Alfabeta2 https://www.alfabeta2.it Spazio di intervento culturale Sun, 15 Jul 2018 07:54:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.7 https://www.alfabeta2.it/wp-content/uploads/2018/01/a2-big-100x100.png Alfabeta2 https://www.alfabeta2.it 32 32 Alfadomenica # 3 – luglio 2018 https://www.alfabeta2.it/2018/07/15/17016/ https://www.alfabeta2.it/2018/07/15/17016/#respond Sun, 15 Jul 2018 04:00:38 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17016 "Un bravo fotografo è chi vede quello che gli altri non vedono", dice Lisetta Carmi, autrice di un celebre ritratto di Ezra Pound, citata da Elisabetta Marangon nella sua recensione alla mostra L'altro sguardo (in corso fino a settembre al Palazzo delle Esposizioni di Roma), con cui apriamo l'alfadomenica di oggi. 

Altri sguardi, ancora di donne, tornano nel nostro sommario, dall'inizio del Novecento (Paola Cavallari sulla "femminista spirituale" Lucy Bartlett) al Sessantotto (sedici ritratti proposti dal gruppo Controparola e letti per noi da Laura Fortini) all'Iran di oggi (a parlare è la regista Rakhshan Bani Etemad intervistata da Marina Forti).  [...]

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"Un bravo fotografo è chi vede quello che gli altri non vedono", dice Lisetta Carmi, autrice di un celebre ritratto di Ezra Pound, citata da Elisabetta Marangon nella sua recensione alla mostra L'altro sguardo (in corso fino a settembre al Palazzo delle Esposizioni di Roma), con cui apriamo l'alfadomenica di oggi. 

Altri sguardi, ancora di donne, tornano nel nostro sommario, dall'inizio del Novecento (Paola Cavallari sulla "femminista spirituale" Lucy Bartlett) al Sessantotto (sedici ritratti proposti dal gruppo Controparola e letti per noi da Laura Fortini) all'Iran di oggi (a parlare è la regista Rakhshan Bani Etemad intervistata da Marina Forti). 

E provano a proiettarsi in un futuro che ci è ancora ignoto, ma su cui dobbiamo puntare lo sguardo, anche Gino Roncaglia nel suo L'età della frammentazione e Michael Pollan, "improbabile psiconauta della scienza psichedelica" (ne scrivono rispettivamente Andrea Comincini e Bernardo Parrella). 

Un intervento di Paolo Carradori su un concerto del G.A.M.O. Ensemble al Maggio Musicale Fiorentino e l'Alfagiochi di Antonella Sbrilli completano le nostre proposte di questa settimana. 

Augurandovi buona lettura, ricordiamo che chi desidera avere informazioni sull'iscrizione o reiscrizione all'associazione Alfabeta può farlo con una email a associazioneculturale@alfabeta2.it mentre i messaggi che riguardano i materiali che proponiamo vanno inviati a redazione@alfabeta2.it.

Il sommario

Elisabetta Marangon, Il tempo lento dell'accumulo

Paola Cavallari, Lucy Bartlett, femminismo e spiritualità all’inizio del ‘900

Laura Fortini, Donne malgrado il Sessantotto

Marina Forti, Attiviste in Iran sugli schermi e nelle strade. Incontro con Rakhshan Bani Etemad

Andrea Comincini, La matassa digitale e il futuro del libro

Bernardo Parrella, Michael Pollan e la nuova scienza psichedelica

Paolo Carradori, Donatoni, il primato del pensiero

Antonella Sbrilli, Alfagiochi / Via, ip, oplà: opere giocabili

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Il tempo lento dell’accumulo https://www.alfabeta2.it/2018/07/15/il-tempo-lento-dellaccumulo/ https://www.alfabeta2.it/2018/07/15/il-tempo-lento-dellaccumulo/#respond Sun, 15 Jul 2018 03:55:33 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17015 Carla Cerati

Elisabetta Marangon

Il volto di un anziano emerge da uno sfondo scuro che ne avvolge la fisicità consumata, mentre un fascio di luce laterale ne scolpisce i lineamenti scarni. Spettinato e in vestaglia, l’uomo restituisce alla camera uno sguardo colmo di pensieri intraducibili. Si tratta di Ezra Pound, ritratto da Lisetta Carmi sull’uscio della sua abitazione a Sant’Ambrogio di Rapallo nel 1966. [...]

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Carla Cerati

Elisabetta Marangon

Il volto di un anziano emerge da uno sfondo scuro che ne avvolge la fisicità consumata, mentre un fascio di luce laterale ne scolpisce i lineamenti scarni. Spettinato e in vestaglia, l’uomo restituisce alla camera uno sguardo colmo di pensieri intraducibili. Si tratta di Ezra Pound, ritratto da Lisetta Carmi sull’uscio della sua abitazione a Sant’Ambrogio di Rapallo nel 1966. «Un bravo fotografo è colui che vede quello che gli altri non vedono», commenta l’autrice a proposito di quegli scatti in bianco e nero, mentre la sua voce e il suo viso si incrociano con quelli di altre trenta artiste – tra le quali Carla Cerati, Paola Di Bello e Silvia Camporesi – in Ad occhi aperti (70’), il documentario di Giovanni Gastel esposto nelle sale del Palazzo delle Esposizioni di Roma in contemporanea alla mostra L’altro sguardo. Fotografe Italiane 1965-2018, curata da Raffaella Perna in collaborazione con la Triennale di Milano e il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo.

Nell’opera di Gastel – presentata a partire dal 2014 nella versione integrale intitolata Parlando con voi, ispirata all’omonimo libro di Giovanna Chiti e Lucia Covi (Danilo Montanari Editore, 2013) – le storie professionali, personali e familiari delle singole autrici si intersecano tra di loro attraverso un montaggio alternato incentrato su alcuni temi e interrogativi comuni che assumono di volta in volta risvolti differenti a seconda delle diverse esperienze e poetiche. Nonostante la ricchezza delle diverse interpretazioni, l’atto fotografico si rivela essere per ciascuna delle artiste un’opportunità per mettere in discussione il punto di vista consueto decentrandolo su problematiche relegate ai margini, tanto negli anni Sessanta quanto oggi.

Anoressia nervosa. Residenza Palazzo Francisci, Todi, agosto 2007.

Storie abbandonate, trascurate, oscurate, che nella loro subalternità non conforme si rispecchiano nelle opere delle settantacinque artiste (molte delle quali intervistate da Gastel) che compongono la mostra fotografica. Si tratta di una selezione di quasi duecento fotografie e libri proveniente dalla collezione di Donata Pizzi (esposta per la prima volta alla Triennale di Milano nel 2016) la quale, a partire dai primi anni del Duemila, ha sentito l’urgenza di affrontare la lacuna culturale, istituzionale e professionale nei confronti della fotografia italiana femminile («la più penalizzata dai ritardi del sistema», secondo Pizzi), promuovendone la diffusione e la valorizzazione.

Quattro sezioni compongono la cornice espositiva che abbraccia cinquant’anni della storia italiana in tutte le sue sfaccettature: Dentro le storie; Cosa ne pensi tu del femminismo?; Identità e relazione; Vedere oltre, nelle quali si passa «dalla fotografia di reportage e di denuncia sociale ai rapporti tra immagine fotografica e pensiero femminista; dai temi legati all’identità e alla rappresentazione delle relazioni affettive alle sperimentazioni contemporanee basate sull’esplorazione delle potenzialità espressive del mezzo» (come evidenzia Raffaella Perna nel libro-catalogo della mostra, edito da Silvana Editoriale), dal bianco e nero al colore, dall’analogico al digitale, in un dialogo riflessivo ininterrotto teso tra un passato ancora vivo e un presente che vi si riflette pur mantenendo la propria peculiarità.

In Dentro le storie si passa dai volti e dai corpi dei reclusi negli istituti psichiatrici di Gorizia, colti da Carla Cerati (dalla serie Morire di classe, 1968) a quelli delle famiglie povere nelle Langhe, di Paola Agosti (raccolti nel libro Immagini del mondo dei vinti, 1979), dai processati per reati di mafia di Giovanna Borgese (dalla serie Un paese in tribunale, Italia 1980-1983) ai corpi martoriati dalla mafia fronteggiati da Letizia Battaglia; dall’indagine sullo spazio del welfare di Allegra Martin (dalla serie Welfare Space Emilia, 2012) allo studio dei disturbi alimentari di Simona Ghizzoni (dalla serie Odd Days, 2016), tra i lavori esposti nella prima sezione che dialogano nella loro armonica dissonanza estetica e tecnica, disvelando al pubblico un percorso evolutivo che si nutre di un altro sguardo.

