Cento Villa

Uno speciale di alfabeta2 per i cento anni dalla nascita di Emilio Villa (1914-2003).

SILENZIO ESILIO ASTUZIA. VILLA EX ITALIANO
Andrea Cortellessa

È uscito il 6 novembre, nella nuova serie della collana fuoriformato delL’orma editore, un libro che si attendeva da decenni: L'opera poetica di Emilio Villa, a cura di Cecilia Bello Minciacchi, con una postfazione di Aldo Tagliaferri. In questo speciale si offre anzitutto, ai lettori di alfabeta2, una piccola antologia interna, al corpus dell’Opera poetica, allestita e presentata dalla stessa curatrice del volume. E una scelta di pagine su Villa scritte, negli anni, da alcuni dei suoi più fedeli compagni di strada: Nanni Balestrini, Gianfranco Baruchello, Giulia Niccolai, Claudio Parmiggiani e Aldo Tagliaferri.
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PICCOLA ANTOLOGIA VILLIANA
a cura di Cecilia Bello Minciacchi

In questi lunghi anni di normalizzazione, di semplificazione delle parole e del pensiero, e di ritorni all’ordine variamente declinati, acquista più che mai significato, e importanza, leggere l’opera di un autore eccedente, irriducibile, eslege, policromo e coltissimo come Emilio Villa, che ai rituali della mondanità e alle imposizioni del commercio, dell’editoria e delle cordate culturali era refrattario quant’altri mai. Tratta dall’Opera poetica, che raccoglie in modo pressoché esaustivo la sua produzione edita, le sue molte sperimentazioni in lingue e in codici diversi, la succinta antologia che segue dà conto di alcuni caratteri della sua scrittura lineare.
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E.V. BALLAD
Giulia Niccolai

Questa E.V. Ballad (Ballata E.V.), dedicata a Emilio Villa, è la prima di 12 ballate polilinguistiche (scritte tra il 1975 e il 1977), raccolte nella sezione Russky Salad Ballads e apparse in Harry’s Bar e altre poesie (1969-1980), Feltrinelli, 1981. Come dichiaro alla fine del testo: («Ho voluto una volta per tutte / e per sempre / raccontare di ev / alla maniera di ev…»), questa ballata, composta come le successive con un’insalata russa di quattro lingue (italiano, francese, tedesco, inglese), deriva dai testi pluringuistici di Emilio Villa, e attraverso di essa cerco di raccontare l’ammirazione, il divertimento, il senso di libertà e di gioia che lui personalmente e la sua opera, fitta di giochi di parole, mi sapevano dare.
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RICORDO DI EMILIO VILLA
Gianfranco Baruchello

Emilio, di ideali anarchici, è stato un grande indipendente che ha «rivoluzionato» la poesia attraverso una serie di pubblicazioni che, trascurate se non ignorate dai più, sono oggi considerate rarità letterarie. Uso di proposito il termine «rivoluzionario» come il più adatto a descrivere i modi e gli effetti della sua azione. Mentre tanti letterati e pittori si sono avvalsi dell’effimero sostegno delle ideologie, Villa ha seguito un suo percorso realmente innovativo. Ha precorso i tempi, ponendo in rilievo la centralità dei fattori linguistici nella faticosa ricerca di un’arte che non camminasse sui trampoli di teorie precostituite.
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EMILIO VILLA: NUNTIUS CELATUS
Claudio Parmiggiani

Emilio Villa è stato certamente il poeta più radicale e «il miglior fabbro» che abbia avuto l’Italia del secondo Novecento. Sperimentando in ogni direzione, mescolando lingue morte, per lui vive, con lingue vive, per lui morte, confondendo in un groviglio greco, latino, italiano, francese, inglese, spagnolo, gerghi e dialetti, Villa ha condotto la poesia all’alba di una nuova lingua.
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CENTOVILLA
Nanni Balestrini

alfabetica manipolazione
alla costrizione al remoto
alla latitanza alla macchia
ammasso confuso di cose
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VILLA OUROBOROS
Aldo Tagliaferri

Una delle tecniche adottate da Emilio Villa per disorientare o scoraggiare i cronisti che avessero voluto occuparsi delle sue opere consisteva nel rendere incerte, o indecifrabili, le date di stesura di testi che, spesso rivisti e ritoccati, non possono essere collocati con certezza in un preciso periodo.
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Silenzio Esilio Astuzia
Villa EX italiano

Andrea Cortellessa

È uscito il 6 novembre, nella nuova serie della collana fuoriformato delL’orma editore, un libro che si attendeva da decenni: L'opera poetica di Emilio Villa, a cura di Cecilia Bello Minciacchi, con una postfazione di Aldo Tagliaferri. In questo speciale si offre anzitutto, ai lettori di alfabeta2, una piccola antologia interna, al corpus dell’Opera poetica, allestita e presentata dalla stessa curatrice del volume. E una scelta di pagine su Villa scritte, negli anni, da alcuni dei suoi più fedeli compagni di strada: Nanni Balestrini, Gianfranco Baruchello, Giulia Niccolai, Claudio Parmiggiani e Aldo Tagliaferri (del quale si propone un estratto dalla postfazione all’Opera poetica).

Il volume è stato presentato in anteprima, lo scorso 31 ottobre, alla Fondazione Morra di Napoli, nell’ambito del Progetto XXI curato da Giuseppe Morra, con la partecipazione di Cecilia Bello Minciacchi, Andrea Cortellessa e Aldo Tagliaferri. È stata la prima tappa di VILLADROME: un tour di incontri che non saranno mere presentazioni del volume ma, nello spirito clandestino e ramingo di Villa – che così bene colse Marcel Duchamp, “parabattezzandolo” appunto Villadrome (e nell’impossibilità di degnamente ricordare il centenario della sua nascita, il 21 settembre 1914, da parte di Atenei e Centri di Alta Cultura ad altre urgenze affaccendati) – un omaggio itinerante alla sua figura, vista nei suoi molteplici aspetti. Lunedì 17 novembre, alle 17 alla Biblioteca di Villa Litta di Affori (luogo natale di Villa, nell’hinterland milanese), ne parleranno, insieme a Bello Minciacchi e Cortellessa, Flavio Fergonzi, Luigi Ripamonti e Luca Stefanelli. Giovedì 18 dicembre, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, si ritroveranno, a ricordarlo, tre vecchi amici: Nanni Balestrini, Gianfranco Baruchello e Aldo Tagliaferri. Ulteriori appuntamenti seguiranno l’anno venturo. Viva Villa!

«Il mondo addirittura è la figura dell’impossibile. E l’impossibile non è il vuoto». Sono queste le ultime parole che Emilio Villa abbia pronunciato in pubblico – siamo nel marzo dell’84, all’Accademia di Belle Arti di Perugia: è la Conferenza pubblicata da Aldo Tagliaferri, nel ’97, presso Coliseum – prima dell’ictus che due anni dopo, brutale, gli chiude per sempre il becco. Così consegnandolo a un silenzio tragicamente preterintenzionale, amara ironia nei confronti del silenzio da sempre, per lui, vera e propria strategia retorica (Parole silenziose s’intitolava la breve poesia, estratta dalla giovanilissima raccolta Adolescenza – da molti a lungo creduta uno pseudobiblion, e ora invece per la prima volta ripubblicata in appendice al volume delL’orma – che figurava ad allusiva apertura delle sue antologie); oltre che, ha ricordato Claudio Parmiggiani, beffarda provocazione nei confronti di un «sistema» (non solo dell’arte) nei cui confronti il make it different (oltre che new) di Villa, per decenni, ha rappresentato una sorta di continua, sferzante smentita vivente. E il «sistema» – per esempio quello dell’editoria e della critica letteraria, per non parlare dell’accademia: che non ha trovato modo di ricordare il centenario della sua nascita, lo scorso 21 settembre, proprio mentre col massimo sussiego dedicava una dozzina di convegni a un coetaneo, Mario Luzi, che a uno come Villa non poteva neppure legare i lacci delle scarpe – ha saputo ben vendicarsi. In vita e soprattutto, col consueto cuor di leone, in morte.

Che un prezzo ci fosse, da pagare, Villa lo sapeva bene. Lui, che aveva seguito da vicino la traiettoria sacrificale dei più dionisiaci, dei più anarchici santi ribelli dell’«arte odierna», aveva provveduto a mettere in guardia se stesso, e tutti quanti, in quella Conferenza testamentaria:

Tutta la pittura americana da Gorky a Pollock, fino all’ultimo che è morto, Rothko. Tutti questi, che hanno inaugurato un determinato rapporto della forma come materia e con la materia come forma, si sono sparati, si sono suicidati tutti. Tutti. […] Han detto: se noi siamo falliti, è inutile vivere. E si sono sparati tutti: chi è andato contro un albero, chi con la rivoltella, l’ultimo, mio amico, il più grande, Rothko, si è tagliato con una lametta. […] Qui non è successo niente. Là, invece, hanno pagato tutta la loro, diciamo, ribellione, che poi non era una ribellione, era soltanto un modo di rappresentare la vita in un altro modo.

