Bensimon, un paese annegato

Vincenzo Barca

Antônia è morta. Lo sappiamo fin dalle prime pagine del romanzo e, di colpo, il mondo si è rovesciato. È finita l’infanzia, sono finiti i pranzi domenicali, due zii hanno litigato, è finita la voglia di cambiare il cloro e l’aria aperta è diventata sempre meno aperta... e tutto è molto meno divertente di quanto lo abbiamo sempre, per sempre immaginato.

C’è un prima e un dopo il tragico evento che le ha tolto la vita. Una frontiera labile, fluida, perché, se pure la sua scomparsa fisica è definitiva, lei occupa con insistenza, quasi con prepotenza, la ragione e il sentimento di chi è rimasto. E Hank Williams, allora? Giusto per fare un esempio (che non è mio, è Bensimon che ne presta il ricordo a un suo personaggio): stella indiscussa del country americano dopo la Seconda guerra, se n’è andato a 29 anni di alcol e di droghe, eppure le sue canzoni sopravvivono ancora. Le ha incise persino Bob Dylan. Si può vivere poco e durare molto. Occupa tutta la scena Antônia, come spesso succede a chi muore giovane e in circostanze drammatiche. La violenza del fatto riverbera sui luoghi che la ragazza ha abitato e lo fa d’imperio, non lasciando in pace nessuno. Nel bar del Polacco, dove il biliardo del titolo continua, ingombrante, a simboleggiare l’azzardo, i personaggi che prendono la parola (i vivi si illudono di farlo) continuano a bere e a impugnare le stecche per mettere le biglie in buca. Ognuno, solitariamente (i protagonisti non si parleranno mai per tutte le centotrentasette pagine del testo), ripercorre i momenti passati con lei, i frammenti che la memoria gli consente.

Bernardo, il ragazzo che più di tutti è stato vicino ad Antônia, in un suo modo un po’ impacciato si attarda sulla dinamica dell’incidente che ha portato via la ragazza, specula, si impunta in una ricostruzione: telecamere che accompagnano, ma solo fino a un certo punto, la corsa dell’automobile verso il palo dello schianto fatale, la velocità, la distanza. Dati, misurazioni che inseguono una spiegazione razionale, come se i dati, in logica concatenazione, potessero offrire un racconto lineare che metta fine al tormento delle speculazioni, alla vertigine delle ipotesi. E invece non c’è convergenza che regga: con la sua morte, Antônia si è portata via la logica. Il Signor Prosa e la Signora Poesia, Faulkner, Eliot, il jazz e le partite di hockey, tutto è finito sott’acqua.

Sull’altra sponda del biliardo c’è Camilo, il fratello malriuscito, che passa il tempo a smontare e rimontare motori nascosto sotto le macchine, in un’occupazione che sembra non avere un fine né una fine, o forse è un modo per sfuggire all’obbligo di trovarlo, un fine, come si conviene e ci si aspetta da ogni adulto. Anche Camilo si aggrappa a un indizio, un cubetto rosso che sembra la chiave per entrare in un mondo che Antônia custodiva segreto.

C’è anche un terzo personaggio, la cui storia interseca in qualche modo quella principale, ed è il Polacco, un fuggiasco, un uomo che ha disertato le sue responsabilità ed è riparato in questo posto che, contrariamente alle attese, non gli offrirà un ricovero sicuro. Ma lui è il padrone del bar, ed è il suo bar che ospita il biliardo intorno al quale si organizza la storia.

Invano si cercheranno nel romanzo toni da giallo o da noir. Perché il colore che predomina è quello di un grigio d’acqua e di nebbia, cielo e lago confusi in una mescolanza deprimente. Piove anche, o ci starebbe bene che piovesse, perché il mondo è entrato in pausa e tutto si sta ricoprendo di ruggine. E anche i discorsi sembrava che si fossero arrugginiti in qualche posto profondissimo dentro di noi. Non è solo il biliardo a essere finito sott’acqua: i personaggi del romanzo, l’intera città senza nome sembra essere sprofondata sotto il lago sul quale si affaccia, un lago che è acqua sporca di fognature trascurate, comunque abbandonate, marrone, non a caso.

Le strade intraprese da Bernardo e da Camilo alla ricerca di una presunta “verità” si riveleranno perciò entrambe deludenti. Perché di una vita che se ne va ci restano solo indizi. E ognuno ne conosce appena qualcuno, e neppure la loro somma, se mai si potesse fare, costituirebbe un tutto, esaurirebbe il senso di un’esistenza e soprattutto della sua fine.

Così la voce dell’assente si innalza sul brusio uniforme di chi si affanna a riempire i vuoti, con l’unico risultato di trovare le proprie, di voragini, non avendo poi abbastanza animo e mezzi per esplorarle.

Il paesaggio, così fondamentale nel romanzo, è quello del sud del Brasile, dove Bensimon è nata e vissuta, un Brasile che poco ha a che vedere con le cartoline di Rio o con il convulso dinamismo di São Paulo. Dove d’inverno piove e fa freddo, dove si beve chimarrão e ci si abbuffa di churrasco, parenti stretti del mate e degli asados argentini. Estremo sud, ultimo riquadro sulla cartina, dove il mondo finisce contro un muro bianco e sei costretto un’altra volta a risalire.

Qui non si risale e si finisce invece sott’acqua, in un grande naufragio collettivo. Il trauma spezza drammaticamente la continuità biografica di chi ne è vittima e la ricostruzione del proprio “scudo” individuale è un processo lungo e delicato, difficile da mettere in moto in solitudine. Mentre il bar del Polacco viene demolito, a vantaggio di un progetto di “rivitalizzazione” del lungolago, se guardiamo la scena con le lenti scurite della situazione politica odierna, ci sembra che ad affondare sia lo stesso pachiderma-Brasile, con una distesa di telecamere a sorvegliarne le rovine.

