alfadomenica marzo #5

GALLO LASSERE e VAN PARIJS – STAID e PEZZONI – GENTILUOMO Poesia – COMPAGNIA DELLA FORTEZZA Video – CAPATTI Ricetta *

IL REDDITO DI BASE COME CAMPO DI BATTAGLIA
Davide Gallo Lassere

Questo breve testo di presentazione vuole inaugurare una serie di interviste volte a sondare le diverse poste in palio, teoriche e politiche, attinenti alla questione del reddito di base incondizionato (RBI).
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SUL REDDITO DI BASE INCONDIZIONATO
Intervista a Philippe Van Parijs a cura di Mouvements
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LA CITTÀ SRADICATA
Intervista di Andrea Staid a Nausica Pezzoni

Attraverso 100 mappe di Milano disegnate da altrettanti migranti al primo approdo affiora e prende forma la geografia di una città pressoché sconosciuta a chi è residente stabile: una città che include, che attrae, che divide, che mette in relazione o che si fa temere, a seconda dei significati di cui si caricano i suoi spazi nell’osservazione di chi inizia ad abitarli.
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PROMENADE & WELTANSCHAUUNG - Poesia
Paolo Gentiluomo

e magari fosse stato quel giorno davvero
che insieme e altrove le lingue si fusero
di Karl Popper e Moana Pozzi e m’alleo con loro
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LIBERI DI CREARE - Video
I 25 anni della Compagnia della Fortezza
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MILLE RICETTE QUASI UGUALI - Ricetta
Alberto Capatti

Abbiamo dunque scelto una ricetta pitagorica. la ricetta è un omaggio ai lettori di alfabeta con una precisazione, domanda più lettere che talento culinario. Eccola.
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*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

La città sradicata

Intervista di Andrea Staid a Nausica Pezzoni

Attraverso 100 mappe di Milano disegnate da altrettanti migranti al primo approdo affiora e prende forma la geografia di una città pressoché sconosciuta a chi è residente stabile: una città che include, che attrae, che divide, che mette in relazione o che si fa temere, a seconda dei significati di cui si caricano i suoi spazi nell’osservazione di chi inizia ad abitarli.

La città contemporanea è solcata in modo sempre più profondo dalle traiettorie di popolazioni erranti. Individui dalle molteplici provenienze occupano gli spazi urbani senza necessariamente stabilirsi e riconoscersi in essi: un abitare che ha perso i tradizionali requisiti di identificazione e appartenenza e che mette in discussione il senso di radicamento dell’esperienza abitativa fondata sulla stabilità, con cui da sempre si è misurato il progetto urbanistico.

Nel suo libro La città sradicata. Geografie dell’abitare. I migranti mappano Milano (ObarraO, 2013) Nausica Pezzoni organizza un’indagine che permette al migrante di appropriarsi della città, costruendo un campo di mediazione tra il proprio spaesamento e il territorio in cui si trova a vivere: immaginare e rappresentare la geografia urbana corrisponde al tentativo di abitare mentalmente la città, e dunque di potersi pensare come abitante. Un’esplorazione che consente a chi voglia leggere il mutamento di addentrarsi nella città in trasformazione, osservando quell’abitare senza abitudine che è specifico del migrante e che potrebbe ora diventare la condizione etica della contemporaneità che tutti abitiamo.

A.S. La città sradicata è un libro veramente originale, personalmente sentivo l’esigenza di una pubblicazione come questa, il racconto di come immaginano e vivono la città i migranti, uomini e donne che vivono un vero sradicamento con le loro città, come è nata l’idea di questa pubblicazione?

N.P. L’idea di esplorare la città attraverso lo sguardo dei migranti deriva dall’osservazione di come stanno cambiando le forme e i significati dell’abitare nella città contemporanea, attraversata in modo sempre più profondo dalle traiettorie di vita di popolazioni in transito. L’ipotesi che ha dato vita a questa ricerca è che la condizione di instabilità, sia connaturata all’abitare contemporaneo, cioè che riguardi un modo di relazionarsi con la città che coinvolge, seppur con intensità e modalità diverse, tutti i suoi abitanti. Un’ipotesi che mi ha indotta a considerare l’abitare dei migranti come paradigmatico di un cambiamento di prospettiva nel rapporto tra individuo e spazio – dall’identificazione col territorio abitato a una relazione di non appartenenza, mutevole, aperta, in divenire con la città.

