Il volto femminile dell’universo cinema

Ester Carla de Miro d’Ajeta

Leggere, studiare, assimilare, cercare, evidenziare, ordinare, selezionare, sintetizzare tutto ciò che è stato elaborato dagli ‘studi di genere’ che si sono sviluppati principalmente in area angloamericana in campo cinematografico dagli anni ’70 in poi. Questo l’enorme lavoro di Veronica Pravadelli sotteso al libro Le donne del cinema/Dive, registe, spettatrici, appena uscito da Laterza. Una ricerca che mancava nel limitato panorama delle pubblicazioni sul cinema in Italia. Una trattazione esaustiva, visto che si parla non soltanto del cinema contemporaneo ma si risale a quello delle origini, e visto che il campo non si limita alle donne registe ma include anche dive e spettatrici.

Una scrittura veloce, quindi, che permette di accumulare dati, date e citazioni lasciando a chi legge il compito di risalire alle fonti e reperire discorsi più articolati. Un libro evidentemente destinato a chi vuol studiare il cinema in un’ottica particolare, quella del punto di vista di chi ha dedicato anni di ricerche a rileggere la Storia del Cinema in chiave femminile e femminista, il cui lavoro, almeno in Italia, rimane una vena sotterranea ignota ai più. E le sorprese sono molte: si scopre ad esempio che a metà degli anni ’10 la regista “moralista-riformista”Lois Weber non temeva né Griffith né il nuovo arrivato De Mille perché a quell’epoca i suoi film avevano grande successo sia di pubblico che di critica. Si viene a conoscenza di nomi di registe in cui non ci si era mai imbattuti, come Ida May Park, Cleo Madison, Ruth Ann Baldwin, Ruth Stonehouse, Elsie Jane Wilson, attive agli albori del cinema americano, quando alla Universal, tra il 1912 e il 1918, undici registe realizzarono ben 170 film.

Oppure si scopre che Frances Marion, sceneggiatrice che guadagnava 3000 dollari a settimana nel 1925, sia stata autrice di ben 325 sceneggiature, scritte per tutti i ‘generi’ e per le dive più importanti del momento. È fatale che la traiettoria di Lois Weber e Frances Marion si incroci con quella di colei che per prima aveva suggerito a Léon Gaumont l’idea di usare le cineprese del suo negozio di macchine fotografiche per raccontare delle storie: Alice Guy, segretaria di Gaumont che dopo la sua affermazione come regista fu mandata negli Stati Uniti a vendere i film francesi assieme al marito operatore Herbert Blaché.

Una nuova luce illumina così le origini del cinema, perché si parla anche del contesto in cui è nato e si è sviluppato. Benché il limite dei ‘gender studies’ sia il loro profilo fondamentalmente sociologico, per cui contano alla fine più le donne che i film, spesso ridotti a semplici trame. Dalla grande mole di notizie emerge infatti soprattutto il desiderio di mettere in rilievo quanto lo sviluppo del cinema negli USA agli inizi del ‘900 venga sostenuto e condotto al successo popolare soprattutto dalle spettatrici che la ‘modernità’ e l’emancipazione mettono per la prima volta in grado di scegliere l’impiego del tempo libero. Sul versante della presenza femminile all’interno della macchina-cinema poi, la messa a fuoco è sull’affermazione delle donne, che si tratti di attrici, di sceneggiatrici o di registe, in nome di una ‘modernità’ che finisce con l’esaltare l’identificazione della donna con il ruolo maschile.

Più felice e articolata appare invece la parte dedicata alle dive, in cui l’autrice fa una scelta di campo ben precisa, privilegiando le working girls e le donne forti e sottolineando la potenza e l’incisività di personaggi come quelli interpretati da Clara Bow (la It Girl capace con la sua vitalità di rubare la scena a chiunque), Barbara Stanwyck (che non esita ad usare la sessualità per la scalata sociale), Joan Crawford (piccola stenografa che riesce ad essere più incisiva della Garbo in Grand Hotel), Bette Davis, i cui ruoli perfidi e complessi sono rimasti indimenticabili.

Si parla dell’inedita libertà sessuale metropolitana e della flapper degli anni ‘20, che appare sia nei film che nei mass media, un tipo di donna che investe sulla bellezza, il glamour e la sessualità, attratta dalle luci scintillanti dei locali e dei teatri, dalle auto e dagli alberghi di lusso, con la speranza di un’ascesa sociale ed economica. Stupisce che a questo proposito si parli poco di Louise Brooks – soltanto citata per le sue memorie, peraltro molto interessanti – che rifiutò un contratto/capestro ad Hollywood per venire in Europa a lavorare con Pabst portando la sua modernità in tre film memorabili.

