Alfabeta2 https://www.alfabeta2.it Spazio di intervento culturale Sun, 11 Nov 2018 05:00:40 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.8 https://www.alfabeta2.it/wp-content/uploads/2018/01/a2-big-100x100.png Alfabeta2 https://www.alfabeta2.it 32 32 Alfadomenica #2 – novembre 2018 https://www.alfabeta2.it/2018/11/11/alfadomenica-2-novembre-2018/ https://www.alfabeta2.it/2018/11/11/alfadomenica-2-novembre-2018/#respond Sun, 11 Nov 2018 05:00:40 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17415 Come saranno le città del mondo tra venti o trent'anni? E meglio: esisteranno ancora quelle che siamo abituati a chiamare città? Sono domande che è difficile non porsi dopo avere letto il testo con cui apriamo l'alfadomenica di oggi, Tokaido giga-city, di Roberto Terrosi, filosofo italiano da molti anni residente in Giappone. A comporre il nucleo centrale del sommario sono invece recensioni e ricognizioni (Luigi Azzariti-Fumaroli su Vladimir Nabokov, Marco Dotti sul Monte Athos di Lucio Saviani, Marilena Borriello sull'Archivio Demarco, Dalila D'Amico sui Motus). [...]

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Come saranno le città del mondo tra venti o trent'anni? E meglio: esisteranno ancora quelle che siamo abituati a chiamare città? Sono domande che è difficile non porsi dopo avere letto il testo con cui apriamo l'alfadomenica di oggi, Tokaido giga-city, di Roberto Terrosi, filosofo italiano da molti anni residente in Giappone. A comporre il nucleo centrale del sommario sono invece recensioni e ricognizioni (Luigi Azzariti-Fumaroli su Vladimir Nabokov, Marco Dotti sul Monte Athos di Lucio Saviani, Marilena Borriello sull'Archivio Demarco, Dalila D'Amico sui Motus). Infine, la rubrica quindicinale di Alberto Capatti, Alfagola, dedicata questa volta alle Ricette scorrette.

Prima di chiudere, un annuncio: arriverà presto in libreria l'Almanacco 2019 di Alfabeta e sono previste presentazioni a Milano e a Roma. Vi diremo presto di più qui e sui canali social della rivista.

Buona lettura!

Roberto Terrosi, Tokaido giga-city. Il Giappone tra post-città e CPS society

Luigi Azzariti-Fumaroli, Stranger, danger. A lezione dal professor Nabokov

Marco Dotti, Monte Athos, il socialismo delle distanze

Marilena Borriello, Cinquant’anni di arte e performance site-specific custoditi nell’Archivio Demarco

Dalila D'Amico, Il Panorama esistenziale di Motus

Alberto Capatti, Alfagola / Ricette scorrette

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Tokaido giga-city. Il Giappone tra post-città e CPS society https://www.alfabeta2.it/2018/11/11/tokaido-giga-city-il-giappone-tra-post-citta-e-cps-society/ https://www.alfabeta2.it/2018/11/11/tokaido-giga-city-il-giappone-tra-post-citta-e-cps-society/#respond Sun, 11 Nov 2018 04:55:18 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17416

Roberto Terrosi

Il nome To-kai-do (東海道) significa letteralmente “strada del mare orientale” e, in effetti, fa riferimento a una delle più importanti arterie del Giappone, fin dall’inizio dell’epoca Edo (1603-1868), perché collegava la capitale, che allora era Kyoto, con la nuova sede dello shogun, Edo, che poi, diventando capitale, cambierà nome in Tokyo. [...]

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Roberto Terrosi

Il nome To-kai-do (東海道) significa letteralmente “strada del mare orientale” e, in effetti, fa riferimento a una delle più importanti arterie del Giappone, fin dall’inizio dell’epoca Edo (1603-1868), perché collegava la capitale, che allora era Kyoto, con la nuova sede dello shogun, Edo, che poi, diventando capitale, cambierà nome in Tokyo. Quindi si trattava della strada che univa la vecchia e la nuova capitale. Già nel XII secolo, vicino all’odierna Tokyo sorse Kamakura, con il bakufu, il governo della tenda, in cui risiedeva il generalissimo (shogun). Questo significa che la strada chiamata Tokaido, sorse già allora.

Questa strada quindi deve la sua importanza alla scissione del potere in Giappone, tra potere imperiale (simbolico religioso) e potere militare (e governativo), in una situazione in cui queste due città o zone rappresentavano come i due poli di una pila, la cui corrente ha animato la storia giapponese dal XII secolo in poi.

Le capitali giapponesi di Nara e Kyoto, così come Atene o Roma, non erano sul mare, e si servivano di un porto, poco distante, che era Osaka. Questa città di mare divenne tanto grande da competere, e poi nel tempo superare, la stessa Kyoto, restando però un centro di commerci, ma non di cultura aristocratica.

Tokyo, come Osaka, nasce direttamente come porto sulla baia, ma quando le navi nere americane forzarono l’isolazionismo giapponese, imponendo l’apertura dei commerci, agli stranieri venne offerto uno spazio per un porto, in una zona poco distante, verso Kamakura, chiamata Yokohama, che divenne un fiorente centro di affari.

La nascita di Yokohama determinò l’apertura agli stranieri di un porto anche vicino a Osaka, quello di Kobe, che divenne così un vivace centro di commerci. Quindi da questa piccola parte storica possiamo dedurre che il cuore della storia del Giappone si è svolto tutto tra queste due polarità, che con le loro città vicine si sono trasformate prima in metropoli e poi in megalopoli.

Chiariamo però cosa intendiamo con questi termini. La metropoli è una grande città che ha ancora un unico centro e ampie e varie periferie, che inglobano solo dei piccoli centri. Diversamente, la megalopoli è l’unione di importanti città vicine o addirittura di diverse metropoli. Ad esempio, nel caso della polarità meridionale, che ha come “centro storico” maggiore Kyoto, la vera metropoli è Osaka, che conta 11 milioni di abitanti, seguita da Kobe che ne conta circa 5, poi da Kyoto che non supera il milione e 400.000 abitanti e infine dall’antica Nara che conta “solo” 360.000 abitanti.

La megalopoli egemonizzata da Osaka e chiamata Keihanshin (京阪神), dai kanji identificativi delle tre città di Kyoto (京都), Osaka(大阪) e Kobe (神戸), è data allora dall’unione di tutte queste città e metropoli in un unico insieme umano ininterrotto, popolato da circa 20 milioni di abitanti.

La stessa cosa si è verificata a Tokyo, che già di per se stessa, pur nel ristretto ambito dei 23 municipi, è una metropoli di 12 milioni di abitanti a cui ne vanno aggiunti altri 12 di Yokohama a cui va aggiunta Chiba con i suoi 6 milioni e poi i comuni più piccoli come Kawasaki con 1.400.000 abitanti e Kamakura con soli 170.000 abitanti. A ciò va aggiunta un’area, che prima era solo campagna e che sta diventando sempre più popolosa, che è Saitama, la quale è arrivata a essere una metropoli di ben 7 milioni di abitanti, pur non diventando mai una vera e propria città.

Tutta questa area, che va a costituire la “grande Tokyo”, rappresenta oggi la più grande megalopoli mondiale, con più di 34 milioni di abitanti. La Greater Tokyo, se fosse uno stato, avrebbe un PIL di 2.2000 miliardi di dollari, cioè più dell’intera Italia, che ne ha 2,181 (fonte IMF World Economic Outlook: April - 2018). La Greater Osaka (o Keihanshin) ha un PIL di 953 miliardi di dollari, cioè più di nazioni come Olanda e Turchia e poco meno dell’Indonesia.

In mezzo poi a questi due giganti, ma più vicino a Osaka, c’è un’altra concentrazione metropolitana, quella di Nagoya, che include anche il distretto industriale di Aichi (sede dell’expo e della Toyota) e che giunge fino a Mie, dove si trova il tempio di Ise, il più sacro del Giappone. Questa piccola megalopoli, chiamata Chūkyō, che raggiunge i 9 milioni di abitanti, ha un PIL di 577 mln di dollari (quasi come il Belgio). Questo significa che l’area della giga-city del Tokaido raggiunge complessivamente i 3.730 miliardi di dollari, ovvero quasi quanto l’intera Germania, e circa i tre quarti dell’intero PIL giapponese.

Tutto questo discorso serve a far capire che le Giga-city sono come degli stati. Oggi Tokaido è la più importante giga-city mondiale, ma ne stanno sorgendo altre. Tra queste la più grande sorgerà in Cina. Anche in questo caso si tratta di una zona che ha una sua storia, sebbene non così lunga e importante come quella del Tokaido. In questo caso si tratta di una storia coloniale, o comunque legata all’Occidente. Parliamo infatti del Guangdong, che i francesi chiamavano Canton, identificando tale regione con la città di Guangzhou, che ne era il centro. Canton era il punto di approdo degli occidentali che volevano raggiungere Pechino. È lì che è sbarcato Matteo Ricci, o il pittore italiano Giuseppe Castiglione, entrambi portati dai portoghesi. È lì che si svolgevano i commerci con la Compagnia delle Indie Olandesi e Inglesi. Per questo motivo i portoghesi stabilirono una loro base navale nella parte bassa dell’estuario del Fiume delle Perle (Zhujiang), fondando Macao, gli inglesi stabilirono invece (con alterne vicende) la loro base dalla parte opposta dell’estuario ad Hong Kong. Questo triangolo commerciale quindi costituisce già di per sé una zona di collegamenti navali già nota. I cinesi però, per volere di Deng Xiaoping, alle spalle di Hong Kong hanno sviluppato la città di Shenzhen, che è presto diventata una metropoli. Allo stesso modo alle spalle di Macao è stata sviluppata Zhuhai. Poi tra Shenzhen e Canton si è sviluppata anche Dongguan, ma anche dalla parte opposta dell’estuario si sono sviluppate Jiangmen, Zhongshan, e infine nell’entroterra si sono sviluppate Zhaoqing, Foshan e Huichou. Ora tutte queste città verranno incluse in una grande giga-city, a forma di bocca (dal satellite di notte sembra la bocca della Cina) che circonda tutto l’estuario, che ha un diametro in media di un centinaio di chilometri sebbene le città più lontane distino fino a 170 km. Questa zona dovrebbe contenere in tutto circa 42 o 44 milioni di abitanti. Ma questa non è proprio la verità, perché di fatto includerà anche Macao (500.000 ab.) e Hong Kong (7,5 mln ab.) raggiungendo un totale di 50 mln di abitanti, grossomodo come la giga-city giapponese, e cioè più dell’intera Spagna. Anche in questo caso tale zona verrebbe ad avere da sola un PIL di 1518 mld di dollari (più dell’Australia o della Spagna).

Una tale concentrazione di popolazione e di ricchezze in relazione agli standard della loro stessa epoca non si era vista dai tempi delle poleis greche, o delle repubbliche italiane del Rinascimento, quando Atene da sola aveva una ricchezza pari a un intero regno orientale o nel Rinascimento quando Firenze da sola era più ricca di tutto il regno d’Inghilterra.

È chiaro allora che le giga-cities, di fatto, rappresentano un passo avanti rispetto alle global cities di cui parlò Saskia Sassen nel 1991, sebbene tra queste vi figurasse proprio Tokyo. La giga-city infatti rappresenta già da sola una città stato o meglio uno stato città all’interno dello stato nazione, che resta sullo sfondo come se si trattasse della sua campagna. Il discorso è leggermente diverso in Cina in cui delle megalopoli come Shanghai, Nanchino o Pechino potrebbero trasformarsi in altrettante giga-cities.

