Il nuovo crepuscolo. Appunti presi in Italia 2013-2017

Massimo Filippi

L’ultimo libro di Pier Aldo Rovatti, L’intellettuale riluttante, arricchisce un percorso filosofico di lungo corso offrendo un corpo a quella visione teorica a cui circa 35 anni fa, insieme a Gianni Vattimo, ha dato il nome di pensiero debole. Questo corpo o, se si preferisce, l’operatore di tale postura riflessiva è appunto l’intellettuale riluttante, definito come un «intellettuale critico e autocritico [...] che si collochi all’interno dei dispositivi di potere e vi svolga – per dir così – un lavoro ai fianchi denunciando le chiusure senza mai gettare la spugna», un intellettuale capace di smarcarsi contemporaneamente dai due mali che attraversano il tempo presente: la «rassegnazione» da un lato e il «consenso quasi automatico» dall’altro. Secondo Rovatti, nonostante non goda di ottima salute e sia anzi da considerare alla stregua di una specie in via di estinzione, di tale figura intellettuale ne abbiamo «un gran bisogno», tenuto conto che «l’intellettuale universale, quello che pensava e parlava a nome dell’umanità, è ormai morto e sepolto», che «l’intellettuale “organico”, di gramsciana memoria, [è] oggi sempre di più privo di fondamenti» e che «l’intellettuale specifico [...] è inevitabilmente un tecnico o un politico del sapere». Rovatti non indulge nelle lamentazioni intorno alla perdita di efficacia di queste tre incarnazioni dell’intellettualità, al contempo troppo pretenziose e poco critiche, e si impegna invece a rivitalizzare quella riluttante, quella cioè di chi, senza cedere «alle sirene neocapitaliste», «decide di stare nelle istituzioni, scomode e perfino orribili che siano, e lì resistere, opporsi, dire di no, “riluttare” anche al suo stesso ruolo e alle sue eventuali competenze specifiche».

L’intellettuale riluttante è un libro performativo, un libro che, analizzando con esitazione alcuni degli snodi, molari o molecolari che siano, dell’attualità italiana, produce, pagina dopo pagina, le caratteristiche materiali dell’“oggetto” di cui sta parlando. Preso atto del degrado politico e sociale in cui siamo immersi e del fatto che «non c’è più un’onda collettiva» in grado di autorizzarne e sostenerne gli interventi («un’asfissia culturale che toglie il respiro»; «una società di sordi che stanno disimparando a riflettere»), l’intellettuale riluttante non cessa, pur consapevole della sua solitudine, di infondere «un’etica minima», «un’etica della pausa e della riflessione», dentro il tessuto collettivo. Etica interminabile, quindi, che corrisponde alla costruzione, malgrado tutto, di una «fragile trama di gesti e relazioni» in grado di «esercitare un’effettiva azione politica» e di «ingaggiare una battaglia a tutto campo contro la semplificazione», con lo scopo principale di mettere in scacco, per mezzo di un dubitare metodologico, il «clamoroso trucco» del «pensiero binario», trucco in grado di trasformare il «problema della verità» in una «quasi preistorica» quanto violenta contrapposizione tra un presunto vero e un presunto falso. L’intellettuale riluttante, insomma, sa che la verità è sempre un regime di verità (per dirla con Foucault) e che i fatti sono sempre fattoidi (per dirla con Timothy Morton), che la verità non si dà, ma si fa, essendo, che ci piaccia o meno, «sempre mobilizzata entro una pratica di costruzione». E a partire da qui si dovrebbe operare non tanto per smascherare le fake news quanto piuttosto per mettere in guardia contro gli abusi della verità, di cui le cosiddette “bufale” non sono ciò a cui questa verità «gonfiata, esasperata» e dogmatizzata si oppone ma, né più né meno, una delle sue manifestazioni occulte ma non per questo meno deleterie.

Con questa attrezzatura teorica, Rovatti affronta i temi più disparati – dalla piaga dei preti pedofili alla crisi dell’insegnamento (soprattutto umanistico), dall’evoluzione della psichiatria post-basagliana alle querelle sul decoro urbano, dal proliferare dell’«egolatria» alla discussione sullo ius soli, dalle molestie sessuali alla sistematica manipolazione dei concorsi universitari, dagli sgomberi all’obbligatorietà delle vaccinazioni, per citarne solo alcuni), che hanno attraversato, in maniera più o meno carsica, la società italiana nel corso del 2017. L’intellettuale organico si compone, infatti, di 44 folgoranti “editoriali” apparsi lo scorso anno sul quotidiano Il Piccolo di Trieste, in cui, con grande perizia dissettoria e impareggiabile pazienza, spesso partendo dall’osservazione di dettagli minuti o da fatti di cronaca apparentemente insignificanti, Rovatti intesse un affresco di quello che siamo e che stiamo diventando, ribadendo con insistenza, indipendentemente dall’evento che ha innescato la sua riflessione, che «la regola non nasce come qualcosa di esterno che funziona come una legge, ma si genera dal rapporto che abbiamo con noi stessi e con gli altri» e che «la normalità va criticata proprio come incentivo alla normalizzazione», «all’intransigenza verso ogni diversità». Non a caso, allora, una delle questioni politiche affrontate da Rovatti in più punti – quasi certamente la questione politica attuale più urgente –, è quella delle migrazioni e del loro controllo ogni giorno sempre più osceno e sconcertante. Ed è qui, forse più che altrove, che la figura dell’intellettuale riluttante si staglia con tutta la sua dirompente forza critica, laddove, contro le proposte e le esternazioni becere e degradanti dei politici caserecci e casaleggici, esprime senza mezzi termini che cosa si debba intendere per «salvare le vite» – non solo «evitare la morte», ma anche prendersi cura di tali esistenze dopo i naufragi o le operazioni di recupero in mare – e per «integrazione» – un processo che non dovrebbe riguardare solo “loro”, ma che dovrebbe comportare anche «una “nostra” trasformazione».

