Alfabeta2 https://www.alfabeta2.it Spazio di intervento culturale Sun, 16 Sep 2018 18:20:42 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.8 https://www.alfabeta2.it/wp-content/uploads/2018/01/a2-big-100x100.png Alfabeta2 https://www.alfabeta2.it 32 32 Alfadomenica # 3 – settembre 2018 https://www.alfabeta2.it/2018/09/16/alfadomenica-3-settembre-2018/ https://www.alfabeta2.it/2018/09/16/alfadomenica-3-settembre-2018/#respond Sun, 16 Sep 2018 04:00:20 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17235 Viviamo davvero in un'epoca liquida e digitale, come amiamo e sentiamo ripetere di continuo? No, e ce lo ricorda opportunamente Fabrizio Tonello nell'intervento di apertura dell'Alfadomenica di oggi, dedicato a un saggio uscito negli Stati Uniti e non ancora da noi, Behemoth di Joshua Freeman, sulla storia e l'evoluzione delle grandi fabbriche. Poi, ancora libri (Ambrosino su Beltrametti, Lorenzini su Sanguineti, D'Elia su Haern, Parisi su Gajdanov) e in chiusura l'Alfagola di Alberto Capatti. [...]

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Viviamo davvero in un'epoca liquida e digitale, come amiamo e sentiamo ripetere di continuo? No, e ce lo ricorda opportunamente Fabrizio Tonello nell'intervento di apertura dell'Alfadomenica di oggi, dedicato a un saggio uscito negli Stati Uniti e non ancora da noi, Behemoth di Joshua Freeman, sulla storia e l'evoluzione delle grandi fabbriche. Poi, ancora libri (Ambrosino su Beltrametti, Lorenzini su Sanguineti, D'Elia su Haern, Parisi su Gajdanov) e in chiusura l'Alfagola di Alberto Capatti.

Buona lettura!

Fabrizio Tonello, Behemoth, ascesa (e trionfo) della grande fabbrica

Marco Ambrosino, Franco Beltrametti, sì, viaggiare

Niva Lorenzini, Sanguineti e la funzione di verità

Raffaella D’Elia, Lafcadio Hearn, esperimento con il Giappone

Valentina Parisi, Gazdanov, le notti e i giorni di un anomalo émigré

Alberto Capatti, Alfagola / Biblioteca colturale di gastronomia del dopolavoro

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Behemoth, ascesa (e trionfo) della grande fabbrica https://www.alfabeta2.it/2018/09/16/behemoth-ascesa-e-trionfo-della-grande-fabbrica/ https://www.alfabeta2.it/2018/09/16/behemoth-ascesa-e-trionfo-della-grande-fabbrica/#comments Sun, 16 Sep 2018 03:55:21 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17236

Fabrizio Tonello

Tutto ciò che ci circonda viene da una fabbrica: la tazza che teniamo in mano, la caffettiera in cui abbiamo fatto il caffè, il pacchetto della nostra miscela preferita. Siamo seduti su una sedia di fabbrica, a un tavolo di fabbrica, mangiamo lo yogurt proveniente da una fabbrica di Vipiteno, con un cucchiaino prodotto in una fabbrica polacca, mentre guardiamo il nostro iPhone, ovviamente prodotto da una fabbrica della Foxconn, in Cina. [...]

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Fabrizio Tonello

Tutto ciò che ci circonda viene da una fabbrica: la tazza che teniamo in mano, la caffettiera in cui abbiamo fatto il caffè, il pacchetto della nostra miscela preferita. Siamo seduti su una sedia di fabbrica, a un tavolo di fabbrica, mangiamo lo yogurt proveniente da una fabbrica di Vipiteno, con un cucchiaino prodotto in una fabbrica polacca, mentre guardiamo il nostro iPhone, ovviamente prodotto da una fabbrica della Foxconn, in Cina. È quindi lievemente paradossale il fatto che si parli di economia “digitale”, o “virtuale” o della “conoscenza” quando anche il souvenir artigianale che abbiamo comprato a Murano viene, in realtà, da una fabbrica, magari di Hong Kong.

Oggi, solo l'8% dei lavoratori americani lavora nell’industria, un terzo rispetto al 24% nel 1960, ma a livello mondiale siamo nel momento di massima espansione della produzione industriale, come ci ricorda Joshua Freeman nel suo massiccio Behemoth: A History of the Factory and the Making of the Modern World. Secondo i dati compilati dalla International Labor Organization, nel mondo quasi un terzo della forza lavoro globale lavora nell’industria, in Cina il 43%. I lavoratori americani hanno visto scomparire i loro posti di lavoro in Ohio, Pennsylvania e Michigan ma in compenso possono andare da Wal-Mart a comprare sedie da giardino per 1 dollaro, prodotte in Cina o Vietnam.

Naturalmente, né gli americani quando vanno da Wal-Mart né noi quando andiamo all’Ikea abbiamo una percezione, sia pure vaga di come funzionino le fabbriche, di cosa significhi lavorarci: anzi dove sono le fabbriche? Chi le ha mai viste, al di fuori degli operai e dei tecnici che ci lavorano? C’è un’ottima ragione a questa domanda: sono state spostate, via via sempre più lontano.

Un tempo la FIAT stava alle porte di Torino: chiunque prendesse un tram negli orari di cambio turno incontrava gli operai che ci stavano andando con la loro gamella per il pasto. Adesso la FIAT non esiste più: si chiama FCA, ha sede in parte in Olanda, in parte a Detroit, e lo stabilimento principale in Italia si trova a Melfi, a 532 metri d’altezza nelle montagne della Basilicata, 941 chilometri da Torino.

Pare difficile da credere, ma Venezia era un tempo una città di fabbriche: l’arsenale era la più grande struttura protoindustriale d’Europa già ai tempi di Dante; nella prima metà del Novecento l’isola della Giudecca, ai margini del centro storico, era costellata di fabbriche: il grande mulino Stucky, la Junghans (munizioni), la Dreher (birra) e altre. Poco a poco vennero sostituite da appartamenti o alberghi, mentre cresceva Marghera, con i suoi giganti della chimica e dell’alluminio. Adesso, Marghera è una specie di città-giardino e l’ALCOA (alluminio) è prima transitata dalla Sardegna, poi ha chiuso definitivamente (pochi mesi fa l’ha recuperata un gruppo svizzero, per la sola sede di Portovesme).

Ma di queste delocalizzazioni italiane ovviamente Freeman non si occupa: il suo libro è affascinante perché ci fa vedere quanto breve ed effimero sia stato il trionfo della fabbrica-monstre, come River Rouge della Ford, con le sue centinaia di migliaia di operai alle porte di Detroit o Magnitogorsk, in Unione Sovietica. La grande fabbrica, spiega l’autore, nasce già nella sua forma definitiva, “come Minerva dalla testa di Giove”: edifici di quattro o cinque piani, lunghi e stretti, con molte finestre e un migliaio di operai. Così era il primo stabilimento tessile inglese, a Derby, nel 1721, molto prima che la macchina a vapore e poi l’elettricità arrivassero ad aprire l’epoca eroica della manifattura.

Freeman mette a fuoco alcune questioni interessanti nella storia dell’industrializzazione: in primo luogo, sia nei paesi capitalisti che in quelli del socialismo reale, la gigantesca fabbrica è stata a suo tempo vista come strumento per ottenere un nuovo e migliore livello di vita per tutta la società, raggiungendo una maggiore efficienza grazie a tecnologie avanzate ed economie di scala. I grandi stabilimenti attirarono l’ammirazione di politici, artisti e scrittori: la fotografa Margaret Bourke-White disse: “Adoro le fabbriche”.

Nello stesso tempo, il gigantismo ha sempre avuto ragioni più disciplinari che tecniche: la concentrazione della produzione in grandi siti permetteva di controllare meglio la qualità del prodotto, di evitare furti, di garantire la continuità del processo produttivo ma, soprattutto, di assicurare la disciplina di fabbrica grazie a una gerarchia autoritaria e spietata. Gli operai inglesi avevano l’abitudine di festeggiare “Saint Monday” dopo le bevute del fine settimana e l’organizzazione “razionale” del lavoro serviva prima di tutto a costringerli a presentarsi in fabbrica, più o meno sobri.