La differenza tra Tokaido giga-city e Guangdong giga-city sta anche nel fatto che quella giapponese è ancora solamente un argomento di discussione, quindi non esiste al momento in sede governativa un progetto Tokaido giga-city, mentre nel caso cinese il progetto c’è.

L’anno scorso quando mio fratello, che ama guidare, è venuto in Giappone, ho pensato che fosse l’occasione buona per attraversare da parte a parte la giga-city del Tokaido e cercare di capire così la consistenza interna di questa struttura urbana.

La giga-city giapponese, diversamente da quella cinese, si estende tutta in lunghezza, assumendo, vista di notte dal satellite la forma di un filamento neuronale. Tokyo è nota per il fatto di non avere uno ma tanti centri. Le grandi metropoli cioè vanno soggette a un fenomeno di proliferazione, come se fosse una cellula che si moltiplica. Nel caso giapponese questo non coincide con diversi luoghi storici, ma con le stazioni dei treni. La struttura della metropoli si basa cioè sui nodi della rete dei trasporti, su cui si muovono quantità enormi di persone. Basti pensare che una di queste, la stazione di Shinjuku, è la più trafficata al mondo, con tre milioni di passeggeri al giorno.

Questo punto è particolarmente importante, perché, indipendentemente dalla struttura delle varie città che si trovano inglobate nella giga-city, il modello reticolare che la governa e che si sovrappone e si impone su quello preesistente, è quello delle stazioni come nodi di traffico e consumi, dal momento che ogni stazione è essa stessa un centro commerciale e ospita nelle vicinanze altri shopping centers e department stores (depato), che deviano tutto il flusso dei consumatori rispetto al tradizionale shita-machi (downtown) o ai tradizionali shotengai (vie del mercato) che giacciono spesso in condizioni di degrado, con le loro vecchie attrezzature e addobbi in stile anni ’60 o ’70. In taluni casi invece lo shotengai si raccorda alla stazione e diviene una sorta di via dello shopping con tanti negozi nuovi anche nelle vie laterali come avviene ad esempio a Kichijoji (una delle zone più gettonate del mercato immobiliare giapponese). Se nei vecchi shotengai troviamo una fila di pensiline mezze arrugginite, sotto alle quali si dispongono vecchi negozietti con abiti fuori moda, o piccoli caffè condotti da anziane signore, o infine qualche macelleria all’aperto e dei fruttivendoli, il tutto specialmente ad uso degli anziani, nei nuovi shotengai si respira un clima diverso, con negozi di moda, caffè per giovani, panetterie, dello stesso tipo che si trovano anche nei centri commerciali. L’atmosfera è luccicante e vi troviamo molti giovani, e molte ragazze che sfoggiano la loro nail art.

La situazione di queste aree di shopping intorno alle stazioni è di apparente vivacità sociale. Basta però entrare in uno dei tanti caffè in stile Starbucks, per accorgersi che in realtà c’è una folla di persone che siedono da sole, leggendo, consultando il proprio smartphone o usando il notebook. Il massimo della socialità è rappresentato da alcune coppie di fidanzati, di amiche, oppure di studenti che vanno a studiare insieme al caffè. Tutte queste persone cioè già si conoscono e dunque il caffè non è un punto di socializzazione. Allo stesso modo nei numerosi ristoranti capita spesso di vedere clienti solitari. Fanno eccezione le comitive di impiegati che vanno all’izakaya dopo il lavoro, o i piccoli bar con il counter (il banco) dove, tra un bicchiere e l’altro, si parla con il barista e con il vicino di sgabello. Lo standard all’interno della giga-city è cioè quello di una generica socialità senza contatto. Una socialità aggregativa che non si risolve in una socialità comunicativa: praticamente l’apoteosi della folla solitaria. Spesso però tutte queste persone comunicano con qualcuno tramite smartphone, come facevano già prima con i cellulari i-mode.

La socialità comunicativa è trapassata cioè nella rete. Questo però è un fenomeno diffuso ovunque. Il punto è come questo si rapporta allo spazio dei flussi sociali nella post-città.

Perché parliamo di post-città? Perché la città è nata come un’unità culturale che funzionava come un microcosmo. La polis aveva al suo interno un mondo divino e un mondo umano, un mondo della produzione e uno del potere, un mondo della vita e un mondo della morte che veniva articolato nella forma di una città dei morti. La rivoluzione industriale ha messo a dura prova questo modello e ha dato avvio alla trasformazione della città in senso a-cosmico e de-mondizzato, con la costruzione delle periferie, dei distretti industriali ecc. Rimaneva comunque a queste città un centro. La post-città in senso proprio non deriva quindi dalla città, ma dal villaggio. La città industriale è stata trasformata dall’immigrazione coatta dalle campagne, in cui la popolazione non conosceva la città come forma simbolica, perché le loro case erano sparpagliate nella campagna. Una volta l’estetologo giapponese Ken’ichi Sasaki mi spiegò che Tokyo non è altro che un aggregato di villaggi, privo di un centro storico monumentale. Da questo punto di vista bisogna anche considerare la struttura del villaggio giapponese. In Giappone infatti non esiste una fase della polis, ma si passa dal villaggio stile età del bronzo, alla struttura urbana di imitazione cinese, che segue dei principii di razionalità, solo apparentemente simili a quelli dell’architettura ippodamea. Quindi la maggior parte dei centri abitati in Giappone non ha mai neanche sviluppato la piazza, come punto d’incontro o luogo di mercato. Nascendo la maggior parte dei villaggi lungo una strada, questa diventava lo shotengai. Dunque, la città giapponese è stata sempre decentrata o acentrica e si è sviluppata su linee di passaggio o canali di traffico. Dunque il rapporto urbanesimo / rete di trasporti è quanto ci sia di più “naturale” nella mentalità giapponese. La differenza è allora solo tra i palazzoni e grattacieli accanto alle stazioni (dove si concentrano tutti gli uffici) e le zone “normali” in cui si trova un pattern ricorrente di caseggiati “attrezzati” grazie alla presenza di convenience store (conbini), uffici postali, cleaning, e cliniche.

Entriamo in Yokohama e dopo la zona dei palazzi, cominciamo un lunghissimo percorso su colline ricoperte da un manto infinito di piccole case. Superato quello si arriva a Kamakura, e tutto cambia perché ci troviamo in una località turistica. Tuttavia, Kamakura, nonostante gli importanti monumenti disseminati qua e là, sembra ancora un grande paese di provincia. Uscendo da Kamakura, si deve seguire la costa su cui si inerpica una strada a strapiombo sul mare. La sensazione è quella di uscire dalla grande megalopoli della Greater Tokyo. Si passa nella natura. Ma allora la giga-city dov’è? Ci stiamo dirigendo verso Hakone, alle pendici del monte Fuji, altra località turistica, ma decidiamo di fare rotta sulla città di Fuji, credendo di trovare un po’ di atmosfera turistica anche là, data la sua vicinanza al sacro vulcano. Ma l’impatto è del tutto diverso. Troviamo solo una città trasandata, che sta tutta raccolta intorno alla stazione, con i suoi shotengai un po’ vecchi e logori. Il giorno dopo continuiamo a scendere verso Shizuoka e Hamamatsu, dove ci fermiamo per visitare la città. Per noi italiani la densità di abitazioni che troviamo lungo la strada non è sorprendente, dato che l’Italia è il paese più antropizzato al mondo, in cui è difficile trovare lunghi tratti disabitati. Per il Giappone in cui esiste una rigida contrapposizione tra campagna e città (soprattutto tra montagna e città) questa media densità abitativa ha un valore diverso.

Hamamatsu è una città nel senso che ha una zona centrale, con i palazzi delle banche, i depato e le sedi istituzionali. Subito dopo Hamamatsu si entra nell’area urbana di Chūkyō la megalopoli di Nagoya. Nagoya presenta il problema tipico della giga-city in cui il nuovo formato della città dei consumi e dei trasporti non coincide con quello della vecchia città, le cui parti storiche, se non fosse per il turismo, resterebbero emarginate dai flussi della circolazione. Ci allontaniamo da Nagoya per andare a visitare il tempio più sacro del Giappone a Ise, dedicato alla dea Amaterasu. Il jingu è immerso in una grande foresta dalla vegetazione lussureggiante, vicino al quale si trova un centro turistico con ristoranti e souvenir (omiyage), tutto palesemente finto, ma in stile set cinematografico di film di samurai.

Proseguiamo quindi la nostra discesa verso Nara, la prima capitale del Giappone, sede di importanti monumenti, ma urbanisticamente squallida. Sembra di stare in uno dei tanti quartieri di periferia di Tokyo o di Osaka. L’unica differenza è l’impressionante quantità di turisti e i negozi di omiyage. Visitiamo il Grande Buddha e ripartiamo verso Kyoto. In tutto il tragitto da Nagoya a Nara e a Kyoto procediamo di semaforo in semaforo, come se dovessimo attraversare il centro di Roma, in una zona sterminata per un centinaio di chilometri, in mezzo a un non luogo, un nulla fatto di caseggiati, negozi appartenenti a varie catene di fast food (McDonald’s, Mos Burger, Kentucky), family restaurants (Coco’s, Saizeriya, Jonathan’s, Royal Host, Sukiya, Italian Tomato), caffè (Doutor, Colorado, Mister Donuts), poi catene di Cleanings, di libri usati e di conbini (Seven Eleven, Lawson, Family Mart), banche (UFJ, Mizuho, Sumitomo), una distesa di abitazioni, per lo più apato (quindi piccoli appartamenti di due o tre stanze su due o tre piani) qualche mansion (palazzine o palazzi) con miniappartamenti, e villette unifamiliari per i più fortunati. Ogni tanto qualche buco per un lotto libero lascia intravedere un cimitero buddista di cui si possono riconoscere le fitte steli di granito rincorrersi in file ordinate, collocato semplicemente tra una casa e l’altra. Un posto come un altro in barba a tutte le credenze giapponesi sui fantasmi. Tutto questo tappeto urbano è ordinato e pulito, ma del tutto insignificante e si estende per chilometri fino all’orizzonte. Come viene costruito questo tappeto urbano? Il principio è lo stesso del pattern che viene ripetuto per fare una texture in tante mattonelle (tiles). Ogni pezzo ha i suoi negozi e servizi. Ogni tanto si trova anche la stazione, o il centro commerciale, o infine l’ospedale e perfino l’università. Qua e là troviamo tratti di campagna incolta e poi ricomincia l’urbanizzazione, tutta indifferente e anonima, in una sorta di educato squallore di una vita senza connotati che scorre tra faccende ordinarie. La giga-city infatti non è un vero agglomerato urbano. Può esserlo come non esserlo. Vi si può trovare il posto famoso e turistico, come la campagna di risaie più desolata. Ciò che rende tale la giga-city è, oltre alla media della densità abitativa, l’organizzazione complessiva della struttura, in primo luogo dei trasporti (come il Tokaido shinkansen, il treno ad alta velocità, che ne è la spina dorsale), dei servizi, delle varie funzioni produttive, assistenziali ecc. in un unico sistema integrato. La giga-city, nel caso del Giappone, è ancora in via di formazione, perché per giungere a compimento ha bisogno di tutta una rete di servizi informatici, basati su smart grids, smart roads, sistemi di risparmio energetico nei vari dispositivi a seconda del numero di utenti, e dunque di tutta una serie di cyber-physical systems (CPS), che interagiscono tra loro in un gigantesco cloud, che dovrebbe trattare un’enorme mole di dati, sincronizzando e coniugando tra loro tutte le varie reti che regolano i servizi della post-città. In questo modo la giga-city sarà proprio rappresentata da questo cloud che risponderà come un’unica macchina intelligente ai bisogni e all’entropia prodotta dalla popolazione che la abita.