La questione migratoria è al centro di Blind killer di Alessandro Dal Lago, che da anni, a partire proprio da Il pensiero debole, intrattiene un intenso sodalizio intellettuale con Rovatti, con il quale ha pubblicato libri a quattro mani e con il quale collabora nella redazione di “aut aut”. Anche in questo caso, il libro è per gran parte composto da brevi quanto intensi editoriali apparsi sulle pagine de il manifesto, «dall’ottobre del 2013, quando davanti alle coste di Lampedusa annegarono circa 400 migranti, al novembre 2017». E anche in questo caso, abbiamo a che fare con una versione dell’intellettuale riluttante che, rispolverando figure attualmente cadute nel dimenticatoio, potremmo chiamare intellettuale militante. Dal Lago, infatti, posizionandosi rigorosamente dalla parte di vittime situate, mostra che nel caso delle migrazioni sono all’opera due mali in qualche modo limitrofi a quelli segnalati da Rovatti: da un lato, l’«indifferenza» e dall’altro l’«ipocrisia del “politicamente corretto”». Non solo: nella puntigliosa ricostruzione, giorno dopo giorno, della tragedia in atto, analizza e decostruisce il regime di verità che rende possibili indifferenza e ipocrisia che, a loro volta, si sono concretizzate – senza contare le immani sofferenze di chi al Mediterraneo non è neppure arrivato o di chi è stato rispedito nei lager esternalizzati in Libia dalle “potenze europee” – nella spaventosa contabilità di «30.000 morti in mare, e forse più, in meno di dieci anni» – «che si tratti di genocidio è fuori discussione».

Un regime di verità, quello egemone, che possiede l’inusitata capacità di produrre e di rendere credibili narrazioni “ribaltate”, in cui si vagheggia di presunte invasioni apocalittiche, in cui chi soccorre in mare diventa complice degli scafisti, in cui ci si racconta che «più metti in opera possibilità di salvataggio e più i trafficanti portano in mare i migranti», in cui «si vorrebbero distinguere i rifugiati dai migranti, come se, oggi, povertà e guerra non fossero realtà strettamente implicate», in cui migrante è diventato sinonimo di «delinquente», se non addirittura di «terrorista», in cui la retorica degli “aiutiamoli a casa loro” è diventata patrimonio comune e trasversale della quasi totalità delle varie forze politiche, in cui «non uno in Europa, dico non uno, che si sforz[i] di immaginare una soluzione diversa dal pattugliamento, dall’internamento, dai fili spinati», in cui «le vittime diventano [...] carnefici delle supposte identità nazionali». In cui, in breve, «la realtà della strage in mare di trentamila esseri umani [...] viene minimizzata, metabolizzata, trattata come una sorta di fatalità oggettiva» alla stregua di un fenomeno naturale («una mucillagine infettiva»), normalizzando sotto forma di leggi di natura quelle che sono regole dettate da una «ferocia compunta», da un «cinismo terrificante» da parte di «pazzi consigliati da incompetenti».

Riluttando, dicendo no, resistendo a questa retorica indifferente-ipocrita, Dal Lago la smonta pezzo a pezzo per provare a raccontare un altro regime di verità che, recuperando le istanze di quella politica trasformativa che, soprattutto nella seconda metà del Novecento, ha cercato di rendersi egemone, prima di essere repressa e digerita dal sistema neocapitalista, è riassumibile in poche e inequivocabili parole: «La loro sofferenza è la nostra vergogna». Una vergogna che ha attraversato negli ultimi decenni ogni schieramento politico, anche di “sinistra”, e che ha visto tra i suoi paladini non solo Salvini, Di Maio e Grillo (di cui Dal Lago riporta fedelmente le agghiaccianti dichiarazioni rilasciate ben prima della nascita contrattuale del governo gialloverde), ma anche, tra i molti altri, Renzi, Gentiloni e Minniti, per risalire fino alla tristemente famosa legge “Turco-Napolitano” da cui, per filiazione diretta, si è originata la “Bossi-Fini” con tutto ciò che ne è seguito e continua a seguirne. Una vergogna che ci riguarda tutti e tutte, «perché – come afferma Dal Lago – se il nostro paese si rende responsabile di crimini contro l’umanità e noi stiamo zitti, anche noi siamo corresponsabili».

