Alfabeta2 https://www.alfabeta2.it Spazio di intervento culturale Mon, 21 Jan 2019 00:18:39 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.9 https://www.alfabeta2.it/wp-content/uploads/2018/01/a2-big-100x100.png Alfabeta2 https://www.alfabeta2.it 32 32 Alfadomenica # 3 – gennaio 2019 https://www.alfabeta2.it/2019/01/20/alfadomenica-3-gennaio-2019/ https://www.alfabeta2.it/2019/01/20/alfadomenica-3-gennaio-2019/#respond Sun, 20 Jan 2019 05:00:16 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17662 Cominciamo questo Alfadomenica ringraziando tutti i lettori che hanno deciso di iscriversi o di rinnovare l'iscrizione all'associazione Alfabeta: il loro sostegno, la loro presenza con noi sono indispensabili, e per questo ci auguriamo che in molti scelgano di seguire il loro esempio. In parallelo, un grande grazie va ai collaboratori che, settimana dopo settimana, dedicano generosamente energie e tempo ai testi che di volta in volta vi proponiamo e che, ci piace pensare, contribuiscono ad arricchire e ad affilare il nostro sguardo sul mondo. [...]

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Cominciamo questo Alfadomenica ringraziando tutti i lettori che hanno deciso di iscriversi o di rinnovare l'iscrizione all'associazione Alfabeta: il loro sostegno, la loro presenza con noi sono indispensabili, e per questo ci auguriamo che in molti scelgano di seguire il loro esempio. In parallelo, un grande grazie va ai collaboratori che, settimana dopo settimana, dedicano generosamente energie e tempo ai testi che di volta in volta vi proponiamo e che, ci piace pensare, contribuiscono ad arricchire e ad affilare il nostro sguardo sul mondo.

Ne è una prova, crediamo, il sommario di questo numero che si apre con la prima puntata di una ricognizione sulla poesia italiana del nuovo millennio curata da Ivan Schiavone, che ha chiesto a cinque critici di riflettere su questo tema e di scegliere a loro volta cinque voci tra autrici e autori che hanno esordito a partire dal 2000. Primo a essere interpellato è Gian Mario Villalta.

L’articolo che segue, una recensione di Roberto Terrosi al libro-intervista Genocidi animali, ci interroga su un tema che riteniamo cruciale e al quale da tempo riserviamo molto spazio, il nostro rapporto con le altre specie: un tema complesso, che spesso vede posizioni contrapposte – per questo saremmo felici se le “domande difficili” di Terrosi aprissero un dibattito aperto, come è nella tradizione di Alfabeta. Ma anche altre, tra le riflessioni che vi proponiamo oggi (qui ne citiamo solo due: Federico Zappino sul film Bohemian Rhapsody, Angelo Guglielmi su Sogni e favole di Emanuele Trevi), si prestano a essere oggetto di approfondimento e di confronto.

Come sempre, aspettiamo i vostri commenti e vi auguriamo buona lettura!

 

Ivan Schiavone, 5x5. Poesia italiana del nuovo millennio / Introduzione

Gian Mario Villalta, 5x5. Poesia italiana del nuovo millennio / Cartina muta

Roberto Terrosi, Domande difficili sull'uccisione dei non umani

Angelo Guglielmi, La realtà straniata di Emanuele Trevi

Federico Zappino, Una rapsodia etero

Ludovico Pratesi, La terra di nessuno

Mariavita Cambria, Irlanda, il discorso politico di un altrove possibile

Ana López Rico, Sguardi sull'isola di smeraldo attraverso il filtro della memoria

Alberto Capatti, Alfagola / Spaghetti al pomodoro

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5×5. Poesia italiana dal nuovo millennio / Introduzione https://www.alfabeta2.it/2019/01/20/5x5-poesia-italiana-dal-nuovo-millennio-introduzione/ https://www.alfabeta2.it/2019/01/20/5x5-poesia-italiana-dal-nuovo-millennio-introduzione/#respond Sun, 20 Jan 2019 04:55:25 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17663 Ivan Schiavone

Una vitalità brulicante e sotterranea agita la poesia italiana del nuovo millennio delineando un continente sommerso non rischiarato dagli incerti lumi dell’industria culturale nostrana. Abbiamo chiesto a cinque critici di guidarci in questo territorio, rischiarandolo con la propria idea di quel che è e può la poesia italiana in questa manciata di anni che ci ha separato, definitivamente, dal novecento. [...]

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Ivan Schiavone

Una vitalità brulicante e sotterranea agita la poesia italiana del nuovo millennio delineando un continente sommerso non rischiarato dagli incerti lumi dell’industria culturale nostrana. Abbiamo chiesto a cinque critici di guidarci in questo territorio, rischiarandolo con la propria idea di quel che è e può la poesia italiana in questa manciata di anni che ci ha separato, definitivamente, dal novecento. Abbiamo chiesto a ciascun critico inoltre di trascegliere in questo panorama cinque voci poetiche che ritenesse esemplari per illustrare la propria visione, limitando l’esempio a quanti abbiano esordito nel nuovo millennio. Quello che emergerà sarà un concerto di voci discordi, una teoria di posizioni antitetiche che la differenza non ha sottratto alla strenua volontà del dialogo nella certezza che ancora la poesia sia e rimanga strumento imprescindibile per interpretare e modificare il mondo, la critica lo strumento privilegiato per l’accesso e la difesa del fatto letterario e della civiltà che lo ha prodotto, la letteratura una postrema roccaforte contro il montare della barbarie da cui siamo circondati.

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Cartina muta (Esercizi di cartografia) https://www.alfabeta2.it/2019/01/20/cartina-muta-esercizi-di-cartografia/ https://www.alfabeta2.it/2019/01/20/cartina-muta-esercizi-di-cartografia/#comments Sun, 20 Jan 2019 04:50:30 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17664 Gian Mario Villalta

Come direttore aritistico del festival pordenonelegge ho dato avvio nel marzo del 2013 al Censimento dei poeti under 40 in Italia, registrando 272 donne e uomini tra i 20 e i 40 anni che avevano all’attivo almeno una pubblicazione non autoprodotta. Al censimento è seguito un questionario, studiato in modo da permettere al professor Guido Guerzoni dell'Università Bocconi e ai dottori Elena Rizzi e Roberto Scalmana dei rilievi statici attendibili. [...]

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Gian Mario Villalta

Come direttore aritistico del festival pordenonelegge ho dato avvio nel marzo del 2013 al Censimento dei poeti under 40 in Italia, registrando 272 donne e uomini tra i 20 e i 40 anni che avevano all’attivo almeno una pubblicazione non autoprodotta. Al censimento è seguito un questionario, studiato in modo da permettere al professor Guido Guerzoni dell'Università Bocconi e ai dottori Elena Rizzi e Roberto Scalmana dei rilievi statici attendibili.

Dei 272 poeti hanno risposto seriamente 186, e da queste risposte Guerzoni e i suoi collaboratori hanno tratto le seguenti conclusioni generali:

“I giovani poeti italiani hanno studiato (soprattutto a Milano, Bologna, Roma, Venezia e Firenze) e sono quasi tutti in possesso di una laurea (il 66% ha fatto studi umanistici, il 20% continuando con il dottorato). Pur coltivando l’interesse per la poesia e spesso svolgendo attività che permettono di mantenerlo vivo, vi è la coscienza rassegnata di una scarsa incidenza sul presente, al riguardo della quale alcuni hanno dato una lettura politica, altri economica, mentre per molti è intesa come una generale sordità del presente. In compenso molti pensano che alla poesia vada riservato uno spazio di gratuità e di libertà che non può confondersi con l’ambito professionale. Il dato però rilevante è quello di una generale scarsa presenza della poesia nella vita quotidiana, tanto da fare di essa un fatto quasi privato o legato a una rete ristretta di relazioni. Alla difficoltà di pubblicare in modo visibile si contrappone la mancanza di poetiche dominanti o di opere comunemente percepite come importanti. Le risposte mostrano inoltre che le scelte dei grandi poeti del Novecento, come riferimento di poetica, sono nella gran parte quelle di una nomenclatura già consolidata nell’ultimo quarto del secolo scorso. Ciò non significa, però, che vi sia indifferenza e abbandono della “cosa” poetica. Vi sono significativi cambiamenti rispetto alla tradizione delle riviste e del libro cartaceo: vi è una grande attenzione per il web e nel 78% dei casi i poeti affermano di essere coinvolti in attività promozionali. Motivando il proprio coinvolgimento, è risultato che le letture pubbliche di poesie sono l’attività più diffusa, seguita dalla partecipazione in modi diversi a festival e rassegne (per esempio, come membro della giuria o come organizzatore). Una poesia, quindi, che va cercando prima ancora che nuove formule espressive, nuove forme di comunicazione e di aggregazione, prendendo più esempio dalla comunicazione dei cosiddetti “social” di quanto abbia la speranza di ricostruire quel rapporto tra autore e comune lettore che pare non esistere più”.

Non è certo questa la risposta più valida alla richiesta di una “mappatura della poesia dopo il 2000”, neppure per quanto riguarda soltanto i “giovani” (le virgolette hanno il senso dell'ironia, dato il limite dei 40 anni). Questi risultati sono stati a ragione contestati (era e resta infatti una provocazione), a volte dagli stessi partecipanti: l'esperienza poetica non si può ridurre a percentuali.

Però è un buon inizio per sollevare la questione della “mappa”, ovvero di come organizzare i suoi riferimenti, partendo da alcune brevi premesse, leggibili in filigrana anche in quei dati statistici.

Prima di tutto, si tratta di cogliere dei dati di discontinuità con la tradizione del Novecento, che hanno come conseguenza la necessità di rivedere alcune pratiche cartografiche in uso. La mia proposta è quella di non segnare questa discontinuità con l'inizio del nuovo millennio (web, “social” e mercato globale), ma di retrodatarne cause ed effetti.

*

L'avvicendarsi delle opere e degli autori sulla scena letteraria (dove la poesia fino agli anni Settanta era protagonista) è stato per lungo tempo legato alla scansione di eventi politici e sociali che riguardavano il passaggio delle generazioni, in un comune orizzonte di esperienza. La lunga vicenda moderna dell'opera-libro a stampa trova l'apoteosi del suo sistema nell'industria culturale sviluppata tra la metà dell'Ottocento e gli anni Ottanta del Novecento, che ha come costanti i confini tra lingua d'uso/lingua letteraria/dialetto, le opposizioni tra centro e periferia, quella tra colto e popolare, e quella tra “impegno” e “disimpegno”.

Insomma, gli eventi politici e sociali rilevanti stabilivano la scansione generazionale (legata alle “tematiche”) che dettava la discontinuità, rispetto alla continuità di riferimento delle summenzionate costanti.

Il primo dato evidente già a partire dagli anni Ottanta è il venir meno della scansione generazionale, quando all'epilogo della Guerra Fredda le dinamiche della parabola storica rivoluzionaria vengono sostituite dalla teoria della rivoluzione (e avrà il terrorismo come cortocircuito locale). Si assiste alla formazione di un orizzonte statico dove la meta lontana dei mutamenti (individuali e sociali) è diventata oggetto di ipotesi da verificare alla stazione di partenza, oramai attrezzata per viverci in permanenza, tracciando itinerari e stabilendo coordinate di un altrove che nessuno sa né vuole raggiungere. Il comfort generale e la moltiplicazione dell'intrattenimento collaborano alla messa in ridicolo di ogni valore: la poesia, pianta infestante in forma arbustiva, per ottenere l'aerale riconoscibile delle grandi opere ha bisogno di un'educazione tenace.

Le conseguenze del crollo dell'Impero Sovietico hanno moltiplicato le stazioni della “partenza permanente”, dotandole di tecnologie sofisticate, senza però restituire potenza alla letteratura, anzi, aumentandone in quantità e qualità l'efficacia di intrattenimento o, se si preferisce, di “comunicazione”.

