce con la morte. Purtroppo non si tratta di un espediente letterario, ma dell’esito tragicamente reale di un’avventura dei nostri tempi.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

CINA 1 - CINA 2 - DENTI - MUSEO
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RICETTA di Albero Capatti - Zuppa di cavoli
Alberto Capatti

Il 4, 5 e 6 ottobre a Massenzatico (RE) si è tenuto un convegno su Le cucine della solidarietà. A promuoverlo è stato il Centro cucine del popolo. Questa domenica, oggi: pranzo dei popoli con cibo indiano e sinto, poi un incontro Luigi Veronelli dieci anni dopo con presentazione dell’inserto a lui dedicato da A Rivista Anarchica. Veronelli è stato, oltre che anarchico per una vita, uno degli ultimi veggenti in una cultura alimentare dominata dai lussi virtuali e dai valori fasulli. Lo ricordiamo con le sue stesse parole, fra le ultime ad essere dettate per la prefazione de La cuoca rossa (in Cuoche ribelli, DeriveApprodi 2013).
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Semaforo

Maria Teresa Carbone

Cina 1

Il Mar Cinese Meridionale ha la funzione di gola del Pacifico occidentale e dell'oceano Indiano – la massa di tessuto economico connettivo dove convergono le rotte marittime globali. Qui c'è il cuore delle coste navigabili dell'Eurasia, punteggiate dagli stretti di Malacca,Sonda, Lombok e Makassar. Oltre metà del carico su flotta mercantile passa ogni anno attraverso queste strozzature, e un terzo di tutto il traffico marittimo planetario. Il petrolio trasportato attraverso lo stretto di Malacca dall'oceano Indiano in rotta verso l'Asia orientale attraverso il Mar Cinese Meridionale è il triplo di quello che passa attraverso il canale di Suez e quindici volte quello che passa da Panama. Circa due terzi del rifornimento energetico della Corea del Sud, quasi il 60 per cento di quello del Giappone e di Taiwan e l'80 per cento del greggio importato dalla Cina passa per il Mar Cinese Meridionale. E mentre nel Golfo Persico si trasporta solo energia, nel Mar Cinese Meridionale c'è energia, merci lavorate e merci non lavorate.
Robert D. Kaplan, Asia's Cauldron: The South China Sea and the End of a Stable Pacific, Random House 2014, pp. 9-11

Cina 2

Presto smetterò di studiare. Ho 16 anni, è tempo che inizi a lavorare sul serio. Ho imparato le nozioni base di ragioneria, e questo è quello che conta. In realtà io lavoro da sempre, ho fatto di tutto: pulito il laboratorio, trasportato materiali, preparato i tessuti per la lavorazione. Ma adesso mi metterò seriamente a cucire borse e vestiti, come fanno i miei genitori, e garantirò loro un futuro tranquillo e rilassato, perché hanno già fatto abbastanza. Per noi cinesi il domani è questo: la ditta. Qui o in un altro posto del mondo: magari me ne andrò in Brasile, dove le leggi per gli imprenditori sono migliori. Sono stanco dell'Italia: c'è troppa invidia nei confronti di chi come noi non fa altro che lavorare.
Francesca Caferri, Non chiamatemi straniero, Mondadori 2014, p. 56

Denti

The Smile Revolution in Eighteenth Century Paris di Colin Jones è uno splendido saggio, avvincente e illuminante. A giudicare dalla gustosa miscela di storia medica, culturale e politica proposta dall'autore, il mio dentista di Beverly Hills, un armeno-americano con denti impeccabili, un ampio sorriso, un fascino sottile e le tecnologie più recenti (e meno dolorose), sarebbe stato perfettamente di casa nella Parigi dell'ancien régime.
John Brewer, Grin City, Literary Review, October 2014

Museo

Se ti senti soddisfatto di te uscendo da un museo, è probabile che tu abbia sbagliato tutto.
Philip Kennicott, How to view art: Be dead serious about it, but don’t expect too much, Washington Post, 1 ottobre 2014

 

 

Diari di viaggio

Franco Berardi Bifo

Diari di viaggio di Valerio Daniel De Simoni è un libro che si può leggere in molte maniere. Si può leggere anzitutto come un sorprendente romanzo d’avventure, scritto in prima persona dal personaggio principale: solo nelle ultimissime pagine apprendiamo che la storia di Valerio, autore e attore del romanzo, finisce con la morte. Purtroppo non si tratta di un espediente letterario, ma dell’esito tragicamente reale di un’avventura dei nostri tempi.

