Alfadomenica #2 – giugno 2018

Questa settimana Alfadomenica ha come protagonisti i libri: Il cattivo profeta, raccolta delle opere di Luciano Bianciardi, Pagare o non pagare di Walter Siti, Non resta che l'amore di Gabriella Turnaturi, Un amore di Giacomo di Renzo Crivelli sul poemetto triestino di "Giacomo Joyce", vengono recensiti rispettivamente da Matteo Moca, Andrea Comincini, Simona Argentieri e Marika Strano. E diversi libri tornano nell'intervento di Luca Benvenga sul calcio e gli ultras, che vi proponiamo alla vigilia dell'inizio dei Mondiali di Russia. Il nostro sommario si completa con una recensione di Michele Emmer del film ungherese 1945, con la rubrica "Interférences" curata da Andrea Inglese e dedicata questa volta al poeta Christophe Tarkos e con le scaloppine dell'Alfagola di Alberto Capatti. Ma prima di chiudere segnaliamo ai nostri lettori di Milano che mercoledì 13 alle 18 si terrà alla Fondazione Mudima la presentazione del primo titolo della serie editoriale ALFABETA MATERIALI, Il '68. L'incontro, a cui partecipano Sergio Bologna, Giairo Daghini, Paolo Fabbri, Manuela Gandini, Lea Melandri, Letizia Paolozzi, è aperto a tutti. Chi vorrà, potrà iscriversi all'Associazione Alfabeta, ricevendo in omaggio il volume (e, non meno importante, dando un sostegno prezioso al nostro lavoro).

Buona lettura!

Il sommario

Matteo Moca, Bianciardi, ritratto spietato dell'Italia del boom

Andrea Comincini, Siti, no money no fun

Simona Argentieri, Turnaturi, slanci amorosi e falsi movimenti

Marika Strano, Joyce, le donne di Giacomo

Luca Benvenga, Spiegare il calcio con lo struttural-marxismo

Michele Emmer, 1945, un mezzogiorno di fuoco in Ungheria

Andrea Inglese, Interférences #19 / Christophe Tarkos, l'installatore performativo

Alberto Capatti, Alfagola / Scaloppine

Bianciardi, ritratto spietato dell’Italia del boom

Luciano Bianciardi (Agenzia: farabola) (NomeArchivio: 17525701.JPG)

Matteo Moca

C'è un momento nella vita di Bianciardi che segna lo spartiacque decisivo della sua esistenza e che investe con grande forza anche la sua scrittura: è il 4 maggio del 1954 e nella miniera di Ribolla, intorno alle 8 di mattina, esplode il pozzo Camorra provocando una strage. Muoiono 43 minatori ed emerge immediatamente come l'incidente sia certo frutto della follia capitalista della ditta che gestisce la miniera, la Montecatini, futura Montedison, («che qui è proprietaria – scrive Bianciardi – oltre che della miniera, anche degli impianti, delle strade, delle case, e dell’aria»), contro cui lo scrittore, al tempo insegnante e bibliotecario, più volte nel corso degli anni si era già scagliato inorridito per il trattamento riservato agli operai. A partire da questa tragedia, Bianciardi scriverà insieme al suo collega Carlo Cassola, un libro indimenticabile, I minatori della Maremma, in cui si respira un vivo interesse per l'aspetto umano delle lotte sindacali, un'interrogazione mai arrendevole sulle condizioni dei minatori e sugli infortuni che ciclicamente li affossano: «Io sono con loro, i badilanti e i minatori della mia terra, e ne sono orgoglioso; se in qualche modo la mia poca cultura può giovare al loro lavoro, alla loro esistenza, stimerò buona questa cultura, perché mi permette di restituire, almeno in parte, lavoro che è stato speso anche per me». Il libro è arricchito dall'inserimento, in appendice, dei ritratti di diciassette minatori, frutto dell'inchiesta portata avanti insieme a Cassola per la Toscana. Ma l'avvenimento di Ribolla lasciò in Bianciardi un segno indelebile che non si fermò al libro I minatori della Maremma, un misto di rabbia e delusione che mai riuscì a mitigare o superare. Dopo l'inchiesta sui minatori infatti, Bianciardi scrisse tre romanzi che formano un unicum all'interno della sua opera, delle narrazioni che si muovono tra l'autobiografia, il romanzo e il pamphlet, libri di non facile classificazione che sono altresì una testimonianza forte e cosciente dell'Italia del suo tempo. Si tratta di Il lavoro culturale, edito nel 1957, L'integrazione nel 1960 e La vita agra nel 1962, tutti popolati da personaggi che sono veri e propri alter-ego dell'autore: il tema della strage di Ribolla si mantiene sempre sotto le tracce della narrazione, facendo sentire il suo peso nei comportamenti dei protagonisti, e tornando ad esplodere nuovamente e con grande forza con l'ultimo dei tre romanzi, La vita agra, dove Luciano, il protagonista, arriva a Milano per vendicare i minatori morti in Maremma, con l'intenzione di far esplodere il Torracchione, sede della Montecatini.

