Copertina MONETA Piatto-500La moneta del comune

La sfida dell’istituzione finanziaria del comune

A cura di Emanuele Braga e Andrea Fumagalli

Coedizione alfabeta edizioni e Derive Approdi

ottobre 2015

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Appendice: materiali preparatori

Il fenomeno Bitcoin: moneta alternativa o moneta speculativa?
(17 dicembre 2013)
Gianluca Giannelli e Andrea Fumagalli

Workshop: Algorithms and Capital
(Goldsmith College, Londra, 20 gennaio 2014)
a cura di Luciana Parisi e Tiziana Terranova

Monete digitali (criptomonete) e circuiti finanziari alternativi.
Portare l’attacco al cuore dello Stato, pardon, dei mercati finanziari
Andrea Fumagalli

Il principio della liquidità e la sua corruzione. Un contributo alla discussione su algoritmi e capitale
(4 febbraio 2014)
Stefano Lucarelli

Per una teoria delle monete del comune
(2 marzo 2014)
Davide Gallo Lassere

In each other we trust: coniare alternative al capitalismo
(4 aprile 2014)
Jerome Roos

Il fenomeno Bitcoin: moneta alternativa o moneta speculativa? 1

 


Gianluca Giannelli e Andrea Fumagalli

Arricchimento, clamore, volatilità. Queste le parole associate, di recente, al fenomeno Bitcoin (BTC) e, in generale, alle monete virtuali o cripto-monete, come vengono definite.

Molti, anche in Italia, ne hanno sentito parlare. Pochi ancora sanno cosa sono. Tutti però le associano a possibilità di ricchezza improvvisa.

Il BTC e le altre circa quaranta monete nate in sua emulazione sono semplicemente file criptati, ovvero sequenze alfanumeriche (numeri e lettere) generate da computer – a seguito dell’esecuzione e risoluzione di un determinato algoritmo – collocati all’interno di una rete peer-to-peer. L’algoritmo è specifico per ogni “moneta”. Ma esistono anche suite per la creazione di monete “fai-da-te”: algoritmi che generano algoritmi, che generano stringhe.

L’idea di per sé non è nuova: già le istituzioni governative e bancarie nazionali, da diverso tempo, hanno intrapreso la strada di attribuire valore monetario a sequenze di numeri create artificialmente sulla base delle dinamiche del debito/credito statale, aziendale e personale. L’algoritmo è ovviamente diverso: in questo contesto la sua funzione è assolta dalle percentuali di riserva delle banche, dai tassi d’interesse e dalla semplice decisione (il fiat non lux ma currency) di generare moneta. Il quantitative easing della Fed (Banca Centrale USA), ad esempio, genera 85 miliardi di dollari al mese. Quello della BCE ne è un altro esempio, sia pure con leggere differenze rispetto al primo.

Oggi, dopo la fine di Bretton Woods, assistiamo alla completa smaterializzazione della moneta. Il suo valore, convenzionalmente fissato nel 1944 a Bretton Woods dalla parità fissa con l’oro nel rapporto di 35 dollari US per oncia d’oro, è decaduto. Da moneta “merce” e moneta “oro” si passa alla moneta come “puro segno” (Marx), passaggio che, grazie al processo di finanziarizzazione, ha di fatto ridotto il peso dei diritti di signoraggio e anche la possibilità da parte delle banche centrali di controllare in toto la massa monetaria in circolazione e il moltiplicatore creditizio e finanziario che ne consegue.

La moneta, in questo modo, si smaterializza del tutto. Oggi la moneta non è più una merce o un bene. Non esiste più un’unità di misura del valore della moneta, come il metro per la lunghezza o il chilogrammo per il peso. A prescindere dal fatto che esistono ancora i monopoli di emissione e i diritti di signoraggio, a prescindere dalla struttura proprietaria, in quanto non più un bene, la moneta non può neanche essere definita bene comune. Con la fine degli accordi di Bretton Woods il valore della moneta non è più determinato esclusivamente da chi la emette. La sovranità monetaria (nazionale o sovranazionale che sia), la cui governance è il compito della banca centrale, tende a perdere sempre più significato.

Sino alla crisi del fordismo l’istituto della banca centrale ha avuto il compito di esercitare un controllo puntuale e diretto sulla quantità di banconote e monete coniate dalla zecca nazionale. Ma il 95% della moneta circolante è oggi erogato da banche private nella forma di prestiti o attività speculative; su questa quota della moneta circolante la banca centrale ha solo un controllo molto indiretto tramite l’imposizione della riserva obbligatoria sull’ammontare dei depositi. Ciò significa che, nonostante la banca centrale possa unilateralmente e autonomamente fissare i tassi d’interesse e imporre una riserva obbligatoria alle banche, la quantità di moneta in circolazione è sempre meno controllabile dalla stessa banca centrale. In un sistema capitalistico che si basa su un’economia finanziaria di produzione, la quantità di moneta esistente viene endogenamente determinata dal livello di attività economica che si registra e dall’evoluzione delle convenzioni finanziarie che regolano il mercato internazionale della finanza e delle valute. La banca centrale può solo cercare di aumentare o ridurre la massa monetaria circolante, nulla di più. Tale possibilità viene oggi ulteriormente ridotta dal nuovo ruolo che hanno assunto i mercati finanziari, sia nel finanziare l’attività di investimento (tramite le plusvalenze generate), sia come creatori di titoli altamente liquidi (la cosiddetta “near money”, quasi moneta).

Di fatto, in modo paradossale, i poteri discrezionali delle banche centrali sono tanto più diminuiti quanto più esse stesse sono diventate istituzioni politicamente indipendenti. Di conseguenza i poteri gestionali del settore bancario e, tramite la regolazione dei tassi d’interesse, dell’intero sistema economico della banca centrale sono sempre più ancillari rispetto alle dinamiche che si svolgono sui mercati finanziari e quindi sempre più dipendenti dalle oligarchie che li dominano.

Ciò significa che nel bio-capitalismo cognitivo la moneta e la determinazione del suo valore non sono più sotto il controllo della banca centrale, cioè dell’istituto che formalmente la emette. Nel momento stesso in cui la moneta è pura moneta segno, essa sfugge a ogni controllo pubblico. La moneta perde lo stato di “bene di proprietà pubblica”. Il suo valore viene determinato di volta in volta dall’operare dell’attività speculativa dei mercati finanziari. Le sue funzioni di mezzo di pagamento e unità di conto (misura del valore), nonché di riserva di valore e di strumento di finanziamento dell’attività di accumulazione/valorizzazione, sfuggono a qualsiasi controllo. Nel momento in cui la sua quantità e le modalità di circolazione vengono determinate dalle convenzioni che si determinano sui mercati finanziari, sempre più concentrati, la moneta è ostaggio delle aspettative che le oligarchie (o, meglio, la dittatura delle oligarchie) dei mercati finanziari di volta in volta sono in grado di esercitare. Oggi possiamo affermare che la creazione di moneta-finanza è l’esatta espressione del comunismo del capitale. Ne è riprova il fatto che le scelte statuali di politica monetaria sono in funzione della dinamica finanziaria. Gli stessi tassi d’interesse non sono più controllabili in toto dalla politica monetaria. La moneta contemporanea è, dunque, espressione del bio-potere finanziario in quanto il suo valore è determinato dalle convenzioni finanziarie che la governance dell’espropriazione del comune è di volta in volta, a seconda delle condizioni, in grado di imporre.

Nel caso delle cripto-monete la novità principale risiede nella sostituzione del soggetto decisionale: non più istituzioni deputate, (assai poco) democraticamente, alla gestione della politica monetaria e finanziaria, bensì la moltitudine dei singoli individui che decidono di produrre o “estrarre” le “stringhe” con i loro computer in rete e quella dei singoli individui che decidono (fidandosi) di riconoscere valore monetario a quelle stringhe generate.

In un’epoca macchinico-algoritmica come quella in cui viviamo, non deve stupire che la moneta non si stampi più ma si generi e che la fiducia non sia più riposta nell’agire umano ma nella correttezza formale di un algoritmo eseguito da macchine e/o da decisioni di élite tecno-finanziarie.

Proprio la sfiducia nell’agire etico e politico è alla base della nascita delle cripto-monete. Il dipendere delle monete tradizionali da soggetti istituzionali, le cui decisioni non sono più ritenute tutelanti l’individuo e la sua libertà, ha spinto i creatori delle cripto-monete e i loro principali fautori a cercare detta tutela nell’azione imparziale delle macchine.

Per molti di essi anche il processo democratico potrebbe – anzi dovrebbe – essere sostituito da decisioni algoritmizzate eseguite con imparzialità da computer. La giustizia è imparzialità, e la politica, che non appare più in grado di garantirla, deve essere sostituita da macchine il cui comportamento non sia condizionato da particolarismi di alcun genere.

Anche le esperienze politiche della cosiddetta “democrazia elettronica” vanno in questa direzione, pur non prevedendo la completa sostituzione – per ora – del data processing alla decisione collettiva. Peccato, però, che la politica – nella sua accezione orientata all’equità sociale – sia, al contrario, proprio scelta di “parzialità” e che la giustizia sociale possa determinarsi solo dall’assunzione di decisioni “di parte”, che privilegino cioè la riduzione delle condizioni di sfavore in cui i molti versano rispetto ai pochi (sempre più ricchi). Invece di mutare la politica, la si elimina e ci si affida a un “regolatore elettronico” nella soluzione dei problemi di convivenza collettiva, che vengono ricondotti alla sola maggiore o minore libertà dell’individuo. In questa ottica la moneta creata da algoritmi rischia di essere concepita di fatto come neutrale al sistema di produzione e distribuzione della ricchezza.

La società del problem solving, dell’esistenza individuale, sta lentamente soppiantando la società del benessere collettivo di matrice otto-novecentesca. Dall’assunto che solo in una società giusta l’individuo può stare bene si passa all’assunto che solo se l’individuo sta bene si potrà avere una società migliore.

È chiaro che la tecnologia – in particolare quella sviluppatasi a partire dagli anni settanta con il passaggio dall’era del transistor a quella del chip e, di lì a poco, della rete – ha effettivamente donato all’individuo il fuoco prometeico necessario per la sua liberazione dalle vecchie soggettivazioni, e il suo assurgere ad assoluto ontologico, connotato dall’imperativo esistenziale della massimizzazione del piacere e del profitto, trova la propria traduzione nel dispositivo ideologico dell’individualismo proprietario.

La logica del linguaggio-macchina, con il suo procedere per soluzioni di algoritmi, finisce per influenzare anche il rapporto dell’individuo con la realtà rappresentata, per l’appunto, come “problematica” e alla quale relazionarsi, quindi, in termini di ricerca di soluzioni piuttosto che come esperienza da vivere. Anche l’“altro”, gli “altri” assumono un connotato problematico in luogo di quello di incontro e opportunità di condivisione politica ed etica di relazioni umane volte alla liberazione del desiderio e alla soddisfazione dei bisogni.

La promessa della tecnologia non si esaurisce in un fuoco istantaneo: quello donato da Prometeo è di origine divina, quindi inesauribile. Promette un futuro oltre ciò che mantiene nel presente, spingendo il desiderio dell’individuo oltre i limiti dell’uomo, oltre i suoi confini biologici, verso l’ibridazione di una nuova specie. Tanto l’uomo “incorpora” (in senso letterale) la tecnologia, quanto la tecnologia stessa innesta l’uomo nelle sue meccaniche sistemiche.

Forse le bio-tecnologie, la bionica e in generale le interfacce neurali uomo/macchina rappresentano il confine attuale di questa mutazione. Forse sarà l’alba di una nuova fase dell’evoluzione dell’uomo al quale la tecnologia promette, in cambio, la soluzione del grande mistero della morte. Ma quando si guarda l’abisso, anche l’abisso guarda dentro di noi. Nel frattempo, nel presente, già profonde sono le mutazioni avvenute.

Non stupisce che, dagli anni novanta, finanza e tecnologia abbiano stretto un sodalizio nel reciproco sviluppo, al quale il diritto, in tutte le sue articolazioni, non ha fatto altro che fornire legittimazione alle nuove libertà dell’individuo tecnocratico votato al profitto e dietro il cui imperativo e dispositivo libertario vecchie e nuove élite di potere hanno riproposto in chiave neo-liberista modalità di controllo e segregazione sociale. Non stupisce neanche come, nel caso delle cripto-monete, sia proprio la tanto agognata libertà dell’individuo a determinare l’attuale fase della loro evoluzione in una direzione alquanto diversa, forse, da quella inizialmente ipotizzata.

Il Bitcoin nasce come moneta – prodotta da reti peer-to-peer in modo decentrato e anonimo – da utilizzare per la funzione principale della moneta, ovvero come mezzo di scambio. Sin dalla sua origine, nel 2009, tuttavia il suo valore è stato definito dalla rapporto di conversione con il dollaro USA, al quale si sono poi aggiunte nel tempo altre valute quali euro, sterlina inglese, rublo russo e yuan cinese. Il BTC quindi rientra anch’esso nel sistema del dollar index, anche se, non avendo valore legale, non è riconosciuto né viene attuato alcun cambio con le citate valute.

Circa la sua diffusione quale mezzo di pagamento, dalla sua nascita un numero sempre maggiore di esercizi commerciali – in gran parte del commercio elettronico, ma non solo – lo hanno accettato nelle transazioni, sempre ancorando il prezzo dei beni e servizi al loro valore in dollari, ancora oggi valuta internazionale di riferimento. Come è noto, il BTC è anche il mezzo di pagamento più diffuso in rete per le transazioni illegali che avvengono nel cosiddetto “deep web”, dove sono considerati valore aggiunto l’anonimato e la (apparente) irrintracciabilità degli attori delle transazioni.

Fino a tre-quattro anni fa il valore del BTC era di 9 dollari USA, a malapena sufficiente a coprire i costi necessari alla sua generazione da parte di coloro che con i loro computer decidevano di entrare nella rete peer-to-peer necessaria alla produzione o, come si dice, “estrazione” della stringa/moneta. Tali costi erano relativi all’allestimento di un computer con elevata capacità di calcolo e al costo (non irrilevante) della corrente elettrica.

Due caratteristiche insite nell’algoritmo del BTC (e comune a tutte le cripto-monete) ne rendevano ulteriormente rischioso l’investimento: il numero finito di stringhe estraibili –al massimo 21 milioni per il BTC – e l’incremento progressivo della difficoltà di estrazione delle stringhe, relazionato al numero totale estratto e alla quantità e capacità di elaborazione complessiva progressivamente espressa dalla rete. Questo, al contempo, lasciava intendere che, all’avvicinarsi del raggiungimento dei 21 milioni di stringhe estratte, il valore del BTC dovesse necessariamente aumentare, a condizione, ovviamente, della sua reale ed effettiva diffusione come mezzo di pagamento. In caso contrario, al termine, sarebbero rimaste solo… stringhe alfanumeriche.

Alcuni articoli della stampa specializzata avevano attirato l’attenzione di un pubblico sempre maggiore determinando da un lato un aumento di addetti all’estrazione e dall’altro un aumento degli esercizi che accettavano il Bitcoin come mezzo di pagamento. Il valore, di conseguenza, registrava incrementi significativi, giungendo nell’ottobre 2013 a valere circa 200 dollari.

È nel corso del 2013, per l’appunto, che il Bitcoin esce dalla nicchia di “nuance tecnologica di geek e nerd tecno-libertari o di coloro che quando vedono qualcosa Apple hanno un’eccitazione superiore alla media degli individui”, per divenire strumento di investimento speculativo. Il mercato si arricchisce di soggetti e funzioni che ne aumentano l’articolazione, strutturandola. In tutti i casi – e per tutte le funzioni assolte – l’obiettivo degli individui è trarre probabile futuro profitto dall’investimento di denaro nel presente.

Con l’aumento della difficoltà di generazione delle stringhe – insita, come detto, nell’architettura stessa dell’algoritmo – il processo era divenuto più oneroso per i singoli utenti, a patto di non “upgradare” di continuo l’hardware. Erano così sorte società con siti specializzati nel “segmentare” la rete in unità più piccole chiamate “pool”, ove gruppi specifici di utenti potessero cooperare e dividersi le monete generate. I pool attuavano una cooperazione ristretta all’interno della più generale cooperazione della rete complessiva, consentendo anche a utenti con hardware non eccessivamente dimensionati di poter ricevere, in un tempo minore, la moneta estratta grazie alla potenza computazionale dell’intero pool al quale avevano aderito. Questo in cambio di un piccola commissione (fee) da conferire all’atto del trasferimento della moneta dal pool al portafoglio elettronico residente sul proprio computer. Ma, con il passare del tempo e l’aumento della difficoltà, anche ciò non risultava più sufficiente in questa “corsa all’oro” del terzo millennio. Aziende fornitrici di hardware iniziano così la progettazione e produzione di periferiche specifiche per l’estrazione di BTC.