Da questo punto di vista è un libro senza precedenti, che innova drammaticamente il genere narrativo. Il narratore racconta le sue emozioni, i suoi progetti, ma anche le sue premonizioni, le sue paure, i suoi presentimenti. Poi ci lascia, improvvisamente, perché l’ultimo evento, l’incidente fatale, non può essere raccontato dalla vittima dell’incidente, emerge invece frammentariamente attraverso una serie di brevi messaggi di amici che non ricevono più risposta.

Valerio Daniel de Simoni aveva 24 anni quando ha trovato la morte in un incidente stradale a Lilongwe, nel Malawi, un paese africano che costeggia l’omonimo lago. A bordo di tre Quad-byke, quegli strani veicoli a quattro ruote senza copertura che sono una sorta di incrocio tra la motocicletta e l’auto fuoristrada, Valerio Jamie e Kris, tre ragazzi australiani di Sydney, stavano compiendo un’impresa senza precedenti: un viaggio per 34 paesi, attraverso 3 continenti, che doveva durare 365 giorni. Nel loro progetto dovevano percorrere 50.000 chilometri da Istanbul attraverso l’Africa per poi raggiungere l’Australia e attraversarla da una costa all’altra fino a raggiungere finalmente Sydney.

L’intenzione era quella di battere un record mondiale e di entrare nel Guinness dei primati per la più lunga percorrenza a bordo di un veicolo di quel genere. Ma al di là di questo obiettivo c’era un’intenzione politica di solidarietà: lo scopo dell’intera operazione è stato dichiarato in un paio di conferenze stampa tenute all’inizio del viaggio. Dare un contributo a OXFAM, l’organizzazione globale di volontariato che ha un programma finalizzato a combattere la povertà. Alla fine del viaggio i tre ragazzi intendevano realizzare programmi di aiuto, raccogliendo tramite gli sponsor 70 mila euro che OXFAM avrebbe poi destinato a comunità povere dello Zimbabwe, del Malawi e del Sudafrica.

Come in un vero romanzo d’avventure siamo presi in una situazione di suspense che Valerio alimenta chiedendosi fin dalle prime pagine se riuscirà a superare le innumerevoli prove che attendono lui e i suoi compagni. Giorno per giorno ci racconta i dettagli dell’impresa: uno dei tre veicoli si rompe, occorre trovare un giunto di connessione, occorre farselo spedire da chissà dove, attendere, ripararlo. Poi uno dei tre cade malato, forse si tratta di malaria, occorre allora fermarsi, poi il deserto, i pericoli di disidratazione, e gli incontri emozionanti o inquietanti che si fanno durante un viaggio in terre sconosciute. E la nostalgia, e il ricordo della ragazza amata. E la stanchezza e i pericoli del viaggio In un crescendo di eccitazione fino al Malawi. Poi la descrizione di un bagno nelle acque del lago, poi alcuni messaggi concitati di qualche amico che cerca di connettersi in skype, quando Valerio non può più rispondere. È il 12 marzo del 2011.

Ma questo libro si può leggere in altre maniere: per esempio come un libro iniziatico, come un tracciato verso la comprensione di sé, verso la saggezza. Valerio de Simoni ha una formazione culturale composita che traspare dalle sue scelte, dalle sue parole, dalle sue citazioni. Nato e vissuto a Sydney da una coppia di italiani che prima di trasferirsi in Australia avevano partecipato in modo intenso alla storia politica degli anni ’70, Valerio ha assorbito le influenze di culture molto distanti. C’è in lui lo spirito comunitario e ribelle che discende dalla storia dei movimenti europei, c’è una forte partecipazione alle tensioni intellettuali ed etiche dell’ambientalismo, ma c’è anche la traccia di una vocazione mistica che viene dal buddismo.

Nel libro ricorre il nome di Thik Nhat Hahn il monaco buddista vietnamita che divenne noto negli anni ’60 per la sua azione contro la guerra americana e che può essere considerato uno dei grandi riferimenti del pensiero pacifista. Alcuni brani possono apparire ingenui ma non lo sono: l’estasiata scoperta dei colori della natura africana, l’emozione evocata dal ripensare all’incontro casuale con qualcuno lungo la strada, vanno letti insieme come espressione della spontaneità di una persona ancora giovanissima, ma anche come il riflesso di una concezione filosofica che affonda le sue radici nel pensiero orientale ripensato da una sensibilità modernissima, fortemente impegnata nella storia del nostro tempo. Nell’ultima pagina del diario c’è una citazione, quattro righe del filosofo vietnamita Thic Nhat Hanh, che Valerio aveva ricopiato sul suo diario svegliandosi al mattino del suo ultimo giorno:

Svegliandomi, questa mattina, sorrido.
Ho davanti a me ventiquattro ore nuove di zecca.
Faccio voto di viverle in pieno ogni momento
e di guardare tutti gli esseri con gli occhi della compassione.