Affinché quindi questo giga-system possa funzionare bene, tutte le funzioni della vita quotidiana dovranno essere immerse nella rete, dando dati su ciò che si fa e ciò che si intende fare. In questo modo l’automobile automatica dirà alla rete che ha bisogno di rifornimento e gli risponderà il distributore libero più vicino. L’uomo non farà niente, si farà portare da una parte all’altra del mega non-luogo, in cui vive, a seconda delle sue scadenze. Si muoverà come già si muove in mezzo a una collettività che non è una comunità, attraverso una socialità tramite il sistema, ma quasi priva di incontri diretti dal momento che i luoghi che egli frequenta sono luoghi di incontri teoricamente possibili, ma altamente improbabili. Sono così luoghi di incontri mancati, perché non servono ad incontrarsi, ma a consumare o ad erogare servizi.

Così questa post-città non solo non ha più la forma della città, ma neanche il contenuto, dal momento che la città era luogo di incontro. Da questo punto di vista allora la giga-city è l’anti-Atene e l’anti-Firenze. Un grande apparato fatto per produrre business come uno stato avanzato, ma non per produrre umanità. L’umanità nella giga-city sopravvive a stento, alla scomparsa dei nodi e dei circoli della città sotto la nuova griglia delle grandi infrastrutture di comunicazione e alla crisi di un’umanità spinta dai pressanti meccanismi di routine che si accavallano tra loro. La giga-city così offre la sensazione di poter usufruire di tutto (una ragazza mi disse che a Tokyo si poteva trovare il meglio di tutti i prodotti del mondo), senza avere poi l’opportunità pratica di poterlo fare. Appunto si è collegati con tutto ma con pochissime chances di contatto. Allora non stupisce che questo sia quel Giappone in cui sono apparsi gli otaku e l’hikikomori. Fuori della propria abitazione non c’è il mondo della funzione umana della socializzazione, ma solo il traffico immane di altri individui che si spostano verso le loro mete funzionali. In questo senso allora questi fenomeni di isolamento o autoreclusione non sono determinati da un rifiuto della socializzazione ma dall’essere rifiutati dalla socializzazione stessa, la qual cosa genera insicurezza, disagio e chiusura in se stessi. Non stupisce che vari di questi abitanti vadano all’estero, dalla zona più popolosa del mondo, per cercare di conoscere qualcuno. Clamoroso fu il caso dell’omicida di Akihabara, che annunciò sui social l’intenzione di voler fare una strage se nessuno avesse provato a fermarlo. Tuttavia, il suo drammatico appello rimase inascoltato anche quella volta e allora decise di dare seguito al suo piano omicida, proprio in quella Akihabara che è il centro dell’elettronica e della otaku culture. Questo è il meccanismo di una città che espandendosi in forma incontrollata e mostruosa diviene prima post-città e forse infine anche anti-città.

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Luigi Azzariti-Fumaroli

La voce di Nabokov non perse mai la inflessione russa. Nell’esporre le sue osservazioni sulla letteratura dapprima presso il Wellesley College e successivamente, dal 1948, presso la Cornell University (dove permase finché il clamoroso successo di Lolita non gli garantì quell’indipendenza dall’esigenze materiali, per far fronte alle quali aveva accettato, appena emigrato in America, di tenere un folto numero di conferenze dedicate a temi letterari e non solo, presto trasformatesi in cicli regolari di lezioni), quell’accento straniero veniva anzi esibito con un po’ di civetteria – e forse anche con leggera sprezzatura – di fronte agli studenti di un continente che gli sembrava dovesse essere ancora inventato. [...]

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Vladimir Nabokov

Luigi Azzariti-Fumaroli

La voce di Nabokov non perse mai la inflessione russa. Nell’esporre le sue osservazioni sulla letteratura dapprima presso il Wellesley College e successivamente, dal 1948, presso la Cornell University (dove permase finché il clamoroso successo di Lolita non gli garantì quell’indipendenza dall’esigenze materiali, per far fronte alle quali aveva accettato, appena emigrato in America, di tenere un folto numero di conferenze dedicate a temi letterari e non solo, presto trasformatesi in cicli regolari di lezioni), quell’accento straniero veniva anzi esibito con un po’ di civetteria – e forse anche con leggera sprezzatura – di fronte agli studenti di un continente che gli sembrava dovesse essere ancora inventato. Con quella voce connotata da uno smaccato rotacismo – ricorderà uno studente anni dopo – egli impartiva i suoi dettami con un’inflessibilità tale da rasentare l’imperativo: «carezzate i particolari, i divini particolari» – ammoniva – poiché soltanto in essi, come emergenti da un confronto diretto con l’opera letteraria, è possibile scoprire quegli «“a parte” dello spirito, che sono le espressioni più sublimi della consapevolezza» riguardo al felice connubio fra «disposizione mentale fanciullesca e speculativa».

Attraverso una lettura micrologica attenta all’insignificante e sensibile al timbro proprio di ciascun autore, quale risuona nello stile che gli è peculiare, Nabokov, con piglio sicuro, ma che non assume mai pose professorali, introduce ad alcune delle opere più significative della letteratura europea – Mansfield Park, Ricerca del tempo perduto, Madame Bovary, Ulisse, Metamorfosi – guidato nella scelta, non di rado dopo non poche elucubrazioni, solo da Edmund Wilson (il carteggio con il quale da tempo pubblicato da Harper ancora stenta a essere tradotto in italiano), e dal suo gusto personale. Ciò che sommamente gli preme è il creare le condizioni perché si diventi dei buoni lettori, e dunque non si indulga in una «generalizzazione preconfezionata», ma si consideri l’opera letteraria sempre come un microcosmo a sé stante, al quale sia opportuno accostarsi nel modo più circostanziato possibile.

A suggerire questa pratica di lettura, tesa a togliere qualsiasi valore alle «grandi idee», non sarebbe tuttavia una semplice concessione all’esaltazione dell’arte pura. Richard Rorty, nella Filosofia dopo la filosofia, vi ha inteso vedere una messa in guardia dalla crudeltà che si anniderebbe – come mostrava già Invito a una decapitazione (1934; Adelphi 2004) – in quei totalitarismi intellettuali, prima ancora che politici, nei quali appare sospetto tutto ciò che non si sottomette alla piena visibilità. Al contrario, quelle piccole cose, quelle tracce quasi insignificanti che sfidano il senso comune nella sua immoralità omogeneizzatrice, «perché la morale naturale dell’uomo è irrazionale quanto i riti magici che essa ha sviluppato fin dalla oscurità immemorabile dei tempi», rappresentano, in virtù della loro peculiare opacità, i possibili anticorpi di fronte alle sfrontate prepotenze del «pensiero dominante». Nel particolare, sia esso l’uso dell’imperfetto in Flaubert, la descrizione entomologica dello «scarabeo» nel quale si è mutato Gregor Samsa o la esatta disposizione delle stanze descritte dalla Austen, si cela – sostiene Nabokov – l’eccentrico – «lo stranger che fa rima con danger» –, capace di connotare la letteratura come «il poggio più alto della coscienza, dal quale la caducità ha modo di scrutare oltre i propri limiti. E pur non riuscendo a vedere molto attraverso la foschia, si ha in quale modo la sensazione beata di guardare nella direzione giusta».

Queste preoccupazioni non debbono però indurre a credere che qui Nabokov intenda farsi portavoce di un messaggio etico – messaggio di cui, come ruvidamente confessò nel corso d’una intervista, egli se ne infischiò sempre altamente. Piuttosto, esse si accompagnano – si legge all’inizio delle pagine dedicate a Casa desolata di Dickens – al più generale compito che Nabokov ritiene di dover svolgere nel suo ruolo di docente: «razionalizzare» la scoperta di quel «brivido» che la lettura di una grande opera è capace di suscitare; e che è esercizio – avverte Nabokov – al quale si può guidare, ma che esige una personale disponibilità ad abbandonarsi alla voce degli autori senza riserve e senza coltivare l’illusione di instaurare con essa un effettivo dialogo. Ogni autentico scrittore, secondo Nabokov, con la sua opera non vuole infatti che esprimere il proprio io. Affermazione, questa, che – ha notato Claudio Giunta – si mostra affatto antitetica rispetto alle poetiche prescrittive di quegli anni. Ma non completamente isolata, se si considera che nel 1952 Gottfried Benn si esprimerà in senso analogo, in chiusura della sua Replica ad Alexander Lernet-Holenia (pubblicata ora da Adelphi, sotto il titolo Arte monologica?, in contemporanea con la nuova traduzione delle Lezioni di Nabokov, che rinfresca specialmente nella sintassi quella di Ettore Capriolo uscita nel 1982 da Garzanti), sostenendo che ogni espressione letteraria tende a definire la precisa morfologia di uno scrittore, incurante di qualsiasi platea, alla quale consegna soltanto la propria solitudine.

Proprio richiamandosi all’importanza di questa condizione e volendola serbare intatta, Nabokov non esita ad ammettere che, se potesse, egli trascorrerebbe «i cinquanta minuti di ogni lezione in silenzio, a meditare». Egli del resto, anche nel corso dei suoi anni di insegnamento, tende a non violare questo muto dialogo con i suoi autori d’elezione. «Il mio metodo didattico – appunterà anni dopo – precludeva ogni vero contatto con i miei studenti. Nel migliore dei casi questi rigurgitavano qualche pezzetto del mio cervello agli esami…». Sono, questi parenchini cerebrali, tutti irretiti da quel piacere del testo che – scriverà nei primi anni Settanta Roland Barthes – provoca uno straordinario rafforzamento dell’io tramite un singolare fantasma: «qualche cosa come una solitudine interrotta in modo regolare: il paradosso, la contraddizione, l’aporia di una messa in comune delle distanze».

Ed è forse questo medesimo fantasma quello che assilla Nabokov ogni volta che si pone alla lettura di un libro: la possibilità di una solitudine che non si riscatta né tanto meno si trasforma, e tuttavia si rinnova, permettendo, come di tempo in tempo accade al professor Pnin nell’omonimo romanzo (1957; Adelphi 1998), di ovattarsi nella propria memoria, lasciandosi compiacere dai cascami che la ingombrano e che ci salvano: essi sono come i lunghissimi nastri di seta gialla con cui – scrive Nabokov nella sua autobiografia, evocando una delle sue letture di infanzia preferite – viene da un gruppo di intrepidi ragazzini costruito un dirigibile cui si accompagna «un minuscolo pallone supplementare per il nostro Pollicino»: «all’altezza inusitata cui giunge il dirigibile gli aeronauti si rannicchiano l’uno contro l’altro per riscaldarsi, mentre in disparte il piccolo solista, che io invidiavo nonostante il suo terribile destino, andava alla deriva in un abisso di gelo e di stelle – solo».

Vladimir Nabokov

Lezioni di letteratura

traduzione di Franca Pece

Adelphi, 2018, 526 pp., € 26

è possibile acquistare questo testo in tutte le librerie o su ibs.it.

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Monte Athos, il socialismo delle distanze https://www.alfabeta2.it/2018/11/11/monte-athos-il-socialismo-delle-distanze/ https://www.alfabeta2.it/2018/11/11/monte-athos-il-socialismo-delle-distanze/#respond Sun, 11 Nov 2018 04:45:44 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17419 Marco Dotti

L’irriducibile a sé. Forse proprio questo affascina del vivere assieme: una prossimità, un’intimità, un contatto ma soprattutto un ritmo si fa spazio, fra uomini e cose.

Un ritmo che non produce distanze, ma crea differenze. E rende l’altro quello che, semplicemente, è: altro.

