Appunti di viaggio dal Giappone di un secolo fa

Roberto Terrosi

Questo libro ha un’unica pecca: quando entri in confidenza con l’ironica ma penetrante visione di Londres sul Giappone degli anni ’20, che lui vive in prima persona come inviato della rivista illustrata “Excelsior”, ti accorgi con rammarico che il libro è già finito. Aspettavo proprio di leggere il successivo articolo di Londres sulla politica giapponese o su qualche aspetto della cultura nipponica e invece dopo c’era solo la lista degli altri libri della collana. Ciò accade perché questo libro, oltre a essere godibilissimo, è un documento raro e prezioso nel suo genere, poiché riesce ad andare oltre i luoghi comuni orientalisti sul Giappone mistico e incantato o sensuale e guerriero che da Madama Butterfly ad Alan Watts hanno puntualmente appannato la visione del Giappone, trasformandolo in una sorta di favola. Con il suo realismo venato di cinismo Londres ci lascia invece un’immagine ben più lucida e credibile della situazione sociale e politica del Giappone di allora.

A me, poi, che scrivo queste righe di recensione da un caffè di Shijo a Kyoto, ha fatto una certa impressione immaginarmi Londres, negli anni ’20, a due passi da dove sono io, fare esperienza di un Giappone ancora immerso nei suoi ritmi e nei suoi usi tradizionali, in una Kyoto dove, tra le strade tutte uguali, circondate da case di legno tutte uguali, la calma era rotta solo dallo scalpitio dei geta, gli zoccoli di legno giapponesi che allora tutti calzavano e che oggi invece si vedono riapparire solo in occasione dei matsuri, le feste religiose, magari indossati da ragazze con yukata o kimono sgargianti che non sono neanche giapponesi, dal momento che le ragazze cinesi e le turiste di ogni parte del mondo non resistono alla voglia di travestirsi per un giorno da “giapponesina” o addirittura da maiko (giovane apprendista geisha), noleggiando abiti che sembrano confezionati da disegnatori di manga. Questo Giappone anni ’20, da una parte, era così diverso da quello di oggi, perché era realmente ancora immerso nella tradizione, e non nella sua contraffazione turistica. Kyoto aveva ancora le sue sale da tè, con le geisha che vi comparivano immancabilmente per i ricevimenti organizzativi dai vari gentiluomini; i risciò non avevano ancora lasciato il posto ai taxi; le mogli di buona famiglia, purtroppo per loro, erano ancora sepolte vive nelle case patrizie, senza il permesso di incontrare alcun chi, se non sotto stretta sorveglianza di un’anziana; e da ultimo le case fredde piene di spifferi, protette solo da inconsistenti pareti di carta non erano distinguibili, nella loro semplicità spartana, da quelle dei semplici popolani. A pochi chilometri da Kyoto, nella popolosa Osaka, però già stava nascendo un altro Giappone più simile a quello odierno. Questo Giappone moderno si andava materializzando turbinosamente, ed era fatto di macchine, merci, industrie, infrastrutture, che crescevano a vista d’occhio. Se Kyoto, ancora amava conservare il suo antico fascino di ex-sede imperiale, Osaka, invece era il corrispettivo giapponese dell’attuale Shanghai: una città aperta agli stranieri, piena di industrie, telefoni, automobili e macchine da scrivere di giornali che pubblicavano anche più edizioni in un giorno. Se a Kyoto Londres era sempre guardato come un marziano, potenzialmente pericoloso e capace di qualsiasi diavoleria, a Osaka era già percepito più modernamente come uno straniero in mezzo a tanti altri, a cui molti si rivolgevano con qualche parola di inglese, sperando però che non si trattasse di un odiato americano. Inoltre aveva già preso avvio il mondo dei circoli di appassionati delle varie culture nazionali europee, con i patiti di francese, tedesco, inglese e, chissà, forse anche d’italiano. Londres scrive in modo acuto e icastico, offrendo rapidi bozzetti di scene di vita giapponese per gli appetiti esotici del pubblico francese degli années folles. Ma prima di passare all’Excelsior, Londres  era stato un giornalista parlamentarista per “Le Matin”, che però si era rifiutato di finanziargli il suo viaggio in Oriente. Non per questo Londres smise di occuparsi di politica internazionale e poté giovarsi dei suoi rapporti professionali per stabilire contatti con l’élite che governava il Giappone, parlando, soprattutto quando era a Tokyo, con ministri e alti funzionari della diplomazia nipponica. Questi suoi trascorsi professionali gli permisero di entrare in Giappone dalla porta principale e di accedere subito agli ambienti in cui si decidevano le politiche internazionali, consentendogli di avere un punto di vista privilegiato sulla politica giapponese e dunque di scrivere articoli preziosissimi e illuminanti.