Nello stato di Rio Grande do Sul, la cui capitale è Porto Alegre e i cui abitanti si dicono gaúchos (con l’accento sulla u), c’è negli ultimi anni un fervere di voci nuove, di scrittori che, come Bensimon, provano a raccontare il Brasile di oggi fuori da ogni tentazione costumbrista e passatista. Pochi, come Michel Laub, sono tradotti da noi. Tanti altri una traduzione la meriterebbero e ne voglio perciò citare i nomi: Antonio Xerxenesky, Amílcar Bettega, Luisa Geisler, Samir Machado de Machado, Veronica Stigger, Reginaldo Pujol Filho (tra gli altri). Ricordando anche che qui sono nati grandi interpreti della letteratura brasiliana, come Moacyr Scliar, Lya Luft, João Gilberto Noll e Dyonélio Machado.

Questo Biliardo è solo il primo, sorprendente romanzo di Carol Bensimon, tradotto per noi da uno sperimentato Petruccioli, capace di seguire (e persino sopravanzare con inventiva) l’autrice nei guizzi rock che smorzano i colori plumbei del paesaggio. Della stessa Bensimon, la Companhia das Letras ha pubblicato una raccolta di racconti e altri due romanzi, l’ultimo dei quali, O clube dos jardineiros de fumaça, racconta le trasformazioni della generazione hippy nordamericana e le battaglie per la legalizzazione della cannabis in California.

Carol Bensimon

Biliardo sott’acqua

(titolo originale: Sinuca embaixo d’água, Companhia das Letras, 2009)

traduzione di Daniele Petruccioli

Tunué, Latina, 2019

Antispecismo prossimo venturo

Andrea Comincini

La capacità di rinnovamento del capitalismo non va intesa soltanto come la raffinata traduzione di sé stesso in nuovi dispositivi merceologici o strategici: l’azione più importante è quel talento nell’assorbire le istanze avversarie e ricollocarle, trasformandole lievemente, in contesti consoni al sistema, detonandone il potenziale rivoluzionario. Ne sono consapevoli i curatori di Smontare la gabbia, un pamphlet-saggio dove l’inarrestabile movimento antispecista raccoglie idee, intenzioni e soprattutto si propone di rispondere a molte critiche piovute ultimamente. Se infatti la lotta per la liberazione degli animali non umani è cominciata spesso fra risate soffuse e ammiccamenti, oggi nessuno può evitare almeno di interrogarsi su quanto viene proposto da numerosi attivisti, cresciuti nei consensi e in visibilità a ritmo esponenziale. Ormai non si parla solo di veganesimo, ma di diritti animali veri e propri, e conseguentemente, quando la protesta è cominciata ad essere vincolante a livello immaginario ed elettorale, ecco che il capitale, denunciano i relatori, ha cercato e cerca tuttora di correre ai ripari. La struttura del testo sviluppa una disamina attenta dei contro-meccanismi di seduzione operati dal bio-mercato nei confronti del cittadino per ricondurlo – è il caso di dirlo – all’ovile.

Una delle tecniche principali è stata ed è trasformare ad esempio la dieta vegana prima in scelta fanatica, successivamente – quando la critica appariva controproducente – in predilezione dietetica. Se dapprincipio “la superiore dignità attribuita all’essere umano rappresenta il fondamento delle più tipiche manifestazioni di queste strategie, che squalificano immediatamente le istanze vegane come espressioni di fanatismo” – si è passati successivamente a ridurre tutto allo slogan “Vegano è bello”, perché fa bene alla salute, è detox, soprattutto dopo un bel cenone di Natale. Si passa, ça va sans dire, da un tentato dispositivo di controllo e di etichettatura di chi rifiuta la carne a una sua assimilazione nel mercato delle vendite, ma ridotta a modello temporaneo, easy. Così è possibile sfruttare l’intero contesto vegetariano senza accettarne i cambiamenti radicali. Appare chiaro quale sia l’obiettivo principale, cioè la neutralizzazione politica del movimento antispecista, ormai considerato inevitabile e indomabile. Davanti alla nuova ondata di finto ecologismo e salutismo ( in verità soltanto una piccola porzione del grande problema della schiavitù degli animali) viene nascosta la principale realtà a cuore agli autori, ovvero denunciare la violenza indiscriminata e ingiustificabile dell’uomo nei confronti del proprio simile, ma anche la non casualità dell’atto. Ma attenzione: persino la cura per gli animali può nascondere una loro mercificazione. Chi non ricorda le foto di Berlusconi con un agnellino in mano, o le costanti iniziative di Michela Vittoria Brambilla a favore degli amici a quattro zampe? Non farsi sedurre da queste campagne pubblicitarie è altro motivo fondamentale. Rifiutare la formula per cui il cane deve essere trattato meglio, viziato, non vuol dire rigettare l’antispecismo, ma quella malsana idea che gli animali siano oggetti, giocattoli da coccolare, passatempo per ricche signore un poco annoiate.

Il movimento antispecista quindi resta fortemente ancorato a sinistra e deve respingere le sirene seduttive degli avversari di destra. Secondo Massimo Filippi, autore di una interessante postfazione, non può essere post-ideologico o asettico, perché ciò significherebbe essere schiacciati proprio da una ideologia, la cui dimensione è palesemente tardocapitalistica. L’oppressione è reale, ed è imposta dal capitalismo, a cui è intrinsecamente imputata la divisione non solo in classi ma in specie: liberare la gabbia dunque, non allargarla per schiavizzare meglio, ma spezzare le catene dell’oppressione è l’unico obiettivo possibile, perché autenticamente liberatorio in primis per gli animali non umani, ma anche per quelli umani, noi. Dove c’è sottomissione, la violenza non può essere circoscritta a pochi, ma riguarda tutti: la critica al bio-sfruttamento si fa serrata e così l’analisi e le alternative proposte, in cui spiccano fra tutte quelle rivolte alla sensibilizzazione del lettore. È fondamentale lottare contro quei luoghi dove “l’esistenza stessa […] si sposa in modo ambiguo con cura e benessere” e “funge da valvola di sfogo per i sensi di colpa del consumatore più sensibile”. L’occultamento emotivo risulta il pericolo ad oggi maggiore: allontanare dagli occhi i mattatoi, cedere al paternalismo, convincerci che basta un trattamento gentile degli animali o ignorare la continua pratica di landgrabbing operata da parecchie multinazionali può portare, passo dopo passo, a un risultato devastante. Come si sottolinea di nuovo in postfazione, bisogna lottare contro l’ideologia giustificazionista dello smembramento dei corpi animali. “Questo libro è una prefazione a un antispecismo attivista a venire, a un attivismo antispecista che dovrà tracciare, percorrere e rendere visibili quelle strade a cui queste pagine possono solo accennare, continuando però a farsi guidare dalla potente intuizione che le attraversa, quell’intuizione che Paul B. Preciado ha riassunto così: “Solo immaginando l’impossibile sarà possibile trasformare l’inaccettabile”.