Per cercare di districare la matassa del convivere, indagando forme che vanno dal falansterio al sequestro di persona, dal vivere in un hotel cinque stelle all’essere reclusi nella propria stanza o ridotti alla fame nel deserto, Roland Barthes, che il 14 maggio1976, su proposta di Michel Foucault era stato eletto al Collège de France, ripescò dal dizionario una parola dal sapore antico, idiorrythmie. [...]

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Marco Dotti

L’irriducibile a sé. Forse proprio questo affascina del vivere assieme: una prossimità, un’intimità, un contatto ma soprattutto un ritmo si fa spazio, fra uomini e cose.

Un ritmo che non produce distanze, ma crea differenze. E rende l’altro quello che, semplicemente, è: altro.

Per cercare di districare la matassa del convivere, indagando forme che vanno dal falansterio al sequestro di persona, dal vivere in un hotel cinque stelle all’essere reclusi nella propria stanza o ridotti alla fame nel deserto, Roland Barthes, che il 14 maggio1976, su proposta di Michel Foucault era stato eletto al Collège de France, ripescò dal dizionario una parola dal sapore antico, idiorrythmie.

Lo spunto gli venne dalla lettura di un lavoro dello scrittore Jacques Lacarrière che, accennando alle comunità presenti sul Monte Athos, distingueva le classiche comunità cenobitiche dove pasti, lavoro e preghiere si compivano assieme, da quelle che chiamava, appunto, comunità idiorritmiche. In esse ogni cosa era modulata sul ritmo individuale, salvo la preghiera notturna. La comunità era retta dall’idiorritmo.

La «santa Montagna», scriveva Lacarrière, ha «suscitato un genere di vita particolare». Un genere di vita conforme a un – qui è Barthes a parlare – «socialismo delle distanze». E delle differenze.

Non è un caso, dunque, se indagando il tema del Come vivere insieme – questo il titolo del corso che tenne, dopo l’inaugurale e celebre Lezione, al Collège da gennaio a maggio del 1977– Barthes dedica gran parte della propria riflessione proprio alle comunità athonite.

Il filo di questo discorso è ora ripreso da Lucio Saviani che a un attraversamento, al contempo teologico e filosofico, di queste comunità ha dedicato un prezioso volume, Monte Athos. Il cielo in terra, esperienze della filosofia (prefazione di Predrag Matvejević, fotografie di Oliviero Olivieri, Sossella editore, pagine 122, euro 20).

Quaranta chilometri di terra e silenzio compongono la repubblica monastica del Monte Athos. A Marco Polo che ne lambiva la penisola, dissero che là vivevano i discendenti degli antichi filosofi greci. Si riferivano all’esicasmo, rimarca Saviani, la tradizione spirituale fondamentale dell’oriente cristiano, la preghiera del cuore. E con l’esicasmo, si apre il grande tema dell’esichìa, vero filo rosso del libro, «che significa al tempo stesso pace e lotta interiore, silenzio e preghiera ininterrotta».

Esichìa, leggiamo nella Filocalìa, raccolta di testi dell’ascetica d’Oriente, è «recisione dei mali. Se poi si aggiungono le quattro virtù cardinali, insieme con la preghiera, non vi è aiuto più rapido per raggiungere l’impassibilità».

A partire dalla ricerca di un idiorritmo vissuto e di un’impassibilità raggiunta con esercizio e grazia, Saviani svolge la propria indagine sull’Athos trattando la filosofia come disciplina esperienziale, come un forma e modo di vivere. L’Athos è un punto critico di questo percorso. Un punto di snervamento, ma talmente carico di vite ed esperienze, che per procedere oltre il quale lo stesso procedere filosofico deve essere pensato altrimenti.

A contatto con l’incredibile stratificazione spirituale dell’Athos, da Occidente non possiamo che strappare minuscoli frammenti di senso e, inevitabilmente, mondanizzarlo. Ma la mondanizzazione, sembra in qualche modo suggerire il volume, finisce per coincidere con una forma di monachesimo interiorizzato, non troppo dissimile da quello idiorritmico predicato, in tempi recenti, da Pável Nikoláevič Evdokímov.

Rhytmos, osservava d’altronde Barthes, rimanda a qualsiasi oggetto che implichi movimento: «drappo della veste, tratto della penna, instabilità dell’umore». Richiama la veste monastica e il suo flusso. E col flusso, ecco la grazia. Il respiro. E qui, giustamente, Saviani ricorda le parole di Evagrio Pontico, asceta del IV secolo, quando insegnava che «monaco è colui che, separato da tutti, è unito a tutti. Monaco è colui che si considera uno con tutti perché continuamente gli sembra di vedere se stesso in ciascuno».

La filosofia come pratica monastica, dunque? Come capacità di universale differenza? Di certo, così intesa, è pratica idiorritmica (e non parresia; dire il vero a sé, non dirlo e basta; ma su questo tema, che distingue Barthes dall’ultimo Foucault, si aprirebbe uno scenario troppo vasto) che trova nell’archetipo monastico un suo punto di massima intensità.

L’archetipo monastico, calato in un tempo e in contesti di pretesa secolarizzazione, d’altronde ci induce a guardare il mondo con tre occhi: quello dei sensi, quello della mente, quello della fede.

Questi occhi, spiegava Raimon Panikkar, ci danno una visione non deformata della realtà solo se li teniamo tutti, contemporaneamente, aperti. Umile compito della filosofia è – forse – null’altro che evitare che, in balia del contingente, uno, due, tutti questi occhi finiscano per ripiegarsi su di sé, incapaci di cogliere il ritmo del mondo, le sue infinite differenze.

Lucio Saviani

Monte Athos. Il cielo in terra, esperienze della filosofia

Prefazione di Predrag Matvejević

Fotografie di Oliviero Olivieri

Luca Sossella editore

pp 122, euro 20

è possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

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Cinquant’anni di arte e performance site-specific custoditi nell’Archivio Demarco https://www.alfabeta2.it/2018/11/11/cinquantanni-di-arte-e-performance-site-specific-custoditi-nellarchivio-demarco/ https://www.alfabeta2.it/2018/11/11/cinquantanni-di-arte-e-performance-site-specific-custoditi-nellarchivio-demarco/#respond Sun, 11 Nov 2018 04:40:33 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17421 Marilena Borriello

Nel 1981, in occasione dell’esposizione The Avant-garde in Europe 1955-70 (Scottish National Gallery of Modern Art di Edinburgo), tra le opere in mostra vi era New Beginning are in the offing, una porta grigia fatiscente illuminata alla base da una luce rossa e ricoperta in parte da manifesti lacerati. Molti sanno che quell’opera (attualmente parte della collezione del New National Museum di Berlino) fu realizzata da Joseph Beuys, ma pochi forse conoscono la storia di quella porta e del vecchio edificio da cui è stata sradicata. [...]

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Marilena Borriello

Nel 1981, in occasione dell’esposizione The Avant-garde in Europe 1955-70 (Scottish National Gallery of Modern Art di Edinburgo), tra le opere in mostra vi era New Beginning are in the offing, una porta grigia fatiscente illuminata alla base da una luce rossa e ricoperta in parte da manifesti lacerati. Molti sanno che quell’opera (attualmente parte della collezione del New National Museum di Berlino) fu realizzata da Joseph Beuys, ma pochi forse conoscono la storia di quella porta e del vecchio edificio da cui è stata sradicata. Per comprenderne il senso occorre varcare quella soglia a ritroso e attraversare la densa storia di un’istituzione d’arte tra le più longeve e purtroppo poco conosciute in Europa.

L’istituzione in questione è la Demarco European Art Foundation (Edinburgo) nata dalla volontà di ferro e dalla genialità di Richard Demarco, un italo scozzese la cui sincera passione per l’arte ha reso possibile, in più di cinquant’anni, una rete di connessioni oggi forse irrepetibile. La sua tenacia gli ha consentito di abbattere qualsiasi forma di barriera - linguistica, culturale, geografica - e di attraversare innumerevoli volte la cortina di ferro alla ricerca dell’Arte, in anni politicamente ostili. Così facendo, ha costruito una storia ricca di performance ed eventi teatrali unici nel loro genere, mostre ed esposizioni sperimentali, conferenze storiche, lezioni di arte e performance organizzate sul veliero ‘Marques’ (Experimental Summer School of Visual Art and Performng Art) circumnavigando l’Inghilterra e collaborazioni tra gli artisti più importanti, come quella tra Joseph Beuys e Tadeusz Kantor.

Nelle vesti di ‘produttore di cultura’ Demarco ha iniziato la sua inarrestabile attività nei primi anni sessanta, credendo fermamente nel valore sociale dell’arte e nel suo potere di lenire le ferite ancora profonde di una guerra tanto assurda quanto inspiegabile.

La ricchezza di aneddoti ed eventi di questa fondazione rende piuttosto difficile sintetizzarne la storia, ma la vera difficoltà è circoscriverne i confini. L’attività di Demarco potrebbe essere infatti definita come la celebrazione del concetto di Arte nell’accezione più completa e pura - quasi sacra - del termine, e cioè un’arte senza limiti né geografici né di genere.

La sua storia ha inizio nel 1963 con la fondazione del Traverse Theatre che non fu semplicemente un teatro, ma un centro artistico d’avanguardia la cui programmazione univa con disinvoltura eventi di performance art, teatro sperimentale e arte contemporanea. Nel 1966 viene fondata la Demarco Gallery che divenne erede di questa identità ‘non-programmatica’. Con sede in un’abitazione di quattro piani nel centro della città, la galleria permise al suo fondatore di introdurre a Edimburgo uno spirito internazionale che avrebbe dato alla nuova generazione di artisti locali la possibilità di misurarsi con i grandi nomi del panorama artistico mondiale. In quegli anni infatti Demarco intensificò il suo impegno nel tessere rapporti non solo con gli Stati Uniti, la Germania, la Polonia, la Romania ma anche con l’Italia, creando una rete importante di rapporti con il nostro paese al punto da indurre l’Università di Dundee, nel 2008, ad avviare un progetto di ricerca - progetto che sarebbe auspicabile fosse proseguito anche da qualche università italiana. Basti ricordare l’esposizione del 1967, New Realists, che Demarco organizzò in collaborazione con la Galleria Nazionale d’Arte Moderna invitando a esporre Alberto Burri, Piero Manzoni, Lucio Fontana. Demarco ha inoltre collaborato con Enrico Baj, Jannis Kounellis, Mario Merz, Ugo Mulas. Con ‘La Zattera di Babele’ di Carlo Quartucci e Carla Tatò, nel 1989, realizzò sull’Isola di Inchcolm (Firth of Forth) una versione outdoor di Macbeth in inglese e italiano.

L’obiettivo della Demarco Gallery era dunque capovolgere a Edimburgo il prototipo delle gallerie commerciali ormai troppo simili a quelle in Bond Street e Cork Street, i quartieri posh di Londra. Sfidare l’idea convenzionale sia di arte sia di ‘spazio per l’arte’ fu inevitabile e uscire dai cosiddetti ‘luoghi deputati’ divenne dunque un imperativo categorico. Molti degli eventi della Demarco Gallery ebbero luogo, infatti, presso alcuni spazi dell’Università di Edimburgo, come la David Hume Tower o la Morton House la cui architettura gotica e misteriosa contribuì a intensificare il valore comunicativo dell’operazione culturale di Demarco. Altri eventi, invece, furono dislocati per la città, arricchendo il programma dello storico ‘Edinburgh International Festival’. È il caso, per esempio, di Open Air Sculpture del 1968 (a cui vi presero parte Stuart Brisley, Laurence Burt, John Connolly, John Dee, William Featherston, David Gilbert, Ron Haselden, Tom Hudson, Jake Kempsell, William Landles, Fenwick Lawson, Tam MacPhail, Denis Mitchell, Edgar Negret and Julian Snelling) e di 16 Industrial Scarecrows del 1970 (Savid Tremlett), due interventi site-specific realizzati sul tetto degli storici magazzini Goldberg’s Stores.