Il libro infine si può leggere anche come un manuale per la preparazione di una campagna di comunicazione, come il resoconto di un’azione mediatico-politica rivolta a creare attenzione intorno a un’urgenza (le condizioni di miseria delle popolazione di alcuni paesi africani, il pericolo globale della devastazione ambientale), di un’azione rivolta a suscitare l’attenzione della generazione connessa che avverte il futuro si delinea come una minaccia, ma stenta a trovare la strada dell’azione collettiva.

L’impresa di Valerio e dei suoi compagni è una dichiarazione d’impegno politico che si traduce nei linguaggi veloci della prima generazione connettiva cui Valerio appartiene. Ci chiediamo spesso se questa generazione sia incapace di esprimere istanze etiche e politiche di opposizione a un potere sempre più inquinante, ci chiediamo spesso se prevalga la passività, la rassegnazione, o se esistano spazi di una possibile attivazione consapevole. Certamente il linguaggio di Valerio non ha le tonalità ideologiche dell’impegno politico della generazione dei suoi genitori, ma la sua avventura esistenziale, il suo viaggio non sono una semplice esplosione di vitalità. Sono una sfida contro la paura, contro l’isolamento e la superficialità che paralizzano una parte decisiva della generazione che è cresciuta nell’epoca delle nuove tecnologie e che non ha ricevuto il messaggio dei movimenti di ribellione del tardo Novecento. Sono un appello alla mobilitazione delle energie etiche della generazione iper-connessa. Valerio di Simone parla spesso della paura che si intreccia con la nostalgia. Ma il suo messaggio ultimo è proprio questo: la paura non deve paralizzarci, non deve impedirci di fare esperienza del mondo.

Questi diari di viaggio mi ricordano le parole dell’Ulisse dantesco che dopo aver superato Siviglia e Setta, dopo aver superato “quella foce stretta dov’Ercole posò li suoi riguardi” rende i suoi compagni così consapevoli, così “aguti con questa orazione picciola al mattino ch’a pena poscia li avrei ritenuti”. Cos’ha detto Uisse ai suoi compagni? Gli ha detto: non abbiate paura, perché la gioia della scoperta vale i rischi della nostra sfida.

Valerio Daniel De Simoni
Diari di viaggio Travel Journals
Luca Sossella Editore (2014), pp. 328
€ 18,00

 

La dittatura dello spread

Alessandro Somma

Pubblichiamo un estratto dal libro La dittatura dello spread. Germania, Europa e crisi del debito in libreria in questi giorni per le edizioni DeriveApprodi.

Rating, dall’inglese «valutazione», è un vocabolo divenuto di uso corrente per indicare la descrizione di determinate caratteristiche riferite a istituzioni pubbliche e private. Dal momento che fine ultimo del rating è solitamente la compilazione di un ranking, altra espressione inglese diffusa il cui significato è «classifica», la descrizione avviene in forma di misurazione espressa in termini numerici o comunque quantitativi, in quanto tali frutto di notevoli semplificazioni e arbitri. Ciò nonostante i rating e i relativi ranking sono estremamente diffusi: hanno assunto il rango di una vera e propria forma di comunicazione, quasi uno specifico genere letterario, utilizzato per veicolare, in modo efficace e immediato, i messaggi più disparati.

Prendiamo ad esempio i rating confezionati da Transparency International, che misura la corruzione percepita nei diversi paesi del mondo. Il relativo ranking restituisce dell’Italia un’immagine tutt’altro che gratificante: si piazza al sessantanovesimo posto, a pari merito con la Romania, terz’ultima tra i paesi dell’Unione europea dopo la Bulgaria e la Grecia. Il messaggio che si ricava da questa classifica, e dal rating che la precede, è immediato: per quanto le leggi non siano sufficienti a produrre qualità morali, possono contribuirvi in modo determinante e dunque è opportuno che il parlamento si attivi per prevenire e reprimere la corruzione.Ciò nonostante, sono anni che da più parti si denuncia invece l’inerzia del legislatore italiano, se non addirittura la volontà di rendere la vita facile ai corruttori e ai corrotti.