La vita in un altro modo. Sfidare ciò che è impossibile accettare – la vita in un certo modo – con una scelta di vita che a tutti gli altri, appunto, era destinata ad apparire impossibile. Come sapeva sintetizzare, fulmineo, Andrea Zanzotto: «Emilio Villa rappresenta di sicuro per molti, e giustamente, l’incarnazione effettiva di un aspetto della mitologia poetica contemporanea, nella quale molto è offerto all’evocazione di un’alterità: presente e inafferrabile».

Presente e inafferrabile. Alla lettera impossibile, per decenni, è stato anzitutto raccogliere l’opera di Villa. In senso prima di tutto fisico, materiale: raggiungere i suoi testi, metterli in serie uno dopo l’altro, infine disporli in una sede editoriale acconcia, che tutti – nella loro straziante, torturante differenza – fosse in grado di accoglierli tutti insieme. Non è un caso che prima Feltrinelli, coi saggi di Attributi dell’arte odierna (una prima tranche uscita, senza il concordato seguito, nel ’70; restauro definitivo, poi, nel 2008 da parte di Tagliaferri presso Le Lettere), e poi la benemerita Coliseum di Nanni Cagnone, con le Opere poetiche (un primo volume uscito nell’89, un secondo rinviato a data da destinarsi; poi mai uscito), si siano fermate a metà del guado: rispettivamente in prosa e in versi.

Lo si è detto e ripetuto, seriando i mitobiografemi più cari all’interessato («Torniamo a Eleusi; sotto, sotto, sotto. Qui il più severo e il più vero inventore sono io, che ho inventato la poesia distrutta, data in pasto sacrificale alla Dispersione, all’Annichilimento»); lo ha ribadito ad apertura del suo saggio introduttivo, per paradosso, Cecilia Bello Minciacchi, ovvero la studiosa che, con una dedizione incredibile e con la massima risolutezza (come, prima di lei, il solo Tagliaferri) non ha fatto altro, in questi ultimi quindici anni, che tradire questo interdetto: «L’edizione perfetta dei testi di Villa, quella che da autore autoemarginato, irriverente e dissipatore qual era, avrebbe accettato, vorrebbe in realtà o un fatale abbandono degli scritti al Caso o un definitivo gesto di cancellazione: la dispersione o la distruzione dei testi». Pubblicare Villa, in altri termini, significa strutturalmente porsi in un doppio legame: rispettare al massimo grado (in senso filologico, editoriale, critico) testi che sembrano fatti apposta per sottrarsi (per pluralità di lingue, per abnormità d’impaginazione, per criticità di decodifica) alla lettura – e con ciò, appunto, tradire la volontà di dispersione, e sabotaggio, e annichilimento in tutti i modi dichiarata, e praticata, dall’interessato. (Del resto – ci ha ricordato da ultimo un altro gnostico come Gabriele Frasca – tradire e tramandare hanno il medesimo etimo.)

Il fatto è che quella dell’impossibile, per l’appunto, era la divisa di Villa. Da gnostico, quale a più riprese l’ha “denunciato” Tagliaferri, era lui per primo avviluppato dallo stesso doppio legame: da un lato pubblicare (e, nel caso delle sue scritture critiche – termine che non a caso detestava; una volta, a Piero Manzoni che se ne intendeva, scrisse molto semplicemente che «i critici sono la merda» –, pubblicare per illustrare, assecondare, o secondo qualche malevolo «inventare», l’opera altrui), dall’altro occultare, celare, disperdere. Ha ragione Parmiggiani. Villa fu un ermetico, ma non nel senso bignamistico di quella piccola scuola granducale di mezzo Novecento, tanto conformisticamente celebrata: lui fu un esoterico, un mistico negativo, un Fedele d’Amore. Ma ha ragione pure Tagliaferri: Villa fu un materialista, un visceral-corporale, persino uno scienziato (in senso vichiano) della parola. In questo double-face sta la sua specificità, la sua squassante ambiguità, la formidabile ricchezza della sua opera. Che puntualmente lo rese inviso, appunto, da un lato all’establishment che faceva capo a quella che poi era la sua città, Milano (Montale in persona si premurò di sbertucciarlo assai… villanamente, all’uscita di Heurarium), e dall’altro non tanto ai Novissimi (come spesso si sente dire) bensì, molto individuatamente (e, in termini ideologici, molto comprensibilmente), a Sanguineti. Col Pagliarani tardo dei Laboratori di poesia aveva promesso di collaborare (il che poi non riuscì a fare); il giovane Porta (allora ancora Leo Paolazzi) lo invitò a curare una delle primissime mostre del protegé Manzoni, alla sua galleria «Appia Antica», sul finire dei roaring Fifties (il decennio maggiore, a mio giudizio, della sua parabola di scrittore e intellettuale – se pure questo termine non fosse di quelli che lo facevano barrire di disgusto).

E poi c’è Balestrini: che insieme a Tagliaferri appoggiò fervidamente – come ricorda Baruchello – la pubblicazione presso Feltrinelli prima degli Attributi dell’arte odierna, poi della grande traduzione villiana dell’Odissea (proposta una prima volta, nel ’64, da Guanda; e poi, nel 2005 su carta da DeriveApprodi, nel 2010 in audiolibro da Emons). Nel testo proprio a Feltrinelli dedicato da Balestrini, L’editore, c’è una pagina memorabile sulla forza specificamente politica (ancorché non legata ad alcuna ideologia) del Villa anni Quaranta, il Villa di Oramai: che dispiega, all’indomani della catastrofe bellica (nella quale, richiamato dalla R.S.I., s’era dato alla macchia e poi unito alla Resistenza), una cartografia psichica anarchica e ribelle, illustrando un territorio del trauma che poi coincide con quella mitica Lombardia delle origini (unica opera poetica che possa stare a fianco a quella, del pari dispersa e rinnegata e maledetta, di Clemente Rebora per la guerra precedente):

qui bisogna mostrare come il discorso della resistenza tradita dell’antifascismo del colpo di stato di destra erano alla base dell’azione politica dell’editore che aveva frequentato la sezione Martiri oscuri di Lambrate che è quella dove c’era stata la Volante rossa alla fine degli anni 40 lui si agganciava sempre a luoghi situazioni di forte memoria partigiana […]

la sera che è venuta quella sera sui quadrelli
rossi delle macerie e vari caseggiati un partigiano
della gap un tipo evoluto sanguinario e buono
aveva il braccio insecchito sentì
ancora tre ariette di sudore sull’addome
nell’erba dei capezzoli e sotto il coppino
e un fil di refe rosso un filo di sangue dal costato
la febbre grattava dove c’è la cintura del corame era
il grano profumato che verrà dall’Urss in una volta
sola una vera manifestazione pensò e chiuse gli occhi
che erano già da spaccare col martello
come ha scritto Emilio Villa cioè il più grande poeta italiano
degli anni 40 altro che Montale

E questa vena da spaccare col martello non si esaurisce poi così presto: nel Villa sempre in fuga, sempre in stato di scisma dal mondo. La serie dei Comizi degli anni Cinquanta – come la strepitosa tavola Millenovecentocinquanta3, dal grandioso sviluppo visivo – parla chiaro, in tal senso: anche se già a quest’altezza si vede bene come a Villa interessi ormai soprattutto, di quelle «intensità collettive», il moto d’astrazione che le traspone in una dimensione fonetica, e iconica insieme. Cioè appunto il doppio versante in cui si sviluppa la sua ricerca poetica più spericolatamente sperimentale, a partire dagli anni Sessanta contrassegnati da «EX», la rivista creata nel ’61 insieme a Gianni De Bernardi e Mario Diacono (con ogni probabilità la pubblicazione più fuoriformato che mai si sia realizzata in Italia: proprio qualche componimento di questa stagione, irriducibile al pur ampio impaginato delL’orma, rappresenta l’unica, irrimediabile lacuna dell’Opera poetica: a confermare l’idea, perfettamente villiana, della metafisica necessità di almeno qualche trous, in ogni nostro desiderio di feticistica completezza).