Nel parlare delle attrici europee, che l’autrice definisce New New Women, il taglio punta ad evidenziare soprattutto “la centralità del cinema e del divismo nel processo di autodeterminazione del soggetto femminile”. Ed è interessante vedere come se ne parli includendo in un'unica struttura significante l’attrice con le sue vicende personali, i personaggi che ha interpretato e l’eco mediatica che ha suscitato, col risultato di dare un nuovo spessore a nomi arcinoti come Karina, Vitti, Bardot, Loren, Fonda, Weawer, Sarandon, sino all’identificazione della pura ‘celebrity’ in Angelina Jolie. Il discorso sul divismo diventa in questo caso propulsore di un’evoluzione femminile verso l’autonomia di un soggetto attivo, che non è più soltanto ‘oggetto dello sguardo maschile’, come affermava Laura Mulvey nelle sue analisi dei film classici di Hitchcock.

La parte più attraente e discorsiva del libro è comunque quella dedicata alle registe e ai loro film, e in particolare a quelle che, come Germaine Dulac, Maya Deren, Agnes Varda, Chantal Akerman, Laura Mulvey, hanno trovato nel cinema il mezzo ideale per esprimere la loro visione del mondo. E se dal ripercorrere i loro film traspare un piacere visivo in grado di lenire le offese dell’oppressione patriarcale, bisogna dire che anche la scrittura dell’autrice raggiunge qui un piacere descrittivo e analitico che si intuisce sia stato il motore propulsivo di un così ampio lavoro.

 

Maieutica

Elisa Biagini

è l'occhio della
memoria che si vela:
andate le giunture
di ossa e di parole

hai solo un fotogramma
tra le ciglia

(e se tu ti scompari
io mi scoloro
dalle foto, s'asciuga
quel mio primo sospiro)

(duemilatredici)

*
in quell'aprirmi al
mondo c'è il tuo
viso e il taglio
che mi ha fatta
sola:
un nodo
per ricordare
al mio piede
la tua mano.

(nove dicembre millenovecentosettanta)

*
*

se altrove si aprono
cassetti
e serrature,
qui è il momento
che la bocca
torni a schiudere:
restituisca l'aria
presa in prestito,
una boccata durata
una vita.

(marzoduemilaquattordici)

www.elisabiagini.it

 

Da qualche luogo pieno di dolore e di rabbia‏

Compas,

vi scrivo in un momento pieno di rabbia e dolore collettivi. In uno di quei momenti in cui ti ricordi di vivere in un paese in guerra. Una guerra lunga, che si perde di vista quando sia iniziata, una guerra permanente contro la popolazione, contro i popoli, che se guardiamo bene è in corso in tutto il mondo, ma qui è più sfrontata.

Il 2 di maggio hanno ucciso Galeano. Sono stati i paramilitari, ovvero il governo messicano. Galeano l'avevamo conosciuto in Agosto del 2013, all'Escuelita Zapatista. Eravamo migliaia, da tutte le parti del Messico e da tutte le parti del mondo, siamo arrivati in Chiapas e abbiamo avuto l'opportunità, il privilegio, di conoscere per una settimana la realtà che hanno costruito gli zapatisti in questi 20 anni di lotta e resistenza. Abbiamo vissuto ciascuno in una famiglia zapatista, e ci accompagnava un Guardiano o una Guardiana. Abbiamo conosciuto la forma di autogovernarsi, la forma del sistema di educazione autonoma, di salute autonoma, di resistenza economica e tutte le aree dell'organizzazione della vita, con cui gli zapatisti ci dimostrano che è possibile un altro mondo, che è possibile essere anticapitalisti davvero, senza ingiustizie. Il titolo dell'Escuelita era appunto: La libertà secondo gli e le zapatiste.

A me è toccato andare nella zona "Selva Fronteriza", al confine con il Guatemala, nel cuore della Selva Lacandona. Le comunità zapatiste che si trovano in quella zona si organizzano a livello regionale in ciò che loro chiamano Caracol I "La Realidad. Madre de nuestros sueños". La Realidad è la sede della Giunta di Buon Governo (una delle cinque esistenti in territorio zapatista), ovvero il governo autonomo rotativo del livello regionale. Varie centinaia di persone, soprattutto giovani siamo arrivati alla Realidad e lí ci aspettavano i nostri guardiani e le nostre guardiane, e un collettivo di una ventina di maestri. I maestri della Realidad li coordinava Galeano, un compa pieno di allegria, molto preparato che dimostrava ad ogni istante una disciplina piena di amore nei confronti di quello che stava facendo: lottare, ovvero, in quel momento, condividere con noi "alunni de la Escuelita" la speranza che costituisce sapere che siamo in tanti quelli che stiamo lottando quotidianamente per costruire altre relazioni sociali, basate sulla libertà.