Però il tempo non si è fermato, in questi decenni, la vita non è rimasta sospesa nell'ipotesi da molte parti proposta di una “fine della storia”. I mutamenti decisivi, per quanto riguarda la cultura, sono da annoverare nell'ambito cognitivo, in quello delle tecnologie della comunicazione e nel rapporto tra lingua parlata e lingua scritta in Italia. L'esito è il venir meno di quei riferimenti costanti che erano i simboli e i colori con cui si disegnava ogni mappa.

Si dovrebbe forse fissare simbolicamente il 1975, anno della morte di Pier Paolo Pasolini, e poi annotare alcuni punti di riferimento.

Per la prima volta nella storia del Paese dove il suona, la contrapposizione tra lingua d'uso e lingua letteraria travalica l'opposizione tra lingua e dialetti. È nata una lingua “comune” degli italiani. L'hanno creata le migrazioni interne e i mezzi audiovisi della comunicazione.

Il mondo della cultura si scaglia contro questa lingua ottusa e limitata che, quando va bene, ha il demerito di essere soltanto una lingua “standard”, di pura funzione veicolare, incapace di accogliere le finezze del pensiero e della beltà. Ma intanto c'è. Gli italiani incominciano a usare una lingua comune che sentono propria. È un fatto che la poesia italiana, impegnata fin dall'origine nella definizione di una lingua letteraria, non può ignorare. E questa nuova lingua ha un nuovo sound, che interroga insieme tradizione e sperimentalismo (e la loro metrica).

Nello stesso tempo le lingue minori e i dialetti patiscono la “migrazione” in un mondo estraneo, non più legato alla realtà che li aveva prodotti, perdendo lessico (le “cose”, i mestieri, i comportamenti), ambiente, efficacia. Si afferma una nuova nostalgia delle “radici”. E a volte l'ipotesi poco probabile, oramai fuori tempo massimo, ma fortemente sentita, dei dialetti come “lingua della realtà”: poiché è vero che nella vita quotidiana di vaste aree si parlano ancora i dialetti, ma hanno altra effettività nella struttura e nel lessico, nella lunghezza d'onda mentale del loro impiego.

Assistere a una mutazione linguistica così profonda, essere immersi in questo processo, coinvolge anche coloro, tra i letterari e i poeti, che con i dialetti non hanno mai ritenuto di avere commercio: viene a cambiare di sostanza quella realtà vissuta dell'espressione, che ha sempre nutrito la lingua letteraria fin dalle origini.

Non è un caso il fatto, oggi dai più ignorato, che la stagione di grande fioritura della poesia neodialettale negli anni Ottanta e Novanta sia stata anche l'ultima condivisione tematica, l'ultimo “discorso comune” sulla poesia, capace di coinvolgere anche chi scriveva soltanto in lingua.

Sul piano delle poetiche, l'impulso neoavanguardistico e sperimentale trova una letale battuta d'arresto. Da un lato, le istanze comunicative, che provengono dalle nuove forme di aggregazione politica e sociale, chiedono una maggiore immediatezza di contenuti. Dall'altro, l'ipotesi di una “critica” ai fenomeni legati all'avvento dell'industrializzazione decade, per sopraggiunta scadenza delle premesse teoriche orientate al futuro. Prevale il disagio esistenziale, l'indignazione morale, la rivendicazione di estraneità nei confronti dei caratteri dominanti della cultura. Una breve stagione di “ritorno alle forme chiuse” si vedrà convivere al dilagare delle esperienze neodialettali.

Negli anni Novanta il panorama poetico è ancora presidiato dagli autori che si somo affermati quaranta anni prima, mentre solo alcuni dei nuovi autori esorditi negli ultimi venti anni riescono a venire in luce.

Avviene inoltre che le aree finora escluse dal dibattito culturale, grazie ai nuovi mezzi di produzione e comunicazione della cultura rivendicano un loro ruolo, reinventano tradizioni e iniziano a produrre libri, riviste, trasmissioni radiofoniche e televisive.

Sono proprio gli anni '90 del Novecento i più movimentati e incerti; quel periodo caratterizza l'ultimo passaggio verso la configurazione della situazione presente, benché in seguito, con il primo decennio del secolo, un'ulteriore crisi strutturale, ancora una volta relativa alle tecnologie della comunicazione, interessi in modo più massiccio il rapporto tra produzione e fruizione dell'opera di poesia. Il dato più rilevante è un nuovo racconto del quotidiano, con l'emergere di tematiche che riassuntivamente potremo definire di identità (antropologica, affettiva, sociale).

Fino agli esiti sommariamente esposti in apertura di questo scritto.

La controprova è il venir meno attuale di ogni disputa sulla lingua e sullo stile, vero cavallo di battaglia, quest'ultimo, della critica novecentesca.

D'altra parte l'editoria, al volgere del secolo, ha messo in mora definitiva la critica, accademica o militante, assumendo su di sé il compito di veicolare i propri prodotti attraverso un sistema mediatico pervasivo. Il fenomeno più evidente, per contraccolpo, è l'emergere di una reticolare attività poetica connessa per area geografica, interesse personale, relazioni legate a progetti, amicizie, generosità individuale.

Il sistema mediatico ha inoltre promosso, già dalla fine del secolo scorso, singole esperienze individuali o raggruppamenti tematici funzionali alle proprie caratteristiche di comunicazione; ecco allora che l'irregolarità sociale, sotto il segno della follia o della tragedia (tristi cascami romantici narrati nei modi del rotocalco) trova riscontro popolare, così come occasionalmente l'identità etnica o sessuale o “spirituale”; casi in cui il valore della poesia è incluso nell'esperienza personale e non ha bisogno di confermarsi nel testo poetico, che si accontenta di darne conto.

Da ultimo, ma vale la pena solo di accennarlo, i “social” permettono di rastrellare un pubblico sensibile all'effetto di un'immediatezza espressiva che si esaurisce nel contatto, azzerando la componente fondamentale del testo poetico, ovvero la relazione tra tempo vissuto e tempo dell'opera.

*

Proporre la questione cartografica al netto dei nomi da scrivere sulla mappa conferisce a questo scritto un carattere aleatorio, lo so, ma preferisco essere frainteso sull'interpretazione generale che sulle opere specifiche (oggi più che mai soggette a scelte di campo dalle premesse non dichiarate o da ragioni cronachistiche).

La poesia italiana, dopo il 2000, ha valore dove ha preso atto che alla “stazione di partenza permanente” non ci si poteva più stare. Alcuni poeti l'avevano intuito già da prima, e hanno proposto, a partire dagli anni Ottanta, alternative che portano alla poesia elementi di interrogazione profondi, di ordine compositivo e tematico. In generale, l'accento va posto sul rapporto tra poesia ed esperienza individuale, in risposta all'esplosione comunicativa che ha aggredito tutti: all'idea di “comunicazione” come veicolazione narcisistica di un'istantanea reazione emotiva, la poesia che può ricostituire oggi un vero orizzonte di interesse contrappone il carattere di relazione (mai esente da conflitto) in ciò che è comune, che la parola “comunicazione” contiene e l'atto poetico esplicita, lavorando sul piano della composizione, dell'ascolto della lingua, del peso specifico della parola nel verso.

In questa direzione va la mia scelta antologica, troppo ristretta rispetto alle molte proposte che mi sentirei di aggiungere, ma indicativa, se non altro, di un habitus che chiede di ricostruire un dialogo, di fronte all'invasione di parole che chiedono solo un “mi piace”.

Massimo Gezzi

da L’attimo dopo (Luca Sossella editore, 2009)

Gelsi

Hai fatto questo semplice gesto con la mano:
l’hai sollevata fino al volto,
l’hai tesa verso il mio finestrino,
mentre guidavo: ho guardato,
e contro la luce caliginosa
della mattina li ho contati,
otto, otto gelsi a chioma aperta
come la coda di un pavone imbalsamato,
in processione lungo la linea
del nostro sguardo, così perfetti
che per un attimo ho scordato
orari coincidenze
e ho rallentato per capire
come mai di otto alberi in fila si possa dire
“guarda che belli!”, come hai detto,
se loro non decidono di esserlo e tutto
è un avvicendamento senza senso,
o se basta un movimento della mano
e un sorriso per fare di otto alberi
in riga un’illusione di riscatto.

Mattoni

Se volessi un mattone dovresti prendere
un mattone, per rabberciare una muraglia
o per tappare una buca
in un pavimento a lisca di pesce.

Un mattone: un solido che vive dentro tre
dimensioni, pesa, al tatto sembra
ruvido o poroso, e lasciato ammucchiato
assieme ad altri per lungo tempo fa
da nido a millepiedi, ragni e forbicine.

Un mattone che esiste, che spaccato col martello
fa tac una volta sola, un suono bello,
di mattone, secco, preciso.

Un mattone conta più delle parole
che lo imitano appoggiandosi
una sopra l’altra.

Io con la poesia vorrei fare mattoni.

da Il numero dei vivi (Donzelli, 2015)

Traccia n. 4

Una delle tracce è sulla nostra capacità
di «abitare poeticamente la terra»
(Morin, e molti altri – troppi? – prima di lui).
«Poeticamente, dice?» Sono gli occhi
di una ragazza che quasi sbigottisce,
quando legge quella frase.
«Anche poeticamente», preciso: «Anche. Non ti pare?»
«Mah», risponde subito «Magari qualche volta.
Ma solo per un attimo. E per poche persone».

Per poche, già. Non ci avrà mai pensato, Morin,
a limitare quella frase? A inserire un inciso,
a precisare che magari per qualcuno
– per troppi? – la poesia è appena un lusso
o un impaccio, quando dietro uno sguardo
mezzo ironico e mezzo serio si intuisce
che qualcosa è accaduto, o che qualcosa...

«Per pochi, dici bene. E allora
spiega perché è così. Contestalo,
il filosofo, se non dice la verità».
Risponde e abbassa gli occhi, inarcando
un po’ il labbro:
«No, prof, grazie: ho scelto un’altra traccia».

Nota al testo: Uno dei primi temi che ho assegnato agli studenti, nel mio primo anno di insegnamento al Liceo Lugano 1, proponeva una citazione da La testa ben fatta di Edgar Morin. Alcune righe: «La poesia [...] ci introduce alla dimensione poetica dell’esistenza umana. Ci rivela che abitiamo la Terra non solo prosaicamente – sottomessi all’utilità e alla funzionalità – ma anche poeticamente». Una studentessa ha reagito con le parole e i modi registrati dalla poesia. Il «prof.» dell’ultimo verso, però, è un falso linguistico, perché l’appellativo ticinese corrente è «sore».

Paolo Maccari

da Fermate (Elliot, 2017)

Racconto a mio figlio che non sa dormire
la novella di tre cani che salvano una lepre.
La invento via via che la racconto.

Si svolge a Colle, c’è di mezzo la casa dei miei,
la cava di marmo, una fuga, un cinghiale.
Entrano nella storia i miei genitori
i cinque fratelli, i luoghi
che nonostante il tempo rimangono gli unici
che mi sono intimi.

Mio figlio ogni tanto esige modifiche,
mi ricorda dettagli ricorrenti
e io lo assecondo, emendo i passi
meno felici o più paurosi.

La storia finisce con una canzone
che già mi cantava, l’unica, mio padre.
Il bimbo infine si addormenta
e torno al divano e al tremendo
dei pensieri sguinzagliati.

Mentre mi spavento al dovere di tramandare
radici, di correggere gli errori e il male,
di cantare se non c’è più niente da dire,
succede che lui mi chiami ancora. Gli torno
vicino ma non parlo e non canto.
Mormoro appena, gli basta che io sia lì
per ritrovare il sonno,
come a me è bastato che lui fosse al mondo
per supplicare me stesso
di durare un po’ più a lungo.

E non so se sia giusto
questo e tutto quanto
mi rimbalza la sera
dalla vita ai pensieri.