La scrittura più grande di Bianciardi, si muove quindi tra il 1957 e il 1962, anni in cui si assiste a una trasformazione massiccia ed inesorabile dell'Italia, nella mentalità, nei costumi e nei consumi dei suoi abitanti, con una nuova e ancor più potente centralità della borghesia industriale settentrionale che vede nel Sud solo il luogo in cui attingere per la manodopera. Neanche dieci anni dunque, considerando anche l'inchiesta maremmana, che costituiscono il lasso di tempo che a Bianciardi serve per scrivere i suoi capolavori, ma che soprattutto servono per costruire un ritratto impietoso e veritiero dell'Italia che si muove attorno a lui. Se dunque si volesse studiare parte della storia del secondo Novecento italiano attraverso la letteratura, le pagine di Bianciardi costituirebbero un immancabile punto di riferimento, non perché non ne esistano altri, si pensi, per esempio, a Volponi, ma perché la sua riflessione è diretta, di un'individualità che si trasforma in conoscenza collettiva, con una capacità chiarificatrice che aiuta a decodificare il muovere impetuoso degli usi e mentalità italiane. Ciò che poi costituisce la grandezza esorbitante di questi testi è la il resoconto della necessità di una resistenza nel momento in cui la politica iniziava a staccarsi dal popolo: «E la lotta politica, cioè la lotta per la conquista e la conservazione del potere, non è ormai più – apparenze a parte – fra stato e stato, tra fazione e fazione, ma interna allo stato, interna alla fazione»: solo attraverso una coscienza forte è possibile entrare a far parte della Storia che cerca sempre più di escludere.

Esce adesso per Il Saggiatore Il cattivo profeta, un poderoso volume, curato da Luciana Bianciardi, che raccoglie tutta l'opera dello scrittore e restituisce al lettore la complessità di un autore e di un pensiero certo minoritario e controcorrente, non privo di idiosincrasie ed eccessi, ma comunque tesoro importante, unico, all'interno della letteratura italiana. Si può adesso scoprire o riscoprire anche la sua attività di pubblicista (con articoli vertiginosi per la loro capacità analitica sull'illustrazione dei meccanismi che muovono i sentimenti degli italiani) e i suoi romanzi minori (la serie idealmente legata agli anni del Risorgimento con quel piccolo gioiello per ragazzi Daghela avanti un passo!), elementi che certo apportano sostanza importante alla sua opera generale. Nella prefazione di Matteo Marchesini che arricchisce il volume, vengono messi in luce i caratteri più importanti di Bianciardi, incrociando con grande perizia gli eventi autobiografici con le opere, e non poteva essere altrimenti visto quanto detto precedentemente, e tratteggiando così un importante e sentito ritratto dello scrittore.

Una delle eredità più importanti di Bianciardi è senza dubbio la forza politica delle sue parole e dei gesti dei suoi protagonisti: in La vita agra si rintraccia l'anarchismo, ma il suo sguardo è più profondo e lungimirante, un sogno che si sgretolerà con il passare degli anni e che contribuirà a lasciarlo solo, in preda alla dipendenza dall'alcol, fino alla morte. Il sogno era quello di una società che nella sua interezza potesse respirare il progresso, non restringendolo quindi solo ad un gruppo di accigliati dirigenti, con gli intellettuali capaci di agire dentro la società in questo senso e non dall'alto di vacui piedistalli, in grado di diffondere tramite il loro «lavoro culturale» gli ideali di una cultura democratica ed estranea da isterici narcisimi.

Luciano Bianciardi

Il cattivo profeta

a cura di Luciana Bianciardi

prefazione di Matteo Marchesini

Il Saggiatore

pp 1482, euro 62

Siti, no money no fun

Andrea Comincini

L’editore Nottetempo inaugura la nuova collana Trovare le parole con un breve ma intenso saggio di Walter Siti, che di parole ne trova, e decise, per descrivere il cambiamento antropologico dell’uomo contemporaneo. Già Benjamin, in Capitalismo come religione, aveva tracciato il profilo del cittadino attuale, mostrando quanto la fede nel denaro abbia sostituito vecchi idola e radunato i credenti dalle chiese ai centri commerciali. Adesso, nell’era dei Bitcoin, persino gli edifici svaniscono e la moneta viaggia sui display: la trasfigurazione da Homo Sapiens a Homo Digitalis è completa: l’economia di mercato e uno strano “esistenzialismo multitasking” sostituiscono le vecchie ideologie e la costruzione stessa dei rapporti sociali, affidando il singolo a un prezzo da pagare. O da non pagare. È qui che Siti analizza la seconda frattura vitale dell’umanità occidentale, e lo fa non solo con lo sguardo del sociologo, ma del letterato in bilico fra due generazioni e si accorge, amaramente, quanto il to be or not to be di shakespeariana memoria sia ormai definitivamente declinato a to buy or not to buy.