Tra una nota di colore e l’altra, Londres traccia man mano i lineamenti di un quadro politico rivelatore non solo su quello che doveva essere l’accumulo di tensioni con gli USA e che avrebbe portato il Giappone a quell’imprudente passo falso che fu l’attacco a Pearl Harbour, ma anche su una tattica politica da parte statunitense che vediamo ancora in atto oggi con la Cina. In altre parole, gli USA stavano con il fiato sul collo al Giappone, rimproverandolo continuamente per le sue politiche interne ed esterne, per tenerlo sul filo e costringerlo a fare concessioni su concessioni, che questi dovevano compiere, sia pure mal volentieri, per non restare fuori dal mercato internazionale. L’allarmismo USA non era del tutto infondato, dal momento che il Giappone aveva tutto l’interesse a usare il suo giovane potenziale bellico moderno (già sperimentato con successo contro Russia e Cina) per creare un impero nazionale ed entrare nel club delle potenze mondiali, esattamente come stavano facendo l’Italia e la Germania negli stessi anni, cercando così di recuperare il tempo perduto a causa della tardiva formazione in Stato nazionale moderno. Ma gli USA non sembravano voler accettare la nascita di una superpotenza al loro Occidente ovvero in Estremo Oriente, esattamente come non lo vogliono oggi e quindi si avvicinavano sempre più militarmente al Giappone (come oggi alla Cina), senza che questo impedisse loro di invocare ritorsioni per ogni iniziativa giapponese che tendesse a rafforzare la sicurezza nazionale. Insomma, una politica di accerchiamento stressante e provocatoria, che si concluse come sappiamo, sebbene i giapponesi in quel momento, e Londres ce lo racconta, cercarono di assecondare gli USA per evitare lo scontro, firmando un trattato del tutto svantaggioso. Allora Londres descrive a chi si interessa di politica un precedente significativo della politica americana in Estremo Oriente, con la speranza che la Cina non faccia la stessa sciocchezza commessa allora dai suoi vicini del Sol Levante.

Albert Londres

In Giappone

Cronaca di un cambiamento

Traduzione: Alessandro Giarda

Prefazione: Corrado Molteni

O barra O edizioni, pp. 112

Basterà un esercito di maestri elementari per sconfiggere la Cosa Nera?

Andrea Comincini

Se non si trattasse di un resoconto dettagliato su uno dei fenomeni criminali più importanti degli ultimi decenni, Il lato oscuro della mafia nigeriana in Italia potrebbe essere facilmente scambiato per una sceneggiatura di un film drammatico, quasi horror, e declassato come surreale. Si tratta invece, purtroppo, di una indagine accurata e firmata da un esperto, Fabio Federici, ufficiale dei carabinieri in prima linea contro la mafia, che da tempo studia il fenomeno della Cosa Nera, la malavita nigeriana presente in Italia, e non solo. Accompagnato da importanti prefazioni (Nando Dalla Chiesa, Ranieri Rizzante), il libro affronta con dovizia di particolari, ma in una prosa colloquiale, l’origine e la diffusione dei racket locali, in particolare appunto quelli provenienti dalla Nigeria. Formatasi negli ultimi trent’anni, oggi la black mafia si vede dislocata in tutto il territorio nazionale, in particolare al Nord e più recentemente nella zona di Castel Volturno, dove procede a conquistare fette di “mercato” con una violenza e prepotenza spaventose.

Agevolato da rapporti diretti delle forze dell’ordine, l'autore insiste sull’estrema violenza del fenomeno che richiede, come si dice in gergo, di essere “attenzionato”, vista la recrudescenza delle azioni criminali e l’escalation esponenziale. Un limite oggettivo del problema è certamente la sottovalutazione mediatica: Federici sottolinea quanto tv e radio si soffermino troppo semplicisticamente su fenomeni circoscritti di microcriminalità, mentre si dovrebbe ormai sviluppare una coscienza comune sugli orrori perpetrati da questi gruppi. La Cosa nera infatti non procede gerarchicamente, ma si muove attraverso cellule con grande capacità rigenerativa, fortemente settarie nella mentalità ma anche estremamente inserite nei contesti territoriali in cui agiscono, su scala nazionale e mondiale.