*

Come quando qualcuno di te più grande,
che ammiri tanto da nemmeno
sperare di diventargli un giorno simile,
ti chiede consiglio, addirittura
ti domanda cosa fare,
e tu sei preso da stupore,
da disorientamento
un po’ fiero un po’, ma oscuramente,
abbattuto…

così capita di arrossire
se affiora inavvertita la coscienza
che mentre disperavi
di riuscire a vivere
non meno di chiunque hai vissuto.

Franca Mancinelli

da Mala kruna (Manni, 2007)

se avessimo la febbre insieme
staremmo come due cucchiai riposti
asciutti nel cassetto.
I piedi avanti e indietro come stracci
per fare le carezze ai pavimenti

o resteremmo nudi come chiodi
dimenticati in mezzo alla parete.

*

Leggo stesa, il libro sul torace
è il mio terzo polmone
che s’apre e si richiude.

Come un anfibio stavo sulla sponda.

*

ho la forma dell’acqua e un suono
come ogni animale un verso.

da Pasta madre (Nino Aragno editore, 2013)

cucchiaio nel sonno, il corpo
raccoglie la notte. Si alzano sciami
sepolti nel petto, stendono
ali. Quanti animali migrano in noi
passandoci il cuore, sostando
nella piega dell’anca, tra i rami
delle costole, quanti
vorrebbero non essere noi,
non restare impigliati tra i nostri
contorni di umani.

*

un colpo di fucile
e torni a respirare. Muso a terra,
senza sangue sparso.
Cose guardate con la coda
di un occhio che frana
mentre l’altro è già sommerso, e tutto
si allontana. Gli alberi
si piegano su un fianco
perdono la voce in ogni foglia
che impara dagli uccelli
e per pochi istanti vola.

*

darò semplici baci di sutura
verserò saliva a ogni giuntura
sarò sbucciata e dolce ai denti.
Ogni mattino ti coglierò un pugno
di fiori dal selciato.

Per te avrò aghi sempreverdi
e sboccerò ogni inverno per bruciarmi.

*

da Libretto di transito (Amos, 2018)

Le frasi non compiute restano ruderi. C’è un intero paese in pericolo di crollo che stai sostenendo in te. Sai il dolore di ogni tegola, di ogni mattone. Un tonfo sordo nella radura del petto. Ci vorrebbe l’amore costante di qualcuno, un lavorare quieto che risuona nelle profondità del bosco. Tu che disfi la valigia, ti scordi di partire.

 *

Nel tuo petto c’è una piccola faglia. Quando lo stringo o vi poso la testa c’è questo soffio d’aria. Ha l’umidità dei boschi e l’odore della terra. Le montagne vicine con i loro torrenti gelati. Da quando l’ho sentito non posso fare a meno di riconoscerlo. Anche quando, uno dopo l’altro, nella tua voce passano uccelli d’alta quota, segnando una rotta nel cielo limpido.
La faglia è in te, si allarga. Un soffio di freddo ti attraversa le costole e ti sta scomponendo. Non hai più un orecchio. Il tuo collo è svanito. Tra una spalla e l’altra si apre un buio popolato di fremiti, di richiami da ramo a ramo, su un pendio scosceso a dirotto, non attraversato da passi umani.

Giulia Rusconi

da I padri (Ladolfi, 2012)

Tutti mi dicono che sono una donna
e bella e che ho spalle ampie
gambe robuste di ferro.
«Cammina da sola ora».
Io non cerco che una mano
grande che mi copra tutta la faccia
non mi faccia invecchiare.

*

Guardo i miei padri ognuno
nel suo scanno conosco a memoria
le loro crepe i loro tic nervosi.
Ho un padre che non conosco
l’ho visto una volta so come si fa
chiamare so che non parla
quasi mai e che vive in una buca
piena di ossa di lupo
occhi di vetro e angeli maestosi.
Il mio padre sconosciuto è un visionario
mi insegna le allucinazioni
me le fa toccare.

da Suite per una notte (Pordenonelegge-Lietocolle, 2014)

Quando la gente sta seduta attorno al tavolo
per cena – scomposti ma quel poco
che fa simpatia. Qualcuno versa vino
sulla tovaglia bianca qualcuno
fuma tra la pasta e il tacchino.
La mia casa è popolata
ci sono mani di ogni tipo labbra
che parlano e ridono a tutta bocca
c’è da bere c’è la vita da dire
e c’è un fuoco da tenere acceso.
Io, se mi siedo, sto sul bordo
della sedia, la più scomoda,
tengo il bicchiere con due dita fumo
come la gola fosse un tunnel.
Li guardo, i miei protetti,
nella mia cucina, a fingere
famiglia – ma storti, e a corpi duri.
Io no, non ho più fame
l’orfana di quelle loro grandi attese.
E poi i ringraziamenti
“Era tutto buonissimo” e
“Buonanotte”, ed è la fine.

Da Linoleum (Amos ed., 2017)

Come spiegare che quello che appare
atroce non sono né gli aghi nelle arterie
né le medicazioni, ma le serie
labbra della noia o l’indice
alzato in richieste e segnali o le meste
palpebre del sonno appena appena
socchiuse dalla mano aliena dello xanax.

*

Mio amato volto sepolto nel cuscino,
ti porto un budino alla vaniglia e un fiore
di carta. Guardi un punto indefinito
del mio viso, l’occhio tuo pulito
a scavare nel mistero che è
la giovinezza. Che tenerezza
Teresa quel tuo sguardo, e che dolore
poi uscire nella pioggia, e nel tremore
di un presagio sicuro vederti
mentre muori di mattina all’improvviso
guardando un armadio d’ospedale.

Francesco Targhetta

da Fiaschi (ExCogita, 2009)

Il vestito da matrimonio

Un’altra stagione lenta svuota
i suoi tramonti dietro i magazzini
d’abbigliamento, e a scoprirli
quasi si fatica tra gli anabbaglianti
e le pannocchie. Compro un vestito
da matrimonio in un autunno rosso,
come gli occhi e la terra bagnata,
ma senza neanche sentirlo, il tempo,
guidando lungo i fossi entro
il limite consentito, la borsa spiegazzata
sul sedile posteriore. E le foglie
si accartocciano, così presto,
lungo la statale, e il nylon si stira,
dietro, con stridore, e poi il legno scuro
delle trattorie per camionisti.

Come mi sta bene il completo
allo specchio di casa: impacchettato
così, magari – mi dico –, resisti.

da Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn, 2012)

Ma noi, cara, ci stringeremo
in modo diverso, gliela faremo pagare
come da piccoli giocando a Hotel,
lasceremo sfregi da macchinette
Mattel incidentate nelle portiere,
e scaricheremo la nostra furia
come scarichiamo i film, la sera,
che poi ci guardiamo innalzando
preghiere contro finanza
e polizia postale,
o gliel’abbiamo già fatta pagare,
forse, parzialmente, essendoci fatti
addestrare per non servirgli a niente,
per quanto chi è inutile spesso
si presti a fare di tutto, lo sai,
ma non è la fine che faremo noi,
noi che l’unica cosa in comune
è il modo di disegnare
gli uomini in terza elementare,
immersi nel solito sfondo
di fiori giganti, una casa in campagna,
col sole in un angolo e rondini in cielo,
e loro, lì, il viso tondo, un sorriso
in faccia, due gambe, un tronco,
le linee rette intesite del collo,             ma nessuno di noi
disegnava le braccia.
E allora dimmelo             se sarà questo
il nostro modo
di perdere il controllo.

da Le cose sono due (Valigie Rosse, 2014)

Il bugiardo che infine dà di matto
non perché stenti a gestire il garbuglio
ma per l’agra evidenza che nessuno
si è mai accorto di nulla,
neppure chi accese la miccia.

Tra tutti i quadri sui buoi scuoiati
il migliore è un Rembrandt, ’55,
sullo sfondo una ragazza che sbircia.

Massimo Gezzi (Sant’Elpidio a Mare, 1976) ha pubblicato i libri di poesia Il mare a destra (Edizioni Atelier, 2004), L’attimo dopo (Luca Sossella editore, 2009), Il numero dei vivi (Donzelli Editore, 2015) e Uno di nessuno. Storia di Giovanni Antonelli, poeta (Edizioni Casagrande, 2016), più la plaquette trilingue In altre forme/En d’autres formes/In andere Formen, con traduzioni in francese di Mathilde Vischer e in tedesco di Jacqueline Aerne (Transeuropa, 2011). Ha curato (con T. Stein) L'autocommento nella poesia del Novecento: Italia e Svizzera italiana (Pacini Editore, 2010); l’edizione commentata del Diario del ’71 e del ’72 di Eugenio Montale (Mondadori, 2010), l’Oscar Poesie 1975-2012 di Franco Buffoni (Mondadori, 2012) e lePoesie scelte di Luigi Di Ruscio (Marcos y Marcos, 2019). In Tra le pagine e il mondo (Italic Pequod, 2015) ha raccolto dieci anni di interviste ai poeti e recensioni a libri di poesia.

Paolo Maccari, nato a Colle Val d’Elsa nel 1975, dall’età di diciotto anni vive a Firenze.

Ha pubblicato due volumi di critica: Spalle al muro (Firenze, SEF, 2003), una monografia su Bartolo Cattafi e Il poeta sotto esame (Firenze, Passigli, 2012), dedicato a Dino Campana, ha collaborato con Adele Dei alla curatela del Meridiano di Clemente Rebora.

Dal 2010 dirige con Valerio Nardoni la collana di poesia dell’editore Valigie rosse.

L’esordio in volume è del 2000, con la raccolta di versi Ospiti (Lecce, Manni), prefata da Baldacci. Nel 2006 è apparsa la plaquette Mondanità (Brescia, L’Obliquo), confluita inFuoco amico (Firenze, Passigli, 2009). La raccolta successiva,Contromosse (Bologna, Con-fine) è del 2013, del ’17 Fermate (Roma, Elliot). Sue poesie sono presenti in antologie italiane e straniere e tradotte in inglese, francese e spagnolo.

Franca Mancinelli è autrice dei libri di poesia Mala kruna (Manni, 2007), Pasta madre (con una nota di Milo De Angelis, Nino Aragno, 2013), Libretto di transito (Amos edizioni, 2018), uscito nello stesso anno in traduzione inglese presso The Bitter Oleander Press (Fayetteville, New York) con il titolo The Little Book of Passage. Una riedizione dei suoi due primi libri è raccolta in A un’ora di sonno da qui (Italic Pequod, 2018). Suoi testi sono compresi in diverse antologie tra cui Nuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini (Einaudi, 2012) e, con introduzione di Antonella Anedda, nel Tredicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, 2017). Suoi testi sono tradotti in spagnolo ( Italia poesía: presente, Huerga & Fierro), francese, arabo, croato, sloveno.

Giulia Rusconi è nata nel 1984 a Venezia. Sue poesie sono uscite in diverse riviste e antologie, cartacee e on line. Il suo primo libro è uscito nel 2012 per la casa editrice Ladolfi e si intitola I padri. Il secondo è del 2014, per PordenoneLegge-Lietocolle, e si intitola Suite per una notte. Il terzo, Linoleum, è del 2017 per Amos edizioni.

Francesco Targhetta (Treviso, 1980) insegna lettere a scuola, ha fatto un dottorato in italianistica a Padova (lavorando su Corrado Govoni, di cui ha curato la riedizione de Gli Aborti e dei Fuochi d'artifizio, e sulla poesia simbolista italiana), ha pubblicato un libro di poesie (Fiaschi, ExCogita, 2009) e un romanzo in versi (Perciò veniamo bene nelle fotografie, Isbn, 2012). Nel 2014 ha vinto il premio Delfini e il premio Ciampi (da cui la plaquette Le cose sono due, Valigie Rosse, 2014). Nel 2018 è uscito il suo primo romanzo in prosa (Le vite potenziali, Mondadori) finalista al Campiello e vincitore del premio Berto.