Non va meglio nel rating che prende in considerazione la libertà di stampa, confezionato da Reporters sans frontières. Nell’ultima classifica l’Italia compare piuttosto in basso: si colloca al quaranta novesimo posto. Nell’Unione europea solo cinque paesi ottengono un risultato ancora meno gratificante: Malta, l’Ungheria, la Croazia, la Grecia e la Bulgaria. Qui il legislatore potrebbe fare molto per migliorare la situazione, ad esempio disciplinare il conflitto di interessi in cui versano i leader politici proprietari di televisioni e quotidiani a larga diffusione nazionale. Eppure, notoriamente, nonostante se ne parli da decenni, non è avvenuto nulla di significativo in questa direzione.

Il posizionamento dell’Italia lascia a desiderare anche nella valutazione delle politiche sociali e del lavoro, ad esempio quella realizzata da Eurostat. Due dati sono sufficienti a dimostrarlo: secondo le ultime rilevazioni disponibili, riferite al 2012, il 30% delle persone era a rischio povertà o esclusione sociale, contro una media europea inferiore al 25%, mentre al principio del 2014 il tasso di disoccupazione giovanile sfiorava il 43%, essendo migliore solo di quello registrato a Cipro, in Croazia, in Grecia e in Spagna (la media europea è sotto il 23%). Anche i dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), pubblicati nel 2014 e riferiti al 2012, confermano che l’Italia è in pessima salute dal punto di vista delle politiche sociali: nella classifica che misura la distribuzione del reddito, tra i paesi membri dell’Unione europea, l’Italia si trova in una situazione migliore solo del Portogallo e del Regno Unito. Anche in paesi come Grecia o Spagna, le cui politiche sociali e del lavoro sono per altri aspetti meno soddisfacenti di quelle italiane, la forbice tra ricchi e poveri non è così ampia come nel Belpaese.

Non occorre un acume particolare per ricavare il messaggio, per non dire l’urlo di dolore, che proviene da questi rating e dai relativi ranking: la situazione che descrivono non è il frutto di accidenti, ma di scelte politiche ben precise, rispetto alle quali occorre un radicale mutamento di rotta. Eppure, anche qui, accade il contrario: all’aumento della povertà e alla polarizzazione della ricchezza corrispondono tagli crescenti alla spesa sociale, mentre all’incremento della disoccupazione si continua a rispondere con la flessibilizzazione e la precarizzazione del lavoro. Lo stimolo a proseguire lungo questa strada, lasciandosi tutt’al più sfiorare da dubbi di mera facciata, deriva da un altro rating, utilizzato per veicolare un messaggio evidentemente ritenuto il più attendibile. È quello delle mitiche agenzie di rating, appunto, che misurano la solvibilità degli Stati, la loro affidabilità in quanto debitori, a beneficio di chi intende acquistare titoli del debito pubblico: un tempo prevalentemente semplici cittadini, per mettere i risparmi al riparo dall’inflazione, da alcuni anni soprattutto gli investitori istituzionali, per realizzare profitti attraverso la speculazione finanziaria.

Le agenzie di rating non brillano per la loro neutralità, giacché intrattengono rapporti di affari con i soggetti valutati, e neppure per la loro professionalità: i loro errori di valutazione sono da annoverare tra le cause della crisi finanziaria che ha prodotto l’attuale crisi economica. E tuttavia le previsioni di quelle agenzie incidono sensibilmente sulla situazione debitoria degli Stati, e di riflesso sulla vita dei loro cittadini.

Consideriamo ad esempio il rating della Germania confezionato da Standard &Poors’s: si valuta che abbia ottime capacità di onorare gli impegni assunti in quanto, afferma l’agenzia in una nota, oltre a possedere un’economia moderna, ha un governo capace di adottare politiche fiscali prudenti e di tenere la spesa pubblica sotto controllo. Il rischio sopportato da chi investe in titoli del debito tedeschi, il rischio che la Germania non sia in grado di restituire le somme prese a prestito, è allora sostanzialmente inesistente, e non ha bisogno di essere ripagato da tassi di interesse elevati.