Le efferatezze riportate sono inquietanti. Caratteristiche di tali “sette”, una forte mimetizzazione che rende difficile la lettura sociologica del fenomeno, e una scarsissima mancanza di “pentiti”. Per quali ragioni? Ebbene, una delle peculiarità della nuova criminalità è l’iniziazione con riti voodoo e Ju Ju, macumbe, stregoneria e magia nera, che accompagnano l’iniziato durante il rito affiliativo. Di originale c’è che il neofita “crede” fortemente di essere in possesso del proprio capo, o nel caso delle donne avviate alla prostituzione, della maman, tanto da depersonalizzarsi e subire qualsiasi efferatezza. Nei riti – secondo la ricostruzione offerta da Federici – si compiono lacerazioni, stupri, marchiature e addirittura cannibalismo: un quadro agghiacciante in cui, accanto a gatti impiccati e bambole rituali, si trova la vittima che, oltre a subire minacce di ritorsioni in patria, teme per la propria anima e non trova quasi mai le forze per ribellarsi. Quando accade, e Federici riporta alcune testimonianze, la gioia è grande ma presto subentra anche la consapevolezza di trovarsi davanti a casi isolati, perché Cosa Nera è strutturata così solidamente che soltanto un approccio olistico e internazionale al problema può cambiare radicalmente l’ordine delle cose e i destini di tanti sfruttati.

L’ufficiale colloca l’origine di questo fenomeno nella nascita di confraternite nei campus universitari negli anni Cinquanta/Settanta. Creati da persone agiate, con un buon livello di istruzione, tali gruppi avevano l’intenzione di produrre una critica benefica al sistema. Una delle prime fu la Pyrates Confraternity del 1953, di cui faceva parte anche il nobel Wole Soyinka. Con il passare del tempo, alcune di queste associazioni si sono trasformate in veri e propri gruppi criminali, con nomi propri e rituali specifici, divise e simboli e contatti trasversali con polizia e politica corrotta. Tra le più feroci si cita la Black Axe per esempio, nata nel 1976 come confraternita universitaria e oggi così descritta: ”gli studenti agiscono come banditi, uccidendosi l’un l’altro e minacciando le università e la società […] lasciando alle loro spalle spargimenti di sangue, distruzione, stupri, oppressione e un generale senso di terrore”. Da parte sua, proprio la Pyrates Confraternity ha preso le distanze nel 2013 dalle associazioni simili o che fanno riferimento a essa, evidenziando quanto il fenomeno sia complesso e non facilmente riassumibile a schemi predefiniti.

Memore della lezione di Paolo Borsellino, che gridava: “parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali…però parlatene”, Federici tuttavia mantiene uno sguardo ottimista e sottolinea come la conoscenza sia il primo passo per arginare e sconfiggere il mondo della criminalità, soprattutto quando si parla di un paese, come la Nigeria, irto di contraddizioni: secondo una stima delle Nazioni Unite, citata dall'autore, nel 2050 ci saranno 398 milioni di abitanti, di cui il 50 per cento disoccupato e con un dollaro al giorno di reddito.

Certamente combattere la mafia vuol dire prendere coscienza che oltre alla repressione e alla prevenzione, bisogna sradicare le condizioni che generano lo sfruttamento, uguali in ogni angolo del pianeta: povertà e analfabetismo (condizione questa alla base delle credenze tribali utilizzate per la sottomissione psicologica). Come sosteneva Gesualdo Bufalino, “la mafia verrà sconfitta da un esercito di maestri elementari”. Il libro di Federici vuole essere un primo passo in questa direzione e rappresenta per i lettori uno stimolo a puntare lo sguardo su un fenomeno criminale tanto inquietante quanto ancora poco  esplorato.

Fabio Federici

Il lato oscuro della mafia nigeriana in Italia

Oligo Editore, 2019

Ascoltare Liu Fang con la testa appoggiata a un guanciale di nuvole azzurre

Nazim Comunale

Dunque, camminare sul Po

è sempre un viaggio, è un’avventura

[...]

E dopo le file dei pioppi –

che sembrano non avere fine –

le antiche città

giovani di mille anni.

[...]