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Domande difficili sull’uccisione dei non umani https://www.alfabeta2.it/2019/01/20/domande-difficili-sulluccisione-dei-non-umani/ https://www.alfabeta2.it/2019/01/20/domande-difficili-sulluccisione-dei-non-umani/#comments Sun, 20 Jan 2019 04:45:40 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17674 Roberto Terrosi

Genocidi animali è un libro-intervista, leggero nel formato, ma denso di contenuti e di riflessioni critiche. Dal Lago espone una raffica di considerazioni, che partono dal tema dell’animalismo, per spingersi oltre, verso questioni di estrema attualità per quanto riguarda la situazione politica e intellettuale dell’Italia contemporanea. Gli intervistatori sono Massimo Filippi e Antonio Volpe, due redattori della rivista antispecista “Liberazioni”, una rivista che, nata neanche dieci anni fa in un ambito molto di nicchia, ha poi guadagnato sempre maggiore autorevolezza fino a diventare la rivista più importante dell’animalismo antispecista italiano. [...]

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Roberto Terrosi

Genocidi animali è un libro-intervista, leggero nel formato, ma denso di contenuti e di riflessioni critiche. Dal Lago espone una raffica di considerazioni, che partono dal tema dell’animalismo, per spingersi oltre, verso questioni di estrema attualità per quanto riguarda la situazione politica e intellettuale dell’Italia contemporanea. Gli intervistatori sono Massimo Filippi e Antonio Volpe, due redattori della rivista antispecista “Liberazioni”, una rivista che, nata neanche dieci anni fa in un ambito molto di nicchia, ha poi guadagnato sempre maggiore autorevolezza fino a diventare la rivista più importante dell’animalismo antispecista italiano. Non si è trattato solo di un’espansione dei consensi, ma anche di un cammino verso confronti teorici di livello sempre più alto con esponenti di primo piano del pensiero contemporaneo, uno dei quali è appunto il “sociologo” Alessandro Dal Lago (sebbene Filippi e Volpe insistano nel chiamarlo filosofo, etichetta che però Dal Lago non usa).

L’impressione che si ha dalla lettura di questa intervista è quella di un pensatore militante, che richiama anche gli altri pensatori italiani alla militanza, in primo luogo quelli dell’Italian theory, sollevando così un primo interrogativo sul perché di tanto silenzio. Ai giudizi sferzanti di Dal Lago non sfuggono neanche le generazioni degli intellettuali più giovani che si vedono in TV e, tra loro, neppure quelli che si dichiarano antispecisti. Infine, ce n’è anche per la cosiddetta scuola “neo-realista” che invece è dominante nelle aule universitarie. Dunque, Dal Lago propone critiche a tutto campo, non senza ragione e già questo da solo sarebbe un buon motivo per leggere il libro.

Veniamo alla questione animalista. In questo caso, Dal Lago spiega le ragioni del suo personale avvicinamento a questo ambito e della sua decisione di smettere di mangiare carne. Serve a suo avviso una presa di coscienza che si attua risalendo dal consumo alla macellazione. A questa via può anche essere associata una decostruzione foucaultiana dell’umano, sulla quale però non ripone molte speranze. Il massacro animale è come la guerra e non sparirà facilmente dalla storia. Da questo punto di vista allora si tratta di sostituire al meccanismo della persona o all’invocazione dell’umanità come ideale universale (che non di rado è mistificante, come già aveva intuito Proudhon, e dopo di lui Schmitt), un principio kantiano di ciò che lui definisce “antropità”, inteso però come un principio dell’abitare la Terra condiviso con altri esseri, laddove tale co-abitazione, porta a rivalutare “l’animale che è in noi”, per pensarsi dunque come animali tra gli animali. Questa natura comune si oppone così ai ruoli fissi che vorrebbero inchiodare gli animali come i migranti al loro “posto” o luogo di origine. Questo è infatti quanto sarebbe voluto da un certo ritorno al nazionalismo di carattere fascisteggiante, che si regge su basi antropocentriche ed etnocentriche. In questo senso l’antispecismo che ha in mente Dal Lago è un approccio di sinistra, che ha poco o nulla a che spartire con atteggiamenti da madame di esponenti politici come l’onorevole Brambilla. Anche la sinistra, però, rischia di non comprendere bene queste istanze se si limita a restare attaccata a Marx o ad atteggiamenti ecologisti di maniera. In questo senso Dal Lago rivolge le sue critiche anche a noti artisti di sinistra come Joseph Beuys. Tuttavia, più che affermare una propria formula filosofica sulla questione dell’animalismo, Dal Lago sembra manifestare una più generale insoddisfazione, non solo verso la filosofia politica italiana, ma anche verso la riflessione filosofica sulla questione stessa dell’animalismo, che gli appare non sufficientemente approfondita.

Qui abbiamo accennato solo ad alcune delle tante stimolanti riflessioni critiche che riempiono le pagine di questo piccolo ma denso libro, che potrà risultare anche un po’ pungente per qualche lettore, cosa che però è da considerare un merito più che un difetto.

Infatti, si possono avere valutazioni diverse su alcuni degli autori citati da Dal Lago e poi, anche su uno dei più importanti artisti delle neoavanguardie, come nel caso di Beuys, la critica, pur nella divergenza di opinioni, è apprezzabile. Per parte mia c’è solo una questione su cui sento il dovere di esprimere un dissenso e che non è possibile evitare, dal momento che riguarda proprio il tema espresso dal titolo. Infatti, quando lo lessi, pensai a una di quelle esagerazioni retoriche usate per far presa sul pubblico, ma da prendersi in modo del tutto metaforico. Aprendo le pagine del libro però mi sono accorto che non è così, né per l’intervistatore, né tanto meno per l’intervistato. Infatti, l’intervistatore afferma che tale paragone è da molti ritenuto scandaloso, ma non da Derrida che invita a non tralasciarlo frettolosamente. Rincara la dose Dal Lago che dice: “Quanto allo scandalo dell’equiparazione tra genocidi umani e genocidi animali, non vedo proprio dove stia il problema. […] La questione del genocidio animale è stata sollevata anni fa da un bel libro di Coetzee, La vita degli animali, in cui un’anziana scrittrice, Elizabeth Costello, tiene in un college americano una conferenza sullo sterminio degli animali, paragonandolo alla Shoah, e suscitando un grande imbarazzo nell’uditorio, le proteste della comunità ebraica e così via. In senso stretto, i miliardi di animali uccisi ogni anno rappresentano lo sterminio di un genere di viventi, cioè un genocidio”. Forse, però, la comunità ebraica non avrebbe tutti i torti nel protestare e vorrei spiegarne brevemente le ragioni. Sostenere ad esempio che la derattizzazione è come la Shoa, perché comporta lo sterminio di migliaia di topi, significa che, data tale equivalenza, qualcuno potrebbe a rigor di logica affermare che la Shoa è stata come una derattizzazione. Ma queste sono le parole che si addicono a un nazista irredimibile. Allo stesso modo si potrebbe, sempre secondo lo stesso principio, affermare che una disinfestazione, con l’uccisione di centinaia di scarafaggi, sia paragonabile a una strage di immigrati africani, e dunque che una strage di immigrati africani sia come un’azione di disinfestazione dagli scarafaggi. In un dialogo immaginario tra me e Priebke, io potrei dirgli “Sei uno sporco assassino perché hai ucciso 335 persone alle Fosse Ardeatine”, e lui potrebbe rispondermi: “Senti chi parla, come ti permetti di dirmi una cosa del genere con tutte le zanzare che hai ucciso!”, come se uccidere cittadini italiani, ebrei, o africani da una parte e zanzare e scarafaggi dall’altra fosse la stessa cosa. Ebbene, se prendiamo veramente sul serio l’affermazione secondo cui l’uccisione di animali a scopo igienico o alimentare è come il genocidio degli ebrei nella Shoà, dovremmo concluderne necessariamente che tutte queste equivalenze hanno senso e sono legittime. Allora, a costo di sentirmi dire qualsiasi epiteto e di passare per un ottuso specista antropocentrico, non posso fare a meno di dire che ciò per me è del tutto inaccettabile. La Shoà non può essere messa sullo stesso piano di nessun sgozzamento di galline, eliminazione di pulci ecc. Attenzione, nessuno vuole insinuare che Dal Lago sia un negazionista o una persona che ha scarsa considerazione per la vita degli ebrei. Noi crediamo pienamente alla sua buona intenzione di voler sollevare lo sdegno, ad esempio, per la strage di agnelli, fatta in occasione della celebrazione della Pasqua e fatti del genere, ed è per questo che all’inizio, prendendo questa espressione come un semplice slogan dalla sola valenza retorica, avevo deciso di soprassedere. La mia preoccupazione è che anche la sola possibilità teorica di queste equiparazioni, non solo crei un grande oltraggio alla comunità ebraica, per tutto quello che ha patito, ma potrebbe rivelarsi addirittura controproducente per l’attività di un intellettuale militante come Dal Lago, e rischiare di offuscare gli sforzi fatti con libri giustamente famosi, come Non persone o La formazione della devianza.

Tale questione poi non è affatto nuova. Charles Patterson ha scritto un saggio in cui riporta l’opinione di Edgar Kupfer-Koberwitz, un sopravvissuto della Shoà, a sostegno di tale posizione, che però non fa esattamente questo paragone e riporta addirittura una presunta frase di Adorno (“Auschwitz inizia ogni volta che qualcuno guarda a un mattatoio e pensa: sono soltanto animali”), che però per inciso Adorno non ha mai detto. Tuttavia, questo è bastato a far circolare una fake news che ancora oggi rimbalza tra i vari nodi della rete. La frase effettivamente detta da Adorno («L’affermazione ricorrente che i selvaggi, i negri, i giapponesi, somigliano ad animali, o a scimmie, contiene già la chiave del pogrom» in Minima Moralia) si presta invece a interpretazioni che sono dello stesso tenore di quelle da me esposte poco sopra. Il problema poi di differenziare varie forme di vita per complessità e intelligenza costò già caro allo stesso Peter Singer, e cioè al primo filosofo sostenitore dell’estensione di diritti fondamentali agli animali, perché aveva osato considerare come caso speciale quello delle scimmie antropomorfe più vicine per caratteristiche all’uomo. Questo in teoria potrebbe essere infatti visto come un cedimento allo specismo condizionato che proprio Massimo Filippi ha attaccato con insolita radicalità dichiarandolo confutato sia sul piano speculativo che empirico. Questo però è quello che dice lui. A un filosofo che non sia antispecista per principio una tale confutazione invece non sembra altrettanto evidente. Più o meno sulla stessa linea il manifesto antispecista (curato da Fragano) sostiene che si debba attribuire diritti a tutti gli animali capaci di provare dolore, e quindi anche ai lombrichi e alle mosche, dal momento che chiunque disponga di un sistema nervoso, per prima cosa percepisce il dolore. Tuttavia, un messaggio di errore analogo a quello costituito dal dolore negli animali potrebbe essere anche costruito nelle macchine. E a quel punto allora la vita di un uomo varrà quanto quella di una macchina? Evidentemente allora, senza voler sottovalutare il problema delle tante sofferenze che la crudeltà umana arreca agli animali, la questione di una modulazione dei livelli di intelligenza anche emotiva e la loro relazione con l’etica e la disciplina giuridica è tutt’altro che semplice e non può certo dirsi risolta, ma il problema è capire se esista veramente un desiderio di confrontarsi con chi non è per principio antispecista o se prevalga invece la tentazione dogmatica che porta dichiarare come nemici tutti coloro che tale dogma non lo condividono.

Alessandro Dal Lago, Massimo Filippi, Antonio Volpe

Genocidi animali

Mimesis 2018

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La realtà straniata di Emanuele Trevi https://www.alfabeta2.it/2019/01/20/la-realta-straniata-di-emanuele-trevi/ https://www.alfabeta2.it/2019/01/20/la-realta-straniata-di-emanuele-trevi/#respond Sun, 20 Jan 2019 04:40:45 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17669 Angelo Guglielmi

Il mio amico e ammirato Andrea Cortellessa nel recensire Sogni e Favole di Emanuele Trevi, gli riconosce (e anche rimprovera) che è bravo solo (ed è qui il rimprovero) quando si appoggia a personaggi e sponde altrui: qui a Metastasio, in Il Ponte di Legno a Pinocchio, in Qualcosa di scritto a Pasolini e la sua ninfa, in Il libro della gioia perpetua al diario scritto quando la sua ragazza di allora – oggi la scrittrice Chiara Gamberale – era ancora bambina. [...]