Indagare lo sguardo degli altri su un territorio che è, per chi non vi appartiene e non vi si riconosce, un terreno di esplorazione oltre che di spaesamento, è diventata la sfida per pensare la città contemporanea dall’interno di un abitare che ne sta progressivamente tratteggiando le forme; ed è un modo per prendere distanza da un’immagine consolidata del territorio che abitiamo, lasciando affiorare forme di relazione con lo spazio dove il significato attribuito ai diversi luoghi definisce i contorni di un’appartenenza di nuovo genere: un “abitare senza abitudine” che lo sguardo estraniato dei migranti ci consente di scoprire. L’idea di questa pubblicazione nasce anche dalla necessità di colmare un vuoto nel campo della progettazione urbanistica, studiando una dimensione che non viene trattata, pur essendo sempre più urgente: quella della transitorietà dell’abitare, che non può essere ignorata se si vuole fare spazio a una città di tutti.

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Alokeparna - India

A.S. Molto interessante il fatto che nel libro trovino spazio le mappe disegnate dai migranti. Si riappropriano della città e ce la descrivono a modo loro, queste mappe hanno una doppia valenza quella dell’immaginazione e ridefinizione degli spazi urbani e quello artistico per la peculiarità della realizzazione grafica, come hai fatto a fartele dare? come sei arrivata ad avere questi contatti con i migranti?

N.P. Le 100 mappe di Milano disegnate dai migranti sono il cuore del libro: rappresentano lo strumento di mediazione tra uno spazio esterno per lo più sconosciuto, nuovo, e un’esperienza – interna, intima – di relazione con quello spazio. Una relazione che viene vissuta quotidianamente e che tuttavia non è riconosciuta dal migrante, il quale alla richiesta di disegnare una mappa, all’inizio dell’intervista, risponde quasi sempre con un rifiuto, giustificandosi con l’affermazione di non aver nulla da rappresentare non conoscendo la città e non avendo le competenze per poterne raffigurare gli spazi.

La mappa è dunque uno strumento per prendere coscienza della città, primo passo per provare ad abitarla: immaginare e rappresentare la geografia urbana corrisponde al tentativo di abitare mentalmente la città e, attraverso questo gesto, di appropriarsi di uno spazio che da sconosciuto, o provvisto di pochissimi riferimenti, può diventare più articolato, più complesso, dove anche chi è arrivato da poco tempo può iniziare a pensarsi come abitante.

Nella molteplicità dei disegni raccolti si mostra la doppia valenza - conoscitiva e artistica - di queste mappe. Ogni disegno racconta una città, che è l’esito dell’interpretazione soggettiva e irripetibile di ogni migrante nel rapporto innescato con i suoi spazi. La realizzazione grafica che ne risulta è sua volta l’espressione originale e unica del modo di osservare, descrivere, astrarre, tratteggiare su un foglio bianco la propria idea ed esperienza di città. È questa pluralità di segni, questa irriducibilità a una sintesi, il valore artistico del lavoro: il senso poetico di poter osservare una città rappresentata da infinite narrazioni.

La valenza conoscitiva di un’esplorazione come questa è strettamente connessa all’aspetto artistico, poiché è attraverso il gesto creativo del disegnare che si compie quel processo di appropriazione per cui un territorio estraneo, spaesante, diventa pensabile. E il valore conoscitivo delle mappe è doppio a sua volta: il migrante disegna uno spazio urbano per lui nuovo, e nel disegnarlo inizia a vederlo e a riconoscerlo, mostrando simultaneamente i tratti di una città che all’osservatore esperto non sono ancora noti. Lo sguardo estraniante fa allora emergere il piano non ancora pensato di una città in divenire, che si dispiega generando, per il migrante, consapevolezza dello spazio vissuto, e per il ricercatore conoscenza di una realtà inesplorata.

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Sobhy Ramadan - Egitto

I contatti con i migranti sono avvenuti scegliendo innanzi tutto un metodo di campionamento: chi intervistare e dove cercare i possibili intervistati. Ho scelto un campione che fosse il più possibile eterogeneo sia dal punto di vista della provenienza geografica – sono stati intervistate persone provenienti d 41 diversi Paesi - sia dal punto di vista degli spazi della città frequentati dai migranti al primo approdo.

Nelle strutture di primo approdo ho intervistato, oltre ai migranti, gli operatori, in modo da dare forma, da un altro punto di vista, al paesaggio dell’abitare transitorio, per contrappunto all’immagine prodotta dalle mappe. Sia nei luoghi predisposti alle funzioni di accoglienza, sia in quelli più informali, le interviste si sono svolte autonomamente, in un rapporto diretto tra ricercatrice e migrante, senza interferenze da parte dei mediatori. La scelta di condurre personalmente l’indagine - e non, per esempio, di distribuire questionari o di delegare a terzi le interviste – declinando di volta in volta le domande a seconda della ricettività mostrata dal migrante, si è rivelata fondamentale per poter pervenire alla realizzazione delle mappe.

A.S. Puoi dirci qualcosa sul metodo che hai utilizzato per costruire la tua ricerca?