L’aspetto tragico della scelta, tuttavia, non è nella misera alternativa, ma nel constatare che in realtà siamo costretti a comprare e pagare sempre, persino quando alcune merci o servizi sono offerti gratuitamente. Siti esplora il mondo dell’e-commerce, delle piattaforme digitali e dell’economia virtuale per scorgere la caratteristica principale del nuovo mondo: attualmente il denaro non è più mezzo di riscatto, ha perso la sua forza emancipante – quella dallo scrittore assaporata nella giovinezza – per diventare una gabbia psicologica lesiva di ogni dignità. Se negli anni ’70, pur con le contraddizioni registrate da Luciano Bianciardi ne La vita agra, la società italiana poteva guardare al futuro con speranza, oggi lo stipendio non emancipa le persone. La ragione non è dovuta al crollo del potere d’acquisto – non solo – ma al fatto che la dignità e il piacere di comprare la prima automobile, pagare il mutuo o la lavatrice, tipica di una generazione, non è accompagnata da riscatto sociale, orgoglio o qualsiasi sfumatura ludica. L’uomo digitalizzato compra per sopravvivere o mantenersi in trincea, e senza futuro, vive nevrastenicamente il rapporto con l’altro. Il denaro, sebbene prodotti e servizi gratis aumentino, sebbene si possa pagare un pranzo pochi euro o nulla (la formula all you can eat), usufruire del car sharing, vedere film appena usciti for free, non è capace di conferire dignità al consumatore. In realtà questi è consumato, anche quando gli offrono a prezzi risibili musica, cibo o posti letto, da una rete di coercizione informatica costantemente attenta a strappargli informazioni, a violarne la privacy, a tradurre i gesti liberi in lavoro gratuito coatto, senza suscitare sospetto nell’interessato. L’assenza di moneta, la totale evaporazione, non produce libertà ma anonimato etico, mancanza di coordinate politiche, e quindi repressione. L’autore si chiede se la sua sconsolata denuncia non provenga da una età ormai avanzata; la risposta è purtroppo negativa; l’analisi della alienazione quotidiana è chiarissima: da una parte una élite multimediale padrona del mondo e dall’altra una massa devota a scimmiottare i ricchi per convincersi di non essere depredata della loro esistenza, confinata in periferie sempre più squallide, ma “benedetta” dal poter scaricare gratis la musica negli IPod, o di poter viaggiare a Dublino o Madrid con 1 euro, per poi spendere il prezzo reale del volo con raggiri mediatici, gratta e vinci e servizi extra. Il gratuito è diventato il moderno dio mondatore delle coscienze, ma nessuno spirito rinnova gli animi. La qualità svanisce, e qualora venisse richiesta, deve essere pagata.

Siti intravede un mondo di prodotti gratis, ma pervasivamente grigi e anonimi come ormai le nostre città di plastica. Pagare dunque non è più fonte di riscatto, e non pagare non causa sollievo. L’uomo contemporaneo si perde in un dedalo di sottoprodotti e sottomarche, a sottocosto, nei sottoscala di quartieri devastati. Qualcuno naturalmente si sottrae al gioco (gli inventori delle regole): le grandi multinazionali, per esempio, in grado di comprare concessioni in Europa per emettere Co₂ oltre il limite consentito; la Coca Cola®, dispensatrice di fontane gratis in sud America dopo aver ottenuto concessioni di milioni di litri d’acqua a prezzi risibili (chissà come…); i grandi motori di ricerca, capaci di orientare i gusti del consumatore. “Quel che si è perso è proprio il senso originario del denaro; il consumismo si è caratterizzato fin dall’inizio per una sproporzione tra valore d’uso e valore di scambio, ma oggi il divario è diventato così abissale e falotico da far perdere qualunque orientamento. Quale piacere aggiuntivo può far costare duemila dollari un gelato?” Insieme al denaro, dignità e piacere si sono volatilizzati. Per lo scrittore il futuro è cupo, e tuttavia Siti intravede una via di fuga. I giovani, probabilmente “stanno già trovando nuove vie di uscita”, dall’ingorgo massmediologico contemporaneo, dall’economia dei bitcoin e dei reality a Wall Street. Saranno loro a ristabilire il valore dell’uomo che, come diceva Hobbes, “come di tutte le cose, consiste nel suo prezzo”, confermando o contestando le parole del filosofo.

Walter Siti

Pagare o non pagare. L’evaporazione del denaro

Nottetempo, 2018

pp. 135  euro 12

Turnaturi, slanci amorosi e falsi movimenti

Simona Argentieri

Non bisogna lasciarsi trarre in inganno dal titolo, apparentemente romantico, 'rosa'. Non c'è infatti niente di 'sentimentale' in questo saggio sullo statuto attuale dell'amore nel nostro paese. D'altronde conosciamo bene Gabriella Turnaturi, sociologa attenta della modernità, le cui corde sono piuttosto quelle dell'ironia, dell'analisi acuta – sia pure di piacevolissima lettura – di argomenti scomodi come quelli del tradimento e della vergogna. Ne è una precisa testimonianza la copertina del libro, che riproduce l'immagine di un cuore inciso sulla corteccia di un albero, una tradizione ingenua con la quale un tempo si riteneva di affidare ai secoli la testimonianza della durata della propria passione. Ma oramai gli alberi sono piuttosto il simbolo estremo della precarietà.