Gli stabilimenti di migliaia, o decine di migliaia, di operai erano certo produttivi, capaci di sfornare milioni di auto, di trattori e di carri armati o di aerei durante le guerre, ma i problemi che creavano divennero evidenti abbastanza presto. Uno era l’inquinamento provocato da quelli che il poeta inglese William Blake definì dark Satanic Mills ma l’altro, e più importante, scrive Freeman, fu la scoperta che “grandi gruppi di operai che lavorano insieme, vivono insieme, pregano insieme, bevono insieme e muoiono insieme possono trasformare le più grandi e importanti fabbriche da modelli di efficienza in strumenti di potere dei lavoratori”.

Le grandi fabbriche furono le levatrici della sindacalizzazione e, con la sindacalizzazione, nel secondo dopoguerra arrivarono “mobilità ascendente, sicurezza e benessere della classe operaia”. In questo Freeman è piuttosto sbrigativo: per settori consistenti della classe operaia americana, in particolare le minoranze etniche, “sicurezza e benessere” rimasero sempre dei miraggi, basta rileggere l’opuscolo The American Worker scritto dall’operaio di una fabbrica automobilistica Phil Singer con lo pseudonimo Paul Romano e pubblicato nel 1947 dalla piccola organizzazione marxista americana nota come "Johnson-Forest Tendency". Johnson e Forest erano gli pseudonimi dello studioso di Trinidad C.L.R. James e della filosofa di origine russa Raya Dunayevskaya.

Tuttavia, è innegabile che la gigantesca fabbrica sindacalizzata abbia contribuito a creare “ciò a cui molti americani guardano come un'epoca d'oro di prosperità condivisa, quando i figli salivano più in alto dei loro genitori nella scala sociale e si aspettavano che i figli a loro volta facessero ancora meglio”. È stato questo il miracolo 1945-75, o piuttosto il compromesso storico durato una trentina d’anni, a cui è seguita la brutale reazione delle oligarchie inglesi e americane di cui abbiamo conosciuto le conseguenze negli ultimi 40 anni.

La controrivoluzione neoliberista ha origini lontane nel tempo: Behemoth illustra benissimo il fatto che l’arma principale degli imprenditori per smantellare le roccaforti della classe operaia, la delocalizzazione, iniziò a essere usata già durante la seconda guerra mondiale: le fabbriche del Michigan vennero riconvertite alla produzione bellica, mentre nuove fabbriche pagate dal governo federale spuntavano come funghi in località remote del Sud degli Stati Uniti: in Alabama, in Tennessee, in Arizona. Tutti posti dove il sindacato non si sapeva neppure cosa fosse e dove compiacenti politici locali facevano leggi su misura per difendere la “libertà di lavoro”.

A questa prima fase di delocalizzazione ne è seguita un’altra, verso il Messico (con le famose maquiladoras al confine) e poi un’altra ancora, verso la Cina, quando il costo dei trasporti e delle telecomunicazioni ha consentito di gestire processi produttivi molto complessi a distanza. Il boom industriale cinese non è frutto delle “politiche scorrette” di Pechino ma della possibilità di trasportare milioni di iPhone o di iPad su di un’unica nave portacontainer, da Shangai alla California.

Freeman mette giustamente in rilievo il paradosso attuale: se sono scomparse le grandi fabbriche americane, per la delocalizzazione, e quelle sovietiche, per le privatizzazioni seguite alla dissoluzione dell’URSS, sono in compenso nate fabbriche-monstre come quelle della Foxconn a Guanlan nello Shenzhen. L’azienda di Taiwan produce la quasi totalità dei gadget Apple nei suoi stabilimenti della Cina continentale mentre altre multinazionali del consumo di massa, come la Nike, hanno ugualmente trasferito in Asia la totalità della loro produzione.

Il gigantismo si è semplicemente spostato, e continua a spostarsi: quando gli operai cinesi hanno costretto i nuovi padroni ad aumentare i salari è iniziata un’altra ondata di delocalizzazioni: stavolta verso paesi asiatici meno industrializzati e combattivi, come il Vietnam, oppure verso l’Africa: l’Etiopia sembra oggi essere la destinazione preferita dei cinesi, che non solo hanno ricostruito la storica ferrovia coloniale Gibuti-Addis Abeba ma hanno anche installato la loro prima base militare all’estero proprio a Gibuti, a fianco di quelle francesi e americane.

Joshua Freeman

Behemoth: A History of the Factory and the Making of the Modern World

W.W. Norton, 2018,

$ 27,95

è possibile acquistare questo libro in tutte le librerie o su ibs.it.

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Franco Beltrametti, sì, viaggiare https://www.alfabeta2.it/2018/09/16/franco-beltrametti-si-viaggiare/ https://www.alfabeta2.it/2018/09/16/franco-beltrametti-si-viaggiare/#comments Sun, 16 Sep 2018 03:50:50 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17238 Marco Ambrosino

Franco Beltrametti ha passato la sua vita viaggiando, spinto da quel «Quand on aime il faut partir», scoperto e fatto suo leggendo un altro poeta nomade, anche lui di origini svizzere: Blaise Cendrars. Un nomadismo che non è semplice ricerca dell’altrove, ma costituisce la materia viva della sua scrittura, da sempre connessa alla sua predisposizione al viaggio. [...]

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Marco Ambrosino

Franco Beltrametti ha passato la sua vita viaggiando, spinto da quel «Quand on aime il faut partir», scoperto e fatto suo leggendo un altro poeta nomade, anche lui di origini svizzere: Blaise Cendrars. Un nomadismo che non è semplice ricerca dell’altrove, ma costituisce la materia viva della sua scrittura, da sempre connessa alla sua predisposizione al viaggio. Le persone e i luoghi citati nei suoi testi non sono mai mere comparse, ma autentici protagonisti del suo scarno linguaggio. La sua poetica è una costante invasione della vita nella scrittura, tant’è che dalla sua opera è possibile ricostruire una mappa dei luoghi visitati e una lista delle persone incontrate. Il viaggio diventa così l’atto fondante del suo approdo alla scrittura (i primi viaggi coincidono coi primi testi), tanto da influenzarne pure lo stile e la tecnica creativa.

Viene spontaneo allora domandarsi: come si presenta la scrittura di un viaggiatore? Come scrive un poeta nomade? Il motto «First Try, Best Try» – paradigma della tecnica compositiva utilizzata negli anni Cinquanta da Jack Kerouac e Allen Ginsberg – non può che tornarci alla mente, parlando di Beltrametti; sì, perché se il viaggio sembra suggerirgli le immagini (sempre leggere e minime), i continui spostamenti sembrano dettargli il ritmo e il tempo d’esecuzione dei suoi componimenti. La scrittura diventa così sede ideale per la realizzazione di brevi e fulminee istantanee (talvolta con una tecnica di bricolage) il cui messaggio resta implicito, proprio come in una fotografia. È una tecnica di scrittura che ha la sua ragione d’esistenza nell’attimo, nella rapidità d’esecuzione e nell’economia di parole (lui stesso parlerà infatti di «poesia telegrammatica»): un linguaggio che ricorda molto, per brevità ed essenzialità, l’haiku di stampo zen.

Come ha detto giustamente Dario Villa, poeta suo amico, per Beltrametti «scrivere, dipingere, partire erano […] una cosa sola da eseguire fulmineamente: il testo, il viaggio, la pittura avevano senso se fatti in “tempo naturale”, alla velocità del gesto». L’autore ticinese (nato nel 1937 e morto nel 1995 a Locarno), infatti, ha sempre prediletto una scrittura al ritmo della vita, inseguendo un ideale poetico che, più che alla Neoavanguardia, strizza l’occhio alla nuova poesia americana: sarà infatti proprio l’incontro del 1965 a Kyoto con Gary Snyder, Cid Corman e Philip Whalen ad accendere la sua passione per la poesia.

Insomma, ripartire dal tema del viaggio – come già osservava nel 1979 Antonio Porta nelle pagine dedicate a Beltrametti nella sua antologia Poesia degli anni Settanta – significa provare a mescolarsi e a dialogare con l’orizzonte mentale di questo autore. Un’opzione di lettura che oggi si può facilmente seguire grazie alla bellissima antologia Il viaggio continua, curata da Anna Ruchat e pubblicata da l’Orma, che raccoglie una cospicua parte della produzione dello scrittore, fino a oggi rimasta in ombra e soprattutto poco accessibile, a causa della bassa tiratura e scarsa circolazione di tutte le sue opere pubblicate in vita.

