Alfabeta2 https://www.alfabeta2.it Spazio di intervento culturale Sun, 27 May 2018 04:00:02 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.6 https://www.alfabeta2.it/wp-content/uploads/2018/01/a2-big-100x100.png Alfabeta2 https://www.alfabeta2.it 32 32 Alfadomenica #4 – maggio 2018 https://www.alfabeta2.it/2018/05/27/alfadomenica-4-maggio-2018/ https://www.alfabeta2.it/2018/05/27/alfadomenica-4-maggio-2018/#respond Sun, 27 May 2018 04:00:02 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=16855 Il festival di Cannes si è chiuso da poco e l'Alfadomenica di oggi si apre con tre film passati sulla Croisette, DogmanSolo e Le livre d'image, recensiti rispettivamente da Roberto Silvestri, Mariuccia Ciotta e Lorenzo Esposito. Accanto al cinema, l'arte, con due articoli di Serena Carbone (su Laura Grisi) e di Manuela Gandini (su Gian Luigi Colin), e la politica: no, non l'Italia - sulla cui incerta situazione proporremo presto alcune riflessioni - ma la Turchia, che si avvicina al voto (a firmare l'intervento è Fabio Salomoni). [...]

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Il festival di Cannes si è chiuso da poco e l'Alfadomenica di oggi si apre con tre film passati sulla Croisette, DogmanSolo e Le livre d'image, recensiti rispettivamente da Roberto Silvestri, Mariuccia Ciotta e Lorenzo Esposito. Accanto al cinema, l'arte, con due articoli di Serena Carbone (su Laura Grisi) e di Manuela Gandini (su Gian Luigi Colin), e la politica: no, non l'Italia - sulla cui incerta situazione proporremo presto alcune riflessioni - ma la Turchia, che si avvicina al voto (a firmare l'intervento è Fabio Salomoni). In chiusura, l'Alfagola di Alberto Capatti - ma questa volta, la ricetta dovrete scriverla voi.

Prima di chiudere, un annuncio: il 31 maggio alle 18 presso la Fondazione Mudima di Milano si inaugura la mostra Il 1968 tra cronaca e storia di Giangiacomo Spadari, le cui opere corredano anche Il '68, primo titolo del progetto editoriale ALFABETA MATERIALI, da alcuni giorni in libreria. Il volume, lo ricordiamo, viene inviato gratis agli iscritti all'Associazione Alfabeta in regola con la quota 2018, mentre i soci sostenitori riceveranno tutti e quattro i titoli di quest'anno.

A chi ci darà o riconfermerà il suo sostegno e la sua fiducia, grazie! E a tutti, buona lettura!

Il sommario

Roberto Silvestri, Cannes 2018 / Dogman, cronaca nera in chiave di fiaba

Mariuccia Ciotta, Cannes 2018 / Solo"back to the future" della New Hollywood

Lorenzo Esposito, Cannes 2018 / Le speranze restano immutabili (Le livre d'image di Jean-Luc Godard) 

Serena Carbone, Le stanze fenomeniche di Laura Grisi

Manuela Gandini, Gli stracci di Colin, quel che resta del giorno

Fabio Salomoni, Elezioni in Turchia: tamam o devam

Alberto Capatti, Alfagola / La ricetta scrivetela voi!

]]> https://www.alfabeta2.it/2018/05/27/alfadomenica-4-maggio-2018/feed/ 0 Cannes 2018 / Dogman, cronaca nera in chiave di fiaba https://www.alfabeta2.it/2018/05/27/cannes-2018-dogman-cronaca-nera-in-chiave-di-fiaba/ https://www.alfabeta2.it/2018/05/27/cannes-2018-dogman-cronaca-nera-in-chiave-di-fiaba/#respond Sun, 27 May 2018 03:55:01 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=16856

Roberto Silvestri

Non è Henry pioggia di sangue, Dogman. Niente paura. Marcello (Marcello Fonte) non tirerà mai fuori accette o sega elettrica facendo schizzare il sangue dappertutto come un qualunque Pomarancio. Come potrebbe fare questo il simpatico e valoroso compagno, difensore del centro sociale occupato del cinema Palazzo a Roma? Se lo immaginiamo alle prese con tanti cani non possiamo che paragonarlo a Jerry Lewis di Dove vai sono guai (Frank Tashlin, 1963) a cui certamente Fabio Nunziata, il più umorista dei sei sceneggiatori del film (il regista Matteo Garrone compreso) avrà pensato. [...]

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Roberto Silvestri

Non è Henry pioggia di sangue, Dogman. Niente paura. Marcello (Marcello Fonte) non tirerà mai fuori accette o sega elettrica facendo schizzare il sangue dappertutto come un qualunque Pomarancio. Come potrebbe fare questo il simpatico e valoroso compagno, difensore del centro sociale occupato del cinema Palazzo a Roma? Se lo immaginiamo alle prese con tanti cani non possiamo che paragonarlo a Jerry Lewis di Dove vai sono guai (Frank Tashlin, 1963) a cui certamente Fabio Nunziata, il più umorista dei sei sceneggiatori del film (il regista Matteo Garrone compreso) avrà pensato.

Non a caso si tratta di un buddy movie, di un duello (hanno scritto da western) tra Marcello e Simone (che è un non meno ispirato Edoardo Pesce), pensato piuttosto come aggiornato anello mancante tra l'estetica Marvel-Jeeg Robot (lo scontro all'ultimo sangue tra il bene e il male) e l'estetica Dogma, anche se a un certo punto spunta una pistola e spara. Ma il rigoroso francescanesimo espressivo sempre promesso (proprio come nei film “scandalo” di von Trier) si intuisce solo nel fuori campo.

Il servo? L'uomo da marciapiede? Il fiume rosso? No, c'era troppa psicologia, ormai datata, e un noioso studio sul complicato rapporto di potere tra due uomini che si amano, turbolentemente, come qui Marcello e Simone, in quei classici.

Per avere un'idea più precisa del film, immaginatelo come Il colosso d'argilla (Mark Robson, 1956), che era liberamente ispirato all'odissea americana del pugile Primo Carnera, il gigante rintronato da spremere e poi gettar nel bidone della spazzatura.

L'idea, l'high concept vincente, il colpo di genio di Matteo Garrone che ha rapito il mega-produttore Jeremy Thomas, è però quello di capovolgere le cose e di trasformare proprio chi spreme “la macchina che fa soldi”, nell'eroe dolce e delicato del film. Non fa niente per sé, in fondo, Marcello fa tutto per la sua bambina, per assecondarne qualunque desiderio. È un padre altruista. Ucciderebbe, perfino se gli strappassero via quei 10 mila euro sudatissimi, promessi e necessari a portarla fino a Hurgada. Alla barriera corallina.

Come in una sceneggiata. Perché i figli, si sa, sono pezzi di cuore. E non è proprio lì dove il deserto etico ed estetico si fa più squallido, nelle periferie italiane di oggi, soprattutto in quelle dove Garrone è più a suo agio, che Italo Calvino indicava la geografia più appassionante e adatta a scovare, inaspettata, la bellezza?

Nell'unica scena solare del film, una lunga e lenta carrellata all'indietro, molto vistosa, forma una specie di lettera J sul terreno, anche se il ricciolo in basso va a destra e non a sinistra, come fosse un “anti Jesus”.

Il protagonista del film per una volta è solo, senza l'adorata figlia, affidata alla madre, dopo il divorzio (sottinteso: un'ingiustizia che fa uscire fuori di testa ogni maschio latino, è l'ossessione latente in molto cinema italiano d'autore contemporaneo), senza barboncini da acconciare, senza immersioni da sub in giro per il mondo stile National Geographic.

Marcello esce dal suo negozio-laboratorio accanto all'oreficeria, a un passo dal mare, saluta camminando i vicini, il loro bimbo e cagnetto, e si avvia felice nel luogo di incontro del quartiere, un bar rigonfio di speranza, pardon di slot machine, dove è membro stimato e riconosciuto della comunità e perfino apprezzato attaccante del locale team calcistico.

Gli amici di Marcello, si saprà più tardi, il barista, l'orefice, sono tutti contro Simone, l'ex pugile, picchiatore, teppista, ladro, rapinatore, drogato, che deve soldi a molti, che è una specie di anti Golem e non si vede l'ora che si spenga. O che qualcuno lo spenga. Il modo ci sarebbe, l'occasione si presenterà. Marcello, però, opportunista fino al masochismo, non parlerà. A costo di farsi un anno di prigione, quasi innocente.

Quel piano sequenza a J capovolto è come una misteriosa “firma di Zorro”. Una cicatrice interiore tracciata da Matteo Garrone sul corpo di una fiaba per il resto grottescamente tragica, dal cupo procedere dark, a montaggio incalzante veloce come i serial tv dove non sai mai quale cattivo scegliere, affogata nei colori gelidi e sinistri di Nicolai Bruel, come un “neo-noir” sconsacrato, tutto e solo declinata come è “al maschile” (il noir rompeva le simbologie sessuali dominanti, qui se ne prendono in prestito le forme, le ombre, le atmosfere sinistre e morbose, ma come diceva Mattoli contro il neo-realismo, vi si aggiunge poi solo un neo per imbellettare il tutto).