Cosa si può dunque dire oggi sull'amore? Secondo l'autrice, "il paesaggio amoroso italiano sprigiona un eccesso di calore, una miscela di emozioni" (altro che le "intimità fredde" della quali parla Eva Illouz), perché tutto si chiede all'amore: riscatto sociale, gratificazione emotiva, dominio dell'altro ma al tempo stesso possibilità di affidamento all'altro. Insomma, è l'unica esperienza accessibile a tutti, l'unico "bene democratico". E aggiungo per parte mia che all'amore chiediamo anche la conferma della nostra identità, il sostegno narcisistico, il luogo di proiezione di parti scomode di sé … Mentre il piacere – quello sessuale come quello di stare insieme – è invece in fondo alla lista.

A conferma delle intuizioni della Turnaturi, posso dire che secondo la mia esperienza non c'è persona nevrotica, disastrata, dissennata che non possa avere – o simulare – una relazione di coppia, se solo lo vuole. Tale stato non può essere considerato di per sé un criterio di sanità mentale, perché troppe volte dietro l'apparenza adulta si celano altri ben più arcaici bisogni. Per me, nella dimensione clinica, è un segnale ben più indicativo se una persona ha o non ha amici.

Il paradosso è che a fronte di così esorbitanti richieste e aspettative, le scelte di coppia siano poi così incaute; e che a così basilari richieste al partner corrisponda così poca cura del rapporto. Il turbinio delle relazioni, del prendersi e lasciarsi – falso movimento della coazione a ripetere – deriva da motivazioni inconsce, incontrollabili e misteriose, ma tutt'altro che cieche: ri-trovare un oggetto perduto, un complemento narcisistico di sé, in una alchìmia di collusioni, incastri, repliche di illusioni. Problemi di sempre, ma più evidenti oggi perché siamo più liberi di seguire gli impulsi, meno condizionati dalle regole sociali; e infatti si riscontrano a vasto raggio nei giovani e nei vecchi, negli omosessuali e negli eterosessuali, a ogni livello della società. Puntualmente, l'autrice segnala infatti come tanto slancio amoroso produca poi frustrazione, gelosia, delusione, risentimento e soprattutto tanta rabbia.

È in ragione di tutto questo che a mio avviso non si deve avere troppa pietà per le storie infelici, per coloro che patiscono per amori geograficamente lontani, impossibili, non corrisposti. Tali sventure discendono troppo spesso dalla nostra pigrizia emotiva, dall'avarizia affettiva, dall'egocentrismo che si cela dietro la lamentazione per la solitudine; sono insomma l'alibi per la nostra incapacità di amare.

Gabriella Turnaturi non si limita a stigmatizzare le piccole, anonime infelicità quotidiane. Nel capitolo "Ciò che amore non è" si confronta anche con le violenze, gli assassinii, le prevaricazioni che giorno dopo giorno vengono perpetrati – soprattutto sulle donne – e poi 'spiegati' e nobilitati da chi li infligge come conseguenze dell'amore.

Ma è giusto ricordare che c'è anche un altro capitolo bello e confortante: "In nome della legge. Il diritto all'amore", che è anche l'occasione di rendere omaggio a un caro e prezioso amico da poco scomparso, Stefano Rodotà. Qui si parla con legittimo orgoglio delle conquiste civili fatte in questi ultimi decenni sul piano dei diritti (divorzio, aborto, abolizione del 'matrimonio riparatore' e del reato di adulterio, nuovo diritto di famiglia, unioni civili omo ed etero, testamento biologico …) come premessa necessaria al potersi amare davvero. È un percorso faticoso ma ben avviato, che potrà ancora dare buoni frutti se – aggiungo, ma so che Gabriella Turnaturi è d'accordo e anche Stefano Rodotà lo era – manterremo viva l'attenzione a non confondere ogni desiderio con un diritto.

Questo piccolo libro esente da ogni retorica, con succinta bibliografia e nessun inchino accademico, nato dalla curiosità e dalla disponibilità all'ascolto, senza pregiudizi ma anche senza indulgenza, ha meritato recentemente il prestigioso premio "Elsa Morante" per la saggistica.

A prova di tali qualità di delicato equilibrio mi piace concludere con l'interrogativo finale (severo) e la risposta (molto umana) che l'autrice ci propone: "Se l'amore contemporaneo è davvero così liquido, perché ogni delusione, ogni abbandono, ogni tradimento vengono vissuti come esperienza tragica e dolorosa? […] Forse perché in nessun altro tipo di relazione ci si mette così in gioco, forse perché anche nell'era della flessibilità ogni volta ci si illude che quell'amore si sottrarrà a ogni omologazione, affermerà la sua unicità e la sua eccezionalità".

 

Gabriella Turnaturi

Non resta che l'amore - Paesaggi sentimentali italiani

Il Mulino, 2018

pagine 120, euro 12

 

Joyce, le donne di Giacomo

Marika Strano

“Sulle scale. Una fredda fragile mano: timidezza, silenzio: occhi scuri inondati di languore: logoramento.” (XL)

James Joyce, in questa breve ma significativa sezione del suo poemetto noto come “Giacomo Joyce” e ora ritradotto da Renzo Crivelli nel suo Un amore di Giacomo sembra voglia farci chiudere gli occhi e udire il silenzio. Il silenzio di chi? Di una delle sue giovani studentesse delle quali si era innamorato? Il silenzio di una prostituta di un bordello della zona triestina di Cavana? Di chi sono le mani delle quali ci fa immaginare il freddo? In questo caso, sembra plausibile che la sezione sia destinata ad una delle giovani allieve a cui lo scrittore irlandese, arrivato a Trieste nel 1904, dava lezioni di inglese.