Parlare di regime di verità non significa affermare che la verità non esiste, abbandonandosi ad un relativismo senza scampo, ma che non esiste più una sinistra degna di questo nome, assumendo così una postura ostinatamente resistente. Significa impegnarsi nella ricostruzione di un’etica minima che, senza timidezze e senza rincorrere gli avversari sul loro stesso terreno, affermi a chiare lettere che «le migrazioni contemporanee non sono fatte di “flussi” [...] e altre misere astrazioni delle scienze sociali», ma di «centinaia di migliaia di esseri umani che intraprendono viaggi di migliaia di chilometri [...] per finire in mondi in cui, tutt’al più, sono tollerati se subordinati e invisibili», che non si migra «per sport o sete d’avventura», ma per cercare «un’esistenza migliore e più giusta», che «la nostra società iper-liberale è incapace di concepire [perfino] un minimo diritto alla mobilità e alla trasgressione delle frontiere» e che «i migranti fanno da parafulmine per tutta la frustrazione, la povertà e la desolazione» che il sistema neocoloniale diffonde anche in Occidente. Significa rilanciare le parole dell’esule Ilija Trojanow che in Dopo la fuga scrive: «Il vostro patrimonio non è mai stato in pericolo quanto la mia vita».

Pur partendo da una prospettiva concentrata principalmente sul nostro paese, Rovatti e Dal Lago non perdono di vista la pericolosità globale della miseria intellettuale che ci avvolge. Dal Lago afferma: «Ogni grave conflitto è preceduto da questo incupirsi sempre inconsapevole, ma dilagante, dell’opinione pubblica», a cui Rovatti fa eco, sostenendo: «Certo, oggi sta tirando un vento di destra che avrà anche conseguenze politiche a breve, tuttavia la parola “fascismo” dice troppo poco». In effetti, come ci ricorda Enzo Traverso in una lunga intervista pubblicata l’anno scorso con il titolo I nuovi volti del fascismo, l’attuale condizione postfascista coniuga «l’eredità del fascismo classico» con «l’introduzione di nuovi elementi che non appartengono alla sua tradizione». Ciò che è accaduto e sta accadendo dopo il 4 marzo conferma quanto previsto in “tempi non sospetti” da Rovatti e Dal Lago. Spesso ci dimentichiamo che uno dei prodotti più “apprezzati” del Made in Italy è l’inusitata capacità nostrana di inventare, testare ed esportare costrutti politici devastanti, dal fascismo al governo dei tycoon. Oggi stiamo sperimentando una nuova alchimia politica retta da una triade caratterizzata da un miscuglio esplosivo di ferocia, incompetenza e ipocrisia indifferente e dotata anch’essa, al pari di quelle che l’hanno preceduta, della potenzialità di diffondersi a macchia d’olio. È tempo di riluttare prima che – ancora una volta seppure con un diverso volto – sia troppo tardi.

Pier Aldo Rovatti

L’intellettuale riluttante

 Elèuthera 2018

pp. 170, euro

Alessandro Dal Lago

Blind killer. L’Europa e la strage dei migranti

manifestolibri 2018

pp. 155

euro 15

The Reunion, prospettive critiche sull’esclusione

Désirée Massaroni

The Reunion è un film del 2013 – recentemente distribuito in Italia – che sarebbe riduttivo ricondurre all’ambito del cinema sociale tout court. La sceneggiatrice e regista Anna Odell, infatti, profila il fenomeno del bullismo, consapevole che si tratta di un problema da affrontare attraverso un pensiero complesso, con una prospettiva da KulturKritik, grazie alla quale il fenomeno non viene solo descritto, ma è messo in discussione anche in modo conflittuale.

Odell analizza l’esclusione, vista come la forma più raffinata di violenza praticata dall’essere umano nel suo interagire sia sociale, sia antropologico, e in questa ottica propone un ragionamento attraverso una cornice meta-cinematografica che – se di per sé non è una novità nell’espressione artistica – acquista qui un senso peculiare e personale molto incisivo. All’inizio di The Reunion vediamo Anna, interpretata dalla stessa regista svedese, all’interno di una festa organizzata dagli ex compagni di classe che hanno deciso di ritrovarsi dopo vent’anni dalla conclusione del percorso scolastico. In realtà si tratta del film immaginato e realizzato dalla donna la quale non è stata invitata alla riunione; tra tentativi vani e altri riusciti Anna rintraccia quindi alcuni suoi compagni per mostrare loro il suo film, per chiedere spiegazioni sul mancato invito e soprattutto sui loro comportamenti passati.

Perché questa forma-contenuto? Perché in tale forma viene messa a fuoco la falsa coscienza della cultura borghese, come intreccio di verità e finzioni. Le sequenze in cui i vari compagni/carnefici assieme ad Anna vedono il film – e quindi se stessi a loro volta interpretati da attori e attrici – suscitano dunque dinamiche (anche con lo spettatore) di rispecchiamento e al contempo di estraniamento. I personaggi oscillano tra riconoscimento e negazione di quello che sono nello sguardo della regista, e ciò si riflette pure nel tono e nelle reazioni borghesemente controllate quanto compresse, che nel caso della versione originale e sottotitolata risuonano alle nostre orecchie latine ancora più accentuate a causa del suono duro e secco della lingua svedese.