Una fiaba dunque molto liberamente ispirata a un fatto di cronaca nera e vera. Uomo semi-buono uccide uomo tutto cattivo (l'ex pugile grosso e tonto, non solo perché schiavo della cocaina e di una super-mamma apparentemente virago, ma forse perché il demoniaco è così, ce lo hanno insegnato Transformers, Avengers e Toxic Avenger). Lì alla Magliana, quartiere popolare di Roma. Qui a Castevolturno, sulla costiera più abbrutita dalla speculazione edilizia del casertano. Mostri tra Mostri.

Il semi-buono così lo fa a pezzi, lo brucia, cerca di far sparire il cadavere, dopo un ingegnoso ma poco convincente tranello, e con gli strumenti del suo mestiere. L'accettazione della vita fin dentro la morte però, più che all'erotismo di Bataille, nella penultima sequenza, fa pensare a come i franchisti garrotavano i ribelli antifascisti. Primi piani, direbbe Daney, abietti. Ma oggi pare piacciano, sono poeticamente, artisticamente abietti.

“Liberamente” ispirato vuol dire anche che qui Marcello non fa a pezzi Simone. Che il protagonista è molto più basso e gracile e indifeso del vero autore del delitto. E che, per la prima volta nella storia del cinema, l'assassino, anche se per vendetta, per legittima difesa aggravata e forse per proteggere la proprietà privata, violata da una soggettività troppo esuberante e strapotente, non prende a calci i cani, anzi li lava, adora e adorna come nessun altro al mondo. Garrone è un genio dello stereotipo capovolto. Ma.

Dicono che per impedire ai prepotenti di picchiare i medici e gli insegnanti, o ai ragazzi e ai terroristi di sparare col mitra nei licei e ovunque bisognerebbe armarsi. Forse hanno ragione, ci dice il film, piuttosto annoiato dall'ipotesi (ideologica?) che a un certo punto attraversa gli abitanti della zona si possa pensare di fare qualcosa insieme, in collettivo, per fermare quella forza della natura maligna di Simone prima che sia troppo tardi. Cane di paglia era un racconto morale. Uccidere chi cerca di ucciderti. Commovente nel raccontarci, senza mai intervenire e accompagnarci nella comprensione del film, la forza interiore di qualunque radical chic che quando è necessario quello “chic” (la proprietà privata) lo butta volentieri tra le ortiche. Protegge un principio di individualismo democratico. Non un viaggio a Hurgada, individualista e celibe.

Qui Garrone non lascia mai un attimo solo lo spettatore, come il prete che spiega ai ragazzi a voce alta come leggere le immagini del film che gli mostra. “Qui Marcello ha ragione, qui non tanto. Qui è proprio delicato. Qui fa bene a curare la ferita di Simone”. Eccetera. Terrorizzato dall'idea di una lettura obliqua delle sue immagini. Per esempio. Un piccolo borghese commerciante che sfrutta dapprima la forza lavoro proletaria di Simone per arricchirsi senza fare nulla e poi lo elimina. Un classico. Solo che Griffith, un genio del cinema populista, lo avrebbe additato all'obbrobrio pubblico. Populismo vuol dire essere dalla parte di chi lavora (sia proletario che borghese) contro i nullafacenti che si arricchiscono alle loro spalle (i banchieri, gli usurai, i politici corrotti, i bamboccioni, le multinazionali o, come in questo caso i carcerati e chi partecipa a piccoli crimini contro la proprietà defilandosi sempre o partecipandovi solo per compiere il miracolo della resurrezione del cane congelato).

Una amicizia virile metropolitana che si carica, deterritorializzata com'è, lentamente di vaghe passione sado-maso più serie passioni “euro”, e sulla tre-quarti, apre improvvisamente un vuoto psicodinamico nel racconto, quando nei normali buddy movie d'azione, o nelle fiabe, il protagonista si trova nella più grande difficoltà e deve cavarsela per approdare all'happy end. Ma l'efferato omicidio commesso dal canaro della Magliana proprio in quel “vuoto”, nel fuori campo della cella, in quella tre quarti, diventa solo premeditata caccia al bottino. Inutile che Garrone poi si sforzi di trovare tutte le attenuanti generiche per salvare quel che lui considera un “grande artista” (quel che fa Sorrentino nell'equipararsi a Berlusconi contro tutti i “loro”, perché i loro sottofondi dark valgono l'estasi), sebbene maledetto (e sebbene vincitore di premi canini, solo grazie ai consigli infantili di altri). E che a me sembra solo un esecutore di impulsi e vibrazioni alla moda. Sono i conti che contano. Gli amici del popolo oggi pensano solo ai 10.000 che gli hanno scippato.

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Cannes 2018 / Solo, “back to the future” della New Hollywood https://www.alfabeta2.it/2018/05/27/cannes-2018-solo-back-to-the-future-della-new-hollywood/ https://www.alfabeta2.it/2018/05/27/cannes-2018-solo-back-to-the-future-della-new-hollywood/#respond Sun, 27 May 2018 03:50:06 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=16860

Mariuccia Ciotta 

Il compendio stellare è già una “recensione”, Ron Howard regista, Lawrence Kasdan sceneggiatore pioniere di Guerre stellari, Kathleen Kennedy, produttrice di E.T., George Lucas, il guardiano del canone, l'ideatore della saga, e Walt Disney, o almeno la sua ombra riflessa nei titoli di coda.

Mondo decolorato, “preistoria” cinematografica in quasi bianco e nero, origini del mito anni Settanta, la travolgente fase due della New Hollywood, a caccia di imperialisti galattici e amici di mostri e robot. [...]

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Mariuccia Ciotta 

Il compendio stellare è già una “recensione”, Ron Howard regista, Lawrence Kasdan sceneggiatore pioniere di Guerre stellari, Kathleen Kennedy, produttrice di E.T., George Lucas, il guardiano del canone, l'ideatore della saga, e Walt Disney, o almeno la sua ombra riflessa nei titoli di coda.

Mondo decolorato, “preistoria” cinematografica in quasi bianco e nero, origini del mito anni Settanta, la travolgente fase due della New Hollywood, a caccia di imperialisti galattici e amici di mostri e robot. In controluce il fantasma di Han Solo/Harrison Ford, il fuorilegge dello spazio, ladro e allergico all'ordine delle corazze bianche, dalla parte dei partigiani. Solidale con il guerriero che si toglie la maschera irta di spunzoni, penne e zanne e rivela il viso di una ragazzina lentigginosa, una specie di Pippi Calzelunghe finita su Marte. Il capo della resistenza è lei. E fa parte idealmente della pattuglia dei piccoli clandestini, futuri combattenti, di Star Wars, gli ultimi Jedi. Sognano anche loro le pecore elettriche di Philip K. Dick, così come gli androidi che hanno un loro diritto d'esistere, difeso con energia dal robot L3-37, una che si è fatta da sé, cioè si è assemblata pezzo per pezzo in un accrocco di ruggine e ossa meccaniche, insuperabile navigatore dell'universo.

Lo schermo notturno e nebbioso fa intravedere appena il futuro post-umano, grazie a Bradford Marcel Young, direttore della fotografia african-american, candidato all'Oscar per Arrival, che inabissa la macchina da presa tra pianeti-spazzatura e bettole dove si gioca d'azzardo, tutto fradicio e logoro, gemello della baraccopoli di Ready Player One. Spielberg aleggia.

Lo spin-off, secondo titolo della serie “Star Wars Anthology”, è stato presentato a Cannes fuori concorso, e va alle origini dell'incontro fatale di Luke Skywalker e Obi-Wan Kenobi con il miglior pilota del Millennium Falcon, l'anarchico Han Solo che qui ha 18 anni e una faccia ben pettinata (Alden Ehrenzeich) come i capelli della sua partner Qi'ra (Emilia Clarke), orecchino di perla e l'aria da giovane manager. I due spiccano nella loro umanità elementare in una società cosmica fatta di esseri repellenti con la testa in giù chiusi in una bottiglia o dalle braccia ramificate o a forma di mantide religiosa. La carne rosea della coppia è segno di speranza in un ritorno sulla Terra, se ancora esiste, minacciata com'è dalle truppe imperiali e da commercianti di fiale luminescenti e radioattive, a cominciare da Woody Harrelson, doppiogiochista, dalla compagna Thandie Newton e dal baro di poker futurista – le carte sono schede di ferro – Lando Calrissian (Donald Glover, rapper, sceneggiatore, comico).

Inseguimenti rocamboleschi, sparatorie, esplosioni e tutto il repertorio del genere sono attutiti nell'eco di un'epopea che rimane memoria di un'altra epoca, quella che Lawrence Kasdan conosce bene, e che sa ancora di Chiamami Aquila. Ma Phil Lord e Christopher Miller, chiamati in un primo momento a dirigere Solo: A Stars Wars Story, non amavano Kasdan e cercarono di rottamarlo sul set. George Lucas non era d'accordo, né Kathleen Kennedy, né Disney e neanche io. La notizia del cambio di regista in corsa ha suscitato grandi proteste, meglio gli autori della serie tv The Last Man of Earth, registi di Piovono polpette e The Lego movie, che Ron Howard, quello di Happy Days e di Frost/Nixon, di Splash e Cocoon. Il cinema, però, resiste, è ancora fabbrica di metamorfosi e di spettri armati, di navi spaziali che inseguono o fuggono e di eredi bambini. Chi meglio di Ron per realizzare il più paradossale dei “back to the future”? Un prequel di Guerre Stellari può essere raccontato solo da un cineasta che ha dimestichezza proprio con lo stile New World che Lucas assorbì, e che Roger Corman insegnò ai teenager, come Howard, tra fine anni '60 e inizio '70. Ritmo, umorismo, esplosioni, donne forti e una vena inossidabile di principi sovversivi. E allora ecco che rivediamo in sovrimpressione alle prime avventure di Han Solo classici dell'inseguimento pre-spazial: Cards, Cads, Guns, Gore and Death, il corto di Ron Howard del '69 e soprattutto Grand Thieft Auto (Attenti a quella pazza, pazza Rolls Royce), il suo esordio nel lungo al cardiopalma del 1977. L'anno di nascita di Star Wars.