N.P. Le mappe sono state realizzate sulla base di un’intervista semi-strutturata, in cui a ciascun migrante è stato chiesto di rappresentare i luoghi più significativi della relazione iniziale con la città, e in particolare di disegnare i riferimenti usati per orientarsi, i luoghi abitati fin dall’arrivo a Milano, i percorsi più frequenti, i nodi, cioè i luoghi di aggregazione, quelli in cui si svolgono le attività collettive nello spazio pubblico, e i confini, che sono i luoghi inaccessibili, le mura immaginarie della città.

Questo metodo di esplorazione del territorio attraverso il disegno degli elementi percepiti dagli abitanti ripercorre quanto aveva fatto 50 anni fa Kevin Lynch, un maestro dell’urbanistica moderna, che per primo ha esplorato il significato dei luoghi attraverso l’esperienza diretta degli abitanti, ha cioè analizzato la forma della città a partire da chi la abita, introducendo lo strumento della mappa mentale con cui far raffigurare agli abitanti la loro immagine della città.

Murat
Murat

Lynch chiudeva la sua indagine, condotta con gli abitanti di 3 città americane, interrogandosi su quale potesse essere, alla luce della molteplicità delle popolazioni urbane che già stava emergendo, l’immagine di un ambiente sconosciuto per chi lo osservava per la prima volta, e precisamente chiedendosi “Come fa un estraneo a costruire l’immagine per una città che gli è nuova?”. Questa domanda, a mezzo secolo di distanza da quando fu posta, mi è apparsa di straordinaria attualità, e ha fornito lo spunto per proseguire il lavoro di Lynch applicando, attualizzando e adattando il suo metodo di indagine rispetto alla condizione specifica del migrante nella città contemporanea.

L’immagine complessiva che emerge dalle mappe è quella di una città che include, che attrae, che divide, che mette in relazione o che si fa temere, a seconda dei significati che assumono i suoi spazi nell'osservazione di chi si dispone ad abitarli. L’interpretazione delle mappe non si propone di pervenire a un’immagine unitaria della città descritta dai migranti: utilizzando come chiavi di lettura gli stessi elementi su cui si è fondato il disegno, cerca di lasciar parlare la stratificazione della città che la somma di tutte le mappe fa affiorare: dando voce alla molteplicità dei significati attribuiti ai diversi elementi, ciascuno dei quali rappresenta il contenitore ed è esso stesso il contenuto di un’esperienza dell’abitare.

A.S. Quindi la tua proposta è di partecipazione? Pensi che in futuro chi amministra la città sarà in grado di ascoltare la voce di chi vive e ridisegna le nostre città? Saremo in grado di stare al passo con le mutazioni culturali contemporanee?

N.P. Attraverso la rappresentazione della città i migranti apportano al territorio in cui si trovano ad abitare una visione che è anche, implicitamente, trasformativa. Come scrive Farinelli, “ogni carta è innanzi tutto un progetto sul mondo (…) e il progetto di ogni carta è quello di trasformare – giocando d’anticipo, cioè precedendo – la faccia della terra a propria immagine e somiglianza”1.

In questo senso il libro prefigura una partecipazione che non è direttamente finalizzata a un progetto; e tuttavia propone di coinvolgere i migranti nel pensare la città in una fase che precede e che fonda il progetto, dal momento che il riconoscimento di quello che è il proprio ambiente di vita, e di come ci si muove al suo interno, apre la strada alla possibilità di osservarlo in qualità di artefici delle trasformazioni, non più di ospiti di un territorio altrui.

La mia proposta è anche di responsabilizzazione: chi abita la città, in qualunque forma – più o meno instabile, più o meno radicata – e per qualunque intervallo di tempo, è chiamato a esprimersi, a riconoscere il suo ruolo di abitante, a sforzarsi di capire dove e come abita e a metterlo in relazione con gli altri. È sorprendente come cento migranti, nonostante il disorientamento, l’incredulità, l’incomprensione, spesso l’opposizione alla richiesta di disegnare, abbiano accolto quell’improbabile scarto che li ha indotti a un’osservazione creativa della città, partecipando pienamente a un progetto privo di una finalità dall’evidenza immediata.

In futuro un’amministrazione che intenda conoscere come è, e come sta cambiando, la realtà urbana attuale, dovrà ascoltare la voce di chi la vive e la ridisegna; se il migrante rappresenta una figura emblematica del nostro tempo, il suo punto di vista sradicato dovrà certamente essere incluso da chi è chiamato a dare forma a una città che voglia intercettare la domanda di abitabilità del presente.