Ma c’è un aspetto ancor più trascendentalmente politico, a ben vedere, nell’implacabile dissidenza di Villa nei confronti di quella che chiamava «Ytalia subjecta», «Itaglia sgualdrana»; ed è la valenza scismatica – sulla quale spesso ha insistito Tagliaferri – del suo silenzio. Un esilio interno che seguiva a quello effettivo (in Brasile, nel ’51, al seguito di Pier Maria Bardi al Museu de Arte di São Paulo), e che si colloca nella stessa dimensione di quella forma di vita che scelse per sé lo Stephen Dedalus di Joyce (altro transfuga dall’educazione cattolica): «Tenterò di esprimere me stesso in qualche modo di vita o di arte, quanto più potrò liberamente e integralmente, adoperando per difendermi le sole armi che mi concedo di usare: il silenzio, l’esilio e l’astuzia». Le armi di Ulisse sono le stesse armi di Emilio Villa. EV, EX: il nostro autore che più radicalmente abbia messo in discussione, nel concreto della sua opera, quell’insieme di insoddisfazioni che chiamiamo Italia. A partire dalla rigidità della sua lingua, dall’imperturbabilità della sua tradizione, dall’impenetrabilità delle sue frontiere disciplinari.

Ora che – grazie all’abnegazione di Cecilia Bello Minciacchi e alla jouissance editoriale delL’orma – è finalmente venuto meno, nei suoi confronti, un interdetto bibliografico che aveva finito per somigliare alla maledizione di Tutankamon, i suoi concittadini non hanno più alibi: con Villa, a tutti noi, tocca fare i conti. Come qualcun altro nei secoli che lo hanno preceduto, ma quanto nessun altro nel suo, Emilio Villa ha scritto per un altro secolo. Ora, a cent’anni dalla sua nascita, il suo tempo finalmente è venuto. L’impossibile, davvero, non è il vuoto.

Piccola antologia villiana

a cura di Cecilia Bello Minciacchi

«les colombemots ont troujour un ciel à éventrer»

In questi lunghi anni di normalizzazione, di semplificazione delle parole e del pensiero, e di ritorni all’ordine variamente declinati, acquista più che mai significato, e importanza, leggere l’opera di un autore eccedente, irriducibile, eslege, policromo e coltissimo come Emilio Villa, che ai rituali della mondanità e alle imposizioni del commercio, dell’editoria e delle cordate culturali era refrattario quant’altri mai. Leggere, propriamente, non «rileggere» perché i suoi scritti hanno circolato finora in forme clandestine, spesso in vesti inusuali e di scarsa diffusione, in copie numerate, in dattiloscritti regalati agli amici o smarriti, o in oggetti a bella posta costruiti e distrutti, o in libri che pur virtuosamente realizzati si sono scontrati con l’abitudine villiana di mescolare le carte, di confonderle e dissiparle. «Iridescens Ridens», diceva della vox di Carmelo Bene, nella Letania che gli aveva dedicato, «Iridescens Ridens», lo stesso Villa.

Tratta dall’Opera poetica, che raccoglie in modo pressoché esaustivo la sua produzione edita, le sue molte sperimentazioni in lingue e in codici diversi, la succinta antologia che segue dà conto di alcuni caratteri della sua scrittura lineare. Specimina poco noti, disegnano un itinerario cronologico per tappe peculiarissime, epifaniche. Dall’aurorale Prendi la rocca e il fuso e andiamo in California…, testo già rivelatore della sua indole umana e poetica, pubblicato tra l’opera d’esordio ancora in odore d’ermetismo, Adolescenza (1934), e la seconda e già matura, consistente raccolta, Oramai (1947), fino alla straordinaria, divertita, ardente e serafica, Sibylla (seraphim seraphina), testo pitico-oracolare da interpretare tanto in sé, nel suo intimo dettato sibillino – «orta / labia byrintha» – attraversato da immagini ignee e giochi paragrammatici, tanto in rapporto ai coevi Trous che, attraverso immagini emblematiche e sonorità di grande suggestione, svolgono il tema dell’Origine, del Nulla e dell’Assenza. Un tema che ha informato molta della scrittura di Villa e che va senz’altro meditato anche alla luce del NIGER MUNDUS, il «responsum» filosofico a Lucrezio «per literas hypocritas».

In questo percorso minimo, parziale e villianamente deragliante, emerge il dettato materico della sua scrittura, e la sua evoluzione nei decenni, pur sempre concreta, nello spessore dei linguaggi abbrancati, dalla partenza «coi letti arrugginiti, sulle spalle, / a fare una pasqua, per i morti, senza fine» di Prendi la rocca, al fiato che «frignava grigioverde» e alle «ganasce inchiodate di quei porchi» di Quarantacinque, alle «consuetudini verbali» spiazzate dalle immagini icastiche, dagli accostamenti anomali e dal tono incalzante di Le parole, poesia di forte impatto sensoriale, sinestetico, a «il caffelatte finito, le freguglie», indimenticabile attacco della terza variazione col suo scapicollante dettato di cibi spezie fruscii ruggini e piastrelle, all’ironia della Jeune Porque e delle sue erranze verbali, fino alle vestigia della Sibylla, fino ai presagi, e ai transiti «au delà du trou».

C.B.M.

1

Prendi la rocca e il fuso e andiamo in California...

…A nìvole di nebbie dei re longobardi,
si partiva per le cene, con le torce,
coi letti arrugginiti, sulle spalle,
a fare una pasqua, per i morti,
senza fine. Poi tramontava il giùbilo
di pentecoste, a picco
sopra il torrente del mio paese, o giovane Strona:
grigia, quanto la tunica dei giorni:
le donne che ci hanno vigilato
han volto, a capo in giù, le sacre torce.
Solo, tre becchi di lampada, a petrolio,
ancora rischiaravano gli àzimi,
che si doveva trangugiare nelle albe
del bene (e del male), sulle strade.
Ho preso, un giorno, lo stallo
nel coro, o cicale!, dei miei simboli benedetti:
dove a scorze d’alberi, mangiati dalla folgore,
le foglie fuggite cantavano le antifone:
«Alza ferro contro il tuo petto!
perché si sappia, fin dall’inverno,
se tu sei arido o fertile: e chi ti salverà dai gesti futuri?»
«Non mettere il tuo cuore sulla vigna di Sirtori o di Somma,
sulla vigna d’Appiano o di Missaglia:
perché il vendemmiatore bagna il pane
dentro la secchia dell’aceto».
«Colui che implora, a ogni mattino,
la sapienza dagli àcini dell’uva,
saprà incendiar tutte le vigne
nel giorno dell’addio...».

[in La luna nel corso, Pagine milanesi raccolte da Luciano Anceschi, Giansiro Ferrata, Giorgio Labò ed Ernesto Treccani, Corrente Edizioni, Milano 1941]

2

Quarantacinque

Stavano schiacciati sotto il portone come una pigna di sassi,
ma che bisognava ingozzarsi anche il fiato,
ma tenere ben bene l’odio stretto al pomo della gola
e ai fianchi, perché l’assalto all’ultima carovana
era da un momento all’altro, ancora poco, niente: un segnale,
all’altezza della pertica del trolley.

Ha strisciato sopra gli embrici una sirena lunga,
gli abbaini ne sapevano molto più degli altri:
mancava perfino la volontà di stare al mondo.
Ma poi frignava un fiato grigioverde,
da aperture filiture crepe saracinesche e compensati,
quando nel mattino colore d’erba ruta

siamo andati di fuori a contare i primi morti, i cadaveri
borlati giù come birilli, come pere tocche: i cani
spenti tra un marciapiede e quello in faccia, con la schiena
sugli strisci dei battistrada e sopra la pollina
di cavallo, o con il ventre incollato sugli assiti:
un po’ di cervello sulla lamiera con i manifesti.

Ma poi frignava un fiato grigioverde
da aperture filiture crepe saracinesche e gelosie:
come una cesta piena di anguille matte
era la nostra simpatica città, e sordo agli spari
il nemico rotolava con la bava nera; cani
spenti sopra un marciapiede o quello di faccia,
i vetri sbarrati, e il solito cervello qua e là a pezzi e bocconi.

Ma un fiato frignava grigioverde, caro Mario,
da aperture filiture crepe saracinesche e dal tombino.
«Però non dalle ganasce inchiodate di quei porchi»
diceva uno della gap a un po’ di gente, e «tiratevi via,
non ci tirate fuori più neanche una parola dalla bocca,
né un argomento, né ragione, manco a tirarla col rampino».