Smontare la Gabbia, Anticapitalismo e movimento di liberazione animale

A cura di Niccolò Bertuzzi e Marco Reggio

Postfazione di Massimo Filippi

Mimesis, 2019

Alfagiochi / La descrizione di un rebus

Antonella Sbrilli

Il 19 giugno scorso, a un mese dalla scomparsa di Nanni Balestrini, al teatro Argentina di Roma si è svolta in suo ricordo una kermesse dal titolo giocoso I migliori Nanni della nostra vita. Sei ore di interventi hanno rimescolato parole, immagini, suoni, azioni, in un collage senza inizio né fine.

La rubrica Alfagiochi di questa settimana aggiunge un collage a questo collage: si tratta in realtà di un vero collage, realizzato da Nanni Balestrini in occasione della mostra Ah, che rebus! svoltasi nel 2010-11 a Palazzo Poli (Istituto Centrale per la Grafica), e curata da chi scrive e da Ada De Pirro.

L’opera che Nanni realizzò appositamente è il rebus riprodotto nell’immagine: su fondo nero lucido spiccano i grafemi U T M e le immagini di un nanetto da giardino, di una fiaccola (la tèda) e di un quadrante d’orologio.

Leggendo in sequenza questi elementi: “U nano T teda M ore”, si ottiene come soluzione la frase Una notte d’amore. La pratica della frammentazione delle parole, del ritaglio e della ricomposizione, del montaggio, che Balestrini ha usato per allestire i suoi spazi verbo-visivi a più dimensioni, si mette al servizio di un enigma lineare, che si risolve in una frase.

Quante sfaccettature e rimandi ci siano in essa è degno di racconto.

Intanto il rebus prende ispirazione da un testo di Edoardo Sanguineti, l’amico e sodale di Nanni, che era morto nel maggio del 2010. Attratto dalla poetica impersonale e interrogante del rebus, Sanguineti aveva realizzato sin dagli anni Ottanta diversi testi poetici in forma “letteralmente” di rebus, producendo anche una serie di “rebus descritti” o “verbis”, dove le immagini sono descritte verbalmente. (Sanguineti ne parla nel piccolo libro Genova per me).

Per il suo collage del 2010, Nanni prende spunto dalla composizione n. 2 della raccolta Corollario:

che cosa ti chiedo, se chiedi, ti crittorispondo così:

un microU (una specie di similtriboulet, storto, i suoi arti corti) si fa innanzi dondoloso,

ghignando malizioso, scortato da un armato luminoso: (con T gli fa chiarura,

in quella scena oscura): (e tarda è l’ora, come risulta ancora da un quadrante

gigante di un orologio mogio di un torrione di un palancato diaccio,

siglato M): (che indica, a piacere, un gruppetto di numeri romani, rotanti

tra l’I e il XII): siamo, come si dice, pressapoco, à quatre heures du matin:

(nel pieno di un’estate festaiola):

questa è la mia richiesta: e adesso vedi tu

(e dico tu che sai): insomma, noi vedremo (se vedremo): (io vedrò, tu vedrai):

Balestrini segue la traccia del componimento di Sanguineti, esplicitando visivamente le immagini descritte a parole e ribadendo le lettere maiuscole (U T M) che occorrono a completare la sequenza.

Come nota Ada De Pirro, si tratta di “una crittorisposta piena di affetto e di garbata consapevolezza del valore assoluto dell’amore pur nell’effervescenza degli anni di lotta”.
La lotta politica e l’amore: guardando bene, il buffo nano da giardino sembra alzare il pugno chiuso, mentre - è ancora Ada De Pirro a notarlo - la teda è la “fiaccola fatta con un ramo resinoso che nell’antica Grecia ardeva in occasione delle prime notti di nozze”.

Un dialogo a distanza fra poeti ha dato origine a una catena verbo-visiva: un componimento allusivo ed enigmatico diventa un collage che ne racchiude la soluzione, offrendola a nuovi enigmi e trasformazioni.

Come in un gioco del telefono, possiamo proseguire questa metamorfosi: l’invito di questa settimana è a descrivere il collage di Nanni Balestrini a parole, immaginando un contesto per gli elementi visivi (il nano, la fiaccola, l’orologio) e per le lettere U T M.

Proposte all’indirizzo redazione@alfabetadue.com e su Twitter e Instagram con hashtag #alfagiochi.

Alfadomenica # 3 – giugno 2019

Sarà – ne siamo sicuri – una grande festa quella in programma mercoledì 19 giugno al Teatro Argentina di Roma: una festa per ricordare Nanni Balestrini, evitando da un lato i toni lagnosi che lui avrebbe considerato sommamente disdicevoli, dall'altro cercando di afferrare i moltissimi aspetti della sua opera – impresa impossibile e tuttavia necessaria, di cui l'incontro di mercoledì, intitolato I migliori Nanni della nostra vita e articolato su un lungo orario, dalle 17 alle 23, è solo il primo passo. Trovate in basso, sotto il sommario (come sempre densissimo di contributi), l'invito: tanti i nomi, e forse ancora qualcuno manca.

Grazie al Teatro di Roma per l'entusiasmo con cui ha aderito alla nostra proposta, grazie a tutti quelli che vorranno partecipare da vicino o da lontano a questo ricordo. (Ne seguirà poi un altro, ugualmente intenso, alla Fondazione Mudima di Milano, il 2 luglio, giorno del compleanno di Nanni).

E adesso, buona lettura!