Il volume non ha però solo il merito di riportare alla luce pubblicazioni editoriali tanto dimenticate quanto rappresentative dell’avanguardia letteraria di quel periodo. Oltre alla riproduzione anastatica di diversi libretti di poesia e dei due romanzi in prosa, all’interno dell’antologia si possono apprezzare anche pagine di veri e propri libri d’arte (penso soprattutto al volumetto scritto e illustrato a quattro mani con Joanne Kyger nel ’74, Trucks: Tracks, o all’edizione di Airmail Postcards del ’79) che, proprio per la loro semplicità e immediatezza, riescono a illustrare con più efficacia la poetica nomade di Beltrametti. Gli antologisti hanno cercato quindi di presentare il materiale in modo da non suggerire nessuna chiave interpretativa dei testi, che nascono senza la necessità di fornire una spiegazione teorica. È in quest’ottica di rispetto e incoraggiamento del gesto creativo che si spiega la decisione di non presentare nessun commento critico al testo.

L’antologia è però arricchita da tre interessanti prefazioni e un glossario in appendice. Le prefazioni, scritte da persone molto vicine a Beltrametti in vita (oltre a Ruchat, Giulia Niccolai e il poeta e traduttore tedesco Stefan Hyner), aiutano indubbiamente a dare forma al profilo artistico dell’autore, svelandone pure alcuni caratteri più squisitamente umani; il glossario, invece, svolge una funzione più informativa, che risulta necessaria a comprendere i numerosi riferimenti ad personam, che riempiono le pagine di Beltrametti e che, in qualche modo, ne determinano la sua originalità. Al volume è infine allegato un dvd che contiene quattro filmati, tutti ideati e realizzati da Claudio Tettamanti tra il ’92 e il ’95. Dotati di un linguaggio più evocativo e meno concettuale, questi filmati ci permettono di approfondire ulteriormente la natura eclettica della sua scrittura: se la prima intervista fornisce altri spunti di riflessione sulla sua poetica, gli altri tre filmati ci catapultano invece nella sua officina artistica e nel suo tessuto sociale, facendoci incontrare, oltre ai suoi amici di sempre, la leggerezza e la spontaneità delle sue ultime performances. Per quanto inusuale all’interno di un’antologia, il dvd diventa così un supporto tecnologico prezioso per lo studio, capace di testimoniare visivamente quella simbiosi di vita e scrittura che ha sempre caratterizzato la scrittura di Beltrametti.

Siamo dunque di fronte a un contributo molto importante che, se da un lato premia l’ottimo lavoro svolto fino a oggi dalla Fondazione Franco Beltrametti, dall’altro sottolinea come i tempi siano maturi per tornare a occuparsi di un autore rimasto per troppo tempo sui sempre più rari scaffali degli intenditori di poesia. È un libro che era necessario e che permette una volta per tutte di (ri)aprire un discorso critico solido su Beltrametti e il suo percorso artistico che, di fatto, non sembra mai essersi arrestato. Davvero, il viaggio continua.

Franco Beltrametti

Il viaggio continua. Opere scelte 1970-1995

a cura di Anna Ruchat con la collaborazione di Pietro Giovannoli e Stefano Stoja, prefazione di Giulia Niccolai, con un contributo di Stefano Hyner

fuoriformato L’orma, 2018, 544 pp. con un cd, € 45

è possibile acquistare questo libro in tutte le librerie o su Ibs.it.

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Sanguineti e la funzione di verità https://www.alfabeta2.it/2018/09/16/sanguineti-e-la-funzione-di-verita/ https://www.alfabeta2.it/2018/09/16/sanguineti-e-la-funzione-di-verita/#respond Sun, 16 Sep 2018 03:45:27 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17239 Niva Lorenzini

Ci sono autori del Novecento su cui molto si è scritto, e per decenni, al punto che la loro fisionomia pare da tempo compiutamente tracciata e definita. Edoardo Sanguineti è sicuramente tra questi. Tanto più si rivelano opportune analisi che ne esplorano ora, attraverso documenti d’archivio, aspetti inediti e inattesi. Piena di sorprese e ricca di rivelazioni giunge fra tutte la perlustrazione, compiuta da Marino Fuchs e pubblicata da Mimesis, sulle carte conservate presso la Biblioteca Cantonale di Locarno nell’Archivio Enrico Filippini, relative al carteggio che l’intellettuale svizzero intrattenne con il poeta tra il ’63 e il ’77. [...]

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Niva Lorenzini

Ci sono autori del Novecento su cui molto si è scritto, e per decenni, al punto che la loro fisionomia pare da tempo compiutamente tracciata e definita. Edoardo Sanguineti è sicuramente tra questi. Tanto più si rivelano opportune analisi che ne esplorano ora, attraverso documenti d’archivio, aspetti inediti e inattesi. Piena di sorprese e ricca di rivelazioni giunge fra tutte la perlustrazione, compiuta da Marino Fuchs e pubblicata da Mimesis, sulle carte conservate presso la Biblioteca Cantonale di Locarno nell’Archivio Enrico Filippini, relative al carteggio che l’intellettuale svizzero intrattenne con il poeta tra il ’63 e il ’77. Si tratta di 64 missive di Sanguineti a Filippini e di una ventina di Filippini a Sanguineti: conservate, queste ultime, in parte a Locarno (2 lettere) e in parte (21) ritrovate dalla vedova Luciana nella casa genovese del poeta.

Se è normale attendersi dal carteggio informazioni circa l’importante mediazione culturale operata da Filippini, responsabile in quegli anni presso l’editore Feltrinelli della divulgazione e traduzione della letteratura tedesca in Italia, in particolare di quella delle avanguardie del Gruppo 47 ma non solo, e in parallelo della diffusione della cultura italiana all’estero (ne tratta lo stesso Fuchs nel volume Enrico Filippini editore e scrittore, appena edito da Carocci), sorprende, sino dalla lucida introduzione, l’ampiezza e il rigore dei riscontri forniti dal curatore. Essi riguardano l’orizzonte storico-letterario-filosofico comune ai due intellettuali, dal Barthes di Mythologies ai testi di psicoanalisi e fenomenologia, con particolare approfondimento sulle opere di Marx di cui all’occorrenza, per qualche citazione, Fuchs fornisce una traduzione di prima mano. Ma soprattutto sorprende, nel carteggio, la presenza di sette lettere straordinarie, numerate da 13 a 19 e datate ottobre ’64, in cui Sanguineti, sollecitato da Filippini intento a preparare un commento per la traduzione tedesca di Purgatorio de l’Inferno approntata da Hans Magnus Enzensberger, illustra capillarmente, verso per verso, alcune sezioni del poemetto pubblicato da Feltrinelli, quello stesso anno, nel volume Triperuno.

È un commento imprescindibile per comprendere spunti e accenni fino ad oggi solo in parte decriptati dalle note con cui Alfredo Giuliani – suggeritore lo stesso Sanguineti – accompagnava nel ’61 l’antologia dei Novissimi. Ed è un commento sorprendente. Non aveva mai fatto, Sanguineti, una illustrazione così puntuale di suoi testi poetici e non ne farà in seguito, propenso com’era, semmai, a sfidare il lettore sulle possibilità aperte della ricezione della sua poesia. Qui però gli interessa mettere a fuoco, con l’interlocutore amico, un momento di trapasso che giudica fondamentale per la sua scrittura, fortemente segnata, in quel preciso contesto, dalle letture di Marx e Kafka su tutti. In quelle sette lettere, in dialogo con Filippini e con riscontri serrati, Sanguineti affronta la dicotomia preistoria/storia, il superamento dell’amore-passione borghese e soprattutto lo snodo della giustificazione etico-politica (mai individuale, ma sociale), finalizzata a realizzarsi in una società senza classi. Sono temi che resteranno fondamentali nel pensiero e nell’opera di Sanguineti, e che qui puntano a illustrare il passaggio dalla posizione anarchica di Laborintus al materialismo storico di Purgatorio de l’Inferno, che accoglie non a caso la poetica del «piccolo fatto vero» insieme alla tecnica dell’enumerazione caotica. Ad essa Fuchs dedica approfondimenti di tutto rilievo, tra Spitzer e Marx, arrivando a chiamare in causa, a proposito del cut-up di «materiali già usati dalla vita», il parallelo percorso di ricerca degli artisti informali e di Enrico Baj soprattutto, in vista della nascita di una «nuova figurazione».