La sera che è venuta quella sera sui quadrelli
rossi delle macerie e vari caseggiati, un partigiano
della gap, un tipo evoluto, sanguinario e buono
aveva il braccio insecchito: sentì
ancora tre ariette di sudore sull’addome,
nell’erba dei capezzoli, e sotto il coppino,

e un fil di refe rosso, un filo di sangue dal costato:
la febbre grattava dove c’è la cintura di corame: era
«il grano profumato che verrà dall’URSS, in una volta
sola, una vera manifestazione» pensò, e chiuse gli occhi,
che erano già da spaccare col martello.

[da Oramai, Istituto Grafico Tiberino, Roma 1947]

3

Le parole

Una stagionaccia di tumescenti avvoltoi,
svignate le mogli per mancanza di cibarie di scandali di orgasmi
e d’altre storie, toccherà dimenticare con indifferenza, e con sentita
espressione, i campi spremuti dagli amici intimi, i terreni
recinti, i verdi trapezi con i lampi pomeridiani, i tiepidi
screzi della primavera nazionale dietro i terrapieni, e le fontane
occulte del sapere grano a grano le similitudini dei fiori
dei venti dei trafeli nei luoghi non segnati, e le settimane
che nei chiasmi risorge la carne unanime-inanime nei chiasmi

e massacrare il gallo forbito tra i brughi lombardi
il gesto che trafughi alla notte il sangue fresco gli alberi e le alte
quote degli astri vanitosi, e la polare che valica i sentieri
delle ascisse, e risospingere proprio così

contro i drastici orizzonti frantumati dai tamburi i candidi fantasmi
e sfogliare le direzioni ortogonali e nelle vuote
sfere annusare le ferraglie tra le rose paniche e il sentore
di rugiada dai poderi avversi e il crudo
raziocinio delle millesime angolature divelte nel guizzo delle trote,
le cuspidi sonore degli shrapnell e il cielo nudo

lento delle azalee,
vero che tu vedevi nel liquore dell’atlantico con gli occhi
della vita intera, e concepivi le termiche metafore
e le ipotesi grandi ottemperare alle medesime
cause influenti delle maree, e delle volte
climatiche che accadono nello sperma degli squali bianchi?

quindi in un impeto unanime bevemmo in coro
gli insiemi, e uno per uno il soffio amato della sola inquietudine
che rapinava l’ombra e decimava i fatui
semi delle consuetudini verbali, i risplendenti
rameggi dell’uranio e il vero ulivo
d’oro nella più cheta tenebra del quarzo, e il fiume

vivo delle arterie che risale il lume-lavoro degli scheletri.

[da E ma dopo, Argo, Roma 1950]

4

Il caffelatte finito, le freguglie ai piedi delle prealpi rosa
et tuae quidquid lubidinis per ora
al primissimo piano la foglia odorosa dell’arrosto con le guglie
del rosmarino al secondo ripiano il fruscio del raion
e i muscoli di ilaria spezzano l’ago inossidabile
allo sbocco delle vitamine (lume morto fum ki dura)
e le pianelle e i pomodori e i peperoni al terzo uscio
anche dopo dentro in pancia i pesci voglion acqua
al quarto il soffio del borotalco sciorinato per la figlia
delle azzurre marinare (al disco ki stravaca la scuidella)

scroscia l’acqua al quinto piano palpita
contro le piastrelle la maniglia di porcellana a sterzo
sotto la coscia d’albicocche gorgogliano le tubature e sbatte l’asse
al sesto piano ribolle il lume elettrico davanti al Sacro
Cuore nella nicchia e raschia la radio «primavera
d’ogni cuore» nelle tenebre sgargianti e i baccalà
non si lasciano a mollo per dei secoli e dei secoli
mens optuma quaeque mens optuma

in terrazzo le rane sciacquano lenzuola e picchia
nell’umido fumo in qualche andito il ferro da stiro
un becco malinconico da preda la mamma non mi strilla
ma che vacca di una signora, ma che vacca di una,
(ma che vacca) ventata di cibarie veneziane
e ferraresi di spezie di colonie e matriciana

ma che sentano scottare la tua lagna come una spilla
fino in fondo alla strada l’acquetta dei tuoi occhi rosa
nelle adiacenze e in tutta la nazione mera
che sentano! lustri con l’acquetta della rilla rosa nel tondo
la maniglia le chiavistelle i pomi frusti d’ottone e il fondo a sera
delle padelle scoppi il buco delle serrature e varie
filiture d’aria nel frastuono di cicli e motocicli e nella carie

tu potresti rivelare a tutti quanto veramente buona
è la febbre! quanto l’ira è breve e l’ebrietà e di che cosa
vivi di che pane usuale di che cure di che fame quando suona
il campanello alla porta e non aspetti nessuno di usuale

perché la anziana bagnarola si è smaltata nel bieco
serale il tripode è caduto con fracasso
nelle adiacenze e in tutta la nazione mera (mamma
se fosse mamma capirebbe, se lo fosse!) che palpitazioni
cardiache cor aestuans cor tremitans cor videns

grande dolcezza di senso a somiglianza del vento prealpino
negli specchi rosa dentro i bronchi e nella tromba nell’anima
delle scale il cielo è andato in alto! alto spreco
(se fosse mamma capirebbe!) ahi, polvere di rondoni
scapicollanti, sù, al cielo! non volate così sotto, tanto basso,
così qui! lo specchio incrinato da una ruga risolleva
la scarogna, ruggini e iridate le gronde
raccolgono una vuota eco e un secolo di ricordi

e i secoli ricordi in fuga a onde verso il vicolo cieco,
e il simbolo dei ricordi è l’acciuga appesa ai travi
e là saltavi per intingere la mollica e la Natura va
più dolce e più filata nei seni dei bambini

se non che il cuore se si è molto fini
il cuore quando è perso è perso non lo prendi più.
Piangi. La stanga di nikel e il vento
il vento, semplicemente il vento.

[da 17 variazioni per una pura ideologia fonetica, Origine, Roma 1955]

5

La Jeune Porque – Pour L. Caruso

la Jeune Porque qui ravage les Domaines
dans l’En Vergure Triomphante du Demi-Minut
et mais non parce que tu sepisses sur

je n’ai pu que pénétrer dans son Verbul
sans herbedombre sans hombre oculée
(l’oeil viendra, viendra plus bas qu’en bas)
sans fin pâle comme dans tout folie
pressurisée à l’air pâle comme dans tout
à l’orgueoeil des os-lunes dans
tous les yeux tacticiens réfléchis vivants
à l’en-Vers du Monde à la projection
noedeleuse epaisse oubliée
à l’Envers de l’Ordre de Puissance!
le fait me mène alors aux pi Eges du
où le Soleil transgressé dans les Mots éclate
lorsque ta Tête aura coupé tout ton Regard
et l’Allusion Partagée, aux Morts, aux eaux,
les necessités de rendre Jour aux ossements
et Jeujoie aux grandes Rixes Subreverbalès
(SubverbAiles) à l’exil frappé par la
Jeune Fable
heuh! les gaulages acharnés des Couillolives!
et l’En Sevelissement Apochryphe dans
les brèches du Verbe Prudent dont
justement l’Os essentiel tient

c’est donc l’Ampleur Subitaine qui
nous arrache anxieuse de Tu Es
(et pas du tout la Dernière notre Bête nous perpêtre)
tuer la chute monumentale numérotétée
dans la Cruche qui se développe jusqu’au
Combat agréable pour son Gite
(notre Bête nous perpêtre dans le Camp de la Portion)

et tu n’a jamais rempli ton terroir:
l’aggression protoplasme de
tous contre les tous, le tout noedifié laser
l’assant u na ni me, travaillé, bien,
sans réponse, sans acte, sans oeil, sans autel,
sans appel sans règle sans ombre ni ligne
sans éclipse sans chambre sans désir
en brandissant le Sperme ailé des charmes
c’est là l’Anonyme Impliqué de la Jeu (ne)
l’Anonyme Angoisse Implosée de la Por (que)

etenim erat nudus nec crescebat Uter nu
dusnec Uter gratiosus necuter uterque
serpens donec volitans fuit Uter extra
tabernaculum Uter tabernaculum Cor

et je me demande pourtant la Conjure
la Conjure insatisfaite à cause du Réveil
Intarissable, et le Rôle de l’esprit
Exprit ingenieux d’ombres gauches
consacrées, d’Elements provoqués par,
et de Transtigations Cruciales adverbes
par,

ce qui serait de parcourir les années
ayant confusion et délivrance, confusio atque,
de se donner me connaissance en Relief,
étonné et longuement brisée en soi-même,
par soi-même le segments, d’abord,
et qui s’acharne à surmonter a vide
la puissance extemporaine (les hasards
publiques lacuneux sans délimitation)

appelé Nu de l’Heur-Oeil, et Heureille
nue de, dans la Patience des Grands Théthèmes