In questo libro si prospetta un salto ulteriore: nel coinvolgere soggetti che abitanti ancora non sono, viene proposta un’apertura del disegno della città a individui che, pur abitandola, non hanno ancora completamente acquisito la consapevolezza di farne parte, né conquistato il riconoscimento di abitanti veri e propri da parte della comunità già presente. L’abitante sradicato viene eletto a sovvertire nuovamente il terreno dei soggetti chiamati a esprimersi sulla città. Penso che per stare al passo con le mutazioni culturali contemporanee, dovremmo continuamente produrre una relazione – con il territorio, la società, il mondo –aperta a scoprire l’altro da sé, una relazione che lasci parlare il gesto creativo degli altri non perché strumentale a un progetto dato, ma perché generativo di nuovo pensiero.

  1. Franco Farinelli, I segni del mondo. Immagine cartografica e discorso cartografico in età moderna, La Nuova Italia, 1992, p. 77 []

Sul reddito di base incondizionato

Intervista a Philippe Van Parijs a cura di Mouvements

Mouvements: Lei è uno dei principali sostenitori del reddito di base incondizionato nel mondo, com’è arrivato a difendere questa idea?

Philippe Van Parijs: Risale al 1982. Ci sono arrivato per due vie. La prima partiva dall’urgenza di proporre una soluzione ecologicamente responsabile alla disoccupazione. Vi era una disoccupazione molto importante in Belgio, e anche quando la congiuntura era buona, la disoccupazione non diminuiva. Per la grande coalizione dei padroni e dei sindacati, della sinistra e della destra, non vi era che una soluzione per risolvere questo problema: la crescita. Più precisamente, un crescita il cui tasso doveva essere più elevato del tasso di aumento della produttività, esso stesso elevato. Per degli ecologisti, tuttavia, una corsa accellerata alla crescita non poteva rappresentare una soluzione. È in questo contesto che mi è venuta l’idea di un reddito universale, che proposi allora di battezzare allocazione universale in modo da suggerire un’analogia con il suffragio universale.

Un tale reddito separa parzialmente il reddito generato dalla crescita e il contributo a questa crescita. Deve consentire di lavorare meno a quelle persone che lavorano troppo, liberando così degli impieghi a favore di altre persone che invece non trovano lavoro. Un reddito universale è una sorta di tecnica agile di redistribuzione del tempo di lavoro che affronta il problema della disoccupazione senza dover puntare su una corsa folle alla crescita.

La seconda via che mi ha condotto all’allocazione universale è più filosofica. All’inizio degli anni ’80, molte persone che, come me, si situavano a sinistra, si rendevano conto che non aveva più alcun senso vedere nel socialismo e la proprietà collettiva dei mezzi di produzione, il futuro desiderabile del capitalismo. Si cominciò allora a riconoscere pienamente che se i regimi comunisti non avevano risposto alle speranze immense che avevano fatto nascere, non era per delle ragioni puramente contingenti. D’altra parte, era importante ai miei occhi riformulare una visione del futuro che potesse entusiasmare, farci sognare, mobilitarci. Ora, il reddito universale e incondizionato non è forse interpretabile come una via capitalista verso il comunismo, inteso come una società che può scrivere sul proprio vessillo: “da ognuno (volontariamente) secondo le sue capacità, a ciascuno (incondizionatamente) secondo i suoi bisogni”?

Una società di mercato dotata di un’allocazione universale può in effetti essere compresa come una società nella quale una parte del prodotto è distribuita secondo i bisogni di ciascuno, eventualmente variabile in funzione dell’età e integrabile a beneficio di certe persone che hanno dei bisogni particolari, per esempio di mobilità. Più questo reddito universale è elevato, più il contributo di ognuno alla società è un contributo volontario, motivato dall’interesse intrinseco all'attività svolta piuttosto che dal bisogno di guadagnarsi da vivere. Più la parte del prodotto distribuita sotto forma di reddito incondizionato è grande, più ci si avvicina a questa società “comunista”, intesa come una società in cui l’insieme della produzione è distribuito in funzione del bisogno anziché in funzione dei contributi. Se, da allora, ho scoperto numerosi predecessori, non ho ancora trovato alcun problema decisivo che mi abbia condotto ad abbandonare questa idea. Ho letto e ascoltato migliaia di obiezioni e ho rapidamente acquisito la convinzione che la più seria non sia di natura tecnica, economica o politica, bensì di natura etica, e a questa ho tentato di rispondere in Real Freedom for All.

M: Questa questione è stata oggetto di una controversia accademica con John Rawls, si tratta della questione del surfista di Malibu. È davvero legittimo versare un reddito a una persona che non lavora?

P. V. P.: A proposito di questa questione, il mio primo incontro con John Rawls fu al contempo una delle più grandi delusioni e uno dei più grandi stimoli intellettuali della mia esistenza. […] Nella sua Teoria della giustizia (1971), Rawls menziona esplicitamente l’imposta negativa sul reddito a titolo d’illustrazione della messa in pratica del principio di differenza. Ora, in certe versioni, come quella difesa da James Tobin, l’imposta negativa non è nient’altro che ciò che Tobin chiamerebbe demogrant, ossia l’allocazione universale. Inoltre, l’economista di riferimento di Rawls, colui da cui prende in prestito l’espressione che designa ciò che ai suoi occhi costituisce il miglior regime socio-economico – la property-owning democracy – non è altri che il premio Nobel per l’economia James Meade, grande difensore del reddito incondizionato dagli anni Trenta fino ai suoi ultimi scritti.