Su queste premesse fu organizzato, nel 1970, Strategy: Get Arts (SGA, il titolo palindromo fu suggerito dall’artista André Thomkins), un evento storico che riunì a Edimburgo trentatré artisti, molti dei quali provenienti da Düsseldorf e vicini al movimento Fluxus. Il centro delle loro azioni fu ancora l’Edinburgh College of Art; Blinky Palermo, Gerard Richter, Bernard Becher, Claus Böhmler, Doroty Iannone, Sigmar Polke, Joseph Beuys - solo per citarne alcuni - vi realizzarono degli eventi effimeri, delle performance site-specific che diventarono, inoltre, degli importanti momenti didattici. In quella occasione, Günther Uecker realizzò, in collaborazione con il compositore Friedhelm Döhl Sound-Scene, un concerto di musica elettronica incorniciato da un’installazione in nylon (‘cloth sculpture’) tipica di Uecker. Per il suo carattere sperimentale, SGA può essere annoverato tra i progetti espositivi più significativi di quell’epoca. Come per Harald Szeemann con When attitudes become Forms (1969), Richard Demarco ha contribuito a costruire un nuovo approccio - diremmo oggi - ‘curatoriale’ basato non tanto sull’esposizione di un oggetto artistico, ma sulla stretta collaborazione tra artista e ‘curatore’. Il fine era creare un evento in grado di sfruttare e allo stesso tempo amplificare ‘l’estetica dello spazio’.

La partecipazione di Joseph Beuys ha contribuito, in modo considerevole, a rendere storico SGA. Richard Demarco decise di coinvolgerlo dopo averlo conosciuto a Kassel in occasione di Documenta IV (1968), dando inizio, inconsapevolmente, a una grande amicizia e proficua collaborazione artistica. Per Beuys, l’esperienza di Edimburgo rappresentò una parte importante della sua carriera, oltre ad essere stata la sua prima volta in un paese europeo anglofono. Il punto di incontro tra i due fu l’amore profondo e viscerale di Demarco per la sua terra di adozione, la Scozia, e il mondo mitico di Fingal e suo figlio Ossian. Celtic (Kinloch Rannoch) Scottish Symphony (CKRSS) fu la performance site-specific di sei giorni che Beuys, in collaborazione con il compositore Henning Christiansen, creò appositamente per l’evento.1 Per ammissione dello stesso Demarco, quell’incontro ebbe un impatto profondo sulla sua vita, contribuendo ad alimentare l’idea di arte come strumento di educazione etica prima ancora che estetica.

Dal 1968 Demarco attraversò la cortina di ferro innumerevoli volte, convinto da Beuys sulla necessità di viaggiare e aprirsi verso l’Europa dell’Est. Durante uno di quei viaggi conobbe Tadeusz Kantor che, come Beuys, divenne un importante amico e punto di riferimento. In circa venti anni di collaborazione, insieme organizzarono eventi storici. Tra quelli sono da ricordare le due storiche performance: La Poule d’eau (1967) e Les Mignons et les Guenons (1972). Entrambi gli eventi ebbero luogo, a distanza di un anno, presso la Forresthill Poorhouse, un ospedale per persone povere costruito all’inizio dell’800 e riconvertito poi in officina. Da quel momento, quell’edificio assunse un’importanza nodale tanto da accogliere molti degli eventi organizzati da Demarco a Edimburgo: tra questi la conferenza Black and White Oil Conference (1974), tenuta dall’architetto, filosofo e designer Buckminster Fuller.

Nel 1981 parte di quell’edificio venne abbattuto, ma Joseph Beuys, con l’aiuto di Dawson Murray and George Wyllie, ne rimosse la porta. Sulla superficie vi era ciò che rimaneva dei manifesti degli eventi di Tadeusz Kantor e della performance di Beuys I like America and America Likes Me. Quella porta fu ribattezzata dall’artista tedesco New Beginning are in the offing, nuovi inizi sono all’orizzonte.

Il valore dell’Archivio Demarco è inestimabile e i documenti che vi sono conservati sono di assoluta rarità. Consultarli significa tenere viva la memoria di eventi unici, ma anche ricordare che l’arte può ancora avere un fine etico. Del resto, come lui stesso tiene a puntualizzare, quello di Beuys e Kantor non fu semplicemente l’incontro di due geni, ma di due paesi, la Germania e la Polonia che simbolicamente rimarginavano e curavano le ferite ancora profonde di una guerra crudele e insensata.

http://www.demarco-archive.ac.uk/

1 Alla performance Celtic (Kinloch Rannoch) Scottish Symphony (CKRSS) furono aggiunti altri due eventi satellite : Arena, un intervento inedito, creato appositamente per l’occasione, consistente in centinaia di foto che immortalavano le attività dell’artista sino a quel momento ; Pack, (1969) la celebre installazione, oggi alla Tate, costituita da un furgoncino volkswagen e da ventiquattro slitte simili a un branco di cani.

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Il Panorama esistenziale di Motus https://www.alfabeta2.it/2018/11/11/il-panorama-esistenziale-di-motus/ https://www.alfabeta2.it/2018/11/11/il-panorama-esistenziale-di-motus/#respond Sun, 11 Nov 2018 04:35:12 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17422

Dalila D'Amico

Migranti, rifugiati, clandestini, sono termini vessillo dell'attuale agenda politica, nazionale e internazionale. Termini vomitati giorno dopo giorno come mantra. Parole che pian piano sbiadiscono di senso, ne assorbono uno nuovo, per poi essere risputate come significanti scollati dai loro referenti: le persone. E la scena teatrale non fa da meno: abbondano progetti, laboratori e spettacoli che affrontano una problematica viva e scottante dei nostri giorni, stemperandone, replica dopo replica, la complessità, sostituendo alla persona il personaggio, al problema la soluzione, alla comprensione la compassione, alla voce altrui la propria. [...]

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Dalila D'Amico

Migranti, rifugiati, clandestini, sono termini vessillo dell'attuale agenda politica, nazionale e internazionale. Termini vomitati giorno dopo giorno come mantra. Parole che pian piano sbiadiscono di senso, ne assorbono uno nuovo, per poi essere risputate come significanti scollati dai loro referenti: le persone. E la scena teatrale non fa da meno: abbondano progetti, laboratori e spettacoli che affrontano una problematica viva e scottante dei nostri giorni, stemperandone, replica dopo replica, la complessità, sostituendo alla persona il personaggio, al problema la soluzione, alla comprensione la compassione, alla voce altrui la propria. Negli ultimi anni a teatro si riesce a fatica a distinguere l'impegno civile dal rendiconto economico, la militanza dalla spettacolarizzazione o ancora peggio dal paternalismo. Non è il caso però di Panorama l'ultima produzione di Motus, andato in scena al Teatro Vascello di Roma dal 31 Ottobre al 3 Novembre nell'ambito del Romaeuropa Festival. Uno spettacolo che non lascia alcun dubbio: assistiamo a uno sforzo politico e onesto di raccontare la realtà, senza edulcorazioni consolatorie o intenti moralistici.

è una coproduzione tra Italia, Stati Uniti, Spagna, Belgio e Corea del Sud e coinvolge i performer della Great Jones Company, compagnia residente al La Mama Theatre di New York. L'idea dello spettacolo nasce nel 2016, quando Motus conduce a La MaMa il workshop “Furious Diaspora”, un progetto itinerante in varie città, il cui titolo rimanda al Manifesto “Noi diciamo rivoluzione” di Paul B. Preciado. L'obiettivo di questa serie di laboratori era la costruzione di identità/biografie immaginarie da far interagire con casuali passanti in spazi pubblici delle città. A quel punto, Mia Yoo, direttrice artistica del La Mama invita Enrico Casagrande e Daniela Nicolò alla creazione di uno spettacolo che coinvolgesse il gruppo interetnico di attori e attrici che costituisce la Great Jones Repertory Company. A partire dalle loro esperienze diasporiche, Motus, con il supporto del drammaturgo Erik Ehn, immagina nuovi panorami esistenziali, costruendo una caleidoscopica biografia collettiva che si fa portavoce della battaglia per la Green Card, l'autorizzazione che consente ad uno straniero di risiedere sul suolo degli U.S.A. per un periodo di tempo illimitato.

Quello dell'identità nomade è un tema caro alla compagnia romagnola, già brillantemente esplorato in MDLSX. Mentre però quest'ultimo spettacolo rielaborava il romanzo di Jeffrey Eugenides e estratti filosofici impostando un gioco di auto-fiction, in Panorama tutto ciò che è raccontato in scena è vero, anche se spesso sembra incredibile. Il testo deriva dalle lunghe interviste effettuate ai membri della compagnia. Il dispositivo utilizzato è quello del finto casting cinematografico, emblematico per un racconto sulla società americana, perché lì, il mercato del cinema e del teatro è alimentato da audition per asiatici, afroamericani, latinos e altre etnie che stereotipizzano i ruoli. La scena è costituita da un green screen centrale, dove vengono proiettate le immagini in presa diretta o preregistrate dei casting, e da due piccoli schermi laterali a forma di smartphone, che accolgono i volti dei performer seduti in attesa del proprio turno, o di immagini, fotografie e tavole grafiche che gli stessi agiscono sotto le telecamera.

Il risultato è un'identità esplosa in una complessa orchestrazione del senso e dello sguardo. L'occhio è costretto ad indagare tra i vari livelli multimediali della scena in un nomadismo dello sguardo che coincide con la multisoggettività nomade raccontata. Le esperienze narrate sono difficilmente attribuibili ai performer che le raccontano, le immagini preregistrate contraddicono quanto detto in scena, spostando il soggetto sempre un po' oltre quello che vediamo e sentiamo. Le biografie si mescolano, costringendo lo spettatore ad astrarre il fatto e a preservare la parola: “Il potere del potere è immenso”; “Solo in America mi sono reso conto di essere nero e ho capito che la mia pelle fosse un fatto politico”; “Qualsiasi personaggio interpreti ciò che sembri sei sempre tu”. Non c'è confine tra la vita dell'uno e dell'altra, come non c'è confine nel “Panorama” terrestre che Motus disegna come un'utopia. Utopia perché gli attori non si stancano di ricordare il razzismo serpeggiante nell'America di Trump, che poi è la nostra Italia, che poi è il Brasile, che poi è l'Europa.

Cosa rende Panorama una narrazione diversa dal continuo dire sulla migrazione, l'accoglienza e i muri che continuamente si erpicano? A prendere parola sono persone che esperiscono quotidianamente sulla propria pelle l'esclusione e l'affanno per il diritto di cittadinanza. Non si ricamano soluzioni su queste vite, non si regalano alternative alla retorica populista e protezionista dilagante. Il qui ed ora agito in scena è prepotentemente un qui e ora che ci appartiene, drammatico. Non c'è spazio per la speranza o la consolazione, ma forse al momento non è quello che ci serve. In un'intervista di qualche tempo fa Daniela Nicolò diceva: «Quindi che resta? Il lavoro artistico, come amplificazione dell’umano, come critica impietosa e spazio per re-immaginare è l’unica nostra vera possibilità di incidere nel reale. Ma per reinventare il reale occorre buttarcisi dentro a capofitto, con furore e con amore. Ci proviamo».