Maria Teresa Carbone, Alfabeto Balestrini

Stefano Jorio, Lo scontro in atto tra la Weltdemokratie e il neofascismo

Lelio Demichelis, La filosofia & l’analisi: come restare umani

Alberto Comparini, Poesia ed ecologia

Simone di Biasio, Umberto Fiori, il desiderio di essere ognuno

Paolo Carradori, Music@Villa romana: due giorni di suoni radicali e memorie ottocentesche

Enrica Palmieri, Shaun Parker, Piccolo Grande Uomo

Cecilia Guida, Bert Theis. L'artista che imparò a volare

Michele Emmer, Gli ultimi Kraho: una storia modello

Alberto Capatti, Alfagola / Cipolle (anno 1549)

Roma, Teatro Argentina

mercoledì 19 giugno 2019

Dalle 17 alle 23, fra Sala Squarzina e Sala Grande, una kermesse

a cura di alfabeta2: conversazioni letture proiezioni performance e musiche

per Nanni Balestrini, «artista totale della parola» (1935-2019),

illustreranno la sua figura tra editoria e comunicazione, politica e società,

immagini e video, poesia e narrativa, musica e teatro.

Intervengono fra gli altri, in ordine di apparizione (più o meno!):

Paolo Fabbri, Gino Di Maggio, Romano Luperini, Renato Parascandolo, Vittorio Pellegrineschi, Renato Barilli e Silvia Ballestra; Franco Berardi “Bifo”, Paolo Virno  e Francesco Raparelli; Valentina Valentini, Michele Emmer, Paolo Bertetto, Gianfranco Baruchello, Carla Subrizi, Achille Bonito Oliva, Patrizio Peterlini e Manuela Gandini; Roberto D’Agostino; Alberto Capatti; Flavia Mastrella e Antonio Rezza; Fausto Curi e Niva Lorenzini; Rachel Kushner; Giovanni Fontana, Cecilia Bello Minciacchi, Marco Giovenale e Michele Zaffarano; Tommaso Ottonieri, Marco Palladini ed Emanuele Trevi; Gilda Policastro e Cetta Petrollo Pagliarani; Florinda Fusco e Franca Rovigatti; Maria Grazia Calandrone, Laura Cingolani, Fiammetta Cirilli, Elisa Davoglio, Fabio La Piana, Massimiliano Manganelli, Vincenzo Ostuni, Lidia Riviello e Sara Ventroni; Mario Gamba, Alvin Curran, Iaia Forte, Fabrizio Parenti con Josafat VagniIlaria Drago con Luigi Cinque e Gianluca Ruggeri; Peppe Servillo

Conducono Maria Teresa Carbone e Andrea Cortellessa

Alfabeto Balestrini

Maria Teresa Carbone

Premessa. Tra Alfabeta e Zooom, attraversando le 21 lettere tradizionali dell'alfabeto (e non 26, come suggerirebbe Andrea Cortellessa, co-destinatario di numerosi fra i messaggi che cito qui sotto), questo è il tentativo di riassumere gli oltre vent'anni di amicizia e di collaborazione con Nanni Balestrini, secondo il criterio – molto balestriniano – di non scrivere (quasi) niente, lasciando fare, in questo caso, tutto a lui. Per quanto Nanni mi manchi tantissimo, e di più mi mancherà in seguito, scorrendo fra le migliaia di email che ci siamo scambiati nel tempo, sono scoppiata a ridere parecchie volte. E questo, penso, non gli sarebbe dispiaciuto.

Alfabeta

siamo realisti, alfabeta non esiste perché non può esistere una rivista di cultura fatta in questo modo, senza una redazione che la costruisca, senza un gruppo compatto di collaboratori, magari giovani, che la discuta sulla base di un programma di idee, di politica culturale. È un blog appaltato a collaboratori casuali, alcuni analfabeti, agli amici grafomani. Può essere un servizio di informazione culturale, ma allora deve essere pagato. Per cui adesso continuiamo, con tanti sacrifici e buona volontà, a arrampicarci insoddisfatti su un inutile specchio. È un peccato smettere perché abbiamo una buona testata e un buon pubblico. Dovremmo cercare di inventare una soluzione innovativa da settembre, che adesso non riesco a immaginare... (email,16 luglio 2016)

Bocca (tapparsi la)

non ti chiedo di pensare come me, pensa quello che vuoi ma tienilo per te, fa parte del buon vivere e del rispetto verso una persona non sparlare dei suoi amici e dei colleghi di lavoro – spesso nella vita è bene perfino ahimè se non cucirsi tapparsi un po' la bocca!

(email, 25 luglio 2015)

Cazzo (di cane)

fare le cose a cazzo di cane non è un insulto ma un giudizio di comportamenti, è un modo di dire che significa fare le cose in modo disordinato, insensato. Così considero il fatto di voler fare arrivare al correttore e all'impaginatore di una rivista indicazioni spesso contraddittorie da quattro persone diverse, in tempi diversi, invece che da un'unica fonte. (email, 22 giugno 2013)

Donne (intellettuali)

su Alfabeta vorrei cose direttamente incisive come quello di cui avevamo parlato: come alle donne intellettuali viene riservato il compito di parlare unicamente di problemi femminili su giornali e televisione (l'altra possibilità è far vedere il culo), contrariamente ai maschi che hanno il diritto di parlare di tutto – è questa la cosa che mi piaceva affrontata direttamente senza tante digressioni, come violenta denuncia polemica, e dovresti farmela benissimo e presto, grazie.

(email, 16 aprile 2010)

Emma

EMMA (Enciclopedia Multimediale Attiva) è il primo esempio di enciclopedia di base realizzata appositamente per Internet, utilizzando cioè tutte le risorse – testi, immagini, link, audio e video – che il web può offrire. Nata nell'ottobre 1999 all'interno del sito RaisatZoom (realizzato dalla società Ars Edizioni Informatiche per conto di Raisat) e configurata come un'opera in progress, EMMA conta a marzo 2001 circa 400 voci suddivise in ambiti tematici.