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Angelo Guglielmi

Il mio amico e ammirato Andrea Cortellessa nel recensire Sogni e Favole di Emanuele Trevi, gli riconosce (e anche rimprovera) che è bravo solo (ed è qui il rimprovero) quando si appoggia a personaggi e sponde altrui: qui a Metastasio, in Il Ponte di Legno a Pinocchio, in Qualcosa di scritto a Pasolini e la sua ninfa, in Il libro della gioia perpetua al diario scritto quando la sua ragazza di allora – oggi la scrittrice Chiara Gamberale – era ancora bambina.

Io non so se esistono altri romanzi oltre questi – se esistono io non li ho letti – comunque quelli sopra indicati sono per tutti i più significativi. E questa è stata la fortuna e la bravura-intelligenza di Trevi: quella di evitare l’autofiction (in cui cadono e annegano quasi tutti gli scrittori italiani compresi i più recenti), evitare di acconciarsi intorno alla propria assolutamente ininteressante biografia (perché sono fatti suoi) e preferir di raccontare (meglio di lavorare sul) la biografia degli altri. E non di altri qualunque ma degli altri scrittori che lo hanno preceduto: uomini che hanno lasciato testimonianza della loro difficile vita. Dunque libri carichi di disperazione (o se volete di speranze), di desideri sognati, di traguardi ambiti, di pensieri fatti, di sentimenti patiti. E perché queste testimonianze sono importanti? Perché oggi gli scrittori, anzi i narratori intelligenti (consapevoli del tempo in cui stanno vivendo) sanno che “la realtà non è di questo mondo” (come Cortellessa sottolinea citando la suddetta affermazione di Tommaso Pincio). Il problema è la realtà. E allora se “la realtà non è di questo mondo” dove può il narratore intelligente (per il quale la realtà è alimento indispensabile) trovarne un'immagine (dunque una ipotesi) possibile? Io dico: negli scrittori del passato che, adesso morti, tuttora sopravvivono con i loro libri.

Negli anni sessanta (e Cortellessa lo sa certo meglio di me) il narratore intelligente era stato costretto a mettersi da parte per far largo allo sperimentalismo di ricerca, arrivando a conclamare a gran voce “il romanzo è morto”. Già da tempo le avanguardie storiche ne avevano dimostrato l’inevitabilità – ultima e definitiva prova la pagina bianca di Mallarmé. La realtà (e dunque il linguaggio in cui si esprime) è logora, in tanti secoli (forse millenni) di vita si è consumata, destinata a una perdita di senso inarrestabile. Già affermare questo convincimento risultava un azzardo perdente e di difficilissimo, quasi impossibile, argomentare. Per fortuna ci vennero in aiuto due grandi pensatori del Novecento, Husserl con la sua fenomenologia e, soprattutto, Walter Benjamin con la sua idea di “fine” (e a sostegno le opere di alcuni sommi autori come Viaggio al termine della notte di Céline e l' Ulisse di Joyce). Ci consolammo. Fatto sta che con l’esaurirsi dell'idealismo e del positivismo volgevano al termine della loro avventura tanto il romanzo naturalista, quanto il romanzo neorealista (ormai inerti e privi di energia), e conclusa sembrava (ed effettivamente lo era) la grande stagione del realismo ottocentesco europeo. Dunque il romanzo sembrava essere morto. Sarebbe potuto accadere (del resto la storia è ricca di scomparse di generi un tempo in voga – l’ultimo il melodramma) ma non è accaduto. Le ragioni? La prima, e forse la più attendibile, è che inestirpabile è la tendenza nell’uomo a immaginare e fantasticare, nonché a farne i conti e darne notizia (intanto a se stesso), e lo strumento migliore (e il più pratico) è la comunicazione narrativa (di cui oggi si abusa non poco – non c’è discorso in cui non si infili la parola “narrazione” caricandola di significati ambiziosi, per esempio di essere “spia degli umori del tempo” o “proposta di sintesi inattese”). Comunque a tenerlo in vita, il romanzo, una parte non piccola, l'ha avuta la nascita, alla vigilia della modernità, di due nuovi “generi”: il cinema e la fotografia. E così il romanzo è tornato. Ma continuava la latenza della realtà (“la realtà non è di questo mondo”). E allora? Soluzione: per i più scervellati e ottusi è stata quella di tornare al romanzo realista (dimenticando che ormai non può comunicare che quello che già sappiamo), per gli altri, i più consapevoli, quella di ricorrere all' invenzione della realtà straniata ovvero estranea al proprio stesso riferimento, che consentiva giochi di fuga e di spostamento, permettendo allo scrittore di trascinare la realtà dall’ovvietà al famoso altro (figura non altrimenti definibile). E qui si è avuto qualche, anzi un buon numero, di più o meno ottimi risultati, tuttavia sempre a rischio per via dell’azzardo tattico-strategico cui (obbligatoriamente) si sono esposti.

Poi ci sono due scrittori (e qualche altro, seppure per strade diverse ma di significato simile), Emanuele Trevi e Tommaso Pincio, che appoggiano le loro narrazioni a sponde realmente esistite: Trevi a Metastasio, Pincio a Caravaggio (e il corteo dei suoi narratori celebratori – Roberto Longhi – e più prudenti estimatori Bernard Berenson.) Perché Metastasio e il sonetto Sogni e favole (che è l’inizio del primo verso del sonetto Sogni e favole io fingo)? Glielo ha (a Trevi) indicato Cesare Garboli, una sera che erano seduti al Caffè della pace. E dove è lo scandalo? Intanto ribadiamo che è costume abituale di Trevi (così è stato per i suoi tre precedenti romanzi) appoggiarsi a uno scrittore del recente passato o ancora in attività – Pasolini, Collodi, Chiara Gamberale – e poi quasi sempre all’origine di un libro c’è qualcuno che te lo ha indicato, fatto desiderare o raccontato (le scelte autonome sono ammalate di casualità).

In Trevi si deposita il ricordo di quel sonetto declamato da Garboli e insieme lo stupore della modernità improvvida nascosta in quei versi.

Come!? Metastasio, proprio il poeta del Settecento italiano più finto e trascurato, arrivato dalla plebaglia romana di Campo dei Fiori alla Corte degli Asburgo a Vienna, autore di melodrammi opportunistici in onore degli anniversari dell'Imperatrice e delle sue duchesse (e di atti servili di compiacenza rivolti a tutta l’aristocrazia di Corte) ma che nel contempo scrive quel sonetto in cui, pur con il dolore del sofferente, confessa: Ah che non sol quelle, ch’io canto, o scrivo, / favole son; ma quanto temo, o spero, / tutto è menzogna, e delirando io vivo!. Tutto è menzogna? Ma questa è parola (è scoperta) di Manganelli – scrittore del Novecento italiano che Trevi più ama e legge – che della “menzogna”, due secoli dopo, ha fatto il centro dei suoi pensieri e la materia del suo scrivere.

Grazie a quella parola Manganelli poté scendere nella casa dei morti e scoprire che quei morti erano i vivi (come lui stesso oggi) che abitano (e si incontrano) nelle strade del mondo. Non c’è nulla di “ vero” nella vita di un uomo fino al momento in cui la vita l’abbandona: dunque c'è solo (non c’è che) il “vero” della morte.

E allora perché meravigliarsi che Trevi rimanga incantato alla lettura del sonetto fatta (più giusto dire cantata) da Garboli?

Quanto al rimprovero rivolto a Trevi di imitare nel suo “narrato” lo stile (imperiale, nel senso di autoritario) di Cesare Garboli, mi pare accusa non pertinente. Per Garboli i libri sono pretesti per performance spettacolari, qualche volta o spesso di buona qualità estetica, mai sforzo di riconoscimento (magari sofferto) del meccanismo di senso che il libro nasconde. Lo stesso saggio su Delfini è il tentativo di sostituirsi a lui o comunque al Delfini cui vorrebbe assomigliare. Per il resto gli autori che Garboli legge sono Soldati e la Morante, Penna e la Ginzburg, Tobino e Landofi, di sguincio Moravia, un passaggio su Pasolini e Fortini e mai Gadda, Arbasino, Sanguineti Pagliarani o Zanzotto (e mai Eliot Joyce o Céline) che sono anche il centro del Novecento. Opere e autori che Garboli non capiva e non servivano nemmeno ad accendere l’esercizio della sua alta imperiale retorica. Se volessi essere dispettoso direi che Garboli è il (nostro) Metastasio del Novecento, esule a Vado di Camaiore più che a Vienna.

La scrittura di Trevi è paziente e composta sostenuta da un'ininterrotta felicità e allegria fatta dei tanti libri letti, di ieri e di oggi; di poesia, di narrativa e di saggistica; di scienza e di psicologia, da Freud a Jung; di pensiero critico, da Adorno a Benjamin; di curiosità varie, da Umberto Galimberti, a Reiner Stach, a Cesare Garboli. È la musicalità della felicità che scorre nelle righe di Sogni e favole a incantarmi. La felicità come scelta e intreccio di pensieri, vocabolario, e sintassi.

I personaggi del romanzo di Trevi sono tre: un giovane fotografo italo americano (poi morto suicida) che Trevi conobbe una sera lontana quando, in un cineclub alla fine dell’ultima proiezione di un film di Tarkovskij, a sala ormai del tutto vuota, lo sorprese lì seduto e solo a piangere – era il suo sforzo di dare un volto all’idea di arte; Amelia Rosselli che, amica del padre, raggiunge la loro casa per conoscere il nuovo nato (appunto il neonato Emanuele), lo prende in braccio (ricordo che Emanuele Trevi ha poi appreso da adulto) per carezzarlo, e la madre (erano davanti a una finestra aperta) presa da improvviso raptus glielo strappa con violenza dalle braccia; terzo e ultimo Cesare Garboli per compensarlo (e ringraziarlo) del regalo (ricevuto) del sonetto di Metastasio.

Dovrei ora parlare di Tommaso Pincio, ma sarà per un’altra volta. Certo il rapporto di Malinconico con il realismo estremo e splendente di Caravaggio (Roberto Longhi) e il sospetto che quel luccichio potesse essere (almeno in parte certo piccola) effetto di giochi di artificio (Bernard Berenson) sarà tema di grande piacere da esplorare.

Emanuele Trevi

Sogni e favole

Ponte alle Grazie

pp. 211, 16.00 euro

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Una rapsodia etero https://www.alfabeta2.it/2019/01/20/una-rapsodia-etero/ https://www.alfabeta2.it/2019/01/20/una-rapsodia-etero/#respond Sun, 20 Jan 2019 04:35:10 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17668

Federico Zappino

If there’s God or any kind of justice under the sky

If there’s a point, if there’s a reason to live or die

If there’s an answer to the question we feel bound to ask

Show yourselves, destroy your fears, release your mask.

Innuendo, 1991

Quando morì Freddie Mercury, il 24 novembre del 1991, la notizia venne diramata in Italia da un infame servizio del telegiornale del primo canale della tv di stato. [...]

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Federico Zappino

If there’s God or any kind of justice under the sky

If there’s a point, if there’s a reason to live or die

If there’s an answer to the question we feel bound to ask

Show yourselves, destroy your fears, release your mask.