7. Questo è il Po, oggi

Fetonte

secondo la mitologia –

precipitò dal cielo e annegò nel Po.

Le sorelle

che lo piangevano sulla riva – furono trasformate in pioppi.

E la pioppicultura

è una delle attività tipiche del fiume.

Oggi

sulle sue rive

possiamo ancora vedere pecore al pascolo

ma

nei giorni di festa –

gare di motocross.

Questo è il Po, oggi.

E questa, più in generale, è l’Italia

nuova e vecchia insieme

già del Duemila e ancora antica.

Cimiteri sopra cimiteri di altre ossa

città sopra città

chiese sopra altre chiese scomparse.

Niente riposa

sotto e sopra il suolo italiano;

tutto è testimonianza di altre vite,

di antichi percorsi,

di perdute fantastiche o strazianti primavere.

Da Il Po è un fiume di Roberto Roversi,

poesia in sedici tappe per il documentario

Sguardi dal fiume” del 1997 di Nene Griffagnini

e Francesco Conversano)

A due passi dal grande fiume c'è un teatro speciale, che si affaccia sulla piazza metafisica di Gualtieri, il paese del pittore Antonio Ligabue: dopo quasi trent'anni di abbandono è stato riaperto dall'associazione che ne porta il nome, privo del palcoscenico originario. Questa menomazione genera nuove possibilità e un nuovo modo di fruire gli spazi, in un teatro rovesciato dove la platea diventa palcoscenico e dove una volta stava quest'ultimo, ora siedono gli spettatori. Da questo rovesciamento fisico e concettuale nasce un ambiente scenico unico, anche grazie all’intelligente scelta di non porre in essere nessuna opera di restauro delle condizioni originali della struttura: gli unici interventi sono stati leggeri e con l'intento di non modificare la situazione attuale dell’edificio. Che oggi si presenta come fosse stato bombardato, come un ventre ferito. In questo scenario, che già da solo è uno spettacolo, va in scena l'undicesima stagione di questa coraggiosa impresa, in grado di catturare l'attenzione di musicisti di grande fama come Ezio Bosso, che è un amico del Teatro Sociale , proprio in questo periodo qui di ritorno (tra l'8 ed il 10 luglio) a dirigere la Europe Philarmonic Orchestra, per festeggiare il decennale del suo primo concerto in questo posto, che è una vera e propria utopia realizzata.“Siamo argini. Senza confini” (da leggere con giusta pausa dopo il punto): così nel libretto di presentazione della stagione 2019 del Teatro Sociale, in barba alla vacua retorica dei porti chiusi e all'ipocrisia e al cinismo dilagante. Un sottile stupore di essere al mondo, un'attitudine da visitatori del pianeta, come nelle storie plausibili (ma della cui verità non possiamo mai essere certi), che abitano “Narratori delle pianure”, l'importante raccolta curata da Gianni Celati e pubblicata nel lontano 1984. Come scriveva Walter Benjamin, capita sempre più di rado di incontrare persone che sappiano raccontare qualcosa come si deve.

Accade in questo posto a un crocicchio dove il reale e l'immaginario, il fisico ed il metafisico, le ipotesi e le apparenze si incontrano; nella serata del 28 giugno giunge dalla Cina (anche se risiede da tempo a Montreal, in Canada) Liu Fang, grande virtuosa di pipa (il liuto cinese), per un recital in solo che lascia muti per la meraviglia. Musica di una delicatezza e di un nitore indicibili, che si ascolta, con il poeta Li Po, “con la testa appoggiata a un guanciale di nuvole azzurre”. Già invitata da Paolo Angeli al suo festival in Gallura “Isole che parlano” nel 2016, Liu Fang ammalia il pubblico con un folk imprendibile, minimale, dove ogni gesto sonoro è calibratissimo, essenziale e perfettamente armonico, come un passo di danza. Paesaggi sconfinati di mondi che non sappiamo, in equilibrio assoluto tra inaspettate assonanze con il sentimento velatamente drammatico di certa tradizione napoletana (il suono della pipa può ricordare per certi versi una mandola o un mandolino) e armonici come echi di storie remote di cui cogliamo l'essenza senza conoscerne i contorni. Furono i geniali Gastr Del Sol di David Grubbs (tra le altre cose oggi professore di musica al Brooklyn College di New York) e del Re Mida Jim O'Rourke (un musicista capace di spaziare dall'elettroacustica al pop alla Bacharach, dai Sonic Youth alle collaborazioni con i più interessanti musicisti giapponesi, non ultima la sua musa attuale, Eiko Ishibashi) tra i primi, sulle orme di John Fahey, a scavare in profondità per far venire alla luce il legame tra le forme del folk più antico e i miraggi del drone e del minimalismo. Cogliere il nesso tra sperimentazione e musica popolare ha permesso poi a molte orecchie di aprirsi a nuove sorprese e a nuovi misteri: ecco che allora ci si approccia a questo excursus nella tradizione classica e foklorica cinese sapendo che tra linee di queste composizioni liriche, sospese, vagamente malinconiche, si annidano segreti che non sappiamo decifrare e non possiamo dire. Germogli di melodie fragili eppure rigorose, sottili, monumentali e cocciute nella loro intima essenza. Suoni naturali, di sostanza filosofica, prodotti da un liuto a quattro corde di seta.