L'esperienza dell'Escuelita è stata fortissima, una cosa che non si può spiegare solo con parole. Forse la metafora più adeguata potrebbe essere quella dell'innamoramento. Non l'innamoramento verso una persona, ma verso un mondo, una forma di lottare, un'etica, un "noi" grandissimo, verso una rabbia piena di dignità, una speranza. Ovviamente l'Escuelita non è finita lì in territorio zapatista, ma lì è cominciata: cosa fare, come avanzare ora insieme tra le persone che lì ci siamo incontrate con le e gli zapatisti? Questo è stato un motore molto importante dei sentieri dell'autonomia di moltissimi gruppi in Messico e nel mondo che si riconoscono come "aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona dell'EZLN", tra cui l'Universidad de la Tierra di Oaxaca, dove negli ultimi mesi abbiamo fatto tantissimi passi in avanti nell'organizzazione dal basso anche grazie agli insegnamenti dell'Escuelita e di Galeano.

Il 5 maggio la Giunta di Buon Governo, l'autorità civile, ha denunciato l'aggressione paramilitare in cui hanno ucciso barbaramente il compa Galeano. E ha passato il "problema" all'EZLN, ovvero alla struttura politico-militare. L'EZLN è tornato dopo più di 10 anni nel territorio delle comunità. Qui si può leggere la sensazione di dolore e di rabbia che stanno vivendo in questo momento i compas, grazie al testimonio del Subcomandante Marcos. Il Sub Marcos spiega perchè è risultato necessario cancellare una serie di eventi politici importantissimi che si erano programmati per inizio Giugno, tra cui un incontro a porte chiuse con rappresentanti dei popoli indigeni del Messico e un'incontro aperto a tutti gli aderenti dove si sarebbe lanciata una nuova iniziativa politica nazionale e internazionale (l'ultima era stata La Otra Campaña nel 2006). La ragione è che il cuore dello zapatismo è in pericolo ed è necessario difenderlo.

Per questo il 24 maggio si realizzarà alla Realidad un evento in omaggio al compa Galeano e così in tutto il mondo dove ci siano persone di buon cuore, che si sentano convocate a unirsi in un abbraccio collettivo alle comunità zapatiste, perchè condividono la loro stessa lotta. Non si tratta di una solidarietà con un'organizzazione che è altro da noi. Si tratta di concepire l'uccisione di Galeano come un simbolo della guerra che in tutto il mondo i governi e il potere sta effettuando contro la gente, e concepire Galeano come un maestro della Libertà, la stessa che tutti cerchiamo di costruire, ognuno a suo modo.

Di solito noi abbiamo bisogno degli zapatisti, e regolarmente accendono una luce di speranza che ci schiarisce le idee e illumina il cammino a seguire. Questa volta gli zapatisti hanno bisogno di noi: se rispondono militarmente è il miglior pretesto perchè il governo mandi l'esercito a distruggere il Caracol. Se rispondono come normalmente lo fanno attraverso la giustizia comunitaria che hanno costruito in maniera civile e pacifica in questi vent'anni, corrono il rischio che i paramilitari occupino militarmente la zona nell'impunità più totale. È necessario rompere il silenzio che i mezzi di comunicazione a servizio della "dittatura-di-fatto" messicana hanno costruito sugli zapatisti. È necessario uscire per strada a fermare la guerra come nel 94. Galeano è tutti noi. È la nostra libertà che costruiamo insieme.

la vostra compa Irene

La crisi è finita. Viva la crisi

Lelio Demichelis

La retorica. Per gli antichi era l’arte di persuadere mediante l’utilizzo di strumenti linguistici. E lo è ancora oggi, nel dilagare – ad esempio - delle retoriche della rete (bisogna essere connessi, bisogna condividere); lo è in Matteo Renzi con il suo populismo del rottamare, del nuovo contro il vecchio, della rivoluzione (la sua) contro la conservazione (sempre degli altri).

La retorica sconfina spesso (o sempre) nella surrealtà. Surreale: ovvero ciò che oltrepassa la dimensione del reale, che offre suggestioni fantastiche, che produce una realtà al di là della realtà. Le ideologie (di ieri e di oggi) – non le utopie, che sono ben altra cosa - vivono nella surrealtà (sono una fuga dalla realtà in un mondo immaginario ma che deve essere fatto credere come possibile – Hannah Arendt). I totalitarismi del ‘900 hanno anch’essi ovviamente prodotto una propria surrealtà (ideologia & totalitarismo).