Innuendo, 1991

Quando morì Freddie Mercury, il 24 novembre del 1991, la notizia venne diramata in Italia da un infame servizio del telegiornale del primo canale della tv di stato. Un servizio in cui veniva sbagliato il nome, sbagliato il luogo di residenza (abitava nel quartiere londinese di Kensington, non a Kingston, che è la capitale della Giamaica), sbagliato il titolo delle sue canzoni (un’improbabile The Group Tender, anziché The Great Pretender, o The Show Must Go On, tradotta con Io me ne andrò). Ma sopra a tutte queste e altre imprecisioni, ai limiti del grottesco, impunemente enumerate tra lo spregio e la degnazione che si riserva solo agli abietti, e di cui ogni abietto ha esperienza, la voce maschile del servizio raccontava proprio una menzogna: una falsa, infamante, denuncia per abusi sessuali nei riguardi di un bambino statunitense di nove anni, risalente al 1981, di cui nessun altro sembrava, né sembra, avere notizia, a eccezione di quell’inane cronista mai licenziato, ma anzi destinato a fare la sua carriera nel servizio pubblico. D’altronde, in quali altri termini la coscienza pubblica eterosessuale avrebbe potuto esprimere il lutto per un uomo omosessuale che era appena morto di Aids, se non inventando di sana pianta – e con un preciso intento di nuocere non solo a una persona, ma a un gruppo sociale – che fosse anche un pedofilo?

Il desiderio di sconfiggere l’oggetto che già reca su di sé il segno della morte”, scriveva contestualmente Judith Butler animata dagli stessi interrogativi, come ampia parte della teoria queer di quegli anni, “sembra costituire proprio il desiderio di sconfiggere un oggetto che, se venisse invece amato, comporterebbe la distruzione dello stesso soggetto che ama” (The Psychic Life of Power, 1997). “Ciò che mi domando”, scriveva, “è se siamo in grado di comprendere in che modo opera il potere sociale. Quale derealizzazione, quale malinconica violenza, quale desiderio di trionfo contraddistingue la risposta pubblica alla morte di quegli uomini omosessuali che sono già socialmente morti, e che stanno morendo di Aids? Se stanno morendo, o se sono già socialmente morti, infieriamo ancora”. Bastava dare una rapida scorsa alle prime pagine dei giornali d’Oltremanica, d’altra parte, per rendersi visivamente conto di quell’accanimento. Nelle settimane precedenti la morte di Freddie Mercury, i tabloid inglesi avevano dedicato intere prime pagine alla messa in mostra di quel corpo segnato, letteralmente divorato dalla malattia, alludendovi esplicitamente e con insistenza, ben prima che Mercury, capitolando, ne desse pubblicamente conferma. Appena poche ore prima di morire, con poche ultime parole: “Sono Freddie Mercury. A seguito delle congetture emerse sulla stampa nelle scorse due settimane, desidero confermare che sono sieropositivo e ho l’Aids. Ho tenuto questa informazione riservata per il solo scopo di proteggere le persone che mi circondano”.

Il Golden Globe all’agiografia dei Queen, Bohemian Rhapsody, e in particolare il riconoscimento all’attore che ha interpretato Freddie Mercury, Rami Malek, rendono assai più difficile il compito di decodificare, a distanza di anni, in che modo continui a operare, da parte del potere sociale (eterosessuale), quel desiderio di trionfo sull’“oggetto” che reca su di sé il segno della morte, proprio nell’ora in cui l’amore nei suoi riguardi non è negato da nessuno, ma anzi apertamente dichiarato, e perfettamente esemplificato dalle parole con cui Malek, commosso, ha ritirato il suo premio: “Ti amo, Freddie Mercury. Ti amo, uomo bellissimo. Tutto questo è per te”. La mia ipotesi, infatti, è che quel desiderio di trionfo, quella derealizzazione o quella malinconica violenza continuino a operare lo stesso. E non mi riferisco al fatto che a seguito delle dichiarazioni d’amore di Malek per Mercury tutti i media ci abbiano prontamente informati del recente fidanzamento tra l’attore e l’attrice che, nel film, interpreta proprio la storica fidanzata di Mercury, Mary Austin. (L’eterosessualità del performer, in altre parole, sembra sopravvivere perfettamente all’amore per il mortuum. Seguendo alla lettera un’altra teorica queer, Eve Kosofsky Sedgwick, essa sembra consistere in una relazione fantasmatica tra due uomini, resa materialmente possibile dallo scambio di una donna.)

Piuttosto, mi riferisco al fatto che come il servizio del telegiornale attraverso cui, in Italia, venimmo informati della morte di Freddie Mercury, anche il film che oggi, in tutto il mondo, sancisce la sua immortalità, ruota pressoché interamente attorno a una menzogna. Non è necessario essere studiosi di storia del rock britannico, né agiografi dei Queen: mi basta semplicemente essere stato un bambino (gay) di nove anni con i poster di Freddie Mercury in cameretta, nei primi anni Novanta, per sapere che dopo la pubblicazione di Hot Space (l’album del 1982 che contiene Under Pressure, con Bowie) i Queen si chiudono in studio e, dopo due anni, pubblicano un album di grande successo, The Works (quello di Radio Ga Ga e I Want to Break Free), e lo suonano in tutta Europa e nel mondo, in un tour lunghissimo. Anche in Brasile, a Rio de Janeiro, in regime di occupazione militare: ragion per cui Bob Geldof, che nel 1985 stava organizzando il colossale Live Aid, con due palcoscenici (a Londra e Filadelfia) e più di venti satelliti, per la bianchissima raccolta di fondi da destinare all’Etiopia, decise inizialmente di non invitare i Queen – e i Queen, dal canto loro, erano abbastanza seccati per non essere stati invitati da Geldof l’anno prima, alla registrazione del brano Do They Know it’s Christmas?, anch’esso finalizzato alla raccolta di fondi per la fame in Etiopia, cantato e suonato più o meno da tutti i nomi più celebri dell’empireo musicale degli anni Ottanta, dai Genesis a Bowie ai Duran Duran.

In Bohemian Rhapsody, invece, in un certo indefinito momento tra il 1982 e il 1984, i Queen si sciolgono. Non esistono più. Ed è tutta colpa di Freddie Mercury (tutta, o quasi). “Hai appena ucciso i Queen” dice a chiare lettere un membro del gruppo a Mercury, il quale ha appena comunicato agli altri membri del gruppo di non voler più suonare con loro. Non solo: tra lo sconcerto dei compagni (in realtà anche loro impegnati in progetti solisti, benché il film ometta completamente il dato), ha appena firmato un contratto da quattro milioni di dollari per la pubblicazione di due album da solista. La scena in cui ciò accade, tuttavia, non ritrae solo i quattro componenti del gruppo. Nella penombra, in un angolo della stanza, c’è anche Paul Prenter, colui che fino a quel momento, fin dalla pubblicazione di A Night at the Opera (1975) era stato l’enigmatico manager dei Queen. È Prenter – ci dice Bohemian Rhapsody – a fare in modo che Mercury ottenga un contratto da solista, di nascosto dagli altri membri del gruppo, e a convincerlo a prendere le distanze da loro. È Prenter ad aver fiutato che Freddie Mercury può essere un ottimo investimento, molto più di tutti i Queen messi insieme. Freddie Mercury a petto nudo, Freddie Mercury con il pacco grosso, Freddie Mercury di cui il pubblico non è mai sazio. Freddie Mercury che si muove sinuoso, e al contempo è virile come un camionista. Freddie Mercury che non si capisce se è gay o etero, e se è gay non si capisce bene se è attivo o passivo, se può essere femminilizzato, o se deve essere trattato con lo stesso rispetto che si deve a un uomo. E Prenter è l’uomo che lo bacia in bocca per la prima volta, mentre questo sta componendo Love of My Life, dedicata a Mary Austin. Prenter, la checca di un paese dell’Irlanda che il padre avrebbe preferito vedere morto, ora è un uomo grande e grosso, con i baffi. E Freddie Mercury si fa circuire, sembra suggerirci il film, si fa crescere i baffi proprio come Prenter, inizia a vivere in simbiosi con Prenter. Prenter che rapisce Freddie Mercury, che lo porta a Monaco, che non gli passa le telefonate di Mary Austin – Prenter che gli nasconde perfino che Bob Geldof sta disperatamente cercando di organizzare una reunion dei Queen per il Live Aid. Prenter che gli fa fare un brutto disco da solista – Mr. Bad Guy (1985), dal quale tuttavia i Queen attingeranno a piene mani per la produzione dell’ultimo album con la voce di Mercury, Made in Heaven (1995). Prenter che lo fa sprofondare nell’alcol, nella droga, nel sesso promiscuo, tra brutte compagnie di maschioni vestiti di pelle. Prenter, siamo logicamente invitati a concludere, che mette Freddie Mercury nelle condizioni di contrarre l’Hiv (o che glielo trasmette lui stesso). Poco importa che Freddie Mercury scoprirà di essere sieropositivo nel 1987, e che fino al 1989 non lo comunicherà agli altri membri del gruppo, con cui continuerà a suonare ininterrottamente fino alla morte: per Bohemian Rhapsody è importante raccontare che Freddie Mercury si pente, che chiede perdono agli altri membri del gruppo, che chiede loro di essere riaccolto, e che prega per poter partecipare al Live Aid, che diventa la performance più importante della sua vita. Non è importante che il gruppo non si sia mai sciolto, né che nessuno se ne sia mai andato; è importante che Freddie Mercury comprenda di aver dato retta alle persone sbagliate, e che se non l’avesse fatto, forse non avrebbe contratto il virus, e non sarebbe morto di Aids. Ed è importante raccontare che i Queen lo perdonano, concedendogli un’ultima possibilità, ma a patto di non frequentare più brutte compagnie – che sono loro, gli eterosessuali, a stabilire quali siano. “Grazie a Brian May, a Roger Taylor, ai Queen, per aver assicurato l’inclusività che esiste nel mondo della musica, e in tutti noi”, ha detto d’altronde Rami Malek, poco prima della sua dichiarazione d’amore per Freddie Mercury.

Due sono le cose che, in conclusione, mi preme far notare. La prima è che Bohemian Rhapsody pretende di fondare la sua credibilità proprio sulla collaborazione, alla sceneggiatura del film, di Brian May e Roger Taylor, chitarrista e batterista dei Queen. (E non di quella di John Deacon, il bassista che cucì su misura per Mercury brani come Another One Bites the Dust, o che gli dedicò pezzi come Friends Will Be Friends e You’re My Best Friend – Ooh, you make me live / Oh, you’re the best friend that I ever had / I’ve been with you such a long time / You’re my sunshine and I want you to know / That my feelings are true / I really love you. Dopo aver dichiarato che Freddie Mercury non potrà mai essere sostituito o imitato da nessuno, Deacon si è ritirato anni fa a vita privata, in un inesprimibile dolore.) La seconda cosa che vorrei far notare è che Paul Prenter è morto per Aids poco prima che morisse Freddie Mercury. E il punto non è solo che questo fatto impedisce a Prenter di replicare all’accusa che Bohemian Rhapsody gli lancia – la colpa per aver circuito Mercury, contribuendo alla sua morte, e alla morte dei Queen. Il punto è che nella misura in cui questa accusa lavora in un parziale (per concedere il beneficio del dubbio), ma cosciente, oblio della storia, viene difficile non leggerla come indistinguibile da un’inversione agita dal potere sociale eterosessuale, che addita come pericoloso chi è già morto, conferendogli il ruolo di persecutore di quanti sono considerati socialmente normali – o come Freddie Mercury, oggi, almeno normalizzati, nel momento in cui il suo vago ricordo consente a tanta gente di fare tanti soldi. Il senso di trionfo, allora, sembra essere invariabilmente perseguito per mezzo di una pratica di differenziazione che attua e preserva una forma di “esistenza sociale” solo attraverso l’ulteriore sacrificio di quanti sono già socialmente, e fattivamente, morti. A differenza di un servizio del telegiornale, un film può ben ricorrere all’imprecisione, all’omissione, o alla menzogna, per finalità narrative. Nella misura in cui, tuttavia, le finalità narrative di oggi non sembrano essere molto diverse dagli interessi politici di ieri, a essere diversi siamo solo noi, che abbiamo perfettamente imparato a scambiare la giustizia per l’inclusività, e ad accontentarci di qualche emozione da poco orchestrata direttamente dai nostri oppressori.