Si esce frastornati dalla lettura di queste lettere che rivelano, in Sanguineti e Filippini, una comunanza di intenti coerente, finalizzata a un’idea di cultura non demolitrice e distruttiva, ma che punta a modificare la realtà nell’epoca – l’avvio degli anni Sessanta – in cui sta affermandosi anche sulla scena letteraria una cultura massificata e mercificata. E altrettanto frastornati si esce dalle pagine che riportano, in Appendice, una lunga intervista all’autore di Capriccio italiano, trascritta da Valerio Riva e Nanni Balestrini tra il ’62 e il ’63. È questa la seconda sorpresa che riserva il volume: sono pagine decisive per l’illustrazione del rapporto tra il romanzo e la tecnica narrativa messa in atto da Sanguineti, ispirata in primo luogo, spiega l’autore, dalla Commedia dantesca oltre che dal Satyricon di Petronio, per la frammentarietà che diviene – parola di Sanguineti – vera «etimologia culturale di Capriccio italiano», insieme alla suggestione di un Kafka riletto in ottica petroniana. Da qui il dialogo tra intervistato e intervistatori si sposta verso corollari del tutto inattesi, toccando in primo luogo la struttura del sogno e sviluppandosi verso argomenti cari soprattutto a Filippini, quali l’inintenzionalità di una scrittura narrativa sottratta a qualsiasi gerarchizzazione di carattere spazio-temporale e aperta a un grado zero dell’espressione, estranea a ogni forma di realismo canonicamente codificato. Per Filippini consisteva in questo la «funzione di verità» che il romanzo di Sanguineti riusciva a promuovere, con una elaborazione ideologico-linguistica in grado di smascherare le coercizioni e di promuovere una rinnovata coscienza storica.

Dal carteggio emerge un Sanguineti scatenato e giocoso, che lascia trapelare, tra lo spessore di un’amicizia profonda, il proprio privato, in genere gelosamente da lui mascherato nei travestimenti che i tanti «ii» mettono in campo nei suoi versi. Ed emerge insieme – ed è importante – uno scrittore attirato proprio verso la pratica dell’inintenzionalità: un aspetto indagato, in piena sintonia con Fuchs, anche nello studio di Clara Allasia, «La testa in tempesta». Edoardo Sanguineti e le distrazioni di un chierico, pubblicato da Interlinea. A dare il la al volume la studiosa pone, in esergo, una scelta mirata di prelievi sanguinetiani: dall’Orologio astronomico («Ci sono pezzi di antiche storie, che si mettono, di colpo, a galleggiarti lì in testa, allo sbando. Si ha la testa in tempesta, ecco […]. È come un sogno», e da Postkarten, 60: «Perché fu il tempo, dicono, della distratta percezione». Anche Allasia preme il tasto dell’inintenzionalità, del sogno e della distrazione, per indagare un Sanguineti difficile da decifrare, nella complessità che caratterizza, scrive la studiosa, il suo collocarsi sempre ad un tempo qui e altrove, nella «molteplicità di ruoli che avvolgono e sommergono» il suo essere uno e trino, chioserebbe Antonio Pietropaoli, dramaturg e lessicografo, romanziere e cinefilo. E non è certo per caso che l’analisi documentatissima di Allasia, che spazia tra cinema e competenze lessicografiche, si apra sul Sanguineti recensore sul «Verri», nel ’59, della Modification di Butor, che consente al giovanissimo interprete di discutere proprio di «distrazione». È questa una parola cardine, per la studiosa, nel «mondo mentale» sanguinetiano, un universo «perfettamente compiuto» la cui coerenza, scrive ponendosi in sintonia col Filippini del Carteggio, «nasce dal concorrere di molteplici punti di vista, dal continuo sovrapporsi di sguardi che colgono, ognuno, elementi secondari, particolari apparentemente insignificanti».

Emerge così di nuovo, nella permeabilità tra generi (accanto al lessicografo spicca soprattutto il cinefilo, l’esperto di montaggio, al centro anche degli scritti di Sanguineti raccolti dalla stessa Allasia e da Franco Prono nel volume Un poeta al cinema, pubblicato nel 2017 dall’editore Bonanno), il Sanguineti del grado zero dell’espressione, poeta e narratore della «distrazione» intesa come «diversione», come ciò che «porta in un altro luogo» e innanzitutto nel territorio del sogno, un sogno mimato dall’inconscio, su cui si era soffermato anche Fausto Curi nel saggio La messa in scena dei sogni (compreso nel volume Edoardo Sanguineti. Ritratto in pubblico, a cura di Luigi Weber, Mimesis 2016).

Come si concili quel Sanguineti «distratto», in buona parte da riscoprire, con l’autore di Ideologia e linguaggio, da lui considerato libro cardine del proprio lavoro, e con il materialista storico, o a fianco del rigorosissimo estensore delle 70000 schede destinate al Grande Dizionario della Lingua Italiana cui Allasia dedica analisi informartissime, è scommessa che lascia – concordo di nuovo con la studiosa – ammirati e sopraffatti.

Per chiudere. Pare giunta, per Sanguineti, la stagione non tanto di celebrarlo o di concludere bilanci su di lui, ma di conoscerlo meglio, capirlo meglio, al di là delle certezze acquisite. Sto parafrasando parole con cui Franco Vazzoler sigla la Premessa al prezioso volume che con il titolo Edoardo Sanguineti e il gioco paziente della critica raccoglie per le Edizioni del verri i suoi Scritti dispersi 1948-1965 per le cure di Gian Luca Picconi e Erminio Risso, responsabili di un progetto corposo promosso dall’Università di Genova per ricostruire l’intera bibliografia di Sanguineti. Praticando, secondo l’invito di Vazzoler, il tempo «della ricerca e della sistemazione dei materiali», i curatori ricostruiscono l’apprendistato critico del giovanissimo Sanguineti già intento, nei primi anni Cinquanta, a discutere, su riviste e fogli dell’epoca, di espressionismo e neorealismo, e a recensire film, a trattare di Kafka, Ungaretti o del Dante di Auerbach. Viene così a tratteggiarsi anche qui una fisionomia plurima e polifonica, articolata e complessa: quella che il gioco paziente della critica sta ora attivandosi a riscoprire attraverso nuove letture e nuovi itinerari di ricerca.

Edoardo Sanguineti-Enrico Filippini

«Cosa capita nel mondo». Carteggio (1963-1977)

a cura di Marino Fuchs

Mimesis, 2018, 244 pp., € 22

Clara Allasia

«La testa in tempesta». Edoardo Sanguineti e le distrazioni di un chierico

Interlinea, 2017, 137 pp., € 15

Edoardo Sanguineti

Edoardo Sanguineti e il gioco paziente della critica

Edizioni del verri, 2017, 328 pp., € 23

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Lafcadio Hearn, esperimento con il Giappone https://www.alfabeta2.it/2018/09/16/lafcadio-hearn-esperimento-con-il-giappone/ https://www.alfabeta2.it/2018/09/16/lafcadio-hearn-esperimento-con-il-giappone/#respond Sun, 16 Sep 2018 03:40:25 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17240 Raffaella D’Elia

«In Giappone tutto è isola, spazio claustrale e illimitato. L’attenzione va rivolta di continuo a specchi e immagini specchiate: è una via con molti stagni»; «in un paese dove, sotto ogni tetto, forse ancora più dell’uomo è importante la sua ombra». Così Ottavio Fatica, nel ricchissimo saggio che chiude il volume, ci racconta della vita e della scrittura avventurosa di Lafcadio Hearn. [...]

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Raffaella D’Elia

«In Giappone tutto è isola, spazio claustrale e illimitato. L’attenzione va rivolta di continuo a specchi e immagini specchiate: è una via con molti stagni»; «in un paese dove, sotto ogni tetto, forse ancora più dell’uomo è importante la sua ombra». Così Ottavio Fatica, nel ricchissimo saggio che chiude il volume, ci racconta della vita e della scrittura avventurosa di Lafcadio Hearn. Senza dubbio una figura di irregolare, frammenti di vita preziosi che si sono dispersi e ricostituiti lungo i confini delle terre emerse, e nascoste. Geograficamente parlando, Hearn appartiene al luogo che più ha amato, studiato, imparato a conoscere e apprezzare. Dopo la nascita nel 1850 a Leucade, la falsa partenza insita in un rapporto semi inesistente con il padre e contrassegnata dall’instabilità della madre (a cui in ogni caso viene da lui riconosciuta la fonte della propria temperie artistica) deflagra in continui viaggi. Sarà allora prima l’Europa, Dublino, ospite dei parenti del padre; quindi la Francia, l’Inghilterra, fino a New York. Qui, nella ricostruzione dettagliata di Fatica, si dipanano i primi lavori, e da guardiano-fattorino giunge presto l’approdo a correttore di bozze, alla scrittura di articoli e alle traduzioni dal francese. Amante degli eccessi, delle belle donne e della vita, Hearn attraversa poi New Orleans, l’odiata Manhattan, la Martinica e Filadelfia. Questa infilata di luoghi sembra una lunga e veloce preparazione all’unico vero viaggio compiuto da questo studioso raffinato e dai gusti fuori dal comune. Già nel 1885, alla New Orleans Exposition, scrive quattro pezzi sul padiglione giapponese e nel 1889 propone all’editore Harper un libro sul Giappone. Vi arriverà nel ’90.