La prima parte della stagione del teatro Sociale di Gualtieri prosegue tra varie rassegne (Direction Under 30, Concerti dal Mondo, Fuoriuscite) fino a settembre, poi arriverà a novembre spostandosi a casa di Cesare Zavattini, a Luzzara, dove un altro spazio è stato recuperato grazie al lavoro della Fondazione Un Paese e ad un gruppo di volontari. L'invito è dunque a seguire il programma sul sito www.teatrosocialegualtieri.it

Accontentiamoci di riparare poche cose, è già molto. Una sola cosa riparata ne cambia altre mille” (John Berger)

LIU FANG

Teatro Sociale di Gualtieri

28 giugno

L’arte a Cuba, esplorazioni in forma di gioco

Lara Demori

(D)estructura è la cartografia di un viaggio; è un gioco; è un’analisi sociologica; è un’indagine antropologica. (D)estructura è arte; è collaborazione, è partecipazione. (D)estructura è una proiezione, un’immaginazione del futuro.

Tutte queste definizioni mi sono venute in mente cercando un modo per raccontare ai lettori il progetto (D)estructura e il libro omonimo che è nato come suo prodotto finale, insieme testimonianza e racconto di un percorso che si è svolto tra il 2016 e il 2017 a Cuba. Nessuna delle descrizioni è esaurente e univoca; come il progetto, anche il libro raccoglie e presenta una polifonia di voci e di immagini.

Partirò da dove sono partiti i partecipanti al progetto, ovvero dalla domanda che dà inizio al gioco: come immagini la tua vita tra dieci anni e di cosa hai bisogno per realizzarla? All’indomani della morte di Fidel Castro Cuba non è più la stessa. La sua identità è instabile e in potenziale cambiamento. Farsi domande sul futuro non è solo lecito ma necessario per tutti.

Fidel se murió :-(”, l’SMS che Laura Salas Redondo ( co-curatrice del volume insieme a Erick González Léon e Cecilia Guida) invia agli artisti è l’annuncio - “lapidario come il titolo a nove colonne di un quotidiano, umanizzato solo dall’emoticon che restituisce la triste solennità del momento”, come scrive Riccardo Venturi a chiusura del testo chiave del libro - che marca il punto di inizio simbolico del progetto. Dopo nove giorni di lutto in cui l’intera isola rimarrà immobile, raccolta in un innaturale silenzio, tre artisti colombiani, Juan Esteban Sandoval, Alejandro Vásquez Salinas (duo che forma El puente_lab) e Mariangela Aponte Nuñez, intraprendono un viaggio da Havana a Santiago.

La creazione di una cartografia degli agenti socio-culturali di Cuba è un’idea del LASA (Laboratorio artístico de San Augustín) che commissiona ai tre un progetto ispirato alla piramide dello psicologo Abraham Maslow, che tra il 1943 e il 1954 aveva formulato la teoria della “gerarchia dei bisogni” (hierarchy of needs) pubblicata nel suo libro Motivation and Personaliy (1954). Questa gerarchia è raffigurata da una piramide stratificata in cinque livelli: alla base i bisogni più semplici, per finire quelli più complessi. Secondo Maslow, l’individuo si realizza passando progressivamente per tutti i livelli.