 

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Cannes 2018 / Le speranze resteranno immutabili (Le livre d’image di Jean-Luc Godard) https://www.alfabeta2.it/2018/05/27/cannes-2018-le-speranze-resteranno-immutabili-le-livre-dimage-di-jean-luc-godard/ https://www.alfabeta2.it/2018/05/27/cannes-2018-le-speranze-resteranno-immutabili-le-livre-dimage-di-jean-luc-godard/#respond Sun, 27 May 2018 03:45:25 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=16862

Lorenzo Esposito

Non è la prima volta che Jean-Luc Godard per parlare d’immagine parla prima di tutto di ciò che attiene al tatto. Non proprio di un ‘occhio tattile’ tuttavia, nel lavoro di JLG ci possono essere grafi, grafie, tavolozze Fauves rinvenute direttamente nel ventre dell’immagine – ma mai metafore. No, semplicemente parla delle mani. Lang Rossellini Hitchcock. [...]

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Lorenzo Esposito

Non è la prima volta che Jean-Luc Godard per parlare d’immagine parla prima di tutto di ciò che attiene al tatto. Non proprio di un ‘occhio tattile’ tuttavia, nel lavoro di JLG ci possono essere grafi, grafie, tavolozze Fauves rinvenute direttamente nel ventre dell’immagine – ma mai metafore. No, semplicemente parla delle mani. Lang Rossellini Hitchcock. In rapida successione. Mani. Non solo per voltare le pagine del livre o per ‘scrivere’ l’image o per scorrere la pellicola (anche leccarla come Jerry Lewis, parte della storia fisiologica del tatto è nella lingua, nella saliva). Mani come condizione primaria dell’umano. “La vraie conditíon de l’homme: penser avec ses mains”.

Invero, nulla di meno pacifico. Le dita sono cinque e la composizione origina risultati non preventivabili. Da un lato l’archivio e il suo sistema morale, dall’altro la dannazione di chi decide di intraprendere il viaggio tra immagine e parola senza dire stronzate (“pour ne pas faire caca”/”no bullshit”). Un incubo in una notte di tempesta – i fatti, gli eventi reali, visti come esperienza non di ciò che si fa, ma di quello che non si fa (JLG lo ripete come un mantra durante la scorribanda via face-time che ha scosso dal suo torpore il festival di Cannes e che in mancanza di meglio chiamiamo ancora conferenza stampa). Nulla a che vedere con la parola tanto in voga fake, al contrario un tentativo estremo di maneggiare la bellezza attraverso l’apparentemente dimenticato romanticismo della menzogna come passage per la verità (Benjamin, n’est-ce pas?).

La sequenza di Johnny Guitar, con la sua semplicità e ambiguità al cubo, giunge come un lampo: l’amante dice all’amata dimmi delle bugie, cioè delle verità in forma di menzogne, ripetimi le tue frasi d’amore con l’odio di chi sa di mentire perché dice la verità. “La guerre est lá”. (È appena scomparso Philip Roth che amava ripetere una cosa come capire la gente non è vivere, vivere è capirla male). Godard, che molto tempo fa aveva rifatto la scena in Le Petit soldat, teneramente ce la mostra. È il primo capitolo di Le livre d’image: Remakes. Che, appunto, diventano rim(ak)es. Ma il poeta è il primo a sapere l’abisso di inconciliabilità contenuto in ogni rima, un secondo un’ora un giorno corrispondono a un giorno una vita l’eternità. Seguono tortura, punizione, l’innocente che paga per colpe non sue. Questo succede a chi cerca di decifrare l’imagine, tragicamente mette altra realtà nella realtà. Come se nulla fosse Godard giunge qui subito al punto cruciale (e subito, alla sua maniera, se lo mette alle spalle): “nessuna attività diventa un’arte prima che la sua epoca, il suo tempo non sia finito, e allora scompare”. Per questo si può non smettere di chiedere che cos’è il cinema, che forse non è neppure ancora un’arte, e che ha questa capacità di giocare a scomparire, di saltare a piè pari epoche e tempi inventando continue sparizioni. Ma ciò non toglie l’orrore delle leggi, la fine della democrazia, la fine del sogno di riscatto degli umiliati e degli offesi… Ciò non toglie questa Europa senza virtù né futuro…

Così la prima parte dell’ultimo Godard, Le livre d’image, che il Festival di Cannes, senza saper bene che fare, onora della palma d’oro special a conferma lampante di genericità e medietà dei festival tutti. La prima parte, ovvero sotto gli occhi dell’Occidente. Il film è da subito e fino alla fine un trattato di stereofonia, che delocalizza lo spazio uditivo attraverso il rincorrersi e incrociarsi e sovrapporsi delle voci delle frequenze dei volumi (mix oltreumano che ha la follia e il desiderio di un’ulteriore salto mortale, visto che JLG e la sua équipe lo hanno pensato appositamente per la sola sala Lumière di Cannes, e ora sono al lavoro per rifarlo daccapo e presentare il film ogni volta come un happening – “in qualche piccola sala di cultura o in qualche circo” dice ironicamente il già citato Godard versione face-time). E che diffonde l’energia pluri-auricolare sull’immagine stessa - estratti da film propri e altrui, brani anonimi cine-tv e Internet, quadri, grafie, illustrazioni, libri, pennellate, sbavature – scegliendone sempre la versione peggiore, sgranata, decomposta, bruciata dal sole, colata a picco, non più supportata dal supporto, smagnetizzata, graffiata, sradicata. Spesso lo stesso frame, la stessa immagine viene modificata in asse, sformata deformata riformattata, 4:3 e 16:9, cinema tv cinema tv cinema… (non c’è lo spazio necessario, ma andrebbe pensata la vicinanza di Le livre d’image a un film come Vent d’est, non solo per la struttura, lo vedremo, bipartita e la trama, proprio la nervatura tragica e politica insieme, ma per quest’opera di continuo auto-sabotaggio del film e dell’immagine e del ruolo stesso del cineasta, con cui Godard sembra voler ritrovare nell’apparente disfunzionalità del corpo del film il corpo vivo, se è ancora da qualche parte vivo, dello spettatore, chiamato non certo a decifrare la folla di segni parmi nous, quanto piuttosto a liberarsi della propria normatività di decifratore o interprete, e invece fare esperienza della continua disfatta dell’immagine per giungere a essere un’immagine. Da cui il famoso “non è un’immagine giusta, è giusto un’immagine”, che più recentemente Godard ha chiosato spiegando che “i miei film si inseriscono in una corrente della sinistra europea che vola di disfatta in disfatta, in un bello slancio romantico”. Romanticismo che diviene ora il perno di Le livre d’image)…

Fino al capitolo 5, non a caso intitolato La Région Centrale, vertigine che apre al secondo lunghissimo blocco tutto dedicato al mondo arabo, o meglio alla “heureuse Arabie”. Ma intanto l’omaggio a Michael Snow – a quella sua sublime e interstellare esplorazione dello spazio capace di lanciare il tempo oltre stesso, di spalancarlo, squarciarlo dall’interno – ricongiunge il film al suo inizio: quando il tempo è fuori sesto, quando manca a se stesso, quando non abbiamo più nulla da aspettarci, “ci sono cinque dita, la mano”. E le mani bisogna sporcarsele e tornare a parlare del mondo arabo, nucleo da sempre decisivo e non certo per la tragedia che intende finire di stringerlo nella morsa (uno dei film più profetici di tutta la storia del cinema è e resta Ici et ailleurs, firmato da Godard con Anne-Marie Miéville a metà degli anni settanta). Il mondo arabo che non è l’Islam, sia detto in principio. Principio gioioso, appunto. Mentre il cristianesimo è il rifiuto di conoscersi, “la morte del linguaggio”. Qui lo sfogliare il libro dell’immagine araba (da Edward Said a Pasolini all’orrore attuale) è per Godard un modo per spogliarla della violenza con cui viene rappresentata, vista solo politicamente o confusa col Medio Oriente, perché in fondo né il mondo né i mussulmani sono interessati agli Arabi. “Les arabes peuvent-ils parler?” Gli arabi possono parlare? Non so in quanti oggi abbiano la stessa lucidità e insieme tenerezza di porsi questa domanda come fa Godard. Di ricordarsi come questa voce araba, fatta di paesaggi e colori d’infinita intensità, ha saputo e sa dire cose giuste, trovare il volume giusto per dirle. Proprio questa è l’immagine che si cerca di cancellare e di evitare che accada, è un modo per prolungare il giogo. Che orrore.