Dell’Oriente, della vita pulviscolare e crepuscolare che canterà con rara capacità, restituirà la qualità più autentica, quella ormai distante anni luce dal mondo odierno. Ombre giapponesi, pubblicato da Adelphi e accompagnato (bisogna sottolinearlo) da una copertina stupenda giocata sui colori del nero e dell’oro, comprende trentanove testi scelti fra i materiali dei suoi ultimi cinque anni di vita, sparsi in vari volumi miscellanei. Di cosa scriveva Hearn? Della necessità di avere interiorizzato l’immagine dei fantasmi, per esserne raggiunti e toccati. I fantasmi di Hearn hanno la grazia e la ferocia che queste figure per tradizione possono incarnare. Possono assomigliare a degli angeli, più spesso hanno a che fare con qualcosa di irrisolto e spaventoso che torna a turbare e percuotere come una punizione divina la vita di chi è morto in uno stato d’animo maligno, vendicativo, privo di purezza. In questi scritti gli spettri appaiono improvvisamente entro tazze di tè fumanti, si scambiano di posto con vite terrene vissute e mal sopravvissute a sé stesse.

Non occorre credere ad alcuna religione, per apprezzare la religiosità di Hearn: ma occorre, questo sì, far tacere il rumore di fondo dei nostri giorni per assaporare le visioni che riga dopo riga parlano di vita, morte, delle nascite, degli sposalizi: tutto a procedere con la forza e lo slancio delle tradizioni che si ripetono uguali per millenni, un giro di frase a racchiudere l’essenzialità della vita, quindi una forza senza sforzo, un andare avanti (laissez faire) senza troppo stare a disquisire sulla concatenazione degli eventi. Gli unici ingranaggi che Hearn olia e che producono in lui le visioni più cocenti, e belle, appartengono al mondo delle ombre, al mondo dei morti. È a questo livello che Hearn interviene e interrompe il ciclo, un destino immutabile, il corso e decorso di un’intera esistenza. Effettivamente, concentrandosi su questo aspetto, l’intervento di questo autore pare, per chi scrive, ancora più luminoso. Già, perché occorre, a noi lettori di oggi, una buona dose di fiducia, e di fede (ovviamente nel senso laico del termine), per assecondare le apparizioni e le sparizioni di Hearn. Occorre credere alle imbarcazioni disegnate su un paravento che allagano la sala che lo ospita, occorre credere soprattutto alla vendetta degli spiriti dei nostri cari che abbiamo lasciato andare in un momento di rancore, disappunto, egoismo.

Nella restituzione sulla pagina, gli interventi di Hearn al di sotto della superficie delle cose sono puntelli a scolpire la realtà, a raddrizzarla nel segno di corpi che mancano di un’anima, di anime ormai prive dei corpi, dove la giovinezza e la vecchiaia possono coesistere simultaneamente, il ritorno e la fuga dalla vita e dalla morte sono le vere trame attorno alle quali vengono incastonate parole che si muovono rapide, e l’immediatezza della visione, e della scomparsa, è essa stessa un contenuto. Per chi si è occupato della rugiada, delle farfalle, delle zanzare, della filosofia e di mille altre cose, non vi è nessuno spazio per alcuna pietà didascalica. La vita che inizia e termina in un giro di frasi, il mondo dei vivi (il mondo dei morti) al di sotto che preme ed esplode a rendere raccontabile la realtà fatta e persa dietro le sole cose visibili. Finché ci sarà qualcuno capace di infilare l’attenzione pura affidandosi al rigore delle proprie magnifiche ossessioni, il mondo disegnato sulle carte geografiche e schiacciato dentro pacchetti passe partout sarà qualcosa di stantio, un animale in cattività pronto a liberarsi per corrersi incontro: nello specchio la libertà e il coraggio, insieme le forme più autentiche di saggezza.

Lafcadio Hearn

Ombre giapponesi

a cura di Ottavio Fatica

Adelphi, 2018, 298 pp., € 15

è possibile acquistare questo libro in tutte le librerie o su Ibs.it.

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Gazdanov, le notti e i giorni di un anomalo émigré https://www.alfabeta2.it/2018/09/16/gazdanov-le-notti-e-i-giorni-di-un-anomalo-emigre/ https://www.alfabeta2.it/2018/09/16/gazdanov-le-notti-e-i-giorni-di-un-anomalo-emigre/#respond Sun, 16 Sep 2018 03:35:02 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17241

Valentina Parisi

Nelle pagine semidimenticate della letteratura russa dell’emigrazione non è difficile imbattersi in personaggi talora memorabili che, con i loro destini inevitabilmente stravolti dal compiersi della Rivoluzione, sembrano incarnare lo sradicamento geografico ed esistenziale di più generazioni, nonché il proprio malinconico precipitare ai margini delle società occidentali che li hanno, almeno nominalmente, accolti. Basti pensare agli aristocratici decaduti descritti con caustica ironia da Vladimir Nabokov nelle opere degli anni Venti e Trenta, o alla maschera del dandy, precettore malgré soi di stolidi adolescenti berlinesi, da lui assunta quando ancora scriveva in russo sotto lo pseudonimo di Sirin. [...]

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Valentina Parisi

Nelle pagine semidimenticate della letteratura russa dell’emigrazione non è difficile imbattersi in personaggi talora memorabili che, con i loro destini inevitabilmente stravolti dal compiersi della Rivoluzione, sembrano incarnare lo sradicamento geografico ed esistenziale di più generazioni, nonché il proprio malinconico precipitare ai margini delle società occidentali che li hanno, almeno nominalmente, accolti. Basti pensare agli aristocratici decaduti descritti con caustica ironia da Vladimir Nabokov nelle opere degli anni Venti e Trenta, o alla maschera del dandy, precettore malgré soi di stolidi adolescenti berlinesi, da lui assunta quando ancora scriveva in russo sotto lo pseudonimo di Sirin.

Meno frequenti sono i casi in cui la proiezione fantastica di un emigré-outsider si rivela in grado di alimentare e, al tempo stesso, di ribaltare drasticamente uno dei simboli essenziali della cultura d’arrivo, teoricamente estranea. Se poi la figura in questione è quella del flâneur baudeleriano, di cui s’impadronì Walter Benjamin per tramutarlo nel Passagen-Werk in uno dei miti fondativi (e delle categorie abusate) della modernità, ben si comprende l’originalità di Gajto Gazdanov e del suo Strade di notte, tradotto da Claudia Zonghetti per Zandonai nel 2011 e riproposto l’anno scorso da Fazi. In questo romanzo ampiamente autobiografico, pubblicato nel 1941 a Parigi e ispirato alla sua decennale esperienza di tassista notturno, l’autore si cala nelle vesti di un vero e proprio anti-flâneur che oppone allo spassionato passeggio borghese del duo Baudelaire-Benjamin il moto meccanizzato e alienante di un intellettuale déraciné, sviato dal destino su traiettorie non sue.

A decidere dei suoi spostamenti non è infatti l’inesausta inquietudine, la deriva felicemente casuale che spinge il flâneur a esplorare la città, bensì l’arbitrio dei suoi passeggeri – non più le tartarughe che Baudelaire si riprometteva di portare al guinzaglio, bensì una monotona fauna composta da prostitute, magnaccia, clienti e alcolizzati. Perseguitato da un “desiderio mai pago di comprendere le vite degli altri”, l’io narrante, un russo anomalo che non regge l’alcol e al tavolo verde si annoia a morte, si aggira ossessivamente alla scoperta di quello strano mondo che è Parigi dopo il tramonto: “…all’epoca ne avevo un’idea piuttosto approssimativa e, vista di notte, la città mi impressionava; era come la scenografia di uno spettacolo gigantesco e quasi muto: le lunghe linee dei lampioni sui viali che si perdevano all’orizzonte, i loro riverberi morti sulla superficie immota del canale Saint-Martin, il brusio impercettibile delle chiome dei castagni, le faville azzurre sui binari del métro quando usciva in superficie...”