Senza soluzione di continuità Odell conserva l’essere bambino e l’attitudine “bullesca” nell’individuo adulto che è in buona parte il prodotto di una società in cui la recita con se stessi, insieme alla inconsapevolezza e alla preoccupazione delle apparenze, è non solo il capisaldo del contratto sociale ma – sembra suggerirci la regista – anche una forma di sopravvivenza che per forza di cose si manifesta ulteriormente con la violenza istigata e repressa. Nel suo film la regista immagina la deriva dello scontro fisico, ma sempre controllato fra Anna e i suoi compagni, come pendant al film in cui la violenza è psichica e fittamente intrecciata con la reciproca manipolazione.

Il profilarsi di parametri assoluti e spesso arbitrari si rintraccia in The Reunion nella divisione fra vincenti e perdenti, e dunque fra normali e strani, ma anche fra buoni e cattivi. Essere vincenti equivale a essere estroversi? Fino a che punto si è vittime di violenza e fino a che punto la si subisce? Dov’è il confine fra il desiderio di essere accolti dall’altro e la dipendenza al consenso altrui? La verità intrattiene un rapporto con i fatti o è sempre frutto di una personale e alterata interpretazione?

Nel suo film Odell si ritrae e si ritrova idealmente e prevalentemente nei dialoghi o nei gesti sottolineati di accoglienza con alcune ex compagne che – al pari dei compagni maschi – l’hanno emarginata e in parte esclusa dalla loro amicizia tanto da bambina quanto da adulta, mentre appare assente un confronto vero con le altre compagne da lei convocate per la visione della pellicola. Esse mantengono durante la proiezione e poi verso Anna un distacco emotivo e una repulsione ferma assieme a una proclamazione d’innocenza rivelando la non automatica equivalenza fra identità di genere e solidarietà tra donne, ossia il riconoscimento dell’altra come simile.

Ecco allora che questa storia personale è al contempo universale perché narra l’impossibilità di essere (recepiti) normali anche quando si è all’interno dei meccanismi centrali dell’economia, dell’arte; ci sembra che la diversità di cui ci parla Odell corteggi il disagio dell’individuo qualsiasi che per motivi di non immediata corrispondenza con l’essere dei più viene allontanato, rifiutato, deriso. Ecco che allora l’arte nello specifico cinematografica – l’azione di fare un film – è un tentativo di esser-ci nella comunità e di intessere un dialogo che tuttavia non porta a nessuna ulteriore verità o chiarimento sui comportamenti umani forse perché semplicemente essi sono mossi dalla legge tribale del riconoscimento istintivo e poi culturale tra le persone. Così i corridoi dell’edifico scolastico visti in soggettiva – come luogo di prigionia e di solitudine – su cui si sovrappongono le conversazioni telefoniche laconiche fra la regista e alcuni compagni di classe configurano la scuola come uno spazio non scontato di aggregazione, luogo cruciale della storia dell’individuo perché si rivela per la prima volta e per sempre l’essere sociale delle persone, come sono e come inevitabilmente saranno da adulti nel mondo.

La ripresa dall’alto che conclude il film sembra quasi un manifesto visivo e registico del “guardare e guardarsi dal di fuori”, come una visione aumentata sulla perfezione (morale) non intaccata nella società attuale forse più disponibile ad accettare e a rappresentare le diversità per categorie e meno quelle eccentriche, imprevedibili, personali appunto di ogni persona (si veda Ingmar Bergman e in Italia il semi-dimenticato Marco Ferreri). Ne deriva che in un film basato su una finzione al quadrato in cui la regista è anche in scena impersonando se stessa, siano comunque gli ex compagni di classe a rimanere turbati dall’essere incarnati da attori che per mestiere non possono riprodurre ‘la persona’ ma semmai farla propria e quindi in qualche maniera sottometterla a loro se stessi.

Prolusione al Premio Sertoli Salis

Ernesto Ferrero

Quasi quarant’anni fa, Italo Calvino scriveva nelle Lezioni americane: “A volte mi sembra che un'epidemia pestilenziale abbia colpito l'umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l'uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l'espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze.

Non mi interessa qui chiedermi le origini di quest'epidemia…Quel che mi interessa sono le possibilità di salute. La letteratura (e forse solo la letteratura) può creare gli anticorpi che contrastino l'espandersi della peste del linguaggio”.

Osserva Calvino che questa pestilenza colpisce anche le immagini che ci vengono propinate a ritmi vertiginosi, tanto priva di una loro necessità interna che si sfarinano in una fantasmagoria che si dissolve immediatamente, come i sogni. E conclude: “Ma forse l’inconsistenza non è nelle immagini o nel linguaggio soltanto: è nel mondo, nel suo ridursi - già allora- a qualcosa di casuale, confuso, senza principio né fine”.

Da allora, la pestilenza che il dottor Calvino ha identificato in laboratorio sui vetrini del suo microscopio è dilagata in una maniera impressionante, è diventata devastante, non ha risparmiato nessuno. Mai nella storia della civiltà è stato fatto e si fa ogni giorno un uso così sciatto, volgare, cinico, truffaldino e in definitiva spregiativo del linguaggio, ridotto a pochi lemmi svuotati di autenticità, abbrutiti dal turpiloquio, usati per le furberie di una sorta di gigantesco marketing di massa che mira a ingannare milioni di creduloni, al confronto dei quali il Pinocchio ingannato dal Gatto e dalla Volpe è un fine intellettuale che ha studiato alla Normale di Pisa. Murati nell’eterno presente dei social, ci stiamo rassegnando a vivere miseramente nei nostri stessi escrementi linguistici.

