Sogno di un piatto di pasta da preparare a febbraio

Abbasso la dieta mediterranea di Paolo Guzzanti finisce con una ricetta, preceduta da centotrenta pagine di malumori e di invettive contro le calorie e le fandonie gastronomiche, e di ammissioni a mezza voce, obtorto collo, guardandosi il culo e la pancia (Aliberti, 2009). Ma cade a fagiolo: parlare di dieta mediterranea a fine agosto è, per quelli che hanno visto il mare e salutato la spiaggia, come chiudere un ciclo di pasta, pesce, frutta e verdura.

Quindi ecco una ricetta di Rigatoni, radicchio e gorgonzola che manda all’inferno Ancel Keys, l’inventore, e che facendo parte dei ritmi ciclici del peso, giù e su, su e giù, ha valore di augurio o malaugurio, a seconda dei casi. Il radicchio di Treviso è invernale, e quelli veronesi autunnali, ma potete, se non ne avete urgenza, aspettare. Siccome le ricette, non hanno copyright, mentre il primo romanzo dimagrante della letteratura italiana sì (è il sottotitolo scelto), evitiamo il copiaincolla, e ne formuliamo a singhiozzo le operazioni. Tanto chi, per ragioni politiche, non tollera il nome di Paolo Guzzanti, ne trova una simile cliccando (“pasta, radicchio, gorgonzola”).

Rigatoni, radicchio e gorgonzola

Rigatoni
Radicchio trevigiano
Gorgonzola
Burro
Olio di oliva

“La pasta da usare di rigore è il rigatone. Deve essere cotto al dente. Vanno disposti in un letto in cui avrete preparato la fusione di abbondante burro e altrettanto abbondante gorgonzola dolce o piccante secondo il gusto. In un’altra teglia avrete disposto il radicchio alla griglia condito con olio di oliva e preparato in modo che non appassisca e non si ammolli. Il radicchio deve essere molto e deve prevalere con il suo colore sull’avorio dei rigatoni e del burro. Dopo aver amalgamato i rigaqtoni, ripassateli in padella per un minuto, tirateli fuori e cospargeteli del pepe che più vi piace”.

Riflessione: non domandiamo al dietologo se olio, burro e gorgonzola siano una sintesi mediterranea o una bomba di colesterolo. Anzi, oggi, basta nominare il gorgonzola perchè il gastronomo torca il naso, la sua compagna lo imiti assimilando “gorgonzola, piede di marito e puzzetta di cane” (Littizzetto, La principessa sul pisello, Mondadori, 2002, p.81). Eppure c’è chi, nel mondo, imita questo formaggio, e l’anno scorso dalla Tailandia, un amico mi ha portato del Cambozola che è un formaggio tedesco (e non cambogiano).

*Lo speciale ricettario estivo di alfa+più è a cura di Alberto Capatti

La vita non è in ordine alfabetico

Maria Teresa Carbone

A proposito di Valerio Berruti, l'artista piemontese una cui opera della serie “Golgota” appare sulla copertina di La vita non è in ordine alfabetico di Andrea Bajani, un commento anonimo nota che i suoi “quadri non hanno bisogno di strade, case, arredamento, poiché la figura stessa costituisce la realtà e l’apparato che arreda lo spazio”.

A questo però si dovrebbe aggiungere che, per lo meno nel caso di “Golgota”, ben diverso sarebbe l'effetto sull'osservatore se nella sua mente l'esile sagoma della bambina, le braccia aperte in un movimento di danza, non si intrecciasse a quel titolo che rimanda al maggior sacrificio, alla maggiore sofferenza possibili. Di minime crocifissioni quotidiane, spesso involontarie e solo fuggevolmente consapevoli, così come di altrettanto minime, ma non per questo meno esaltanti resurrezioni, si compone il libro di Bajani, che dopo essersi confermato “autentico romanziere” (la definizione è di Andrea Cortellessa) con Se consideri le colpe e Ogni promessa, ci consegna ora quella che solo per comodità o pigrizia potremmo definire una raccolta di racconti.