Parallelamente, sul versante finanziario proliferano siti di società “cambiavalute” specializzate nel cambio del BTC con le valute ufficiali e con altre cripto-monete, ognuna con le proprie quotazione della moneta che possono registrare, tra esse, anche differenziali del 10%. Il guadagno consiste nel ricavato pagamento del fee (analogo a quello visto in precedenza) e nella possibilità di investire nel mercato stesso le riserve valutarie – valute fiat e digitali – depositate dagli utenti presso i siti “cambiavalute” per effettuare le transazioni. Un po’ come operano le banche con i “giorni di valuta” nei movimenti dei conti correnti della clientela.

Alcune società di brokeraggio si specializzano anche nel trading finanziario, consentendo di “tradare” il BTC al pari di qualunque valuta del mercato Forex, con annessa possibilità di utilizzo della leva finanziaria. Il Forex è noto per essere il mercato più “liquido”, di grandi volumi e speculativo esistente (il volume giornaliero delle contrattazioni è superiore a 1,5 trilioni di dollari US. Esso è, in ordine di grandezza, maggiore dei mercati azionari e obbligazionari mondiali messi insieme. La Borsa valori di New York, per esempio, ha un volume di contrattazioni giornaliere di circa 30 bilioni di dollari. Si calcola che oggi il 90% delle transazioni su questo mercato sia di natura speculativa).

Non mancano, inoltre, società di investimento pronte a lanciare derivati specifici sul BTC in grado di assicurare i detentori o produttori/estrattori dalle fluttuazioni future del suo valore, analogamente a quanto accade per le materie prime o per i prodotti agricoli e/o alimentari. Così come altri broker inaugurano specifici CFD/BTC (contract for difference sui BTC), strumenti finanziari con leva finanziaria, commerciabili nel circuito finanziario telematico OTC (over the counter).

Il Bitcoin entra nella sua dimensione di asset di investimento speculativo, passando così dal bit informatico, che ne aveva caratterizzato il passato, al tick finanziario che ne rappresenta il presente (il tick di negoziazione è la variazione minima tra due prezzi che possono essere immessi sul mercato e rappresenta la frazione di un’unità predefinita della valuta in cui il titolo è negoziato. Per esempio, nel cambio EU/USD 1,38001, il tick è la quinta cifra dopo la virgola).

Alla metà di novembre del 2014 il BTC raggiungeva la quotazione massima di 1,240 dollari US, mentre un specifico fondo di una società di investimento – nato nei dodici mesi precedenti – faceva nel contempo registrare un “ritorno” di ben il 4847% dell’investimento.

Un ruolo decisivo nell’impennata del valore del BTC registrata tra ottobre e novembre è attribuita all’entrata nel mercato di operatori finanziari cinesi, per quanto la sua diffusione in Cina fosse già datata, ma limitata alla sola produzione/estrazione. In questo caso non si sarebbe trattato solo di investimento speculativo, ma anche di un modo di acquisire capitali dall’estero, in aggiramento delle rigide norme valutarie del governo cinese, e per poter effettuare operazioni di mercato “non visibili” in yuan e dollari. Il tutto utilizzando come “cortina fumogena” il grande interesse dei teenager cinesi per il BTC quale mezzo di pagamento per siti “vari” di intrattenimento digitale.

Tanto clamore e arricchimento hanno alla fine destato l’interesse delle singole autorità monetarie nazionali. Le cui reazioni sono raggruppabili in due tipologie generali: da un laico “no problem, basta che si paghino le tasse sulle plusvalenze” da parte degli occidentali, a un assoluto divieto emesso della Banca Centrale Cinese a tutti i soggetti istituzionali di utilizzare le monete elettroniche come valuta nelle transazioni o come forma di investimento finanziario da consigliare alla propria clientela. Ma chissà che, con il vento riformista annunciato in seguito dal governo cinese, e che dovrebbe prevedere anche una certa deregolamentazione e decentralizzazione del mercato finanziario interno, tale divieto non si sterilizzi, di fatto, in futuro. Tuttavia la conseguenza immediata del divieto è stata la decisione di Baidu (l’equivalente cinese di Google) di non accettare più i Bitcoin come mezzo di pagamento.

Il crollo del BTC dei giorni successivi, passando dai 1240 dollari US agli 800, potrebbe aver rappresentato l’uscita dal mercato di “spaventati” operatori o l’avvio di una fase speculativa al ribasso, o un mix di entrambe. A novembre 2014 era in “rally” tra i 950 e gli 850 dollari US, mostrando segni di ripresa ma sempre di estrema volatilità.

Scenario futuro? Impossibile a dirsi oggi. Quel che è certo è che il futuro sarà l’esito complessivo dell’azione, spesso contrastante, di tutte le forze che agiscono sul mercato. Sicuramente tali esiti saranno fuori dal controllo degli ideatori e dei primi fanatici sostenitori del BTC, riaffermandosi in questo la considerazione che non basta assicurare le libertà all’individuo per avere una società necessariamente libera.

Alcune considerazioni. Per quanto non siano prevedibili gli sviluppi futuri, il Bitcoin non sembra essere un fenomeno transitorio; potrà certamente mutare in altro e/o dare luogo ad altro, ma ha introdotto un precedente rispetto al quale non sarà possibile tornare indietro.

Sono oltre 40 le cripto-monete nate a seguito del BTC che cercano di emularne il percorso – ivi compresi gli aspetti speculativi altamente remunerativi – riuscendo ad attrarre investimenti di coloro per i quali entrare nel mercato di estrazione del BTC è ormai troppo tardi, ma che cercano ugualmente di fare fortuna. Il Litecoin (LTC) è la seconda moneta per dimensioni, anche se molto lontana dai valori del BTC. Se quest’ultimo viene paragonato all’oro, sicuramente l’LTC può essere considerato l’argento. Comincia anch’esso a entrare nella fase della finanziarizzazione, seppure a livello embrionale (si può commerciare solo su un numero limitato di siti) e con andamenti correlati a quelli del BTC. Esistono già anche cambi reciproci BTC/LTC.

Il principale ostacolo alla diffusione delle altre monete è determinato attualmente proprio dal BTC, interessato a disinnescare sul nascere qualunque ipotesi concorrenziale. Tuttavia, nel contempo, sono sorte suite per la creazione di cripto-monete “fai-da-te”, per cui le possibilità di proliferazione aumentano esponenzialmente. Si andrà da quella creata come business puro a ipotesi più socially o mutually di cripto-monete per comunità specifiche (versione hi-tech del braccialetto con le palline dei villaggi vacanze, ma politically correct, o antagonist, o green, o quel che vi pare…). L’importante che sia cool e in nell’ambiente di riferimento, ovvero che si trovino persone disposte a condividerne e accettarne il valore.

È facile ipotizzare un andamento non dissimile da quanto accaduto in passato con le distribuzioni del sistema operativo open source Linux. Del resto l’ambiente di riferimento per entrambi – cripto-monete e open source – è il medesimo. Oggi si contano centinaia di versioni di Linux, così come domani potrebbero contarsi centinaia di cripto-monete. Quale di esse, però, sarà la futura Ubuntu delle monete? E il mondo “legacy” starà a guardare? Nasceranno i Microsoft e Apple delle cripto-monete? E si formeranno “utenti” e “u-tonti” di monete come oggi ci sono dei software?

È recente la notizia che J.P. Morgan ha registrato un proprio brevetto di moneta digitale da utilizzare nel mercato dell’e-commerce: un mercato che solo negli USA, nel 2012, ha registrato vendite per 224 miliardi di dollari. Mentre BofAML (Bank of America Merrill Lynch), sempre di recente, ha individuato la soglia di 1300 dollari quale target price futuro del BTC, pur se stimato sulla base di premesse e assunti metodologici non propriamente rigorosi, connessi al dimensionamento e alla penetrazione del mercato dell’e-commerce su scala mondiale, al valore dell’oro e al volume delle transazioni registrate dalle società di trasferimento internazionale di valuta.

Il valore del BTC sarà determinato, con molta probabilità, dall’allinearsi o meno della doppia natura della moneta quale mezzo di scambio e riserva di valore, funzioni che attualmente sembrano, invece, agire in modo contrapposto. I possessori di BTC, così come coloro che ancora li estraggono (al pari di altre cripto-monete), non li usano per comprare beni e servizi, ma li trattengono nella prospettiva di un aumento del loro valore rispetto al dollaro, attribuendo quindi alle cripto-monete anche la funzione di riserva di valore.

Questa considerazione è confortata dall’estrema volatilità del valore delle monete elettroniche all’interno di un trend comunque rialzista, nonché dalla condizione, insita nell’algoritmo, di una possibilità di generazione limitata del loro numero complessivo. Non spendere le monete determina una ridotta diffusione del loro uso e dei servizi connessi alla commercializzazione che amplificherebbe, auto-alimentandole, le tendenze deflazioniste della moneta stessa. La forte riduzione degli scambi di BTC per acquisto di beni e servizi, registrata dai mesi di luglio e agosto 2014 in poi, è la conferma che la moneta sta assumendo e concentrando in sé la sola funzione di asset di investimento speculativo, deprimendo la sua funzione di mezzo di pagamento. Solo l’aumento di tale funzione, e quindi della diffusione nell’uso concreto del BTC, potrà contribuire – al verificarsi di altre condizioni – a conferire stabilità al valore della stringa e aumentarne la credibilità come “moneta”.

Tra le condizioni favorevoli vi è senza dubbio quella di un aumento in qualità e quantità dell’infrastruttura per l’utilizzo del BTC come mezzo di pagamento. Su questo punto iniziative di venture capital hanno già scommesso sui possibili sviluppi collocando investimenti sia in start-up specifiche sia nel consolidamento e nella diversificazione delle aree di business di aziende già operanti nel mercato del BTC. Le aree di business individuate non comprendono solo implementazioni nell’uso della moneta, ma anche le prospettive aperte dall’uso esteso della tecnologia stessa del BTC, grazie alla quale costruire e diffondere nuovi standard e infrastrutture critiche delle comunicazioni telematiche per nuovi scenari di sviluppo delle transazioni online.

Questi scenari di ulteriore articolazione e sviluppo del mercato legato alla cripto-moneta rischiano tuttavia di tradursi in un’occasione di ristrutturazione di un segmento di mercato del capitalismo finanziario con l’apertura di nuove aree di business frutto di quelle medesime logiche che il BTC voleva – almeno alle sue origini e in parte dei suoi sostenitori – combattere. Certo potrà aver sortito una piccola mobilità sociale data dall’arricchimento improvviso di taluni, ma ben poca cosa rispetto alle promesse di liberazione dei molti che ne avevano salutato la nascita.

Se effettivamente il BTC è il prodotto della rete, lo stesso non può dirsi per il suo valore in dollari. Questo sembra piuttosto, e in prima istanza, l’esito di uno sfruttamento da parte di “alcuni” della risorsa cooperativa messa a disposizione dai “molti”. L’alto valore in dollari finisce, paradossalmente, da un lato per deviare dalla giusta direzione la cooperazione e, dall’altro, per consolidarne la sussunzione. E questo grazie alla (non tanto illusoria) possibilità di arricchimento individuale.

La dinamica finanziaria che è alla base del valore del BTC sta attualmente riproducendo un’analoga dinamica dei rapporti di forza esistenti nel mondo della produzione e delle monete reali. Quel che si voleva evitare affidando alle macchine la generazione della moneta si è invece riproposto nella modalità di attribuzione del suo valore in dollari. Chi o cosa determina il valore? Chi o cosa nel mercato BTC ha preso il posto delle istituzioni governative nella determinazione del valore e delle sue oscillazioni? Ironia della sorte: la moneta nata per scongiurare l’inflazione rischia di scomparire per deflazione.

Ma è nella natura anch’essa profondamente individualista dei molti che si nasconde la condizione stessa di tale sussunzione. Sussunzione che è rappresentata dal combinato alto valore in dollari del BTC e dal suo contemporaneo accantonamento e non utilizzo. Sussunzione che è resa possibile dalla ricerca della massimizzazione del profitto individuale, oltre la logica e il fine ultimo che aveva la moneta all’atto della sua ideazione e della scelta di partecipare alla sua creazione.

La moneta, da strumento, è divenuta fine in sé del processo di cooperazione moltitudinario. Anzi, per meglio dire, di una parte della moltitudine: quella, giova ricordarlo, tecnologicamente molto più alfabetizzata della media, parametro questo ormai indispensabile per definire le nuove caratteristiche della povertà relativa e della capacità di sopravvivenza nella società contemporanea e, in ultima analisi, anche parametro dirimente per una concreta attuazione di politiche del “comune”.

La capacità di elaborazione espressa dalla rete peer-to-peer che estrae i BTC è, già da tempo, superiore a qualsiasi rete analoga mai messa in esercizio. Viene da chiedersi se tale potenza di calcolo si sarebbe potuta ottenere per il raggiungimento di un obiettivo collettivo, ad esempio per la ricerca della cura di una malattia. In altre parole, gli individui che attualmente stanno cooperando per prodursi BTC da tenere nei computer in vista di un aumento del loro valore in dollari, avrebbero messo a disposizione le loro risorse per un obiettivo non direttamente a loro vantaggio?

Il valore in dollari del BTC e la sua natura speculativa attuale sembrano, infine, anche essere conseguenza di errati presupposti insiti nella concezione alla sua stessa base. Il suo ancoraggio di fatto al valore del dollaro ne aveva da sempre connotano l’esistenza nei termini di affiancamento e non sostituzione delle monete legali. Anche la stessa promessa di immunità al processo inflattivo sarebbe risultata alquanto compromessa dall’essere il valore dei beni e servizi – eventualmente pagati in BTC – determinato prioritariamente dal loro valore espresso in dollari che, come tali, non ne sono immuni. Quindi, se da un lato il BTC è sottoposto a dinamiche deflattive endogene, esso è nel contempo soggetto a dinamiche inflattive esogene o da contagio. Questo in quanto il BTC non si mostra come moneta esito di una specifica e propria modalità di organizzazione della produzione e della società, quanto piuttosto si mostra anch’esso quale esito del modo di produzione capitalistico nella sua odierna configurazione tecno-finanziaria e bio-cognitiva.

Quattro anni fa, ad esempio, una pizza costava 9 dollari e, poiché un BTC era pari a 9 dollari, con un BTC si poteva comprare una pizza. Oggi la stessa pizza costa 9,50 dollari e, ipotizzando immutato il rapporto dollaro/BTC (ovvero ipotizzando di neutralizzare la spinta deflattiva endogena del BTC, cosa che sappiamo non sta accadendo nella realtà speculativa attuale, essendo il rapporto BTC/dollaro pari a 900 a 1), occorrerebbero pertanto più BTC per acquistare la stessa pizza. Detto in altri termini, l’essere la relazione BTC/merce mediata dalla relazione dollaro (o valute fiat/merce) implica che anche il BTC si caratterizzi, in ultima analisi, come una variante delle monete del capitale.

Queste considerazioni assumono rilevanza per le riflessioni sulla possibilità di creazione di una “moneta del e per il comune” e sulla possibilità o meno di assumere a tale scopo il BTC o altre cripto-monete.

La moneta è effetto, prima che causa, di una determinata configurazione della società, delle dinamiche di soggettivazione in essa agenti e dei rapporti di forza e di potere operanti.

Un ipotetico valore della moneta del comune dovrebbe rappresentare e contenere il valore della cooperazione sociale quale modo di produzione e distribuzione della ricchezza nella sua accezione più ampia, e non meramente economica né monetaria, e la sua forza dovrebbe muovere verso la distribuzione piuttosto che verso la concentrazione o l’accumulazione. Così la potenza del denaro, attraverso la moneta, andrebbe “liberata” piuttosto che moltiplicata. Così come, del resto, liberati andrebbero i desideri di vita delle singolarità verso modalità di soddisfacimento dei bisogni situati e qualificati da un’“etica del comune”.