Ora il film, Le livre d’image, è un fiume in piena, una colata di marca strettamente pittorica e musicale, dove Godard sembra voler dire che è solo l’arte del contrappunto a produrre una melodia. Le livre d’image non crede nella musica d’accompagnamento, ma nell’interruzione, nell’eco, nella deflagrazione, nel viaggio coraggioso fra le macerie (l’Aldrich di Kiss Me Deadly appare quasi subito e anche il Tourneur di Berlin Express). Uno dei pochi, Godard, ancora a credere che il conflitto non è fatto solo per distruggere. Anzi è qui che un’armonia possibile va ricercata. È anche, questo passaggio, lo sprofondamento più romanzesco del film. Il sogno. Le mille e una notte. La città di Dofa. Esempio immaginario che riporta l’immagine alla sua realtà politica. “La scusa d’ogni ambizione politica è quella di fingere di sacrificarsi per il bene del popolo quando il popolo non ha chiesto nulla se non di vivere in pace”. Ma soprattutto, come diceva Brecht, “solo il frammento porta il marchio dell’autenticità”. Siamo alla corsa finale, una delle più commoventi mai viste al cinema. Ci vorrebbero libri interi di immagini, ma di nuovo il cinema sembra capace di questo paradosso fatto di fulmineità e durata. Godard parla e la sua voce si spezza, la cede a Anne-Marie Miéville, la riprende rauco, tossisce. In gioco c’è il soggetto stesso, la necessità di una rivoluzione (“il doit y avoir un revolution”). Sapere che quando si parla a se stessi si parla con la voce di qualcun altro che si rivolge a noi stessi. E se questo è il segreto dell’immagine, allora le nostre speranze, le speranze di una vita, resteranno. Resteranno immutabili. Come la sequenza del ballo tragico dionisiaco romantico da Le Plaisir di Max Ophüls che chiude le livre d’image.

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Le stanze fenomeniche di Laura Grisi https://www.alfabeta2.it/2018/05/27/le-stanze-fenomeniche-di-laura-grisi/ https://www.alfabeta2.it/2018/05/27/le-stanze-fenomeniche-di-laura-grisi/#respond Sun, 27 May 2018 03:40:16 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=16864

Serena Carbone

Come in una cosmogonia pagana, nelle opere di Laura Grisi, acqua, terra e aria si combinano per costruire un universo il cui linguaggio tende all'infinito.

L'artista – morta nel settembre dello scorso anno, ma la cui data di nascita non è nota – attraversa la seconda metà del Novecento, e i confini di quell'Europa nella quale era cresciuta si dilatano fino a comprendere gli Stati Uniti, Le Ande, il Sud America, l’Africa, la Polinesia. [...]

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Serena Carbone

Come in una cosmogonia pagana, nelle opere di Laura Grisi, acqua, terra e aria si combinano per costruire un universo il cui linguaggio tende all'infinito.

L'artista – morta nel settembre dello scorso anno, ma la cui data di nascita non è nota – attraversa la seconda metà del Novecento, e i confini di quell'Europa nella quale era cresciuta si dilatano fino a comprendere gli Stati Uniti, Le Ande, il Sud America, l’Africa, la Polinesia. Nata a Rodi, infatti, frequenta prima l’Ecole des Beaux Arts di Parigi, poi la Scuola d’Arte di Roma e nel momento in cui incontra e sposa il documentarista Folco Quilici, quando non è in viaggio, vive tra la capitale e New York. Negli anni Sessanta tiene le sue prime mostre in gallerie italiane come Il Segno, l’Ariete e La Tartaruga, arriva quindi il riconoscimento all'estero, prima in Germania e poi negli Stati Uniti alla corte di Leo Castelli; partecipa alla Quadriennale di Roma (1965, 1973, 1986),  alla Biennale di Venezia (1966, 1986), alla mostra Contemporanea al parcheggio di Villa Borghese (1974), e oggi le sue opere si trovano al MOMA, al Brooklyn Museum, al Van Abbemuseum, alla GAM di Torino, alla GNAM di Roma. Nonostante questo, dagli anni Novanta in poi, il suo nome è caduto nell'ombra. E così ancora una volta la Galleria P420 di Bologna spazzola contro pelo la storia dell'arte e porta alla luce un'artista che con la sua ricerca abbraccia le atmosfere pop degli anni Sessanta dirigendosi poi nel corso del tempo verso linguaggi più performarivi in cui esplora lo spazio per ricercarne una possibile misurazione o piuttosto un'ipotesi di infinito. L'architettura non invasiva della galleria accoglie una decina di opere che si collocano al suo interno con ampio respiro, con rigore e compostezza come se imponessero, ora, a noi, di misurarne l'atmosfera. E seppur l'infinito suggerito dalla poetica lascia adito all'immaginazione di vagare pur di colmare il vuoto che intorno alla sua idea si crea, le opere incanalano lo sguardo verso un approccio di tipo matematico in cui il calcolo e le sue variabili divengono elementi per relazionarsi all'infinito stesso. E il numero si fa gesto, e il calcolo probabilità estenuante al limite dell'impossibile. Come si misura la natura? Come si esprime il suo respiro? La sua linfa? Il suo humus?

«Non mi interessavano quadri o sculture che contenessero l’aria, la terra o l’acqua. Non volevo che l’aria, la terra o l’acqua diventassero oggetti. Volevo ricreare l’esperienza dei fenomeni naturali», così si legge nel catalogo a cura di Germano Celant dedicato a Laura Grisi e pubblicato nel 1989. Nonostante infatti – e per necessità – le opere acquistino una dimensione fisica, la componente primitiva, ancestrale, quasi animista emanata ne sopprime il peso e conduce lentamente verso altre strade: e così dal più concreto periodo pop, in cui alla pittura su tela si affiancano pannelli mobili, strutture in legno, trasparenze in plexiglass e luci al neon, come nelle opere in mostra Seascape (1966) e Sunset Light (1967), si passa tra il 1968/69 all'ineffabile, al contingente, all'atmosferico e nascono: Wind Room, Rain Room, Air Room, Antinebbia, Refraction, Drops of Water, Stars, Rainbow, opere in cui l'elemento tecnologico si combina perfettamente con quello naturalistico. E avviene la definitiva consacrazione dello spazio in quanto durata, durata infinita, in cui l'artista si immerge per tentarne la paziente misurazione e probabilmente conoscenza, come nel video The measuring of Time, dove una singola sequenza a spirale la mostra nel deserto intenta a contare uno per uno i granelli di sabbia.

Se delle stanze fenomeniche rimane la memoria fotografica impressa nei cataloghi del tempo, in mostra vi sono opere successive come Pebbles (1973), in cui Laura Grisi esplora e fotografa tutte le combinazioni possibili (120) di piccole cinque pietre e Blu Triangles (1981), dove una colomba percorre uno spazio blu che assomiglia tanto a quello di un cielo, ma il suo volo è frammentato, impedito da dei limiti, delle linee che si iscrivono in quello che in matematica chiamano il triangolo  di Sierpiński: esso viene generato per sottrazione, attraverso una successione illimitata di rimozioni  che illustrano un procedimento che non avrà mai fine, perché infinito.

Laura Grisi

HYPOTHESIS ON INFINITY

P420, Bologna

7 aprile - 2 giugno 2018

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Gli stracci di Colin, quel che resta del giorno https://www.alfabeta2.it/2018/05/27/gli-stracci-di-colin-quel-che-resta-del-giorno/ https://www.alfabeta2.it/2018/05/27/gli-stracci-di-colin-quel-che-resta-del-giorno/#respond Sun, 27 May 2018 03:35:23 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=16867

Manuela Gandini

Come immobili testimoni della commedia umana, i sudari sporchi di Gian Luigi Colin – esposti alla Triennale di Milano alla personale curata da Bruno Corà e Aldo Colonetti – creano un’atmosfera opaca e solenne. Sono quadri astratti, dai colori sfumati su sfondo azzurro. Potrebbero sembrare grattacieli o scorci metropolitani che sfumano con il primo sonno della notte. [...]

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Manuela Gandini

Come immobili testimoni della commedia umana, i sudari sporchi di Gian Luigi Colin – esposti alla Triennale di Milano alla personale curata da Bruno Corà e Aldo Colonetti – creano un’atmosfera opaca e solenne. Sono quadri astratti, dai colori sfumati su sfondo azzurro. Potrebbero sembrare grattacieli o scorci metropolitani che sfumano con il primo sonno della notte. Ma anche stati d’animo di rassegnazione, passioni smorzate e silenzi indotti. Da dove vengono in realtà questi quadri intitolati “Sudari” figli dell’era post-umana? Sono la sintesi delle dinamiche collettive, del flusso inarrestabile della vita, degli avvenimenti stampati su carta. L’artista Colin – giornalista e art director del Corriere della Sera e del settimanale La Lettura – ha vissuto quattro lustri nella redazione di via Solferino. Ha impaginato eventi, cronache di disastri, attentati, omicidi, fallimenti, incidenti. Ha percepito le pulsazioni convulse del pianeta delimitando lo spazio tra le colonne del giornale, la densità delle parole e il protagonismo dell’immagine. Ha geometrizzato i fatti degli anni di piombo, della Milano da bere, della seconda repubblica, costantemente a bagno nella tragedia e nella storia, in equilibrio tra ufficialità e ribellione. Ma non è stato cannibalizzato dalla società-spettacolo. L’ha usata, l’ha deformata e “detournizzata”. Come ha scritto Gianni Riotta, è come un monaco tibetano che appena finito di comporre un mandala lo distrugge. E’ così che Colin ha staccato, appallottolato e stropicciato i manifesti elettorali deformando i volti dei politici che di giorno aveva impaginato. Ha vivisezionato notizie, immagini, pubblicità, riducendole in poltiglia. Ha passato la vita tra le parole e le immagini, immagazzinando quotidianamente l’energia prodotta dalla rappresentazione del mondo. Il ciclo dei sepolcri, che appare così aulico e impalpabile, è fatto dagli stracci usati la sera per pulire le rotative del giornale. L’artista li ha collezionati e intelaiati. La traccia e la sfumatura degli inchiostri è tutto ciò che rimane del giorno. Alle volte domina il grigio, altre il verde o il rosso, a seconda dei fatti che si sono composti sulle pagine di uno specifico giorno. Della memoria sedimentata, destinata a scomparire, rimane solo un alone poetico. I sudari sono ready made dell’informazione dissolta e dell’insieme delle azioni degli uomini. Se Christian Boltanski e Michelangelo Pistoletto, fautori della poetica degli stracci, assemblano i vestiti smessi di singoli individui, Colin dona al pubblico i vestiti collettivi smessi che escono ogni mattina in edicola.