Un silenzio che sembra essere proprio quello di una sala in una villa della ricca borghesia dove il giovane professore veniva condotto per impartire le sue lezioni. Aveva un modo “strano” di insegnare, Joyce, il suo metodo piaceva a queste giovani ed intraprendenti fanciulle che pendevano dalle sue labbra. Venivano indotte anche a scambiare opinioni, e la loro cultura era una potente arma di seduzione per il giovane. Era divertito dall’intrigante scambio di idee con quelle ragazze tanto delicate, esponenti di un mondo dal quale Joyce era attratto, ma che poteva solo guardare da lontano.

 Il silenzio che echeggia in questa sezione così evocativa, sembra essere quello di Annie, o di Amalia, o di Emma, di una delle sue “amate” studentesse.

Joyce vorrebbe essere toccato da quella mano delicata e fredda e fragile: vorrebbe che quegli occhi potessero parlare il suo linguaggio, l’unico che il giovane uomo sembra conoscere e poter utilizzare.

Ecco perché, poi, il logoramento. Il silenzio fa troppo rumore nella mente di “Giacomo”. È un silenzio che lo porta ad annullarsi, a cercare una risposta dalla amata, una risposta che non arriverà mai. Non un “Si” o un “ti amo anch’io”.

Joyce, come ricorda appunto Crivelli, è come se si atteggiasse “a un bambino che deve ottenere considerazione da parte della donna in virtù della propria debolezza”. E quella ricerca quasi disperata di un segno o di una parola lo portano al desiderio di un “porto sicuro”: Nora, la compagna di una vita, colei che non lo ha mai abbandonato e mai lo farà.

La similitudine di Crivelli calza a pennello: “Nora è simile all’asta di un metronomo che oscilla, scandendo il tempo regolare della vita, fra l’allieva di Giacomo e la prostituta del bordello.”

La donna sembra essere il giusto mezzo nella vita di Joyce: angelicata, la Beatrice di Dante con un compito: traghettare la vita del suo peccatore dalla riva del peccato a quella della salvezza.

Ma anche la Nora delle lettere sconce, la donna capace di appagarlo sessualmente, di sedurlo e di dargli piacere, e con la quale riesce a fondersi fino a sottomettersi completamente a lei.

Quella ragazza che lascia la tranquilla Galway a soli diciassette anni per trasferirsi con lui nel Continente; che decide di seguirlo in “esilio” per poi, nonostante le sue “scappatelle” nei bordelli della zona di Cavana, rappresentare la salvezza da un’esistenza fatta di perdizioni e di ricerca di un piacere che mai riuscirà del tutto ad appagare.

Il logoramento di “Giacomo”, però, è dato anche dai sensi di colpa: “quelle dita fredde e quiete hanno toccato le pagine, oscene e belle, sulle quali la mia vergogna brillerà eternamente. Quiete e fredde e pure dita. Hanno mai sbagliato?” (XXXVIII).

Il senso di colpa è dovuto a quel “gioco di sguardi” tanto intrigante per lo scrittore.

Ecco perché Joyce sembra “spiare” attraverso “il buco di una serratura” le sue donne. In un primo momento le osserva, le guarda ammaliato e colpito. Non vuole farsi scoprire ad osservare i loro oggetti, le loro movenze, le capigliature o gli indumenti, potenti richiami al suo orecchio.

E quegli indumenti “hanno nella mente di Joyce una ‘persistenza emotiva e reale’ costante. Nel senso che hanno anche vita propria dopo essere stati indossati, tolti, e dismessi in un guardaroba.”

Quei pizzi, quelle sottovesti, le gonne lunghe fino alle caviglie che lascerebbero intravedere uno scorcio proibito di pelle se non fosse coperta dagli stivaletti talvolta con tacchi alti. Sono per lo scrittore occasione di una precisa e attenta descrizione di quel mondo alto-borghese da cui è attratto. Rappresentano “feticci”, e sono per lui pura seduzione. È sensibile perfino alle capigliature, il “lento svolgersi di capelli disciolti, cadono. Lei non se ne avvede e mi cammina davanti, semplice e fiera.” (XXX) Joyce, anche in questo caso, è molto ambiguo riguardo al destinatario di questa sezione: sembra provare piacere a  porre delle domande ai suoi lettori, anziché dare delle risposte. Sta parlando della prostituta che lo accompagna nella sua stanza di piacere o di un salotto di un’allieva altolocata?

Anche un semplice dettaglio nella sua mente fa scattare una scintilla.

Vuole, però, che il suo piacere rimanga segreto e nascosto, come del resto lo sono stati per tanti anni i fogli del poemetto.

Solo in seguito le sue donne potranno contraccambiare le sue attenzioni, come farà Leopold Bloom con Gerty MacDowell nel XIII episodio dell’Ulisse. Gerty cederà a quegli sguardi “di matrice erotica, seduttiva” solo dopo essersi resa conto di essere a sua volta guardata da Leopold.