Su questa base mi pare evidente che un’interpretazione accorta del principio di differenza non giustifichi solo una forma di reddito minimo, ma più precisamente un’allocazione universale più elevata possibile. Evidente per me ma – a mia grande sorpresa – affatto per Rawls, il quale mi ribatté all’incirca: “prendiamo i surfisti di Malibu. Se trascorrono le loro giornate facendo surf, a questo punto non sarebbe giusto domandare alla società di provvedere ai loro bisogni!” […] Ho allora cercato di giustificare un reddito incondizionato senza appoggiarmi al “principio di differenza” di Rawls, ma restando fedele a due intuizioni di base di un approccio liberale ugualitario alla Rawls: uguale preoccupazione per gli interessi di ciascuno (la dimensione ugualitaria) e uguale rispetto per le differenti concezioni della vita buona (la dimensione liberale), senza perfezionismi antiliberali, favorevoli a una vita di lavoro.

M: Si ritiene dunque un liberale ugualitario?

P. V. P.: Esatto, un liberale di sinistra, se volete, a condizione di definire chiaramente questi termini. Essere “liberale”, in senso eminentemente filosofico, non significa essere pro-mercato o pro-capitalismo. Significa semplicemente sostenere che una società giusta non deve essere fondata su una concezione preliminare di ciò che deve essere una vita buona, su un privilegio accordato all’eterosessualità rispetto all’omosessualità, per esempio, o a una vita religiosa rispetto a una da libertino (o il contrario), ecc. Una concezione liberale presuppone che vi sia un modo per definire ciò che è una società giusta senza appoggiarsi su una concezione della vita buona, della perfezione umana – vita buona che certe istituzioni dovrebbero tentare di rendere possibile e ricompensare. Tra i liberali, però, vi sono quelli di destra e quelli di sinistra. Quelli di sinistra ritengono che sia apriori ingiusto che i membri di una società dispongano di mezzi ineguali per realizzare la loro concezione della vita buona. Di conseguenza, il giusto è l’uguaglianza delle risorse.

M: Nel 1986, ha partecipato alla creazione di ciò che diventerà il BIEN.

P. V. P.: Il Basic Income European Network, un’eccellente combinazione di un nome inglese e un acronimo francese o spagnolo. Da allora il BIEN organizza un congresso ogni due anni. Nel 2004, al congresso di Barcellona, mi sono lasciato convincere, in particolare dal senatore brasiliano Eduardo Suplicy, a trasformare la nostra rete in una rete mondiale, mantenendo l’acronimo BIEN ma modificandone l’interpretazione in Earth Network. Era logico, visto il numero crescente di persone non europee che partecipavano al congresso.

M: Avete creato il BIEN nel 1986 e si è diffuso in diversi Paesi. Come spiega il fatto che nessun paese, anche sviluppato, non abbia ancora messo in pratica l’allocazione universale né nemmeno incominciato un serio dibattito a tal proposito?

P. V. P.: C’è stato un dibattito autentico in certi Paesi, ma a corrente alternata. Un caso esemplare sono i Paesi Bassi. […] Anche nei casi in cui non si è troppo lontani da una concreta realizzazione – i Paesi Bassi dispongono già di una pensione di base, di allocazioni famigliari, di un reddito minimo condizionato e di crediti d’imposta rimborsabili –, si tratta di un profondo cambiamento della maniera in cui si concepisce il funzionamento della società e la distribuzione dei redditi. Non si può dunque aspettarsi che tutto fili liscio come l’olio. Tanto più che ci sono diversi ostacoli contro i quali si sbatte sistematicamente.

Il primo può essere formulato sotto forma di un dilemma: o le cose vanno troppo bene economicamente, e ci si dice “non c’è bisogno di un’allocazione universale”, o vanno troppo male economicamente, e ci si dice “non c’è denaro per finanziarla”.