(Progetto Emma, a cura di NB e MTC, marzo 2001)

Futuro

mi sono stati insinuati dubbi sul titolo dello Speciale FUTURO ADDIO e suggerito invece INFINITO PRESENTE (che mi ricorda qualcosa) sarei d'accordo per cambiarlo, che ne pensate? (Infinito Presente era il titolo che avevo suggerito per il programma destinato a Rai5 e poi intitolato Alfabeta, ndr)

(email, 28 agosto 2015)

Gruppo 63

continuo a pensare che una sfilza di schedine tutte su libri dello stesso ambito sia una palla, basta un pezzo ampio che permette anche un discorso complessivo (a proposito di uno speciale per i 50 anni del Gruppo 63, ndr)

(email, 29 agosto 2013)

Homepage

La homepage del sito è concepita come una vera e propria copertina, che punta ogni giorno su un tema diverso e attira l'attenzione del visitatore attraverso un'immagine, un testo, un video (incipit del progetto RaiLibro/web, a cura di NB e MTC, 2001-2002)

Inquinare

continuo a pensare che Inquinare (come tema di una puntata – poi non realizzata – del programma Alfabeta per Rai5, ndr) sia buono, è una delle nostre attività più costanti, coi trasporti, con le immondizie, con le industrie – poche delle cose che facciamo non contaminano... e poi si inquinano le menti con buona parte della cultura popolare, la morale con la corruzione pubblica, i bambini... (email, 23 marzo 2014)

Litigare

oggi sono molto raffreddato, ma domani o dopo ti vedrei volentieri per andare avanti a litigare un po'

(email, 12 giugno 2013)

Millepiani

Millepiani è stato concepito come un magazine culturale che affronta tematiche di attualità partendo da libri. L’assenza di conduttore e intervistatori vuole significare il rifiuto di prendere per mano lo spettatore e guidarlo a piccoli passi nei sentieri della conoscenza. L’intenzione è di metterlo direttamente, brutalmente spesso, di fronte alle idee e agli eventi.

(progetto per il programma televisivo Millepiani, a cura di NB e MTC, Cult Network Italia, 2004-2006)

Necrologi

alfa + giornaliero non si presta a pubblicare necrologi, cosa che vorremmo anche evitare perché i nostri numerosi collaboratori hanno tutti tanti amici illustri e in buona parte sono anziani, età in cui gli eventi luttuosi sono frequenti e i necrologi finirebbero per occupare tutti gli spazi (email, 26 febbraio 2014)

Obiettivo

Resta fondamentale la critica dell'esistente, ma tentare di inventare il nuovo è un obiettivo forse più ambizioso, e probabilmente oggi anche necessario. (email, 10 novembre 2013)

Poesia

La poesia fa male (incipit di Apocalisse, testo/manifesto di NB per l'edizione 1999 del festival romapoesia, a cura di NB, MTC e Franca Rovigatti)

Quello che viene, viene

eccoci, ho riunito tutte le scelte, non è così perfetto come auspicavo, ma non è grave (...) Quello che viene viene, vorrei invece avere i mesi dell'antologia omogenei come quelli dell'anno scorso, e più o meno ci siamo (a proposito dell'almanacco di Alfabeta 2017, ndr). (email, 13 settembre 2016)

Ragionamento

ieri in treno per Milano ho buttato giù un ragionamento su una possibile rivista digitale

(orrendo termine, e sbagliato, sarebbe più esatto utilizzare la traduzione francese: numerico) (email, 26 febbraio 2014)

Stroncatura

mai qualche bella polemica o stroncatura che faccia notizia, e ce ne sarebbe bisogno, altrimenti il tedio dilaga... (email, 5 giugno 2016)

Tecnologie digitali

avevamo chiesto una serie di video sulle arti visive, non il sottobosco dei poveri fanatici illusi drogati delle tecnologie digitali – non parliamo poi dell'arte digitale che non esiste, se ne blatera da qualche decennio e non ne è venuta fuori finora neanche un'opera con un minimo di validità...
(email, 21 febbraio 2016)

Urgente

telefonami urgente (email, 14 settembre 2018)

Volontariato

volontariato per tutti e sempre, ma per quale alta, nobile impresa? almeno ci fosse da divertirsi, ma così è diventato solo una noiosa e ripetitiva perdita di tempo, veramente poco interessante. A meno che salti fuori una sconvolgente idea nuova...
(email, 16 luglio 2016)

Zooom

Sembra quasi un ossimoro, un quotidiano di libri e di cultura, e per di più online. Eppure questo è e vuole essere Zooom (presentazione Zooom. Letture e visioni in rete, a cura di NB e MTC, luglio 2003)

Adesso che facciamo i video, zooom va recuperato (email, 12 giugno 2013)

MTC: Su Zoooom l'unico difetto è che l'abbiamo fatto con 10 anni esatti di anticipo (email, 12 giugno 2013)

Questo articolo è uscito su Alias / il manifesto sabato 8 giugno 2019

Lo scontro in atto tra la Weltdemokratie e il neofascismo

Stefano Jorio

Al Deutsches Historisches Museum di Berlino è aperta fino al 22 settembre la mostra «Weimar: l’essenza e il valore della democrazia». Con l’intento dichiarato di celebrare valori democratici oggi nuovamente in pericolo, la mostra racconta la storia della Repubblica di Weimar dalla sua nascita al successo elettorale del Partito Nazionalsocialista nel 1930: la storia di una Repubblica parlamentare progressista, democratica e tollerante, insidiata e poi abbattuta dalla destra autoritaria hitleriana. Questo quadro storico, assai semplificato, sembra indicare un doppio obiettivo di politica culturale da parte del museo.