La piramide fu criticata, tra le altre cose, anche per la pretesa di stabilire e gerarchizzare i bisogni a livello universale, senza tener conto delle differenze da individuo a individuo. Per ovviare a questi punti deboli, i tre artisti inventano un gioco capace di ‘destrutturare’ la piramide, sconfessando il suo andamento gerarchico: nasce così, appunto, (d)estructura. Come lo descrive Magaly Espinosa Delgado, il progetto non è altro che “un semplice gioco da tavolo in cui i giocatori, usando piccole tessere di vari colori, costruiscono una piramide che rifletta le loro aspirazioni”. Si tratta dunque di far realizzare a dei giocatori scelti casualmente una sorta di piramide di Maslow individuale in cui si parte dal particolare per raggiungere l’universale, seguendo un insieme di semplici regole stabilite da Sandoval, Salinas e Nuñez. Le fasi del gioco sono cinque: la scelta dei valori, l’attribuzione dei colori, la costruzione delle fondamenta, l’innalzamento della struttura, e il passaggio finale dal verticale all’orizzontale che consente agli artisti, supervisori dei giochi, la lettura stratigrafica delle tessere. Tra i valori più ricorrenti scelti dai giocatori troviamo salute, amore, educazione, alimentazione, pace, democrazia, ma anche lavoro, tempo libero, piacere, arte, territorio e patria.

L’idea della piramide ricorda strutture già viste nella storia dell’arte. Basti pensare, come ricorda Venturi, al Monumento alla terza internazionale di Tatlin, alle cataste di legno di Carl Andre, ma anche alla produzione di Gerrit Rietveld – la Rood Blauwe, la sedia blue e rossa progettata tra il 1917 e il 1918; la casa Rietveld Schröder – “dove ogni elemento si basa sulla riproduzione di un singolo modulo disposto all’orizzontale o alla verticale”. Va detto, a questo proposito, come l’estetica neoplastica, e soprattutto quella concretista, ebbe un enorme successo nel dopoguerra in Latinoamerica, diventando parte integrante del processo di modernizzazione del continente. Nel 1950 il Museu de Arte de São Paulo dedica a Max Bill una retrospettiva che include dipinti, sculture e progetti architettonici; l’anno dopo l’artista, formatosi nell’ambiente del Bauhaus, espone alla biennale di São Paulo, vincendo il premio per la scultura. Fondamentale anche l’influenza di Bill sull’argentino Tomás Maldonado, fondatore del movimento Associación Arte Concreto-Invención, e sul cubano Waldo Díaz-Balart, artista concreto che coniuga forme geometrico-astratte con colori brillanti di eredità pop (fu, non a caso, amico di Andy Warhol e attore in due suoi film: The Life of Juanita Castro, 1965 e The Loves of Ondine, 1968). In Brasile, l’estetica concretista adottata dai gruppi Frente e Ruptura, viene assimilata e superata alla fine degli anni cinquanta dal movimento Neoconcreto, fondato nel 1959 da Ferreira Gullar. Gli artisti neoconcreti si propongono di andare oltre il rigido costruttivismo geometrico promosso dalle correnti concretiste conferendo all’oggetto le qualità sensoriali di quello che definiscono un “quasi-corpo”.

Esempi per eccellenza di questa nuova fenomenologia estetica – Gullar si ispira, non a caso, a La phénoménologie de la perception (1945) di Merleau-Ponty – i Bichos (1960-1973) di Lygia Clark, richiedono la partecipazione del pubblico. Bicho vuol dire letteralmente “creatura”; è un oggetto animato, una semplice struttura costituita da lastre metalliche unite da cerniere. L’aspetto tattile fa appello ai sensi dello spettatore che – idealmente – interviene per compiere una vera e propria destrutturazione e riconfigurazione delle sue parti. Le sculture animate di Lygia Clark diventano così antesignane non solo di un processo, di una dialettica di decostruzione delle parti, ma anche di una estetica partecipativa e relazionale, che diventa poi uno dei cardini della pratica artistica degli anni Novanta, consacrata a livello teorico dalla Esthétique relationnelle (1998) di Nicolas Bourriaud.