Gea Casolaro

Uno sguardo politico, sessuato, empatico con quello dei soggetti ritratti, affiora anche nella seconda sezione, Cosa ne pensi tu del femminismo?: in cui le autrici si interrogano in particolar modo sulle differenze di genere attraverso un’ottica talvolta documentaristica, come negli scatti in bianco e nero di Liliana Barchiesi (dalla serie Le casalinghe, Milano 1979), talvolta pubblicitaria, come nelle prove di copertina a colori di Agnese De Donato per il numero zero della rivista Effe (1973); oppure storica, come nella rivisitazione delle incisioni del Compedium Maleficarum (1608) di Francesco Maria Guazzo per mano di Libera Mazzoleni (dalla serie Le streghe, 1975-76), un’auto-rappresentazione tesa a denunciare gli stereotipi sessisti come nel dittico Bianca Menna e Tomaso Binga. Oggi spose (1977) di Tomaso Binga.

Se il «travestimento» è una delle tematiche della seconda sezione, nella terza, Identità e relazione, «l’attenzione verso temi legati all’identità e al corpo», rinnovata rispetto ai modelli artistici proposti dalla Neoavanguardia a metà Novecento (a evidenziarlo è Raffaella Perna), si lega soprattutto alla sfera intima e memoriale del sé: Moira Ricci nelle fotografie tratte dalla serie 20.12.53-10.08.04, ad esempio, sceglie di presenziare da adulta all’interno della trascorsa quotidianità familiare fotografica, destinata al lutto materno, attraverso la postproduzione digitale. Tale tema identitario e relazionale si ritrova anche in #13 di Martina Bacigalupo (dalla serie Gulu Real Art Studio, 2013), nella quale la prospettiva concettuale mette in luce gli scarti di una realtà ai margini della consuetudine.

Uno sguardo straniante come quello di Marina Ballo Charmet in #4 (dalla serie Primo Campo, 2000-2002, nella quale sperimenta il primo contatto tattile e visivo con gli altri), tra i lavori dell’ultima sezione, Vedere oltre, nella quale la giustapposizione di arte e fotografia rinnova il suo anacronismo grazie alla contaminazione dei generi, come pure nei lavori di Gea Casolaro e di Rä Di Martino. In Riccardo e I Mostri (dalla serie Visioni dell’Eur, 2002-2006), Casolaro tesse una doppia partitura temporale all’interno di un’unica cornice, nella quale convivono i frames filmici con le immagini personali e quelle tratte dagli archivi delle Biblioteche di Roma, creando così un cortocircuito della visione, in bilico tra l’immaterialità e la quotidianità. Il punto focale della sua sperimentazione è il quartiere dell’Eur, scelto come set cinematografico da molti dei più importanti cineasti italiani – come Michelangelo Antonioni, Elio Petri e Dino Risi – dove è cresciuta e ha vissuto per diverso tempo.

Un interrogativo sui labili confini della percezione affine, per certi versi, a quella proposta da Rä Di Martino in Authentic News of Invisible Thing (Lille) del 2014, scisso in una «riproduzione di un’immagine d’archivio del 1918, conservata all’Imperial War Museum di Londra, che raffigura un gruppo di civili mentre osservano un finto carro armato […] usato nella Prima Guerra Mondiale per ingannare il nemico» e un video che interseca le riprese in bianco e nero, del set nel quale ha ricreato con dovizia di particolari l’immagine riprodotta, con quelle a colori di alcuni passanti imbattutosi in un vero carro armato a Bolzano. Una scissione prospettica generata da un altro sguardo, comune a tutte le opere esposte, che induce alla messa in discussione del punto di vista monolitico e patriarcale, «per capire gli altri e se stessi», attraverso la fotografia concepita alla stregua di «un racconto che necessita di un tempo lento di accumulo», come suggerisce Lisetta Carmi a Giovanni Gastel in Ad occhi aperti.

L’altro sguardo. Fotografe Italiane 1965-2018

a cura di Raffaella Perna

Roma, Palazzo della Esposizioni, 8 giugno-2 settembre 2018

catalogo Silvana Editoriale, 208 pp. ill. b/n e col., 28

Giovanni Gastel

Ad occhi aperti

AFIP International e Metamorphosi Editrice, 70’

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Lucy Bartlett, femminismo e spiritualità all’inizio del ‘900 https://www.alfabeta2.it/2018/07/15/lucy-bartlett-femminismo-e-spiritualita-allinizio-del-900/ https://www.alfabeta2.it/2018/07/15/lucy-bartlett-femminismo-e-spiritualita-allinizio-del-900/#respond Sun, 15 Jul 2018 03:50:52 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17020 Paola Cavallari

Scrivendo nel 1913 su «La Rassegna Nazionale» io ebbi a dire: «Femminismo altro non è che un dar nuova forza ad una delle ali di questa sempre rinascente fenice che è la nuova umanità, perché corra indi innanzi, con pari remeggio, le strade del sole» […] Bisogna ammettere che il femminismo in molti paesi non ha preso questa via della «salute generale»: quasi dalle fasce si è lasciato sviare, tanto che ho potuto intendere benissimo le obiezioni fattemi in Italia da molte persone elevate e liberali di ambo i sessi, le quali affermano che il femminismo ha spesso sul Continente sapore di licenza - che lo si associa con le dottrine del libero amore…. [...]

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Paola Cavallari

Scrivendo nel 1913 su «La Rassegna Nazionale» io ebbi a dire: «Femminismo altro non è che un dar nuova forza ad una delle ali di questa sempre rinascente fenice che è la nuova umanità, perché corra indi innanzi, con pari remeggio, le strade del sole» […] Bisogna ammettere che il femminismo in molti paesi non ha preso questa via della «salute generale»: quasi dalle fasce si è lasciato sviare, tanto che ho potuto intendere benissimo le obiezioni fattemi in Italia da molte persone elevate e liberali di ambo i sessi, le quali affermano che il femminismo ha spesso sul Continente sapore di licenza - che lo si associa con le dottrine del libero amore…. [esso è invece] un giusto spirito, insieme di conservazione e di progresso ….”(pag 47). Sono espressioni con cui Lucy Bartlett (1876- 1922) introduce il “lettore italiano” alla sua opera Il femminismo nella luce dello spirito (a cura di Liviana Gazzetta). Il periodo rappresenta un compendio efficace – anche se circoscritto – di ciò che questa femminista inglese (giunta in Italia dal 1905 ), vissuta a cavallo tra Ottocento e Novecento, e seriamente impegnata in attività politico-assistenziali, si propone di argomentare in quest’opera: una nuova umanità sta sorgendo; per la prima volta le donne possono essere protagoniste nell’edificazione di un mondo di “salute generale”. La maternità, attributo specifico femminile, non abita il profilo ristretto dello spazio famigliare, ma è sigillo dell’inclinazione costitutiva femminile alla cura dell’umanità e al suo sviluppo. L’orizzonte della maternità si allarga, divenendo “sociale”, riallacciandosi a un atavico topos – di cui non so quanto si avesse consapevolezza – che vede sventolare il vessillo: “madri e cittadine”.

La via è illuminata dallo Spirito, piuttosto che dalla Ragione positivistica. L’aspirazione ai valori della trascendenza non è fuga dal mondo, anzi, è il lievito che feconda le virtù civiche più nobili. Le donne di spirito elevato sapranno guardarsi da tentazioni immature contaminate da impulsi dei sensi non sapientemente dominati, e sapranno condurre l’UOMO ( l’umanità) e l’uomo (genere maschile) - di cui la donna è guida spirituale – al vero progresso. “Lo sviluppo femminile”, “lo sviluppo religioso”, “lo sviluppo sociale” saranno i tre cardini di un tragitto al compimento del quale l’ “umanità integrata” dispiegherà le sue ali.

Veramente opportuna e felice l’idea di ripubblicare quest’opera – nel centenario della sua prima edizione in Italia – nella Collana del Coordinamento delle Teologhe Italiane, corredata dalla preziosa nota introduttiva di Liviana Gazzetta, fondamentale per conoscere le coordinate storico-critiche dell’opera.

Gazzetta segnala come attorno alla Teosofia si radunasse una interessante aggregazione di donne europee, colte e consapevoli, assai incuriosite all’approfondimento di una spiritualità libera, autentica, sovrana, sconfinante gli steccati identitari, le barriere delle appartenenze e delle istituzioni ecclesiastiche (androcentriche, non dimentichiamolo ). Bartlett incrociò il pensiero teosofico e l’eco di esso è assai riconoscibile negli scritti; la sua religiosità crebbe dunque in quest’orizzonte completamente aconfessionale, volta all’incontro universale delle fedi, e tale prospettiva si consolidò negli anni, anche se, per lei, il primato di Cristo non era scalfito.