Ma proprio per questo il “comune”, inteso come non-proprietà, potrà in futuro rappresentare un contro-potere monetario. A tal fine diventa sempre più imprescindibile attivarsi nella costruzione di circuiti finanziari alternativi non riconducibili alla legge dei poteri forti finanziari, oggi egemoni. Pensare di poter regolamentare i mercati finanziari per ricondurli sotto un controllo pubblico è pura illusione. La sfida va portata al massimo livello della governance finanziaria attuale. E questa sfida genera la necessità di riappropriarsi della moneta non come “bene comune” ma, appunto, come “common”, ovvero come espressione e misura del valore di quella cooperazione sociale o general intellect che oggi viene espropriata dal divenire rendita dei profitti e soggetta alla misura (variabile) dettata dai rapporti di forza imposti dal ricatto dei mercati finanziari.

Come il reddito di base è la forma di remunerazione del comune, esito dell’agire rivendicativo-conflittuale del lavoro vivo precario, così, oggi più che mai, la moneta può essere espressione e misura di questo stesso comune (cooperazione sociale e general intellect), contro-potere al comunismo, selettivo, iniquo, gerarchico del capitalismo finanziario. È ora che i precari comincino a immaginare anche forme di autogestione finanziaria.

Note

1 17 dicembre 2014: http://quaderni.sanprecario.info/2013/12/il-fenomeno-bitcoin-moneta-alternativa-o-moneta-speculativa-gianluca-giannelli-e-andrea-fumagalli/

Algoritmi e capitale 1

 


Presentazione del seminario svoltosi il 20 gennaio 2014 al Goldsmith College, Londra

a cura di Luciana Parisi e Tiziana Terranova

Questo workshop ha lo scopo di formulare una critica, una teoria o un concetto di algoritmo in grado di mettere in primo piano la loro centralità nei processi capitalistici di valorizzazione, le modalità di organizzazione e di pratiche e possibili linee di cattura capitalistica.

Gli algoritmi sono un insieme di punti ordinati che operano su dati e strutture di calcolo. Possono essere finiti (chiusi) o aperti. Possono rimanere entro i limiti del computer, solo operando su dati, o possono fuoriuscire da esso, cambiando molteplici aspetti del mondo. Possono esistere algoritmi che sono contenuti in codici già esistenti, o algoritmi di livello superiore che producono descrizioni astratte (in linguaggio naturale), e possono essere implementati in diverse forme particolari. Per funzionare, gli algoritmi devono esistere come parte di un insieme che comprende anche hardware, i dati e le strutture di dati (come liste, database, memoria ecc.). Ci sono molte decine di migliaia di tali algoritmi, ognuno con la propria genealogia, “stile” e capacità e idoneità per determinate finalità.

Attualmente gli algoritmi spesso sono utilizzati come tecnologie proprietarie di cattura e di controllo: in termini marxisti, possono essere parte del capitale costante come lo sono le tecnologie materiali e i macchinari. In quanto serie di istruzioni finite che agiscono ricorsivamente sui dati, tali algoritmi proprietari possono essere considerati come le forme principali di capitale costante in grado di guidare il processo di valorizzazione della cooperazione sociale nella forma generale di organizzazione del capitalismo bio-cognitivo. Sono l’asse portante di pratiche di organizzazione della produzione e del lavoro che derivano dalla centralità delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, capaci di innervare l’intero ciclo della valorizzazione, dalla produzione alla circolazione, dalla logistica industriale alla speculazione finanziaria, dalla pianificazione e progettazione urbanistica alla comunicazione sociale. Allo stesso modo gli algoritmi possono recare tracce di altre forme di procedure di ordinamento e di relazione. Allo stesso tempo, se alcuni algoritmi sono entrati in modo più o meno esplicito nella vita quotidiana, altri sono più alternativi. Il loro grado di impenetrabilità o la loro proprietà, tuttavia, non sono direttamente indice della loro capacità di incidere sui processi sia di stabilizzazione che di cambiamento.

Data l’influenza delle strutture algoritmiche su tutte le forme di vita, vogliamo concentrarci in particolare sulla loro intersezione con il capitale e i suoi meccanismi di determinare forme di potere all’interno della struttura socio-economica. Il workshop riunisce teorici del capitale, del debito e della cooperazione sociale e teorici del software e della cultura informatica per discutere i modi specifici in cui gli algoritmi possono essere pensati come forme di capitale in grado di mettere in moto una specifica relazione di cattura e di conflitto con il lavoro e/o la cooperazione sociale.

Le domande che ci poniamo sono le seguenti. Qual è il rapporto tra algoritmi e capitalismo bio-cognitivo? Gli algoritmi possono produrre valore? Quale “composizione organica del capitale” corrisponde all’azione di algoritmi nel capitalismo contemporaneo? Possiamo pensare agli algoritmi come parte del processo di sussunzione capitalistica che va oltre a pratiche di semplice parassitismo? Qual è il rapporto tra algoritmi, misura e lavoro immateriale? Qual è il rapporto tra algoritmi e misura di plusvalore? Che cosa significa per la teoria marxista e post-marxista pensare gli algoritmi come modalità di pensiero? C’è una sorta di cultura algoritmica “costituente” in contrapposizione a quella di proprietà? Come gli algoritmi intervengono nel processo di valorizzazione finanziaria, influenzano l’economia del debito e le tecniche di governo? Quali sono le modalità di analisi dei sistemi computazionali più adeguate al momento attuale e come si relazionano alla scienza informatica, agli studi di software e ad altri settori della ricerca, nonché alle pratiche di inchiesta militante e di produzione artistica?

1 7 gennaio 2014: http://quaderni.sanprecario.info/2014/01/workshop-algorithms/ (versione inglese).

 

Monete digitali (cripto-monete) e circuiti finanziari alternativi

 


Portare l’attacco al cuore dello stato – pardon – dei mercati finanziari 1

Andrea Fumagalli

“L’importanza della moneta deriva essenzialmente dal fatto che essa è un anello fra il presente e il futuro” (J.M. Keynes)2 .

“Ciò che mediante il denaro è a mia disposizione, ciò che io posso pagare, ciò che il denaro può comprare, quello sono io stesso, il possessore del denaro medesimo, quanto grande è il potere del denaro, tanto grande è il mio potere. Le caratteristiche del denaro sono le mie stesse caratteristiche e le mie forze essenziali, cioè sono le caratteristiche e le forze essenziali del suo possessore. Ciò che io sono e posso non è quindi affatto determinato dalla mia individualità. Io sono brutto, ma posso comprarmi la più bella tra le donne. E quindi io non sono brutto, perché l’effetto della bruttezza, la sua forza repulsiva, è annullata dal denaro” (Karl Marx)3 .

1. Introduzione. Sul ruolo e la forma della moneta nella nostra storia 4

La moneta è un’invenzione umana. La moneta non cresce sugli alberi. La moneta ci dimostra che l’essere umano è un animale sociale. La moneta è relazione sociale. Una relazione sociale che oggi non è paritaria, ma che potrebbe diventarlo. La moneta è la dimostrazione dell’esistenza di una comunità, perché la moneta è frutto di un rapporto di fiducia. Ma la moneta è, soprattutto, potere: potere di decisione, potere di arbitrio. E oggi è potere capitalistico. Per questo la moneta non è un bene comune. Essa è, o meglio potrebbe essere, dovrebbe essere, un common. Ma oggi più che mai non lo è. Nell’attuale bio-capitalismo cognitivo e finanziarizzato, se una lotta deve esserci, essa dovrà necessariamente essere la lotta per la moneta intesa come common. È lotta per il “comun(e)ismo”.

La moneta ha svolto diverse funzioni nella storia dell’umanità. Esiste da subito, come il fuoco, la ruota, la scoperta dell’agricoltura. Nelle società preistoriche è mezzo di scambio e unità di conto. Mezzo di pagamento per consentire la relazione sociale dettata dall’attività di scambio per la sopravvivenza: la necessità del neg-otium (la dannazione del labor), in opposizione all’otium (il piacere della creatività e dell’ingegno umano). E, in quanto tale, unità di misura del valore delle merci scambiate. La moneta è quindi da subito rappresentazione fenomenica del valore. E, in quanto tale, espressione di potere nel momento in cui tale misura viene stabilita sulla base di una gerarchia sociale. Chi decide la “forma” della moneta? Ma soprattutto, nell’antichità come oggi, chi decide il valore della moneta?

La storia della moneta è connessa alla storia dell’umanità, dicevamo. Anticamente, sino alla formazione degli stati nazionali nel XVI secolo in Europa, la forma prevalente della moneta è la moneta-merce. Il valore della moneta è contenuto nel corpo stesso della moneta. La sua forma (peso) metallica (quindi fisica, sia essa rame, bronzo, argento o oro) ne indica il valore. Si attua così uno scambio tra equivalenti in valore. Un metro di stoffa che, supponiamo, abbia un valore di 10 grammi d’oro, viene direttamente scambiato con una moneta che contiene 10 grammi d’oro. Da questo punto di vista lo scambio di moneta implica uno scambio rivale e solvibile. Quella specifica moneta di 10 grammi può essere usata solo per quello scambio, in una relazione “do ut des”, merce (stoffa) contro merce (metallo-oro). La moneta è quindi una merce (bene) come tutte le altre.

Secondo Erodoto5 i Lidi furono il primo popolo a introdurre l’uso di monete d’oro e d’argento e il primo a stabilire “negozi” per la vendita al minuto in località permanenti. Nel momento stesso in cui la moneta metallica si diffonde come mezzo di pagamento e diventa unità di conto degli scambi economici (unità di misura del valore), essa diventa anche espressione di potere. È infatti chi emette la moneta (il sovrano) a determinarne il valore e a esprimere il comando economico.

In questa fase della storia (euro-mediterranea) la moneta-merce implica una struttura proprietaria (come tutte le merci). La proprietà si estrinseca nel monopolio di emissione (il sovrano). Non vengono ancora agiti i diritti di signoraggio. È con l’impero romano, prima con Nerone e poi con Settimio Severo, che il valore della moneta (aureo e denario, rispettivamente in oro e argento) tende a non corrispondere più esattamente alla quantità di metallo pregiato utilizzato. Sorgono così i diritti di signoraggio.

Ma è solo con la formazione degli stati nazionali europei e con il salto di paradigma tecnologico a cavallo del XV-XVI secolo che si assiste al totale sganciamento tra il valore dichiarato della moneta e la quantità del metallo prezioso contenuto.

Il monopolio di emissione della moneta assume allora le forme di un diritto sovra-individuale e la moneta diventa variabile extra-mercato, controllata a livello istituzionale e non dalla dinamica di mercato. Una volta garantita dal ruolo statuale, che opera non come agente di mercato ma al di sopra di esso, la moneta comincia a svolgere anche la funzione di riserva di valore e misura patrimoniale. Tale passaggio di fase è, non casualmente, accompagnato dal cambiamento della forma della moneta. Dalla moneta metallica, fondata prevalentemente sull’oro, si passa alla moneta cartacea: ciò significa che il mezzo monetario non incorpora più il valore stesso che dichiara.

Come abbiamo ricordato, lo scambio economico “valore contro quantità” era sempre esistito quale scambio di puri e diretti equivalenti in merce, ovvero un certo ammontare d’oro contro un certo ammontare di merci. Non è un caso che buona parte dei nomi delle valute in vigore ancora oggi, o sino a poco tempo fa, derivino etimologicamente da unità di peso (pound in Gran Bretagna, peseta in Spagna, lira – da libra – in molti altri paesi). Con la garanzia di una governance statuale (quindi istituzionale ed extra-mercato privato) lo scambio economico comincia sempre più a caratterizzarsi materialmente come scambio tra un pezzo di carta, il cui valore intrinseco è poca cosa, e un certo ammontare di merce. Ma questo pezzo di carta – la moneta cartacea o banconota – viene garantito da un potere politico superiore che obbliga all’accettazione (fiducia) e ne garantisce il valore virtuale ivi riportato. Tale passaggio genera, tramite il ruolo sempre più importante della banca centrale, la possibilità di creare base monetaria in condizioni di monopolio.

Con la rivoluzione industriale e, nel XX secolo, con la Conferenza di Bretton Woods si assiste così al graduale abbandono dei sistemi monetari fondati sui metalli preziosi e sulla inconvertibilità delle monete in metalli preziosi. La crescita degli scambi economici, provocata dalla diffusione del sistema capitalistico di produzione, ha imposto l’uso di monete la cui offerta non risultasse vincolata dalla limitata disponibilità di metalli preziosi. Inoltre l’affermarsi di talune monete, sempre più diffuse e accettate negli scambi internazionali, ha reso obsoleto il ricorso ai metalli preziosi per regolare tali scambi. Infine l’affermazione del biglietto di banca e di altre forme di pagamento svincolate dall’uso di metalli preziosi si spiega con la praticità dei sistemi di pagamento che non obbligano a trasferire ingenti quantità di pesante metallo prezioso.

Oggi, dopo la fine di Bretton Woods, assistiamo alla completa smaterializzazione della moneta. Il suo valore, convenzionalmente fissato nel 1944 a Bretton Woods nel rapporto di 35 dollari per oncia d’oro, è decaduto. Da moneta “merce” e moneta “oro” si passa alla moneta come “puro segno” (Marx), passaggio che, grazie al processo di finanziarizzazione, ha di fatto ridotto il peso dei diritti di signoraggio e anche la possibilità da parte delle banche centrali di controllare in toto la massa monetaria in circolazione e il moltiplicatore creditizio e finanziario che ne consegue.

La moneta tende così a smaterializzarsi del tutto. Oggi la moneta non è più una merce o un bene. Non esiste più un’unità di misura del valore della moneta, come il metro per la lunghezza o il chilogrammo per il peso. A prescindere dal fatto che esistono ancora i monopoli di emissione e i diritti di signoraggio, a prescindere dalla struttura proprietaria, in quanto non più un bene, la moneta non può neanche essere definita bene comune. Con la fine degli accordi di Bretton Woods il valore della moneta non è più determinato da chi la emette. La sovranità monetaria (nazionale o sovranazionale che sia), la cui governance è il compito della banca centrale, perde sempre più significato.

2. La moneta-finanza come espressione del comunismo del capitale

Con l’avvento del sistema di produzione capitalista la moneta diventa espressione del capitale e del rapporto sociale di sfruttamento del lavoro. Con il passaggio dal capitalismo taylorista-fordista al bio-capitalismo cognitivo finanziarizzato la funzione principale della moneta si modifica. La funzione di credito, tipica di un sistema D-M-D (economia monetaria di produzione), dove l’attività di investimento nella produzione di beni richiede un’anticipazione monetaria e l’indebitamento degli attori economici (siano essi imprese private o lo stato), lascia sempre più spazio alla moneta-finanza (economia finanziaria di produzione). La moneta-finanza, non a caso, coincide con la dematerializzazione totale di denaro, essendo pura moneta-segno.

È importante sottolineare che tale passaggio dalla moneta-credito alla moneta-finanza implica un cambio di governance monetaria: la prima veniva e viene tuttora emessa sotto il controllo delle istituzioni monetarie (banche centrali), mentre la seconda dipende dalle dinamiche del mercato finanziario.

Fino alla crisi del fordismo, infatti, l’istituzione della banca centrale aveva il compito di esercitare un controllo diretto e preciso sulla quantità di moneta (M1) emessa dalle zecche nazionali (fiat money). Ma oltre il 90% della massa monetaria è ora fornito da banche private e investitori finanziari sotto forma di prestiti o attività speculative, sulla cui quota la banca centrale ha solo un controllo molto indiretto. Ciò significa che, nonostante la banca centrale possa unilateralmente e autonomamente fissare i tassi d’interesse e imporre riserve obbligatorie alle banche, la quantità di denaro in circolazione è meno controllabile dalla stessa banca centrale. In un sistema capitalistico che si basa su un’economia finanziaria di produzione, la quantità di moneta è endogenamente determinata dal livello di attività economica e dall’evoluzione delle convenzioni finanziarie (in termini keynesiani) che governano il mercato finanziario internazionale. La banca centrale può solo cercare di aumentare o diminuire l’offerta di moneta in circolazione, ma niente di più, inseguendo e assecondando le dinamiche degli stessi indici finanziari. Questa possibilità viene ora ulteriormente ridotta dal nuovo ruolo svolto dai mercati finanziari nel processo di finanziamento dell’attività di investimento, tramite le plusvalenze e la creazione di titoli altamente liquidi (definiti near money, quasi moneta).

Ne consegue paradossalmente che i poteri discrezionali delle banche centrali sono tanto più ridotti quanto più esse stesse sono diventate istituzioni politicamente indipendenti. Come conseguenza i poteri di controllo e vigilanza della banca centrale sul settore bancario e, attraverso la variazione dei tassi d’interesse, sull’intero sistema economico sono sempre più funzionali alle dinamiche in atto nei mercati finanziari e sempre più dipendenti dalle oligarchie che li dominano.