Gian Luigi Colin

Sepolcri

Triennale di Milano

sino al 10 giugno

Catalogo Electa.

]]> https://www.alfabeta2.it/2018/05/27/gli-stracci-di-colin-quel-che-resta-del-giorno/feed/ 0 Elezioni in Turchia, tamam o devam? https://www.alfabeta2.it/2018/05/27/elezioni-in-turchia-tamam-o-devam/ https://www.alfabeta2.it/2018/05/27/elezioni-in-turchia-tamam-o-devam/#respond Sun, 27 May 2018 03:30:24 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=16869

Fabio Salomoni

“Sfregiare il carisma” è un’espressione dello slang della lingua turca per indicare un episodio, un inciampo imprevisto che all’improvviso incrina l’aura di una persona rivelandone la fragilità. Lo scorso 8 maggio Twitter ha annunciato che il trend più popolare della giornata rilanciato da più di un milione di utenti era una parola turca, TAMAM. [...]

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Fabio Salomoni

“Sfregiare il carisma” è un’espressione dello slang della lingua turca per indicare un episodio, un inciampo imprevisto che all’improvviso incrina l’aura di una persona rivelandone la fragilità. Lo scorso 8 maggio Twitter ha annunciato che il trend più popolare della giornata rilanciato da più di un milione di utenti era una parola turca, TAMAM. Una parola comunissima, una di quelle che anche il turista mordi e fuggi impara velocemente, che serve generalmente ad esprimere accordo oppure in alcuni casi per dichiarare di averne abbastanza – Basta così. Proprio Il giorno prima il presidente Erdoǧan in un discorso pubblico aveva pronunciato questa parola apparentemente per rassicurare gli avversari che lo sospettavano di non avere nessuna intenzione di lasciare il suo posto: “Se il popolo dovesse dire basta così, tamam, noi ci faremo da parte”. Immediatamente questa parola dal suono così innocente si è velocemente trasformata in un boomerang  diventando la parola d’ordine dei suoi oppositori nella campagna elettorale in vista delle elezioni presidenziali del prossimo 24 giugno. A nulla sono valsi i tentativi di rimediare all’incidente accusando i twittatori di essere simpatizzanti del terrorismo, che fosse quello del golpista Fethullah Gülen oppure quello dell’immancabile PKK. Goffo anche il tentativo di rilanciare un’altra parola d’ordine, devam – si continua. Tutto inutile, il danno ormai era fatto e appunto il carisma personale del Presidente sfregiato. Il carisma, secondo Max Weber, è costituito dal (presunto) possesso da parte di una persona di qualità eccezionali. E queste qualità per diventare carisma devono essere poi riconosciute come tali da un pubblico che finisce così per riconoscere in quella persona un leader. È indubbio che il carisma personale di Erdoǧan rappresenti una delle chiavi di lettura principali per leggere la sua straordinaria parabola politica, fin dalla sua ormai lontana elezione a sindaco di Istanbul nel 1994.

Tamam non è stata però la prima occasione in cui il carisma di Erdoǧan si è appannato. Per rimanere al passato recente, il primo duro colpo all’aura personale e alla carriera politica del presidente era arrivato alle elezioni del 2015 quando la sua esponenziale cavalcata trionfale, cominciata nel 2002, aveva subito un rallentamento e il Partito della Giustizia e dello Sviluppo – AKP – aveva perso quasi il 10% dei consensi e rischiato di dover accettare l’onta di un governo di coalizione. In quel caso grazie al generoso sostegno del PKK che aveva contribuito a riaccendere la violenza nel sud-est, nuove elezioni avevano restituito a Erdoǧan e al suo partito il maltolto. Nell’estate successiva il tentativo di colpo di stato attribuito al suo ex sodale Fethüllah Gülen aveva offerto un’occasione per rivitalizzare una delle dimensioni principali del carisma di Erdoǧan: quella della vittima che subisce l’ingiustizia di attacchi proditori, prima dell’establishment kemalista poi di un ex compagno di viaggio, ma che tuttavia riesce a rialzarsi. Lo scampato pericolo ha scatenato la rappresaglia indiscriminata di Erdoǧan ma anche la volontà di accelerare il passaggio da una democrazia plebiscitaria a una democrazia dai caratteri marcatamente autoritari. Il referendum dell’aprile 2017 avrebbe dovuto sancire questo passaggio trasformando il paese da una repubblica parlamentare a una repubblica presidenziale molto sui generis. Nonostante l’enorme e ineguale spiegamento di mezzi messo in campo dalla propaganda presidenziale, il nuovo assetto istituzionale venne tuttavia approvato da una maggioranza risicata, 51,4%, con il corollario di sospetti sulla regolarità nello spoglio dei voti. Lo scatto che all’epoca colse il presidente Erdoǧan, pochi minuti prima dell’annuncio dei risultati del referendum, il suo volto corrucciato, quasi impaurito, rappresenta un’immagine iconica del suo carisma sfregiato. Anche in questo caso lo scampato pericolo ha incoraggiato un ennesimo giro di vite sulla società, rinvigorendo un clima da caccia alle streghe, alimentando una paranoia generalizzata, trasformando il sistema giudiziario in un’arbitraria clava nella mani del potere politico con il ben noto corollario di purghe e arresti.

La consacrazione del nuovo assetto istituzionale sarebbe dovuta essere sancita da elezioni presidenziali previste per il 2019. Sebbene più volta smentita la possibilità di tenere elezioni anticipate, dall’inizio dell’anno numerosi segnali mostravano come si stessero accelerando i preparativi elettorali. In primo luogo, la vendita da parte del gruppo Doǧan di quello che restava del suo impero mediatico a un imprenditore molto vicino a Erdoǧan. Tra i gioielli di famiglia ceduti vi erano la più importante agenzia di stampa privata e il quotidiano “Hürriyet”. Per decenni considerato “la nave ammiraglia della stampa turca”, portavoce dell’estabishment kemalista, il quotidiano era stato negli anni ’90 uno degli strumenti principali nella guerra all’Islam politico che aveva portato al cosiddetto golpe postmoderno del 1997. Una guerra anche personale nei confronti dello stesso Erdoǧan. “Quest’uomo non diventerà nemmeno un impiegatuccio dell’anagrafe” uno dei tanti titoli dedicati dal giornale e che Erdoǧan ha mostrato più volte di non aver dimenticato. La vendita di “Hürriyet”, “la fine di un’epoca” come ha commentato un giornalista di lungo corso, è stata per il presidente da un lato l’occasione per saldare vecchi conti, ma anche per garantirsi il pressoché totale allineamento dei principali media del paese alle sue posiziono. Il secondo segnale di preparativi elettorali in corso è stata una riforma che consentiva la creazione di coalizioni elettorali. La riforma ha sancito di fatto  l’istituzionalizzazione dell’alleanza tra l’AKP e il partito nazionalista MHP esistente fin dal dopo golpe del 2015. È difficile non leggere in questo ricorso a uno strumento, la coalizione, da sempre demonizzato da Erdoǧan, il segno di una preoccupazione per l’esito del voto. Anche la campagna militare nella Siria del nord contro le milizie curde di Afrin, accompagnata da una straordinaria mobilitazione mediatica che aggiornava in tempo reale il pubblico turco sul numero delle perdite inflitte “ai terroristi”, al di là dei suoi obiettivi politici e strategici, appariva soprattutto come una gigantesca macchina di propaganda che titillando l’orgoglio militar-nazionale del paese, anche di parte dell’opposizione, mirava smaccatamente a ricompattare la nazione, e soprattutto l’elettorato, intorno alla figura del leader.

Sebbene nell’aria da tempo, l’annuncio della data delle elezioni, “molto anticipate” per usare un’espressione felice coniata dall’ironia turca, ha preso tutti in controtempo. Le ipotesi e le dietrologie per spiegare questa decisione abbondano ma sono l’andamento dell’economia del paese e le sue prospettive incerte ad apparire l’elemento decisivo. Nonostante i proclami su tassi di crescita “cinesi” e gli immancabili riferimenti alle realizzazioni infrastrutturali dell’era Erdoǧan, l’economia arranca. Crescono inflazione e disoccupazione, la lira turca si svaluta progressivamente e immancabilmente crescono anche i segnali di preoccupazione di mercati, investitori esteri e agenzie di rating ed emergono le debolezze congenite del modello di sviluppo scelto da Erdoǧan e dai suoi. Paradossalmente poi l’annuncio delle elezioni anticipate ha avuto l’effetto di accelerare il processo di svalutazione della lira tanto da costringere Erdoǧan a un viaggio lampo a Londra per rassicurare gli ambienti finanziari.