Inutile però attendersi da Gazdanov descrizioni compiacenti che tradiscano una benché minima fascinazione nei confronti dei bassifondi di Pigalle o delle donne “perdute” di Montmartre. Nella percezione del suo alter ego, un trentenne senza nome che la Rivoluzione ha scaraventato nella capitale francese via Costantinopoli, le “strade di notte” sono solo il palcoscenico su cui si rivela in tutta la sua disperazione una “bassezza umana infinita e desolante” – “neanche una guerra civile avrebbe retto il confronto con quella che, in fondo, era un’esistenza pacifica”, osserva l’autore che in patria era stato testimone oculare della lotta antibolscevica e delle sue atrocità, essendosi arruolato a nemmeno sedici anni nell’esercito del “barone nero” Vrangel’. Come il Dostoevskij di Note invernali su impressioni estive, che nel 1862 si perde attonito a Londra nel quartiere a luci rosse di Haymarket, anche Gazdanov è consapevole delle radici economiche dello sfruttamento e della degradazione; pure mette alla berlina la capacità degli europei di trasformare tutto in merce e, insieme, in “rispettabile” lavoro, ma in confronto al suo illustre conterraneo è infinitamente meno moralistico e, al contempo, più cinicamente disilluso. La Rivoluzione c’è già stata e non ha cambiato granché nei rapporti di potere – quel che resta è solo la libertà di scegliere come essere sfruttati.

Seguendo l’esempio di Picasso che, appena tre anni prima nella versione definitiva di Guernica, aveva spento il sole, sostituendo alla luce dell’astro quella artificiale di una lampadina, anche Gazdanov scambia il giorno con la notte, per ritirarsi in un mondo di tenebra dove a sfavillare è soltanto il riflesso dei lampioni sull’asfalto bagnato dei boulevard. Il labirinto delle arterie urbane è preferibile al chiuso della fabbrica-gabbia dove a essere contestati sono solo i rapporti salariali e mai la natura dello sfruttamento in quanto tale; al contempo il taxi si rivela per il protagonista una scuola di misantropia: “Dopo qualche anno cominciai a guardare agli esemplari di quella fauna notturna come a carogne umane ambulanti; prima avevo un’opinione migliore della gente e senza il taxi avrei sicuramente conservato molte delle illusioni che ora, invece, si sono dissolte per sempre”. E, a poco a poco, la deriva autodistruttiva che trascina via tutti i personaggi di cui diventa involontariamente confidente (il “filosofo” alcolizzato Platone, l’ex regina del demi-monde Raldi, la prostituta in via di redenzione Suzanne, la bellissima ma glaciale Alice) finisce per impadronirsi anche di lui.

Col trascorrere degli anni infatti il protagonista si rende conto che è sempre più complicato passare dalla notte al giorno, abbandonare la sua maschera imperturbabile di tassista che parla alla perfezione l’argot per tornare al suo io vero e alla vita che, malgrado tutto, tenta di crearsi. Questo lento, ma inesorabile scivolare in un’esistenza letargica intacca, com’è chiaro, anche la sua percezione della città: “Più il tempo passava, più aumentava lo sforzo che dovevo impormi per notare anche solo per un attimo la bellezza di quegli incroci di linee luminose, o la prospettiva perfetta di un boulevard, o i rami e le foglie verde scuro del Bois de Boulogne dietro la curva di un viale nero che i fari delle macchine illuminavano bruscamente e che poi sprofondava di nuovo nel buio. Parigi sfioriva lenta sotto i miei occhi; stavo diventando cieco, pareva, e il numero delle cose che riuscivo a distinguere diminuiva pian piano, fino al giorno in cui sarebbero scese le tenebre più nere”.

Se dunque il flâneur trasforma gli esterni urbani in interni (secondo la nota definizione di Benjamin: “La città si schiude davanti a lui come un paesaggio, lo circonda come una stanza”), l’anti-flâneur sradicato di Gazdanov si sdoppia schizofrenicamente, relegando quel poco che resta intatto della sua interiorità al chiuso di spazi privati, innanzitutto l’appartamento di Passy dove, sprofondato in una comoda poltrona, resta ad ascoltare per ore e ore “una voce di donna di cui non avrei mai scordato una sola inflessione”. Fuori, al volante del taxi, invece, non rimane che una massa umana confusa, resa ancora più indistinta dalla velocità, “ultima droga di chi è solo”.

Caustico e sfuggente come il suo alter ego, Gazdanov è tuttora vittima di una ricezione non esattamente felice, complici anche i suoi interventi critici alquanto sferzanti nei confronti dei colleghi letterati dell’emigrazione. Che, a loro volta, lo ricambiavano con una riluttanza pressoché dimostrativa a riconoscerne l’evidente talento. Spiazzante all’epoca appariva infatti il suo stile distaccato, iperletterario, infittito da continui riferimenti ipertestuali, ma anche le atmosfere rarefatte delle sue esili trame, ordite invariabilmente intorno ai temi del disorientamento, dell’insoddisfazione e della nostalgia. Motivi troppo personali rispetto alla concezione allora diffusa di una letteratura émigré che si pensava innanzitutto come baluardo contro il bolscevismo. Definito con formule a effetto “un Nabokov senza Lolita” e “un Proust russo al volante di un taxi”, l’autore nato a San Pietroburgo nel 1903 e scomparso a Monaco di Baviera nel 1971 è ora oggetto di un recupero almeno parziale grazie a Fazi che nel 2016 aveva già pubblicato nella resa di Manuela Diez il racconto lungo Ritrovarsi a Parigi – in precedenza era stata la casa editrice Voland a proporre Il fantasma di Alexander Wolf e Il ritorno del Budda, entrambi tradotti da Fernanda Lepre. A restituire finalmente al lettore italiano Gazdanov in tutta la sua originalità giunge ora anche il bel libro di Michela Venditti Il volo sospeso di Gajto Gazdanov, appena uscito da Mimesis. Frutto di approfondite e documentate ricerche, il volume ripercorre la traiettoria esistenziale e creativa dello scrittore, illuminando con finezza le tante sfaccettature che ne caratterizzano la figura: massone e ateo, volontario dell’Armata bianca e combattente della Resistenza francese, clochard per un anno e studente alla Sorbona per quattro, cantore della notte tenacemente aggrappato al miraggio di un’alba.

Michela Venditti

Il volo sospeso di Gajto Gazdanov,

Mimesis 2018

pp. 168, euro 16

Gajto Gazdanov

Strade di notte

traduzione di Claudia Zonghetti

Fazi 2017 (Zandonai 2011)

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Alfagola / Biblioteca colturale di gastronomia del dopolavoro https://www.alfabeta2.it/2018/09/16/alfagola-biblioteca-colturale-di-gastronomia-del-dopolavoro/ https://www.alfabeta2.it/2018/09/16/alfagola-biblioteca-colturale-di-gastronomia-del-dopolavoro/#comments Sun, 16 Sep 2018 03:30:40 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17243

Alberto Capatti

È lì che si pescano I formaggi italiani, di Luciano Voegelin, anno 1933. In apertura quattro massime di Mussolini, due paginette dell’autore dell’Arte cucinaria in Italia, 1911, Alberto Cougnet (storpiato in Gougnet), la pagina pubblicitaria di Maghenzani Primo & Figli, parmigiano-reggiano, e poi si comincia con i formaggi duri, primo il grana. [...]

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Alberto Capatti

È lì che si pescano I formaggi italiani, di Luciano Voegelin, anno 1933. In apertura quattro massime di Mussolini, due paginette dell’autore dell’Arte cucinaria in Italia, 1911, Alberto Cougnet (storpiato in Gougnet), la pagina pubblicitaria di Maghenzani Primo & Figli, parmigiano-reggiano, e poi si comincia con i formaggi duri, primo il grana. Quindi le ricette, non scontate in questo campo in cui domina il pane, precedute dalle varie paste per pasticceria a supporto dei formaggi stessi. Cogliamo al volo la

Mezza crema alla moderna

Mescolate della ricotta con della panna montata, nella proporzione di due terzi di ricotta per uno di panna. Dolcificate leggermente e mescolate con delle fragole di bosco o con dei lamponi, oppure con delle ciliegie snocciolate. Preparate il composto in scodelline di vetro e cospargetelo di noci tritate.

Per chi vuole marciare su un sentiero piano e dritto, senza grilli nella testa, in questo ricettario di stirpe lombarda – cominciare col Grana, cui segue il Grana Parmigiano Reggiano , è dare la parola d’ordine, troverà la

Coppa di mascarpone

Passate il Mascarpone per lo staccio e rendetelo malleabile con panna montata. Dolcificatelo, mettetelo in coppe che guarnirete con fette di banane zuccherate, anici, e nocciole tagliate per mezzo e tostate.