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Alfagola / Ricette scorrette https://www.alfabeta2.it/2018/11/11/alfagola-ricette-scorrette/ https://www.alfabeta2.it/2018/11/11/alfagola-ricette-scorrette/#respond Sun, 11 Nov 2018 04:30:10 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17425

Alberto Capatti

Così le definiva, nel 2009, Andrea Perin, architetto scenografo, ed erano ideate, provate e ripetute, mescolando ingredienti di culture e paesi lontani. Ne citeremo tre, giocando su un progressivo loro riavvicinamento, dovuto all’emigrazione in Italia, a Milano, e ad una nuova distanza da cui intravedere la cucina italiana.

La pasta ha un ruolo privilegiato nell’accogliere di tutto, in tutto il mondo, anche la frutta, così Delma, brasiliana, attrice e cantante, propone, per sei persone, dei

Fusilli alla banana

600 gr di fusilli, 3 banane, 300 gr di pancetta dolce, 1 cipolla, 3 uova, un pizzico di farina di manioca, olio d’oliva

Fate un soffritto con la cipolla in una padella larga, poi mettete la pancetta sminuzzata molto fine e quando sta diventando croccante aggiungete la banana a dadini. [...]

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Alberto Capatti

Così le definiva, nel 2009, Andrea Perin, architetto scenografo, ed erano ideate, provate e ripetute, mescolando ingredienti di culture e paesi lontani. Ne citeremo tre, giocando su un progressivo loro riavvicinamento, dovuto all’emigrazione in Italia, a Milano, e ad una nuova distanza da cui intravedere la cucina italiana.

La pasta ha un ruolo privilegiato nell’accogliere di tutto, in tutto il mondo, anche la frutta, così Delma, brasiliana, attrice e cantante, propone, per sei persone, dei

Fusilli alla banana

600 gr di fusilli, 3 banane, 300 gr di pancetta dolce, 1 cipolla, 3 uova, un pizzico di farina di manioca, olio d’oliva

Fate un soffritto con la cipolla in una padella larga, poi mettete la pancetta sminuzzata molto fine e quando sta diventando croccante aggiungete la banana a dadini. Girate velocemente e non appena comincia a disfarsi unite le uova sbatttute e salate. Quando l’uovo si rapprende unite la pasta e spolverizzate con un po’ di farina di manioca.

Se in Brasile la pasta piace scotta, non ne terrete conto, e senza andar a cercare la manioca contentatevi della vostra farina, perché, scorretta per scorretta, fingerete di riavvicinare un pochino i fusilli a voi. Il merito di Andrea Perin è di aver posto le basi per un ricettario globale della cucina italiana, intervistando gente che cuoce portando in Italia esperienze per noi insolite, o banalissime come queste tagliatelle. E’ Carmen, rumena, che racconta, per due persone, le

Tagliatelle alla feta

200 gr di tagliatelle fresche, 1 fetta di feta, burro, pepe, formaggio grattuggiato

Schiacciate bene il formaggio con una forchetta e mettetelo sopra la pasta lessata, aggiungete il burro, il formaggio grattuggiato e il pepe, mescolate.

Il formaggio rumeno tipo feta è diventato feta da supermercato, e le sue tagliatelle erano fresche ma potete comprarle in sacchetto. Lo scarto fra due cucine si è ridotto, all’interno della UE, e le affinità vengono coltivate ormai per ripicca o per sfida.

Un ulteriore passo lo fa Aram, l’iraniana, con casa a Milano, e racconta : “Noi mangiamo il tonno con le verdure e lo accompagnamo con il riso. Ho visto che voi fate i broccoli con la pasta. Io ho messo il tonno quando i broccoli in padella erano cotti e con quelli ho condito la pasta“ Detto fatto, ecco la ricetta (s)corretta per quattro :

Pasta con i broccoli e il tonno

400 gr di pasta, 500 di broccoli, 250 di tonno (sott’olio o fresco), aglio, olio d’oliva

Tagliate a cimette i broccoli e metteteli in padella con olio e aglio, salate e cuocete a fuoco lento in una padella chiusa. A cottura ultimata aggiungete il tonno, mescolate e condite.

Andrea Perin, Ricette scorrette racconti e piatti di cucina meticcia, Elèuthera. 2009,

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Alfadomenica #1 – novembre 2018 https://www.alfabeta2.it/2018/11/04/alfadomenica-1-novembre-2018/ https://www.alfabeta2.it/2018/11/04/alfadomenica-1-novembre-2018/#respond Sun, 04 Nov 2018 05:00:22 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17397 Oggi parliamo di politica. Lo facciamo sempre, in realtà, convinti come siamo che la politica attraversi la nostra vita in ogni momento e che riflettere sulla letteratura, sull'arte, sul teatro, la musica, il cinema, non possa non avere conseguenze sul nostro modo di essere nel mondo. Ma oggi parliamo di politica in modo esplicito, con l'intervento di apertura di Michele Emmer, e con i due successivi, di Giorgio Mascitelli e di Virginia Negro e Luigi Achilli, che si interrogano sulle politiche migratorie rispettivamente in Italia e nel Centroamerica e che trovano un'eco paradossale nell'articolo di Cristina Zappa sulla proposta dell'artista americano Tom Sachs che alla londinese Frieze ha distribuito migliaia di passaporti svizzeri, ovviamente fake. [...]

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Oggi parliamo di politica. Lo facciamo sempre, in realtà, convinti come siamo che la politica attraversi la nostra vita in ogni momento e che riflettere sulla letteratura, sull'arte, sul teatro, la musica, il cinema, non possa non avere conseguenze sul nostro modo di essere nel mondo. Ma oggi parliamo di politica in modo esplicito, con l'intervento di apertura di Michele Emmer, e con i due successivi, di Giorgio Mascitelli e di Virginia Negro e Luigi Achilli, che si interrogano sulle politiche migratorie rispettivamente in Italia e nel Centroamerica e che trovano un'eco paradossale nell'articolo di Cristina Zappa sulla proposta dell'artista americano Tom Sachs che alla londinese Frieze ha distribuito migliaia di passaporti svizzeri, ovviamente fake. Ma la politica attraversa anche la recensione - firmata da Valentina Parisi - del libro di Margherita Belgiojoso Donne di Russia. E l'Alfagiochi? Beh, forse nell'Alfagiochi la politica non la troverete, ma in compenso, grazie ad Antonella Sbrilli, potrete giocare con la-pros-pet-ti-va (un "amarcord" al quadrato).

Buona lettura!

Il sommario

Michele Emmer, Riflessioni marginali sul fare politica

Giorgio Mascitelli, Leggi e mitologie razziali

Virginia Negro e Luigi Achilli, Rifugiati o migranti? L'esodo centroamericano

Cristina Zappa, Il senso di possedere un passaporto fake

Valentina Parisi, La donna in Russia è più di una donna

Antonella Sbrilli, Alfagiochi / La-pros-pet-ti-va

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Riflessioni marginali sul fare politica https://www.alfabeta2.it/2018/11/04/riflessioni-marginali-sul-fare-politica/ https://www.alfabeta2.it/2018/11/04/riflessioni-marginali-sul-fare-politica/#comments Sun, 04 Nov 2018 04:55:17 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17398 Michele Emmer

Bisogna cambiare il modo di affrontate la tipologia demagogica e qualunquista di affrontare qualsiasi questione che di questi tempi va per la maggiore. Bisogna recuperare il dominio della ragione e della logica, pur tra le mille difficoltà. Non bisogna rispondere sullo stesso piano. Il rumore di fondo è diventata l’unica cosa che viene percepita, la chiarezza, la logica, il cercare di dimostrare la illogicità ed assurdità di tante frasi rischia di essere una battaglia persa perché non conta tanto quello che si afferma quanto la violenza verbale (per ora) con cui le affermazioni sono gridate, cambiando ogni giorno l’obiettivo della invettiva di turno, in modo tale di impedire di fatto una qualsiasi riflessione su quanto affermato poche ore prima. [...]

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Michele Emmer

Bisogna cambiare il modo di affrontate la tipologia demagogica e qualunquista di affrontare qualsiasi questione che di questi tempi va per la maggiore. Bisogna recuperare il dominio della ragione e della logica, pur tra le mille difficoltà. Non bisogna rispondere sullo stesso piano. Il rumore di fondo è diventata l’unica cosa che viene percepita, la chiarezza, la logica, il cercare di dimostrare la illogicità ed assurdità di tante frasi rischia di essere una battaglia persa perché non conta tanto quello che si afferma quanto la violenza verbale (per ora) con cui le affermazioni sono gridate, cambiando ogni giorno l’obiettivo della invettiva di turno, in modo tale di impedire di fatto una qualsiasi riflessione su quanto affermato poche ore prima.

La formazione culturale e politica che tanti anni di attività politica hanno generato porta a volere spiegare, convincere, tramite discorsi, incontri, colloqui, scritti, parole, addirittura libri! E tutto questo richiede riflessioni, analisi, ponderazione. Il che significa tempo. Non ci sono dubbi che alla lunga questo modo di affrontare le questioni, ancora prima dell’indicare le soluzioni ai problemi, che richiedono altrettanto tempo se non di più, è l’unico possibile e l’unico che porterà ad una sicura affermazione sulla demagogia inefficace e falsa. MA il fattore tempo è importante, essenziale, vitale.

La complessità (parola abusata) ha portato con sé il valore assoluto della semplificazione. Vogliamo cose semplici, chiare, vogliamo soluzioni rapide, veloci che chiudano definitivamente le questioni e senza grandi discussioni. Affidiamoci a chi urlando e sbraitando magari le questioni le lascerà alla lunga irrisolte ma che nell’immediato fa credere che finalmente qualcuno che decide, presto e forse anche bene c’è. E basta con tutte le lungaggini della democrazia, della complessità della democrazia che deve per sua (buona) natura mediare cercando di raggiungere l’interesse generale.

Caso esemplare i vaccini. Perché non pubblicare i risultati ottenuti con i vaccini che sono stati scoperti nel Novecento e confrontare le statistiche, da quando i dati si conoscono, con i periodi in cui i vaccini non c’erano ancora? Servirà a qualche cosa? Non credo perché il problema non è cercare di farsi capire e spiegare ma la convinzione che si fa passare è che l’autorità sia essa politica, scientifica, culturale (parola odiata) è per sua natura corrotta e quindi qualsiasi cosa si afferma, se chi lo afferma fa parte dell’establishment culturale, siano essi anche medici, sarà perché si cercherà sempre un proprio tornaconto per fare quelle affermazioni. Non è molto meglio un sano e buon individualismo, del tipo “io conosco le esigenze del mio bambino, nessuno più di me” (non dimenticando anche le affermazioni sui vaccini che rendono autistici). Se non si accetta il principio della logica aristotelica, se non si accetta che ci sono persone che ne sanno di più di noi su un certo argomento, allora entra in crisi la motivazione stessa del fondamento della umana convivenza. Ma si dirà deve esserci la libertà di cura, io voglio curarmi come voglio. Come per il caso Di Bella, con migliaia di persone in piazza a reclamare la libertà di cura, di usare dei farmaci che un anno dopo i risultati della sperimentazione hanno mostrato essere inefficaci ed inutili con una percentuale quasi del 100%. Il che non impedì all’allora primo ministro D’alema e alla ministra della Sanità Rosy Bindi di fissare un ticket che pagavano anche i malati terminali (parola del tutto assurda utilizzata dai media). Noi ce lo ricordiamo bene. Rosy Bindi qualche mese dopo si scusò pubblicamente.