«La democrazia liberale oggi non è più scontata ed è anzi in pericolo,» viene spiegato all’inizio del percorso. «Partiti autoritari vanno rafforzandosi anche in paesi di lunga tradizione democratica. Anche in Germania la fiducia nella democrazia liberale sembra diminuire.» Dopo avere diviso in due metà la storia della Repubblica di Weimar (prima e dopo il 1931, la fase progressista e la fase del collasso) i curatori annunciano che al pubblico verrà raccontata solo la prima parte: «i suoi inizi, le basi che pose nella politica e nella società, le idee e le azioni di chi costruì la prima democrazia tedesca. Con grande passione vennero allora negoziati compromessi, fu elaborato il diritto alla libertà e all’uguaglianza, furono avverate visioni sociali.» Foto e testi raccontano le campagne elettorali, le alleanze tra partiti, la disoccupazione e il riconoscimento sociopolitico delle donne; ricordano che la Repubblica istituì con faticosi compromessi l’assicurazione per i disoccupati ed emanò nel 1922 la Legge per la protezione della Repubblica che proibiva organizzazioni «ostili alla costituzione» e istituiva un tribunale speciale. La mostra spiega che giudici antirepubblicani usarono la legge con clemenza verso la destra eversiva e con severità verso i comunisti; menziona il grande successo nazionalsocialista alle elezioni del 1930 e ricorda Carl Von Ossietzky, caporedattore della «Weltbühne», condannato nel 1931 a diciotto mesi di prigione per aver denunciato il riarmo in corso (verrà arrestato nel 1933 dai nazisti e morirà dopo la detenzione in diversi campi di concentramento). A questo punto, conformemente a quanto annunciato, la cronaca degli eventi politici si interrompe; nelle sale finali viene illustrato il cosiddetto fermento culturale dell’epoca weimariana. La mostra ha evocato l’immagine di una democrazia viva ed entusiasta che soccombe alla violenza nazionalsocialista, ha raccontato la storia di una Repubblica inizialmente progressista, poi conservatrice e infine travolta dal successo della destra mistico-nazionalista e antidemocratica. È quanto potremmo l’obiettivo esplicito di politica culturale: evocare la Repubblica di Weimar per sensibilizzare il pubblico sul pericolo della situazione attuale e sul valore della democrazia.

Si tratta però di un’immagine parziale, perché nella Germania del primo dopoguerra anche i governi socialdemocratici sperimentarono soluzioni autoritarie. Fin dai suoi primi anni la Repubblica di Weimar – pur nell’entusiasmo progressista che diede voce alle donne e varò importanti misure sociali – vide l’antisemitismo rappresentato in parlamento, ebbe ministri antisemiti e si avvalse più volte dell’articolo 48 che sospendendo i diritti civili conferiva poteri eccezionali al Presidente. Nel 1919 il governo socialdemocratico di Scheidemann represse nel sangue la Lega di Spartaco facendosi aiutare dalle formazioni paramilitari dei Freikorps (Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg vennero uccisi dai sicari del ministro Noske). «È bene non dimenticare,» ha scritto Giorgio Agamben, «che i primi campi di concentramento in Germania non furono opera del regime nazista, bensì dei governi socialdemocratici, che non soltanto nel 1923, dopo la proclamazione dello stato di eccezione, internarono sulla base della Schutzhaft migliaia di militanti comunisti, ma crearono anche a Cottbus-Sielow un Konzentrationslager für Ausländer che ospitava soprattutto profughi ebrei orientali.» La mostra sottace che l’autoritarismo hitleriano attecchì in un’epoca autoritaria, e che la classe dirigente della Repubblica di Weimar esprimeva già, nel suo insieme, un diffuso desiderio di governo forte. Il parlamento era stato sciolto tre anni prima che il presidente Hindenburg – uomo della destra conservatrice non nazionalsocialista – incaricasse Hitler di formare il governo; quella che venne chiamata “dittatura costituzionale”, apparentemente intesa a proteggere la Repubblica, fu in realtà la premessa del suo tramonto («nessuna costituzione della terra come quella di Weimar aveva così facilmente legalizzato un colpo di stato», poté scrivere Carl Schmitt).

Il Deutsches Historisches Museum di Berlino, nato nel 1987 per volere di Helmut Kohl, è il museo di storia nazionale della Germania. Viene attualmente amministrato e sovvenzionato con cinquanta milioni annui dalla Staatsministerin für Kultur und Medien, Monika Grütters, che risponde direttamente alla Cancelliera Merkel. Le iniziative del museo sono dunque espressione immediata della politica culturale del governo tedesco che nel caso specifico di questa mostra evoca – grazie al parallelo storico – l’idea di una conflittuale ma autentica democrazia odierna che difende i diritti, vive del dibattito tra le parti, tutela i deboli e viene minacciata dalla nuova destra autoritaria come la democrazia liberale di Weimar fu minacciata (e poi distrutta) dal nazionalsocialismo. È l’obiettivo culturale implicito: opporre alla minaccia del neofascismo europeo il sistema aperto, tollerante e democratico della Weltdemokratie sorta a partire dagli anni Ottanta sull’alleanza tra il nuovo blocco industriale e i partiti di centro, i partiti conservatori e la socialdemocrazia. Questa rappresentazione lascia in ombra che anche l’odierna democrazia neoliberale, come la Repubblica di Weimar negli anni Venti, esprime dirette e genuine tendenze autoritarie.

Restiamo alla sola Germania. Nel luglio 2017 la legge bavarese sulla Gewahrsam Haft ha istituito – in una configurazione giuridica simile a quella realizzata dagli Stati Uniti a Guantanamo – una custodia cautelare prorogabile ad infinitum per ragioni di «pericolo incombente»; la riforma della polizia approvata nella stessa Baviera nel maggio 2018 consente di intercettare telefonate e aprire lettere senza autorizzazione della magistratura. Altri Länder tedeschi – tra i quali la Renania Settentrionale, la Bassa Sassonia e la Sassonia – intendono conformarsi alla normativa bavarese; la Sassonia-Anhalt e il Mecklenburg-Vorpommern hanno introdotto l’uso di cavigliere elettroniche per sorvegliare soggetti ritenuti «pericolosi» senza contestazione di reato né condanna. Dall’agosto 2018 sono attivi in Germania nove centri di «Arrivo, Distribuzione, Decisione ed Espulsione» definiti da più parti come campi di concentramento intesi a isolare i profughi dalla popolazione tedesca; alla società civile non è permesso entrare, i giornalisti in visita non possono restare soli con gli internati, tutto – anche le consulenze giuridiche – avviene sotto la regia delle autorità. Nel luglio 2017 l’Oberlandesgericht di Amburgo ha tenuto in custodia cautelare per oltre quattro mesi un cittadino italiano accusato di «concorso psichico» al reato di disturbo della quiete pubblica (era puramente presente a una manifestazione di protesta durante la quale erano state lanciate pietre contro la polizia); il tribunale ha motivato la custodia cautelare con «lacune nell’educazione che in assenza di un percorso educativo lasciano sussistere il pericolo fondato di ulteriori reati».