Diversa la situazione dei paesi che godono di cattiva fama quanto alla loro affidabilità come debitori: per attrarre acquirenti dei loro titoli del debito devono promettere tassi di interesse particolarmente elevati, abbastanza da bilanciare il rischio di insolvenza. È quanto deve fare l’Italia, il cui governo, sempre per Standard & Poor’s, appare incapace di adottare le riforme strutturali necessarie a ridurre l’enorme debito pubblico. Va da sé che, se i tassi di interesse sono elevati, la complessiva situazione debitoria del paese peggiora, giacché anche il cosiddetto servizio del debito, ovvero la restituzione delle somme prese a prestito aumentata del tasso di interesse, costituisce una percentuale importante della spesa pubblica. E visto che questa viene finanziata con il debito, il paese debitore ritenuto inaffidabile viene trascinato in una spirale perversa.

A questo punto entra in gioco una terza parola inglese di uso corrente: lo spread, il «differenziale» tra i tassi di rendimento dei titoli di Stato tedeschi, il più basso in Europa, e quelli italiani (a dieci anni). Qui il risultato peggiore è stato ottenuto sul finire del 2011, quando lo spread ha raggiunto la sua quota record, preceduto da previsioni nefaste delle agenzie di rating sulla solvibilità dello Stato italiano. Da allora il Belpaese occupa i posti bassi delle classifiche che misurano l’affidabilità dei debitori sovrani, con le agenzie di rating tutt’ora impegnate a sostenere che i suoi titoli del debito sono più o meno vicini al livello dei titoli spazzatura.

Si è così scatenata una corsa contro il tempo per realizzare ciò che i mercati finanziari pretendono per pronosticare un miglioramento quanto alla solvibilità del debitore Italia: una diminuzione delle uscite attraverso la riduzione della spesa in prestazioni sociali, un incremento delle entrate con un programma di privatizzazioni e liberalizzazioni, e una riforma del mercato del lavoro destinata a precarizzarlo e flessibilizzarlo. Il tutto anche per assecondare quanto emerge dai noti Rapporti Doing business, confezionati dalla Banca mondiale per classificare i diritti nazionali in base alla loro capacità di creare un clima business friendly. Anche qui l’Italia occupa posizioni basse perché, si sostiene, ha un governo invadente, che pone troppi ostacoli agli operatori economici, inclusi quelli che derivano dalla tutela dei lavoratori.

Più inquietanti dell’ideologia espressa da questo impeto riformatore, sono le modalità con cui si esprime, sostanzialmente incompatibili con le regole della democrazia. Queste ultime sono sacrificate alle necessità del mercato, che richiede sottomissione a quella che a buon titolo può essere definita la dittatura dello spread. Che per salvare il mercato si sacrifichi la democrazia, non è certo una novità. È accaduto nella prima metà del Novecento, quando la richiesta di una mano visibile che sostenesse l’ordine economico, e imponesse a monte la necessaria pacificazione sociale, ha prodotto l’esperienza fascista. Proprio per questo i paesi che l’hanno vissuta si sono poi dotati di costituzioni in cui, accanto alla democrazia politica, si prescrive la democrazia economica: il legislatore deve promuovere lo sviluppo della persona anche quando disciplina il mercato, evitando di subordinare la garanzia dei diritti fondamentali a quanto di volta in volta richiesto per sostenere l’ordine economico.

In molti, soprattutto dalle fila dell’antifascismo, si riconobbero in questo programma e vollero rafforzarlo ponendolo alla base dell’unità europea: fu questo il senso del noto Manifesto di Ventotene. Quando l’unità venne avviata, però, fu per perseguire finalità di segno opposto: per produrre un’integrazione incentrata sulle libertà di mercato, indifferente, se non ostile, alle sorti dei diritti fondamentali e della democrazia.

Il primo stimolo in questo senso, alla conclusione del secondo conflitto mondiale, derivò dall’Organizzazione per la cooperazione economica europea, voluta dagli statunitensi per utilizzare l’assistenza finanziaria prevista dal Piano Marshall come incentivo al posizionamento nell’incipiente Guerra fredda. Fu l’occasione per sperimentare una modalità destinata a divenire il principale strumento di integrazione europea: quella per cui le trasformazioni richieste agli Stati per convergere verso fondamenti comuni, tutti relativi alla promozione delle libertà di mercato, si impongono come contropartita per la concessione di prestiti. È successo prima con l’ampliamento della Comunità economica europea verso sud, poi con l’allargamento dell’Unione europea a est, e ora con la ristrutturazione del debito sovrano, guarda caso soprattutto dei paesi le cui costituzioni prescrivono la democrazia economica. In tutto questo la Germania ha rivestito e riveste un ruolo fondamentale, innanzitutto come centro incaricato di disciplinare l’integrazione europea e di individuare i dati macroeconomici di riferimento.