à même et mesure des noces somatiques
sous le Nu du Nu, avec du
Nu-Principe dans la Possession Nue
parfaite rigoureuse la mineuse
(li eu nu) en (raison née)
Sanctuaire de l’Originalité de la Foutre
en tout animal que transperce l’âme
vivante et la Parole resuscitée pour,
pur LSD, on bat la Lu Ne, Ne,
et la Faute qui n’onéit point point
aux réfexions dégagées du Peuple Mort
aux sens mystiques du Terme résumé
tombe nucleaire Rose Rumeur Maumie

le Combat pour se Battre pour s’Abattre
à coups de Vices Doux Immenses
Inexplorables
contre le signe-mythe IBM éprouvé par les Elus

big cut by
Emilio Villa

[in Luciano Caruso, Antologica (1965-1975), Galleria Schettini Editore, Napoli 1976]

6

Trou tarot

tarot tarot
au delà du trou
qui désigne le hublot
descendent les yeux nouveaux
le trou de l’immortalité
en mort alité
avec toute confience
bruyante et sensationelle

prouver avec plénitude
les sentiments en deçà
ou les sentiments en delà
sans trêve et sans trou
masse de force en vente
sans arts et sans attrait

les voeux contraires de l’immortalité
pour aller jouer, avec tonalités de trépas,
l’inhumation du protosaure
sous embranchements
de mesures a delinquere.

[anni Ottanta; da Emilio Villa / Enrico Castellani, Trous, prefazione di Aldo Tagliaferri, Proposte d’Arte Colophon, Belluno 1996]

7

Sibylla
(seraphim seraphina)

sibyrillae contusae super infirmum pelagum, orta
labia byrintha,
clamans ala, primigenia ala
grammatis ara!
vix pudentia feminalia femoralia alia lugent,
horroris vestigia ac labiridines vortices alti
et universa coeciter unicellula Ignis
semina somno aure percipit urens.
Seraphikax seraphilla sibylla caloris alarum
a labiis oris faucibus his biberonia tincta
flash multiplicata
devorsa fide flatus incendit cornubus alae
fidicine exacta aut tubae sonitu iacto
alis incensis, ano uno alphabeto puncti
tuae vocis dementia labro polychrona semen obelis arti
et antequam gremii herbae amplexae se fuerint vi
mane sero nunc auscultem syndromon avis
quatenus usque ad imam lucentis ignis
tui praeteritissimi sub alis
et radicitus ignis videar ergo lama salivae
hyperbolis summae saxifragata pruneta,
continuitatis fractio cycli clementis
et alis expansis tenebras atque
sepulcros subfocare pulamque ventilabrare
nec umquam renovetur eius GAG insinuata
purgatrix, pretatrix ganglii nupti,
pugnatrix longe-lenge, linge lingam lingua
longitudinali eklypseos orsae!
ne deosculeris animam meam usque ad seraphicum inane
gong το inanis jahwé
subtilis erectio virilis tenus emblemata-unda
et imaginis praesagia lapsa,
brada bravida eikonometrica macta.

[anni Ottanta; in «Avanguardia», 8, II, 1998]

E. V. Ballad

Giulia Niccolai

(a Emilio Villa)

Ev
ening and the everest
ist vers la poetry leaning. Er
isst er rit er tells a tale
des bear’s der splash! mit cul poilu
nell’acqua bassa um la forelle
zu farla saltar fuori
to make the trout jump out.
Puis il se léve la trota nella paw
und isst und rit und ist der dichter
every very big indeed
so froh und bär so rare und weiter.
Ça au national park.
But all america la calzi
come un guanto
zeus rabelais
il t’amusait ce luna-park
you fed computers coded data
coddled eggs cod-fish balls
un causset la fricassee
un potage dame edmée des côtes
de porc grand-mère les couilles
du père and out came brunt
H ah quel frisson quel high-toned test
quel high-speed text
tapioca! un bel incest
er mejo the best.
Off frisco uper the bay
when rose fingere’d dawn
shone forth that day
nach den orkan dem hurrican
su quella piramide di phoques
(es war phil hip that west coast mentor
qui me l’a dit)
you saw nausicaa and like a mountain lion
dal fitto groviglio dei rami
you broke a spray
athena auch war da she touched your hair
in a certain way
shed grace
and combed it col pettinino azzurro.
Ma sul canto sesto there’s nothing more
to say.
Ich wollte ganz for ever
once and for all
à la manière de ev
von ev erzählen et
sinon la v qui est si
véri table eventuell
evidenziar la e.

Febbraio 1975

Traduzione e analisi della E.V. Ballad

Questa E.V. Ballad (Ballata E.V.), dedicata a Emilio Villa, è la prima di 12 ballate polilinguistiche (scritte tra il 1975 e il 1977), raccolte nella sezione Russky Salad Ballads e apparse in Harry’s Bar e altre poesie (1969-1980), Feltrinelli, 1981. Come dichiaro alla fine del testo: («Ho voluto una volta per tutte / e per sempre / raccontare di ev / alla maniera di ev…»), questa ballata, composta come le successive con un’insalata russa di quattro lingue (italiano, francese, tedesco, inglese), deriva dai testi pluringuistici di Emilio Villa, e attraverso di essa cerco di raccontare l’ammirazione, il divertimento, il senso di libertà e di gioia che lui personalmente e la sua opera, fitta di giochi di parole, mi sapevano dare.

Così, le prime due Ev di «Evening» e di «Everest», come le successive, sempre scritte in corsivo, vogliono richiamare l’attenzione sulle sue iniziali: E.V. Questi primi due versi possono essere tradotti così: «È sera e l’Everest inclina alla poesia». Essendo l’Everest la montagna più alta, la si può leggere come metafora del «poeta più grande» e questo concetto verrebbe rafforzato dalla desinenza inglese «est» che, come in «best» di «good, better, best», indica il superlativo assoluto, trasformandosi allora anche nel gioco di parole: «il più Ev di tutti», «il massimo Ev». «…vers la poetry leaning» dà anche: «inclina verso la poesia» con quell’avverbio francese, moto a luogo «vers», che come l’italiano «verso» è omofono e olografo di «verso» nell’accezione di «riga di scrittura poetica». Proseguendo nella traduzione: «Mangia beve racconta una storia / dell’orso che splash! col culo peloso / nell’acqua bassa per far schizzar fuori / la trota / per far saltar fuori la trota».

Si era alla fine degli anni Sessanta. Adriano Spatola e io incontravamo Emilio e Teresa, la sua compagna di allora, sempre a cena, soprattutto in trattoria, ma a volte anche nelle rispettive case. Emilio era tornato da poco dagli Stati Uniti dove era andato a trovare il figlio, fisico nucleare che lavorava per la NASA a Los Alamos. Gli Stati Uniti gli erano piaciuti moltissimo, si era divertito e amava parlarne. Il figlio l’aveva portato a visitare un Parco Nazionale dove Emilio aveva avuto la fortuna di assistere a una scena che l’aveva entusiasmato, per l’intelligenza e l’astuzia dell’animale, tanto è vero che gliel’ho sentita raccontare più di una volta: un orso di vedetta su una roccia sopra un torrente, scorgendo una trota o un salmone nella vicina pozza d’acqua poco profonda, sotto di lui, ci saltava dentro (col culo peloso), facendo così schizzar fuori sul terreno la trota che avrebbe poi preso senza dispendio di energie.

«Poi si alza la trota nella zampa / e mangia e ride ed è poeta / veramente grande / così felice e orso così raro e così via. / Questo al Parco Nazionale. / Ma tutta l’America la calzi come un guanto / Zeus Rabelais / ti divertiva quel Lunapark…».

L’entusiasmo col quale Emilio mimava questa scena, mi indusse a identificarlo con l’orso, ma subito dopo, cercando di spiegare quale sorta di piacere poteva avergli dato quel «Luna-park» degli Stati Uniti, lo definisco Zeus (sempre per associarlo alla grandezza, nonché alla sua traduzione dell’Odissea della quale parlo più avanti nel testo), e Rabelais (per gli eccessi, la sua voracità fisica e mentale per i pasti pantagruelici, i dizionari e tutte le lingue).