Due sono le osservazioni su cui mi preme riflettere. La prima: è ottima cosa poter disporre di fonti storiche riguardo opere di autrici che, come la stessa Lucy Bartlett, si sono impegnate in un filone di ricerca assolutamente imprescindibile: l’intreccio tra il pensiero femminista e la trascendenza, o meglio l’ avventura della coscienza femminile matura nell’universo spirituale/teologico/sapienziale. Da troppo tempo – ancora – questi due ambiti sono segnati dall’ostracismo reciproco. Il divorzio sembra l’unico modus vivendi tra questi due ordini di discorso, che rimangono pregiudizialmente molto distanti nelle mappe concettuali dominanti. In una società secolarizzata come la nostra, e soprattutto in terra europea, di una genealogia che disseppellisca queste fonti c’è però una vera necessità; anche per l’affacciarsi di correnti di pensiero e di pratiche femministe che si collocano proprio in quest’ intersezione, e di cui il termine “mistica-politica” – rilanciato negli ultimi anni dalla teologa benedettina Antonietta Potente – è la cifra più suggestiva.

La seconda è una considerazione intrinseca al femminile, allora e ora. Come si evince dal brano iniziale della pensatrice inglese, l’idea della maternità entra prepotentemente come nucleo fondativo dell’ “essenza” del femminile. Il libro è disseminato di enunciati che ne restituiscono l’egemonia. Il “primato” del materno è terreno su cui non posso dilungarmi qui, molto complesso e molto discusso (soprattutto nel femminismo della seconda ondata). Ragionando sull’oggi, mi pare che le donne che si professano cristiane ( non il magistero cattolico) evitino, per così dire, il tema ( della maternità come “essenza”). Da un lato una certa ritrosia , d’altro lato una certa epoché consapevole. Alcune donne evangeliche si sono espresse con determinazione per una posizione controcorrente rispetto agli stilemi tradizionalmente giudaico-cristiani. Leggiamo ad esempio: «La maternità è per la donna una limitata fase biologica che richiede da lei determinati comportamenti di assistenza ecc. ma tali comportamenti non determinano per la vita l’essenza della donna. Le chiese e le società conservatrici, che coltivano il culto della maternità, impediscono alla donna di sviluppare pienamente, e in conformità con il senso della creazione di Dio, la propria personalità» : sono parole di Elizabeth Moltmann-Wendel, teologa luterana e madre di quattro figlie.

Tornando a Bartlett, come si evince dal brano citato, sul materno ella non si discosta dalle prospettive essenzialiste dell’epoca, anche lei partecipa al coro che esalta incondizionatamente la dedizione e l’ abnegazione femminile come cifra peculiare solo delle donne, un destino a cui pochissime in Italia (per esempio la scrittrice Sibilla Aleramo) in quella stagione si sottrassero. Giustamente Gazzetta mette in luce che, nell’orizzonte del mondo cattolico, la Nostra ingaggiò comunque una sfida a favore della soggettività delle donne, convinta che la loro soggezione all’uomo impedisse un’ adesione della coppia - unita dal vincolo coniugale eterosessuale - alla missione redentrice per l’umanità. «Se entrambi saranno di tempra spirituale […] sentiranno accrescersi il reciproco amore nel comune riconoscimento di un dovere e amore più alto; ma ovviamente ciò sarà possibile ove l’orientamento di entrambi sia egualmente elevato» (pag 66). In ciò ebbe a scontrarsi con chi interpretava le istanze poste dal femminismo con uno sguardo assai succube della dottrina. Infatti, per Luisa Anzoletti, autorevole esponente nel cattolicesimo femminile dell’epoca, “la donna cristiana non ha rivendicazioni da fare, ma sceglie per sé la debolezza: la vera incarnazione del femminismo cristiano è la «suora di carità», testimone di una fede «che non discute» [sostenendo che ] le virtù di rinuncia e di martirio [sono] necessarie se le donne non vogliono essere la rovina della famiglia e della società”.

Riguardo poi la dislocazione differente, per non dire opposta, in cui le donne cattoliche da un lato e quelle protestanti dall’altro si sono poste rispetto alle svolte politiche-culturali della modernità, la nota introduttiva di Liviana Gazzetta fornisce un altro utile contributo. Le seconde, in consonanza con le chiese evangeliche, trovavano nella svolta culturale del loro tempo una fonte di risorse per l’acquisizione di margini di soggettività e azione nei diritti civili ( tra cui l’accesso al lavoro e all’istruzione); e insieme coglievano spiragli di libertà interiore, di dilatazione della coscienza e di aperture verso un’ autentica trascendenza. Il “risveglio religioso” in area cattolica, invece, risente delle scelte pastorali e dottrinali del magistero; la sensibilità che ne scaturisce è una diffidenza, se non vero e proprio rifiuto, in merito all’esecrabile “rivendicazione dei diritti femminili”. La restaurazione cattolica investe sì sulle donne, ma con tutt’altre strategie e per tutt’altri fini: il genio femminile viene disciplinato sulle orme dei due dogmi mariani ( ottocentesco il primo, novecentesco il secondo); la catechesi ispessisce quel potente manto che già il medioevo aveva modellato per le Madonne della Misericordia e una “Maria” funzionale a questo disegno restauratore ( e poco aderente all’Evangelo) diviene exemplum egemone per le donne. L’esito è scontato: il femminismo cattolico italiano è pressoché inesistente fino al secondo dopoguerra. Il libro di Bartlett non poteva non incontrare in Italia fitte resistenze, che il cambiamento del titolo (quello originale era Sex and Sanctity) non sono bastate a dissipare.

Meriterebbero una riflessione anche altri punti interessanti ed originali, poco conosciuti in Italia: in particolare il tema della scelta del celibato [spinsterhood was a political decision, a deliberate choice , made in response to the condition of sex-slavery, pag 33], che ai miei orecchi riveste una fantasmagoria di curiosità, essendo una provocazione ripresa nell’opera Gyn/ecology, the metaethics of radical feminism, dell’ insuperabile teologa Mary Daly.

Per chiudere: se il femminismo non lo si può definire più con le parole usate da Bartlett (che compaiono nelle prime righe), da un lato datate, d’altro lato troppo inclini al pedagogismo romantico di un’era tramontata, è vero, però, che soprattutto nell’ecofemminismo integrale e nella teologia femminista sono ospitati saperi, categorie concettuali e depositi di pratiche di vita orientate all’ Annuncio della pienezza di vita, nell’orizzonte dello Spirito (Ruah), per donne e uomini. Detto in altri termini, è una rappresentazione che si approssima molto alla sua.

Lucy Bartlett

Il femminismo nella luce dello spirito

a cura di Liviana Gazzetta

Edizioni Nerbini, 2018

pp. 168, euro 16

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Donne malgrado il Sessantotto https://www.alfabeta2.it/2018/07/15/donne-malgrado-il-sessantotto/ https://www.alfabeta2.it/2018/07/15/donne-malgrado-il-sessantotto/#respond Sun, 15 Jul 2018 03:45:36 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17021

Laura Fortini

Sempre aperto e mai concluso il dibattito su cosa sia venuto prima in Italia, il Sessantotto o i piccoli gruppi che tanto hanno contato nel farsi successivo del movimento femminista degli anni Settanta. Difficile ancora oggi dire se venne prima il Demau, gruppo Demistificazione autoritarismo patriarcale che iniziava a riunirsi tra il ‘65 e il ‘66 a Milano o il Sessantotto come movimento collettivo: il volume Donne nel Sessantotto, a firma del gruppo Controparola, colloca le donne alle quali sono dedicati sedici ritratti di vite significative nella sfera dell’eresia, annunciata nel ’63 dalla Mistica della femminilità di Betty Friedan e salutata nel ’68 dai versi che Alba de Céspedes dedicò alle ragazze del maggio francese, come ricorda Maria Serena Palieri nel saggio introduttivo. [...]

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Laura Fortini

Sempre aperto e mai concluso il dibattito su cosa sia venuto prima in Italia, il Sessantotto o i piccoli gruppi che tanto hanno contato nel farsi successivo del movimento femminista degli anni Settanta. Difficile ancora oggi dire se venne prima il Demau, gruppo Demistificazione autoritarismo patriarcale che iniziava a riunirsi tra il ‘65 e il ‘66 a Milano o il Sessantotto come movimento collettivo: il volume Donne nel Sessantotto, a firma del gruppo Controparola, colloca le donne alle quali sono dedicati sedici ritratti di vite significative nella sfera dell’eresia, annunciata nel ’63 dalla Mistica della femminilità di Betty Friedan e salutata nel ’68 dai versi che Alba de Céspedes dedicò alle ragazze del maggio francese, come ricorda Maria Serena Palieri nel saggio introduttivo. Il gruppo Controparola, fondato nel 1992 da Dacia Maraini e autore anche di Donne del Risorgimento (2011), Donne nella Grande Guerra (2014) e Donne nella Repubblica (2016) sempre per Il Mulino, ritiene infatti le donne scelte a rappresentare un periodo così significativo per la storia italiana comunque e sempre eretiche: siano esse l’artista Carla Accardi, la cantautrice Giovanna Marini, la brigatista Mara Cagol, la pedagogista montessoriana Elena Gianini Belotti, oppure Rossana Rossanda, Tina Lagostena Bassi, Emma Bonino, per le quali diviene difficile trovare una definizione univoca che riesca a rappresentare le mille forme del loro impegno; e, tra le molte, quelle forse meno note ma non per questo meno significative come Mira Furlani, che celebra l’eucarestia insieme ad altre nel 1988 a conclusione di un lungo percorso di liberazione teologica; Annabella Miscuglio, regista e fondatrice del Filmstudio a Roma; Perla Peragallo, la cui militanza nel teatro con Leo de Berardinis tanto ha significato per la scena teatrale italiana.