Un tempo si privilegiava la sostenibilità delle bilance dei pagamenti nazionali, ma ora, con l’economia tedesca in forte surplus, le cose sono cambiate: tutto ruota attorno al contenimento del deficit e del debito pubblico a presidio di un’unione monetaria ossessionata dal controllo sull’inflazione. Le ricette di politica economica verso cui far convergere i paesi europei sono infatti un riflesso della disciplina di bilancio imposta soprattutto attraverso la regola del pareggio: è per rispettarla che si taglia la spesa pubblica, si incentivano le privatizzazioni e le liberalizzazioni, e si rende il lavoro flessibile e precario.

Peraltro il ruolo della Germania nello sviluppo dell’integrazione europea si gioca soprattutto sul terreno dei suoi fondamenti ideologici, riassunti nella formula «economia sociale di mercato». È una formula volutamente fuorviante, che vorrebbe richiamare l’idea di un capitalismo dal volto umano, ma solo per confondere circa il senso della combinazione tra libero mercato e socialità. L’economia sociale di mercato, infatti, è tale perché identifica nel mercato il meccanismo migliore, e in questo senso sociale, di produrre e redistribuire ricchezza. Di qui la riduzione dell’inclusione nel mercato a inclusione sociale tout court, realizzata da uno Stato di polizia economica incaricato di imporre la concorrenza attraverso la spoliticizzazione del potere. Di qui anche il contrasto del confronto democratico, costretto entro schemi neocorporativi presidiati da un apparato tecnocratico, primo fra tutti quello incaricato di realizzare l’unione monetaria.

Siamo insomma confrontati con una costruzione che alimenta lo scontro tra capitalismo e democrazia, e si capisce: i fondamenti dell’economia sociale di mercato si sono concepiti durante l’epoca nazista per descrivere teorie e pratiche alimentate dalla dittatura hitleriana. E se quelle teorie e quelle pratiche sono potute sopravvivere alla capitolazione del regime, contro il volere della maggior parte dei tedeschi, è stato per l’ingerenza degli statunitensi, oltre che per il ricorso a un’imponente campagna di marketing politico. Il resto è il prodotto della congiuntura positiva che ha caratterizzato i primi anni di vita della Repubblica di Bonn, consentendo ai suoi leader di presentare l’economia sociale di mercato come fonte di miracoli economici.

Ecco cosa si cela dietro alla formula ora menzionata anche dal Trattato dell’Unione europea, che si vuole basata su «un’economia sociale di mercato fortemente competitiva». Molti reputano che la formula sia il segno di una maggiore sensibilità per le tematiche sociali e di una minore ossessione per le ragioni dei mercati. Basta però osservare quanto è sotto gli occhi di tutti, per comprendere che si tratta di una mistificazione: l’Europa avanza come Superstato di polizia economica, pronto a sacrificare democrazia e giustizia sociale sull’altare di un’unione economica e monetaria utilizzata per imporre l’ortodossia richiesta dai mercati. Tutto questo accade mentre da qualche tempo, in Italia, le notizie sullo spread hanno smesso di occupare le prime pagine dei quotidiani.

In effetti, caduto il governo Berlusconi pochi giorni dopo il raggiungimento del record, il successivo governo cosiddetto tecnico, quello presieduto da Mario Monti, ha raggiunto l’obiettivo che si era dato: dimezzare lo spread grazie a un programma di riforme strutturali indicate dalla Banca centrale europea, destinate a provocare migliori previsioni sulla solvibilità del debitore Italia da parte delle agenzie di rating. Caduto anche il governo Monti, i successivi, l’attuale in testa, hanno proseguito l’opera del tecnico prestato alla politica, e questo ha provocato un’ulteriore discesa dello spread, al momento attestatosi su valori non particolarmente preoccupanti. Tutto questo è avvenuto mentre, come abbiamo detto, le pagelle distribuite dalle agenzie di rating all’Italia sono peggiorate. E si capisce: se quando Monti arrivò a Palazzo Chigi il debito pubblico era al 120% del pil, quel valore è poi cresciuto costantemente, sino a sfondare ampiamente la soglia del 130%.