Ciò significa che, nel bio-capitalismo cognitivo, la moneta e la determinazione del suo valore non sono più sotto il controllo della banca centrale. Nel momento stesso in cui la moneta è puro segno sfugge a qualsiasi controllo pubblico. La moneta perde così lo status di “bene di controllo pubblico”. Il suo valore è determinato di volta in volta dall’operare delle attività speculative sui mercati finanziari. Le sue funzioni di mezzo di pagamento e unità di conto (misura del valore ), così come di riserva di valore e dei mezzi di finanziamento della accumulazione/sviluppo, diventano fuori controllo. Nel momento in cui la sua quantità e la modalità di circolazione sono determinate dalle convenzioni che dominano mercati finanziari sempre più concentrati, la moneta diviene ostaggio delle aspettative che l’oligarchia (o, meglio, la dittatura dell’oligarchia ) dei mercati finanziari è in grado di esercitare.

Oggi possiamo dire che la creazione di moneta-finanza è l’espressione del comunismo libertario del capitale. Lo conferma la dipendenza della politica monetaria dalle dinamiche finanziarie. Gli stessi tassi d’interesse non sono più completamente controllati dalla politica monetaria. La moneta diventa espressione del bio-potere finanziario, esito dell’espropriazione del comune, come nuova forma di sfruttamento del lavoro nel bio-capitalismo cognitivo.

3. Cripto-monete: aspetti e problemi

Siamo di fronte a un’opportunità storica. Oggi la tecnologia ci permette di creare denaro in forma digitale: le cosiddette cripto-monete. L’aspetto nuovo sta nel venir meno del monopolio di emissione: non si tratta più delle istituzioni monetarie che (assai poco) democraticamente hanno il compito di decidere la politica monetaria e finanziaria grazie al monopolio di emissione, ma di una moltitudine di persone singole che autonomamente hanno la possibilità di creare digitalmente moneta, e di tutti quegli individui che decidono (fidandosi) di riconoscere il valore monetario di tale moneta.

In questo tempo di algoritmi macchinici non è sorprendente che la moneta non venga stampata, ma piuttosto “estratta”, e che il corso di tale moneta non sia validato da istituzioni sovra-individuali, ma dalla correttezza formale di un algoritmo eseguito da macchine e/o da decisioni di una élite tecno-finanziaria.

Questa nuova situazione è una sfida e allo stesso tempo una possibilità per costruire un sistema monetario e finanziario alternativo, in grado di superare i nodi contraddittori e iniqui del capitalismo contemporaneo. Gli algoritmi sempre più sofisticati per generare cripto-monete sono tuttavia condizioni necessarie, ma non ancora sufficienti. Alcuni aspetti, infatti, necessitano di approfondimento e discussione.

3a. La fiducia e il problema dei diritti di proprietà

La moneta tradizionale è garantita dallo stato, il quale detiene il monopolio dell’emissione e impone che essa sia accettata come mezzo di pagamento da parte di tutti gli abitanti di uno stesso stato (moneta legale). Ciò implica che il vero “proprietario” della moneta è l’istituto di emissione (banca centrale), e non gli individui che la utilizzano.

Che cosa succede con la cripto-moneta? È proprio il rapporto di fiducia che si instaura all’interno di una certa comunità che è alla base della nascita delle cripto-monete. La creazione di moneta legale in base a decisioni che non sono più considerate in grado di proteggere l’individuo e la sua libertà ha spinto i creatori delle cripto-monete e i loro principali sostenitori a cercare tale protezione tramite una nuova moneta, esito di un atto imparziale meccanico6. Per molti di loro anche il processo democratico può – anzi deve – essere costituito da decisioni effettuate con imparzialità dagli algoritmi di un computer.

Il primo punto critico è il seguente: una cripto-moneta può essere neutrale? Ovviamente no, perché la tecnologia non è mai neutrale. Se è così, dove sta la supposta “imparzialità meccanica”?

Il secondo punto critico è: chi è il proprietario della cripto-moneta? È l’élite tecnologica che possiede il codice dell’algoritmo di emissione, oppure è la comunità che organizza e gestisce la cripto-moneta secondo un certo grado di fiducia? Al riguardo possiamo parlare di una istituzione del comune come una “non proprietà” che si contrappone alla dicotomia proprietà pubblica statale vs proprietà privata?

Consideriamo il progetto Bitcoin (BTC): esso si basa su una produzione di moneta peer-to-peer, anonima e resa sicura da algoritmi non di proprietà, il cui codice è sotto licenza open source e utilizza il principio della rete di calcolo distribuito (clustering o network computing). Sono elementi che pongono il BTC nella categoria dei grandi progetti di innovazione collettiva e cooperativa socio-tecnica in ambito hacker, come fu quella di Linux7.

La cripto-moneta non esiste in termini reali, è solo una stringa, ovvero linguaggio artificiale. E il linguaggio (come la conoscenza, anche se codificato) appartiene alle persone. Non può essere espropriato. Ma la libertà di linguaggio esiste solo da un punto di vista formale. Il linguaggio performativo8, infatti, è composto da parole o numeri e da una grammatica. La grammatica è la codificazione e la standardizzazione delle parole e dei numeri. La parola è l’atto performativo che modifica la grammatica e le sue regole, innescando nel rapporto parola vs grammatica un processo dialettico in grado di creare differenti livelli di accesso. In altre parole, la cripto-moneta è figlia di una divisione cognitiva del lavoro. L’élite tecno-finanziaria deriva da questa divisione cognitiva, che implica potere e struttura gerarchica. Tocca a noi prendere in considerazione e cercare di eliminare questa asimmetria.

3b. L’obiettivo delle cripto-monete

La maggior parte delle attuali cripto-monete (Bitcoin, Freecoin, Litecoin ecc) sono nate per facilitare l’attività di scambio. La loro nascita, come per la maggior parte delle cosiddette monete complementari o locali, deriva dall’esigenza di fornire maggiore liquidità monetaria a favore di attività di acquisto anonime e libere, soprattutto laddove vi sono vincoli proibizionistici o divieti di scambio. Inoltre le cripto-monete possono allentare il vincolo della scarsità che l’offerta di moneta istituzionale genera spesso per giustificare livelli positivi dei tassi d’interesse e/o a causa di politiche monetarie restrittive.

Citando Keynes: “Il proprietario del capitale può ottenere l’interesse perché il capitale è scarso, così come il proprietario della terra può ottenere la rendita perché la terra è scarsa. Ma mentre ci possono essere ragioni intrinseche per la scarsità di terra, non vi sono ragioni che possono giustificare la scarsità di capitale”9.

Le cripto-monete svolgono dunque prevalentemente il ruolo di mezzo di pagamento e unità di valore. In quanto unità di valore esse sono quotate rispetto alle altre valute legali in corso. Per la moneta locale o complementare, che opera in un territorio limitato da confini, il tasso di cambio è fisso. Ma per le cripto-monete, che operano a livello internazionale (come il BTC), il tasso di cambio tende a essere flessibile poiché dipende dall’ammontare degli scambi che avvengono sui mercati finanziari internazionali. Ne consegue che la quotazione delle cripto-monete in monete legali (ad esempio, il dollaro USA) varia costantemente e quotidianamente a seconda della dinamica dei flussi finanziari e speculativi.

La dinamica della quotazione del BTC negli ultimi mesi è paradigmatica. La convertibilità con le monete classiche (yuan e dollaro in primis) e una produzione algoritmicamente limitata10 nella quantità e nel tempo fanno sì che oggi il BTC ricopra lo stesso ruolo dell’oro come moneta di riserva.

“La metafora si estende anche alla terminologia utilizzata e a una certa mitologia del gold rush che si fonde con quella dei videogiochi. Come nell’estrazione dell’oro in quella delle cripto-monete (non a caso definita mining) devono essere messe in gioco grandi quantità di energia elettrica e di calcolo, che vengono rispettivamente consumate e prodotte facendo lavorare a massimo regime dei potenti PC derivati da quelli dedicati ai videogame”11.

In tal modo le cripto-monete possono svolgere anche la funzione di riserva di valore. Ne consegue che, in contraddizione con le intenzioni iniziali, diventino parte integrante del sistema finanziario tradizionale. Non c’è emancipazione, ma sussunzione. Non c’è alternativa, ma compatibilità.

Ci si pone allora la seguente domanda: una cripto-moneta, una volta liberatasi da vincoli istituzionali e liberamente riproducibile in modo autonomo, è in grado di portare l’attacco al cuore del potere oligarchico della grande finanza? In altre parole, può diventare una moneta del comune?

4. Alcune considerazioni preliminari per la costruzione di un circuito finanziario alternativo

Per rispondere all’ultima domanda è necessario definire meglio che cosa intendiamo per moneta del comune (dove il concetto di comune non ha nulla a che fare con i beni comuni). Al riguardo la discussione è ampia e differenziata, non essendoci un’interpretazione unica. Sulla base dell’approccio post-operaista autori come Carlo Vercellone, Christian Marazzi e il sottoscritto, in linea con l’ipotesi del bio-capitalismo cognitivo, concordano nell’individuare quattro elementi principali che dovrebbero definire una moneta del comune12:

1) Essere non accumulabile e non diventare oggetto di speculazione. In conseguenza essa deve perdere una parte del suo valore nel corso del tempo. Si tratta quindi di una “moneta che fonde” o “ monnaie fondante”.

2) Attenuare la dipendenza dei lavoratori dal vincolo economico alla vendita della loro forza-lavoro e quindi al rapporto salariale, riducendo la precarietà.

3) Permettere, su queste basi, di liberare tempo e risorse per sviluppare forme di cooperazione alternative fondate sulla messa in comune dei saperi, dei risultati della produzione e, comunque, su reti di scambio che escludano la logica del profitto. La partecipazione alla rete in cui circola la moneta del comune implica l’adesione a questi principi, che si tratti di individui, imprese o soggetti istituzionali, come è in parte il caso di certi modelli di monete alternative sperimentate su basi locali.

4) Essere “non proprietà”.

Questi quattro parametri implicano che il modo in cui la moneta del comune entra nel processo economico non è attraverso lo scambio o la sua detenzione (come mezzo di pagamento o riserva di valore), ma attraverso il finanziamento di un’attività di produzione (materiale o immateriale). Più specificamente, la moneta del comune può rappresentare un’alternativa a un’economia monetaria e finanziaria di produzione, se utilizzata in primo luogo come strumento di remunerazione monetaria della forza-lavoro: inizialmente, ad esempio, come integrazione suppletiva al salario erogato in moneta tradizionale. Un’economia finanziaria di produzione – quale è il bio-capitalismo cognitivo: allo stesso tempo D-M(kn)-di13 e D-di – può essere rappresentata nella fig. 1.

Fig. 1 Fuma

1. Uno schema di economia finanziaria di produzione. Tratto da A. Fumagalli - S. Lucarelli (2011), A Financialized Monetary Economy of Production, in “International Journal of Political Economy”, n. 1, p. 64.

In questo schema i mercati finanziari sono in grado di creare liquidità a sostegno dell’attività di investimento e di consumo, e di intervenire direttamente nella distribuzione del reddito. Il risultato è un crescente grado di disuguaglianza, che è sostenibile fintantoché l’effetto del moltiplicatore finanziario (via plusvalenze) sulla domanda aggregata consente di compensare il peggioramento della stessa distribuzione del reddito. Si tratta di una condizione di strutturale instabilità, dal momento che i mercati finanziari non possono crescere all’infinito. È questo il ruolo macro-economico svolto dalla moneta-finanza.

La moneta del comune dovrebbe sostituire la moneta-finanza. Ciò significa che la moneta del comune dovrebbe ricreare un circuito economico diverso, nel quale la produzione materiale e immateriale non è più finanziata dal mercato finanziario e del credito. E il modo più semplice è, da questo punto di vista, immaginare una sorta di istituto finanziario comunitario (inteso come istituzione del comune) in grado di emettere moneta digitale sotto la supervisione della comunità in modo democratico, in modo irriducibile e inconciliabile con le gerarchie finanziari tradizionali.

Lo scopo di questo circuito finanziario alternativo è quello di fornire finanziamenti per lo sviluppo di servizi sociali, la produzione di valori d’uso (non profit) e la remunerazione della cooperazione sociale. La produzione dell’uomo per l’uomo, che, sottraendosi alla logica della produzione di valori di scambio, può consentire ora e subito un primo iniziale esperimento a favore di modelli alternativi di vita e senza dipendere dai vincoli e dalle gerarchie finanziari esterne. Tale schema può essere rappresentato dalla fig. 2.

Fig. 2 Fuma

2. Uno schema alternativo di economia finanziaria di produzione: moneta del comune e welfare del comune.

È evidente che tale schema pone diverse sfide e limiti. Il primo limite ha a che fare con i confini geo-economici. Una cripto-moneta con le caratteristiche di moneta del comune può essere introdotta in un sistema economico al fine di remunerazione del lavoro e di finanziamento degli investimenti a favore della cooperazione sociale solo se il ciclo di produzione si svolge all’interno di confini geografici definiti. Da questo punto di vista, una moneta locale può svolgere tale ruolo. È quindi necessario fare riferimento ad attività economiche che, per loro natura, non sono globalizzabili: buoni esempi iniziali potrebbero essere l’erogazione di servizi sociali, come l’ istruzione e la formazione, la gestione dei trasporti e della sanità, l’offerta di sicurezza sociale, cultura e tempo libero, l’attività immobiliare e agricola, la produzione di artigianato locale e parte della produzione manifatturiera la cui filiera produttiva è tutta interna al territorio preso in considerazione.

Il secondo problema sta nella gestione dell’istituto finanziario del comune e dell’emissione della moneta del comune. Molte alternative sono possibili. Si tratta di un problema politico, la cui soluzione ha a che fare con il grado di democrazia dal basso e con le modalità del processo decisionale esistente.

Siamo consapevoli che questo modello finanziario di produzione alternativo non può al momento sostituire del tutto quello tradizionale, ma ne è complementare. Tuttavia può essere in grado di aprire lo spazio per favorire la crescita di produzioni auto-organizzate, non mercificate, né a scopo di lucro. Può consentire una produzione del comune, perché la produzione del comune è la nostra vita.

La cripto-moneta, come qualsiasi tipo di moneta, è uno strumento. E, come per ogni strumento, la sua utilità dipende dal modo e dal contesto sociale in cui viene utilizzata. Come scriveva Keynes, la moneta è un ponte che collega il presente al futuro.

È tempo di pensare a uno strumento monetario in linea con le nuove soggettività del lavoro vivo, oggi precarie.

Note

1 10 gennaio 2014: http://quaderni.sanprecario.info/2014/02/digital-crypto-money-and-alternative-financial-circuits-lead-the-attack-to-the-heart-of-the-state-sorry-of-financial-market-by-andrea-fumagalli/ (versione inglese).

2 J.M. Keynes J.M. (1936 [2001]), The General Theory of Employment, Interest and Money, Macmillan, London; trad. it. Teoria generale dell’occupazione dell’interesse e della moneta e altri scritti, UTET, Torino, 2001, cap. 21, p. 485.

3 K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi, Torino, 2004, III manoscritto, cap. “Il denaro”, fr. XLI.

4 In parte tratto da Grateful Dead, Moneta: possibile espressione del comune, non bene comune, in “Quaderni di San Precario”, n. 4, Milano, dicembre 2012, pp. 33-40.

5 Erodoto, The Histories, vol. I, fr. 94. Vedi anche Cowell - Hyne 2000, pp. 169-174.

6 Vedi il contributo di Roio aka Jaromil in La moneta del comune, 2015.

7 Vedi G. Griziotti, Biorank: Aalgorithms and Transformation in the Bios of Cognitive Capitalism, 2014: http://quaderni.sanprecario.info/2014/02/biorank-algorithms-and-transformation-in-the-bios-of-cognitive-capitalism-di-giorgio-griziotti/ e Roio aka Jaromil in La moneta del comune, 2015.

8 Vedi J.L. Austin, Philosophical Papers, a cura di J.O. Urmson e G.J. Warnock, Oxford University Press, Oxford, 1961-1979; C. Marazzi, Capital and Language: From the New Economy to the War Economy, Semiotext(e), Los Angeles, 2008.

9 J.M. Keynes, The General Theory of Employment, Interest and Money, Macmillan London, 1936; trad. it. Teoria generale dell’occupazione dell’interesse e della moneta e altri scritti, UTET, Torino, 2001, p. 392.

10 L’algoritmo Bitcoin è concepito per una produzione massima e decrescente di 21 milioni d’unità di cui il 75% sarà emesso entro il 2017. Per il Litecoin sono previsti 84 milioni di pezzi. Dati tratti da Griziotti 2014.