Sono profili di donne appartenenti a storie assai diverse e scritti con passione e competenza in forma di saggio o di intervista, in una sorta di dialogo a più voci: sembra quasi di leggere un romanzo polifonico e singolare, ogni vita a costituire un capitolo anche quando, almeno apparentemente come nel caso di Patty Pravo e Krizia, non sembra aver molto a che fare con il Sessantotto se non come respiro di un tempo del quale molto si parla e i cui esiti continuano a far parte del presente, pure se sembrano lontanissimi nei tratti costitutivi. La cui radicalità appare lontana e quasi irraggiungibile, ma radicale certo fu Franca Viola, che nel ’65 rifiutò il matrimonio riparatore dopo il rapimento e lo stupro. Quella di Amelia Rosselli fu certamente poesia politica e così da lei stessa definita, rivoluzionaria per ritmo e scansione. Lo sputare su Hegel di Carla Lonzi e delle altre fu certo un gesto di rivolta. Le foto di Letizia Battaglia delle vittime della mafia riprese dal basso anziché dall’alto sono state un imprevisto capace di far parlare i corpi e le vite che si volevano silenziare.

Singolarità radicali e rivoluzionarie perché e soprattutto in quanto capaci di significare un periodo, rispetto al quale (per quanto oggi possa sembrare paradossale, e per quanto ciò dia la misura profonda delle trasformazioni avvenute) ha ragione Norma Rangeri quando, nell’editoriale introduttivo al numero monografico del «manifesto» dedicato al 68 delle donne pubblicato lo scorso 11 aprile, osserva che «nessun cambiamento profondo dell’ordine patriarcale classico, alla base di ogni violenza, era all’ordine del giorno del Sessantotto». E Chiara Valentini nel suo ritratto di Carla Lonzi ricorda come in Scacco ragionato Lonzi osservava, con la chiarezza che le era propria, che le giovani donne per approdare al femminismo «hanno dovuto scardinare non poco le parole d’ordine, i miti e i modi sessantotteschi. È stato malgrado il ’68 e non grazie al ’68 che hanno potuto farlo».

Una messa in discussione e una decostruzione del femminile così come il patriarcato l’ha costruito e voluto nei sui assetti di potere, che né Freud né Wilhelm Reich avevano colto come elemento costitutivo di un assetto millenario. Ciò è potuto accadere grazie a una presa di parola che fu politica e che avvenne insieme ad altre, nei piccoli gruppi, nei collettivi, in forme di confronto serrato e a volte infinito che è difficile rendere e che si ritrova oggi anche nelle assemblee di Non una di meno (visibili anche via streaming).

Accanto alle vite individuali e in qualche misura eccezionali, vi fu infatti la miriade di collettivi e gruppi che fece sentire le molte, moltissime che parteciparono protagoniste di una rivoluzione in corso, ognuna capace di radicalità impreviste che hanno messo a soqquadro vite che sembravano predestinate, ma il cui sovvertimento era stata annunciato anche da scelte simboliche come quella di Franca Viola e opere come Dalla parte di lei di Alba de Céspedes, che insieme alle altre scrittrici italiane del dopoguerra ha lavorato a decostruire un femminile mistificante e mistificato (un titolo vale per tutti, La bambolona, del ’67, portato al cinema l’anno seguente).

Ma perché tutto questo divenisse «il Sessantotto delle donne», e nelle donne, è occorso il tessuto connettivo di collettivi come «il manifesto» per Rossana Rossanda, il Movimento di liberazione della donna e i gruppi clandestini per l’aborto di Adele Faccio per Emma Bonino, il gruppo di Rivolta per Carla Lonzi e Carla Accardi, il teatro La Maddalena a Roma con Dacia Maraini e le altre, le riviste («Effe», «Rosa», «DWF DonnaWomanFemme» e prima ancora «Noi donne») e le case editrici come le Edizioni delle donne e La Tartaruga. E di quelle che a tutt’oggi sono le Case delle donne, disseminate in tutt’Italia, come la Casa internazionale delle donne di Roma, che è la più importante e nota, ha origine dall’occupazione nel ’76 da parte dei collettivi femministi romani di palazzo Nardini in via del Governo Vecchio, si trova oggi in via della Lungara ed è oggi sotto attacco da parte del Comune di Roma: molti sono gli appelli in sua difesa, da quello ormai arrivato a 100.000 firme a quello delle donne dell’università che veleggia verso le cinquecento firme da atenei di tutto il mondo.

Lungo il cammino del Novecento che ha visto la rivoluzione femminista continuare, e proseguire anche in questo secolo del nuovo millennio, molta la tenacia che occorre per mantenere pensiero critico e presa di parola politica: le donne continuano ad averla, insieme anche a uomini che hanno partecipato alle manifestazioni contro la violenza sulle donne e per l’autodeterminazione e la libertà femminile. Come poi questo possa divenire rappresentanza è altro discorso, va da sé, ma i punti fondamentali sono tutti qui.

Gruppo Controparola

(Paola Cioni, Eliana Di Caro, Paola Gaglianone, Claudia Galimberti, Lia Levi, Dacia Maraini, Maria Serena Palieri, Linda Laura Sabbadini, Francesca Sancin, Cristiana di San Marzano, Mirella Serri, Chiara Valentini)

Donne nel Sessantotto

il Mulino, 2018, 291 pp., € 23

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Attiviste in Iran sugli schermi e nelle strade. Incontro con Rakhshan Bani Etemad https://www.alfabeta2.it/2018/07/15/attiviste-in-iran-sugli-schermi-e-nelle-strade-incontro-con-rakhshan-bani-etemad/ https://www.alfabeta2.it/2018/07/15/attiviste-in-iran-sugli-schermi-e-nelle-strade-incontro-con-rakhshan-bani-etemad/#respond Sun, 15 Jul 2018 03:40:55 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17023 Marina Forti

Rakhshan Bani Etemad, oggi riconosciuta come una delle figure più autorevoli e innovative della cinematografia iraniana, dice che ad attirarla nel cinema è stato «l'immenso potere delle immagini». Negli anni '70 lavorava alla televisione di stato, spiega: «Era semplicemente un lavoro. Poi però ho cominciato a percepire con quale straordinaria forza le immagini possono indagare le vicende umane». [...]

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Marina Forti

Rakhshan Bani Etemad, oggi riconosciuta come una delle figure più autorevoli e innovative della cinematografia iraniana, dice che ad attirarla nel cinema è stato «l'immenso potere delle immagini». Negli anni '70 lavorava alla televisione di stato, spiega: «Era semplicemente un lavoro. Poi però ho cominciato a percepire con quale straordinaria forza le immagini possono indagare le vicende umane». Diplomata all'Accademia d'Arte drammatica di Tehran nel 1979, anno della rivoluzione che ha cambiato l'Iran, Bani Etemad si è dedicata prima al cinema documentario e poi alla fiction, imponendosi da subito con opere che hanno cambiato il linguaggio del cinema. Regista e sceneggiatrice, ha avuto riconoscimenti in tutto il mondo, dal festival di Cannes a quello di Locarno, a Venezia e molti altri.

L'occasione per incontrare questa gran signora del cinema è stata la rassegna ospitata di recente dal Maxxi di Roma per iniziativa di Asiatica, il festival di cinema dall'Asia. In una sorta di anticipazione (il festival si terrà in ottobre), al Maxxi sono arrivate le copie restaurate di due film ormai considerati dei classici: Nargès, con cui nel 1991 Bani Etemad ha vinto il premio Fajr alla regia (era la prima donna a ricevere il massimo riconoscimento per il conema in Iran), e Sotto la pelle della città (“Zir-e poosht-e shahr”, 2001), oltre a May lady (“Banoo-Ye Ordibehesht”, 1998) e alla sua ultima fiction, Storie (“Ghasse-ha”, 2014, premio per la sceneggiatura al Festival di Venezia), che in qualche modo riprende i film precedenti.