Attualizzare con il frullatore, accettare la banana che data la ricetta, e sgranocchiare qualche nocciola intera prima di guarnire …

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Venezia 2018/ Cuarón, un Leone all’unanimità https://www.alfabeta2.it/2018/09/09/venezia-2018-cuaron-un-leone-allunanimita/ https://www.alfabeta2.it/2018/09/09/venezia-2018-cuaron-un-leone-allunanimita/#respond Sun, 09 Sep 2018 15:04:31 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17232

Roberto Silvestri

Mai un premio è stato meno contestato. Mai è stato anticipato da tanti unanimi apprezzamenti internazionali. Il film messicano Roma di Alfondo Cuarón, autobiografia “da cucciolo”, e non solo, del regista, montatore, sceneggiatore e produttore, ha vinto senza polemiche o fischi o insulti il Leone d'oro 2018.

Roma produce uno tsunami di emozioni estetiche immediate, potenti e originali. [...]

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Roberto Silvestri

Mai un premio è stato meno contestato. Mai è stato anticipato da tanti unanimi apprezzamenti internazionali. Il film messicano Roma di Alfondo Cuarón, autobiografia “da cucciolo”, e non solo, del regista, montatore, sceneggiatore e produttore, ha vinto senza polemiche o fischi o insulti il Leone d'oro 2018.

Roma produce uno tsunami di emozioni estetiche immediate, potenti e originali. Come se fosse l'antidoto, spettacolarmente corretto, ai Marvel movie. Qui esci dal cinema (anzi dal tuo megaschermo domestico, perché è un prodotto Netflix) sentendoti un super eroe e non più schiacciato dalla potenza dei superpoteri altrui. Rimetti in sesto il sistema sensorio, ogni facoltà percettive. Come una droga digitale alla carnitina che inietta più sensibilità umana, più acume politico e più capacità di collegare le due cose.

Il fatto che siano stati premiati, a margine, due para-western claudicanti (Audiard e i Coen) e altri tre film storici in costume (il Van Gogh, il diavoletto della Tasmania di Nightingale e La favorita) che deragliano verso emozioni “di genere” troppo messe a fuoco (l'agiografico, lo splatter etnocolpevole, la parodia encomiastica) sembrerebbe invece una indicazione antitetica, a parte le qualità performative sofisticate di Willem Dafoe e di Olivia Colman. Sulla stessa linea di Roma metterei invece i dimenticati dal palmarès: La quietud di Trapero, i tre ottimi film italiani, e soprattutto Suspiria, né horror né pamphlet politico, folgorante immersione nel cinema totale; The Mountain, troppo odiato da tutti per non possedere qualità visuali e concettuali premonitrici; l'Arpa birmana di uno Tsukamoto che purifica le sue forme fino all'essenziale; Peterloo, ovvero come tornare alle origini del Capitale di Marx per bastonare Trump, e Vox Lux che di ogni parodia, di ogni agiografia e di ogni attrazione splatter è la critica. Film eccitanti, non antidolorifici. Solo così si è competitivi nell'immaginario.

Torniamo a Cuarón. L'autore (cittadino onorario di Pietrasanta, Toscana, perché la sua ex moglie è italiana) ha raccontato in bianco e nero e tensione espressionista il quartiere Colonia Roma di Mexico City (le gite al mare, il cinema e la passione per la fantascienza, le lunghissime auto americane, la famiglia agiata e poi in crisi economica, le donne di servizio indios, il massacro del Corpus Christi) con la nostalgia un po' lisergica di chi aveva nel 1970 dieci anni, subiva già i traumi, molto ravvicinati, di un regime stragista e corrotto e di un papà irresponsabile e ancora doveva diventare il director di film di successo internazionale come Anche tua madre, Harry Potter e il prigioniero di Azkaban e Gravity.

Si è detto che Roma (notare il furto di un titolo felliniano) è l'8 e ½ latino americano, e la libertà di fraseggio è identica, ma il concept è opposto. Lo sguardo in soggettiva sugli avvenimenti esistenziali (quasi una morte per annegamento suo e dei suoi fratelli) e sui fatti storicizzati dell'era riformistico-criminale di Echeverria, ormai patrimonio dell'immaginario collettivo, come in un quadro di Bacon si complica, viene contorto e distorto da una sovrimpressione proibita finora, dallo sguardo obliquo e avulso e altrettanto consapevole della sua adorata tata, del sottoproletariato inurbato delle campagne, e, come in Sissignora di Poggioli o Le noire de di Sembene Ousmane, diventa “scandalosamente” il centro di gravità della storia. Soprattutto perché come quella tata centinaia di migliaia di messicani poveri sono rispediti oltre muro da Trump per salvare qualche briciolo di Pil e le promesse elettorali ai selvaggi.

Un film di 135' che poteva essere molto molto più lungo. E probabilmente lo è. Come quello di Martone, che ha evidentemente tagliato la sua versione originale per non debordare pericolosamente, come 22 luglio sulla strage di giovani socialdemocratici norvegesi e Opera senza autore del pittore della Germania Est perseguitato ancora dai nazisti. Come La favorita. E Nightingale. Il cinema va disperatamente verso il racconto lunghissimo e dettagliato. Lo aveva ben anticipato il regista filippino Lav Diaz, un insuperato e dimenticato vincitore della Mostra perché il suo film non ha incassato. Anche se oggi tutti lo imitano (e Kluge è andato proprio in Filippine a risciacquare i suoi panni) e incassano. Forse un prestigioso festival internazionale deve stare attento a non confondere i suoi film con le serie tv che di troppa (e finta) libertà narrativa moriranno.

Da quando non ci sono più nelle giurie dei mega festival i critici, gli storici del cinema e le personalità planetarie di grande prestigio culturale (e fragile risonanza mediatica), ma solo cineasti, colleghi dei premiandi, a copiare il modello Oscar, i premi si stanno talmente svalutando come indicazione potente di “altro mercato”, che a stento si ricorda chi ha vinto Cannes 2015, Berlino 2016 o Venezia nel 2014. Così la Mostra d'arte di Barbera ha avuto l'astuzia di far presiedere la giuria 2018 proprio dal vincitore dell'edizione passata, il messicano Guillermo Del Toro, poi Academy Award con il fantastico fantapolitico La forma dell'acqua, a sottolineare la “via della seta” che deve collegare da ora in poi il Lido alla cerimonia del Dolby Theatre di Los Angeles. Anche la scelta di aprire le gare con il nuovo Chazelle, il lungo ricalco di Apollo 13, First Man va nella stessa direzione. Se una sola regista ha vinto l'Oscar, la statistica dice che è meglio non portare in gara troppi film diretti da donne. Soprattutto perché la maggioranza proviene da paesi lontani e non premiabili. E restringere così all'area angloamericana i confini della competizione e i paesi di origine della giuria. Muri che speriamo verranno fatti brillare da Barbera e dai suoi esperti che possono essere soddisfatti a metà del loro lavoro.

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Alfadomenica #2 – settembre 2018 https://www.alfabeta2.it/2018/09/09/alfadomenica-2-settembre-2018/ https://www.alfabeta2.it/2018/09/09/alfadomenica-2-settembre-2018/#respond Sun, 09 Sep 2018 04:00:07 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17214 Con un intervento di Giorgio Mascitelli che invita a considerare molto criticamente la tesi, oggi ripetuta da più parti, secondo la quale i (cattivi) comportamenti elettorali italiani sono legati alla diffusione dell'analfabetismo funzionale, si apre oggi un alfadomenica dedicato alla saggistica (Del Castillo su Nietzsche a Wall Street, Dattilo su La vita delle piante, Moca su Il mito del progresso. [...]

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Con un intervento di Giorgio Mascitelli che invita a considerare molto criticamente la tesi, oggi ripetuta da più parti, secondo la quale i (cattivi) comportamenti elettorali italiani sono legati alla diffusione dell'analfabetismo funzionale, si apre oggi un alfadomenica dedicato alla saggistica (Del Castillo su Nietzsche a Wall Street, Dattilo su La vita delle piante, Moca su Il mito del progresso. Filosoficamente considerato, Terrosi su Filosofia dell'automatismo). In chiusura, ritorna dopo la pausa dell'estate l'Alfagiochi di Antonella Sbrilli.

Buona lettura!