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La terra di nessuno https://www.alfabeta2.it/2019/01/20/la-terra-di-nessuno/ https://www.alfabeta2.it/2019/01/20/la-terra-di-nessuno/#respond Sun, 20 Jan 2019 04:30:45 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17667 Ludovico Pratesi

Gian Maria Tosatti, La mia parte nella seconda guerra mondiale

Stiamo già vivendo in un mondo sull’orlo del collasso, dove i grandi ideali del Ventesimo Secolo si stanno polverizzando sotto i nostri occhi, per fare spazio a una sorta di no man’s land, una giungla regolata soltanto dagli istinti più bassi, dove il sopravvivere è l’unica ragione dell’agire umano? [...]

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Ludovico Pratesi

Gian Maria Tosatti, La mia parte nella seconda guerra mondiale

Stiamo già vivendo in un mondo sull’orlo del collasso, dove i grandi ideali del Ventesimo Secolo si stanno polverizzando sotto i nostri occhi, per fare spazio a una sorta di no man’s land, una giungla regolata soltanto dagli istinti più bassi, dove il sopravvivere è l’unica ragione dell’agire umano? Nel muoverci a tentoni, alzando la testa dallo smartphone soltanto per ascoltare i proclami populisti di qualche dittatore in pectore, che utilizza i social per apparire come il salvatore di patrie moribonde, non ci accorgiamo dei rischi ancora più pesanti che incombono sulle nostre teste, legate al cambiamento climatico, allo sfruttamento indiscriminato di materie prime non inesauribili, all’estinzione di specie animali e vegetali che hanno popolato per secoli il nostro pianeta, messo seriamente a rischio nell’era dell’Antropocene. Un’apocalisse annunciata che si consuma tutti i giorni sotto ai nostri occhi distratti, senza drammaturgie da postare su Facebook o immagini spettacolari pronte per Istagram, che non ha nemmeno la pretesa di essere riassunta nelle poche righe di un tweet. Eppure, ogni giorno perdiamo per sempre un pezzettino del mondo che abbiamo sempre conosciuto, inghiottito da un processo che sembra essere avviato di gran carriera verso l’autodistruzione del genere umano. Consapevole o inconsapevole?

Sulla natura di questa tragedia silenziosa che si svolge nella sostanziale indifferenza riflette una delle mostre più interessanti di questo inizio del 2019, un anno che sarebbe superficiale non definire pericoloso. Parliamo di Il mondoinfine: vivere tra le rovine, curata alla Galleria Nazionale da Ilaria Bussoni affiancata da un team di curatori (Simone Ferrari, Donatello Fumarola, Eva Macali e Serena Soccio). Lo statement curatoriale è chiaro e diretto, riassunto da quel «vivere tra le rovine» che appare come una condizione ormai ineludibile: «Vivere tra le rovine è un paradigma che va ben oltre – spiega la Bussoni – le aree desolate dalla guerra o dalle catastrofi. Lo si può leggere come capacità di adattamento o mera sopravvivenza, ma c’è chi ha insegnato a guardare alla vita tra le rovine come a quell’occasione da afferrare per fare posto alla vita degli altri, a quel processo incessante di metamorfosi con il quale si esprime la vita su questo pianeta». Concepita come un progetto multidisciplinare, e allestita in linea con le ultime tendenze della curatela internazionale, la mostra si propone come una sorta di viaggio su un pianeta devastato, dove il mondo vegetale e minerale si è riappropriato delle sue «rovine», con esiti sorprendenti e originali, dovuti al dispositivo di abbinare alle opere una serie di «oggetti in relazione», che vanno dai carapaci di tartaruga ai tarocchi, fino alla scheda madre di un calcolatore.

Si offre quindi al pubblico non una semplice visita ma un’esperienza di conoscenza, simile al viaggio compiuto dallo psicologo Kris Kelvin sul pianeta sconosciuto nel film Solaris, tratto dal romanzo dello scrittore polacco Stanislaw Lem e girato da Andrej Tarkovskij nel 1972, vincendo il premio della Giuria al Festival di Cannes nello stesso anno. Come Kris si trova davanti a fenomeni misteriosi, il percorso espositivo de Il mondoinfine ci porta alla scoperta di una natura pervicace e vincente, che si infiltra nella memoria del pianeta per impadronirsene, in una condizione ambigua tra «un mondo in fine e un mondoinfine», una soglia tra passato e futuro di un pianeta in continua trasformazione, che l’arte è in grado di mettere a fuoco con la dovuta consapevolezza. «Interrogare l’arte contemporanea e la sua capacità di stare su questa soglia, insieme alla presenza di oggetti provenienti da mondi in fine, significa tornare ad attribuire all’arte, tra tutte le tecniche umane, la capacità privilegiata di saper fare mondo», suggerisce profeticamente la Bussoni nel cogliere l’essenza della rassegna.

Chiara Bettazzi, Wonder objects

Alcune opere sono legate al mondo minerale e alla sua trasformazione, come i rigorosi e ossessivi frottage di Massimiliano Turco su lastre di marmi e pietre (Flusso, 2013-2015 e Rizoma, 2014) posti in relazione con geodi fossili, carapaci di tartarughe preistoriche e denti di narvalo, mentre La mia parte nella Seconda Guerra mondiale (2014) di Gian Maria Tosatti è una teca in vetro dove l’artista ha raccolto la polvere che si era sedimentata in settant’anni all’interno di una chiesa abbandonata nel centro storico di Napoli : «Polvere di guerra, di dopoguerra, di ricostruzione, di terremoto. È la polvere da cui è nata l’Italia Repubblicana» spiega l’artista, tra i più lucidi nell’interpretare, con installazioni di matrice teatrale ma dense di contenuti simbolici e politici il momento storico che il nostro paese sta vivendo. Sulle scale troneggia Untitled 03, New Vesuvian Landscape (2011-2013) di Gigi Cifali, volutamente concepito come il sovrapporta di un palazzo nobiliare, nella tradizione del vedutismo napoletano: un’immagine fotografica con il rudere di un capannone abbandonato al posto dei tempietti in rovina dipinti da Filippo Palizzi o Giacinto Gigante nell’Ottocento. Alla tradizione delle wunderkammern rinascimentali si rifà Wonder objects (2013-2016) di Chiara Bettazzi, un’installazione composta da un assemblaggio di natura «domestica» che unisce contenitori e oggetti d’arredo con resti animali come ossa, muffe e reperti vegetali, quasi a voler creare una nuova camera delle meraviglie. «Ho come un’immagine stampata nella memoria: il cassettone di mia madre – racconta l’artista – strapieno di cofanetti portagioie appoggiati sul piano in marmo davanti allo specchio. Ricordo come questi oggetti avessero un odore ben preciso, un profumo intimo, femminile, carnale, organico». Come una sorta di cimiteri domestici, nelle installazioni della Bettazzi si fondono memorie familiari, materiali organici e inorganici, in una sorta di corteggiamento della morte che porta l’artista a trasferire il concetto classico dell’urna funeraria in una dimensione privata e maniacale. Interessante anche Le tre ecologie (2015), l’installazione dell’artista antropologa Fiamma Montezemolo già presentata alla galleria Magazzino d’arte moderna nel 2015, che vive della dicotomia tra i tappeti kilim dai colori sgargianti e le piante di cactus che fuoriescono dalla stoffa, con qualche reminiscenza di troppo del linguaggio di Jannis Kounellis. Un approccio diverso al mondo vegetale arriva invece dall’architetto del paesaggio Rosetta S. Elkin, che studia la crescita delle piante attraverso le opere Pinus Pinea (2018) e Micorrize (2018) mentre il topos classico del paesaggio con rovine viene indagato da Christoph Keller e Virginia Colwell, che presentano sofisticati collage basati sulla sovrapposizione tra luoghi archeologici e foglie (Keller) e paesaggi naturali e siti archeologici (Colwell). Il rapporto con l’idea di mappatura del territorio viene sviluppato da Felice Cimatti (Attesa e Diventare mosca, 2017) e da Pietro Ruffo (Migrazioni 45, 2018, Liberty (Valle dei Cani) 2010 e (Senza Titolo)1.11, 2011) mentre Emanuele Becheri è presente con cinque video della serie degli «acquerelli astratti» realizzati nel 2015.

Fondamentale per orientarsi nel percorso, quasi come una sorta di travel survival kit, è il catalogo-giornale formato tabloid, ricco di saggi che approfondiscono le tematiche di una delle più stimolanti mostre realizzate a Roma nell’ultimo anno.

Il mondoinfine: vivere tra le rovine

Roma, La Galleria Nazionale, fino al 23 gennaio

a cura di Ilaria Bussoni con Simone Ferrari, Donatello Fumarola, Eva Macali e Serena Soccio

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Irlanda, il discorso politico in un altrove possibile https://www.alfabeta2.it/2019/01/20/irlanda-il-discorso-politico-in-un-altrove-possibile/ https://www.alfabeta2.it/2019/01/20/irlanda-il-discorso-politico-in-un-altrove-possibile/#respond Sun, 20 Jan 2019 04:25:28 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17665 Mariavita Cambria

Possiamo oggi inventare un nuovo modello di “alfabetizzazione informata”, di tipo economico e fiscale, per evitare la deriva verso il governo del capitalismo finanziarizzato privo di economia? Se lo chiede, e lo chiede ai suoi interlocutori, Michael D. Higgins, Presidente della Repubblica d’Irlanda, in Uomini e donne d’Irlanda (aguaplano, 2018). Perché scegliere di tradurre e pubblicare i discorsi di un Presidente? [...]

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Mariavita Cambria

Possiamo oggi inventare un nuovo modello di “alfabetizzazione informata”, di tipo economico e fiscale, per evitare la deriva verso il governo del capitalismo finanziarizzato privo di economia? Se lo chiede, e lo chiede ai suoi interlocutori, Michael D. Higgins, Presidente della Repubblica d’Irlanda, in Uomini e donne d’Irlanda (aguaplano, 2018). Perché scegliere di tradurre e pubblicare i discorsi di un Presidente? Perché leggerli? Perché, come afferma Enrico Terrinoni, traduttore e curatore del volume, Higgins (o Michael D., come viene chiamato amichevolmente nel suo paese) ha dato un senso nuovo all’arte del discorso pubblico, del discorso politico. Arte che gli ha consentito di essere rieletto con il secondo mandato proprio lo scorso 26 Ottobre 2018.

Diverse le ragioni che rendono questa lettura particolarmente significativa oggi in Italia. Il volume contiene cinque discorsi che svelano la forza ed il valore delle argomentazioni di Michael D., presidente, poeta, intellettuale pubblico impegnato per anni in battaglie per i diritti civili. Tre dei cinque sono stati pronunciati a Dublino fra l’8 marzo, festa internazionale della donna, e il 29 marzo del 2016 (anno delle celebrazioni del centenario dell’Easter Rising, l’insurrezione di Pasqua dell’Aprile 1916) e vertono tutti su argomenti connessi alla rivolta partendo però da figure che sono state marginalizzate nel canone, come ad esempio le donne. Il quarto è stato pronunciato alla Congress Hall di Londra, il 14 ottobre del 2016 e si incentra su Eva Gore-Booth, sorella di Constance, poi nota come Constance Markievicz una delle leader dell’Insurrezione di Pasqua. Poetessa, drammaturga e suffragette impegnata, Eva Gore-Booth simboleggia una delle figure dimenticate ed in qualche modo oscurate, da una certa “storiografia ortodossa irlandese”. Michael D. ci restituisce un ritratto a colori di questa donna forte, coraggiosa e determinata, dimenticata forse anche a causa della sua relazione con Ester Roper, altra attivista del movimento suffragista inglese. Il volume si chiude con un discorso tenuto a Cuba, al Colegio Universitario San Géronimo dell’Università de L’Avana il 17 Febbraio del 2017, a meno di tre mesi dalla scomparsa del Líder Máximo. Proprio quest’ultimo pezzo racchiude, attraverso la ricostruzione inedita delle relazioni tra Irlanda e Cuba, il progetto di un altrove possibile attraverso la prefigurazione di percorsi per la creazione di modelli di cooperazione e sviluppo alternativi. In esso si traccia l’importanza sociale della migrazione da e verso isole, in termini di restituzione, di scambio.