Come per i Sillabari di Parise, che certo Bajani ha preso a iniziale riferimento, ogni etichetta rischia infatti di essere sdrucciolevole, anche se forse la più convincente l'aveva data proprio Parise parlando dei suoi testi come di “poesie in prosa”. E Bajani, che ha esordito come poeta, a proposito del “tu” che segna gran parte della sua scrittura (e tutti i testi di La vita non è in ordine alfabetico) ha evocato per sé – in una intervista a Cortellessa, Tornare sul luogo del racconto, «alfalibri», 9, marzo 2012 – “una matrice sostanzialmente poetica”, aggiungendo poi: “Tradurre l’abisso in parola, rivolgersi a chi non può rispondere, è quanto accomuna la poesia alla preghiera, e al confronto con la morte”.

Probabilmente è questa la migliore chiave di lettura per i trentotto testi brevissimi che si allineano lungo le centotrenta pagine del volume, chiusi all'inizio e alla fine da un prologo e da un epilogo in corsivo, dove un maestro di scuola, simile forse al Caproni tanto amato da Bajani, mostra ai suoi alunni le lettere dell'alfabeto: “Con ventuno lettere – ha detto prendendole tutte nelle mani e poi passandole sotto i nostri nasi – si può costruire e distruggere il mondo, nascere e morire, amare, soffrire, minacciare, aiutare, chiedere, ordinare, supplicare, consolare, ridere, domandare, vendicarsi, accarezzare”.

Se dunque è vero che la vita non è in ordine alfabetico, è pure vero che mettere in fila le parole, dalla A di Amore (i pensieri di un padre che assiste, insieme atterrito, spaesato, inaspettatamente intrepido, al parto della moglie) alla Z di Zoo (la felicità di una giovane donna che nella vita con gli animali trova riparo ai propri dolori), porta ordine, o comunque forma linguistica, a – è ancora Bajani a parlare – “quel ventre molle che fa soffrire uomini e donne in un momento specifico della storia”.

Andrea Bajani
La vita non è in ordine alfabetico
Einaudi (2014), pp. 130
€ 12,50

* Per un disguido tecnico il Semaforo di Maria Teresa Carbone non è comparso sull'alfadomenica di ieri 27 luglio. Per leggerlo cliccate qui.

Semaforo

Maria Teresa Carbone

Esperimenti
"Ingegnere, lei qui avrà un nuovo centro sperimentale di cui sarà unico responsabile. Non dovrà rispondere da nessuno... assoluta libertà. Ricorda i Cushman americani, quelle motorette leggere con cui si paracadutavano gli americani dagli aerei? Ecco, io voglio costruire qualcosa di simile. L'Italia ha voglia di correre veloce ora e noi gliene diamo la possibilità. Ho già delle idee a riguardo... deve essere una cosa nostra, qui di Lambrate, deve essere una Lambretta appunto. Ecco il suo nome".
Roberta Torre, Il colore è una variabile dell'infinito, Baldini & Castoldi 2014, pp. 59-60.

Microbi
David Artis, professore di microbiologia, racconta che quando ha terminato gli studi di immunologia alla metà degli anni Novanta, i suoi docenti gli consigliarono di non occuparsi del microbiota o, come li si definiva allora, dei “batteri commensali” che colonizzavano l'intestino. “Ci dicevano, 'lasciate stare, è troppo complicato, mica si possono fare culture di microbi'. Quello che ci è sembrato incredibile è la rapidità con cui siamo stati in grado di affrontare il ruolo del microbioma negli ultimi dieci anni o poco più.
Lisa J. Bain, Microbiomics: The Next Big Thing?, PENN Medicine, primavera 2014, pp. 9-1

Piaceri
Quand'ero giovane e in mezz'età, mi tormentavo con l'idea di mettere la testa a posto, di tanto in tanto. E non ho mai avuto occasione di pentirmi di queste deviazioni perché, che i conseguenti periodi di deprivazione fossero lunghi o brevi, il gratificante piacere ricavato dal vizio quando vi ritornavo mi ripagava sempre di quanto mi erano costati.
Autobiografia di Mark Twain da pubblicare cent'anni dopo la morte secondo la volontà dell'autore, edizione italiana a cura di Salvatore Proietti, Donzelli 2014 p. 272