Le politiche europee di austerità dal 2008 ad oggi (e oltre, se le elezioni di domenica non daranno un segnale forte per un’altra Europa) sono state surreali, folli, ostinate nell’errore (essere pro-recessive invece che anti-cicliche, tagliando la spesa pubblica invece di aumentarla, diminuendo i redditi invece di sostenerli) - ma in verità non è stato un errore quanto la volontà deliberata, ideologica del neoliberismo di smantellare lo stato sociale, svalutare il lavoro, desocializzare gli individui illudendo che questo portasse ad una maggiore libertà individuale.

Surreale è stato il fondo di Eugenio Scalfari su la Repubblica di domenica 18 maggio dove, come un nuovo Montanelli invitava a votare Renzi e Schulz turandosi il naso, così dimenticando (ma non lo si può e non lo si deve dimenticare) che anche il Pd e i socialisti europei hanno sostenuto e approvato tutte le politiche neoliberiste e antisociali di questi anni e che il Pd ha assecondato quello che chiedevano i mercati, dal nuovo articolo 81 della Costituzione alle ultime norme del ministro Poletti per la ulteriore precarizzazione (non stabilizzazione, come sarebbe invece necessario) del mercato del lavoro. Surreali sono infine coloro che vogliono far credere che la crisi sia finita, e surreale era ad esempio l’articolo di Federico Fubini su Affari&Finanza del 5 maggio scorso, con un titolo che più surreale non si poteva immaginare: “Austerità, coraggio e fondi della Troika, il mix virtuoso che ha salvato la periferia” dell’Europa: surreale perché contraddetto dalla realtà e dall’ultimo dato sull’occupazione in Europa, ancora in discesa.

Per fortuna ogni tanto è ancora possibile uscire dalla surrealtà e tornare con i piedi per terra. Lo ha fatto Gioacchino Garofoli, docente di Politica economica all’Università degli Studi dell’Insubria e grande esperto e studioso di sistemi locali, nel suo ultimo saggio tutto giocato e da leggere tra storia e attualità, tra teoria economica e analisi dei fatti accaduti: Economia e politica economica in Italia. Lo sviluppo economico italiano dal 1945 ad oggi – FrancoAngeli. Un testo asciutto, sintetico ma utilissimo. Ad uso degli studenti, ma per una volta dovremmo tornare tutti ad essere studenti. Perché questo saggio ripercorre “per fatti stilizzati” le scelte (o le non scelte, o le scelte sbagliate) fatte in economia e le cause antiche e strutturali ma anche quelle di oggi della crisi italiana: endemica, cronica, trascinatasi per decenni e mai risolta, cui si è infine aggiunta la mannaia europea dell’austerità.

Un esempio. L’immediato dopoguerra, con la presenza di due alternative rispetto al modello di sviluppo da adottare: imitare i paesi avanzati nella standardizzazione dei prodotti di massa, potendo contare su economie di scala consistenti: tesi caldeggiata ad esempio da Vittorio Valletta della Fiat; oppure scegliere la specializzazione produttiva ad alto contenuto di lavoro, puntando sulla qualità e sull’innovazione: ed era la via sostenuta ad esempio dal commissario straordinario di allora dell’Alfa Romeo, Gallo, puntando su produzioni meno vincolate al costo del lavoro e alla competitività di prezzo.

Per arrivare agli anni ’70 e agli anni ’80 e al rovesciamento del modello industriale basato sulla grande impresa, con la riduzione della dimensione media delle imprese, le nuove direttrici di sviluppo, la modifica nella specializzazione produttiva. E il piccolo è bello. E poi, l’inizio della fine dell’interventismo pubblico in economia e le nuove tecnologie, l’outsourcing e le delocalizzazioni, Maastricht, i tanti progetti di sostegno allo sviluppo locale più o meno riusciti, la moneta unica, i processi di privatizzazione e di deregolamentazione dei mercati finanziari e del lavoro e le piccole e medie imprese sotto il peso della finanziarizzazione dell’economia.

E poi l’ultima crisi, nata come crisi finanziaria e speculativa e di un capitalismo senza freni né etica e fatta abilmente pagare a salari e redditi, a pensioni e spesa pubblica. Crisi dove sembra morire ogni idea di politica economica e di politica industriale, con lo stato che si ritira sempre più dall’economia e dal suo governo, indirizzo, orientamento. Dove si assiste ad un ennesimo sciopero degli investimenti (privati e pubblici) ma soprattutto ad un ben più drammatico sciopero delle idee e dell’intelligenza progettuale. Economica e politica.