Sul piano politico invece l’annuncio delle elezioni anticipate ha avuto l’effetto di produrre un piccolo miracolo. La profonda frammentazione e conflittualità della società turca, organizzata intorno a linee etniche, religiose, e ideologiche, che si riflette e si amplifica nel comportamento dei partiti politici, è uno degli elementi che ha contribuito al consolidamento del potere del presidente. Questa volta l’avvicinarsi di un’altra scadenza decisiva e la prospettiva di vedere istituzionalizzato il regime del presidente hanno spinto quattro partiti di opposizione, il Partito Repubblicano del Popolo – CHP – il neonato Buon Partito – Iyi Parti – il Partito della Felicità Saadet Partisi – e il Partito Democratico, a formare una coalizione, l’Alleanza del Popolo. L’eccezionalità della situazione non potrebbe essere meglio rappresentata dalla presenza nella stessa coalizione del partito laico-repubblicano CHP e di quello che almeno per la sua storia si presenta come il custode dell’eredità dell’islamismo politico non corrotto dalla deriva erdoǧaniana, il partito della Felicità. Miracolo tuttavia imperfetto, quello della coalizione, visto che ne rimane escluso, soprattutto per l’opposizione del Buon Partito, il partito filo-curdo HDP. I quattro partiti si presenteranno come coalizione nelle elezioni per il rinnovo del parlamento che si svolgeranno in contemporanea con quelle presidenziali. Grazie alla riforma elettorale voluta da Erdoǧan, anche i partiti della coalizione che non dovessero superare lo sbarramento del 10% potranno comunque mandare dei deputati in parlamento.

Inizialmente la coalizione ha accarezzato anche l’idea di presentare un candidato unico per le elezioni presidenziali. Il nome più gettonato, quello di Abdullah Gül. Co-fondatore dell’AKP con lo stesso Erdoǧan, presidente della repubblica tra il 2007 e il 2014, Gül da tempo è in rotta di collisione con il presidente.  Dopo settimane di trattative e illazioni Gül ha infine annunciato pubblicamente la rinuncia alla candidatura, ufficialmente per non aver trovato un appoggio abbastanza ampio. Tuttavia non irrilevante nella decisione di Gül è probabilmente stata la visita che ha ricevuto pochi giorni prima di annunciare la sua decisione, quando il capo di stato maggiore delle forze armate – dopo essere atterrato con il suo elicottero nel giardino della casa dell’ex presidente – si è poi intrattenuto con lui in un lungo e, come riportato dalle agenzie, "amichevole" colloquio.

Tramontata l’ipotesi di un candidato unico dell’opposizione, il 24 giugno prossimo il presidente Erdoǧan si troverà di fronte quattro sfidanti principali.

Muharrem Ince è il candidato scelto dal CHP.  Principale oppositore interno del segretario Kiliçdaroǧlu, considerato un rappresentante della sinistra del partito, Ince ha un profilo che si discosta significativamente da quello elitario con il quale larga parte dell’elettorato ha identificato il partito. Di origini contadine, una carriera nella scuola pubblica come insegnante di fisica, Ince ha scalato tutti gradi della gerarchia interna del partito. Dotato di uno stile retorico diretto e tagliente, molto simile a quello di Erdoǧan, nel giorno dell’annuncio della sua candidatura Ince si è enfaticamente tolto il simbolo del partito dalla giacca dichiarandosi pronto a essere il presidente di tutti e andando poi a trovare in carcere il leader del partito filocurdo Selahattin Demirtaş. Accompagnato dalla inevitabile dose di ricette demagogiche soprattutto in economia, Ince si propone tuttavia come un presidente inclusivo, intenzionato a ricucire le profonde spaccature sociali, ideologiche, etniche prodotte da 16 anni di monopolio AKP. Il silenzio con cui per giorni il presidente Erdoǧan e il suo partito hanno accompagnato l’annuncio della candidatura di Ince ben riflettono la sorpresa nel ritrovarsi di fronte un candidato che per stile retorico e contenuti si discosta marcatamente dall’opposizione blanda e inefficace fino ad ora mostrata dal CHP.

La candidatura di Meral Akşener, fondatrice del Buon Partito, rappresenta prima di ogni altra cosa il ritorno sulla ribalta politica del paese di una donna, dopo la disastrosa esperienza del primo ministro Tansu Ciller negli anni ’90. Anche Akşener ha cominciato la sua carriera politica nei primi anni ’90 nello stesso partito della Ciller, arrivando a ricoprire la carica di ministra dell’interno. Dopo la polverizzazione del partito a seguito della crisi del 2001, Akşener è passata al partito nazionalista MHP. Dopo aver speso gli ultimi due anni nell’inutile tentativo di scalzare l’immarcescibile presidente Bahçeli, pochi mesi fa la Akşener con un gruppo di dirigenti dissidenti ha fondato il Buon Partito – Iyi Parti.  Molto esplicita nei suoi attacchi a Erdoǧan e decisamente convinta di poter battere il presidente, Akşener con il suo mix di riferimenti nazionalisti, difesa della laicità e avversione viscerale per le rivendicazioni curde, mira non solo ad attirare gli elettori scontenti del MHP ma anche a ricostituire quell’area di centro destra da anni fagocitata dall’AKP.

Selahattin Demirtaş è il candidato del partito filo-curdo HDP. Avvocato, co-presidente del partito, è l’esempio di un carisma fondato su elementi agli antipodi non solo rispetto a quello del presidente Erdoǧan ma anche alla vecchia generazione del suo partito. Un passato da militante per i diritti umani a Diyarbakır, dotato di una forza gentile e persuasiva, è stato capace di attenuare i riferimenti nazionalisti, curdi, e proporre un modello di partito capace di parlare alle forze democratiche dell’intero paese con una particolare attenzione per le altre minoranze, etniche, religiose e di genere. Una rivoluzione che ha prodotto lo storico successo elettorale del giugno 2015 quando per la prima volta un partito filocurdo non solo si è presentato al voto con il proprio simbolo ma è riuscito a diventare la terza forza politica del paese. Demirtaş però sarà anche il primo caso nella storia turca di un candidato costretto ad fare la sua campagna elettorale da un carcere, visto che pochi giorni fa il tribunale ha respinto la richiesta di scarcerazione presentata dai suoi avvocati. Dietro le sbarre dal novembre 2016 con le immancabili accuse di collusione con il terrorismo, Demirtaş paga l’aver trasformato il suo partito in una forza politica capace di minacciare l’egemonia dell’AKP, la sua sfrontata opposizione a Erdoǧan ma anche l’ambiguo atteggiamento che lui e il suo partito hanno avuto nei confronti della campagna militare che il PKK ha lanciato nelle strade delle città curde all’indomani della vittoria elettorale del 2015.

Infine l’ultimo candidato è il presidente del Partito della Felicità, Temel Karamollaoǧlu. Rappresentante dell’ala pura dell’islamismo politico che non volle seguire Erdoǧan e i suoi sodali nell’avventura dell’AKP, Karamollaoǧlu ha rappresentato la vera sorpresa di questo inizio di campagna elettorale. Gli attacchi sferzanti che quotidianamente porta a Erdoǧan non si fondano infatti su riferimenti religiosi quanto piuttosto su argomenti concreti quali l’uso politico della magistratura, il deterioramento della democrazia e gli insuccessi in campo economico. Karamollaoǧlu non ha nessuna possibilità di essere un avversario serio nella corsa presidenziale. Tuttavia la sua biografia e il suo carisma potrebbero costituire un riferimento alternativo alle elezioni politiche per quella quota di elettori dell’AKP a disagio per l'involuzione del partito.

Max Weber individua almeno due elementi necessari affinché le caratteristiche eccezionali di una personalità si trasformino in carisma, perché inneschino un processo carismatico. In primo luogo l’esistenza di una situazione eccezionale, politica o economica. Al momento dell’ascesa politica di Erdoǧan, nel 2001, la Turchia era travolta da una spaventosa crisi economica, accompagnata dal crollo di un sistema politico minato da corruzione, ingiustizie e da riferimenti sostanzialmente autoritari ed elitari, che legittimavano l’esclusione di interi settori sociali. Il secondo elemento del processo carismatico è l’affinità tra contesto culturale e caratteristiche del leader. Indubbiamente la biografia di Erdoǧan, i suoi riferimenti culturali e anche il suo linguaggio trovavano una corrispondenza in quella parte di elettorato popolare che reclamava rappresentanza e riscatto. La combinazione di questi due fattori ha contribuito largamente ai trionfi elettorali di Erdoǧan negli anni a seguire. All’ora attuale è possibile percepire i segnali di una nuova situazione di eccezionale. In primo luogo i morsi di una crisi economica che da semplice prospettiva si sta progressivamente trasformando in una realtà quotidiana. Evidenti i segni di una trasformazione del contesto culturale non più definito dalla contrapposizione tra un elite, laica, e una massa popolare, religiosa quanto piuttosto dall’alternativa tra tendenze autoritarie e domande di libertà, e di benessere economico, che sono maturate in una società che negli ultimi 16 anni si è trasformata profondamente. Il nuovo contesto culturale che si sta delineando insieme alla crisi incombente non sembrerebbe essere in sintonia con il carisma di Erdoǧan. Contestualmente è indubbio che all’interno di questo quadro, la comparsa di candidati credibili e la percezione che l’avversario stia mostrando segni di debolezza hanno trasmesso all’opposizione una sferzata di energia e di ottimismo simboleggiata efficacemente dai tweet di tamam. Sondaggi e commenti insistono poi nel segnalare, come già accaduto del resto per il referendum del 2017, l’esistenza di una quota importante di elettorato AKP sfiduciato e preoccupato. Tuttavia al netto di queste considerazioni, a un mese dal voto, Erdoǧan deve essere necessariamente considerato il favorito nella corsa alla presidenza della repubblica, anche in considerazione del fatto che le elezioni prevedono la possibilità di un secondo turno, l’8 luglio.