Religioni
Lui era insofferente verso l'Islam quanto io verso l'ebraismo. La comune indifferenza nei confronti della religione, della nostra gente, dell'infinito conflitto mediorientale, di tante questioni che avrebbero potuto creare un certo distacco tra noi, il nostro disprezzo per il patriottismo, le bandiere, le cause o le svariate ideologie buoniste che furoreggiavano in Europa dalla fine degli anni Sessanta ci lasciavano solo un distorto senso di lealtà, che lui chiamava complicité, per chiunque la pensava come noi. per chiunque fosse come noi. Tuttavia nessuno era come noi. Non sono nemmeno sicuro che sapessimo cosa voleva dire "essere come noi", così diversi l'uno dall'altro.
André Aciman, Harvard Square, traduzione di Valeria Bastia, Guanda 2014, p. 70

Stagioni
Una delle singolarità del mio mestiere, quella che di solito sorprende i non iniziati, è che una moda si decide sempre fuori stagione. La collezione invernale nasce quando fioriscono i ciliegi, quella estiva quando cadono le foglie o i primi fiocchi di neve. Tuttavia non capisco lo stupore dei profani. Il sarto non è un paesaggista di Barbizon che raffigura scene dal vero. Il suo momento creativo si apparenta a quello del poeta, e non può fare a meno di una certa nostalgia. L'estate va sognata nel cuore dell'inverno, e viceversa.
Christian Dior, Christian Dior & moi. L'autobiografia di Christian Dior, traduzione di Maria Vidale, Donzelli 2014, p. 72.

Polpette

Come vincere la stagione? Come sottrarsi ad un agosto ormai in declino? È mercoledì, giorno mercuriale, e ci vogliono le polpette. Potremmo andare a pescarne ovunque la ricetta, a Milano o in Liguria, ma scegliamo la Calabria. Capretto o agnello, maiale o vitello, tutte le carni, tutti i tagli, tritati, macinati o rifatti, vanno bene, salvo poi a giustificare la scelta, a predicarne la bontà.

Manca un ingrediente? Inventatelo, oppure leggete queste ricette. Non sono vrasciole, involtini, ma vere polpette e basta un ingrediente, delle mandorle, dell’uva passa, del mosto a trasformarle in una novità.

Gli abitanti di Grimaldi, in provincia di Cosenza, usavano il fegato ed è tutt’altra cosa. A raccogliere le ricette è stato Ottavio Cavalcanti, primo divulgatore della cultura gastronomica calabra con Vito Teti, entrambi associati nelle ricerche antropologiche dell’Università di Arcavacata (Il libro d’oro della cucina e dei vini di Calabria e di Basilicata, Mursia, 1979). Negli anni ottanta, portò al mensile milanese La Gola le sue ricette che mi annunciava al telefono, e spediva poi dattiloscritte. Che le avesse preparate o viste preparare sotto ai suoi occhi, non v’era alcun dubbio. La loro semplicità, l’assenza di artifici folkloristici ne faceva fede, ed oggi alcune loro copie sono in rete.

Purpette a ra passula
Polpette con uva passa

G 500 di polpa di maiale; mollica di pane casereccio; prezzemolo; 2 uova intere; pecorino grattuggiato; uva passa; salsa di pomodoro già pronta; olio d’oliva; sale

Tritate la carne ed amalgamatela con la mollica, le uova, il formaggio, il prezzemolo tritato, il sale. Formate, quindi, delle polpette all’interno delle quali porrete qualche chicco d’uva passa fatta rinvenire in acqua tiepida. Friggete in olio bollente e passatele nella salsa di pomodoro preparata a parte. Servite con un contorno di broccoli di rape.

Purpette ccu ri miennuli
Polpette alle mandorle

G 250 di carne di maiale tritata; g 250 di carne di vitello tritata; 2 cucchiai di mosto cotto; g 50 di pecorino grattuggiato; prezzemolo, aglio; pepe nero; sale; g 100 di mandorle sgusciate ridotte a listerelle; g 500 di pomodori pelati; olio di oliva

Amalgamate le carni con il formaggio, il mosto, il prezzemolo e l’aglio tritati finemente, il sale e il pepe. Preparate, quindi, delle polpette che dapprima friggerete e poi passerete nel sugo di pomodoro già pronto a parte. Prima di servirle infilate in esse delle listarelle di mandorle, in modo che diano l’idea di ricci di castagne.