Questa lista di cose tedesche rispecchia un processo globale. Al termine della sua fase progressiva, durata dal dopoguerra agli anni Settanta, la democrazia occidentale si è gradualmente evoluta in una forma politico-spettacolare in cui le funzioni storiche dello Stato nazionale, gradualmente dismesse, diventano funzioni di polizia interna e internazionale, e le tendenze autoritarie vengono giustificate con l’appello all’emergenza economica e alla sicurezza. Giorgio Agamben ha osservato e descritto in più libri questa configurazione politica nuova e ambigua, già legiferante, che in una crescente inerenza reciproca tra democrazia e totalitarismo moltiplica i campi di concentramento e sussume in toto la società civile sottoponendola alla sorveglianza economica, poliziesca e militare. All’estero conduce una guerra neo-imperialista globale permanente; all’interno prende le impronte digitali di tutti i cittadini, ha da tempo affidato al governo anche il potere legislativo, fa pattugliare le piazze dall’esercito (in Italia l’operazione «Strade sicure» è stata autorizzata dalla legge 125 del 24 luglio 2008) e si avvale del condizionamento subliminale nel quadro di un neo-consumismo di massa («La pubblicità è una droga, non per metafora, e gli spacciatori sono i media,» ha scritto Walter Siti).

Se da un lato la mostra al Deutsches Historisches Museum palesa lo scontro in atto tra la Weltdemokratie e i movimenti neofascisti, dall’altro indica che la democrazia neoliberale è cieca rispetto alle tendenze autoritarie diffuse ma anche a quelle tradottesi in legge nel corso degli ultimi decenni, tendenze che in Italia hanno reso possibile, ad esempio, il passaggio disinvolto di tanti elettori del Partito Democratico prima al “populismo” antiparlamentare del M5S, apertamente insofferente verso la funzione critica della stampa, e oggi a quello esplicitamente neofascista della Lega. Se i nuovi fascismi dovessero vincere lo scontro, procederanno sulla strada della militarizzazione, della sicurezza, dei campi di concentramento e del controllo totale. Rispetto a questo scontro, rispetto al pericolo di un regime autoritario esplicito, il governo centrista e socialdemocratico tedesco (di nuovo una Große Koalition, come negli anni Venti i due governi Stresemann e il secondo governo Müller) reagisce come reagirono i governi della Repubblica di Weimar e come sta reagendo l’ordine neoliberale europeo: senza la capacità o la volontà di ricondurre la marea montante della ribellione neofascista di massa a un clima politico già autoritario, e a un’attività legislativa che da decenni sospende i diritti fondamentali e smantella lo stato sociale riclassificando autoritariamente da vittima a parassita chi appartiene alle fasce più deboli della popolazione. L’establishment tedesco guarda spaventato l’ascesa di un autoritarismo nazionalista sostenuto dagli strati più involuti della plebe e del ceto medio, ma non riesce a raccontare per intero la Repubblica di Weimar né il suo trapasso graduale, senza scosse, dalle misure di emergenza alla sospensione dei diritti, dall’autonomia decisionale del presidente al fascismo.

La filosofia & l’analisi: come restare umani

Lelio Demichelis

Greta Thunberg e i giovani per il clima ci hanno ricordato qualcosa che avevamo dimenticato: che non esiste solo la realtà virtuale, ma anche quella fisica e biologica (la biosfera); che loro verranno dopo di noi adulti e che hanno il diritto di vivere in un mondo decente e che quindi è nostro dovere prenderci cura degli altri uomini e di questo mondo, smettendo di considerarli (uomini e mondo) solo come una risorsa/miniera economica da sfruttare e una merce da vendere al maggiore valore di scambio possibile per il capitale; che quindi dobbiamo riconoscere dei diritti a quei nuovi soggetti di diritti che si chiamano biosfera e future generazioni (richiamando il principio responsabilità del filosofo tedesco Hans Jonas); che, conseguentemente, noi dobbiamo oggi ripensare profondamente il nostro sistema economico e tecnico (il tecno-capitalismo), dominato da un meccanismo perverso e totalmente irrazionale di accrescimento infinito del profitto (privato) e della tecnica come apparato (l’artificializzazione del mondo e oggi l’ibridazione dell’uomo con la macchina e la sua dis-umanizzazione).

Un sistema che ha una sua propria volontà di potenza irrefrenabile (i concetti di limite e di responsabilità gli sono totalmente sconosciuti), nichilistica e che sempre più rovescia il principio kantiano trasformando l’uomo (che dovrebbe essere sempre il fine) in mezzo funzionale per sé come sistema: con la sussunzione della intera vita umana nel mercato, da un lato; e con la delega che sempre più concediamo a un algoritmo per valutare e decidere della nostra vita, dall’altro. Per cui è quindi lecito, se non doveroso “parlare di totalitarismo di mercato” (Paolo Bartolini). Che mette a rischio la salute del pianeta e insieme la salute pubblica, quella individuale e sociale, dove si registrano “i segnali di un’epidemia crescente: insicurezza, ossessioni, narcisismo, ansie, depressione, vecchie e nuove dipendenze patologiche”, che denunciano “un’insoddisfazione profonda e trasversale”. Ma nessuno si ribella al sistema, abbiamo dimenticato che ci possono essere invece delle alternative. Che devono esserci e che dobbiamo fare in fretta a cercarle e trovarle per non perdere la biosfera e l’uomo nella sua umanità (cambiamenti climatici più disuguaglianze crescenti). E invece siamo sempre dipendenti (nel senso pieno del concetto di dipendenza che produce anche alienazione) da un sistema di conoscenza scientifica e tecnica che “si riduce per noi – che contempliamo come unico fine lecito l’accrescimento dell’utile privato e il progresso tecno-scientifico – alla veglia raziocinante, ripudiando altri stati di coscienza non ordinari, che in tutte le società multifasiche arricchiscono invece l’esperienza psichica e spirituale dei singoli individui e della comunità” (ancora Bartolini).