Emilio raccontava di avere sempre lavorato alle sue interminabili traduzioni (dell’Odissea e della Bibbia in aramaico), in cucina, intento anche a sorvegliare sughi e intingoli, brasati, spezzatini o minestroni, comunque piatti a lunga cottura, mentre la sua compagna era fuori, al lavoro, a scuola o in ufficio. Egli amava praticare coi cibi associazioni inedite e bizzarre, tipicamente regionali e contadine: nelle minestre versava quasi sempre, a tavola, un bicchiere di vino, commentando che così arrossata, la zuppa diveniva uno «scattone». Non ricordo se questo termine (che non conoscevo e non avrei mai più sentito), fosse una sua invenzione, o l’avesse mediato da qualche dialetto… A una cena di Ferragosto a casa sua, ci servì un tipico piatto parmigiano e natalizio: zampone con una crema spumosa di zabaione. Un ottimo incubo calorico, servito a una temperatura esterna di 35 gradi.

«…hai nutrito i computers di dati in codice / uova in camicia crocchette di merluzzo / un cassoulet la fricassea / una zuppa Dame Edmée delle costine / di maiale alla maniera della nonna i testicoli / del padre e ne è uscito brunt / H ah che brivido che testo dal tono alto / che testo ad alta velocità / tapioca! un bell’incesto / er mejo il massimo».

brunt H è il titolo di un suo poema, scritto prevalentemente in inglese (lingua che Emilio non conosceva) e che elaborò su uno dei computer con i quali lavorava il figlio alla NASA, inserendovi i più svariati dati in codice. Da parte mia aggiungo una lista di nomi di grandi piatti soprattutto francesi e che iniziano con la consonante «c», per dare maggiore forza ai quei «testicoli, o coglioni» del padre, pietanza allegorica che vuole simboleggiare in Emilio un suo possibile rapporto edipico con il nutrimento, l’oralità e la parola.

Quel «tapioca!» con l’esclamativo vuole avere un comico valore di bestemmia e «er mejo» è romanesco puro.

«Al largo di S. Francisco sulla baia / quando l’aurora dalle rosee dita / fece luce quel giorno / dopo l’uragano / su quella piramide di foche / (è stato Philip quel mentore della costa occidentale / a dirmelo) / vedesti Nausicaa e come un leone di montagna / dal fitto groviglio dei rami / ne spezzasti uno / c’era anche Athena ti toccò i capelli / in un certo modo / ti inondò di grazia / e ti pettinò col pettinino azzurro».

«uper the bay» è scritto in corsivo perché è una citazione dal suo testo brunt H, in un inglese parzialmente inventato (uper non esiste, ma l’ho interpretato come over, sopra). In certe stagioni, è possibile vedere, ammonticchiate sugli scogli della baia di S. Francisco, delle piramidi di foche che abbaiano i loro richiami amorosi. Emilio le vide in quel suo viaggio e ce ne parlò con lo stesso piacere e senso di meraviglia con cui ci aveva raccontato dell’orso. Sempre in quella città egli fece la conoscenza del santone degli Hippies, Philip Lamantia. Nel mio testo separo e scrivo in corsivo phil hip, connotandolo così come il mentore degli hippies.

Le tipiche espressioni omeriche come «l’aurora dalle rosee dita» ecc. si riferiscono alla traduzione dell’Odissea di Emilio (pubblicata da Feltrinelli) nonché alla sua teoria che Ulisse, quando, nudo come un verme, dopo il naufragio, incontrò Nausicaa, non spezzò un ramo fronzuto per coprirsi le vergogne di fronte alla giovane principessa, ma scelse piuttosto un ramo a «Y», per posarci sopra e mettere in mostra gli attributi della sua virilità! Secondo Emilio, la versione del ramo ricoperto di foglie che servisse a nascondere (come una foglia di fico) i genitali di Ulisse, era invenzione bigotta e purgata dei monaci amanuensi che nel Medioevo avevano tradotto il poema dal greco. La presenza di Atena, protettrice di Ulisse, avrebbe poi benedetto quel felice incontro.

Emilio ogni tanto estraeva, anche in pubblico, da un taschino posteriore dei pantaloni, un pettinino di plastica azzurro, non particolarmente pulito, e si dava una velocissima ravviata ai capelli. Poiché quel gesto, anche allora, alla fine degli anni Sessanta, non veniva più fatto da nessuno, ho voluto ricordarlo con affetto e ironia, attribuendolo però alla dea Atena, che diviene così protettrice, non solo di Ulisse, ma anche di Emilio.

«Ma sul canto sesto non c’è altro / da dire». Dove il Canto VI si riferisce ovviamente al Canto dell’incontro di Ulisse con Nausicaa nell’Odissea. A questo punto mi ricollego ai versi già tradotti all’inizio di questo scritto: «Ho voluto una volta per tutte / e per sempre / raccontare di ev / alla maniera di ev», che così proseguono: «e se non la v che è così / veritiera eventualmente / evidenziar la e». Pronunciando in francese «la v», avremo lo stesso suono di «lavé» e potremo leggere la frase anche come «se non lavato», in riferimento alle magliette di Emilio, spesso ricoperte di macchie e patacche che egli si procurava mangiando o cucinando.

Per poterne raccontare il contenuto, la traduzione in italiano che ho fatto della ballata è letterale, ma si sono perse così le rime e la cadenza veloce.

Mi spiacerebbe se qualcuno considerasse irrispettoso ora, dopo la sua morte, questo ritratto di Emilio Villa, ma se ciò avvenisse, me ne scuso. Come ho già detto, il tono della ballata (quando la scrissi quasi trent’anni fa) voleva essere ironico e gioioso, e trasmettere il senso di allegria e divertimento che la sua presenza dava sempre agli amici.

Le persiane dell’appartamento di Emilio erano sempre chiuse, anche di giorno, e in casa sua si vedeva solo grazie alla luce elettrica. Non gli ho mai chiesto se questa sua mania di isolamento avesse a che fare con un suo forte desiderio di privacy, avesse lo scopo di mantenerlo al riparo dai rumori della strada, o servisse ad astrarlo dall’ipocrisia del mondo.

da Russky Salad Ballads, in Harry’s Bar e altre poesie (1969-1980),
prefazione di Giorgio Manganelli, Feltrinelli 1981
(la nota dell’autrice in Poemi & Oggetti. Poesie complete, a cura di Milli Graffi,
prefazione di Stefano Bartezzaghi, fuoriformato Le Lettere 2012)

Ricordo di Emilio Villa (1914-2003)

Gianfranco Baruchello

La settimana scorsa il poeta Emilio Villa è stato sepolto nel cimitero toscano di Sant’Angelo. Solo tre amici erano presenti. Malato, intristito dalla condanna a una vecchiaia muta (ma invece della bocca parlavano il suo sguardo e i suoi gesti), Emilio aveva subìto anche l’affronto fisico dell’amputazione di una gamba, operazione chirurgica alla quale, dopo pochi giorni, è seguita la morte. La morte altrui è sempre la prova generale della nostra e sempre assistiamo alla fine, soprattutto degli amici, con uno sgomento quasi fanciullesco che non serve a nulla e a nessuno e che fa desiderare rimedi quanto mai materiali e generatori di oblio. Si libava col vino sulle tombe dei lontani padri e ancor oggi occorrerebbe non offrire fiori ma portare vino da mescere ai partecipanti al lutto. Credo che a Villa un rito del genere sarebbe andato a genio e forse anche offerte di cibo a Thanatos le avrebbe approvate, lui amante delle cose sapide e vere della vita.

Solo, in un angolo di un piccolo ristorante di Rue du Bac, Emilio sedeva solitario e vorace davanti a un piatto con su una trota (o forse era un «filet de hareng»?) quando nei primissimi anni Sessanta io l’ho incontrato per la prima volta. Emilio era amico dei pittori e a questi portava anche fortuna con quel suo umore che esprimeva in versi di accompagno e di presentazione. Pure a me vaticinò eventi che poi realmente successero per il meglio: l’America, i musei, un briciolo di gloria. Ardente vate ma fustigatore di supposti tradimenti. Guai a essere anche amico di x o y (suoi effettivi, immemori epigoni o comunque debitori), ti fulminava per iscritto. Salvo poi ri-amarti alla prima occasione: ovvero all’ultima, quando mi scoccò un bacio, lui già colpito dal male, prima di ritirare un premio letterario per il quale lo avevo proposto. Fu l’ultimo fugace incontro, prima della scomparsa di Nelda (l’anno scorso) che lo ha lasciato tragicamente solo.