Purpette ‘i ficatu
Polpette di fegato

G 300 dei fegato e g 200 di polpa di maiale; la rete dello stesso animale; g 100-150 di mollica di pane casereccio raffermo; g 40 di pecorino grattugiato; prezzemolo; olio di oliva; pepe nero; sale

Tritate il fegato e la carne di maiale; amalgamate con mollica di pane, prezzemolo tritato, abbondante pecorino grattuggiato, pepe nero e sale. Formate con le mani delle polpette rotonde, che avvolgerete in rettangoli di rete. Friggete in olio bollente fino a quando si sarà formata una crosta dorata e croccante.

*Lo speciale ricettario estivo di alfa+più è a cura di Alberto Capatti

alfadomenica luglio #4

BALZANO - VOLI e FERRARI sulla 194 - RICALDONE sull'IS – CARBONE_Semaforo - SALVAGNINI_Poesia – CAPATTI_Ricetta **

194 RELOADED
Angela Balzano e Stefania Voli

Oggi la possibilità delle donne di interrompere la gravidanza è compromessa dall’istituto giuridico dell’obiezione di coscienza, previsto all’art 9 della 194. Le percentuali sono arrivate in alcune regioni al 90%, la media nazionale è intorno al 70%.
A questi dati allarmanti non si è giunti nell’arco di un paio di anni, perché l’erosione della 194 è avvenuta in modo lento e silenzioso e solo di recente si è imposta all’attenzione di media e discorso pubblico.
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194: ISTRUZIONI PER L'USO
Luisa Ferrari

La Consulta di Bioetica ONLUS, associazione culturale fondata a Milano nel 1989, si è fatta promotrice di una campagna dal titolo “Il buon medico non obietta” per affrontare attraverso il dibattito pubblico il problema dell’inadempienza nell’applicazione della legge sull’interruzione volontaria della gravidanza.
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LA CALATA DEI SITUAZIONISTI A COSIO
Sandro Ricaldone

Ai confini tra Liguria e Piemonte, in un territorio a lungo conteso fra Genova e i Savoia, Cosio d’Arroscia sembrerebbe il teatro meno indicato per un evento dai riflessi planetari come la fondazione dell’Internazionale Situazionista, che vi ebbe luogo il 28 luglio 1957.
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SEMAFORO 
Maria Teresa Carbone

ESPERIMENTI Roberta Torre - MICROBI Lisa J.Bain - PIACERI Mark Twain - RELIGIONI André Aciman - STAGIONI Christian Dior
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INVETTIVA Poesia
Silvia Salvagnini

mi scardino contro
non solo con parole
ma parole cose
parole che sono cose
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GOLFO DI TRIESTE Ricetta
Alberto Capatti

Quando si parla di cucina futurista, si pensa a Marinetti, a Fillia e a tutta la banda di esagitati fascisti che combattevano la pastasciutta, e ne inventavano di cotte e di crude.
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*alfadomenica è la rubrica settimanale di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

194 Reloaded

Angela Balzano e Stefania Voli

Le lotte femministe in questo paese hanno avuto i più svariati obiettivi, ma di rado sono tornate a rivendicare il diritto all’aborto e all’autodeterminazione dopo il 1978 e il 1981 (rispettivamente gli anni dell’approvazione della Legge 194 e del referendum per abrogarla), impegnate com’erano nella battaglia contro la violenza sulle donne e l’uso strumentale che da parte delle istituzioni è stato fatto (in termini di pacchetti sicurezza e decreti anti-prostituzione per esempio), per sviscerare i rapporti tra sessualità e potere.