Alcune cose, tra le tante, sono alla base dell’evoluzione della unica razza umana che esiste, l’Homo Sapiens:

  • la medicina per sua natura non è e non sarà mai una scienza esatta. Ogni persona è diversa anche nei riguardi della malattia, ogni organismo reagisce in modo diverso. Ma la medicina ha compiuto enormi progressi (le grandi epidemie sterminavano in gran parte le popolazioni della terra in percentuali impensabili ai giorni nostri) perché la ricerca è riuscita a stabilire delle linee mediche di intervento che agiscono su grandi percentuali di individui, non su tutti, impossibile, ma su tanti, tantissimi. E ci sarà sempre un caso di tumore incurabile che poi non porta inspiegabilmente alla morte del paziente e ci sarà sempre qualcuno che morirà per le cure a cui è sottoposto. Ma le percentuali significative sono quelle che guidano le linee guida per gli interventi dei sistemi sanitari nazionali. Cercando di curare anche chi non ha speranze ragionevoli di vita, badando a non buttare risorse in sperimentazioni insensate, badando all’interesse generale della popolazione e cercando di salvaguardare il maggior numero possibile di persone. Nessun bambino immuno-depresso perché in cura per gravi malattie deve essere messo a rischio. L’interesse generale prevale sull’interesse delle singole persone. E’ una delle regole che deve governare le linee guida della sanità pubblica. Ed è quello che la logica richiede e non ci sono terze vie. Le malattie hanno sterminato intere popolazioni, soprattutto quelle dove sono arrivati i colonizzatori, che portavano le armi da fuoco ma ancora peggio portavano virus sconosciuti agli abitanti del luogo che non avevano difese.

Un'epidemia di morbillo ha colpito la tribù amazzonica dei Yanomami, isolata al confine tra Brasile e Venezuela. "Se non saranno adottate al più presto misure d'emergenza, potrebbero morire centinaia di indigeni", è l'allarme lanciato da Survival international un paio di mesi fa.

Quanto ci ho messo a dire queste cose? Parole, parole. La formula vaccinazione obbligatoria/facoltativa è molto più efficace nella sua mancanza di logica. Dobbiamo accettare questo modo di discutere? No, ma dobbiamo sviluppare mezzi per ribadire, ribattere, cambiare le opinioni che siano veloci ed efficaci. E le nuove tecnologie possono essere molto efficaci da questo punto di vista. Non le barzellette dei referendum virtuali a cui partecipano poche migliaia di persone, ma coinvolgere milioni di persone. Abituando le persone a capire come usare in modo intelligente ed efficace la miniera di informazioni corrette che ci sono in rete (molte di più delle informazioni false). Cambiare e rendere più efficace la politica come ha fatto in un caso anche la comunità Europea cercando di coinvolgere nelle decisioni i popoli europei. Non con messaggi di poche parole, ma ragionando, confrontandosi, cercando di chiarire.

È duro, faticoso, ma solo così si costruiscono i sistemi difensivi per reagire alle ondate di falsità e fantasie.

Certo un elemento essenziale è il riuscire ad analizzare la propria storia cercando di capire il perché degli errori commessi e come evitarli in futuro.

Ed il grande problema è lo stato di confusione e di sfiducia che i cittadini hanno nell’unico partito per ora sopravvissuto, il PD. La percezione che il PD non sia in nessun caso una soluzione ma sia anzi una delle cause della situazione attuale, che la sua classe dirigente sia oramai impresentabile, è un fatto che predomina nel paese. Era un fatto ineluttabile, ci sono stati errori dei dirigenti, sono state scelte sbagliate? E soprattutto perché? O invece le cause sono tutte esterne, il popolo è ignorante e non capisce quanto di buono è stato fatto, la storia è ingiusta e prima o poi la storia stessa si vendicherà e il bene trionferà.

La storia ha insegnato in anni di guerre, stermini e genocidi che i “buoni”, ammesso che si siano, non vincono sempre. Anzi, non solo la storia, le singole comunità umane, se si guarda indietro nei secoli, hanno passato la maggior parte della loro vita in mezzo a tragedie e lutti e drammi di tutti i tipi. Malgrado questo nel nostro DNA per motivi di sopravvivenza pensiamo, ci illudiamo, che la logica, la verità, la solidarietà vincerà. Oggi è uno di quei periodi in cui non si vede come questo possa accadere in tempi brevi. E da qui il grande spaesamento. Ed è in questi periodi che si vede chi è in grado di fare previsioni, stabilire strategie, indicare una direzione di marcia che deve portare a modificare la situazione. Perché a distruggere ci vuole molto poco, a ridare la speranza, la fiducia, la volontà di reagire si fa molta fatica. Nel caso specifico della politica chi è uno statista lungimirante e chi non lo sarà mai. E come in medicina nulla è deciso a priori, si può benissimo avere la ragione dalla propria parte e non riuscire a modificare nulla. Il ruolo dei leader politici diventa quello che indicare queste vie, se si riesce ad individuarle. Ridando la speranza anche se la situazione è disperata.

Si sono dimostrati all’altezza i leader (chiamiamoli così) del PD o non hanno e stanno continuando a contribuire a distruggere qual poco che è ancora rimasto in piedi di un partito di persone che pretende che le parole hanno un senso, che la logica e la solidarietà siano alla base della convivenza umana? Hanno fatto tesoro degli errori fatti, delle scelte non fatte o subite, hanno avuto un giusto ruolo l’ammissione e l’interesse collettivo? Hanno in poche parole dimostrato di essere all’altezza? Hanno sviluppato una qualche strategia che nel breve o medio periodo porti ad un cambiamento che non avverrà come diceva il presidente Mao, aspettando sulla riva del fiume che gli avversari siano sconfitti? Hanno contribuito a far rinascere la speranza ed una sana utopia in cui continuare a credere?

Il problema ed è una delle cause principali della inazione è che le risposte a queste domande sono tanti no. Basta chiedere tra le persone, sentire quello che viene detto. Certo è anche un effetto di una demagogica propaganda che utilizza tutti i mezzi per presentare la realtà come esattamente si vorrebbe che fosse, senza dover fornire alcuna prova. Certo è anche un effetto dei tanti problemi che ha il paese, problemi che continuano da anni e che vengono affrontati con scarsa convinzione e ancora più scarsa capacità di fornire soluzioni. La magistratura, la sanità, l’educazione, il lavoro dei giovani, la povertà. Ci sono situazioni eccellenti in molti di questi settori in Italia, ma quello che è sicuramente una realtà è che il paese non è tutto eguale, è profondamente disomogeneo e queste sono cose che vengono dette da anni con una stanca liturgia. E allora perché non sfruttare queste incapacità, queste situazioni insostenibili, non per risolverle ma per indicare alle persone i colpevoli della situazione? Non siamo in grado di darvi una soluzione (questo ovviamente non è detto esplicitamente) ma vi forniamo i colpevoli. Sono loro la causa di tutto. Strategia che regge per un breve periodo, ma che produrrà danni incalcolabili nel tessuto sociale del paese, creando e stimolando tensioni, odi e rancori su cui qualsiasi società è destinata a sfasciarsi. Un inciso: ovviamente che cosa succede nel mondo è assente da qualsiasi discorso perché per definizione abbiamo deciso che tanto noi nel mondo non contiamo nulla e quello di cui ci occupiamo è solo l’oggi e il subito in Italia.


ALCUNE OSSERVAZIONI SUL PD

Dunque il PD. Non occorre andare molto indietro nel tempo. L’articolo di Veltroni su Repubblica qualche settimana fa aveva molte affermazioni condivisibili. Una cosa che mancava nell'articolo che pure parla della rottamazione, è l'esplicita richiesta di farsi da parte a Renzi e tutto il suo entourage nonché alla chiusura di qualsiasi pratica correntizia nel PD. E di dare delle risposte etiche ad alcune domande. Cose che sino a quando sono stato nel PD ho richiesto con forza. Ne sono uscito tre anni fa quando avevo capito che le riunione dovevano essere solo riunioni elettorali.

E credo che la richiesta del passo indietro riguardi gran parte del gruppo dirigente. Ecco spiegato perché (e non ci sono dubbi che questa convinzione è molto diffusa):

- È possibile che in un partito più di cento membri in parlamento abbiano votato contro il fondatore del partito senza mai avere il "coraggio" di dirlo? Diranno i più, ah ancora con questa storia, è roba passata: no, non lo è.

- È mai possibile che chi ha portato avanti una campagna assurda sul referendum ed abbia ripetutamente affermato che si sarebbe ritirato a vita privata continui a commentare quando gli viene in mente, non sapendo che ad ogni affermazione sua il PD perde ancora?

- È mai possibile che i tempi della politica del PD siano biblici rispetto alle urgenze del presente?  Riunioni delle correnti, il rito del congresso da fare con comodo quando ci sarà il tempo?

- È mai possibile che si sia negli ultimi anni svuotato di ogni contenuto di discussione politica serie le sedi nel territorio del PD teorizzando la loro trasformazione in comitati elettorali?

- È mai possibile che per anni il PD sia stato appiattito sul sostegno al leader anche quando il gruppo dirigente (di cui fa parte a pieno titolo anche la minoranza) compiva scelte e soprattutto gestiva il PD in un modo verticistico, arrogante e velleitario?

- E nel frattempo? L'idea è che basta aspettare sulla riva del fiume, le politiche del governo del paese andranno i crisi prima o poi? Anche se andrà in contemporanea in crisi il paese, trascinato in una crisi economica e politica dalle conseguenze imprevedibili?

È ora adesso, e non credo che la rovina del paese sia una buona strategia, come quella di dare qualche volta un’ intervista in risposta a qualche atto del governo. Un’ idea di lunga strategia per il rilancio dell'Europa delle libertà e della fratellanza e della pace e della cooperazione tra i popoli Europei. Pensando anche a come espellere dall'Europa quelli che non rispettano le libertà civili su cui l'Europa è stata fondata (con qualche ambiguità). Se la Grecia non avesse rispettato la road map dei fondi ottenuti probabilmente sarebbe stata in qualche modo allontanata dall'Europa. Solo questo interessa?

Si potrebbe continuare, e questo non è “fuoco amico” perché io dal PD me ne sono andato tre anni fa. Me ne sono andato quando ho capito che perdevo il mio tempo. Non perché le mie posizioni non venivano accettate o condivise. Anzi, a livello di base lo erano abbastanza. Perché si avvertiva che l’ultima cosa che interessava i vertici del partito era avere una sana, schietta e diffusa discussione sulle questioni da affrontare. Si cercava l’adesione, ci si contava e questa non è la democrazia che uno desidera. Ed è in gran parte questo che ha portato alla grande insoddisfazione e disaffezione. Ed è anche questa la causa e l’effetto delle correnti. Io amo la politica del confronto in cui si dibatte e si cerca di confrontarsi, chiarirsi e convincere. E per fare questo non c’è nessun bisogno di correnti, correnti organizzate. Correnti di pensiero quelle sì, ma non si trattava di questo. La sensazione era che si assisteva ad una guerra per bande e se la corrente mia non vinceva tanto valeva restare sulle proprie posizioni e portare avanti la “opposizione” della propria corrente. E tutto questo è andato avanti per mesi davanti agli occhi attoniti degli iscritti, degli elettori e del paese sempre più stufo.

A cui si aggiunge anche il fatto che per anni il governo che ha gestito il potere non è stato eletto. Ed un altro grande errore è stato non fare le elezioni quando le condizioni erano favorevoli. Tutto sarebbe stato forse più semplice e chiaro. Un altro tremendo errore politico. Certo, le elezioni si potevano anche perdere allora, ma da quel momento in poi sono state perse tutte, quindi è difficile non condividere l’affermazione che peggio di così non era possibile.

Certo ci sono quelli che condividono tuto quello che è stato fatto, che sono d’accordo su tutto, che amano alla follia essere di una corrente (perché evidentemente hanno difficoltà ad elaborare una propria linea di pensiero da condividere) .