Alla fine, chiusa l’ultima pagina del libro, resta l’amaro in bocca per le troppe occasioni mancate dall’Italia. Con il paradosso di un paese che non è riuscito e risolvere la sua questione meridionale, divenendo oggi (tutto intero) parte della nuova (voluta, deliberata, ostinatamente perseguita da questa Europa) questione meridionale europea.

alfamigrazioni

Pubblichiamo qui l'editoriale del numero 35 (aprile-maggio 2014) di alfabeta2 appena arrivato in edicola e in libreria

Maggio, andiamo. È tempo di migrare. Quattro anni fa il regime berlusconiano sembrava senza vie d’uscita. Nel calore delle discussioni di allora si fece strada la convinzione che quello scempio morale e culturale non poteva più essere tollerato, che a esso non si potesse più solo resistere resistere resistere, era necessario affrontarlo e combatterlo sul terreno proprio della cultura. Al di là delle voci singole gli intellettuali non potevano più tacere, aggravando così la svalorizzazione e il disprezzo di cui la cultura veniva fatta oggetto, giustificandoli con il loro silenzio e la loro assenza.

Lo strumento collettivo di opposizione elaborato dalla modernità – la rivista cartacea – era già allora in via di obsolescenza, ma non ancora completamente soppiantato dai nuovi media elettronici. Non ci si illudeva sull’efficacia determinante di un tale progetto, ma sarebbe stato comunque il segno che la resa finale non era avvenuta, che era ancora possibile far sentire una voce libera, autogestita e autofinanziata. Aspetto essenziale, questo, non tanto per sfuggire a eventuali condizionamenti, quanto per avere una concreta possibilità di sopravvivenza. La quale ci è stata garantita anzitutto dalla generosità dei collaboratori, dalla quantità e dalla qualità delle loro adesioni e dei loro contributi: a partire da quelli degli artisti che hanno magnificamente illustrato le nostre pagine e che, col dono delle loro opere, ci hanno permesso di continuare a esistere.

Ripercorrendo le centinaia di pagine di questi trentacinque numeri crediamo si possa avere un quadro reale del tormentato periodo che abbiamo attraversato. Più di questo, realisticamente, non era possibile fare. In questi quattro anni il declino del paese è proseguito inarrestabile sul piano politico ed economico, insieme a un penoso degrado morale e culturale. Il nostro intervento non si illudeva certamente di arrestarlo o anche solo di limitarlo, ma di renderne sensibile una pur ristretta zona di lettori, non ancora anestetizzati dal magma dell’informazione adulterata, della cultura di massa, della zombizzazione dei network.

Quattro anni dopo, però, il quadro politico, economico, sociale e dunque anche culturale – tanto italiano quanto internazionale – appare, per altri versi, profondamente mutato. Ci troviamo ora nel pieno di una fase di passaggio. In cui si capisce che la crisi globale tuttora in corso non può essere semplicemente il frutto di speculazioni finanziarie finite male per assenza di regole. Sembra invece il segnale della crisi irreversibile di un sistema ancora basato sulla cultura, l’economia e l’organizzazione sociale della vecchia società industriale ottocentesca. Una società che, mentre i dispositivi economici e politici vigenti restano quelli elaborati una generazione fa, ha conosciuto negli ultimi anni modificazioni tecnologiche e sociali profonde quanto sistemiche.

Questi mutamenti repentini devono essere a loro volta affrontati dall’intervento critico della cultura. Più che a testimoniare e difendere la sua persistenza, la cultura oggi è chiamata a decifrare le trasformazioni in corso, per poter ambire a incidere su di esse. Come sempre avviene, passaggi di stato di questa portata vengono annunciati da una serie di segni. Che nel nostro caso, oltre che culturali (se la distinzione ha un senso), sono anche tecnologici.

Quando nell’estate del 2010 riprendevamo le pubblicazioni, a ventidue anni dalla chiusura della prima «alfabeta», sapevamo bene (e infatti a più riprese pubblicamente dichiarammo) che, prima o poi, sarebbe venuto il tempo di passare da un regime a dominante cartacea – l’unico che avesse conosciuto la prima «alfabeta», com’è ovvio, ed entro il quale il sito www.alfabeta2.it ha svolto sinora un ruolo tutto sommato ancillare, di vetrina – a un regime quanto meno misto. Nel quale col tempo inevitabilmente, a misura dei sempre più alti costi di gestione e soprattutto di distribuzione degli oggetti cartacei, la dimensione digitale sempre più avrebbe preso il sopravvento, accentrando su di sé il dibattito culturale.