Negli ultimi anni, invece, il diritto alla libertà di scelta su corpi e salute sessuale è tornato al centro di pratiche e discorsi politici tra donne, e l’esercizio attivo di tale diritto è tornato ad essere terreno di scontro con coloro che rifiutano di riconoscerlo. Oggi la possibilità delle donne di interrompere la gravidanza è compromessa dall’istituto giuridico dell’obiezione di coscienza, previsto all’art 9 della 194. Le percentuali sono arrivate in alcune regioni al 90%, la media nazionale è intorno al 70%. A questi dati allarmanti non si è giunti nell’arco di un paio di anni, perché l’erosione della 194 è avvenuta in modo lento e silenzioso e solo di recente si è imposta all’attenzione di media e discorso pubblico.

Di certo nel 1978 il legislatore non aveva ascoltato le critiche femministe e laiche mosse, tra gli altri, all’art. 9. Critiche che rimangono valide soprattutto alla luce delle percentuali di obiezione raggiunte. La legge concede infatti l’obiezione ai medici senza chiedere loro alcun servizio o onere sostitutivo: essi sono liberi di non eseguire aborti e tale mancata prestazione viene scaricata sui colleghi non obiettori traducendosi in un surplus di lavoro non riconosciuto in termini economici né di carriera. Inoltre all’art. 9 si vieta l’obiezione di struttura, ma non si fissano i parametri per contenerla e garantire la continuità del servizio. Oltre al danno la beffa: oggi sappiamo di interi ospedali in cui è impossibile ottenere anche solo un certificato per interruzione volontaria di gravidanza. Tutto questo nella vita quotidiana delle donne si traduce in peregrinaggi alla ricerca di un ospedale con personale non obiettore, con tempi di attesa che rischiano di allungarsi oltre il termine consentito (90 giorni), esponendo a pericoli maggiori la loro salute. Il quadro è stato aggravato dai tagli alla spesa sanitaria e dalla riforma dei consultori, che hanno snaturato la loro vocazione originaria e specifica, rendendoli luoghi distanti dai bisogni delle donne.

Ma come siamo arrivate a questo? Il 70% di media nazionale di obiettori si spiega con un’epidemia di sincere adesioni alla religione cattolica? La domanda è ironica, ma non più di tanto: i principali difensori dell’obiezione di coscienza all’IVG sono proprio i cattolici e il Movimento per la Vita. Questi, all’indomani del fallimento del referendum abrogativo del 1981, sconfitti dal confronto con una società non più disposta a retrocedere sul terreno dei diritti, hanno impresso un cambiamento decisivo alla loro strategia. Rispetto ad allora, quando giocavano in attacco, oggi i sedicenti pro-life giocano in difesa (contrariamente alle narrazioni con le quali siamo abituate a rappresentarli e immaginarli): il loro obiettivo non è più quello di abolire la 194, ma di usarne i “punti deboli” a loro vantaggio. Come Carlo Casini, presidente del Mpv, afferma chiaramente nel documentario di Irene Dionisio “Così è (se vi pare)”. Il movimento per la vita in Italia: “Chi vuole difendere la vita deve guardare la realtà, oggi non è possibile cambiare la 194, dobbiamo lavorare con quello che abbiamo”.

Sia chiaro, non cambia il fine di Mpv e cattolici: impedire alle donne di decidere. Cambia però la strategia: non più il confronto democratico, ma l’abuso dell’istituto giuridico dell’obiezione di coscienza finalizzato al raggiungimento del loro obiettivo politico. A riprova di ciò, nonostante l'obiezione di coscienza prevista all’art. 9 riguardi solo “gli interventi finalizzati all'IVG” e quindi solo i ginecologi, assistiamo quotidianamente al suo uso illegittimo da parte di ostetriche e anestesisti, che in nessun caso possono per legge rifiutarsi di prestare l'assistenza precedente e successiva all’aborto. Il dilagare dell'abuso dell'obiezione è testimoniato dal comportamento illegale e illegittimo di medici di base e farmacisti cattolici e pro-life, che addirittura negano la prescrizione e la vendita della pillola del giorno dopo. E in questo caso illegittimità e abuso sono doppi, dato che la pillola del giorno dopo non è un farmaco abortivo ma anticoncezionale di emergenza che non rientra nelle fattispecie previste dalla 194 (come più volte l’AIFA ha ricordato).