Una prima proposta:

cancellare immediatamente la coincidenza tra leader del PD e primo ministro. Le due cariche sono incompatibili dal punto di vista politico ed anche etico e pratico. Sarebbe un segnale che le cose cambiano, anche se ci vorrà ben altro. Certo oggi abbiamo una figura nuova di premier, in conto terzi…

Una seconda:

attivare tutti i canali telematici possibili per coinvolgere nell’elaborazione di un programma di governo per l’Europa e per il paese. Con l’idea di riuscire ad avere milioni di risposte. Il rito delle riunioni dei circoli (quelli che ancora hanno un anima) che danno tre minuti agli iscritti (parole che nessuno ascolta) per poi arrivare alla fine della riunione alla conta delle correnti e dei delegati, ha stufato qualsiasi persona che non si senta parte di una tribù che spera vinca e si porti a casa il potere (?). Una sorta di twitter detto di persona. Coinvolgere il più possibile, svolgere queste discussioni in rete parallelamente alle riunioni dei circoli, con indicazioni precise sulle questioni a cui le persone possono essere interessate, comprese le decisioni (e le non decisioni) che prende l’attuale governo, le scelte europee, le alleanze, ecc. Delle vere primarie delle idee in cui alla fine le persone che hanno partecipato si sentano partecipi ed accettino le possibili conclusioni, lasciando perdere le correnti nei fatti, accettando dopo essere stati in parte coinvolti le decisioni della grande maggioranza.

È un processo lungo e faticoso, in cui bisogna coinvolgere i veri protagonisti, i giovani. In cui inevitabilmente verranno fuori nuovi leader. E tutto questo deve essere favorito dagli attuali dirigenti che devono riuscire a stimolare le discussioni facendo chiaramente capire che quello che si prepara è un cambiamento epocale (e non l’idiozia della rottamazione, ci sono quarantenni già fusi, senza fare nomi, e ottantenni geniali) di cui loro, i leader attuali (o presunti tali) non saranno più parte riconoscendo finalmente che alcuni hanno molto più colpa di altri nella disfatta.

Si dirà: ma si perderanno le elezioni prossime (ci sono sempre elezioni prossime). Probabilmente sì, ma forse il futuro sarà diverso, profondamente diverso. Se questo passo inevitabile non sarà compiuto si perderanno le elezioni ma soprattutto non ci sarà un futuro prossimo.

Una ultima proposta potrebbe essere interessante:

si sa che  i  docenti universitari non lavorano mai, non fanno un mestiere faticoso, lavorano quando vogliono, in fondo la maggior parte di loro non è affatto "utile". Bene il taglio delle pensioni d'oro ma le pensioni sono il risultato degli "stipendi d'oro". Tagliamo a loro e a tutti quelli che hanno "stipendi d'oro" gli stipendi. Stabiliamo per legge quale è lo stipendio non d'oro e quindi anche le pensioni.

La cosa più tragicomica della proposta del governo (mezzo governo?) è che si fa passare l’idea che le pensioni sono basse perché ci sono quelli che hanno le pensioni d’oro che rubano i soldi a quelli che hanno la pensione bassa. Dimenticando che le pensioni sono pagate con i contributi di tutti (compresi gli immigrati) e quello che si deve fare è aumentare le pensioni minime con la solidarietà di chi guadagna di più (non solo i pensionati, tutti coloro che hanno redditi di qualsiasi tipo; insomma la solidarietà che è alla base dello stato sociale. Purtroppo i professori universitari sono pochi e quelli come me che hanno lavorato sino a 70 anni con in media 45-49 anni di contributi hanno una quota pari a 120 sommando anni di contributi ed età. E è stato loro impedito di lavorare (si fa per dire) sino a 72 perché la legge Gelmini tolse i due anni in più. Nei paesi normali i migliori professori universitari restano al lavoro (senza stipendio) sino a quando sono produttivi, mentre vengono allontanati quelli che già a 40 sono fusi (senza fare nomi).

Ma Tria se è un ministro serio deve trovare i fondi. Logica: una forza politica va alle elezioni con un programma, si pensa che le proposte che vengono formulate che hanno un costo economico rilevante contengano anche una idea di come finanziare quelle proposte. Vecchia politica! Bisogna essere creativi e pensarci dopo a dove trovare i fondi. Giusto.

Avvertenza: è una proposta provocatoria, ironica, grottesca, quella di tagliare anche gli stipendi, non si sa mai.

PS: sembra che le pensioni saranno già tagliate per decreto dal mese prossimo! Evviva!

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Leggi e mitologie razziali https://www.alfabeta2.it/2018/11/04/leggi-e-mitologie-razziali/ https://www.alfabeta2.it/2018/11/04/leggi-e-mitologie-razziali/#comments Sun, 04 Nov 2018 04:50:47 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17400 Giorgio Mascitelli

La resistibile ascesa di Matteo Salvini al potere ha prodotto, come era lecito attendersi, una serie di provvedimenti dai tratti fortemente ambigui se non apertamente razzisti. E tuttavia l’aspetto più significativo di queste scelte è la loro patente inefficacia per quegli stessi fini securitari per cui sono state prese. Per esempio, come dimostra inequivocabilmente Guido Viale su Il manifesto dello scorso 26 ottobre, l’abolizione degli sprar ( i centri di accoglienza per i profughi) determinerà un aumento dei clandestini e in definitiva dell’insicurezza sociale in termini anche di quella criminalità che a parole si vuole combattere. [...]

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Giorgio Mascitelli

La resistibile ascesa di Matteo Salvini al potere ha prodotto, come era lecito attendersi, una serie di provvedimenti dai tratti fortemente ambigui se non apertamente razzisti. E tuttavia l’aspetto più significativo di queste scelte è la loro patente inefficacia per quegli stessi fini securitari per cui sono state prese. Per esempio, come dimostra inequivocabilmente Guido Viale su Il manifesto dello scorso 26 ottobre, l’abolizione degli sprar ( i centri di accoglienza per i profughi) determinerà un aumento dei clandestini e in definitiva dell’insicurezza sociale in termini anche di quella criminalità che a parole si vuole combattere. Non si tratta con ogni evidenza di un errore, di una svista nelle politiche di repressione o di un cedimento alle pressioni della base, ma di una scelta razionale che serve ad alimentare la macchina mitologica della xenofobia. Insomma i decreti proposti appaiano una continuazione sul piano legislativo del repertorio di dichiarazioni aggressive e immagini edificanti diffuse via social che costituiscono il fondamento del discorso salviniano. Non si tratta, cioè, di costruire una politica organica di apartheid come nelle leggi razziali storiche, che urterebbe gli interessi della base leghista di imprenditori medi e piccoli del Nord, ma di una serie di azioni e di parole che mirano a mantenere alta la paura e per così dire a oliare meticolosamente la macchina mitologica. Ovviamente il suo funzionamento a pieno regime ha bisogno di vittime.

Va da sé che anche le iniziative periferiche delle amministrazioni leghiste si muovono in questo solco tracciato dall’aratro salviniano, basti pensare all’odioso trucchetto burocratico escogitato dalla giunta comunale di Lodi per escludere dai benefici delle riduzioni delle tariffe della mensa scolastica e dello scuolabus riservate alle famiglie non abbienti i figli di extracomunitari, che sembra avere essenzialmente la funzione di ribadire il primato degli italiani, senza peraltro mutare in nulla la condizione di quelli che tra loro sono poveri. La situazione in cui questa strategia è emersa in maniera più nitida resta, tuttavia, la manfrina estiva organizzata dal ministro degli interni a spese dei profughi imbarcati sulla nave Diciotti, nella quale si è inventata letteralmente un’emergenza che non aveva alcuna ragion d’essere oggettiva.

È del tutto complementare a questo schema la vicenda di Riace e del sindaco Lucano, dove le difficoltà giudiziarie dell’amministrazione comunale sembrano essere state sfruttate piuttosto per distruggere un esempio di un’alternativa concreta alla politica della paura. Non si deve però guardare solo alla politica di inserimento e integrazione svolta con successo dall’amministrazione della cittadina calabrese. C’è un altro dato nella vicenda di Riace che va tenuto costantemente presente, se si vuole ragionare politicamente sulla storia di questa esperienza aldilà di afflati solidaristici o polemici, come ha fatto notare Sergio Violante su Nazioneindiana: il comune di Riace nel 2011 aveva 1793 abitanti e alla fine del 2017 ne aveva 2309 e tale incremento non era riconducibile esclusivamente alla popolazione straniera che consta di 470 residenti. Insomma in una regione caratterizzata da un saldo demografico sia naturale sia migratorio negativo a pesante rischio di spopolamento, il comune di Riace, in assenza di particolari investimenti esterni, innestava una dinamica positiva che coinvolgeva anche la popolazione italiana, finendo così con lo smentire implicitamente uno dei miti collaterali della macchina mitologica ossia che vi sia un piano per la sostituzione delle popolazioni autoctone con quelle provenienti dall’Africa. Il successo demografico del comune di Riace era uno scandalo troppo grosso per poter essere tollerato.

Le ragioni di questa politica sono tanto evidenti quanto banali: senza il razzismo, senza la paura dell’invasione, senza la macchina mitologica la Lega sarebbe un partito elettoralmente secondario incerto tra secessionismo o rivolta fiscale antieuropea forte solo in quelle che Aldo Bonomi chiama le aree tristi del Nord. Oggi, invece, la Lega è secondo i sondaggi il primo partito italiano e Salvini può giocare il ruolo di prestigioso leader della destra internazionale, verosimilmente a spese dell’Italia stessa. Non vorrei che la banalità della spiegazione fosse scambiata per una sottovalutazione del pericolo, al contrario la macchina mitologica, una volta avviata, tende a funzionare come un dispositivo e dunque a riprodursi e ad amplificarsi e per mantenere il consenso bisogna assecondarla. In altri termini ci troviamo su di una china che può scivolare verso qualsiasi conclusione.

La macchina mitologica garantisce a chi la governa o meglio l’asseconda un altro vantaggio non trascurabile ed è che scelte di governo potenzialmente dannose o pericolose non vengono percepite come tali dalla popolazione. Di questi primi mesi di governo gialloverde uno dei dati più sorprendenti è l’entusiastico appoggio ricevuto da Salvini nel suo scontro frontale con la commissione europea in aree ancora benestanti dell’Italia settentrionale, le quali hanno tutto da perdere da questo scontro e dalle rappresaglie economiche che toccherà loro subire. Paradossalmente la base elettorale dei 5stelle, specie nel Sud, ha un comportamento più razionale in quanto la sua situazione nello status quo del neoliberismo europeo è oggettivamente senza prospettive e dunque è comprensibile che sia tentata da qualsiasi avventura, ma che regioni come il Trentino, il Friuli o la stessa Lombardia si buttino su questa strada senza tentennamenti rivela bene il potenziale allucinatorio della macchina mitologica razzista e ricorda vagamente l’entusiasmo con cui le popolazioni europee nel 1914 accompagnarono al massacro i loro figli.

Questa ondata non può essere fermata da un antirazzismo come pura testimonianza o come regola di un galateo internazionale dei ceti vincenti nella globalizzazione, ma da un lungo lavoro politico che ponga il dovere di restare umani nella cornice di un progetto di società diversa che parli a molti. Che l’antirazzismo ufficiale delle istituzioni della globalizzazione, del resto, sia totalmente inefficace è dimostrato dal fatto che mai come in questi anni c’è stato un impegno dei media in Europa contro il razzismo, che ha coinvolto perfino un ambiente conservatore e superficiale come quello del calcio, ma il razzismo ha continuato a crescere dappertutto.

Questi sono le questioni che il nostro tempo ci pone e non sarà qualche tecnico ben preparato a poterle affrontare.

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