Renzo Crivelli, nel suo libro “Un amore di Giacomo”, definisce il poemetto in prosa “Giacomo Joyce un “discorso amoroso fatto di immagini: frammenti di immagini, scorci di immagini, scorci di immagini segmenti di abiti che occhieggiano, esattamente come primi piani di occhi che “vestono” i segreti della mente.”

Il “Giacomo”, pubblicato da Ellmann integralmente nel 1968, è l’unica opera dell’autore irlandese interamente ambientata a Trieste. È un momento di sperimentazione per Joyce, e secondo Fritz Senn sembra “una serie di exercises de style” per i suoi futuri lettori  dell’Ulisse e, ancora più tardi, di Finnegans Wake.

Non può non saltare subito all’occhio dei lettori la “frammentazione” del “Giacomo”, aspetto molto discusso dalla critica: le sezioni, sono separate da grandi spazi vuoti, spesso imputati al desiderio dell’autore irlandese di non condividere con il pubblico quelle brevi riflessioni. Le sezioni sono state spesso considerate dei “paragrafi individuali” non connessi tra di loro e non destinate alla pubblicazione.

Ma è la bella grafia utilizzata da Joyce a suggerire che quei fogli fossero destinati alla pubblicazione. Il vuoto potrebbe rappresentare tutto quello che di non detto Joyce ci dice.

Uno degli aspetti più interessanti del libro di Crivelli è la smentita di una presunta misoginia dell’irlandese.  Infatti, il critico spiega che se da un lato è vero che Joyce “ha un modo tutto irlandese di guardare le donne” esternando opinioni negative su di esse, dall’altro questo è solo un primo “step” di un percorso che lo scrittore irlandese intraprenderà per poi provare a comprendere “cos’è davvero una donna”, come avverte Molly Bloom nel suo fatale monologo.

Renzo Crivelli

Un amore di Giacomo

Castelvecchi

222, euro 22

Spiegare il calcio con lo struttural-marxismo

Luca Benvenga

A poche settimane dall'inizio del mondiale di calcio nella Russia anti-europeista, esperti, analisti, commentatori e osservatori, sposteranno con un po' di timore la loro attenzione sui gruppi organizzati di tifosi e sull'esaltazione dello scontro tra frange opposte, una logica inveterata che enfatizza il carattere tanto di durezza quanto, a detta dei più, di “de-civilizzazione” degli attori sociali, espressione di una cultura violenta e di uno stile di vita maschio e industriale.

Negli ultimi cinquant'anni la questione delle tifoserie nel calcio è stata al centro dell'interesse di un numero impressionante di lavori teorici e ricerche empiriche sul mondo del tifo, in particolar modo in ambito britannico. Entrando nel merito della letteratura anglosassone, tra gli epigoni di un filone di studi che coniugasse lo spettacolo di massa per antonomasia alle turbolenze e intemperanze delle fasce popolari, entra di diritto John Clarke, autore di importanti contributi[1] tesi a studiare il gioco del calcio e il problema della violenza negli stadi in relazione ai valori e ai comportamenti fondanti la cultura della classe operaia inglese (prestanza fisica, virilità, sentimento di appartenenza), inserendosi, con una lettura deterministica delle pratiche e dei fenomeni sociali, in una cornice teorica di chiara ispirazione marxista.

Attraverso un'analisi comportamentale in cui si privilegia la dimensione collettiva e di classe dell'agire, l'autore nei suoi scritti approfondisce il rapporto tra egemonia, ordine sociale e subalternità, cogliendo i principi di questo sport e i suoi interpreti a partire dall'epoca vittoriana. Muovendo da una prospettiva storica e sociologica, Clarke passa in rassegna atteggiamenti e scenari socioculturali attraversando epoche differenti, mettendo sotto la lente conoscitiva, oltre all'evoluzione che ha investito lo sport del calcio in termini strutturali e più propriamente di partecipazione agli eventi, la tesi della violenza come pretesto idoneo per una crescente preoccupazione di gruppi di giovani intorno ad una particolare concezione della mascolinità, riaffermando in questa direzione i valori di una classe e il senso di territorialità con la riappropriazione dei campi, in una logica tutta operaia di “presa” simbolica di uno spazio (come lo street corner, o la piazza del quartiere, per citare degli altri esempi) che si sviluppa per antitesi e contrapposizione (“questa la mia zona, quella la tua”) .

Secondo il ricercatore inglese il progressivo cambiamento che interesserà il gioco del calcio nel secondo dopoguerra, rappresenta per i figli della working class britannica il pretesto per l'esplosione di un sentimento di frustrazione e di un generale malcontento nei confronti della società: il “football hooliganism” si afferma così in nome di una volontà di esprimere una refrattarietà all'imposizione di un modello-calcio che si sposta coattivamente verso la professionalizzazione (cura della tattica, metodi scientifici di allenamento), la commercializzazione (tribune, strutture bar, aree ristoro e social club per i tifosi) e la spettacolarizzazione (presenza di cheer-leaders o il lancio dei palloncini nel pre-match).