Anche a distanza di anni la forza di questi film è indiscutibile. Nargès ad esempio mostra un amore che culmina in tragedia. È una storia dei bassifondi, dove un giovane rapinatore di professione lavora con una complice più anziana che è anche la sua compagna; ma quando incontra una bellissima giovane (Nargès) fa in modo di sposarla e tenta (invano) di cambiare vita. A rendere dirompente il film è la figura della complice-amante, Afagh, che si vede abbandonare per l'altra: «Quando ho girato Nargès non si era mai vista sugli schermi una figura femminile così, una donna con trascorsi criminali che però mostro in tutta la sua umanità», commenta la regista. «Storie di crimine erano già comparse nel cinema, ma la differenza sta nel mio sguardo, la mia solidarietà verso i personaggi: ho voluto guardare alla complessità umana, non dare giudizi».

Troviamo la stessa capacità di guardare senza moralismi in Sotto la pelle della città. Qui vediamo uno spaccato di proletariato urbano: la protagonista è di nuovo una donna forte, Touba, operaia sfiancata dal lavoro, con un marito invalido e un figlio che sogna di emigrare in Giappone – invece finirà a fare il galoppino per un trafficante di stupefacenti, mettendosi nei guai. Sullo sfondo vediamo un palazzinaro senza scrupoli, una giovane donna che non osa ribellarsi alle botte del marito, una ragazza che fugge di casa per sottrarsi alla violenza del fratello maggiore che pretende di controllarla. «In fondo, tutti questi personaggi sono vittime della società», dice Rakhshan Bani Etemad. Ma non c'è alcuna rassegnazione in quei personaggi, al contrario. Emblematica la scena in cui la figlia adolescente di Touba molla un ceffone al fratello violento dell'amica scappata di casa: «Non riuscivo a immaginare il dialogo tra un esponente di quella mentalità tradizionale e una ragazza della nuova generazione: non c'era comunicazione possibile tra loro. Ho pensato che ci volesse un gesto forte, di rottura: così è arrivato lo schiaffo. Lui resta interdetto, non se lo aspettava», spiega Bani Etemad. Neanche il pubblico se lo aspettava: «Spesso, nelle sale, le donne applaudivano».

Chiedo: oggi farebbe ancora scalpore quello schiaffo? come ha visto cambiare la vita delle donne nella società iraniana? «Il cambiamento più significativo è che oggi le donne parlano in modo molto più aperto e deciso dei loro problemi, di ciò che pensano e che vogliono», risponde Bani Etemad. «Una volta avevano davanti dei tabù infrangibili. Per le donne di certi strati sociali essere picchiate, o peggio violentate, era un'esperienza comune di cui però non si poteva parlare. Oggi se ne parla eccome, una donna non considera più ineluttabile la violenza di un uomo».

Del resto, negli ultimi vent'anni l'Iran ha visto crescere agguerriti movimenti di donne, di cui Rakhshan Bani Ettemad è parte e interprete. Si potrebbe citare il documentario We are half of the Iranian population, girato durante la campagna per le presidenziali del 2009. Il film segue gruppi di attiviste che chiedono ai candidati di pronunciarsi sui diritti sociali, il lavoro e la libertà delle donne (tutti avevano accettato di rispondere davanti alla telecamera salvo Mahmoud Ahmadi Nejad, poi rieletto per un secondo, contestato mandato). «Il ruolo dei movimenti delle donne in quelle elezioni è stato molto importante», osserva Bani Ettemad. Negli anni precedenti si era sviluppata una campagna per i diritti civili contro le leggi che discriminano le donne, ad esempio nel diritto di famiglia, e «in quel movimento erano presenti donne di diverse estrazioni, religiose e non. Questo ha permesso al movimento di mettere sul tavolo le proprie rivendicazioni in modo molto forte». Come sappiamo, il voto del giugno 2009 fu seguito da un'ondata di proteste senza precedenti, represse con forza. «Così durante il secondo mandato del presidente Ahmadi Nejad molte attiviste sono state arrestate, e altre hanno deciso di lasciare l'Iran. Il movimento si è disperso. Ma anche se da allora non si è ripetuta un'esperienza organizzata di quel livello, la battaglia delle donne continua in forme diverse».

Quanto a lei, negli anni bui di Ahmadi Nejad aveva deciso di non fare più cinema: «Lo sguardo critico era pesantemente scoraggiato, e io non volevo sottopormi alla trafila per ottenere i permessi delle autorità», spiega Rakhshan Bani Etemad. «Però mi mancava un cinema che indagasse sulla società, mi mancavano i miei personaggi. Allora ho provato a immaginare dove fossero andati a finire. Ho girato diversi film brevi, con gli stessi attori e stessi personaggi di alcuni miei vecchi film: sono andata a vedere come erano diventati, cosa fanno ora. Ho scritto le sceneggiature in modo che fossero correlate, i brevi film creavano una nuova storia». Così è nato Storie (“Ghasse-ha”). «Girare dei film non è vietato, dunque non avevo fatto nulla di illegale; è per distribuire che bisogna ottenere il permesso. Ma sapevo che non un mio film non sarebbe stato autorizzato, e ho deciso di non presentarlo. Il ministero della cultura sapeva che stavo facendo qualcosa, ma finché non chiedevo di distribuirlo non potevano dirmi nulla: e questo li faceva imbestialire».

Così il film è rimasto a lungo nel cassetto: «Non volevo distribuirlo all'estero prima che fosse autorizzato in Iran», spiega la regista. L'imprimatur è arrivato con l'amministrazione del moderato presidente Hassan Rohani, e nel febbraio 2014 Storie è stato presentato al Fajr, il più importante festival di cinema dell'Iran. Ma le difficoltà non erano finite, «ci sono voluti ancora quasi due anni perché il film arrivasse nelle sale», spiega la regista. Perché? «Per le pressioni da certi gruppi».

La vicenda di Storie illustra bene i paradossi di un paese dove la cultura è il principale terreno di attacco delle correnti più oltranziste del sistema politico. «Il governo oggi è più aperto, ma le pressioni possono venire da altri poteri e gruppi di pressione informali, che alla fine influenzano anche le scelte del ministero», spiega Bani Etemad. Chi sono? Gruppi di deputati conservatori, giornali legati a correnti ultraconservatrici: nel caso di Tales l'attacco era partito da un giornale legato alle Guardie della rivoluzione, che l'aveva definito un film “sedizioso”. Allora i distributori si erano tirati indietro.

«Il problema sono le regole non scritte. Un film può rispettare certe norme formali, ad esempio che un uomo e una donna non devono mai neanche prendersi per mano, ma anche così può proporre uno sguardo sul mondo che non piace ai censori». Lo sguardo critico di Bani Etemad non è gradito ai guardiani dell'ortodossia, questo è chiaro. «Ma anche quando c'è l'autorizzazione, tutto dipende dall'atmosfera politica del momento. È così anche per i libri, la musica, il teatro: può succedere che un concerto viene autorizzato a Tehran ma viene sospeso nella conservatrice città di Mashhad perché qualche influente gruppo religioso ha fatto obiezioni. Non sappiamo mai con chi abbiamo a che fare». Il cinema riflette le incertezze dell'Iran. Anche per questo gli artisti cercano vie alternative per diffondere e finanziare le proprie opere.

Rakhshan Bani Ettemad però si dice ottimista: nel cinema iraniano vede crescere «giovani talenti che hanno molte cose da dire. E riusciranno a dirle, perché alla fine nessun film resta nel cassetto».

]]> https://www.alfabeta2.it/2018/07/15/attiviste-in-iran-sugli-schermi-e-nelle-strade-incontro-con-rakhshan-bani-etemad/feed/ 0 La matassa digitale e il futuro del libro https://www.alfabeta2.it/2018/07/15/la-matassa-digitale-e-il-futuro-del-libro/ https://www.alfabeta2.it/2018/07/15/la-matassa-digitale-e-il-futuro-del-libro/#respond Sun, 15 Jul 2018 03:35:03 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17024 Andrea Comincini

È un pericolo imparare per frammenti; bevi a fondo, o evita la fonte delle Muse: a brevi sorsi intossica il cervello, a larghi sorsi ci ritorna il senno”. La riflessione è del celebre poeta settecentesco Alexander Pope, e introduce non casualmente il lettore a L’età della frammentazione di Gino Roncaglia, studioso e filosofo da anni impegnato a districare “il grande disordine sotto il cielo”, la matassa digitale ormai parte integrante del mondo della scuola e dell’educazione. [...]

]]> Andrea Comincini

È un pericolo imparare per frammenti; bevi a fondo, o evita la fonte delle Muse: a brevi sorsi intossica il cervello, a larghi sorsi ci ritorna il senno”. La riflessione è del celebre poeta settecentesco Alexander Pope, e introduce non casualmente il lettore a L’età della frammentazione di Gino Roncaglia, studioso e filosofo da anni impegnato a districare “il grande disordine sotto il cielo”, la matassa digitale ormai parte integrante del mondo della scuola e dell’educazione.