L’antidoto resta quello indicato da Calvino con lucida amarezza: la letteratura che non rinuncia a cercare, a mappare terre ancora incognite, a sperimentare le infinite combinazioni che si possono dare tra le parole e con le parole per accendere le scintille che possono ancora dirci qualcosa sull’uomo, sulla sua storia, sul suo destino.

Tra questi ricercatori-sperimentatori ci sono in prima fila i poeti: non molti (intendo quelli bravi), ignorati dai media, considerati dai più dei fumosi sognatori intenti a complicare nulla, e tuttavia ostinatamente e orgogliosamente attestati in nicchie che non intendono abbandonare. Eppure sono loro a presidiare una linea di resistenza che non è più soltanto letteraria ma anche e soprattutto civile, e riguarda anche quelli che non leggono, persino quelli per i quali l’ignoranza è diventata un vanto e addirittura un sinonimo di onestà. Ci si salva e ci si perde tutti insieme, ma ci si salva solo ricuperando il linguaggio alla sua autenticità, alle sue potenzialità espressive, alla sua capacità di interpretare e reinventare il mondo.

Sondrio, 23 novembre 2018

Alfagiochi / Dati (e dadi)

Antonella Sbrilli

Una costellazione di pallini colorati collegati da connessioni rappresenta la quantità variegata di tweet che - durante le feste natalizie dell’anno scorso - hanno espresso sentimenti di disagio nei confronti del Natale e delle feste in genere. Salvatore Iaconesi li ha trasformati in una infografica che ora - stampata su forex e col titolo I hate Christmas - è visibile su una parete della pizzeria Formula 1, in via degli Equi a Roma.
I hate Christmas
è una delle tante opere dislocate in librerie, bar, ristoranti, centri di ricerca, atelier situati nel quartiere romano di San Lorenzo, che - tutte insieme - formano la mostra che accompagna la seconda edizione del festival HER She loves San Lorenzo 2018.

Promosso dal Centro di ricerca “HER Human Ecosystems Relazioni”, diretto dagli artisti-ricercatori Salvatore Iaconesi e Oriana Persico e curato da Arianna Forte, per due mesi il festival ha organizzato incontri, laboratori, passeggiate, lezioni magistrali, conferenze sul tema delle intersezioni fra la cultura dei dati e i linguaggi artistici.

La gran parte delle iniziative si è già svolta, ma la mostra diffusa nel quartiere è ancora visitabile, fino al 20 del mese di dicembre.

Il catalogo delle opere (Beloved projets) con gli indirizzi di collocazione (Lovers) si trova qui e permette di fare un doppio tour. Un viaggio nel dedalo dei luoghi attivi che San Lorenzo riserva, fra cui la sede di HER/4Changing in via dei Rutoli 4, e insieme nel panorama della creatività contemporanea che lavora sull’immaterialità di dati e informazioni, trasformandoli in paesaggi e oggetti (visualizzazione e fisicalizzazione dei dati), attraversandoli con domande diagonali, connettendoli di nuovo con il mondo fisico.

Il Festival lascia in eredità al quartiere anche il nucleo fondativo della Scuola di Arte e Dati di San Lorenzo, una scuola sperimentale che mira a creare fonti di dati generate con le persone, che possano intercettare bisogni, esigenze, visioni per il futuro prossimo.
E il nostro gioco?

Durante uno degli incontri del festival, Looking for Data, dedicato al tema dei cambiamenti climatici e condotto da Elena Giulia Rossi, nel RUFA Space di via degli Ausoni, l’autore Giorgio Cipolletta ha esposto una serie di acrostici della parola ANT(H)ROPOCENE. Le undici lettere iniziali (dodici con la H fra parentesi) danno l’incipit a riflessioni sul pianeta e sull’uomo: “Ambienti Naturali Tremano. (Humani) Raramente Operano Processi Olistici. Cataclismi Eccedono. Nascono Eccidi”.
Seguendo il suo esempio, si aspettano proposte di composizioni coerenti con il tema del clima e dei dati, che usino le lettere ANTR(H)ROPOCENE.

Le proposte - che saranno condivise con l’autore - possono essere inviate scrivendo all’indirizzo redazione@alfabeta2.com o usando Twitter o Instagram con l’hashtag #alfagiochi.

Il gioco in sospeso: risposta

Nella scorsa rubrica siamo entrati nella mostra dedicata al Gioco dell’Oca presso la Casina di Raffaello di Roma, scoprendo che le oche, popolarmente sottostimate, sono dotate di memoria per i percorsi e per questo accompagnavano i pellegrini diretti a mète lontane come Santiago de Compostela. E pellegrini sono anche i giocatori che intorno al tavolo affrontano le 63 caselle del percorso del Gioco dell’Oca. Nella riproduzione di un tavoliere antico, avevamo trovato un indovinello, che segue i pellegrini/giocatori lungo le diverse tappe, il ponte, l’osteria, la prigione, il labirinto… Un verso criptico dice che - in questo viaggio/gioco - essi sono spinti avanti “dall’ossa, ch’ han negli occhi il fato”. Che cosa saranno le “ossa che hanno negli occhi fato?”. Viola Fiore via twitter ha inviato la soluzione di questo verso, che allude alla parola “dadi”, anticamente fatti con un osso del tarso posteriore di capre o montoni (l’astragalo), che poteva essere naturale o riprodotto.