Non un’alternativa minore da subire, bensì l’occasione di una diversa e più capillare proliferazione. Non a caso non è mai mancata, da parte nostra in questi anni, una riflessione problematica sulle modificazioni di statuto della lettura, e appunto dei suoi supporti. Infine si è rivelato impossibile proseguire la stampa e la distribuzione in edicola della rivista (sfida che però, per un paio d’anni, è stata vinta – anche in termini economici). Cosicché questo numero 35 è il suo ultimo a uscire, nel formato e con la periodicità tradizionali. Le urgenze che ci avevano spinti a metterci in viaggio, quattro anni fa, non sono cessate. Sono ancora lì: mutate ma, forse, ancora più pressanti di allora. E ci impongono di continuare il lavoro.

Così, una migrazione è in corso. In questi giorni www.alfabeta2.it conosce una ristrutturazione che porta in primo piano i suoi contenuti «nuovi»: contenuti che vengono già ricevuti, con cadenza quotidiana, dagli abbonati alla newsletter «alfa+più» (alla quale rinnoviamo l’invito a iscriversi compilando il form sulla homepage del sito) e al suo supplemento settimanale «alfadomenica». Ma altre novità senz’altro conosceranno, in tempi medi, i frequentatori del sito. L’avevamo lanciato, «alfa+più», con lo slogan «l’unico mensile con un supplemento quotidiano».

Ora possiamo dire di essere divenuti a tutti gli effetti un quotidiano in rete: con un supplemento settimanale ricco di contenuti multimediali (un piccolo canale televisivo digitale, in effetti). E non senza pensare, capovolgendo l’ordine dei fattori, a forme di supplemento cartaceo destinate non più all’edicola bensì alla libreria. Dove peraltro «alfabeta2» è stata, in questi anni, una delle poche riviste a mantenere una presenza costante e riconoscibile.

Ecco, presenza. Questo è l’impegno che, in un momento di crisi come l’attuale, intendiamo continuare ad assumerci: nei confronti delle migliaia di lettori e sostenitori che sono stati il nostro vero vanto in questi quattro anni di lavoro. E che speriamo ci continueranno a seguire. Del resto, si sa, l’etimo di crisi è il medesimo di quello di critica. Krinein vale «distinguere, giudicare, dividere»: il giusto dall’erroneo, il vero dal falso; e giorni critici sono detti, in medicina, quelli in cui una patologia evolve verso la sua soluzione (guarigione oppure degenerazione). La crisi implica insomma un passaggio temporale e, insieme, un’alternativa, un bivio; la crisi è il momento della metamorfosi, del passaggio: l’istante in cui si decide del futuro.

Gli anni Zero, dai quali abbiamo preso le mosse, si sono prolungati assai: sino al momento attuale, in effetti. E in molti abbiamo riconosciuto, in essi, una ricapitolazione delle aporie del moderno e del post-: un nodo al pettine. Ora però, questi anni, sembrano finiti; e i nodi, una buona volta, bisogna affrontarli. Davvero, è tempo di migrare.

la redazione

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Una «capretta» vestita di cielo

Antonello Tolve

«L'arte è come una pozzanghera che riflette il cielo, ma può passare anche inosservata. Può essere calpestata, ma l'immagine del cielo si ricompone sempre». Maria Lai non ha mai perso di vista, nel suo lungo cammino, la necessità di fondare un discorso teso a riappropriarsi dell'educazione per svolgere un processo artistico collettivo.

Lo ha evidenziato quando, tra il 5 e l'8 settembre 1981, ha eseguito Legarsi alla montagna, un primo entusiasmante evento estetico che Filiberto Menna ha commentato, per tempo, come la realizzazione del «grande sogno ad occhi aperti dell'arte moderna», quello appunto «di cambiare la vita». E lo ha ribadito quando, nel 1982, rifiutandosi di realizzare un monumento ai caduti, ha deciso di restaurare il vecchio e fatiscente Lavatoio di Ulassai – arricchito da quattro interventi preziosi. Fino alla più recente Casa delle inquietudini e all'ambizioso «progetto di educazione alla lettura e alla comprensione dell'arte» messo in campo con I luoghi dell'arte, «una sorta di alfabeto estetico al quale l'artista si è dedicata per tanti anni».