Una possibile lettura di questa “rabbia formalizzata” è da interpretare come tentativo di recupero delle radici culturali, oramai erose, dello sport popolare per eccellenza quale è il calcio, storicamente connesso in un rapporto costitutivo con le trasformazioni che hanno caratterizzato la sfera economica e politica delle società occidentali. È la crisi occupazionale degli anni Sessanta e Settanta, come ci spiega ancora Clarke, che segnerà di elementi sempre più conflittuali la sfera comportamentale di vasti settori di forza lavoro, giovani polarizzati nelle periferie che si troveranno a valorizzare la marginalità e ad esprimere la propria fisicità e mascolinità aggregandosi nelle curve degli stadi, con l'inverarsi della dissoluzione del contesto sociale e produttivo all'interno del quale si riproduceva in passato lo scontro di classe.

Tenuto conto di quanto evidenziato, l'attualizzazione di questi ragionamenti, e ancor di più dell'intero impianto teorico cui Clarke fa ampio riferimento, si ritiene sia centrale per rintracciare quegli elementi che ci consentano di sviluppare un approccio strutturalista allo studio del tifo organizzato, identificando quelle caratteristiche e quei meccanismi che risultano fondamentali per le espressioni legate alle dinamiche calcistiche, per meglio comprendere se la radicalità ultras ed il suo raggio d'azione sia solo l'effetto di una percezione mediatica e/o collettiva, amplificata dalla comunicazione e/o da ricorrenti situazioni di ansietà sociale che ne semplificano il processo euristico e lo orientano verso la mera perpetuazione della violenza indiscriminata, o un fatto reale e dinamico che presenta, nei suoi snodi contemporanei, delle nuove e interessanti caratteristiche con dei contenuti extra, risultato di una battaglia simbolica condotta da chi conosce a sufficienza i rapporti di forza e si svincola dall'immobilismo che schiaccia il soggetto ragionante, quale garanzia delle minacce ambientali che lentamente si storicizzano.

Oggi molti ultras si spostano nel calcio di provincia come risposta allo star system, luogo ideale nel quale esprimere la propria identità sociale e politica al di fuori di un sistematico controllo istituzionale, una reazione strutturata e senza dubbio partecipativa e mutualistica (con una forte componente di classe), che ripropone riattualizzandoli i valori condivisi da molti settori di uomini e donne che vivono la dimensione allargata della vita, quello spirito di solidarietà sorretto da una sorta di militantismo del terzo settore (quello del no-profit), che ridimensiona l'incisività della pratica “dura” della sfera comportamentale, alimenta il senso di autorità (in un preciso contesto territoriale stando a quanto scritto in precedenza riprendendo John Clarke) di frange di più o meno “giovani associati”, in grado soprattutto di sottrarsi all'ordine repressivo che da più di un decennio disciplina gli atteggiamenti collettivi negli stadi di tutta Europa, e che dati alla mano ha disincentivato la violenza nei pressi degli impianti sportivi (ma l'ha pilotata in più dei casi in altre aree dell'urbe, o quanto meno spostato il luogo del conflitto).

È questa sfida al potere che si origina nella categoria di spazio (ovvero quello di accaparrarsi le risorse oggettive per una esplosione di soggettività) e del consumo individuale di un bene di lusso che oggigiorno urge di profonda interpretazione, per meglio indagare il salto di qualità e l'anticipazione dei tempi che percorre una parte del il tifo organizzato (anche quello che in passato ha agito violenza), coloro che scelgono l'azionariato popolare in tempi di crisi e di austerità, che si rifugiano nei campi di provincia convinti che il cambiamento, declinato in fattori sociali, passi dal proprio quartiere, dalla propria cittadina, ideatori di un paradigma culturale che risulta essere determinato da uno scarto tra regime di desideri e pratiche di autonomia e libertà.

L'opposizione ritualistica (fatta di simbolismi, slogan, coreografie) in questo nuovo universo del pallone lontano dalle luci della ribalta, non si esaurisce nella sola cornice della partita di calcio (A. Del Lago, 1990), ma le sue fondamenta sono da rintracciare in una arena essenzialmente politica basata su un principio di cooperatività tra Nord e Sud senza campanilismi, di alleanze ideologiche (quella antifascista), che denotano una ferrea volontà di perpetuazione di un movimento di resistenza declinato nell'invarianza filosofica dei soggetti agenti, tanto in un passato meno recente, quanto in un presente pieno zeppo di spunti di riflessione e di belle speranze.

[1] “Football Hooliganism and the Skinhead”, Stencilled Occasional Paper, CCCS, University of Birmingham, 1973. “Football and working class fans: Tradition and Change”, in R. Ingham (Ed.), Football hooliganism, London, Inter-Action, 1978.

1945, un mezzogiorno di fuoco in Ungheria

Michele Emmer

Una giornata assolata, in una campagna desolata, una piccola stazione. Il capotreno sta aspettando che arrivi il treno. Con lui aspettano in tre.  Si sente il fischio, il rumore del treno a vapore che si avvicina.