Giorgio Mascitelli, L'argomento dell'analfabetismo funzionale

Ludovica Del Castillo, Nietzsche a Wall Streetil mezzo fa parte della verità

Emanuele Dattilo, Emanuele Coccia, metafisica vegetale

Matteo Moca, Bouveresse, il progresso come falso movimento

Roberto Terrosi, Automatismo, una dimensione etica

Antonella Sbrilli, Alfagiochi / Andate e ritorni

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L’argomento dell’analfabetismo funzionale https://www.alfabeta2.it/2018/09/09/largomento-dellanalfabetismo-funzionale/ https://www.alfabeta2.it/2018/09/09/largomento-dellanalfabetismo-funzionale/#comments Sun, 09 Sep 2018 03:55:05 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17215

Giorgio Mascitelli

Gli italiani sono analfabeti funzionali in prevalenza e questo sarebbe uno dei motivi principali per cui hanno votato per populisti e razzisti il 4 marzo. Questa tesi, espressa magari in forma indiretta e implicita nei media ufficiali e in forma esplicita con tanto di statistiche ad hoc sui social, è quella favorita per spiegare qualsiasi fenomeno politico e sociale di segno negativo accada in Italia, dalla credenza nelle fake news ai selfie con Salvini. [...]

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Giorgio Mascitelli

Gli italiani sono analfabeti funzionali in prevalenza e questo sarebbe uno dei motivi principali per cui hanno votato per populisti e razzisti il 4 marzo. Questa tesi, espressa magari in forma indiretta e implicita nei media ufficiali e in forma esplicita con tanto di statistiche ad hoc sui social, è quella favorita per spiegare qualsiasi fenomeno politico e sociale di segno negativo accada in Italia, dalla credenza nelle fake news ai selfie con Salvini. Benché sia abbastanza semplice raccogliere prove dell’ignoranza della popolazione italiana, andrebbe forse consigliata un po’ di prudenza nel suo uso e non solo perché il concetto di analfabetismo funzionale, nonostante l’Unesco ne abbia fornito una definizione precisa nel 1984, sia molto mutevole e ‘dinamico’ per sua natura, ma perché, a quanto pare, sono molto dinamici e mutevoli da paese a paese anche i modi di valutarlo e classificarlo. In ogni caso, anche non nutrendo scetticismo sull’attuale uso del concetto di analfabetismo funzionale, è bene diffidare di una simile spiegazione per motivi più squisitamente politici.

Infatti, se pensiamo anche al passato recente, che so alle elezioni europee del 2014, vediamo che la popolazione italiana, più o meno rappresentata dallo stesso corpo elettorale, ha assunto, come è noto, comportamenti elettorali molto diversi in un contesto socioculturale pressoché identico. Se andiamo nel passato della storia della repubblica, per esempio se prendiamo in esame gli scontri di Genova del 1960 in un momento cruciale per la democrazia italiana, è probabile che molte persone che oggi sarebbero classificate come analfabeti funzionali abbiano svolto un ruolo progressivo per il nostro sventurato paese. Al contrario, andando ancora più a ritroso, è facile ricordare figure intellettuali di primo piano della vita italiana, da Gentile a Pirandello, da Terragni a Gini, appoggiare il fascismo e non certo per ragioni opportunistiche. In fondo, a pensarci bene, l’argomento dell’analfabetismo funzionale è basato su un totale disinteresse per il dato storico e non è un caso: attribuire all’analfabetismo funzionale, a un dato di cui nessuno è responsabile in senso stretto, la vittoria dei cosiddetti populisti significa sostenere implicitamente che le responsabilità dei gruppi dirigenti che hanno governato finora sono secondarie e che in definitiva avevano ragione nelle loro scelte. Insomma, solo se guardiamo alla storia anche recente, si può comprendere che l’analfabetismo funzionale è un fattore non certo decisivo del successo sovranista. Peraltro il disinteresse riveste per analoghi motivi anche l’ambito geografico, perché un paese che ha votato in maniera simile all’Italia, anzi in maniera ancora più reazionaria, come l’Austria occupa posizioni decisamente migliori nelle classifiche internazionali sull’alfabetismo funzionale.

Intendiamoci. Il problema dell’istruzione delle masse è un grosso problema che attraversa tutta la storia moderna dalla Rivoluzione Francese; fin dall’Ottocento, talvolta in maniera goffa e inefficace, socialisti e anarchici si erano posti il problema dell’alfabetizzazione delle masse proletarie e contadine per consentire loro di intervenire sulla scena politica, ma l’argomento dell’analfabetismo funzionale non ha nulla a che vedere con queste preoccupazioni. Al contrario esso viene usato come un marchio per indicare che l’intervento nella vicenda pubblica delle masse è sempre fonte di disastri, di guai e di nefandezze come il populismo e il sovranismo. Insomma l’argomento dell’analfabetismo funzionale serve oggi a dire che è un male in sé la partecipazione popolare: è un eloquente segno di questo clima che quest’anno sia stato tradotto con una certa eco pubblica un testo contro il suffragio universale (Jason Brennan Contro la democrazia ed. Luiss), cosa che fino a dieci quindici anni fa sarebbe stato impensabile fuori da una piccola editoria legata all’estrema destra.

Gli ignoranti, gli analfabeti funzionali, secondo la tesi corrente non essendo in grado di informarsi correttamente, tendono a votare pensando solo all’immediato, credendo a bufale di ogni genere e vedendo i problemi in una prospettiva limitata. Sono più o meno gli argomenti che le élite tecnocratiche adoperano da Platone in poi e fa specie vederli diffusi anche presso un’opinione pubblica che si vuole progressista. Eppure, come si è visto, il comportamento di queste fasce della popolazione è cambiato nel corso dei tempi; ci sono state fasi storiche in cui la politicizzazione, che serviva anche da forma di acculturazione, consentiva alle masse ignoranti di svolgere un ruolo politico positivo e fasi come questa di depoliticizzazione, in cui esse sono preda di macchine mitologiche piccole e grandi e di culture subalterne e regressive, ma nell’attuale contesto ciò non è ammissibile perché la depoliticizzazione è considerata nella cultura main stream un fenomeno positivo perché sarebbe la risposta postmoderna al totalitarismo novecentesco.

L’argomento dell’analfabetismo funzionale presuppone anche la convinzione che alle elezioni le persone colte votino con lungimiranza per il bene comune, quando invece quasi tutti, che siano gran dottori o analfabeti funzionali, votano essenzialmente per quelli che credono essere i propri interessi. Prendiamo a esempio la guerra di Libia, dalle cui conseguenze prende abbrivio la resistibile ascesa di Matteo Salvini, il cui partito votò a favore di questa come i suoi competitor europeisti ma con più lungimiranza di loro: l’opinione pubblica colta pensò che fosse giusta o doverosa e conforme agli interessi dell’Italia e dell’Europa, anche se in fondo occorreva solo una rudimentale alfabetizzazione storica e geografica per prevederne un paio di conseguenze potenzialmente esplosive.

La saggezza dell’argomento dell’analfabetismo funzionale vuole inoltre che, quando il popolo pretende d’intervenire autonomamente sulla scena, allora automaticamente la strage e il sangue siano prossimi a venire perché esso nella sua ignoranza vuole solo la vendetta. È un argomento antico, che venne svolto in maniera mirabile da Charles Dickens ne Le due città a proposito della rivoluzione francese. La conclusione che ne trasse il grande scrittore inglese è che i gruppi dirigenti debbono governare con saggezza e senso del limite per evitare l’insorgere di uno spirito di vendetta nel popolo stesso, purtroppo però nel romanzo non si trovano indicazioni su che fare nel caso la situazione sia già caratterizzata da lunghi anni di governo senza senso del limite e della giustizia. Forse il grande scrittore britannico suggerirebbe di ritirarsi nello Yorkshire o in qualche altra contea britannica, in attesa che nel Continente le acque si plachino, non lo so, ma quello di cui sono sicuro è che resterebbe esterrefatto della soluzione che va attualmente per la maggiore ossia dare fiducia ai gruppi dirigenti che hanno gestito la situazione fin qui affinché in Italia, dall’opposizione, e dal governo a Bruxelles rilancino quelle medesime politiche che hanno prodotto la rabbia popolare.

Sembra un’assurdità, eppure se si svolge con rigore logico l’argomento dell’analfabetismo funzionale, l’unica soluzione è quello di affidare le cose ai gruppi dirigenti illuminati, cioè dei tecnici che sappiano gestire professionalmente le cose, ossia esattamente quello che succedeva in Italia e in Europa prima delle elezioni.

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