«E tu dirai beh ma che c’entra tutto questo? Eh se centra...», mi vengono in mente ora questi suoi versi. O meglio: che c’entro proprio io a scrivere, su richiesta, un ricordo di Emilio? Perché – grande poeta dimenticato (ma non da chi lo conobbe e sempre lo amò) – egli sia da ricordare oggi a opera di un artista anziché, com’è e sarà giusto, della critica, degli storici della letteratura e degli editori (questi ultimi tutti assenti ingiustificati); questo l’interrogativo che mi pongo. Ma forse una ragione la trovo, al di là dell’affetto e della mia complicità di frequentatore/produttore di linguaggi e immagini «deliberatamente oscure di significato». Sono seduto infatti adesso a un grande tavolo nel silenzio totale della campagna che circonda il mio vecchio studio, la mia precedente dimora, che dal 1998 è diventata una fondazione che porta il mio nome. Intorno a me la mia vecchia biblioteca è ora cresciuta fino a raddoppiarsi. Tra gli scaffali di questa ce ne è però uno – qui davanti – che contiene tutto quello che Emilio ha lasciato di scritti editi ma soprattutto inediti: vecchie cassette di vini gremite di foglietti, brandelli di carta strappata a libri, buste usate con indirizzi e francobolli ricoperti dalla sua grafia svelta, stenografica. Tantissimi versi da leggere, catalogare, confrontare con possibili edizioni anche qui presenti (centinaia di cataloghi di pittori, edizioni di avanguardia, fogli/manifesto ripiegati, piccole riviste scomparse). Ma anche una serie di scatole da scarpe contenenti schede con annotazioni multilingui, materiali per un progetto di un grande dizionario etimologico e – altro progetto – di un dizionario di carattere mitologico. Inoltre scatoloni colmi di cartelline, fogli sciolti o raggruppati di versi su cui – emozione e pena nel decifrarli – sono tracciati con mano tremante e non più controllata titoli fatti di incomprensibili sigle o parole che sembrano inesistenti. Nei materiali figurano testi in italiano, inglese, greco, spagnolo che si affiancano a studi e traduzioni che presupponevano la conoscenza dell’antico ebraico.

Un coacervo quindi che richiede grande lavoro di selezione e conservazione, che la Fondazione Baruchello cura sotto la guida di un comitato, costituito – insieme con il figlio di Emilio, Franco (un fisico che risiede negli Stati Uniti) – da Aldo Tagliaferri, Nanni Balestrini, Carla Subrizi, e da me. Il comitato e la fondazione ne faranno oggetto di studio per studenti o studiosi provenienti da tutto il mondo. Con la costituzione di questo «Fondo Emilio Villa» intendiamo contribuire alla conoscenza di un’impresa intellettuale che ha segnato profondamente la letteratura e l’arte del nostro paese e che ha stabilito nessi sia con le esperienze delle prime avanguardie novecentesche sia con le remote culture che si situano alle origini della storia europea.

Tagliaferri e Balestrini sono le uniche persone che possono affermare di essere state amiche di Emilio e concreti sostenitori della sua opera. Villa, infatti, ignorato dagli altri editori italiani, è stato pubblicato da Feltrinelli, auspice Balestrini, che ne era il direttore editoriale negli anni Sessanta-Settanta, e ha avuto in Tagliaferri qualcuno di più di un amico e di uno studioso. Aldo è stato infatti sempre la persona del mondo letterario più vicina a Emilio e, in particolare, nell’ultima fase della vita di questo, si è portato più da figlio che da critico. Uno dei tre presenti al funerale è stato lui, ed è stato lui, poco fa, a dirmi dei malinconici dettagli della sepoltura. Negli ultimi anni Tagliaferri ha pubblicato testi di cui si ignorava l’esistenza, come quelli sull’arte dell’uomo primordiale, e mi ha comunicato di averne trovati altri che, quando saranno resi noti, ci permetteranno di valutare meglio la straordinaria complessità dell’intero opus. Sfoglio adesso l’ultimo libro di Emilio Villa, Le 12 Sybillae, edito appunto a cura di Tagliaferri presso l’editore Michele Lombardelli. Sono poesie a cavallo tra latino e italiano, manoscritte a formare qualcosa di più di un testo, un bel documento visivo tra scrittura e grafismo pittorico, nel leggere il quale mi appaiono le antiche cadenze dell’esametro intervallate da colpi mozzi di prosodie inventate intorno ad allitterazioni di significato duplice o irriverente. Qui e là un intarsio di parole greche e più oltre quattro versi che leggo a caso e che sembrano giustificare quanto prima mi veniva in mente a proposito di onoranze funebri: Oinonque Vinumque / Ubicumque Syllabavit / Auspicia ad Edunda / In Unda Tremorum.

Ma da dove veniva questa sua scienza di scrittore e traduttore da antiche lingue? Villa (era del 1914) aveva studiato in diversi seminari lombardi e aveva proseguito gli studi di filologia semitica all’Istituto Biblico di Roma, dove si era specializzato in assiro-babilonese e in ugaritico. Questo suo sapere è stato all’origine della traduzione dell’Odissea e soprattutto di quella della Bibbia, impresa gigantesca durata tutta una vita. Come ogni traduzione delle Sacre Scritture, questa sarà certamente un giorno oggetto di dibattito e di critiche, ma costituirà un fondamentale contributo alla prosa italiana del Novecento.

Emilio, di ideali anarchici, è stato un grande indipendente che ha «rivoluzionato» la poesia attraverso una serie di pubblicazioni che, trascurate se non ignorate dai più, sono oggi considerate rarità letterarie. Uso di proposito il termine «rivoluzionario» come il più adatto a descrivere i modi e gli effetti della sua azione. Mentre tanti letterati e pittori si sono avvalsi dell’effimero sostegno delle ideologie, Villa ha seguito un suo percorso realmente innovativo. Ha precorso i tempi, ponendo in rilievo la centralità dei fattori linguistici nella faticosa ricerca di un’arte che non camminasse sui trampoli di teorie precostituite. Il suo grande interesse per l’arte contemporanea derivava dalla esperienza di lavoro in Brasile (nei primi anni Cinquanta) presso il Museu de Arte di São Paulo di cui è traccia nell’opera Attributi dell’arte odierna (1947-67). Nel dopoguerra Emilio Villa si era schierato per le nuove forme d’arte quando la sinistra ufficiale, in polemica contro gli «scarabocchi» dell’arte astratta, sosteneva il «realismo socialista». Nonostante la grande stima che sempre aveva professato per Breton, non ne seguì l’esempio ed evitò di associare il destino dell’arte al futuro del socialismo reale, così come da giovane aveva rifiutato sia il nazionalismo militarista che le argomentazioni teologiche con cui erano stati posti ostacoli alla sua libera esplorazione dei testi biblici. Oltrepassò così gli sbarramenti artificiali eretti dalla cultura istituzionale ed entrò presto in collisione con la critica d’arte ufficiale. Fu tra i primissimi a difendere non solo Burri e Fontana, di cui notoriamente fu amico, ma anche Rothko e Pollock, insieme a Rotella, Turcato, Manzoni, Schifano e altri, diventati poi i maggiori esponenti della nuova pittura. Da questo punto di vista Emilio Villa, difensore estremo della tesi secondo la quale non c’è pratica artistica che possa prescindere dall’esercizio e dalla difesa delle libertà individuali, si colloca tra le figure più rappresentative dell’intera intricata storia culturale del Novecento.

Diciamo dunque addio a lui, anche a nome di chi non ne ha letto la poesia ma la scoprirà quando a questo grande dei nostri tempi verrà resa giustizia onorandone la memoria e pubblicandone l’opera ancora inedita. La poesia non sparisce, emerge, ritorna a fiorire nella mente dell’uomo perché, per citare Emilio Villa, è come un filo d’erba che vuol crescere / sollevando il pietrame che lo pigia.

«Alias-il manifesto», 25 gennaio 2003

Emilio Villa: Nuntius Celatus

Claudio Parmiggiani

Questa mostra ((La mostra Emilio Villa poeta e scrittore (Reggio Emilia, Chiesa di San Giorgio, 23 febbraio-6 aprile 2008), il cui catalogo – curato dallo stesso Parmiggiani – si apriva con queste pagine.)) nasce dall’esigenza di riconoscere finalmente in tutta la sua importanza il grande debito che la cultura italiana ha nei confronti di Emilio Villa, il cui contributo intellettuale ha lasciato segni profondi nella poesia, nell’arte, nella letteratura del nostro Novecento e la cui vita clandestina e segretezza dell’opera non poco sono dovute al silenzio di quanti, pur conoscendolo, l’hanno ignorato.