Risulta chiaro che Mpv e cattolici sono stati in grado di sfruttare le diverse scappatoie della 194 per svuotarla dall’interno, non limitandosi all’art.9. L’art. 5 infatti prevede che i consultori possano siglare convenzioni con associazioni di volontariato che aiutino la maternità. In questo modo in molte regioni il Mpv è riuscito a piazzare nei consultori i propri centri aiuto alla vita (CAV), luoghi in cui si persuadono le donne a portare a termine la gravidanza e si diffondono distorte informazioni su contraccezione e sessualità. Ecco da dove vengono percentuali così alte di obiezione: i pro-life la promuovono in ogni luogo in cui sono presenti e con ogni mezzo. Non è certo un segreto che il Mpv occupi da tempo posizioni strategiche in ambito sanitario-accademico e che i suoi esponenti abbiano perciò il potere di concertare gli avanzamenti di carriera. E non è difficile dedurre che molti giovani specializzandi in ginecologia diventino obiettori al fine di compiacere il proprio superiore, o anche solo per evitare tutti gli oneri legati alla scelta della non obiezione.

Traducendo in numeri quanto detto, si evidenzia come nelle regioni in cui il Mpv è più radicato le percentuali di obiezione sono più alte: si pensi alla Puglia, dove si contano 18 centri del Mpv e l’obiezione arriva all’80%; o alle Marche dove i CAV sono 10 e in ben 3 ospedali pubblici (Fano, Jesi e Fermo) tutti i medici sono obiettori. Un tentativo per contrastare l’avanzata cattolica in Puglia, era stato fatto nel marzo 2010 dalla giunta regionale, la quale aveva deliberato la riorganizzazione dei consultori pubblici, mirando esplicitamente all’assunzione di personale non obiettore. Peccato che il Forum Associazioni Medici Cattolici e il Movimento per la Vita, rivolgendosi al Tar, ottennero la revoca immediata della delibera nel settembre del 2010.

E allora, dove non riescono le regioni, ci prova il Consiglio d’Europa. Il Comitato Europeo dei Diritti Sociali ha condannato di recente l’Italia argomentando contro l’obiezione di struttura dilagante nelle sopracitate regioni. Accettando il ricorso promosso dalla LAIGA (Libera Associazione Italiana Ginecologi per l'Applicazione della 194) e dall’IPPF (The International Planned Parenthood Federation), il Comitato ha dichiarato inammissibile la mancata garanzia di diritto alla salute e di diritto di scelta determinata dall’art.9 della 194. Al netto del cambio di strategia di Mpv e cattolici e dei tentativi fatti da regioni e istituti Europei contro il dilagare dell'obiezione, la sfida di fronte alla quale i movimenti femministi si trovano potrebbe dunque non essere più quella di difendere una legge che ha in sé le ragioni della sua mancata applicazione.

Forse tale controsenso non ci ha portato a nulla? E se attaccare si rivelasse invece una strategia più efficace? Se è vero, come è stato detto fin'ora e come ha detto lo stesso Casini, che obiettivo e strategia del Mpv è la difesa della 194, nelle parti in cui tutela la maternità, un’opportunità per i movimenti femministi non potrebbe essere quella di rivendicare un concreto cambiamento nella direzione di una reale affermazione dell’autodeterminazione delle donne? Se in questi anni tra le molte manifestazioni, presidi e iniziative, abbiamo scandito “Save 194”, non è forse vero che, un po' più a bassa voce ci siamo spesso anche dette: “Cambiamola questa 194”? Allora, perché non osare?

Cambiare la 194, al suo art. 9 (e perché no, anche all'art. 5), per abrogare l’obiezione di coscienza e impedire l'accesso ai pro-life nei consultori e nelle strutture ospedaliere pubbliche, adesso. Questa è l’unica soluzione possibile per riequilibrare la legge in base alla sua stessa ratio: tutelare salute, libertà e autodeterminazione delle donne. Non si tratta più di concertare spazi di discussione, di attestarci su posizioni difensive dei nostri diritti, perché i nostri diritti sono già in crisi. Piuttosto che difenderne la causa, perché non rimuoverla? Se il problema è l’ingresso dei cattolici nei consultori – forse non lo si ricorda mai abbastanza, i consultori sono luoghi di salute e cultura, non di culto religioso – non faremmo bene a impedirlo? Se il problema è il massiccio ricorso all’obiezione, insincero e interessato, non faremo bene a vietarlo del tutto?