Significa allora che la dittatura dello spread è cessata, perché le previsioni negative formulate dalle agenzie di rating non sono più in grado di condizionare il comportamento dei mercati? Per nulla: nonostante quelle previsioni non determinino una minore attrattività dei titoli del debito pubblico, la dittatura è più feroce che mai. Essa opera sul terreno delle scelte della politica italiana, che contemplano oramai un orizzonte unico e indiscutibile: occorre proseguire lungo la strada dei tagli alla spesa sociale, delle privatizzazioni e liberalizzazioni, della precarizzazione e flessibilizzazione del lavoro. Lo spread resta basso finché l’Italia convince circa la volontà di proseguire lungo questa strada, mentre è subito pronto a risalire se sorgono dubbi in proposito: come recentemente accaduto quando, negli ultimi momenti della recente campagna per le elezioni europee, sembrava che il governo potesse uscirne indebolito.

Continuiamo insomma a subire la dittatura della spread. I livelli bassi indicano solo che stiamo vivendo un periodo di pax finanziaria, pronta a incrinarsi se l’ortodossia richiesta dai mercati non riceve avalli incondizionati: se la democrazia non accetta di ridurre il suo perimetro in funzione delle necessità di riforma del capitalismo.

 

Zuppa di cavoli

Alberto Capatti

Il 4, 5 e 6 ottobre a Massenzatico (RE) si è tenuto un convegno su Le cucine della solidarietà. A promuoverlo è stato il Centro cucine del popolo. Questa domenica, oggi: pranzo dei popoli con cibo indiano e sinto, poi un incontro Luigi Veronelli dieci anni dopo con presentazione dell’inserto a lui dedicato da A Rivista Anarchica. Veronelli è stato, oltre che anarchico per una vita, uno degli ultimi veggenti in una cultura alimentare dominata dai lussi virtuali e dai valori fasulli. Lo ricordiamo con le sue stesse parole, fra le ultime ad essere dettate per la prefazione de La cuoca rossa (in Cuoche ribelli, DeriveApprodi 2013)

Sono quasi cieco e le cose viste, anche le più comuni, prendono un aspetto misterioso e attraente. Le osservo attraverso un vetro appannato (o una teoria)

A Massenzatico sono presenti il suo fantasma, una targa che lo ricorda e le cucine libertarie che, oggi, sono l’alternativa al nulla costituito da una cultura mediatica che si accende e si spegne con un comando e un pulsante. La sera di domenica, a Massenzatico, il programma si concluderà con la gnoccata sociale con verdure, salumi e formaggi.

E la ricetta di oggi ? Non sarà quella del gnocco fritto, ma di una zuppa tratta da un ricettario che amo molto, La cuciniera maestra stampata a Reggio Emilia nel 1884. Nessun modo migliore di celebrare la solidarietà che ricercando verdure a buon mercato e cotture semplicissime. Solidarietà è coscienza, cultura e consapevolezza. Ed ecco, programma politico, la

Zuppa di cavoli

Tagliate un cavolo in varie parti che porrete in una casseruola con del brodo di manzo per cuocerlo, aggiungete del sedano; quando è cotto versate tutto sopra il pane tagliato a piccoli pezzi.

 

Peter Eisenman, Writing Architecture

Marco Biraghi

Giunto a ottantadue anni, Peter Eisenman ha ormai una lunga carriera alle spalle: una carriera costituita da alcune opere realizzate (la più convincente e significativa delle quali è probabilmente il Memoriale per gli Ebrei assassinati d’Europa a Berlino, 1997-2005) e da una serie di contributi teorici, disseminati tra gli anni Sessanta e oggi. La prima parte di questi contributi è ora disponibile anche in italiano, mentre la seconda (Written Into the Void: Selected Writings 1990-2004, Yale University Press 2007) attende ancora di essere pubblicata in Italia.

La grande fertilità teorica è sempre stata tratto caratterizzante di Eisenman, che nel tempo si è servito del pensiero di linguisti come Noam Chomsky o di filosofi come Jacques Derrida. È attraverso il dialogo con quest’ultimo, ad esempio, che Eisenman ha problematizzato la questione del «writing architecture» su cui molta della sua produzione teorica è imperniata (cfr. il dialogo fra i due in Jacques Derrida, Adesso l’architettura, a cura di Francesco Vitale, Scheiwiller 2008): una compresenza di significati diversi (di diverse interpretazioni) che comprendono tanto lo «scrivere l’architettura» quanto l’idea di un’«architettura scrivente». L’attitudine a mettere in questione il senso stesso dei fondamenti dell’architettura, in realtà, precede di molto il suo incontro con Derrida e risale addirittura ai suoi esordi, allorché nel 1963, sotto la guida di Colin Rowe, aveva redatto la sua tesi di dottorato, La base formale dell’architettura moderna (Pendragon 2008).