Il secondo ostacolo strutturale è che si tratta di un’idea che divide persone che sono abitualmente dalla stessa parte della barricata, a destra come a sinistra del resto. […] A sinistra, il conflitto riguarda un’altra questione: perché siamo contro lo sfruttamento capitalistico? Ce ne sono che sono contro lo sfruttamento poiché “è inaccettabile che i proletari siano obbligati a vendere la loro forza-lavoro”. In questo caso fornire un’allocazione universale è magnifico, poiché se i proletari lavorano è perché il lavoro è davvero attraente. Si tratta di uno strumento potente al servizio dell’emancipazione dei proletari, dunque se ci si situa a sinistra non si può che essere favorevoli. Ma ce ne sono altri che sono contro lo sfruttamento capitalistico perché permette ai capitalisti di vivere senza lavorare. Ora, i partigiani dell’allocazione universale vorrebbero estendere questa possibilità scandalosa all’insieme della popolazione offrendo a ognuno un’opzione che per fortuna oggi è privilegio di una piccola minoranza. La ragione etica dell’opposizione allo sfruttamento capitalistico è profondamente differente nei due casi, e il dibattito sull’allocazione universale rende manifesta questa tensione.

Un terzo ostacolo al quale è importante prestare attenzione riguarda l’opposizione dei sindacati. Ci sono certi sindacati che hanno sostenuto l’allocazione universale. Nei Paesi Bassi un sostenitore molto forte del movimento per l’allocazione universale, era un sindacato del settore agroalimentare con una maggioranza di donne e di lavoratori a tempo parziale. Non è un caso. Ma in generale i sindacati, nella misura in cui si interessano a un’idea così lontana dalle loro rivendicazioni tradizionali, sono piuttosto ostili. Peraltro l’allocazione universale rappresenta anche un formidabile fondo per gli scioperi: si può scioperare percependo l’allocazione universale. Ciò non dovrebbe costituire un’acquisizione cruciale dal punto di vista sindacale? Non necessariamente. Poiché, con l’allocazione universale, i lavoratori individuali sono anche meno dipendenti dai sindacati.

M: La questione dell’allocazione universale è una questione poco investita dalle donne, perché?

P. V. P.: Non mi sembra che sia una questione meno investita dalle donne rispetto ad altre questioni di politica pubblica. Quale che sia il contesto e il modo di finanziamento, l’instaurazione di un’allocazione universale profitterà maggiormente alle donne che agli uomini. Redistribuirà del reddito dagli uomini verso le donne, e rappresenterà in particolare per le donne un allargamento più consistente delle loro possibilità. In certe sperimentazioni concrete condotte negli Stati Uniti durante gli anni ‘60 vi era stata in primo luogo una riduzione, non enorme ma statisticamente significativa, dell’offerta di lavoro di secondary earners, ossia di membri che contribuivano alla famiglia con un secondo reddito, in gran parte donne. E, in secondo luogo, il tasso di divorzi era aumentato. Che cosa riflette ciò? Da una parte, che certe donne hanno usufruito della possibilità di rifiutare la doppia giornata di lavoro, smettendo di correre dalla loro famiglia al loro impiego, di respirare maggiormente; e, dall’altra parte, che un certo numero di loro si son dette “ne ho abbastanza di quest’uomo, ora che dispongono di un po’ di autonomia finanziaria, me ne vado”…

Traduzione di Davide Gallo Lassere
Leggi la versione originale in francese

Il reddito di base come campo di battaglia

Davide Gallo Lassere

Questo breve testo di presentazione vuole inaugurare una serie di interviste volte a sondare le diverse poste in palio, teoriche e politiche, attinenti alla questione del reddito di base incondizionato (RBI). Da diversi anni ormai il RBI costituisce un argomento che sostanzia il dibattito in seno ai movimenti sociali e alla forze critiche – di diverso orientamento – ancora presenti nelle cerchie accademiche. Da un lato, infatti, si sono progressivamente consolidate delle reti nazionali e internazionali che promuovono istanze atte a salvaguardare un accesso a beni e servizi indipendente dalla quantità e dal tipo di prestazioni fornite, su tutti il Basic Income Earth Network .

Dall’altro, invece, la questione del reddito attraversa numerosi campi del sapere e delle pratiche: dalla filosofia sociale ed economica alle scienze politiche, passando per la sociologia, l’antropologia, l’economia politica e le politiche economiche. In Italia, tuttavia, a differenza di altri contesti nazionali, tale problematica stenta a trovare lo spazio politico e intellettuale che le spetta. Peggio ancora: in violazione alle normative vigenti, l’Italia costituisce la sola nazione europea insieme a Grecia e Ungheria a non prevedere ancora alcuna forma di sostegno diretto al reddito, incappando in sanzioni pecuniarie.

Erogato a chiunque sotto forma di un versamento regolare di denaro, senza nessuna contropartita in cambio, il RBI si caratterizza dunque come un vettore concreto per una riforma del welfare all’altezza delle trasformazioni concernenti il nuovo mondo del lavoro – via via più immateriale, precario e fondato sulla conoscenza e la produzione cooperativa di ricchezza a monte e a valle dell’attività svolta nei confini ristretti del luogo e del tempo di lavoro. Il RBI può così essere considerato come un dispositivo di liberazione del lavoro, nel senso soggettivo e oggettivo del genitivo.