In primo luogo per la forza della logica del voto di appartenenza, con il quale una fetta consistente dell’elettorato esprime prima di tutto un’appartenenza identitaria a uno schieramento oltreché la riconoscenza nei confronti di un leader che gli ha garantito una legittimità pubblica, simboleggiata dalla fine dell’ostracismo per le donne velate, e, almeno per alcuni gruppi sociali, benessere economico Secondariamente il delicato contesto attuale non solamente interno ma anche su scala regionale potrebbe far considerare la sconfitta di Erdoǧan un pericoloso salto nel buio. Infine una variabile psicologica non trascurabile è rappresentata dal timore di una parte dell’elettorato, conservatore, che alla caduta di Erdoǧan faccia seguito la rappresaglia dei vincitori, i laici. Un timore fantasmatico che ha poche conferme nella realtà attuale, ma che trova alimento nelle memorie di quanto è accaduto nel 1997.

Infine esistono una serie di ragioni più prosaiche che rendono Erdoǧan il favorito. Il presidente della repubblica ha il controllo totale dell’apparato elettorale e la recente riforma lo ha, se possibile accentuato. L’esperienza del referendum del 2017 che ha visto la modifica delle regole per lo spoglio dei voti dopo l’apertura delle urne ha mostrato quanto delicata sia questa fase.  Le numerose iniziative che si stanno organizzando per garantire un controllo delle operazioni di voto e scrutinio testimoniano dei timori dell’opposizione. La sovraesposizione mediatica di  Erdoǧan, poi, rende quasi invisibile la presenza degli altri candidati nelle televisioni e giornali mainstream. Infine giova ricordare che il paese si accinge ad andare al voto avvolto dalla soffocante cappa dello stato d'eccezione in vigore dall'estate 2015.

Il 24 giugno i 57 milioni di elettori, tra i quali 1.585.000 saranno quelli che voteranno per la prima volta, non saranno chiamati a scegliere solamente il nuovo presidente della repubblica ma anche a rinnovare la composizione del parlamento. Mentre Erdoǧan rimane il favorito per la corsa presidenziale appare più probabile che i risultati delle urne modificaranno gli equilibri parlamentari. Se è pur vero che nel nuovo sistema presidenziale il parlamento perde molte delle sue prerogative, un parlamento dove l’AKP non avesse più la maggioranza assoluta – attualmente 316 deputati su 537, ai quali vanno aggiunti i 35 del partito MHP – anche nel caso delle rielezione di Erdoǧan, introdurrebbe comunque un elemento di disturbo nel sistema.

Decisivo nel determinare i nuovi equilibri parlamentari sarà la performance del partito di Demirtas, che non potrà godere dei vantaggi della coalizione e dovrà guadagnarsi da solo il 10% dei voti necessari per superare la soglia di sbarramento. Dopo lo straordinario risultato del giugno 2015, 13,12%, nelle successive di novembre pur marcando una flessione era riuscito ad avere il 10,76%. Le previsioni come sempre sono contraddittorie, Demirtas, dal canto suo, dalla sua cella del carcere di Edirne, si dice certo che il partito anche questa volta “riuscirà a sfondare lo sbarramento”.

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Alfagola / La ricetta scrivetela voi! https://www.alfabeta2.it/2018/05/27/alfagola-la-ricetta-scrivetela-voi/ https://www.alfabeta2.it/2018/05/27/alfagola-la-ricetta-scrivetela-voi/#respond Sun, 27 May 2018 03:25:05 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=16871

Alberto Capatti

            Vorrei riscattarmi ma non riesco. Presentando a Roma, in via Tomacelli, Mangiapensieri edito da Alfabeta e da DeriveApprodi, Antonella Sbrilli mi ha allungato un foglietto con l’anagramma del mio nome, patì l’erba cotta. Mi è balzato sotto gli occhi un vecchio cruccio, e dissapore, l’erba cotta, che mi ha fatto scrivere, come antidoto, una storia dei vegetariani in Italia (Vegetit. [...]

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Alberto Capatti

            Vorrei riscattarmi ma non riesco. Presentando a Roma, in via Tomacelli, Mangiapensieri edito da Alfabeta e da DeriveApprodi, Antonella Sbrilli mi ha allungato un foglietto con l’anagramma del mio nome, patì l’erba cotta. Mi è balzato sotto gli occhi un vecchio cruccio, e dissapore, l’erba cotta, che mi ha fatto scrivere, come antidoto, una storia dei vegetariani in Italia (Vegetit. Le avanguardie vegetariane in Italia, Cinque sensi editore). Benché lombardo, sono sempre stato confortato da Artusi: “I Romagnuoli, per ragione del clima che richiede un vitto di molta sostanza e un poco fors’anche per lunga consuetudine, hanno generalmente gli ortaggi cotti in quella grazia che si avrebbe il fumo negl’occhi, talché spesse volte ho udito nelle trattorie: — Cameriere, una porzione di lesso; ma bada, senza spinaci. — Oppure: — Di questi (indicando gli spinaci) ti puoi fare un impiastro nel sedere”. Ma non mi bastava la sua autorità, ed ho sempre approfondito l’argomento, senza che gli umori mi sbollissero. Vengo ora non ai raviuoli all’uso di Romagna de La scienza in cucina, ma ad un compendio dei consumi freschi e cotti, redatto con passione da Fabio Fiori nell’Erba buona. Ricettario di un girovago (I libri di Gaia, 2018):

            “Crude o cotte che siano, per dare il meglio spesso hanno bisogno solo di un filo d’olio extravergine di oliva e di un pizzico di sale. Poco e buono, di entrambi. Per chi invece vuole aggiungere un po’ di aceto varrà un’antica regola italiana: “insalata ben salata, poco aceto e ben oliata”, secondo la rima cinquecentesca. Misticanze e minestroni, frisceu d’erbe caulada vegetariana, prebuggiun ed erbazzone, casòn sagli érbi e maccu di primavera, rabatòn e ‘ncapriata, erbuzzu e paparine ‘nfuocate, erbolati e cento altri piatti d’erbaioli, dalle montagne alpine a quelle iblee, dalle rive adriatiche a quelle tirreniche …”

E la ricetta? Fabio Fiori porta un cognome trasparente, e non ha bisogno di Antonella Sbrilli (che pure in Fabio leggerebbe la foiba, e in Fabio Fiori: bio affiori), il mio invece non posso alterarlo né cancellarlo, il codice anagrammatico mi impone di tacere. E dunque ho fatto, da lesto compilatore, di ogni erba un fascio, senza concluder nulla. Scrivetela allora voi:

 

Titolo .. erba .. acqua .. sale .. cottura .. condimenti ecc. ecc.

]]> https://www.alfabeta2.it/2018/05/27/alfagola-la-ricetta-scrivetela-voi/feed/ 0 Alfadomenica #3 – maggio 2018 https://www.alfabeta2.it/2018/05/20/alfadomenica-3-maggio-2018/ https://www.alfabeta2.it/2018/05/20/alfadomenica-3-maggio-2018/#comments Sun, 20 May 2018 04:00:43 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=16824 Cinquant’anni dopo, in un panorama politico e sociale completamente trasformato, come si fa a parlare del '68 in modo che, al di là della commemorazione, le parole abbiano un senso per noi che oggi viviamo? È questa, in fondo, la domanda che sta alla base dei testi di cui si compone Il '68, primo titolo della nuova serie editoriale ALFABETA MATERIALI, da domani in arrivo nelle librerie italiane e inviato in omaggio agli iscritti all'Associazione Alfabeta in regola con la quota 2018. [...]

]]> Cinquant’anni dopo, in un panorama politico e sociale completamente trasformato, come si fa a parlare del '68 in modo che, al di là della commemorazione, le parole abbiano un senso per noi che oggi viviamo? È questa, in fondo, la domanda che sta alla base dei testi di cui si compone Il '68, primo titolo della nuova serie editoriale ALFABETA MATERIALI, da domani in arrivo nelle librerie italiane e inviato in omaggio agli iscritti all'Associazione Alfabeta in regola con la quota 2018. E la stessa domanda noi la rivolgiamo nel nostro Cantiere proprio ai soci, chiamandoli a partecipare a una discussione collettiva tanto più importante in una fase politica confusa e contraddittoria come quella che stiamo attraversando, una fase dove la riflessione critica si fa sempre più rara, e quindi più indispensabile. Per questo il '68 torna, sia pure indirettamente, in questo Alfadomenica con un articolo di Paolo Carradori su un'opera dedicata all'anarchico Franco Serantini, andata in scena giorni fa in Toscana. Per questo l'Alfadomenica si apre con un nucleo di interventi che hanno al centro libri e iniziative in cui letteratura e analisi del presente non sono mai separate (Maria Grazia Calandrone sulla Pura superficie di Guido Mazzoni, Filippo Polenchi su Città distrutte di Davide Orecchio, Ludovico Pratesi su Mindscapes di Vittorio Lingiardi, Arianna Agudo su La cosa di Georges Perec, Veronica Andreani sul convegno Poesia in forma di cosa che si terrà questa settimana a Bruxelles). In chiusura, Antonella Sbrilli ci invita ad alfagiocare con estasi e vetrofanie.