Alla nozione di «formale» come dimensione autoreferenziale dell’architettura, svincolata dai cardini solitamente considerati inamovibili della funzione, è dedicato il primo rilevante saggio di Eisenman nella raccolta (Verso una comprensione della forma in architettura, 1963). Esso segna anche l’inizio delle sue sperimentazioni sulla cosiddetta cardboard architecture (architettura di cartone): una serie di case «concettuali», «teoriche» anche se giunte a realizzazione concreta. E proprio alla «definizione di un’architettura concettuale» è consacrato un saggio del ’71 che dimostra tra l’altro la piena «sincronicità» col panorama artistico nordamericano di quegli anni.

Tra le altre perle della raccolta vi sono i saggi, originariamente apparsi sulla rivista «Oppositions», su Alison e Peter Smithson (Da Golden Lane al Robin Hood Gardens, 1973) e James Stirling (Reale e inglese, 1974), e quello sul post-funzionalismo (1976). Ma è soprattutto La fine del classico, pubblicato su «Perspecta» nel 1984, a segnare una svolta che avrà significative ripercussioni sui progetti architettonici di Eisenman non meno che sul suo intero impianto di pensiero: laddove postula la possibilità di un’architettura senza origine né fine, senza oggetto, senza ragione, e pertanto perfettamente arbitraria.

Al corpus degli scritti eisenmaniani che hanno visto la luce fino al 1988 va aggiunto un ulteriore saggio, concepito come Introduzione dell’edizione americana del 2004 e riproposto anche in quella italiana. Qui Eisenman prova a ricapitolare la propria posizione, pur mutevole nel tempo, attraverso la nozione di «interiorità dell’architettura»: «Le mie idee in merito a questa “interiorità” hanno assunto nel corso degli anni molti nomi diversi quali struttura profonda, immanenza, base formale». Ciò che le accomuna è la riflessione su quanto costituisce il ground dell’architettura, la «condizione discorsiva interna» su cui si «regge» dal punto di vista del senso, non in termini concreti o funzionali.

Tale «interiorità», secondo Eisenman, ha corrisposto nel tempo con la storicità dell’architettura, ovvero con la ripresa dei suoi ordini classici intesi non soltanto come ciò che conferiva all’edificio solidità, utilità e bellezza, secondo il dettato vitruviano, ma anche una rappresentazione di queste. E se nel Seicento il dibattito tra Jacques-François Blondel e Claude Perrault aveva segnato l’affermazione di quest’ultimo, che vedeva non più nella storicità ma nel presente la condizione normativa dell’architettura, la ricerca di Eisenman si spinge a sondare la possibilità di altre «interiorità» represse.

Intendendo l’architettura come un sistema di segni (non per forza connesso a un corrispondente sistema di significati), Eisenman relaziona la sua «interiorità» a un paradigma linguistico. Un paradigma che, nel contesto dell’architettura, permette di mostrarne la piena autonomia rispetto ai «discorsi» ai quali essa è classicamente e normativamente riferita. Un’architettura intesa come scrittura di se stessa: non più come narrazione, nel senso tradizionale del termine, bensì – secondo quanto afferma Derrida conversando con Eisenman – come «spaziatura»: dove «non si abbandona il testo discorsivo, ma si ha nuova esperienza di questo stesso testo, della sua struttura, della sua apertura, della sua non-chiusura, della disgiunzione, soprattutto della maniera in cui vi si inscrive un discorso».

È qui che architettura e scrittura si incontrano e formano, come nell’opera di Eisenman, una cosa sola. È ancora Derrida ad affermare che «si può trovare l’architettura al di fuori dell’architettura e si può trovare dell’architettura all’interno, il che significa che talvolta può esserci più architettura in un libro che in un edificio firmato da un architetto o da un non-architetto, o più letteratura nelle mani di un architetto che nelle mani di uno scrittore».

Peter Eisenman
Inside Out. Scritti 1963-1988
con un saggio di Roberto Damiani, traduzione di Marta Baiocchi e Anna Tagliavini
Quodlibet (2014), 322 pp.
€ 28,00