Lavoro complesso e corposo per la varietà dei temi e le sfide raccolte, ma contemporaneamente semplice e lineare nel provare a dare risposte di buon senso su poche ma sostanziali domande: che fine sta facendo il libro? Quale educazione sarà auspicabile programmare, e in che modo? Come e dove guidare gli studenti, i professori stessi, e la scuola in generale in un mondo frastornato da più input contrastanti, e all’apparenza poco interessato all’istruzione emancipante?

Roncaglia prova a tracciare un quadro generale, e lo fa con la sistematicità tipica del filosofo: suddiviso in tre parti, il lavoro affronta la differenza tra contenuti dell’informazione e veicoli della stessa, metodologie e pratiche didattiche in gioco tra learning content e flipped classroom, ecosistema digitale, discovery tools e testo classico didattico – fino ad attraversare la storia intera di internet e della sua gestazione, parallelamente a un’altra, più conosciuta perché antichissima, quella del libro. Tutto questo, per un obbiettivo colossale ma altrettanto essenziale: costruire i cittadini del futuro attraverso un impianto educativo adatto alle emergenze attuali, dove per emergenze si intendono gli stimoli continui del mondo digitale e i cambiamenti – qualcuno li considera addirittura antropologici – tra l’antica aula di scuola e le piattaforme multitasking presenti in tablet e cellulari.

Due punti emergono dall’intera analisi: prima di tutto va ristabilita una verità, e cioè la possibilità di riformulare l’offerta digitale non attraverso contenuti granulari, ma in formati complessi e multifunzionali, capaci di consentire una ristrutturazione articolata delle informazioni esposte; secondo, la consapevolezza che la nuova rivoluzione culturale, sia dentro sia fuori dalla scuola, non potrà escludere “il vecchio” libro per dare posto solo al digitale, ma dovrà integrare entrambi e produrre una conoscenza plastica e in continua evoluzione. Le antiche gerarchie del sapere non sono più utili già dagli anni settanta, quando il libro didattico veniva contestato perché strumento politico di trasmissione del potere: Roncaglia, giustamente, sottolinea anche l’aspetto governativo delle scelte da operare, le quali non crescono mai in un terreno astratto e non possono produrre nulla di fruttuoso se non annaffiate quotidianamente. Ambienti di apprendimento, aule multimediali, biblioteche rinnovate e ripensate sono solo la base per programmare la scuola a venire: ciò che serve principalmente è il dispiego di tutte le forze – docenti, studenti, ma anche famiglie e operatori culturali – nella direzione adatta a rendere l’istruzione efficace.

Se una parola d’ordine può essere segnalata, nell’intero lavoro di Roncaglia, questa è flessibilità: capire che le risorse digitali granulari non sono necessariamente “una caratteristica essenziale dell’ecosistema digitale, ma la caratteristica contingente di una sua fase evolutiva”, è il primo passo per liberarsi da fastidiosi stereotipi per cui il libro cartaceo è quasi una icona sacra mentre un tablet o una lavagna mediatica producono solo analfabeti funzionali. Un esempio di successo e integrazione tra dispositivi avviene con il courseware, dove le lezioni del docente si integrano e si espandono con slide, tabulati, schede digitali e persino ricerche esterne, superando l’impostazione educativa ideologica che vedeva “la cultura” calarsi dall’alto, senza discussione critica o contestualizzazione, al fine di approfondire ciò che Roger Seguin nella guida dell’Unesco sull’elaborazione dei testi scolastici, definisce “ruolo di strutturazione e organizzazione dell’apprendimento”.

In questa varietà di posizioni ci sono autori più severi, ovviamente, e meno propensi a dare credito al digitale: Contro il colonialismo digitale di Roberto Casati o in Come diventare vivi di Giuseppe Montesano, l’utilizzo dei cellulari o tablet in classe è consigliato previa massima cautela, riscontrando e sottolineando gli effetti negativi manifestati durante l’apprendimento da quanti eccedono nell’uso di display e simili. Considerazioni utili, integrantesi a vicenda, e fondamentali per ricostruire una scuola non solo appetibile, ma volta verso una formazione che non può concludersi nelle aule scolastiche, né veicolare le informazioni in libri statici, monouso, in un pianeta in grado di rielaborare le notizie in poche ore, costantemente. Il lavoro di Roncaglia non è solo una mappa con la quale orientarsi, né un vademecum per futuri cambiamenti, ma è già ora parte della rivoluzione auspicata, e dunque lavoro da leggere approfonditamente perché, tornando a Pope, informazione e cultura non possono essere un giocattolo con cui trastullarsi, pena l’avvelenamento e la perdita della propria identità, non solo culturale ma anche etica.

Gino Roncaglia

L’età della frammentazione. Cultura del libro e scuola digitale

Laterza, 2018

pp. 236, euro 18

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Michael Pollan e la nuova scienza psichedelica https://www.alfabeta2.it/2018/07/15/michael-pollan-e-la-nuova-scienza-psichedelica/ https://www.alfabeta2.it/2018/07/15/michael-pollan-e-la-nuova-scienza-psichedelica/#respond Sun, 15 Jul 2018 03:30:24 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17025

Bernardo Parrella

Quanto siamo vicini a un mondo in cui la terapia psichedelica sia sancita e applicata dai medici, e come potrebbe operare un sistema di questo tipo? E perché mai lo stesso trattamento dovrebbe funzionare per disturbi apparentemente così diversi tra loro, quali depressione, dipendenza e ansia?

Queste alcune delle domande-chiave sulle potenzialità del revival psichedelico (sintetizzate in un articolo del novembre scorso) affrontate a fondo dal nuovo libro di Michael Pollan, How to Change Your Mind: What the New Science of Psychedelics Teaches Us About Consciousness, Dying, Addiction, Depression and Transcendence. [...]

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Bernardo Parrella

Quanto siamo vicini a un mondo in cui la terapia psichedelica sia sancita e applicata dai medici, e come potrebbe operare un sistema di questo tipo? E perché mai lo stesso trattamento dovrebbe funzionare per disturbi apparentemente così diversi tra loro, quali depressione, dipendenza e ansia?

Queste alcune delle domande-chiave sulle potenzialità del revival psichedelico (sintetizzate in un articolo del novembre scorso) affrontate a fondo dal nuovo libro di Michael Pollan, How to Change Your Mind: What the New Science of Psychedelics Teaches Us About Consciousness, Dying, Addiction, Depression and Transcendence. A poco più di un mese dalla sua uscita negli Stati Uniti, tante le recensioni e le interviste apparse su pubblicazioni di ogni tipo, come pure i podcast e le discussioni online, oltre ad aver scalato rapidamente la classifica dei bestseller del New York Times e di Amazon.com. Aggiungendo lo strascico di rilanci sui social media e il tutto esaurito delle presentazioni in librerie da una costa all’altra del Paese (fino a Londra), è stato già raggiunto l’obiettivo primario del libro: informare in dettaglio e ampliare al meglio il dibattito pubblico su queste sostanze (senza voler suggerire comportamenti illegali di alcun tipo, visto che trattasi tuttora di “droghe proibite”).

Pollan è un giornalista-saggista alquanto noto (anche in Italia) per i suoi precedenti bestseller su questioni d’attualità affrontate con piglio decisamente originale, tra cui In difesa del cibo, Cotto, Il dilemma dell’onnivoro. Quest’incursione nell’ambito psichedelico, per quanto apparentemente lontana dalle sue precedenti indagini, in realtà ne integra il percorso non-lineare teso a indagare l’evoluzione biologica e culturale della nostra specie in stretta simbiosi con le altre specie e la natura in generale, fino ad affrontare l’eterno enigma della formazione della coscienza. Poiché «far parte del mondo naturale è un’attività reciproca», sostiene Pollan, l’ingestione di funghi magici, ayahuasca e altre piante psicotrope (dalla cui sintesi chimica sono poi derivati Lsd, Mdma e altri composti) rimane parte importante di questo rapporto reciproco fin dalla notte dei tempi. La pratica di sperimentare stati alterati di coscienza merita quindi un’esplorazione a tutto tondo proprio qui e ora, nel contesto contemporaneo occidentale, dove la nuova scienza psichedelica offre buone promesse per la ricerca scientifica e le malattie mentali, e fors’anche per il benessere dell’umanità e del pianeta stesso.