Ed ecco il sommario completo. Buona lettura!

 

Maria Grazia Calandrone, Guido Mazzoni, "è orribile ma non importa"

Filippo Polenchi, Davide Orecchio, tempo fuori luogo

Ludovico Pratesi, La psiche-mondo

Arianna Agudo, Georges Perec, le parole e la cosa

Veronica Andreani, Sulle tracce di Phantomas. Poesia in forma di cosa a Bruxelles

Paolo Carradori, Serantini, figlio di nessuno, secondo Filidei

Antonella Sbrilli, Alfagiochi / Estasi vetrofanie

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Guido Mazzoni, “è orribile ma non importa” https://www.alfabeta2.it/2018/05/20/guido-mazzoni-e-orribile-ma-non-importa/ https://www.alfabeta2.it/2018/05/20/guido-mazzoni-e-orribile-ma-non-importa/#comments Sun, 20 May 2018 03:55:45 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=16825 Foto di Guido Mazzoni

Maria Grazia Calandrone

La pura superficie è un libro emblematico, coraggioso e straziante.

Fin dal principio, ponendo Kafka in esergo: “La Germania ha dichiarato guerra alla Russia. / – Nel pomeriggio scuola di nuoto”, si dichiara lo scandalo dell’equivalenza fra tragedia e quotidianità – o meglio, lo scandalo che nulla abbia più il potere di scuoterci: “È un video orribile. [...]

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Foto di Guido Mazzoni

Maria Grazia Calandrone

La pura superficie è un libro emblematico, coraggioso e straziante.

Fin dal principio, ponendo Kafka in esergo: “La Germania ha dichiarato guerra alla Russia. / – Nel pomeriggio scuola di nuoto”, si dichiara lo scandalo dell’equivalenza fra tragedia e quotidianità – o meglio, lo scandalo che nulla abbia più il potere di scuoterci: “È un video orribile. È un video molto bello”, è detto del video della decapitazione di Sedici soldati siriani, trattato in parte come una rappresentazione, un’attenta messa in scena, perché alla fine “si capisce che gli altri non ci riguardano o non ci interessano”.

Il rilkiano “terribile” è diventato “orribile”, mentre bella è l’azione di uccidere che, ovviamente, pertiene all’umano ed è un gesto che nella nostra parte di mondo, l’Occidente, viene quotidianamente sublimato in gesti di divoramento reciproco o lontananze di natura aliena. “Il bello non è che il tremendo al suo inizio”, scrive Rilke. Il bello è l’orribile, coincide con l’orribile, potrebbe riassumere il poeta contemporaneo, perché l’orribile è la sola cosa che provvisoriamente perfori la bolla nella quale ciascuno è isolato – e per ciò siamo attratti dal massacro.

Uno dei fattori d’isolamento, è dichiarato nella seconda riga della prima poesia, è il linguaggio: “Le scherma col linguaggio, […] per non vedere”.

Foto di Guido Mazzoni

Il protagonista continuo – sebbene mutevole e presunto – della Pura superficie, riportato per lo più in una oggettivante terza persona singolare, è dunque semplicemente quel che è, un adulto qualsiasi, che cerca di farsi bastare la realtà, che dissimula i propri desideri, cercando di accondiscendere alla richiesta globale dell’ipercontemporaneo, del cangiante istantaneo, ovvero del precario, convinto com’è che la cosidetta realtà cambi così vertiginosamente, lungo la retta pur apparente dello spaziotempo, che diventiamo tutti incomprensibili per la generazione che ci succede di pochi anni appena.

Foto di Guido Mazzoni

Mazzoni si prende la briga di spiegare nonostante tutto, di tirare le fila della storia, per arrivare a dire, raccontando l’irruzione del “nuovo” che divide il tempo tra prima e dopo l’11 settembre, che lo scrivente “può scrivere le parole che leggete grazie alla forma di vita che questa nazione [l’America] ha imposto al mondo nella seconda metà del XX secolo, sconfiggendo le dittature nate per costruire un mondo meno ingiusto e facendo di lui un piccoloborghese.”

Un sommario di storia contemporanea in poche, lucidissime righe. Nelle quali si inscrive il destino individuale, mentre ne vengono comprese le ragioni globali.

Protagonista del libro è allora, per meglio dire: il tono, che è più di uno stile, è un umore pervasivo e contagioso. Sono pronta a scommettere che questo libro avrà molti imitatori, perché si prende la responsabilità di raccontare la crisi dell’umano presente, il sé stesso per tutti come antieroe urbano, che si permette il quieto dondolio sentimentale solo confinandolo in camei a nome d’altri (Stevens), a sottolineare che queste cose sono state già dette e fatte. Ma anche che non si può fare a meno di rifarle. L’autentico e “le cose fabbricate”.

La realtà pare dunque questo irritabile incrociarsi di solitudini che non fanno niente per conoscersi, perché non siamo interessati a conoscerci e non riconosciamo somiglianza alcuna con gli altri, non intravvediamo più la famosa radice umana che tutti ci lega, i pochi gradi di separazione tra uomo e uomo.

Qui interviene il poeta, indicando la somiglianza di tutti nell’essere “soli e incomprensibili” gli uni agli altri.

Il libro ruota infatti intorno ai cardini di tre brevi frasi: “Ciò che siete non è reale. Ciò che siete vi oltrepassa a ogni istante” e “Sono quello che vedete.”

Niente di più vero. Ed è tanto vero che le persone descritte da Mazzoni, pur nelle differenti caratteristiche – chi ha un figlio, chi è solo, chi è di genere femminile, chi è lo scrivente o altri, semplicemente allusi o con nomi e cognomi – sono tutte uguali, tutte chiuse dentro questa pellicola di malmostosa impossibilità.

L’interrogazione su chi sia “io” non ha più alcuna importanza. Per un lungo tratto La pura superficie sembra un confortevole e rassegnato libro del malumore lucido, che si occupa con tono descrittivo, senza giudizio alcuno, della parte peggiore dell’umano. Ma, avvicinandoci alla fine, incastonato dentro la descrizione della partecipazione dello scrivente al G8 di Genova, leggiamo: “A volte ha l’impressione di abitare un io vagamente falso che si è costruito nel corso del tempo perché diventi la sua parte migliore. A volte ha l’impressione che tutti intorno a lui facciano lo stesso.”.

Questa affermazione è certamente vera. Ma ribalta la scena. Dunque c’è un prima, dunque c’è un tempo nel quale il desiderio di verità era vivo.

Qual è dunque l’etica, l’impulso che la precede e viene contraddetto da questa verità e fa di questa verità un sottile dolore? Quale l’inclinazione a un inesistente vero?

Se la delusione è così amara e feroce (“È orribile ma non importa”), ci si domanda quale fosse il mondo immaginato, quale il contatto sperato, quale il destino sensato, dove i gesti quotidiani e il lavoro stesso non fossero solo strategie o automatismi di pura sopravvivenza, agiti per sfuggire all’angoscia onirica del vuoto e dell’umana estraneità, ma gesti che comunicano e vengono compresi.

Se negli anni Settanta Pasolini diceva che “la morte non è nel non poter più comunicare, ma nel non poter più essere compresi”, questo intellettuale e poeta degli anni Duemila ci dice che essere compresi non è più possibile, che abbiamo rinunciato (“mi sembra chiaro che nessuna vita può essere compresa”).

Questo è accaduto, io credo, perché la nostra società non è mai arrivata al pensiero che la morte sta nel non poter più comprendere.

E dunque siamo in buona parte morti.

Mazzoni, poeta disincantato, sembra però abitare un’altra ipotesi di mondo, una seconda realtà fatta di sogni che “significano molto” o di qualcosa che pare autentico e che lascia lampeggiare qui e là nel libro, a volte senza neanche schernirsi, per esempio nella variante stevensiana: “Allora lo sai che non è la ragione / a farci felici o infelici. / L’uccello canta, le piume splendono, la palma svetta / al bordo dello spazio, lentamente”.

Pur celati nell’ombra grande di Wallace Stevens, testi così sembrano un bordone, un controcanto continuo alla patologia sociale descritta nel libro, di un poeta che non vuole più sentirsi un dissimile, un eletto, che pone invece la propria identità a delucidazione delle identità altrui, che prende le proprie idiosincrasie, le piccolezze e gli urti raccontati con lucida onestà, come emblema del “noi” umano che lo circonda e riguarda: io, come voi, sono creatura ammalata dal vivere, affetta da un montaliano male che ha trovato il suo nome: solitudine, inoculata nella fibra più minima e tenera del quotidiano.

Dunque Mazzoni, come l’insetto enorme di Grammatica, si prende la responsabilità di esprimere il disagio dei contemporanei “gettando sé stesso contro un limite” che però, a differenza dell’insetto, egli vede col massimo nitore, sia quando leva lo sguardo a osservare il succedersi delle generazioni e degli eventi – sia quando ingrandisce i particolari delle singole vite con l’obiettivo macro, finché, quando l’oggetto esteriore occupa tutto il campo visivo, emerge lo splendido, obliquo oggetto interiore dell’ultima poesia, che scavalca sé stessa perché, alla fine, “le parole non contano”.

Roma, 25 aprile 2018

Guido Mazzoni

La pura superficie

Donzelli, 2017, 78 pp., € 13

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

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