Ma non siamo a Hadleyville nel territorio del Nuovo Messico nel 1898. Piccolo paese in cui tutti gli abitanti stanno aspettando che arrivi il treno, anzi che si senta il fischio del treno che arriva. Con il treno arriverà un bandito condannato e graziato, alla stazione lo attendono tre banditi che vogliono vendicarsi dello sceriffo che aveva fatto arrestare il bandito che sta ritornando. Il treno arriva nel film High Noon (titolo originale, Mezzogiorno di fuoco in italiano), a mezzogiorno appunto, un ruolo importante lo hanno gli orologi, e il film fa salire man mano la tensione in attesa dell’evento. E i cittadini della città reagiscono in modi diversi, uniti nel non voler rischiare e unirsi allo sceriffo. Compresa la moglie quacchera. Protagonisti di questo capolavoro assoluto Gary Cooper e Grace Kelly, regista Fred Zinneman, scritto da John W. Cunninghan e Carl Foreman, anche produttore ma il suo nome non compare perché era nella lista nera della MPAA, Motion Picture Association of America, dove è stato inserito inserito dopo il 1950. La lista completa si trova in rete ed è interminabile. Val la pena leggerla.

Il film è del 1952. Gary Cooper morì il 13 maggio 1961. Quella sera a Roma, Luciano Emmer ed io andammo a vedere per la terza volta (per me almeno) quel film che era proiettato al cinema Quattro Fontane per omaggio a Cooper.

Il film di cui si sta parlando è invece un film del 2017. Non vi sono dubbi che a quel film di Zinneman, a quell’attesa nel sole di mezzogiorno del treno che arriva fischiando, si è ispirato il regista Ferenk Török per l’inizio del suo ultimo film,  intitolato 1945. Sono passati 50 anni dall’epoca in cui era ambientato High Noon. E siamo in una piccola stazione in Ungheria alla fine della seconda guerra mondiale. Il treno arriva all’inizio del film, e stanno aspettandolo tre soldati sovietici, dei ragazzi, in una jeep.  Il treno arriva fischiando, i tre giovani soldati sono lì solo per routine. Devono controllare chi arriva in quella piccola città dell’Ungheria.  A parte il capo stazione di quella piccola e abbandonata stazione, ci sono due persone che attendono, con un carro. Il treno arriva sbuffando, il sole è alto, il bianco e nero del film, altra cosa in comune con High Noon, è scintillante, il tempo atmosferico immutabile nel film western (e questo non lo è un western?) qui cambia, si aspetta, si profila una tempesta, che arriverà ad un certo punto e bagnerà tutto e tutti. Ma alla fine del film.

Chi scende dal treno? Due personaggi, due ebrei, si riconoscono subito da come sono vestiti. Non diranno molte parole, anzi praticamente non parlano. Malgrado in tanti si aspettino che dicano qualcosa. E cominciano a camminare. Erano forse attesi, aspettati, temuti. Da chi? Da tutti, perché a poco a poco, man mano che avanzano, gli abitanti, il poliziotto, il notaio, vera autorità del paese, si pongono delle domande. Che cosa hanno nelle due casse che trasportano?  Profumi per far concorrenza al negozio del notaio? Dove si fermeranno?  Accuseranno qualcuno? Perché qualcuno ha commesso qualcosa di grave, denunciando degli ebrei del tutto innocenti. La tram del film è prevedibile, come lo era quella di High Noon. Ma molte volte in un bel film che la trama sia prevedibile è un dettaglio trascurabile, anzi rende ancora più avvincente il film, non siamo distratti dalla trama, non abbiamo l’ansia di sapere come va a finire. Lo sappiamo. E allora questo fatto toglie suspence al film? Anzi l’ aumenta, è quello che fanno i personaggi, come reagiscono, come si comportano in quella luce bianco e nera accecante. E ci sarà al ritorno, a piedi, la tempesta. E la vita ricomincia come prima? Certo la paura dei diversi che arrivano, che non vogliono spiegare, che non vogliono che nessuno capisca, o semplicemente non se ne curano, che sanno loro soli che cosa vogliono e siamo sicuri che faranno quello per cui sono venuti, anche se il paese al contrario del film con Gary Cooper riesce a mobilitarsi, per difendersi. Ma da cosa si vogliono difendere?

Dal nuovo, dall’incerto, insomma chi sono quelle due persone? Una maledizione? Due angeli vendicatori?  È banale dire che ovviamente la risposta non c’è perché la risposta sono i volti, le facce, le espressioni, la campagna, il camminare da soli nella tempesta, per riprendere un treno per andare via, ovviamente nella Ungheria del 1945. Altri tempi.  Una parentesi, una piccola giornata di paura per chi temeva di dover pagare, di dover rendere conto. E lo hanno dovuto fare in realtà, con la vita sconvolta del paese proprio perché non è successo nulla. Insomma un bel film. Visto a Roma in un piccolo Cineclub, l’Apollo 11. Non è certo una storia che può interessare chi va al cinema. Forse se lo facevano interpretare a un sosia di Gary Cooper con il cappotto nero e il capello nero in testa. E con la pistola e un bel duello. Viva il cinema!

 

1945

diretto, scritto e prodotto  da Ferenc Török con l’aiuto di  Gábor T. Szántó

interpretato da Péter Rudolf, Tamás Szabó, Kimmel, Dóra Sztarenk, Bence Tasnádi

musica di Tibor  Szemzö

produzione Katapult film

Ungheria, 91 m. (2017).