Legata alla fiaba, alla poesia, al mito, al magico insito tra le trame della natura e della cultura, alla tradizione popolare, al lavoro artigianale (paziente, manuale, mentale) e ad alcuni animali che assurgono a metafora felice di resistenza e di coesistenza (la capra, l'ape, la formica), Maria Lai ha edificato, negli anni, un racconto ricco di figure, di azioni delicate e sincere, di riflessioni spigolose e morbide. «La favola, la poesia, l'arte nutrono più della filosofia e della scienza, ma vengono spinte sempre più ai margini dei programmi scolastici» ha avvertito in un breve trattato del 2008, L'arte e la politica, quasi ad indicare una rinascita che può essere intravista soltanto attraverso una ripresa reale della cultura («senza cultura il caos prende il sopravvento, è vento sull'incendio») e una struttura educativa di natura giocosa e gioiosa, dolce, incantata e incantevole.

Maria Lai.Libro scalpo nero, 2011 (600x450)
Maria Lai, Libro scalpo nero, 2011

È per questo che, per i bambini, ha creato, ad esempio, «il Gioco del volo dell'oca e le Fiabe cucite […], filastrocche e racconti incantati, carichi di metafore e fatata levità, capaci di emozionare anche gli adulti più restii che, del resto, cerca di impegnare nel Gioco Delle Carte» (Appella). A far da ponte levatore dell'immaginazione è stato, per Lai, un ritmo interiore la cui ansia d'infinito ha trasformato il vissuto quotidiano in visione, in spazio mentale, in risvolto segreto della curiosità infantile, in volto di un racconto totale.

Finanche la morte è stata, per l'artista, una porta aperta come lo sguardo felice di una ragazza, come un racconto che, si sa, non può essere raccontato. Fata bambina nata da un dio distratto, Maria Lai ha tramutato, negli anni, le parole in pietra e pane, la tradizione in forma simbolica, l'origine in originale, la favola antica in trama di un racconto cucito – un cucito usato «per creare mondi sfilacciati» (Gandini) – che non sa più qual mano si fece spola ad intrecciarne i fili.

A questo suo ampio itinerario intellettuale (a questo brillante pensiero) il MUSMA – Museo della Scultura Contemporanea di Matera, ha dedicato di recente un appuntamento che, attraverso cento lavori, restituisce gli amori di un'artista generosa e altruista. L’arte ci prende per mano. Cento opere di Maria Lai al MUSMA, questo il titolo scelto da Peppino Appella per aprire una retrospettiva fatta di segni, di disegni, di sculture minime, di telai animati, di documenti che testimoniano la forza e il coraggio di una «capretta ansiosa di precipizi, che non si» può «tenere nel recinto, anche se il lupo la sta aspettando».

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Maria Pietra (libro di fiabe), 1992

Sette Libri in terracotta (2002-2004) e sei cuciti (tra questi sfilano il Libro scalpo nero, il Libro delle Formiche rosse e il Libro di Maria Pietra), tre pani, cinque piccoli telai nella roccia (1994), delicati presepi, un grande Varano e un ventaglio di disegni – Giuliana (1947), una Donna seduta (1948), Anna (1952) e il ritratto di Salvatore Cambosu (1952) ne sono alcuni – rappresentano, assieme ad alcuni collage, ad una una tovaglia e ad un cartiglio pregiato, soltanto alcuni gioielli di un percorso, di una prassi che mira ad alleggerire il mondo con una grammatica immaginifica tesa a ricostruire i rapporti interpersonali attraverso operazioni comunitarie, esperienze estetiche che si aprono «al colloquio e alla solidarietà».

Affiancata (nella Biblioteca Scheiwiller) da una «nutrita raccolta di immagini e documenti […] utili per mettere in luce i momenti salienti del lungo viaggio di Maria Lai nella contemporaneità», la mostra offre, via via, una sfilata di lavori che invitano ad aprire nuove riflessioni sull'uomo e sui grandi temi della vita comune. Ma anche, e soprattutto, sui brani chiari di una disposizione (di una inclinazione) pedagogica che è coinvolgimento attivo, meraviglia e silenzio, sguardo spinto al di là dei recinti del linguaggio, programma estetico teso a fare arte per tutti, ad avvicinare all'arte e a comunicare in modo diretto con la collettività.