11 Griziotti 2014. Vedi anche l’intervento di Gianluca Giannelli La moneta del comune n. 2: criptomonete, Spazio di Mutuo Soccorso, 19 dicembre 2013. Vedi anche Fumagalli - Giannelli in La moneta del comune, 2015.

12 Vedi Griziotti, op. cit. Vedi anche Baronian - Vercellone in La moneta del comune, 2015.

13 Denaro-merce(conoscenza)-denaro.

Il principio della liquidità e la sua corruzione

 


Un contributo alla discussione su algoritmi e capitale 1

Stefano Lucarelli

1. Il workshop cui ho il piacere di partecipare ha come scopo di giungere a una critica degli algoritmi in grado di mettere a fuoco come avviene oggi il processo della valorizzazione capitalistica, e di giungere a immaginare in che modo sottrarsi alla cattura del capitale. In questo mio breve intervento interagirò con alcuni passaggi fondamentali del testo che Andrea Fumagalli ha proposto quest’oggi affinché fosse discusso. Lo farò cercando di sostenere che solo una riappropriazione di ciò che sta sotto il controllo della dimensione finanziaria può porre le basi affinché sia possibile una sottrazione autentica dai dispositivi di cattura capitalistici. Non perverrò a un esito definitivo, mi limiterò a cercare di individuare alcuni aspetti dell’esperienza di Bitcoin su cui credo occorra ancora riflettere, nonostante la rilevanza che in questo caso assume il movente speculativo. Anche per mancanza di tempo, non toccherò invece un problema a mio avviso fondamentale quando si parla della possibilità di istituire una moneta alternativa alla logica del comando capitalistico: il principio del clearing2.

2. Il capitalismo nasce e si impone in quanto economia monetaria di produzione. A tale proposito credo sia il caso di riprendere un passo tratto dal libro III del Capitale di Marx: “Se il credito appare come la leva principale della sovrapproduzione e della sovraspeculazione nel commercio, ciò avviene soltanto perché il processo di produzione, che per sua natura è elastico, viene qui spinto al suo estremo limite, e vi viene spinto proprio perché una gran parte del capitale sociale viene impiegata da quelli che non ne sono proprietari, i quali, quando operano personalmente, hanno paura di superare i limiti del proprio capitale privato. Da ciò risulta chiaro soltanto che la valorizzazione del capitale, fondata sul carattere antagonistico della produzione capitalistica, permette l’effettivo libero sviluppo soltanto fino a un certo punto, quindi costituisce di fatto una catena e un limite immanente della produzione, che viene costantemente spezzato dal sistema creditizio. Il sistema creditizio affretta quindi lo sviluppo materiale delle forze produttive e la formazione del mercato mondiale, che il sistema capitalistico di produzione ha il compito storico di costituire, fino a un certo grado, come fondamento materiale della nuova forma di produzione. Il credito affretta al tempo stesso le eruzioni violente di questa contraddizione, ossia le crisi e quindi gli elementi di disfacimento del vecchio sistema di produzione. Ecco i due caratteri immanenti al credito: da un lato esso sviluppa la molla della produzione capitalistica, cioè l’arricchimento mediante lo sfruttamento del lavoro altrui, fino a farla diventare il più colossale sistema di gioco e d’imbroglio, limitando sempre più il numero di quei pochi che sfruttano la ricchezza sociale; dall’altro lato esso costituisce la forma di transizione verso un nuovo sistema di produzione. È questo duplice carattere che fa di ognuno dei principali araldi del credito, da Law fino a Isaac Péreire, uno strano miscuglio fra ciarlatano e profeta”3.

Si tratta di un passo che mostra la difficoltà di sostenere come in Marx gli aspetti creditizi e finanziari siano rilevanti solo nella sfera della circolazione, come cioè distolgano da ciò che invece accade nel momento della produzione. (Mi pare sia anche quel che ha sostenuto Alberto Toscano nell’intervento che mi ha preceduto.) In realtà la sfera creditizia e finanziaria può comandare la produzione, può – in altri termini – imporre una ridefinizione del tasso di sfruttamento, una sua accelerazione volta a legittimare le aspettative in termini di realizzazione del valore che sono state fissate sul mercato finanziario.

Ma torniamo alla parte conclusiva del brano appena letto: il riferimento a John Law ci dà l’opportunità di ricordare che l’idea di questo profeta (o ciarlatano), vissuto a cavallo tra il Seicento e il Settecento, fu quella di creare una banca che godesse del monopolio statuale per le operazioni di finanziamento del governo nazionale insieme a una public company volta a organizzare nuove tratte commerciali. Il debito pubblico sarebbe stato così pagato dai profitti ottenuti dallo sfruttamento delle nuove tratte commerciali. Un progetto del genere presupponeva l’emissione di azioni, la stampa di cartamoneta e la conversione del debito pubblico. La struttura istituzionale che regge questo progetto può essere vista come un algoritmo geniale, che in poco tempo generò l’entusiasmo e poi il panico del reggente di Luigi XV, Filippo II d’Orléans. Un grande successo capovolto in catastrofe che suscitò l’ammirazione di uno studioso esperto di problemi monetari: Josef A. Schumpeter, nella sua Storia dell’analisi economica (1956), scrive infatti: “I have always felt in a class by himself”. Law è in un certo senso un precursore dello spirito del capitalismo, uno spirito che trae principio dall’idea che tutto debba essere letto in termini di liquidità.

3. La liquidità viene definita oggi come una caratteristica desiderabile del sistema finanziario, come una virtù che rimpiazza la prudenza. La finanziarizzazione delle politiche monetarie cui allude Andrea Fumagalli nel suo intervento4 è una “rivoluzione dall’alto”. Come ha sostenuto Christian Marazzi in una sua lezione tenuta a Londra al Goodenough College il 21 settembre 2007: “To measure value is, first of all, to pose the question of the crisis of value. The unit of measure of the process of valorization is the crisis, the mechanism of exploitation is unveiled through the crisis, and the material conditions of liberation are posed by the crisis. […] The question of value and the question of measure in the process of financialisation always lies in the understanding of the transformation of the nature of work”.

Cosa ha a che fare la misura del valore finanziario con la trasformazione della natura del lavoro? E cosa ha a che fare tutto ciò con gli algoritmi? Nel suo significato proprio un algoritmo è una procedura per risolvere un problema ricorrente. Il problema ricorrente per il capitalismo è l’estrazione del plusvalore dal lavoro vivo. La contabilità fondata sul principio di liquidità eretta a chiave di lettura dell’intera realtà è l’algoritmo fondamentale che il capitalismo si dà per risolvere il suo problema ricorrente. Le convenzioni che emergono sui mercati finanziari dettano i ritmi dell’estrazione di plusvalore che in questa fase viene addirittura misurato in termini di ammontare di debito pubblico. (Non è sempre stato così: l’ammontare del debito pubblico, date certe condizioni istituzionali, può persino rappresentare un modo per realizzare un controllo monetario da parte della classe operaia; a tale proposito si veda Cavallaro 2007.)

Possiamo così porci alcune domande: quale tipo di algoritmo può essere immaginato per resistere al comando finanziario che impone i suoi criteri di misura alla realtà? In altri termini: esiste una moltitudine in grado di imporre il proprio desiderio – le proprie aspettative di riduzione e annullamento del tasso di sfruttamento – contro le convenzioni finanziarie dominanti?

4. Il caso Bitcoin è considerato un grande successo sorto a partire dalla cultura hacker. Tuttavia Andrea Fumagalli ha mostrato in modo convincente come Bitcoin poggi su logiche speculative. Su questo non ho nulla da aggiungere. Vorrei però far notare che Bitcoin potrebbe rappresentare un buon punto di partenza per un’economia improntata alla partecipazione contro ogni forma di editto regio (si veda il testo di Jaromil Bitcoin, the End of the Tabu on Money, 6 aprile 2013). Questa moneta, nata dal nulla e producibile da singoli soggetti che si mettano in rete e si dotino di una macchinetta in grado di risolvere problemi di calcolo complessi, è innanzitutto il simbolo di una protesta per affermare una network neutrality. Un esperimento sociale per la costruzione di nuovi poteri costituenti. Scrive Jaromil: “Bitcoin non ha davvero a che fare con la perdita di potere di pochi governi, ma con la possibilità per molte persone di sperimentare nuove sovranità costituenti”.

Bitcoin ha un valore meramente simbolico, con tutti i limiti che ciò comporta. Tuttavia non mi pare che abbia una finalità riducibile in tutto e per tutto al desiderio di evadere il fisco, o all’esaltazione di forme di mercato illegali (che possono andare ben al di là del commercio di sostanze stupefacenti, ma che effettivamente hanno avuto un ruolo nella diffusione del Bitcoin come forma di pagamento). Questa esperienza risolleva, in un momento quanto mai necessario, l’invito a fare i conti con l’etica hacker nel pieno di una crisi economica e sociale in cui non si può nascondere anche una crisi delle tradizionali forme di mobilitazione. Mi pare anche che Bitcoin abbia l’ambizione (poco importa se esplicita) di proporsi come una trappola, una forzatura del principio di liquidità, una sua esasperazione, una sua corruzione. A ben vedere, si tratta di un invito alla voluttuosità5, permeato di un sapere strategico.

Per costruzione Bitcoin non può che essere deflattivo nel lungo periodo. Esiste cioè entro un rango finito di possibilità, dal momento che la sua emissione (mining), via via che passa il tempo, diventa sempre più difficile. Nessuno può aumentare la quantità di Bitcoin oltre un limite numerico che può essere già stimato. Cosa accadrà sui mercati quando Bitcoin scarseggerà? Cosa accadrà a coloro che hanno accumulato questa particolare moneta con moventi speculativi? E cosa accadrà a coloro che invece la stanno usando per meri scopi transattivi? È possibile immaginare un mondo di rentier persi nella loro follia di accumulare, che al contempo sono spiazzati dalla vera rivoluzione a venire, quella di una moneta alternativa che rifiuta le logiche speculative e che si va diffondendo in comunità di individui sempre più autonomi e sempre più capaci di costruire un sapere monetario altro? Oppure siamo condannati a sviluppare trappole che, come il denaro descritto da Klossowski, “rappresent[ino] e garantisc[ano] quello che esiste, diventando tanto più il segno di quello che non esiste”6? Secondo Klossowski “la trasgressione delle norme si presenta come una conquista progressiva dell’inesistente, vale a dire del possibile”.

Nel nostro caso Bitcoin rappresenta la trasgressione della norma attraverso l’esasperazione del principio di liquidità; mostra, a ben vedere, il tratto degenere di questo principio e svela infine il nesso tra i crimini speculativi e quelli riscontrabili nei desideri dei soggetti che più desiderano questa moneta. Date le regole della domanda e dell’offerta, questi attori sociali si pongono – e invito coloro che sono più preparati di me sul tema a verificare tale ipotesi – al di fuori dell’etica hacker. Bitcoin nasce per scopi transattivi legati all’immaginario hacker anti-statalista e anti-capitalista, ma si diffonde per soddisfare i desideri perversi delle soggettività più possedute dallo spirito del capitalismo stesso (che somigliano molto alla Società degli Amici del Crimine immaginata da Sade, digerita da Klossowski e rappresentata in tutto il suo intimo orrore da Pasolini in Salò o le 120 giornate di Sodoma).

5. Non è possibile prevedere a priori se crypto-currency che applichino tassi d’interesse negativi possano rappresentare il passo definitivo verso un sapere monetario in grado di rigettare e osteggiare il principio della liquidità e le logiche dello sfruttamento. (In una conversazione privata Gianluca Giannelli mi ha fatto notare che il principio del demurrage non esclude di per sé che una crypto-currency possa essere detenuta per scopi speculativi, anzi li può facilitare.) Tuttavia credo che la lenta ripresa della conoscenza dei meccanismi monetari alla quale ci troviamo di fronte rappresenti un passo fondamentale per una cultura post-capitalistica.

Maurizio Lazzarato ha sostenuto nella sua relazione che non esisterà mai l’algoritmo che gestisce la crisi, perché bisogna sempre prendere in considerazione il rapporto tra la macchina e l’umano. Credo tuttavia che ciò conduca a due conseguenze: 1) alla possibilità che investe i poteri costituiti di porre in atto modalità del tutto pretestuose di gestione della crisi, con la divisione della realtà in creditori incapaci di redimere i debiti, e in debitori, impossibilitati a pagare i crediti; 2) alla possibilità che riguarda invece i contro-poteri di sperimentare sino in fondo relazioni ispirate ad altri principi e a un altro modo di intendere il rapporto tra credito e debito. Resta certamente aperto il problema di come impostare questa seconda opzione: in termini algoritmici in senso stretto, andando alla ricerca di un meccanismo su vasta scala che migliori l’esperienza di Bitcoin rinunciando al tratto trasgressivo, ma limitando anche il movente speculativo (credo che Freecoin vada in questa direzione)? Oppure sostituendo alla logica algoritmica una pratica costituente che affermi altri criteri di misura della ricchezza, valorizzando fuori dalla logica finanziaria i bisogni collettivi vecchi e nuovi (credo sia questo anche l’invito di Andrea Fumagalli)?

Note

1 Una prima versione di questo testo – che ho poi rivisto in questa sede soprattutto alla luce delle evoluzioni delle ricerche che ho condotto con Jaromil e Radium nell’ambito del progetto D-CENT (per un approfondimento rimando al report D4.4 http://dcentproject.eu/wp-content/uploads/2015/05/D4.4-final_v4.pdf ) – è stata presentata al seminario Algorithm and Capital, Goldsmith College, Londra, 21 gennaio 2014, e poi pubblicata il 4 febbraio 2014 su Effimera.org

2 Su questo rinvio al mio intervento alla prima Summer School di Uninomade: www.uninomade.org/summer-school-rendita-e-biopotere/

3 Cit. da S. Bologna, “Moneta e crisi: Marx corrispondente per la ‘New York Daily Tribune’ 1865-67”, in AA.VV., Crisi e organizzazione operaia, Feltrinelli, Milano, 1974, p. 14.

4 Un ragionamento che abbiamo costruito insieme negli anni: cfr. il nostro A Financialized Monetary Economy of Production, in “International Journal of Political Economy”, n. 1, 2011, pp. 48-68, già presente in nuce nel libro di Christian Marazzi, Capitale e linguaggio, DeriveApprodi, Roma, 2002.

5 Ne è prova quanto è accaduto qualche giorno dopo che ho discusso questa mia relazione. Cfr. http://www.repubblica.it/economia/finanza/2014/01/28/news/bitcoin_arresti_traffico_droga-77128457/?ref=search

6 P. Klossowski, La moneta vivente, (1970), Mimesis, Milano, 2008, p. 84.

Per una teoria delle monete del comune 1

 


Davide Gallo Lassere

Quando viene coniata l’espressione “moneta del comune” (http://www.uninomade.org/moneta-del-comune/), Christian Marazzi sottolinea immediatamente l’importanza politica della questione: la moneta del comune “è quella moneta che dà espressione e riconosce ciò che è comune nella moltitudine, diciamo così, in uno spazio politico, sociale, demografico quale è oggi l’Europa” – ossia, essenzialmente, espropriazione e precarizzazione. La moneta del comune dovrebbe perciò sostanziare quel “modello economico antropogenetico” atto a promuovere un keynesismo dell’immateriale incentrato su cultura, socialità, formazione, ricerca e sanità, bloccando tali processi di espropriazione e privatizzazione. Essa dovrebbe fornire un riconoscimento sociale e monetario alla “produttività dei legami sociali e della cooperazione” e porre sul piatto il tema del valore nell’attuale configurazione neo-capitalista come quello, corrispettivo, della sua forma monetaria.

A queste incisive formulazioni segue un intervento di Stefano Lucarelli volto a estendere lo spettro teorico e politico inerente i fatti monetari. Appoggiandosi su una lettura incrociata di tematiche aristoteliche, marxiane e foucaultiane, Lucarelli (http://www.uninomade.org/summer-school-rendita-e-biopotere/) focalizza l’attenzione sulle lotte per la determinazione della ricchezza impegnate a sovvertire la logica capitalistica di valorizzazione e a istituire pratiche monetarie alternative incentrate sul principio keynesiano della compensazione multilaterale.

Dopo queste prime proposte Laurent Baronian e Carlo Vercellone2 esplorano il carattere rivoluzionario insito nel reddito di base incondizionato inteso come distribuzione primaria di denaro. La moneta, infatti, svolge un ruolo strutturante nel rapporto asimmetrico tra capitale e lavoro e può pertanto operare come un importante vettore di cambiamento in grado di impattare sulle forme stesse di organizzazione e di produzione.