Espinosa Delgado, nel testo Del juego al pronóstico: prácticas relacionales, sottolinea l’importanza dell’estetica relazionale e nella genesi del gioco (d)estructura; la studiosa individua come precursori del progetto le opere degli artisti cubani Grethell Rasúa, Aljandro Ulloa, il duo Luis o Miguel, Sandra Ceballos e Samuel Riera. Manca nel volume un’analisi del percorso precedente dei tre artisti, un approfondimento che avrebbe forse contributo a contestualizzare la creazione del gioco, facendo luce su una potenziale dialettica transnazionale e transculturale. Il viaggio, la migrazione di persone e idee prendono dunque forma tra le pagine del libro: gli appunti estemporanei, a carattere diaristico, che gli artisti annotano durante il loro itinerario sono seguiti da una serie di foto di luoghi e, soprattutto, di persone che giocano. L’ultima parte è invece dedicata all’analisi delle piramidi, un esame che prende in considerazione non solo i valori e la costruzione dei livelli, ma anche la provenienza e la formazione dei partecipanti.

Così, dietro il pretesto dello svolgersi di un gioco, (D)estructura invita il lettore a compiere una esplorazione, insieme sociale e antropologica, nella realtà cubana dei nostri giorni. Ne emerge non solo la potenzialità dell’opera d’arte di diventare modello collaborativo e sociale, ma anche uno spaccato inedito della cultura e dell’umanità eterogenea di Cuba che rivela le sue molte e spesso invisibili contraddizioni.

(d)estructura. Viajes por Cuba/Cartografía Social

curated by Laura Salas Redondo, Erick González León, Cecilia Guida

Foligno: viaindustriae publishing, 2018 (eng./sp.)

Julian Charrière, sguardi indifferenti sulla post-apocalisse

Serena Carbone

Non ci sono uomini, se non piccoli esseri fluttuanti in una stanza dall'atmosfera embrionale, che accoglie e rigetta, facendoti sentire lì e altrove, nutrendoti e scacciandoti, inserendoti in un ciclo di costruzione e distruzione che solo la natura può avere. Ma da quando l'uomo non è più parte della natura? Forse da quando la Natura soffiò sull'Islandese rendendolo polvere, facendolo scomparire in un abisso orrido e immenso da cui non c'è redenzione. Eppure lei, la Natura, sta lì, maestosa e prorompente, e i suoi rumori sono vita, perché causati da particelle che, pur nella loro intima piccolezza e infinita invisibilità, si muovono, si trasformano.

Non c'è giudizio, e non c'è un j'accuse nelle immagini di Julian Charrière - il giovane artista franco-svizzero di base a Berlino, a cui il MAMbo di Bologna dedica la prima personale in Italia a cura di Lorenzo Balbi. I video (Iroojrilik, As We Used to Float, Somewhere), le fotografie (Polygon) e le installazioni (Pacific Fiction, All We Ever Wanted Was Everything and Everywhere) in mostra descrivono e non interpretano lo stato in cui versano i territori che sono stati soggetti ad esperimenti nucleari. Le sue opere non si pongono al di sopra della tragedia, ma dentro la tragedia per divenire farsa nel momento in cui ciò che è stato di navi e di edifici, di cielo e di terra, di fuoco e d'aria non svanisce nel nulla, ma continua il suo percorso, forte di un tempo che non è il tempo mortale. Perché è nel tempo mortale che il potere acquista una sua autonomia indipendentemente dalla sopravvivenza, è nel tempo degli uomini che le geografie sono state separate da muri e da cortine di ferro per una corsa agli armamenti che ha lacerato corpi e imputridito anime. La natura non conosce potere se non quello dell'adattamento e del fluire, del resistere e del mutare alla ricerca di un equilibrio che non ha un fine fuori di sé, ma dentro di sé.

L'atollo di Bikini nelle Isole Marshall, l'ex sito di test nucleari di Semipalatinsk in Kazakistan, una monocoltura di palma da olio in Indonesia o, più recentemente, le profondità marine: questi sono i paesaggi di Charrière, il cui sguardo è ondivago e predatore, come quello dei grandi artisti e navigatori del XIX secolo. Anche lui va alla scoperta di mete esotiche, di luoghi lontani e inesplorati, come gli abissi degli oceani, ma il suo di occhio è potenziato dalla tecnologia, e questo fa di Charrière una sorta di navigatore lunare a cavallo di un ippogrifo rivestito d'argento. I suoi orizzonti non sono infiniti e la sua indagine non è mossa dalla passione ma piuttosto dall'indifferenza. L'indifferenza. La grande categoria che ci ha lasciato in eredità il secolo scorso. In questi inferni artificiali, a dominare non è il Giudizio ma l'Impossibile, non si può agire su di essi se non testimoniandoli, se non rappresentandoli in maniera scientifica, puntuale, concreta. Charrière è così l'artista etnografo, colui che non solo affronta il presente ma che ne esplora l'alterità a partire dalle sue morfologie più complesse, e dalle sue pieghe saltano fuori noci di cocco racchiuse in sarcofagi di piombo, una campana da immersione in acciaio, dei cavi, dei sacchi di plastica pieni di acqua marina del Pacifico (All We Ever Wanted Was Everything and Everywhere), dei mappamondi che tracciano nuove cartografie (We Are All Astronauts), finanche delle piccole torri di Babele composte di mattoncini di gesso, fruttosio e lattosio che, chiuse in teche di vetro e inumidite con acqua proveniente dai principali fiumi delle grandi civiltà, come il Nilo, l’Eufrate e il Mekong, si decompongono davanti all'ineluttabilità della Storia (Somehow They Never Stop Doin What They Always Did).