Sommario alfabeta2 n°35 – aprile/maggio 2014

Editoriale
Alfamigrazione

EUROPA
Karl Heinz Roth e Zissis Papadimitriou
Europa, mon amour
Lelio Demichelis
L’Europa sadica
Quando perseverare è ideologico
Luciano Gallino. L’altra Europa
Disciplinare il capitalismo
Conversazione con Lelio Demichelis
Laura Bazzicalupo
La conquista delle anime
La bioeconomia europea della crisi
Gino Di Maggio
Un sodalizio molto speciale
L’asse Parigi-Berlino
Mario Pianta
Sbilanciamo l’Europa
Per un’alternativa

■ FEMMINISMO E LIBERTÀ
Cristina Morini
Tutta la vita deve cambiare
Nicoletta Poidimani
Per un femminismo post-vittimista
Daniela Pellegrini, una donna molto singolare
Conversazione con Chiara Martucci
Beatrice Busi e Simona de Simoni
Soggettività insolventi
Prospettive femministe al tempo della crisi
Alessandra Ghimenti
Paestum, con ri-guardo
Pamela Marelli
La prima femminista
Carlotta Cossutta e Arianna Mainardi
Oggi, qui: nuove sfide

■ L’AFFERMAZIONE SUICIDA
Paolo Fabbri
Il complesso di Sansone
Marzio Barbagli
Effetto Werther ed effetto Papageno
Massimiliano Coviello
Terrore kamikaze
Marco Moneta
Pratiche controverse: la sati

■ OSSERVAZIONE GIORNALISMO: LA MEDIAMORFOSI 2
Maria Teresa Carbone e Fabrizio Tonello
I ricchi e i poveri
Del giornalismo mondiale
Marco d’Eramo
Quanto costa la merce informazione
G.B Zorzoli
Brave New World
Mauro Forno
Al servizio dei padroni

■ SALVO
Renato Barilli
Archeologie del futuro
La pittura: due o tre cose che so di lei
Conversazione con Luigi Meneghelli
Giuseppe Pontiggia
La riscoperta della pittura

■ IL FOTOGRAFICO
Andrea Cortellessa
Un sogno di vigilanza
Raffaella Perna
L’effetto Galton
Détournements fotografici del paradigma sicuritario
Gian Maria Annovi
Foto-femminino
Tre tesi sull’identità
Stefano Velotti
Il controllo dell’arte
Estetiche contemporanee della fotografia
Elisabetta Marangon
Un nuovo viaggio in Italia
Giorgio Falco
Io sono alla terza persona
Sabrina Ragucci
Il contrario di un sogno

■ ECOLOGIA POLITICA E ANTICAPITALISMO
Stéphane Haber
Tra marxismo ed ecologismo
Davide Gallo Lassere
Tra linee di frattura e ricomposizioni
Marino Badiale
La decrescita è rivoluzionaria
Ma i marxisti non lo sanno
Andrea Inglese
Il terzo intruso
Per un’autocritica delle forme di vita quotidiane
Paul Guillibert
Decolonizzare la natura

■ ARTE PUBBLICA
Manuela Gandini
L’opera plurale e liquida
Arte sociale, relazione urbana
Christian Caliandro
Al tempo della crisi
Carlo Antonio Borghi
Maria Penelope Lai
Tiziana Migliore
Squarci nel muro
Francesca Pasini
L’Arte Siamo Noi

■ MODERNITÀ/CONTEMPORANEITÀ
Nicolas Martino
Tzimtzum
Sulla domesticazione moderna
Paolo Godani
L’anima moderna del neoliberalismo
Marco Assennato
Unfinished Italy
Architettura «compiuta» della modernità politica
Riccardo Venturi
Punk Picasso
Punkizzare la modernità
Augusto Illuminati
Rovine
Andrea Cortellessa
Un’archeologia del futuro

■ SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

Speciale AlfaECOLOGIA
a cura di Marco Scotini

Piero Gilardi
Politiche della vegetazione
Conversazione con Marco Scotini
Philippe Zourgane
La piantagione come matrice della colonizzazione
Critical Art Ensemble
Precarietà e nuove alleanze
Claire Pentecost
Campi di zombie
Agricoltura biotech e privatizzazione del sapere
Fernando García-Dory
L’artista come agro-ecologista
Tiziana Villani
Ecologia politica
Marjetica Potr
Orti comunitari a Soweto
Intervista di Marco Scotini

ilRACCONTO
Antonín Kosík
Racconti

laPOESIA
Rosaria Lo Russo
Nel nosocomio

iLIBRI
Andrea Inglese
su Yves Citton
Paolo Godani
su Daniele Giglioli
Giorgio Tinazzi
su Paolo Bertetto
Alberto Boatto
su Stefano Catucci e Simon Winchester
Riccardo Donati
su Elena Cappellini
Stefano Colangelo
su Vittorio Sereni
Andrea Cortellessa
su Valerio Magrelli
Antonella Anedda
su Gian Maria Annovi
Paolo Giovannetti
su Gherardo Bortolotti e Alessandro Broggi
Stefano Garzonio
su Marietta Cudakova
Federico Francucci
su John Barth
Luigi Azzariti Fumaroli
su Louis Wolfson
Paola Décina Lombardi

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