Più recentemente, sul blog Effimera (http://quaderni.sanprecario.info/category/effimera/comune-reddito-moneta/) sono apparsi diversi contributi di Gianni Giovannelli, Andrea Fumagalli, Denis Jaromil Roio, Giorgio Griziotti, Stefano Lucarelli e Tiziana Terranova che hanno scandagliato le ambiguità e le potenzialità delle cripto-monete (in particolare il fenomeno Bitcoin), oltre ad aver cominciato ad affrontare la problematica decisiva di un’istituzione (macro)finanziaria del comune.

Dal canto mio, vorrei semplicemente concentrarmi sui nodi politici soggiacenti a tali proposte, insistendo, per una doppia ragione, sulla pluralità. Sia, in primo luogo, per render conto del fatto che il processo di istituzionalizzazione di una moneta rispondente alle esigenze extra-capitaliste delle differenti comunità umane è necessariamente relativo alla contingenza sociale, geografica e storica dei territori nei quali questa moneta deve essere impiantata. Sia, in secondo luogo, perché alla base di questo atto istitutivo si trovano una diversità irriducibile di istanze, bisogni e desideri, in particolare quelli che concernono: 1) l’opposizione alle dinamiche di dominio e sfruttamento che devastano le società all’epoca del neo-capitalismo; 2) la volontà di riequilibrare, qui e ora, le disuguaglianze più scandalose di reddito; 3) l’invenzione di relazioni sociali basate su un immaginario anti-economico; 4) la ricerca di pratiche di democrazia diretta, di autonomia e auto-organizzazione.

Per questi due ordini di ragioni (molteplicità dei contesti e delle rivendicazioni) credo che riflettere sulle monete (al plurale) del comune (al singolare) possa situarci immediatamente nell’orizzonte teorico e politico della transizione post-capitalistica. Questo perché si tratta di un approccio capace di coniugare, al contempo, una critica generale del presente capitalistico con tentativi di sottrarsi alle sue logiche di dispiegamento, proponendo positivamente alternative concrete e immanenti. Articolare una teoria delle monete del comune significa quindi tentare di tracciare i contorni di un’istituzione capace di influenzare il campo sociale, economico, politico e simbolico in vigore.

Evidentemente, per mettere in piedi dei tipi di moneta extra- o apertamente anti-capitalisti, non ci si può appoggiare su alcuna esteriorità trascendente il piano del sociale implicato; nello stabilire una norma monetaria altra rispetto a quelle esistenti non ci si può rifare ad alcun livello giuridico-politico sovrastante il contesto nel quale questa norma è di fatto applicata. Non sono gli stati, i sovrani e i tecnocrati, o gli intellettuali, le avanguardie e i partiti – meno ancora, chiaramente, i saggi, le chiese e gli dèi – a decidere ciò che ne è di ciò che è 3: in questo caso, i rapporti monetari. Tale approccio, altrimenti, rientrerebbe nell’armamentario concettuale pertinente alla teologia politica; e in quanto tale sarebbe potenzialmente passibile di sostenere e giustificare i peggiori tipi di abusi. Solo l’immanenza del sociale, al contrario, legittima i processi di istituzionalizzazione di una norma. Meglio ancora: solo a partire dall’immanenza del sociale si può mettere a punto una prassi istituente capace, al contempo, di auto-trasformarsi in continuazione – in linea con il cambiamento delle condizioni dell’ambiente da cui essa stessa è emersa – e di fornire il collante necessario a mantenere unito il gruppo in questione – sono la co-attività e la co-partecipazione che co-obbligano (in latino cum-munere), che tengono letteralmente assieme4.

È soltanto a partire dall’immanenza del sociale che si può dunque sperare di oltrepassare, da un lato, la netta separazione arendtiana e habermasiana tra sfera economica (o regno animale) e sfera politica (o regno dello spirito) e, dall’altro, il rischio sempre pressante di sclerotizzazione degli slanci che animano la società in forme istituzionali auto-referenziali. È allora attraverso l’opposizione e il conflitto costanti, da un lato, e il dibattito, la deliberazione e l’organizzazione permanenti, dall’altro, che si può dare concretamente corpo al processo generale di stabilimento di un quadro normativo e legislativo capace di co-evolvere parallelamente alla diffusione progressiva di relazioni sociali e percorsi di soggettivazione altri rispetto a quelli oggi dominanti. Perché la moneta, allora? Perché la moneta – questa la scommessa e la posta in palio, teorica e politica, della questione – costituisce un fatto sociale totale che si presta bene a veicolare vasti processi di trasformazione 5.

Ora, quando si parla di “comune”, si ha spesso a che fare con due prospettive, naturalistiche, ontologiche, giuridico-politiche ecc. Da parte mia, vorrei privilegiare un approccio radicalmente costruttivista, il quale risulta decisivo per leggere i processi istitutivi. La moneta, in effetti, non è un oggetto o un bene economico qualunque (come sostiene l’ortodossia); essa non è nemmeno una semplice espressione di mercato del valore della forza-lavoro. Al contrario, la moneta è un fatto sociale totale: rappresenta uno degli elementi costitutivi del legame sociale; è la cellula basilare che regge la maggior parte degli scambi con sé, con gli altri e con il mondo; si caratterizza come il criterio fondamentale che regola il cosmo economico6. Non è un caso, in effetti, se il nome greco per moneta – nomisma – significa “interamente legge”: la moneta si configura dunque come il nomos dell’economia; è l’unità di misura che permette di contare e di scambiare i beni, senza la quale sarebbe difficilmente immaginabile una società complessa largamente differenziata7.

Questo approccio che guarda alle istituzioni in modo non dogmatico, spiega anche molto bene la natura e la logica della “moneta come la conosciamo”, della “moneta così com’è”, e ci aiuta a meglio capire lo stato di cose dal quale siamo ontologicamente costretti a pensare e ad agire. La moneta capitalista, lungi dall’essere una neutra entità rispondente nel modo più efficace a presunte leggi oggettive ed evoluzioniste dell’economia, porta inscritta nella sua stessa forma l’indeterminazione del movimento di accumulazione del capitale (per definizione infinito, oltre che amorale e assurdo: D-M-D o direttamente D-D). L’istituzionalizzazione, lungo l’arco dell’epoca moderna, di una moneta funzionale alla dinamica capitalista ha elevato i caratteri di astrazione e di infinito a tratti naturali della moneta, trasformandola in un incredibile strumento di potere, in una riserva illimitata di valore8.

Sono questi attributi contingenti – astrattezza, indefinitezza –, sigillo della borghesia rampante, che rendono la moneta accumulabile all’infinito, che l’hanno storicamente fatta diventare liquida, assolutamente cedibile e sprovvista di ogni determinazione temporale, spaziale e settoriale, valida in ogni caso, e facente funzione di capitale. La moneta è così via via divenuta il mezzo più emblematico attraverso il quale si esercita il comando sul lavoro e sulla vita, il sostrato materiale sul quale si sedimenta il conflitto; risulta l’“oggetto supremo” (Marx) e la forma per eccellenza della proprietà. Come ricordato da Baronian e Vercellone, è solo tramite il possesso di moneta che si può stabilire cosa produrre, come e dove produrlo, in quali quantità e per quali finalità (il processo di investimento); così come è solo attraverso essa che si ha accesso ai prodotti e ai servizi (il processo di consumo).

La moneta non è dunque una semplice risorsa essenziale (come l’aria o l’acqua), ma possiede un carattere eminentemente normativo, prescrittivo e performativo. Nello stesso tempo è un oggetto particolare, istituito in maniera tale da poter divenire appropriabile da soggetti e strumentalizzabile a loro vantaggio nell’affrontamento sociale. Ora, la posta in gioco, al contempo teorica e politica, concerne l’istituzionalizzazione di una forma di moneta che favorisca e promuova pratiche di dis-assoggettamento, pratiche di emancipazione. Ossia una moneta che inclini a essere per tutti e per nessuno; una moneta che per intima costituzione sia il più inappropriabile possibile; una moneta che possa essere continuamente (ri)messa a disposizione di ciascuno al fine di effettuare il conteggio e il passaggio dei valori; che sia istituita in modo tale da potersene liberare il più rapidamente possibile. Ma, anche, una moneta che propulsi cambiamenti globali miranti a favorire un immaginario extra-capitalista, legami interpersonali, istituzioni, pratiche e rapporti sociali che diano corpo agli ideali di solidarietà, mutuo aiuto, gratuità, convivialità e pluralità, in una relazione di sostegno reciproco con forme associazionistiche, cooperativistiche e neo-mutualistiche capaci di supportare processi di soggettivazione autonomi.

Al fine di poter realizzare questa progettualità ambiziosa la moneta deve allora essere costruita in modo tale da divenire il più possibile inappropriabile e il più possibile inaccumulabile, ma anche, al contempo, il più accessibile possibile – dove la portata di questa inappropriabilità, di questa inaccumulabilità e di questa accessibilità immediata non è evidentemente da stabilirsi tramite un normativismo astratto, ma attraverso la promozione di istanze normative rispondenti agli interessi e alle esigenze delle comunità implicate in questi processi di istituzionalizzazione. La moneta, una volta investita da questa lotta normativa, si configurerebbe come un demoltiplicatore di trasformazioni sociali passibile di fomentare cambiamenti decisivi su diversi livelli: politico, economico, culturale, antropologico.

Si tratta dunque di un processo istituente, sempre in divenire, sempre aperto, che si batte – secondo la critica aristotelica della crematistica – per un uso appropriato della moneta: la moneta come unità di misura e come mezzo di pagamento, e non come bene in sé; la moneta come strumento di credito il cui accesso non è determinato dalle leggi del mercato, ma riconosciuto come un diritto; la moneta, infine, come mezzo di scambio di beni che svanisce nello scambio, invece di essere ammassata indefinitamente: D-M-D, denaro come denaro, e non denaro come capitale. Una moneta, quindi, socialmente stabilita per sparire pur restando disponibile per chiunque, al fine di stimolare gli scambi e il consumo di beni prodotti, al fine di essere reintrodotta continuamente nella circolazione, ossia al fine di servire (al)la comunità degli utenti9. Si tratterebbe così di una moneta che consolida e rinforza il legame sociale, al posto di esasperarlo – come avviene nell’Europa della moneta unica.

Il punto è: quale tipo di scambio alimenterebbe allora? Di quale tipo di bene promulgherebbe la circolazione? Quale genere di rapporti sociali fortificherebbe? Queste, tuttavia, sono questioni alle quali non si può rispondere a priori; si possono e si devono pure avanzare proposte a partire da certe sperimentazioni concrete (come le istanze che danno vita alle monete alternative o un reddito di base incondizionato degno di questo nome), ma rimangono difficoltà e nodi che solamente lo scontro e l’invenzione sociale possono sbrogliare.

La proliferazione (federale?) di monete sociali potrebbe allora rappresentare una posta in palio teorica e politica cruciale quanto quella relativa alla redistribuzione del denaro: non si tratterebbe soltanto di una riappropriazione monetaria – secondo gli insegnamenti di Marx e Simmel, ma anche, seguendo Aristotele e Keynes, di una istituzione appropriata della moneta: della moneta come “semplice intermediario, senza alcuna importanza per se stesso, che passa di mano in mano, è ricevuto ed è speso, e, quando la sua funzione è ultimata, scompare dalla somma della ricchezza di una nazione”. Monete che sono espressamente fatte per disfarsene; ma, anche, monete che sono dis-poste in modo tale da essere immediatamente disponibili per i membri della comunità, senza la necessità di passare per la costrizione del lavoro salariato. In breve: non semplici monete extra-capitalistiche, ma autentiche monete del comune.

Note

1 2 marzo 2014: http://quaderni.sanprecario.info/2014/03/per-una-teoria-delle-monete-del-comune-di-davide-gallo-lassere/ . Si tratta della trascrizione di un intervento presentato a Nanterre giovedì 20 febbraio 2014, in occasione del convegno Penser l’émancipation.

2 Nel contributo pubblicato in La moneta del comune, 2015.

3 L. Boltanski, De la critique. Précis de sociologie de l’émancipation, Gallimard, Paris, 2009.

4 P. Dardot - C. Laval C., Commun. Essai sur la révolution au XXIe siècle, La Découverte, Paris, 2014.

5 La moneta non soltanto interessa e mette direttamente in causa una vasta pluralità di fenomeni e ambiti del sociale; ma rinvia anche alla totalità della comunità di riferimento, ossia alla totalità (o quasi totalità) degli utenti della moneta particolare, i quali l’accettano e la scambiano sulla base di un combinato di costrizione sistemica e di fiducia nel quadro interrelazionale e istituzionale. Affinché una moneta funzioni regolarmente e affinché possa essere ritenuta “legittima” deve dunque venire ricorsivamente accettata dalla totalità (o quasi totalità) dei membri implicati negli scambi economici, senza l’intervento massivo, continuo e diretto dei poteri esteriori, giudiziari o polizieschi.

6 Per cogliere intuitivamente la validità di questa tesi credo sia sufficiente pensare ai contesti storici di iper-inflazione o di penuria monetaria, laddove è la solidità stessa dei legami primari a sgretolarsi. La moneta può dunque essere storicamente considerata come uno dei fattori essenziali del mondo economico tout court (non soltanto capitalistico), in quanto si interpone nella maggior parte delle interazioni, mostrando l’interdipendenza radicale di ognuno con gli altri. Non soltanto fa sistema e cementifica i rapporti. Ma, nel momento stesso in cui si innesca un ciclo monetario virtuoso o un circolo monetario vizioso, i processi trasformativi subiscono immediatamente una drastica accelerazione. In tal senso può risultare interessante porre la questione dell’istituzione di una moneta del comune in relazione con le analisi articolate nel recente Manifesto per una politica accelerazionista: http://www.euronomade.info/?p=1328

7 M. Amato, L’enigma della moneta e l’inizio dell’economia, et al., Milano, 2010.

8 G. Ingham, The Nature of Money, Polity Press, Cambridge (Mass.), 2004; L. Fantacci, La moneta. Storia di un’istituzione mancata, Marsilio, Venezia, 2005; M. Amato, Le radici di una fede. Per una storia del rapporto tra moneta e credito in Occidente, Mondadori, Milano, 2008.

9 Amato, op. cit. 2008.

In each other we trust: coniare alternative al capitalismo 1

 


Jerome Roos

Oltre dio e lo stato, è il denaro che comanda. È ancora possibile immaginare delle alternative? E quale ruolo giocheranno in questa lotta le recenti innovazioni come il Bitcoin? Non è necessario aderire al post-strutturalismo vagamente oscurantista di Gilles Deleuze per riconoscere che il filosofo francese fece almeno due osservazioni quanto mai profetiche. La prima è la sua ipotesi dei primi anni novanta secondo cui la società disciplinare, con le scuole, le prigioni e i manicomi che la caratterizzavano, avrebbe cessato di essere la modalità paradigmatica della governamentalità nel periodo neo-liberista per lasciare il posto a un nascente “stato del controllo”. La seconda è l’osservazione, correlata alla prima, secondo cui nella società del controllo emergente la forma-moneta assume una rinnovata centralità all’interno della riproduzione delle relazioni di potere del capitalismo. “Oltre lo stato – scriveva Deleuze – è il denaro che comanda, è il denaro che comunica. Ciò di cui abbiamo bisogno oggi non è una critica del marxismo ma una moderna teoria della moneta che sia all’altezza di quella di Marx e che parta da dove la sua riflessione si era interrotta.” È interessante notare che Deleuze collegava queste due osservazioni alle catene del debito, che considerava essere la “condizione universale” del controllo capitalista.

Nel suo citatissimo Poscritto del 1992 Deleuze afferma che “l’uomo non è più un uomo recluso, ma un uomo in debito”. Queste parole profetiche mi sono state ricordate lo scorso fine settimana, quando ho partecipato all’affascinante conferenza MoneyLab ad Amsterdam. L’evento, organizzato dall’Institute of Network Cultures, ha coinvolto diverse superstar del panorama intellettuale europeo come Saskia Sassen e Franco Berardi “Bifo”, assieme a un gruppo variegato e internazionale di studiosi, artisti, attivisti, hacker ed economisti eterodossi, tra cui gli ex collaboratori di “ROAR”, Max Haiven e Brett Scott. Lo scopo centrale del pioneristico incontro interdisciplinare era di esaminare “esperimenti di revenue models, sistemi di pagamento e valute sullo sfondo del corrente declino economico globale”.