Esso contribuisce a creare delle condizioni lavorative migliori, diminuendo la pressione della costrizione monetaria, ma offre anche un appoggio materiale a chi desideri ritagliarsi maggiori margini di vita aldilà di questa sfera. Il RBI si rivela non soltanto un mezzo finalizzato a supportare una flessibilità attiva, che facilita il potere di negoziazione dei salariati e la ricerca di un lavoro. Ma si caratterizza inoltre come una forma di riconoscimento, sociale e monetaria, di tipo extra-lavorativo, in quanto non limita l’inclusione nella vita collettiva alla sola partecipazione al mercato del lavoro.

Il RBI risulta un veicolo di attenuazione della costrizione salariale - ossia di lotta contro lo sfruttamento, la povertà assoluta e l’esclusione) - ma, anche, uno strumento di risocializzazione dell’economia, di imbrigliamento delle logiche finanziarie e, quindi, di riequilibrio delle ricchezze e di riduzione delle diseguaglianze più clamorose. Leva fondamentale per una democratizzazione dell’economico, l’implementazione di un consistente RBI può costituire un viatico decisivo per riconfigurare i modelli stessi di organizzazione e produzione di ricchezza, promuovendo un immaginario e una tipologia di relazioni e di istituzioni sociali lontani dall’utilitarismo economicistico e dalle logiche concorrenziali del neoliberalismo.

Nelle interviste che seguiranno cercheremo perciò di affrontare tale tematica sotto una molteplicità di punti di vista e di aspetti, al fine di restituirne l’importanza cruciale, sia teorica che politica. Tramite l’apporto di studiosi e di attivisti italiani e stranieri, tenteremo di indagare la legittimità etico-economica del RBI così come diverse modalità applicative, rintracceremo delle ricostruzioni genealogiche e proporremo delle critiche di certe interpretazioni. Ne vaglieremo la complementarietà o l’incompatibilità con altre rivendicazioni, e presenteremo differenti esperienze concrete sparse in giro per il mondo, tanto a livello urbano che regionale e nazionale.

Consci che il RBI costituisca una campo di battaglia attraversato da controversie interne e osteggiato da avversari esterni, oltre che da una nutrita schiera di compagni di strada, e convinti che rappresenti un punto attorno a cui si giocheranno delle partite presenti e future estremamente significative, intendiamo sottolineare l’urgenza culturale, politica e socioeconomica di tale istanza.

Leggi l'intervista a Philippe Van Parijs

Promenade & Weltanschauung

Paolo Gentiluomo

*

e magari fosse stato quel giorno davvero
che insieme e altrove le lingue si fusero
di Karl Popper e Moana Pozzi e m’alleo con loro
che in orofaringeo consenso così ben defunsero
prendendo sul serio misure di mondo bara e bocca
magari quel giorno la mia lingua barocca fosse cessata
arsa o lessa pur cremata in defunzione a chi tocca tocca
invece pur persistendo in punta fragranza di memoria
la ritoccata conoscenza m’è rimasta incastrata al palo
ingolfata subissata stracolmata prostrata scarnata
da formicolanti informazioni conformi e deformi
come se non avesse saputo nulla se non negando sempre
e non sapesse nulla di poi se non l’informasse lo stesso poi
che è il dopo di sempre e allora mi sembra di aver dato aria
alla stanza viziata attraverso un buco di serratura mi sembra
che potenza di corpo e bocca e mani mi sia andata per traverso
–grazie Karl, grazie Moana per averci provato

dal poemetto Il mio cuore è il tuo porcile in L’onnivoro digiuno (oèdipus, 2014)

Mille ricette quasi uguali

Alberto Capatti

Sono un maniaco delle varianti linguistiche e culinarie. Considero le ricette, giorno per giorno, ripetitive e sempre diverse, non fosse per la conservazione degli ingredienti o l’umore della cuciniera. Stampate, sembrano immobili ma non c’è da illudersi: sono un copione che l’autore-suggeritore recita, a spizzichi, con pause e riprese, all’attore che cucina e talora divagano.

Eccone tre. Attiro prima l’attenzione sugli espedienti per variare. Anzitutto i titoli. Per indurre a considerare un sugo, una pasta, o diversa o personale o sceffata, basta mutarne il nome, nobilitandola o rendendola popolare. Il secondo espediente consiste nel mettere gli ingredienti in diversa luce, giocando sulla qualità, la provenienza. Il terzo, sostituirne uno solo o aggiungerne un altro che non passa inosservato, dando più o meno sapore al piatto.