Si tratta di un bel tomo (oltre 460 pagine, di cui le ultime 50 per note, glossario e bibliografia), in parte dedicato alle esperienze di uno «psiconauta improbabile», come si auto-definisce l’autore, alle prese con sessioni a base di Lsd, psilocibina, Dmt e ayahuasca, sotto l’assistenza di guide esperte per quanto underground. Passaggi obbligati questi per capire davvero se e quali siano le qualità di simili “medicine per la mente”, sia per rinnovare il campo delle neuroscienze sia per validare una visione del mondo meno materialista. E portano a riflessioni personali come la seguente:

Se non altro, queste esperienze mi hanno insegnato che è la nostra struttura psichica a contrapporsi tra noi stessi e nuove incredibili dimensioni di esperienza, sia relative al mondo esterno che alla nostra mente. La consapevolezza è qualcosa di ben più grande dell’ego, e possiamo apprezzarla non appena quest’ultimo si azzittisce. Questa dissoluzione dell’ego (o trascendenza) non va affatto temuta, bensì diventa il prerequisito verso qualsiasi progresso spirituale.

Pur mostrandosi scettico riguardo ai resoconti di taglio mistico (o finanche religioso) proposti in passato da note figure, tra cui l’autore britannico Aldous Huxley o lo psicologo americano William James, neppure Pollan può dunque evitare di ricorrere alla medesima terminologia per descrivere “l’ineffabile” delle sue stesse esperienze. Da navigato giornalista sta però ben attento a non cadere nella trappola dell’evangelizzazione – come è stato invece il caso di Al Hubbard, che tra il 1951 e il 1966 si stima abbia fornito legalmente l’Lsd a circa seimila individui in Usa ed Europa, e poi dell’etnobotanico visionario Terence McKenna scomparso nel 2000 – la cui eccessiva disinvoltura ha inconsapevolmente contribuito alla messa fuorilegge di queste sostanze e al conseguente blocco delle promettenti sperimentazioni scientifiche avviate degli anni ’50 e ’60. Né mancano le ripetute critiche a quel bagaglio socioculturale – lo stigma– che gli allucinogeni si portano dietro fin da certi eccessi della controcultura innescati da Timothy Leary, docente a Harvard poi trasformatosi in guru dell’acido, inclusa l’isteria mediatica e le leggende urbane sui danni irreversibili al cervello e l’ondata di suicidi (eventi mai comprovati).

In ogni caso, gran parte del testo Pollan rimane impegnato a scandagliare con rigoroso piglio investigativo le recenti indagini scientifiche e i test clinici in corso nel mondo anglofono, intervistando ripetutamente i ricercatori e gli esperti in prima linea: da Robin Carhart-Harris, co-responsabile delle prime scansioni high-tech del cervello umano sotto Lsd realizzate nel 2016 all’Imperial College londinese, al factotum della Maps (Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies), Rick Doblin, fino alla massima autorità nel campo della micologia, l’autodidatta ed eclettico Paul Stamets. Un intero capitolo è dedicato alle odierne terapie psichedeliche autorizzate, riportando le riflessioni dei pazienti (e loro famigliari) coinvolti nei test in corso alla New York University e alla John Hopkins University di Baltimora sull’uso della psilocibina per alleviare l’ansia dei malati di cancro terminali, e alte sperimentazioni contro la dipendenza da nicotina (ancora alla Johns Hopkins) e da alcol (presso l’Università del New Mexico). Si tratta per lo più di resoconti positivi e promettenti, forieri di ulteriori studi relativi a un maggiore numero di soggetti, passo obbligato nel lungo processo verso la terapia legalizzata. E pur passando in maniera fluida da un aspetto all’altro dell’intricato percorso psichedelico, i vari capitoli del libro aderiscono a un inesorabile fact-checking ed evitano i toni semplicistici, senza nascondere rischi o problemi e proponendo un percorso multidisciplinare basato su un approccio sempre scettico e prudente.

Se c’è una conclusione che si può trarre dal libro, riguarda infatti l’urgente necessità di proseguire al meglio le sperimentazioni a tutto campo, evitando «certi facili entusiasmi della comunità psichedelica, ieri come oggi», come ha insistito Pollan anche nelle presentazioni dal vivo, inclusa quella tenuta al campus dell’Università del New Mexico ad Albuquerque a cui ero presente. Ennesimo evento da tutto esaurito: oltre 400 persone, per lo più di mezza età e a maggioranza femminile, insieme a gruppi di studenti e altri dell’ambiente accademico locale. A conferma del fatto che comunque sia il target primario di How to Change Your Mind sembra rimanere la middle-class americana bianca, soprattutto quanti poco o nulla sanno del percorso psichedelico dipanatosi nell’ultimo mezzo secolo. E pur a fronte del dibattito su pro e contro di queste sostanze innescato dal successo mediatico-commerciale del libro, resta da vedere se e quanto ciò potrà effettivamente “liberalizzare” le conseguenti terapie, al di là di pochi test clinici basati su criteri assai stringenti per i pazienti qualificati, i quali poi ricevono solo parziali rimborsi-spese e assai onerosi per gli enti che li promuovono, costretti a chiedere donazioni ovunque. La speranza è che, insieme all’avanzare della cannabis legale in molti Stati americani (e a breve anche in Canada, dopo l’Uruguay), l’efficacia terapeutica dimostrata dalle “droghe” psichedeliche possa far breccia in un proibizionismo che sembra scricchiolare ma vanta ancora il cruciale sostegno politici e legislatori Usa, se non più della maggioranza dei cittadini.

Michael Pollan

How to Change Your Mind: What the New Science of Psychedelics Teaches Us About Consciousness, Dying, Addiction, Depression and Transcendence

Penguin Press

pp. 480 $ 28

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Donatoni, il primato del pensiero https://www.alfabeta2.it/2018/07/15/donatoni-il-primato-del-pensiero/ https://www.alfabeta2.it/2018/07/15/donatoni-il-primato-del-pensiero/#respond Sun, 15 Jul 2018 03:25:37 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17027 foto di Andrea Politi

Paolo Carradori

Una bella scommessa quella del G.A.M.O. (Gruppo Aperto Musica Oggi) e del suo Ensemble diretto da Francesco Gesualdi, scovare nelle partiture di tre compositori di generazioni diverse ma legate tra loro da rapporti di insegnamento didattico, Franco Donatoni (1927-2000), Alessandro Solbiati e Luca Antignani, possibili tracce comuni, legami estetici. [...]

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foto di Andrea Politi

Paolo Carradori

Una bella scommessa quella del G.A.M.O. (Gruppo Aperto Musica Oggi) e del suo Ensemble diretto da Francesco Gesualdi, scovare nelle partiture di tre compositori di generazioni diverse ma legate tra loro da rapporti di insegnamento didattico, Franco Donatoni (1927-2000), Alessandro Solbiati e Luca Antignani, possibili tracce comuni, legami estetici. Un’idea solo apparentemente semplice ma che in realtà smuove tematiche complesse che riguardano metodologia pedagogica, l’autonomia dell’allievo nel proprio sviluppo creativo. Oppure domande del tipo: quali e quante forme, suoni, codici e strutture, rimangono (in)consciamente nell’allievo? Il loro sistematico superamento recide il cordone ombelicale con il maestro? E qui ci fermiamo.

Tutto prende le mosse in realtà da un paradosso, dalla nota posizione di Donatoni…non si può insegnare a comporre…Che poi lo stesso risulti tra i maggiori didatti contemporanei (tra i suoi allievi oltre Solbiati, Sinopoli, Romitelli, Verrando, Cardi e molti altri) poco conta, quell’affermazione ci racconta un problematico rapporto con la musica con tutte le relative contraddizioni e ambiguità. Molta letteratura critica ci invita a leggere, suddividere in due fasi il suo percorso creativo, un periodo negativo (dagli anni ‘ 50 ai ’70) e uno positivo (dagli ’80). Il giovane Donatoni, dopo le ingenuità bartóchiane (per dirla con Bortolotto) si avvicina a Webern, al serialismo, all’amico-nemico Cage, ma più che alla ricerca su suono e timbro, punta a scavare nella materia lontano da ogni cifra stilistica. Evidenzia in questo modo la fine dell’avanguardia ben prima di altri, mette in gioco sul piano esistenziale l’essere compositore, esprime un’angosciosa sfiducia riguardo al proprio ruolo creativo. Un periodo di depressione acuisce questa fase, per Donatoni la musica diviene mezzo di autoanalisi. Sembra funzionare perché attraverso un suo libro del 1980 “Antecedente X” il compositore si apre ad una nuova prospettiva, meno automatica e astratta a favore dello sviluppo di figure compositivo-ritmiche, pannelli, articolazioni e modalità che si aprono a visioni immaginifiche. Se può risultare comodo suddividere le fasi compositive di Donatoni un trait d’union le accomuna, la presenza costante del pensiero in una drammaturgia e una scrittura rigorosa a garanzia di una narrazione profonda e inventiva.