Gli organizzatori hanno creato il contesto appropriato con dibattiti aventi per argomento “la monetizzazione di tutto”, “lo smantellamento della finanza globale”, “oltre il Bitcoin”, “una critica del crowdfunding” e “la progettazione di alternative”. In un mondo dominato dalla finanza, un mondo indebitato fino ai capelli, in cui la moneta ha a tutti gli effetti assunto la funzione di un significante universale che sta rapidamente sussumendo ogni aspetto della vita sociale e naturale, c’è un disperato bisogno di cominciare a esplorare alternative radicali alla forma-moneta capitalista – non perché le valute alternative possono essere una panacea ma perché chiaramente lo stato e le banche non svolgeranno mai questo compito al nostro posto. Nonostante i grandi progressi tecnologici degli ultimi anni, le invenzioni dei libertari di destra quali Bitcoin non risolveranno i nostri problemi. Per questo c’è un urgente bisogno di analizzare, discutere e scoprire nuovi modi di valorizzare il lavoro, il tempo, la natura e i frutti del nostro lavoro collettivo.

Oltre al rafforzamento dell’emergente network internazionale di studiosi, hacker e attivisti che stanno lavorando a una critica della finanza e allo sviluppo di valute, sistemi di pagamento e revenue model alternativi, forse l’elemento più importante della conferenza MoneyLab è stata la sua stessa esistenza. Infatti, solo cinque anni fa, erano davvero pochi quelli che parlavano seriamente di moneta. Oggi sembra esserci una vera e propria impennata nella consapevolezza (per lo meno nei circoli degli intellettuali e degli attivisti, ma sempre più anche nella popolazione in generale) della natura e dell’importanza della moneta e del ruolo cruciale che le valute alternative e i sistemi di credito mutualistico potrebbero avere nella sovversione del nesso stato-finanza e nella liberazione dal controllo capitalista.

Grazie soprattutto alla critica della finanza globale portata avanti dal movimento Occupy, alla pubblicazione dell’influente libro Debito: i primi 5000 anni, a un rinnovato interesse per una lettura non dogmatica di Marx e all’infaticabile (anche se non molto rivoluzionario) impegno di gruppi per una riforma monetaria eterodossa come Positive Money e la New Economics Foundation, la questione monetaria sembra essersi liberata dal soffocante monopolio di complottisti antisemiti, metallisti libertari di destra e anarco-capitalisti. Finalmente sta prendendo forma un progetto internazionale per cercare e sperimentare alternative concrete, ponendo le basi per un mondo in cui i mezzi di produzione siano di proprietà comune e in cui la forma e la creazione della moneta siano soggette al potere del controllo democratico diretto delle comunità degli utenti.

Anche se è impossibile inserire tutti gli argomenti della conferenza degni di nota in un solo articolo, voglio portare l’attenzione su quelli che secondo me sono stati i punti più importanti, aggiungendovi alcune idee da essi stimolate (mi scuso subito per le innumerevoli osservazioni interessanti che mancheranno). Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, spero che approfondiremo maggiormente la questione monetaria su “ROAR”. Come sempre, i vostri contributi saranno benvenuti: editor@roarmag.org

1. La moneta è debito

Un punto di accordo tra i partecipanti alla conferenza MoneyLab è la loro adesione a una teoria eterodossa della creazione della moneta nota come “teoria creditizia della moneta”. Concepita all’inizio del XX secolo dall’economista britannico Alfred Mitchell-Innes e popolarizzata di recente dall’antropologo David Graeber e da think tank eterodossi come Positive Money, la teoria creditizia della moneta si basa su due affermazioni principali. In primo luogo, le origini storiche della moneta non rimandano a una sua funzione di mezzo di scambio in grado di rimediare all’inefficienza del baratto (come sostenevano invece Adam Smith e Karl Marx), ma a una sua funzione di unità di calcolo per varie obbligazioni sociali. In altri termini, la moneta ha creato il debito o, meglio, la relazione debitore-creditore. La moneta non dovrebbe quindi essere vista come una cosa, un oggetto o una merce, ma come una relazione sociale. La moneta, infatti, è una relazione di potere tra ineguali, che mette sempre i debitori contro i creditori. In La fabbrica dell’uomo indebitato Maurizio Lazzarato sostiene addirittura che la relazione debitore-creditore è la relazione di classe fondamentale e che il capitale è il “creditore universale”.

2. Le banche private creano la moneta

La seconda affermazione dei fautori della teoria creditizia della moneta – ripetuta da molti partecipanti alla conferenza MoneyLab e recentemente confermata da un articolo assai discusso della Bank of England – è quella secondo cui una banca crea moneta ogni volta che concede un prestito. La semplicità di tale proposizione provoca spesso incredulità. Le banche private non potranno mica creare soldi dal nulla? La moneta non è forse creata dalle banche centrali, che agiscono per conto dello stato? La risposta è sì: le banche centrali creano moneta, ma la moneta che creano è credito concesso alle banche private, oppure è contante – e il contante oggi non costituisce che una piccolissima percentuale dell’offerta totale di moneta.

In America e nel Regno Unito la moneta cartacea e metallica costituisce circa il 3% dell’aggregato monetario più ampio (nell’Eurozona è invece di circa il 10%). La quantità rimanente è moneta-credito “virtuale” che esiste solo nella forma di numeri su uno schermo. La maggior parte di questo denaro compare tramite un trucco di contabilità, per cui una banca fa credito a un cliente creando contemporaneamente il relativo deposito.

Gli scettici ortodossi di solito replicano che questa moneta è in ogni caso tecnicamente creata dalle banche centrali, che concedono credito alle banche private le quali “moltiplicano” i loro depositi generando così altra moneta. Secondo questa classica teoria keynesiana della creazione della moneta, difesa strenuamente da Paul Krugman, le banche centrali sono ancora in grado di controllare l’offerta totale di moneta. Tuttavia dati recenti hanno messo in difficoltà questa posizione e l’articolo della Bank of England (BoE) – per quanto non neghi che le banche centrali abbiano tuttora un ruolo importante – afferma chiaramente che “in pratica la creazione di moneta è diversa dalle rappresentazioni erronee in circolazione – le banche non sono semplici intermediari che prestano i depositi affidati loro dai risparmiatori e non si limitano nemmeno a ‘moltiplicare’ i soldi della banca centrale per creare nuovi prestiti e depositi”. Accade invece il contrario: le banche private prendono l’iniziativa concedendo credito e cercano di attrarre nuovi depositi solo in un secondo momento. Per dirla con la BoE: “Ogni volta che una banca concede un prestito, crea un corrispondente deposito nel conto bancario del debitore, creando così nuova moneta”.

3. La finanza non è solo una questione di moneta

Il resoconto appena fatto dimostra chiaramente che la finanza non è solo una questione di moneta – o per lo meno di moneta in quanto cosa. Le banche non sono semplici intermediari che collegano risparmi e investimenti redistribuendo efficientemente il capitale nel sistema economico e perseguendo i rendimenti più alti. Anche se la finanza ha permesso la monetizzazione di ogni cosa, Saskia Sassen ha correttamente precisato che “chi riduce la finanza alla moneta ignora un aspetto fondamentale della faccenda”. Sassen definisce invece la finanza come una possibilità, non necessariamente benigna. La finanza è la possibilità di vendere qualcosa senza averla o, per tornare a quanto detto sopra, di creare moneta e concedere credito senza possederla realmente prima. Ciò conferisce alla finanza un grande potere strutturale e un potenziale enormemente distruttivo: basti pensare al 44% di famiglie greche che oggi vivono al di sotto della soglia di povertà o ai 9 milioni di famiglie americane e al quasi mezzo milione di proprietari di case spagnoli che sono stati sfrattati dalla propria casa dall’inizio della crisi del 2008. Secondo Sassen, la finanza moderna, con i suoi strumenti di debito, i suoi derivati over-the-counter e le sue infinite innovazioni, è fatta di “complicazioni enormi che producono semplice brutalità”.

4. Bisogna cominciare a “hackerare” la moneta

Da quanto detto risulta chiaro che per liberarci dalla schiavitù del debito, per democratizzare davvero la società e per creare lo spazio politico e fiscale per alternative di emancipazione radicale, è urgente demolire il duopolio pubblico-privato della creazione di moneta, quel che David Harvey ha chiamato il nesso stato-finanza. L’idea che ciò sia possibile senza attaccare il capitalismo è una pericolosa illusione. Non esiste un’economia produttiva “reale” in qualche modo isolata dall’economia finanziaria “virtuale”. Il capitalismo contemporaneo è completamente finanziarizzato in quasi ogni suo aspetto. Prendersela con la finanza significa prendersela con il capitalismo, e prendersela con il capitalismo significa prendersela con lo stato capitalista. Chiaramente, al momento non abbiamo né gli strumenti né la forza per minare alla base il nesso stato-finanza, per non parlare di distruggerlo e rimpiazzarlo con qualcos’altro. Ma alcuni dei più privilegiati tra noi hanno l’opportunità di cominciare a sovvertire la finanza globale in nuovi modi ludici e creativi.

Questo era l’argomento dell’intervento di Brett Scott, intitolato Hacking the Future of Money, in cui l’attivista sudafricano ha sostenuto la necessità di applicare l’etica hacker alle modalità con cui interagiamo con la finanza: cominciare smontando le parti più piccole, studiare il loro funzionamento interno e la loro relazione con le altre componenti e tentare infine di manomettere le componenti centrali allo scopo di esplorare gli effetti di tali interventi. Che cosa succederebbe, per esempio, se eliminassimo il tasso d’interesse? Se ci avvicinassimo al full-reserve banking? Se la nostra valuta includesse una demurrage fee automatica (una tassa sulla tesaurizzazione della moneta) che potrebbe essere redistribuita sotto forma di reddito minimo?

Certamente “hackerare” la finanza con questi piccoli espedienti non basterà per mettere in crisi il suo potere strutturale in quanto tale, ma “aprire” la moneta e manomettere le sue componenti base sarà un primo passo fondamentale per approfondire la nostra comprensione del suo funzionamento interno e per capire come sovvertire il suo potenziale distruttivo (ma anche le sue possibilità creative) con un intento rivoluzionario.

5. La moneta è una delle chiavi dell’autonomia

Le valute alternative, per quanto non siano certo una panacea, possono giocare un ruolo importante nella costruzione dell’autonomia sia dalla finanza sia dallo stato. Ovviamente una completa autonomia è impossibile finché il modo di produzione egemonico e la forma-moneta dominante rimangono quelli capitalisti, ma ciò non dovrebbe impedirci di iniziare ad aprire crepe nella facciata del dominio della finanza, sviluppando alternative concrete qui e ora. Nel mondo esistono già innumerevoli esperimenti per sviluppare cooperative autogestite, cliniche mediche autonome, economie solidali ecc. Ma, come ha giustamente osservato David Harvey, questi lodevoli progetti avranno in definitiva breve durata se continueranno a dipendere dal capitale e/o dallo stato per la loro sopravvivenza economica.

Una delle fondamentali contraddizioni con cui le forme di produzione autonome e cooperative tendono a scontrarsi è il loro bisogno di una qualche forma di investimento per avviarsi e per continuare le proprie attività. Finché le cooperative autogestite dovranno rivolgersi alle banche private per ottenere i finanziamenti, saranno soggette alle stesse esigenze strutturali delle aziende normali: dovranno creare un surplus (cioè generare un profitto) per essere in grado di ripagare i prestiti con interessi, e dovranno quindi riprodurre forme capitaliste di competizione di mercato, oppure andare in fallimento (la recente bancarotta di alcune cooperative Mondragón nei paesi baschi ne è un significativo esempio). In tali contesti le valute alternative e il credito mutualistico potrebbero giocare un ruolo importante nel recidere la dipendenza delle cooperative autogestite dalla finanza privata e più in generale dal ciclo di accumulazione del capitale, recuperando così un senso di potere collettivo e di autonomia produttiva

6. La moneta dipende dalla fiducia

Dato che la moneta è in ultima analisi una relazione sociale radicata in una comune comprensione e in un mutuo riconoscimento delle nostre reciproche obbligazioni, le valute efficaci dipendono fondamentalmente dalla fiducia. Non è un caso che la radice latina della parola credito sia credere. In questo senso la crisi del credito del 2008 – della quale subiamo tutt’oggi le conseguenze – è propriamente una crisi di fiducia: sfiducia nella capacità dei debitori di ripagare i propri debiti, sfiducia nel reale valore dei bilanci delle istituzioni finanziarie, sfiducia nella volontà dei banchieri di mantenere i patti, sfiducia nelle intenzioni dello stato di salvaguardare i nostri servizi pubblici, pensioni, risparmi ecc. Tale osservazione non mira a “psicologizzare” il capitalismo (chiaramente le radici della crisi sono sistemiche), ma piuttosto a mettere in luce il fondamentale paradosso che sta al cuore della sua forma finanziarizzata.

Dopotutto, non è forse una caratteristica centrale della cultura mafiosa di Wall Street il comandamento secondo cui non bisogna fidarsi di nessuno? “Fidite nemini” è il dogma del capitalista competitivo che sembra regnare sovrano. Ayn Rand ha esaltato le virtù dell’egoismo e denunciato la nocività dell’altruismo proprio perché l’individuo dovrebbe fidarsi solo e soltanto di se stesso. Nella società iper-individualista di oggi la nostra fiducia nell’umanità e nel prossimo sta venendo sostituita da un infantile senso di fiducia nei due avatar della governamentalità neo-liberista: la moneta-credito e lo stato securitario.

Date un’occhiata a una banconota da venti sterline o a una moneta, troverete la scritta: “In God we trust”. Ma in quale Dio? Giorgio Agamben aveva perfettamente ragione quando di recente ha affermato che “Dio non è morto, è stato trasformato in denaro”. È proprio perché siamo così sradicati da qualsiasi reale senso di comunità, così profondamente sospettosi delle persone e del mondo attorno a noi, che dimostriamo ancora devozione nei confronti di un astratto essere superiore che non capiamo nemmeno del tutto – si tratta in questo caso di Mammona, la dea dell’avarizia? Il denaro diventa così ciò che ci unisce e contemporaneamente ci divide. Per dirla con il giovane Marx: “Se il denaro è il vincolo che mi unisce alla vita umana, che unisce a me la società, che mi collega con la natura e gli uomini, non è il denaro forse il vincolo di tutti i vincoli? Non può esso sciogliere e stringere ogni vincolo? E quindi non è forse anche il dissolvente universale? Esso è tanto la vera moneta spicciola quanto il vero cemento, la forza galvano-chimica della società”.

Senza dubbio il dislocamento della fiducia e della fede nella forma-moneta non è un fenomeno nuovo. Quando la moneta-credito e le banche con riserva frazionaria emersero per la prima volta nella Firenze proto-capitalista del XV secolo, causando il declino della comunità dei fedeli alla base del potere della chiesa, il frate domenicano reazionario Girolamo Savonarola organizzò i famosi “falò delle vanità” per protestare contro la malvagità del denaro che stava spazzando via l’amore per Dio. Per la medesima ragione Dante riservò agli avari un posto speciale nel quarto girone dell’Inferno, mentre gli usurai furono costretti a camminare sulla terra bruciante sotto una pioggia di fuoco sino alla fine dei tempi.

Grazie al capitalismo la chiesa perse il monopolio sulla “virtù” e la moneta divenne rapidamente il principale significante di valore. Il dislocamento della fede umana da Dio al denaro ha raggiunto chiaramente l’apoteosi nello sviluppo simbiotico di finanza moderna e stato nazionale. Come ha osservato Marx, il debito sovrano (e la fiducia privata nella volontà dei governi di onorarlo) ha giocato un ruolo centrale in tale processo: “Il credito pubblico diventa il credo del capitale. E col sorgere dell’indebitamento dello stato, al peccato contro lo Spirito Santo, che è quello che non trova perdono, subentra il mancar di fede al debito pubblico”.

7. Le valute alternative si scontrano con problemi di scala

Gli astratti argomenti appena riportati sfociano direttamente nel punto seguente, che coincide con un’altra importante osservazione fatta dai critici della cripto-valuta presenti al MoneyLab, tra cui Franco Berardi “Bifo”. Una delle principali sfide a cui le valute alternative devono far fronte sono i problemi di scala, che hanno importanti implicazioni in termini di fiducia. Da un lato si registra una proliferazione di valute locali, alcune già piuttosto radicate nelle proprie comunità. La gente comune cerca così di riappropriarsi della moneta e di ricontestualizzarla in una diversa matrice di valori comuni allo scopo di facilitare la soddisfazione di importanti desideri e bisogni sociali. Queste valute locali a volte si rifanno a nozioni più o meno romantiche di territorialità, che tentano di reinserire le relazioni umane all’interno del mondo della vita materiale degli esseri umani reali, contrapponendo un senso tangibile di socialità umana al regno virtuale e astratto dei credit default swap e dei complessi contratti derivati che caratterizzano la finanza odierna.