La mostra resta aperta fino al 6 gennaio 2019 (info orari a questo link http://www.casinadiraffaello.it).

Alfadomenica #2 – dicembre 2018

La storia nell'immediatezza del suo farsi e nella voce di chi poi la racconterà è il filo che lega diversi testi proposti dall'Alfadomenica di oggi, che si tratti dei veleni italiani indagati da Marina Forti nel libro-inchiesta Malaterra (ne scrive G.B. Zorzoli) o della furia di tweet scatenata da Donald Trump nell'estate 2017 e travasata in Crudo, la prima opera narrativa di Olivia Laing (non ancora tradotto in italiano e recensito per noi da Maria Anna Mariani), o infine dei romanzi storici di Vuillard, Åsbrink e Sales al centro di un denso sentiero di lettura firmato da Matteo Moca.

Il sommario prosegue poi con una riflessione di Francesco Fiorentino sulla geografia delle avanguardie, un commento di Daniele Vergni al finale del RomaEuropa Festival, di cui è stato protagonista Ryoji Ikeda, una intervista di Nazim Comunale al pianista Gianni Lenoci, una "cartolina da Parigi" di Michele Emmer sulla messinscena (alla Comédie française) dello splendido racconto di Jack London Accendere un fuoco. In chiusura, nella rubrica quindicinale Alfagola, Alberto Capatti si interroga sulla possibile autorialità di una ricetta di cucina.

Come sempre, tanti materiali che offriamo alla vostra lettura e su cui ci piacerebbe raccogliere commenti e riflessioni. Alfabeta, almeno per come la vediamo noi, è un organismo vivo e attivo, che non si arrende all'idea che "non c'è alternativa" al sistema in cui siamo calati e che vede nella cultura l'elemento essenziale per gettare uno sguardo critico sul mondo. Per questo vi chiediamo di iscrivervi e di far iscrivere altre persone all'associazione Alfabeta - per sostenere un lavoro di cui oggi, come tutte le settimane, vedete i risultati e, più ancora, per entrare a far parte di una rete che vorremmo si estendesse sempre di più

E ora, come sempre, buona lettura!

Il sommario

G.B. Zorzoli, Storie di veleni italiani e di occhi troppo a lungo chiusi

Maria Anna Mariani, I fatti prima che diventino storia. Crudo di Olivia Laing: l'estate del 2017 e i tweet di @realDonaldTrump

Matteo Moca, La Storia, le storie: Vuillard, Åsbrink, Sales

Francesco Fiorentino, Per una geografia delle avanguardie

Daniele Vergni, Ryoji Ikeda, tra presente e passato

Nazim Comunale, Immaginare la musica. Intervista a Gianni Lenoci

Michele Emmer, Neve e fuoco, Jack London va in scena

Alberto Capatti, Alfagola / Autore? Autrice?

Storie di veleni italiani e di occhi troppo a lungo chiusi

G.B. Zorzoli

Un libro d’inchiesta da prendere a modello, Malaterra. Come hanno avvelenato l’Italia di Marina Forti. Dove il supporto di un’accurata ricerca bibliografica è integrata da indagini sul campo che, grazie anche alle testimonianze di protagonisti, rendono le descrizioni del dissesto ambientale “visibili”, come se fossero accompagnate da documentazione fotografica.

Inoltre, la scelta delle nove aree dove un’industrializzazione selvaggia non si è limitata a devastare il territorio, ma ha avuto un impatto sulla salute delle popolazioni, destinato a prolungarsi anche dopo la chiusura delle fabbriche, smentisce una diffusa vulgata, secondo cui la causa di questa aggressione sarebbe principalmente l’arretratezza del Sud.

Ci sono Taranto con l’Ilva, il polo petrolifero e petrolchimico di Priolo e Melilli nella Sicilia sud-occidentale, alla periferia di Napoli Bagnoli con il suo complesso siderurgico dismesso e Portoscuso avvelenata dal piombo in Sardegna, ma anche Seveso, Brescia inquinata dall’azienda chimica Caffaro, Montichiari – sempre in provincia di Brescia – “ricca” di discariche che raccolgono ogni tipo di rifiuto, il petrolchimico di Porto Marghera e, a raccordare il Nord col Sud, nel basso Lazio la valle del Sacco devastata dalla concentrazione di aziende chimiche, farmaceutiche e meccaniche.

Anche la storia di queste aree disastrate è sostanzialmente identica. La proposta iniziale di investimenti industriali viene accolta con favore, a volte con entusiasmo dai cittadini e dagli enti locali, vista come portatrice di lavoro e di prosperità, fattori decisivi, dato che quasi sempre si tratta di iniziative calate in contesti dove si fanno ancora sentire le conseguenze negative della seconda guerra mondiale. Promesse che la realtà successiva conferma: crescono l’occupazione e il benessere diffuso. Ed è proprio la paura di perderli, come documenta Marina Forti, a far chiudere gli occhi davanti agli effetti, ormai visibili, dell’inquinamento del suolo, delle acque, dell’aria. Tanto che all’inizio i pochi che li denunciano vengono addirittura messi sotto accusa. Non mancano nemmeno complicità da parte degli enti locali e casi di occultamento delle prove.