La direzione è quella verso cui si sono mosse le molte collettive femministe che hanno agito la campagna "Io decido", sorta dopo la proposta di legge Gallardon in Spagna e arrivata anche in Italia. Pensiamo alle Cagne Sciolte a Roma che hanno organizzato una “pipì” pubblica e collettiva davanti al Ministero della salute rivendicando l'abrogazione dell'art. 9 e portando con sé uno striscione che recitava emblematicamente: #moltopiùdi194! Ancora pensiamo a Torino, Milano, Firenze, Bologna e alle molte città dove le molte realtà femministe hanno denunciato pubblicamente le farmacie che fanno illegittimo ricorso all’obiezione per non vendere la pillola del giorno dopo e hanno occupato le sedi dell'Ordine dei Medici e del Mpv.

Pensiamo alla rete bolognese “Io decido” che quest'anno si è data appuntamento ogni martedì mattina all'alba all'Ospedale Sant'Orsola-Malpighi per impedire lo svolgimento della preghiera settimanale da quindici anni propinata dai pro-life della comunità Papa Giovanni XXIII alle donne che vi si recano per abortire. La radicalità e la rabbia espresse in queste proteste vanno riprese e diffuse, perché racchiudono in sé stesse l’enzima del cambiamento al quale è necessario mirare: definiscono un campo di conflitto e metamorfosi che va ampliato e agito incessantemente, contro i nuovi dispositivi neoliberisti di controllo e privatizzazione della sfera riproduttiva, contro la forma famiglia che torna a imporsi come istituto di disciplina eteronormativa delle nostre vite.

La rabbia si moltiplica per contaminazione: oltre alle collettive femministe nelle varie regioni si sono diffuse raccolte di firme e campagne informative contro l'obiezione, promosse da reti di giuristi e bioeticisti laici, ostetriche, ginecologi, più in generale personale sanitario e medici. Senza tutte queste iniziative, ci viene da pensare che Zingaretti, presidente della Regione Lazio, non si sarebbe svegliato una mattina con l'illuminata idea di emanare le linee guida che vietano l’obiezione al personale sanitario nei consultori, obbligandolo a firmare tutti i certificati e prescrivere i contraccettivi d'emergenza (in una regione, lo ricordiamo, con presenza di obiettori pari al 90%). Da qui ci piacerebbe ripartire. Vorremmo apprendere ogni giorno notizie come questa, determinare e conquistare con le nostre proteste avanzamenti in termini di libertà e diritti. Ovunque, insieme, ricominciamo e continuiamo ad osare: #moltopiùdi194! #194reloaded!

 

194: Istruzioni per l’uso

Luisa Ferrari *

Per il terzo anno consecutivo la Consulta di Bioetica ONLUS, associazione culturale fondata a Milano nel 1989, si è fatta promotrice di una campagna dal titolo “Il buon medico non obietta” per affrontare attraverso il dibattito pubblico il problema dell’inadempienza nell’applicazione della legge sull’interruzione volontaria della gravidanza.

La legge del 1978, a fronte dei dati allarmanti relativi alla piaga dell’aborto clandestino, permette a determinate condizioni l’accesso a questa pratica clinica nelle strutture pubbliche. Ma la regolamentazione, accanto al riconoscimento del diritto della donna alla libera scelta e alla tutela della propria salute, con l’articolo 9 consente ai medici di sollevare obiezione di coscienza. La legge 194 prevede che entrambi i diritti siano garantiti in ogni caso, senza che l’esercizio dell’uno comprometta l’altro.