Una cosa che accomuna queste valute locali è che sono tutte basate soprattutto sulla fiducia. Tuttavia è chiaro che le valute locali non saranno mai in grado di sfidare – e tanto meno di rimpiazzare – il capitale finanziario globale in quanto tale. Al massimo riusciranno a diventare significative valute complementari da aggiungersi all’ampia gamma di strumenti monetari. Tuttavia, se vogliamo immaginare una qualche alternativa al capitalismo globale, dobbiamo cominciare a pensare nei termini di una scala territoriale molto più ampia – quella globale – oppure trascendere del tutto la territorialità sviluppando valute non-locali (qui non-località si riferisce a un concetto della fisica quantistica per cui due oggetti, separati nello spazio e senza un percepibile intermediario tra essi, possono comunque stare a contatto diretto l’uno con l’altro).

Quest’ultimo è l’ambito delle cripto-valute come il Bitcoin: una valuta digitale peer-to-peer che può mettere una contadina kenyota in diretto contatto con i suoi clienti, oppure uno studente americano o un banchiere di New York in diretto contatto con il loro spacciatore, senza alcuna intermediazione da parte di banche e stati. La tecnologia peer-to-peer che sta alla base del Bitcoin è da questo punto di vista alquanto rivoluzionaria. Si tratta di una eccitante prova del fatto che possiamo realmente creare moneta facendo a meno di stati e banche!

8. La crittografia (da sola) NON ci libererà

È importante sottolineare, come ha fatto Bifo nel corso del dibattito, che il principio di automazione che sta dietro le cripto-valute come il Bitcoin nasconde un grande rischio: rifiutando esplicitamente il bisogno di fiducia all’interno della comunità degli utenti come caratteristica fondamentale del suo design tecnologico (con un registro pubblico noto come “blockchain”), il Bitcoin rischia di rimuovere dalla forma-moneta gli ultimi residui dei nostri legami sociali, trasformandosi così in un grande agente di separazione. Proprio in quanto è decentralizzato e non-locale, il Bitcoin non può operare sulla base di un principio di fiducia come fanno le valute locali. Il suo design asseconda invece lo stesso “principio randiano” che anima la cultura dei banchieri: “fidite nemini”, non fidatevi di nessuno! Ora che siamo stati così profondamente abbandonati da Dio, dalla finanza e dallo stato, un anonimo esercito di cyber-libertari propone una nuova icona da adorare: la crittografia. La nostra fede si disloca verso i sofisticati codici-sorgente che si celano dietro le nuove forme di moneta digitale.

In questo modo la moneta si automatizza. Una volta programmata e liberata, la valuta dovrebbe vivere di vita propria. Certamente i critici possono sganciarsi dai codici-sorgente per creare le proprie alternative, ma il principio resta immutato: l’anonimato della crittografia rimpiazza la fiducia come misura della nostra socialità, rimuovendo così l’ultimo frammento di umanità dall’equazione. Il Bitcoin non risolve quindi la crisi di fiducia del capitalismo, anzi la radicalizza reiterando il dogma secondo cui non ci si può fidare di nulla e di nessuno se non dei codici. Un membro del Bitcoin Talk Forum ha istruito così i suoi entusiasti compari: “Non fidatevi degli exchange, non fidatevi dei servizi di online wallet, non fidatevi del vostro antivirus, non fidatevi di nessuno online”. Ha perfettamente ragione, ma dovrebbe essere chiaro che questo profondo senso di paranoia sociale non è nient’altro che schizofrenia capitalista sotto steroidi. Non c’è assolutamente nulla di liberatorio nell’automatizzazione della sfiducia. Una società in cui i singoli hanno completamente cessato di fidarsi l’uno dell’altro è la distopia egoista di Ayn Rand – una versione incubo di tale visione iper-individualista del mondo.

Come mi ha fatto notare dopo la conferenza il mio amico Rutger Kaput, filosofo dell’Università di Oxford, in un’epoca di inganno universale il semplice fidarsi gli uni degli altri diventa un atto rivoluzionario. Senza dubbio la nostalgia romantica per le antiche comunità locali non fermerà l’inesorabile deriva verso la dittatura finanziaria. Ma non vale la pena di vivere in un mondo privo di fiducia. Come ha efficacemente sostenuto nel suo intervento Quinn DuPont, la crittografia potrebbe avere un ruolo importante nella lotta contro lo stato del controllo. Ma se cominciamo a feticizzarla, credendo che possa in qualche modo sostituire la fiducia nella sua funzione di collante dei nostri legami sociali, finiremo per approfondire il nostro senso di alienazione dal nostro prossimo. Dopotutto, senza fiducia, che cosa ne sarà della nostra consapevolezza di un obiettivo comune? La contraddizione fondamentale osservata da Marx tra moneta come massimo legame sociale e moneta come agente universale di separazione sarà ulteriormente amplificata. Bifo aveva quindi ragione ad affermare che il neo-liberismo ha trovato il suo avatar nell’automazione della sfiducia tramite la crittografia – la sua manifestazione perfetta.

9. Il Bitcoin NON è una valuta rivoluzionaria

A tutto ciò bisogna aggiungere l’osservazione – giustamente ripetuta al MoneyLab – che, a prescindere dai problemi morali relativi al suo design tecnologico amorale, il design monetario del Bitcoin è di natura essenzialmente conservatrice. Infatti Satoshi Nakamoto, il misterioso fondatore del Bitcoin, è stato chiaramente influenzato da teorie monetarie ortodosse e da idee economiche libertarie di destra, non da ultime quelle dell’iper-neo-liberista Friedrich von Hayek che aveva spinto per una “denazionalizzazione della moneta” già negli anni settanta. La cosa più importante è che il Bitcoin è progettato per funzionare come l’oro: la sua creazione è esogena, avviene tramite un complesso processo algoritmico di mining, e circola come una merce. Le nuove monete vengono alla luce a una velocità predeterminata e con un limite prestabilito all’offerta totale. Questo significa che, quando la quantità di utenti e transazioni all’interno del sistema Bitcoin comincerà a espandersi, l’offerta di moneta non sarà in grado di tenere il passo e questo alla fine produrrà deflazione. Il fatto che i Bitcoin sono infinitamente divisibili mostra che Nakamoto era acutamente cosciente di ciò, e che aveva appositamente codificato la deflazione nel sistema. (La deflazione è un calo del livello generale dei prezzi di beni e servizi, ed è stato il flagello del gold standard che ha distrutto milioni di vite durante la Grande Depressione.)

La deflazione colpisce i lavoratori ordinari aggravando la disoccupazione e causando una pressione al ribasso sui salari, ma è un grande vantaggio per i ricchi. Dopotutto il potere d’acquisto del denaro di chi detiene grandi quantità di risparmi aumenta ogni volta che il livello dei prezzi cala. La deflazione incentiva la tesaurizzazione ricompensando materialmente l’accumulazione di moneta. Grazie alla deflazione i ricchi si arricchiscono senza fare assolutamente nulla. Invece di mettere il proprio denaro in circolazione, come farebbe il lavoratore che compra i beni necessari alla sua riproduzione o il capitalista “produttivo” che si procura i macchinari, le materie e prime e la forza-lavoro, il tesaurizzatore si terrà il proprio oro o i propri Bitcoin più a lungo possibile. I regimi monetari deflazionistici come il Bitcoin e il gold standard promuovono quindi un’ulteriore concentrazione di ricchezza e potere. Non sorprende, dunque, che anche il Bitcoin abbia una propria opulenta élite. Il 12 luglio 2011 il 97% dei conti Bitcoin conteneva meno di 10 Bitcoin, mentre 78 entità ne ammassavano più di 10.000 a testa. Stanislas Jourdan ha posto la domanda appropriata a proposito di tali dati: come potrà mai una forma-moneta così concentrata e deflazionista aiutare i greci?

10. Il crowdfunding NON è il “welfare state anarchico”

Ascoltando alcuni interventi al MoneyLab ho pensato che dobbiamo fare attenzione al pericolo di romanticizzare il crowdfunding, considerandolo un revenue model rivoluzionario che libererà in qualche modo artisti e creativi dalla soffocante necessità delle domande di finanziamento, dai regali dei privati e dai debiti. Un relatore, un sedicente “consulente per il crowdfunding”, ha a lungo parlato di “crowdfunding your dreams”, mentre un altro ha definito Kickstarter come il “welfare state anarchico”. Corriamo però il pericolo di idealizzare la miseria scambiandola per la soluzione. Nell’epoca dell’austerity, in cui i finanziamenti e i sussidi sono sempre più ridotti e i fondi assegnati tendono a concentrarsi nei progetti ritenuti più rispettabili e ad alto valore di mercato, il crowdfunding è spesso l’unica opzione rimasta per quei progetti creativi che, pur avendo un valore potenziale, non sono dotati di un evidente valore di scambio e non possono quindi competere nella corsa agli scarsi sussidi e investimenti.

Inoltre, se enfatizziamo solo i casi in cui il crowdfunding ha funzionato, rischiamo di riprodurre certi meccanismi ideologici che sostengono la definizione egemonica di successo come virtù imprenditoriale, sminuendo lo sfruttamento che esso comporta. L’immaginario del “crowdfunding your dreams” non è forse una brillante reinvenzione dell’American dream per l’emergente classe creativa? Un rapido sguardo al sito IndieGoGo rivela la triste realtà del crowdfunding: sulla home page sono esposti numerosi progetti riusciti, che generano surrettiziamente nei potenziali nuovi crowdfunder l’aspettativa che, “se loro ce l’hanno fatta, possiamo farcela anche noi”. Tuttavia, se si va a guardare all’interno delle varie categorie delle campagne, si scoprono numerosi progetti che non si avvicineranno mai all’obiettivo. Tali progetti, nella misura in cui raggranellano qualche spicciolo, lo fanno per la piattaforma in cui sono collocati e in quanto addobbi di tali “agenzie di realizzazione”. In sostanza, coloro che non possiedono abilità di marketing e non hanno accesso ad ampi e facoltosi network sono marginalizzati in partenza. Di conseguenza tale “welfare state anarchico” non è affatto egualitario come potrebbe sembrare e il surplus che genera, alla fine, va a finire nelle tasche private dei proprietari delle piattaforme.

Inoltre, a quanto pare, la “folla” del crowdfunding spesso non esiste. La grande maggioranza dei ricavi di Kickstarter non viene dai “colpi grossi” (che in tal modo attraggono attenzione verso il proprio brand, in una sorta di tattica di marketing), ma dall’enorme quantità di piccoli progetti. Per questi piccoli progetti il sostegno di familiari e amici è cruciale per il raggiungimento del target. Ciò significa che il cosiddetto “welfare state anarchico” è di fatto il supporto della rete di conoscenze trasformato in una fonte di profitto per le piattaforme di crowdfunding. L’aiuto mutualistico di familiari e amici viene arruolato nel processo di accumulazione del capitale.

Il crowdfunding, in poche parole, sfrutta il bisogno (dei creativi che nell’epoca dell’austerity necessitano di nuovi modi di finanziarsi) allo scopo di sussumere una soluzione comune (il mutuo aiuto) e trasformarla in merce. Dove il welfare state tradizionale si fa da parte, la comunità cerca di supplire, ma poi una compagnia privata riesce a estorcere un profitto dal nostro altruismo.

11. È fondamentale non feticizzare il denaro!

Le osservazioni fin qui fatte sembrano puntare tutte nella stessa direzione: coniare alternative alla forma-moneta capitalista sarà un aspetto cruciale della costruzione di un’autonomia dal nesso stato-finanza volta a conquistare il controllo sulle nostre vite, tuttavia sussiste il pericoloso rischio che le nostre presunte soluzioni finiscano per venire sussunte nella logica dell’attuale sistema monetario e finanziario e trasformate nell’ennesima fonte di speculazione, appropriazione e accumulazione. È quindi assolutamente fondamentale non feticizzare le valute e i revenue model alternativi.

La costruzione dell’autonomia e la sfida al nesso stato-finanza richiedono una lotta multi-dimensionale che colpisca tutti i livelli delle relazioni sociali capitaliste. Se dimentichiamo di richiedere il controllo dei mezzi di produzione, portare la democrazia all’interno del posto di lavoro, organizzarci ai livelli nazionale e globale, sviluppare nuovi modelli decisionali, ricostruire la fiducia nelle nostre comunità e oltre, trovare modi di difenderci dalla repressione dello stato ecc., le valute alternative alla fine rimarranno poco più che un’espressione impotente di un ammirevole ma innocuo desiderio di cambiamento sociale. Il nostro progetto politico di lungo termine è di spezzare il potere del capitale e democratizzare radicalmente la società dal basso. Se perdiamo di vista l’orizzonte più vasto in cui è inserita la ricerca di alternative monetarie, siamo condannati al fallimento.

12. La vera sfida sta nel ridefinire il valore

Negli anni a venire la questione monetaria assumerà probabilmente un’importanza centrale all’interno del movimento anti-capitalista emergente, ma dobbiamo fare attenzione a non cadere nella “sindrome messianica” che a volte colpisce i neo-convertiti alla causa. Chi realizza per la prima volta che la moneta è creata dalle banche e che il debito con interessi nutre la continua necessità di espansione che sta al cuore del sistema capitalista, spesso ha un momento di euforia – “Ma certo! La moneta è la causa di tutti i mali! Creiamo una valuta alternativa e cambiamo il mondo!” – che lo rende temporaneamente cieco alle altre contraddizioni fondamentali del sistema (un tema che David Harvey analizzerà nel suo prossimo libro).

Non si può sottolineare abbastanza come la moneta sia solo un elemento – centrale, certo – in un processo di valutazione e in un modo di produzione e accumulazione estremamente complesso che non può essere semplicemente ridotto alle sue parti costituenti. Per esempio, una sfida cruciale – che sta sempre in agguato dietro le forme superficiali di moneta – è quella indicata da Max Haiven nella sua presentazione e nel suo nuovo libro Crises of Imagination, Crises of Power: oggi abbiamo bisogno di cominciare a re-immaginare collettivamente e a ridefinire materialmente non solo ciò che il valore è davvero, ma anche ciò che noi riteniamo essere di valore.

Qui, finalmente, entriamo nel territorio della politica: come possiamo arrivare a decisioni comuni su che cosa sia da considerarsi di valore? Diamo valore ai legami personali o all’anonimato? Alla comunità o all’individualità? Esiste un modo per colmare il divario tra questi elementi apparentemente opposti o per risolvere le loro contraddizioni intrinseche, oppure rimarranno per sempre in conflitto? A che cosa diamo valore in noi stessi e negli altri? A che cosa diamo valore nella natura, nel lavoro e nel tempo libero? E come possiamo inserire tali valori – sia economici che politici – nella forma-moneta stessa?

In fin dei conti, se vogliamo creare una società radicalmente diversa, la questione del valore dovrà essere in qualche modo separata da quella della moneta. Il valore di scambio è una cosa; il valore d’uso, come affermava Marx, un’altra (per non parlare dell’importanza culturale, estetica ed ecologica del valore di non-uso). È possibile organizzare la società sulla base dei valori d’uso e di non-uso invece che sui valori di scambio? Che aspetto avrebbe tale società? Come possiamo arrivarci? Saremo in grado di fidarci delle altrui buone intenzioni e della nostra consapevolezza di uno scopo comune mentre ci azzuffiamo sulle possibili risposte?

Al momento nessuno lo sa – ma almeno abbiamo finalmente cominciato a porre le domande giuste. In un mondo completamente monetarizzato, in cui gli esseri umani non contano più su niente, almeno questo deve contare qualcosa.

Note

1 24 aprile 2014. Nel marzo 2014 si è svolta la conferenza MoneyLab ad Amsterdam, organizzata dall’Institute of Network Cultures. Dopo il workshop svoltosi il 20 gennaio al Goldmiths College di Londra e l’incontro di metà febbraio nell’ambito del progetto D-Cent, sempre a Londra, è questo il terzo appuntamento europeo sul tema delle monete digitali. Riportiamo in italiano (grazie alla traduzione di Lorenzo Fé) un articolo di Jerome Roos, animatore della rivista “ROAR”, che descrive ciò di cui si è discusso ad Amsterdam. Per la versione in inglese: http://roarmag.org/2014/03/moneylab-conference-alternative-currencies/