In una prima fase, anche l’iniziativa sindacale a difesa degli operai in misura crescente colpiti da malattie provocate dalla mancanza di protezioni adeguate viene inserita nel pacchetto delle rivendicazioni relative alla difesa della salute in fabbrica, trascurando l’impatto esterno delle emissioni dannose e della eliminazione incontrollata di rifiuti spesso tossici.

In genere la situazione esplode quando si verificano fatti che colpiscono direttamente una fascia della popolazione: è il caso del sangue dei bambini di Portoscuso, avvelenato dal piombo. Poiché si tratta di effetti a scoppio ritardato, la loro rivelazione spesso coincide con le crisi che in tempi più recenti hanno colpito molti settori industriali coinvolti. La stessa Forti si interroga sul peso che la perdita di molti posti di lavoro e del relativo benessere ha avuto nella contemporanea crescita della sensibilità ambientale e di movimenti locali per la difesa del territorio e della salute dei cittadini.

Anche la vicenda dei successivi interventi di bonifica è analoga in tutte le aree considerate. Secondo il principio europeo “chi inquina paga”, i costi delle bonifiche dovrebbero essere sostenuti dai proprietari delle fabbriche, ma molte sono ormai chiuse, con i proprietari irreperibili, apparentemente senza ricchezze personali oppure in grado di fare ricorsi che in più di un caso riescono a vincere. La maggior parte dell’onere ricadrà quindi sullo stato, quindi sui cittadini. Mai come in questo caso il futuro è d’obbligo. Come documenta Marina Forti, il ministero dell’Ambiente ha individuato negli ultimi vent’anni ben cinquantasette Siti da bonificare, di cui quelli riconosciuti di interesse nazionale sono quaranta, per circa 120.000 ettari, una superficie del 10% superiore a quella del comune di Milano. A dicembre 2017 solo sedici avevano completato la caratterizzazione, cioè l’anagrafe delle contaminazioni esistenti, che consente di prendere decisioni realizzabili e sostenibili per la messa in sicurezza e la successiva bonifica del sito. attività per le quali «siamo ovunque in grande ritardo, anche se negli ultimi anni… il ministero dell’Ambiente ha dato un’accelerazione».

È dunque un peccato che un libro così efficace nel descrivere una storia italiana, poco conosciuta nelle sue reali dimensioni ed effetti, manchi di un glossario per la terminologia tecnica ampiamente utilizzata per descrivere i fenomeni d’inquinamento, col rischio di scoraggiare molti potenziali lettori.

Storia – ed è un suggerimento all’autrice – che potrebbe essere completata da un’indagine altrettanto approfondita sui criteri con cui sono stati autorizzati simili orrori. Emblematici sono ad esempio alcuni dettagli sulle modalità con cui negli anni ’60 è stato deciso di costruire nel comune agricolo di Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza, una centrale termoelettrica che bruciava olio combustibile a elevato tenore di zolfo. Al Comune era disponibile un unico modulo prestampato per “autorizzazione a nuove costruzioni, a modificazioni o ad ampliamenti di costruzioni esistenti”. Compilato a penna, il modulo autorizzò “il signor Enel-Compartimento di Milano a costruire una centrale termoelettrica per produzione di energia elettrica in località la Casella”.

La lettura dell’allegato modello di Notizie Generali sull’Opera” mette in evidenza la difficoltà incontrata dal tecnico del Comune a barrare le caselle poste a fianco delle voci prestampate per i lavori edilizi più usuali, specialmente quando si è trovato di fronte al quesito circa il tipo dell’opera: “popolare, medio, superiore al medio o rurale”; quesito risolto barrando con scelta salomonica la casella del “medio”. Questo è solo l’atto di nascita di una procedura autorizzativa che, nel suo sviluppo e nella successiva realizzazione dell’impianto, incontra solo le obiezioni dell’ufficiale sanitario, alla fine aggirate dal ministero dell’Industria, che di fatto lo sostituisce, dando la prescritta licenza sanitaria.

Conoscere a fondo anche quel che è successo a monte dell’entrata in esercizio di fabbriche che hanno rovinato il territorio e la salute dei cittadini, consente di individuare, rispetto a quelli descritti da Marina Forti, altri misfatti a lungo termine, misfatti che paradossalmente possono rendere più difficile il ripristino di adeguate condizioni ambientali.

La sfiducia nelle istituzioni e nell’industria, generata da un numero di casi di “malaterra” molto più elevato di quelli così gravi da essere classificati Siti di interesse nazionale, facilmente diventa sfiducia tout court verso qualsiasi proposta di modifica dell’assetto territoriale esistente. Secondo l’ultimo rapporto in materia, dei 359 impianti la cui autorizzazione, nel 2016, è stata contestata quasi sempre da opposizioni locali, il 56,7% apparteneva al settore energetico, di cui circa i tre quarti utilizzavano fonti rinnovabili. Si tratta di circa 150 impianti, quasi tutti, date le dimensioni, poco invasivi, e per la maggior parte a emissioni nulle, soggetti a iter autorizzativi molto severi. Una volta scartate le eventuali pecore nere, la loro realizzazione consentirebbe la chiusura di impianti che continuano a bruciare combustibili fossili, inquinando l’atmosfera e contribuendo al riscaldamento globale del pianeta.