E di pensiero è intriso il sestetto Arpège (1986) che ci presenta l’Ensemble Gamo, che si apre con un pianoforte saltellante e leggero, prima che fiati, corde e percussioni lo spingano in sottofondo. Il brano si caratterizza per cicliche rotazioni di ambienti sonori ora morbidi ma anche improvvisamente contrastati. Gli strumenti si fondono insieme in astrattismi sublimi, grovigli nervosi, emergono anche da soli ma dando sempre l’impressione di non avere vie d’uscita. Le corde si muovono come onde di un mare mai calmo, il pianoforte torna con forti progressioni ritmiche ma rimane sempre in un sottofondo mosso. Tutti i quadri di Arpège sono tra loro concatenati in una logica compositiva che spinge gli strumenti a dialogare in una complessa trama ritmica, ma anche ad allontanarsi, scontrarsi. Questo scenario crea una tensione che attraversa tutta l’opera fino alla sospensione finale che lascia un piacevole sapore agrodolce di incompiutezza. L’ ensemble diretto da Francesco Gesualdi ci regala una esecuzione rigorosa ma contemporaneamente agile e attenta a sottolineare i passaggi, i repentini cambi di immagini sonore.

Il sassofono baritono è uno strumento bellissimo, luccicante, ingombrante. Il suono è grave e caldo, molto umano, fa corpo con l’esecutore, una sua propaggine. Alessandro Solbiati lo sceglie (nella prima stesura c’era il clarinetto basso) per la nuova versione di Mi lirica sombra (1993-2015) per sax baritono e sette strumenti che succhia stimoli ed emozioni dalla poesia di García Lorca. É la voce perfetta che si muove struggente sulle ombre scure dell’ensemble, sugli impasti di corde e percussioni. La drammaturgia del brano gioca su questo continuo interscambio a volte drammatico ed epico, a volte lirico e riflessivo. Il sax graffia con forza la superficie della musica, evoca la voce del poeta, la bellezza della parola che si batte come forza rivoluzionaria. L’ensemble strumentale è un’umanità a volte lontana ma ciclicamente affascinata dalla voce del poeta, si incontrano, si scontrano, si fondono fino a quando nel climax dell’opera il sax lancia un urlo che le corde riprendono e trasfigurano.

Le nuove versioni del 2018 di Monomanies per cinque strumenti e Les murs de Jean per sette strumenti di Luca Antignani evidenziano una musica filigranata, elegante, attraversata da sibili misteriosi. Suites ricche di movimenti ritmici, che vivono di propria vita autonoma ma vanno anche ad accumularsi, a montare, come tessere di un puzzle immaginifico, un’architettura pulsante che le contiene tutte. Qui si potrebbero ipotizzare alcune convergenze con le figure musicali di Donatoni positivo, in quei pannelli articolati e le relative correlazioni. Ma potrebbe essere solo una suggestione. Ogni movimento di Antignani nasce da un gesto-suono come traiettoria, indicazione di un qualcosa di prevedibile, promesse però spesso disattese. Questa discontinuità è il sottile gioco che il compositore costruisce con l’ascoltatore e rende le opere piacevoli pur nella loro fragilità.

Festival del Maggio Fiorentino

GAMO ENSEMBLE

Direttore Francesco Gesualdi

Sax baritono Jacopo Taddei

Sara Minelli flauto – Francesco Darmanin clarinetto – Iacopo Carosella clarinetto basso – Marco Farruggia percussioni – Antonino Siringo/Giovanna Gatto pianoforte – Camilla Insom viola – Giorgio Marino violoncello – Marco Facchini/Paolo Del Lungo violini

Teatro del Maggio sabato 7 luglio 2018

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Alfagiochi / Via, ip, oplà: opere giocabili https://www.alfabeta2.it/2018/07/15/alfagiochi-via-ip-opla-opere-giocabili/ https://www.alfabeta2.it/2018/07/15/alfagiochi-via-ip-opla-opere-giocabili/#respond Sun, 15 Jul 2018 03:20:59 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17029

Antonella Sbrilli

C’è tempo fino all’11 novembre 2018 per visitare la prima edizione del festival Play, che si svolge nella città belga di Kortrijk (Courtrai).
Curato da Hilde Teerlinck (Han Nefkens Foundation, Barcellona) e da Patrick Ronse (Be-Part, Platform for contemporary Art, Waregem), il festival è dislocato in diciassette punti della cittadina, dove i visitatori incontrano le opere degli artisti invitati.
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Antonella Sbrilli

C’è tempo fino all’11 novembre 2018 per visitare la prima edizione del festival Play, che si svolge nella città belga di Kortrijk (Courtrai).
Curato da Hilde Teerlinck (Han Nefkens Foundation, Barcellona) e da Patrick Ronse (Be-Part, Platform for contemporary Art, Waregem), il festival è dislocato in diciassette punti della cittadina, dove i visitatori incontrano le opere degli artisti invitati.

Intercettando l’onda lunga del gioco, che si insinua negli allestimenti di mostre e musei e nella forma stessa di tante opere d’arte attuali, le opere presenti a Kortrijk sono tutte opere giocabili.

L’anno scorso, a Roma, al Chiostro del Bramante, migliaia di visitatori hanno visitato la mostra Enjoy, esplorando come fossero i padiglioni di un parco giochi gli ambienti creati dagli artisti: uno di loro, Martin Creed è presente anche a Kortrijk con uno spazio pieno di palloncini verdi (Work No. 262: Half the air in a given space), che provocano in chi lo percorre un mix di memorie infantili e leggera claustrofobia.

Giochi classici - di competizione, d’azzardo, di disorientamento, di simulazione - sono riletti in chiave paradossale, ironica, politica, con l’idea che il gioco mette a disposizione dell’arte contemporanea un repertorio di pratiche relazionali ben stratificate nella cultura e pronte a essere riattivate in tante varianti.

Scivoli erbosi su cui rotolare, letti e divani giganti, campi da calcio pieni di dislivelli, giostre ipnotiche, anche una gabbia in cui rinchiudersi per del tempo (a pagamento), bandiere da riassemblare come puzzle: sul sito del festival si può scorrere l’elenco delle opere, quello dei luoghi in cui si trovano, e quello degli autori e delle autrici (quaranta in tutto), fra cui Pipilotti Rist, Carsten Höller, Priscilla Monge, Carlos Amorales.

Una scelta internazionale di tutto rispetto - una specie di Giochi senza frontiere senza competizione a squadre, ma diffusa nel territorio - con tanti nomi di artisti legati alle forme del gioco. Fra di loro, anche l’artista il cui nome, anagrammato, dà il titolo a questa rubrica.

Chi vuole giocare a individuare il nome e a proporre altri anagrammi dei partecipanti a Play, può scrivere a redazione@alfabeta2.it; su Instagram e Twitter account @alfabetadue e hashtag #alfagiochi.

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Alfadomenica #2 – luglio 2018 https://www.alfabeta2.it/2018/07/08/alfadomenica-2-luglio-2018/ https://www.alfabeta2.it/2018/07/08/alfadomenica-2-luglio-2018/#respond Sun, 08 Jul 2018 04:00:50 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=16999 La giornata di un (quasi) scrutatore è il titolo (quasi) calviniano del commento di Fabio Salomoni alle recenti elezioni in Turchia, con cui apriamo l'Alfadomenica di oggi. Un Alfadomenica molto corposo, che ha al suo centro la poesia, con cinque raccolte a firma di Gherardo Bortolotti, Maria Grazia Calandrone, Biagio Cepollaro, Vincenzo Ostuni e Enrico Testa, recensite rispettivamente da Massimiliano Manganelli, Giovanna Frene, Giorgio Mascitelli, Luigi Severi e Patricia Peterle. [...]

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La giornata di un (quasi) scrutatore è il titolo (quasi) calviniano del commento di Fabio Salomoni alle recenti elezioni in Turchia, con cui apriamo l'Alfadomenica di oggi. Un Alfadomenica molto corposo, che ha al suo centro la poesia, con cinque raccolte a firma di Gherardo Bortolotti, Maria Grazia Calandrone, Biagio Cepollaro, Vincenzo Ostuni e Enrico Testa, recensite rispettivamente da Massimiliano Manganelli, Giovanna Frene, Giorgio Mascitelli, Luigi Severi e Patricia Peterle. Completano il sommario un'anticipazione da Ollivud di Andrea Inglese, un intervento di Benedetta Saglietti sulla rassegna musicale Le vie dell'amicizia e l'Alfagola di Alberto Capatti.

Buona lettura!

Fabio Salomoni, Istanbul. La giornata di un (quasi) scrutatore

Giovanna Frene, Maria Grazia Calandrone, che cos’è il bene?

Massimiliano Manganelli, Gherardo Bortolotti, epica al microscopio

Giorgio Mascitelli, Biagio Cepollaro, il corpo al centro dell'inverno

Patricia Peterle, Enrico Testa, fuori da ogni dove

Luigi Severi, Vincenzo Ostuni, verso una comune presenza

Andrea Inglese, Ollivud

Benedetta Saglietti, Riccardo Muti, tra Kiev e Ravenna la musica è ambasciatrice di pace

Alberto Capatti, Alfagola / Orale

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