Ben diversa è la situazione evidenziata da tutti coloro che in questi anni hanno monitorato, dati ufficiali alla mano, la concreta attuazione della legge 194. Stando ai rilievi offerti dal Ministero della Salute (ottobre 2012), non viene garantita in tutti gli ospedali la presenza di medici non obiettori necessaria a far fronte alle richieste di interruzione volontaria. Al Sud le punte di obiezione si registrano in Molise (85,7%), Basilicata (85,2%), Campania (83,9%); al Nord nella provincia di Bolzano (81,3%) e nel Veneto (76,7%); in tutta la penisola la percentuale non scende mai sotto il 50%; unica eccezione la Valle d’Aosta con il 16,7%. Va notato che questi dati forniscono l’andamento medio e non tengono conto delle aziende ospedaliere in cui la totalità del personale sanitario, non solo medici ginecologi, ma anestesisti e infermieri, si dichiarano obiettori di coscienza.

Quest’anno le manifestazioni nazionali - in forma di convegni o tavole rotonde - si sono svolte a Napoli e a Torino il 10 giugno; a Milano il 19 giugno; hanno chiuso la serie di interventi Novi Ligure il 28 giugno e Roma il 30 giugno. Le associazioni che hanno aderito alla campagna della Consulta sono: l’Aied, l’Uarr, la Laiga, Se non ora quando, Politeia, Vox - Diritti; oltre a esponenti del mondo accademico, filosofi, giuristi, medici impegnati nella battaglia in difesa della legge 194 all’interno degli ospedali pubblici.

A Milano la tavola rotonda del 19 giugno ha visto la partecipazione del bioeticista Maurizio Balistreri, ricercatore in Bioetica dell’Università degli Studi di Torino, che si è fatto portavoce della proposta della Consulta di Bioetica sulla soppressione dell’art. 9 della legge 194, ritenendo non più contemplabile un’obiezione sollevata a posteriori, perché uno specializzando in ostetricia e ginecologia è perfettamente a conoscenza dell’ammissibilità dell’interruzione di gravidanza e può scegliere di indirizzare diversamente i suoi studi o rivolgersi alle strutture private.

Nel suo intervento l’avvocato Massimo Clara (tra i fondatori dell’Associazione Vox-Osservatorio italiano sui Diritti, che nell’agosto 2012 e nel gennaio 2013 ha depositato al Comitato europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa due reclami collettivi a fianco dell’organizzazione non governativa International Planned Parenthood Federation European Network e della CGIL nei quali si chiede che venga accertata la violazione da parte dell’Italia dei diritti delle donne e dei medici non obiettori) ha ricordato che nel marzo 2014 l’Italia è stata ripresa dal Consiglio d’Europa in merito alla violazione del diritto alla salute e all’autodeterminazione della donna.

La testimonianza di Anna Maria Marconi, direttore della Clinica Ostetrica e Ginecologica dell’AO S. Paolo di Milano, nonché Professore di Ginecologia e Ostetricia all’Università degli Studi di Milano, ha sottolineato come il ricorso all’interruzione da parte di donne giovanissime, sotto i venticinque anni, per lo più inoccupate e di donne straniere senza permesso di soggiorno, porta drammaticamente alla ribalta il problema dell’elevato costo dei farmaci contraccettivi.

Il dibattito è dunque aperto e, a fronte della proposta della Consulta di Bioetica, di soppressione dell’art.9 della legge, altre voci hanno rilevato come una soluzione di questo tipo porterebbe inevitabilmente a rimettere mano alla Legge 194, con tutto il carico di incertezze che tale procedura attiverebbe. Oggi il terreno politico-sociale italiano non è certo favorevole ad accogliere una ridefinizione in termini migliorativi del diritto di interruzione volontaria della gravidanza, come dimostra la crescente opposizione alla legge da parte dei movimenti pro-life.

Valga per tutti l’esempio recente apparso sul Quotidianosanità.it il 12 giugno: la Associazione “Generazione Voglio Vivere” ha raccolto 15mila firme a sostegno dell’obiezione di coscienza, consegnate nelle mani del presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici, Chirurghi e Odontoiatri. Tale petizione si esprime contro l’art. 22 del nuovo Codice di deontologia medica approvato un mese fa, che obbliga il medico obiettore a “collaborare” all’aborto indicando un altro collega disposto a praticarlo.

* Consulta di Bioetica-Sezione di Milano