Marina Forti

Malaterra. Come hanno avvelenato l’Italia

Editori Laterza, 2018

pp. 198, € 13

I fatti, prima che diventino storia. Crudo di Olivia Laing: l’estate del 2017 e i tweet di @realDonaldTrump

Maria Anna Mariani

L’ha scritto in sette settimane, furia ossessa sui tasti, e quand’era finito si sentiva come se le fosse passata la febbre. Così Olivia Laing racconta la genesi di Crudo (Norton & Company, 2018), il suo primo romanzo dopo tre libri di non-fiction, di cui l’ultimo soltanto – Lonely City, sulla New York che infligge alienazione – è stato tradotto in italiano (da Francesca Mastruzzo, nel 2018 per Il saggiatore: Città sola).

Crudo è un romanzo concepito durante l’estate del 2017 e l’estate del 2017 è anche la materia che vi ribolle dentro, spezzatino di fatti ancora incandescenti. Olivia Laing lo sapeva, Olivia Laing se lo sentiva che quei mesi lì erano un punto di svolta. Gli storici del futuro li preleveranno dal flusso del tempo per poi irrigidirli in un evento corredato di spiegazioni, cause incatenate a effetti: una forma comprensibile in cui tenere a bada i fatti. Voleva agire prima che questo accada. Della storia, voleva restituire la dimensione vissuta, nel suo qui e ora magmatico e insensato, senza il vantaggio prospettico di chi la osserva da un momento ulteriore. Le pagine in cui si agita la protagonista, un ibrido autofinzionale tra Olivia Laing stessa e la scrittrice punk Kathy Acker, dovevano trattenere l’ansia perpetua del non sapere che cosa stesse succedendo, fino a quando, perché. Le dimissioni di Steve Bannon, i missili nordcoreani che minacciano Guam, Ivanka e Jared corrotti fino al midollo: un fatto dietro l’altro, a velocità da crepacuore. E poi c’erano da documentare anche le attitudini collettive, le reazioni immediate provocate da questa colata lavica di notizie. C’era da farlo subito, con schegge di frasi: «It was the week Obamacare was rolled back, everyone was talking about pre-existing conditions» (p. 27) [«Era la settimana in cui l’Obamacare venne ritirata, tutti che parlavano di patologie pregresse»].

A tratti, il progetto di Olivia Laing ricorda quello intrapreso da Annie Ernaux negli Anni (trad. Lorenzo Flabbi, L’orma 2015). Ma mentre Ernaux lavora a ritroso, compiendo un meditato restauro di come il passaggio del tempo venisse percepito nella memoria individuale e in quella collettiva, Laing se ne sta inchiodata all’oggi. Fa uno sforzo di ottusità: mentre scrive si ostina a trasmettere l’assenza di prospettiva e per riuscirci, spiega in un’intervista, decide di evitare l’editing del giorno dopo, quel ritocco con il surplus d’informazione provvisto dalle notizie dell’indomani.

Le notizie entrano nel romanzo filtrate da Twitter. I tweet sono trasfusi nella narrazione in modo fluido, come in un discorso libero indiretto, ma in appendice li ritroviamo virgolettati e attribuiti alla fonte: «HISTORIC rainfall in Houston, and all over Texas. Floods are unprecedented, and more rain coming. Spirit of the people is incredible. Thanks! I will also be going to a wonderful state, Missouri, that I won by a lot in ’16», @realDonaldTrump, Twitter, 27 August 2017 (p. 139) [«STORICHE precipitazioni a Houston, e in tutto il Texas. L’alluvione è senza precedenti, e altra pioggia è in arrivo. Lo spirito della gente è incredibile. Grazie! Sto anche per andare in uno stato meraviglioso, il Missouri, in cui ho stravinto nel ’16»].

Crudo è così a tutti gli effetti un romanzo su Twitter, ma non perché lo sfrutta come dispositivo formale, accumulando frasi rattrappite nella gabbia dei caratteri ammessi dal medium (come aveva fatto invece, e in modo mirabile, Jennifer Egan con il giallo Scatola nera, trad. Matteo Colombo, Minimum fax 2013). Questo è un romanzo su Twitter perché ne riproduce quel senso di ottundimento provocato dal constatare la notizia e poi il riverbero della stessa in una miriade di coscienze che condividono la tua bolla mediatica. La cerimonia di massa del consumo delle notizie, rito quotidiano collettivo ma praticato in solitudine, schermato dalle pareti del proprio salotto, del proprio cranio, non esiste più in questa forma. Per Benedict Anderson questo rito era la quintessenza della facoltà di immaginarsi come membri di una comunità, dal momento che ogni individuo aveva la consapevolezza che quella sua cerimonia era replicata simultaneamente da migliaia (o milioni) di altri, della cui esistenza era certo, e di cui tuttavia non aveva cognizione: non li avrebbe mai conosciuti né li avrebbe mai sentiti parlare. Invece di una comunità immaginata, Twitter ci fa sentire immersi in una comunità sonoramente invasiva, che senza sosta glossa l’informazione coi propri pensierini viscerali. È la dimensione narrativa di questo sentire che troviamo racchiusa in Crudo.

Olivia Laing

Crudo

Picador

pp. 176