Comincio sempre da La scienza in cucina (Rizzoli,2011). Pellegrino Artusi ama intrattenere i suoi lettori, istruendoli, in questo caso sull’aglio che consiglia contro il parere di medici ed igienisti (Mantegazza in primis). Ecco la ricetta n° 65:

Spaghetti alla rustica

Gli antichi Romani lasciavano mangiare l’aglio all’infima gente, e Alfonso re di Castiglia tanto l’odiava da infliggere una punizione a chi fosse comparso a Corte col puzzo dell’aglio in bocca. Più saggi gli antichi Egizi lo adoravano in forma di nume, forse perchè ne avevano sperimentate le medicinali virtù; e infatti si vuole che l’aglio sia di qualche giovamento agl’isterici, che promuova la secrezione delle orine, rinforzi lo stomaco, aiuti la digestione e, essendo anche vermifugo, serva di preservativo contro le malattie epidemiche o pestilenziali. Però, ne’ soffritti, state attenti che non si cuocia troppo, chè allora prende assai di cattivo.

Ci sono molte persone, le quali, ignare della preparazione dei cibi, hanno in orrore l’aglio per la sola ragione che lo sentono puzzare nel fiato di chi lo ha mangiato crudo o mal preparato; quindi, quale condimento plebeo, lo bandiscono affatto dalla loro cucina; ma questa fisima li priva di vivande igieniche e gustose, come la seguente minestra la quale spesso mi accomoda lo stomaco quando l’ho disturbato: Fate un battutino con due spicchi d’aglio e un buon pizzico di prezzemolo e l’odore del basilico se piace; mettetelo al fuoco con olio a buona misura e appena l’aglio comincia a colorire gettate nel detto battuto sei o sette pomodori a pezzi condendoli con sale e pepe. Quando saranno ben cotti passatene il sugo, che potrà servire per quattro o cinque persone, e col medesimo unito a parmigiano grattato, condite gli spaghetti, ossia i vermicelli, asciutti, ma abbiate l’avvertenza di cuocerli poco, in molta acqua, e di mandarli subito in tavola onde, non avendo tempo di succhiar l’umido, restino succosi. Anche le tagliatelle sono buonissime così condite.

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La prima ad ispirarsene è Giulia Lazzari Turco, trentina e corrispondente di Artusi, la quale nella seconda edizione del suo Manuale di cucina, pasticceria e credenza per l’uso di famiglia (1910) pubblica questi

Spaghetti alla contadina coll’aglio

Tritate due spicchi d’aglio con un mazzetto di prezzemolo, fateli soffriggere nell’olio bollente, quando l’aglio piglia colore unitevi alcuni cucchiai di salsa di pomodoro e alcuni cucchiai di parmigiano, sale quanto ne occorre, e condite con questo composto gli spaghetti bollenti ma bene scolati. Noterete che il pomodoro fresco è diventato salsa di pomodoro e il basilico è scomparso. Nel titolo compare indebitamente il contadino (che nel 1910 poteva permettersi l’aglio ma non gli spaghetti).

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Terza ricetta, quella di Leo Codacci, autore di Civiltà della tavola contadina (1976). Ribatte il chiodo del contadino che s’abboffa di spaghetti, in anni in cui si cominciano a ricostruire e ad inventare di sana pianta le “tradizioni rurali” e le “vere origini”. Dà però un titolo da amicone, una vera pacca sulle spalle della cuoca. Ecco la sua

Spaghettata della Gabriella

Ricetta per ½ chilo di spaghetti

Prendere 4 spicchi di aglio e tritarli fini, fini ; a parte tritare (fine anch’esso) un bel ciuffo di foglie di prezzemolo. In un piccolo tegamino fondo versare 4 dita di olio d’oliva e l’aglio, mettere sul fuoco molto basso e rigirare continuamente con un cucchiaio di legno, fino a che l’aglio sia diventato appena biondo; aggiungere subito 200 grammi di pelati o meglio pomodori freschi precedentemente sbucciati, salare e far bollire mezz’ora, poco prima di togliere dal fuoco aggiungere il prezzemolo. Lessare gli spaghetti (possibilmente al dente) e condire aggiungendo un pizzico di pepe. Servire caldi. Vino Chianti giovane di Sillano.

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Potrei continuare citando altre ricette stampate, ma oggi, preferisco terminare con google scrivendo “spaghetti alla rustica”. Sorpresa! Ecco alcune perle: negli spaghetti alla rustica della Titta, trovo il burro (s.q.) (semplicementecucinando.it); deve piacere molto perché, fra gli anglofoni, mi imbatto negli spaghetti alla rustica con “butter (3 tablesp.), olive oil /4 tablesp), red onion, canned tomatoes” (morso-nyc.com). In AdessoCucina.com ci sono, alla lettera, gli spaghetti alla rustica dell’Artusi (che non viene citato). Impagabili gli Spaghetti alla rustica di nonnochecchin il cui sugo si prepara “con le verdure fresche di stagione”. Ma quali verdure e di quale stagione? (cookaround.com).

Adesso andate in cucina, continuate voi…