La forza del volume – inserito non a caso nella collana “festina lente” che si propone di pubblicare “pillole di arte, filosofia, letteratura da assumere rapidamente e far decantare nel tempo” – risiede sia nelle argomentazioni del presidente che nella scelta ambiziosa di tradurre discorsi di grande spessore culturale, ricchi di rimandi e citazioni a lavori di scrittori, poeti, artisti, intellettuali e ricercatori (da menzionare a tal proposito, il pregevole apparato di note del testo). Si restituisce così al pubblico l’importanza e il valore quotidiano della ricerca, delle arti e della poesia anche e non solo nel fare politico.

Cuore dei discorsi è la convinzione che la questione nazionale non può essere separata da quella sociale e quella sociale non può essere distinta dall’esaltazione del valore della diversità e delle figure “subalterne”. Secondo James Connolly, leader dell’Irish Citizen Army la “prima armata rossa della storia” (una milizia nata in difesa dei lavoratori durante un famoso sciopero), e protagonista del terzo discorso, “il vero progresso di una nazione verso la libertà va misurato sul progresso della sua classe più subalterna”. Ed è proprio attorno ai subalterni che viene cucito l’orizzonte di un altrove possibile nel quale si insiste su un nuovo universalismo basato su modelli di sviluppo alternativi perché, come si suggerisce attraverso le parole di Eduardo Galeano, “né sistemi di Stato autoritari e collettivizzati, né la versione finanziarizzata del capitalismo globale divenuta egemonica dopo la caduta del Muro di Berlino sono consoni ai nostri bisogni, o adatti alla civiltà della sostenibilità di cui la nostra umanità ha un così urgente bisogno”. La lezione di umanesimo si fonda sull’abbattimento di confini e barriere, sempre presunti (immaginari e immaginati), pur nella loro triste realtà di fatto.

Un altrove possibile, popolato da politici che sono intellettuali e che riescono a restituire senso al discorso politico pienamente inserito nel contesto nazionale con una prospettiva universale nella quale si viaggia da uomini e donne non armati, non violenti alla ricerca di nuove possibilità. Un orizzonte ricco di orizzonti, nel quale siamo trasportati discorso dopo discorso. Una lettura consigliata e suggerita in un inizio d’anno nel quale si continua a contemplare ed attuare l’idea di lasciare morire in mare uomini e donne, in cui si chiudono porti e si cancellano diritti. Una lettura, come nota il curatore, nella quale predominano visioni che conducono ad “una resistenza che sappia farsi ri-esistenza” e, al tempo stesso, una lettura che ci restituisce fiducia nell’ormai svilito genere del discorso pubblico e politico.

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Sguardi sull’isola di smeraldo attraverso il filtro della memoria https://www.alfabeta2.it/2019/01/20/irlanda-2/ https://www.alfabeta2.it/2019/01/20/irlanda-2/#respond Sun, 20 Jan 2019 04:20:43 +0000 https://www.alfabeta2.it/?p=17666 Ana López Rico

Il 26 ottobre gli irlandesi sono tornati alle urne per eleggere di nuovo il loro Presidente della Repubblica. I cittadini di un paese in cui, appesi sui muri dei pub non ci sono i calciatori ma i personaggi letterari, hanno sostenuto nei social networks il laburista Michael D. Higgins, nel miglior modo possibile, e cioè con l’hashtag #keepthepoet. [...]

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Ana López Rico

Il 26 ottobre gli irlandesi sono tornati alle urne per eleggere di nuovo il loro Presidente della Repubblica. I cittadini di un paese in cui, appesi sui muri dei pub non ci sono i calciatori ma i personaggi letterari, hanno sostenuto nei social networks il laburista Michael D. Higgins, nel miglior modo possibile, e cioè con l’hashtag #keepthepoet.

Del Poeta-Presidente in Italia esisteva già un volume del settembre 2014, curato e tradotto da Enrico Terrinoni per i tipi della Del Vecchio, dal titolo Il tradimento e altre poesie, con postfazione del filosofo Giulio Giorello; e a settembre di questo anno, Higgins è tornato a parlare in italiano per la casa editrice Aguaplano, con la raccolta di saggi Donne e uomini d’Irlanda.

Nel suo ultimo libro Irlanda. Un romanzo incompiuto, pubblicato sempre a settembre da Aguaplano, Terrinoni descrive il testo come una raccolta di scritti che “hanno avuto una loro vita passata, seppure in forma sostanzialmente diversa dalla presente”: è una sorta di metempsicosi da un corpus testuale a un altro, una multi-trasmigrazione da riviste e giornali che arriva ai lettori più maturata che mai, fornendo un quadro abbastanza completo del panorama politico, sociale e culturale dell’Isola di Smeraldo lungo la storia.

Il libro inizia con una fine, la morte di James Joyce e l’incompiutezza della sua ultima volontà prima della morte, e cioè di ricongiungersi con l’adorata figlia Lucia che, internata in un sanatorio mentale della Francia occupata dai tedeschi, non poté però raggiungerlo a Zurigo dove stava per essere operato chirurgicamente, perché non ottenne un lasciapassare. Il motivo andava oltre le ragioni sentimentali e identitarie, poiché Lucia, nata in Italia da genitori irlandesi, aveva un passaporto britannico.

Il volume è diviso in tre sezioni chiaramente identificate, la Parte Prima dedicata alle scritture d’Irlanda, in cui Terrinoni, come se si trattasse di uno degli schemi proposti per capire l’Ulisse di Joyce, attraverso il leitmotiv del ricordo e della memoria, ci parla dei classici di oggi, quelli che in un mondo che gira in fretta si devono leggere con la dovuta lentezza, come Exchange Place, Belfast, di Ciaran Carson, poeta dell’Irlanda del Nord. Il testo di Carson viene presentato intessendo il filo del discorso in trame dove il gioco degli opposti, gli specchi, i doppi, gli echi e i rimandi si intrecciano fra gli spiriti (anime e alcol) passati e presenti.

In TransAtlantic di Colum McCann, l’autore evoca il ricordo del passato come di un’eco che dona speranza per un potenziale futuro dove le distanze verso lo sconosciuto si accorciano; e parla dell’esilio a proposito della Musica segreta di John Banville, associandolo a “una condizione spaziale ed esistenziale al tempo stesso”. Esili non solo politici o geografici, ma anche familiari o ideologici come quello della famiglia Joyce.

Il testo mescola vite e opere, avvicinando il lettore alle trame dei libri irlandesi in un modo affascinante. Un volume fatto di date e di dati, una raccolta di autori che, a mo’ di brevi “confessioni romanzate” – dalle due alle sei pagine per ogni scritto – appare fitto d’informazioni, aneddoti e ammiccamenti in cui viene presentato un cospicuo percorso attraverso un filone della letteratura irlandese tutto da riscoprire.

Terrinoni inizia molti dei suoi discorsi con una citazione, parole a volte strazianti, a volte sagge o profetiche, citazioni di autori, arcivescovi, studiosi oppure testi di ballate che aprono degli argomenti altrettanto importanti, curati in modo tale da far scaturire nei lettori la curiosità e la volontà di saperne di più. Ed è questo in fondo lo scopo del volume, ispirato forse al più volte citato Handbook of the Irish Revival, a cura di Declan Kiberd e Patrick J. Mathews, uno tra i più importanti negli Irish Studies odierni; con minori ambizioni, ovviamente, ma indirizzato a una vasta varietà di lettori, dall’appassionato dell’Irlanda al curioso di letteratura, attraverso la politica, la religione, la cultura e il folklore del Paese.

Irlanda. Un romanzo incompiuto si presenta in un formato leggero ma carico di intenzione, offrendosi a una rapida lettura in grado di consentire che la divulgazione e l’approfondimento delle tematiche affrontate avvengano senza intoppi, man mano che s’amplifica nel lettore la necessità di saperne di più.

Attraverso la terra, la cultura, la politica, la letteratura e la lingua degli irlandesi, dagli autori che preferirono l’esilio come Brendan Behan a quelli che rimasero sempre nel loro piccolo habitat come Jonathan Swift, dalle differenti traduzioni di Bram Stoker alle lingue segrete della notte di Barry McCrea, dagli scrittori più noti come Yeats, Wilde o Heaney fino alle narrazioni realiste di John McGahern e Colm Tóibín, assistiamo a un percorso nel tempo e nello spazio, da prima che l’Irlanda venisse occupata fino ai nostri giorni.

La Parte Seconda è orientata verso argomenti storici e politici. Questa sezione è anche caratterizzata da discorsi religiosi e socioeconomici; il radicalismo e la crudeltà umana vanno di pari passo con discorsi identitari legati alla lotta per la libertà e alla giustizia sociale. In questa sezione gli accenni all’IRA diventano quasi tema centrale, fino a realizzare un’analisi della situazione reale del Paese in cui il debole “processo di pace” o la pacificazione fra le due comunità principali dell’Irlanda del Nord, quella nazionalista e quella unionista è caratterizzato da più episodi violenti.

Terrinoni apre spiragli di conoscenza nelle notizie fornite, che come testate giornalistiche, introducono temi interessanti e tanto diversi fra di loro come quelli riguardanti la Serrata di Dublino, il Batallón San Patricio e personaggi fondamentali nella storia irlandese come Bobby Sands, James Connolly o Jim Larkin. Offerti in piccole dosi, queste frammentarie informazioni inseguono quella necessità di completezza della quale si parla anche nel titolo, spingendo a leggere ma anche a tradurre, a mantenere viva un’Irlanda incompleta.

Per chiudere il cerchio, Terrinoni propone alcuni frammenti inediti di un famoso discorso pronunciato da Michael D. Higgins, in commemorazione del centenario della Rivolta di Pasqua del 1916, in cui il Presidente della Repubblica d’Irlanda discute dell’etica della commemorazione, del ricordo di un passato non sempre felice, dell’inclusione delle voci dei marginalizzati.

Il testo e il volume finiscono con un appello di Higgins rivolto a studiare con attenzione i primi anni rivoluzionari dello Stato irlandese, poiché soltanto col ricordo di quella promessa si nutrirà la speranza di raggiungere l’uguaglianza sociale e la libertà in grado di mantenere viva un’idea di Irlanda.

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Da quando la Cina è diventata produttrice numero uno di concentrato di pomodoro, infiltrandosi in prodotti europei e italiani, con un utile del 20% 30% per gli operatori , operando con una strategia globale, la tentazione è di fare un lungo viaggio, vedere in loco, chiedere spaghetti al pomodoro e tornare delusi perché la cucina cinese non lo prevede assolutamente. [...]

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Alberto Capatti

Da quando la Cina è diventata produttrice numero uno di concentrato di pomodoro, infiltrandosi in prodotti europei e italiani, con un utile del 20% 30% per gli operatori , operando con una strategia globale, la tentazione è di fare un lungo viaggio, vedere in loco, chiedere spaghetti al pomodoro e tornare delusi perché la cucina cinese non lo prevede assolutamente. Come cavarsela? Rileggendo ricette obsolete, consultando Il nuovo codice della pasta di Buonassisi, del 1985. Trentatre anni son passati e le “ottime preparazioni in commercio di pura polpa di pomodoro” sono svanite. Cercate dunque, il concentrato meno costoso o a prezzo scontato – è stata la grande carta vincente – e preparate la salsa, scaldando l’olio nel tegame, i cucchiaini di concentrato diluiti a piacere, il sale e qualche fogliolina di basilico. La pasta lessata vien versata nella salsa e riceve pecorino sardo. La Cina è vicina.

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