Si è cercato di riunire la sua opera, dispersa in vita e dispersa ancora dopo la sua morte, raccogliendo i suoi libri di poesia, le sue riviste, cataloghi di mostre con suoi scritti critici, testi inediti, pubblicazioni realizzate in collaborazione con artisti e poeti, edite durante la sua vita e chiaramente da lui approvate. La mostra e la monografia che la accompagna – che si propone come primo tentativo di catalogo ragionato e occasione per una revisione critica della bibliografia di Emilio Villa – prendono in considerazione le opere fino al 1986, data a partire dalla quale Villa, colpito da una paralisi, non fu più in grado di parlare né di scrivere. Inoltre, i manoscritti di ciò che Villa considerava il centro profondo della sua ricerca, il tentativo, rimasto incompiuto, di una nuova traduzione della Bibbia. Infine, quale coro angelico, si è voluta, nella mostra, la presenza di opere significative di quegli artisti ai quali Villa dedicò una serie di saggi, alcuni rimasti memorabili, raccolti in Attributi dell’arte odierna 1947-1967 e pubblicati presso Feltrinelli nel 1970.

Altri, nelle pagine di questa monografia e con parole ben più profonde delle mie, commenteranno il significato della figura di Villa e della sua opera poetica e critica. Per parte mia, assecondando una pratica che gli era cara nel rapporto con gli artisti, cercherò di illustrarlo, nei limiti entro i quali un pittore può illustrare un poeta.

Emilio Villa è stato certamente il poeta più radicale e «il miglior fabbro» che abbia avuto l’Italia del secondo Novecento. Sperimentando in ogni direzione, mescolando lingue morte, per lui vive, con lingue vive, per lui morte, confondendo in un groviglio greco, latino, italiano, francese, inglese, spagnolo, gerghi e dialetti, Villa ha condotto la poesia all’alba di una nuova lingua.

Formatosi sui testi biblici e mesopotamici, ha saputo fondere il linguaggio del Sacro con uno sguardo dissacrante sui limiti entro i quali la cultura italiana stava rinchiusa, con una scrittura praticata con straordinaria forza innovativa, tesa a riconsacrare, sia nella poesia che nell’arte, l’assolutezza della parola.

A partire dall’immediato secondo dopoguerra, l’opera di Emilio Villa nel promuovere e portare a conoscenza dell’ambiente artistico italiano i migliori spiriti nascenti dell’arte figurativa internazionale è stata instancabile e preveggente, e fondamentale il suo contributo critico al rinnovamento in Italia nel campo delle arti visive.

In un’epoca in cui la principale preoccupazione degli scrittori si esprimeva nel costituirsi in gruppi rassicuranti e nella corsa a essere inclusi in questa o quella collana editoriale, Villa, nella solitarietà, stampava i suoi libri, i suoi testi critici, chiamava i poeti a collaborare alle sue riviste e gli artisti a contribuire con loro opere originali ai suoi testi, pubblicati in tirature limitate quando non in copia unica.

Al di fuori della solidarietà di una ristretta cerchia, confratelli di quella «Comunità di artisti dedita alla creazione e al recupero di una Diacronia dell’Immaginario» – ulteriore Utòpia pensata dallo stesso Villa – la sua esistenza randagia è scorsa nell’indifferenza e nel silenzio. A questo, da sempre, Villa ha opposto una diversa, intransigente orma di silenzio: «scrivere il silenzio a paragone della stupidità verbosa che imperversa».

Altrettanta intransigenza verso quel sistema di «pornografi tenitori della museocrazia… luogo di privilegio e di arroganza, di presunzione e di prepotenza, di furto e prevaricazione» nel quale, tenacemente, mai ha voluto riconoscersi, cercando anzi di rendere incolmabile questa distanza, creando in tutte le forme i presupposti per una impossibilità d’incontro, fino a confondere e cancellare le proprie tracce.

Come Onorio di Autun, teologo del secolo XII, che si autoqualificava solitarius, scholasticus, presbyter e che si dava cura di disperdere qualunque traccia per la ricerca della sua persona e del suo nome (nomen meum volui silentio contegi), così Emilio Villa, nel corso della sua vita fuggitiva, ha profuso non poche delle sue energie in una simile opera di occultamento e autoncellazione. Emigrazione ed Esodo.

Nelle sue pagine la lingua è criptica, labirintica, inaccessibile, allegoria, metafora e allusione senza fine. La tradizione ermetica, nell’accezione non tanto novecentesca quanto antica del termine, sembra trovare il suo estremo erede. Tratto questo fino ad ora trascurato.

Da lui raccolti sotto titoli oscuri ed enigmatici, molti suoi scritti, editi e inediti, tranne le pagine della traduzione dell’Antico Testamento, risultano di sua mano cancellati con furia iconoclasta. Nei testi critici, sovente presentazioni, sono soppressi il nome dell’artista al quale il testo è destinato, così come lo stesso proprio nome. Depennati, infine, date, indicazione di luogo e contesto nel quale lo scritto è pubblicato.

Sottratta a un obbligo e a un vincolo limitanti, liberata da una sottomissione, non più al servizio di nulla e di nessuno, non prigioniera della propria vanità né di un «tempo minore», la parola, purificata, può ritrovare la sua libertà, la sua potenza irradiante ed erompente e tendere verso il suo assoluto e il suo il limite.

Da un lato anarchica, irriverente, dall’altro solenne, oracolare. Messa a nudo, ferita, scavata nel tempo fino al suo cuore, sulla pagina senza più confini, la parola ora è materia lavica che si disperde per infiniti rivoli, ora meteora che giungendo al suo zenit si sgretola e si frantuma.

Si consuma nello sguardo la traccia luminosa del suo vano ed eroico percorso dal nulla al Nulla.
Come schegge celesti, frammenti di alfabeti bruciano cadendo.
Al «tempo minore» succede ora il Grande Tempo, nell’opera si impone il Mistero.
La poesia si rivolge all’ombra, alla propria origine.
La parola è agonia, rantolo, voragine, vox clamantis nell’immenso vuoto.
Infine silenzio, polvere, nulla.

in Emilio Villa poeta e scrittore, a cura di Claudio Parmiggiani, Mazzotta 2008

Centovilla

Nanni Balestrini

alfabetica manipolazione
alla costrizione al remoto
alla latitanza alla macchia
ammasso confuso di cose

atto parola comportamento offensivo
a un antico enigma
bruciare partorire nello stesso
cespugli di canne

ciò che si lascia assolutamente fuori
circondato da una zona di verde
come una pigna di sassi
componimento musicale di origine

condanna a vita
con libertà sulla parola
dedicato alla preparazione spirituale
della circolazione delle notizie

delle candide braccia
dell’efficacia espressiva
delle sostanze nutritive
di argomento prevalentemente amoroso

di consistenza piuttosto fluida
di una civiltà preistorica
di un obiettivo strategico
di un rosso violaceo

di viscere labirintiche
è in vigore ha validità
età del ferro
è una carognata

fare attenzione badare a
filature crepe saracinesche
forza vitale energia efficienza
fuga dal conosciuto

fuggire davanti al nemico
fuori dal centro abitato
fuori dall’antica cerca muraria
gli avversari in astuzia

groviglio di fili capelli e simili
illustrazione senza cornice
il mondo moderno incalza
implosione del tempo

ingozzarsi anche il fiato
intelligenza che non ricorda
intrico enorme confusione
in uno scontro armato

la scorretta applicazione delle norme
l’acqua rubata
la fame la timidezza
la nostra simpatica città

lasciarsi andare alla tentazione
la volontà di stare al mondo
le parole valgono come cose
l’informe primordiale

liquido tragitto
ma tutto non si può
milanesi siamo sempre quelli
nei quartieri residenziali

nella parte bianca della pagina
nelle situazioni pericolose
nello stesso gesto vocale
nel possesso di una qualità

offende pubblicamente le istituzioni
ottenere ciò che si vuole
parabole senza materia
pelo lungo e sottile

per danza e voci
periodo della raccolta di un prodotto
periodo di tempo che precede un avvenimento
per l’intensità e la rapidità

per svago e riposo
per un periodo in luoghi lontani
pieno di vigore di forza vitale
portare a termine con successo

prestare servizio di sorveglianza
ramoscello flessibile
rappresenta valori non tutelati per legge
reazione energica risoluta

residuo della pigiatura
riesce bene in tutto
riga settantanove
riporta la vittoria

scasso squarcio scuotimento
scoppio nella clausura del linguaggio
scucita strafelata sdrucita
stagione impropria di una certa attività

stile incisivo efficace
stoffa pregiatissima
superare battere
superare qualcosa di avverso o negativo

svolgere attività di propaganda
svuotamento senza esaurimento
terreno aperto coltivato o incolto
terrorismo nel dominio della lingua

tradimento originario
trattazione dinamica e sussultoria
uno scontro una competizione una prova
usato per guidare il gregge

usato perlopiù in senso scherzoso
veemenza della vita
viene usato nella distillazione
villa cento e fine

in Emilio Villa poeta e scrittore, a cura di Claudio Parmiggiani, Mazzotta 2008