Siamo sempre più connessi nel mondo virtuale, ma siamo sempre più disconnessi dal reale, quindi anche da noi stessi in quanto persone e individui: perché se il sistema tecno-capitalista si basa sulla divisione del lavoro, anche la vita e l’individuo devono essere divisi affinché da ogni singola parte in cui è stato suddiviso anche l’individuo (egoismo, narcisismo, consumismo, feticismo tecnologico, emozioni, desiderio, eros, ansia, divertimento, gioco, sport eccetera) il sistema possa estrarre il massimo di valore per sé. Per farlo deve impedire però all’individuo di individuarsi, di costruirsi e di dare un senso alla sua vita (e – con gli altri e con la biosfera - a quella collettiva), pur illudendolo di un massimo di libertà/volontà di potenza individuale. Una mentalità individualistica incapace quindi di vedere le connessioni sociali e la totalità del vivente. Mentre invece dovremmo proprio recuperare la capacità (Raimon Panikkar) di armonizzare le forme della conoscenza: quella dei sensi, della ragione e dell’intelletto. Perché l’uomo è molteplice, mentre il sistema lo vuole unidimensionale, standardizzato, connesso e sempre controllabile, soprattutto a produttività di lavoro e di consumo crescenti e capace incessantemente di adattarsi alle esigenze tecniche ed economiche - così il tecno-capitalismo lo ha costruito e questo noi siamo oggi. Facendoci alienati ma nascondendoci l’alienazione che esso produce – e oggi alienazione non è solo “un’espropriazione di libertà e di capacità, ma anche una vera e propria disintegrazione della personalità dell’individuo, un rovesciamento della qualità delle sue relazioni vitali, un’elusione dei suoi bisogni radicali e un’alterazione dei suoi desideri fondamentali” (Roberto Mancini).

Ammettiamolo, ciò che Greta ci dice è cosa antica: il primo Rapporto del Club di Roma sui limiti della crescita è del 1972; i movimenti ecologisti erano già una realtà negli anni ’70 e ’80; il famosissimo libro di Rachel Carson, Primavera silenziosa è addirittura del 1962; e già nell’ottocento Stuart Mill immaginava uno stato stazionario, un sistema economico mantenuto in una scala di sostenibilità, che quindi non superasse i limiti ecologici. Per non parlare, su fronti diversi, di Georgescu-Roegen e della sua bioeconomia, arrivando alla Laudato si’ di papa Francesco. Ammettiamolo, il sistema tecno-capitalista – per uscire dalla crisi in cui era caduto negli anni ’70 e riprendere il suo percorso di illimitatezza, di volontà di potenza irresponsabile e di crescente profitto privato - ci ha portati a vivere nella realtà virtuale e in un sistema sociale di mercato, dove non esistono limiti (ed anzi la realtà virtuale si può anche aumentare, mentre diminuisce quella veramente reale, come i ghiacci che si sciolgono), né responsabilità (se i ghiacci artici si sciolgono, finalmente si potrà estrarre tutto il petrolio che i ghiacci nascondono e aprire nuove rotte commerciali). E neppure Greta (comunque: benvenuta!) sembra riuscire a risvegliarci dal sonno tecno-capitalistico in cui siamo caduti.

E allora, dobbiamo tornare a parlare di due concetti che abbiamo perduto ma che dobbiamo urgentemente recuperare. Quello di cura e quello di amore. Integrati con quello di spiritualità – una spiritualità laica (Bartolini); o intesa come “pieno e lucido contatto con la realtà” - riscoprendo ad esempio l’utilità di ciò che sembra inutile, uscendo dai nostri monologhi autoreferenziali e praticando “il dialogo come una polifonia, dove si può riconoscere la voce originale di ognuno” (Mancini). Recuperando un amore gratuito (la gratuità essendo “la facoltà di vedere ogni essere nel suo valore, di lasciargli la libertà di essere se stesso e di esserlo a nostra volta”) e “un amore politico, che si attua come passione per il bene comune” (ancora Mancini). Perché se oggi i termini salvezza e salvare sono riferiti solo ai programmi del pc, la salvezza e il salvarci (ad esempio dal cambiamento climatico) oggi ci rimandano invece a qualcosa di ben maggiore, alla urgenza di uscire dal nichilismo e dalla tanato-politica del tecno-capitalismo. Ricordando nuovamente – anche questo lo abbiamo dimenticato - che “non ci si salva da soli” (Bartolini).

Ed eccoci allora, in conclusione a svelare le fonti delle riflessioni e delle citazioni precedenti, fonti alle quali rimandiamo il lettore. Sono due libri collettanei curati da Paolo Bartolini con Chiara Mirabelli uno e Roberto Mancini l’altro. Che (ci) parlano di analisi filosofica - o di analisi biografica a orientamento filosofico. Una ‘filosofia’ e una forma di ‘analisi’ intrecciate tra loro (“La filosofia, alle sue origini, non era forse proposta come medicina dell’anima?” – Bartolini), che nasce dalle riflessioni fondamentali e fondative di Romano Màdera. Una pratica di cura nuova e diversa, “rivolta alla comprensione dei fenomeni sociali e al trascendimento della centratura egoica - dove la terapia dell’esistenza non è in senso clinico, ma appunto filosofico”. Ovvero: “L’analisi filosofica si impegna affinché il soggetto modulare promosso dai dispositivi tecnici del potere contemporaneo si riscopra soggetto complesso, costituito dalle relazioni umane ed ecologiche che lo fondano e lo tengono in vita. Questa, per quanto mi riguarda, è una battaglia politica” (Bartolini). Che ci deve portare di nuovo a immaginare altrimenti la vita, la cura e il bene comune.

Paolo Bartolini e Chiara Mirabelli (a cura di)

L’analisi filosofica. Avventure del senso e ricerca mito-biografica

Mimesis

Pag. 261

26.00

Paolo Bartolini e Roberto Mancini (a cura di)

L’amore che salva. Il senso della cura come vocazione filosofica

Mursia

Pag. 205

16.00