La mostra di Charrière è di respiro internazionale, l'asettico e grigio ambiente dell'ex-forno nella Sala delle Ciminiere è un'ottima scenografia per i suoi scenari post-apocalittici, e nella sua ricerca convergono una serie di temi caldi dell'attualità: nell'era dell'Antropocene, il nucleare e i suoi fallimenti fan da padroni. E come non pensare anche alla nuova serie tv Chernobyl - di produzione americana e in lingua inglese! - dove lo storytelling riscrive la storia a uso e consumo del potere stesso che l'ha generata. Ma se le parole e le immagini sono soggette a un'egemonia (dello sguardo in primo luogo), forse non più la bellezza salverà il mondo, ma la materia fatta di particelle che vivono tra di noi e oltre noi, quella materia che è chimica e che per Primo Levi «rappresentava una nuvola indefinita di potenze future» che avvolgeva il suo avvenire «in nere volute lacerate da bagliori di fuoco, simile a quella che occultava il monte Sinai».

Julian Charrière

All We Ever Wanted Was Everything and Everywhere

a cura di Lorenzo Balbi

MAMbo – Museo d'Arte Moderna di Bologna

9 giugno – 8 settembre 2019

Alfagola,/ Rosso

Alberto Capatti

Rosso

Questa ricetta è dedicata a Nanni Balestrini. E’ stata scelta pensando a lui, ben sapendo, dopo aver guardato il titolo, che è inutile per chi fa la spesa in un supermercato, ma evoca un certo colore da lui prescelto. Se la letteratura è una cucina dell’immaginazione, e i ricettari antologie, val la pena di leggerla così : è tratta da Il cuoco sapiente, stampato a Firenze nel 1871, ed è scritta con garbo.

Sugo semplice di pomidoro

Nella stagione in cui si hanno i pomidori freschi devonsi per i bisogni della cucina preferir questi alla conserva, la quale si suol preparare soltanto per farne uso nell’inverno ed in quei paesi in cui i pomidori non si trovano che a caro prezzo. Se ne ottiene il sugo semplice facendoli bollire per mezz’ora in pochissima acqua, e passandoli poscia per istaccio; al quale uopo si adopera un mestolo di legno, con cui si premono ripetutamente finché non rimanga sullo staccio che le bucce  ed i semi. Se si vuole che il sugo riesca denso, bisogna gettar via la parte acquosa che passa per la prima. Si può rendere più saporito questo sugo rimettendolo al fuoco con un poco di brodo e qualche droga in polvere, e lasciandolo concentrare.

Alfadomenica # 1 – luglio 2019

Molti libri, qualche film e l'alfagioco finale: ecco il menu di questo primo alfadomenica di luglio. Qui sotto trovate il sommario completo, buona lettura!

Il sommario

 G.B. Zorzoli, La difficoltà di immaginare un'alternativa politica

Marina Forti, Guerriglieri maoisti in India. Tra gli adivasi del Jharkhand

Barbara Julieta Bellini, Uwe Timm, per una volontà etico-estetica

Massimiliano Manganelli, Walter Benjamin, il narratore

Andrea Gialloreto, Michele Mari, un puzzle di immagini e di parole

Filippo Polenchi, Michael Haneke, in cerca del Soggetto

Stefania Parigi, Blow-up, l’ingrandimento del nulla

Alessio Bergamo, L’asino di Anatolij Vasil'ev

Roberto Silvestri, La memoria-pugno. Lee Anne Schmitt e il cinema sperimentale americano di oggi

Antonella Sbrilli, Alfagiochi / Tempo al minuto