Mario Spinella, conoscere l’uomo nel mondo

Federico Fastelli

Scrittore, critico, funzionario politico, teorico e storico del marxismo, Mario Spinella (1918-1994) attraversò il secolo scorso da protagonista. Come partigiano prese parte alla liberazione di Firenze (i ricordi di quell’esperienza si ricomporranno più tardi, 1974, nel suo libro più celebre, Memoria della resistenza). Fu segretario di Palmiro Togliatti e dirigente formatore presso l’Istituto di Studi Comunisti (Scuola delle Frattocchie), nonché redattore e collaboratore di quotidiani e riviste vicine al Partito Comunista come «Vie Nuove», «Utopia» (che diresse tra il 1969 e il 1971) e «l’Unità». Curò importanti edizioni e commenti di Marx, Engels e Gramsci. Tra i co-fondatori delle riviste «Piccolo Hans» e «alfabeta», fu anche narratore piuttosto originale, come testimoniano i suoi romanzi Sorella H, libera nos (1968), Conspiratio oppositorum (1971), Le donne non la danno (1980), Lettera da Kupjansk (1987), cui nel 2014 si è aggiunto il sorprendente Rock, uscito postumo da Torre d’Ercole. In qualità di studioso di letteratura, si occupò di classici (soprattutto Guicciardini e Ariosto) e di autori contemporanei, svolgendo una assidua attività di recensore. Al sapiente arbitrio e all’impeccabile cura di Andrea Gialloreto si deve oggi la possibilità di rileggere molti degli interventi che Spinella aveva destinato alle pagine della rivista «Rinascita» in circa un ventennio (1967-1988). Il bel volume Scritture dal secondo Novecento realizzato da Prospero editore ci restituisce così il profilo di un intellettuale importante, assieme all’immagine, sullo sfondo, di un ambiente culturale – appunto, quello comunista più vicino al Partito – la cui memoria ha trovato scarse occasioni di riattivazione.

È bene insistere subito sulla distanza che la storia ha frapposto tra noi e i modi, gli scopi, i toni di tale esercizio critico-letterario. L’attività di «segnalazione» e di «informazione» svolta da Spinella disorbita da discorsi di ordine accademico e si discosta dalla parzialità di giudizio propria del critico militante. Dialetticamente, egli si pone obiettivi di intervento e trasformazione della realtà, ma non confonde le proprie «cronache» letterarie con una pratica riferibile immediatamente all’ambito della lotta politica. Il ventaglio degli scritti raccolti nel volume – recensioni, soprattutto – si presenta all’oggi con un effetto di decisa inattualità. Ma è proprio in considerazione di quella prima impressione di lontananza che il volume acquista un valore che ne trascende i contenuti più contestuali. L’inattualità, del resto, è tale perché contrasta con il corrivo buon senso comune, e la storia, come ha detto una volta Badiou, non porta in sé la soluzione dei problemi che mette all’ordine del giorno. Ecco perché rileggere l’attività di un’intellettuale organico come Spinella, un intellettuale consapevole della propria funzione e, come nota Gialloreto nell’introduzione, della propria «responsabilità integrale nei confronti degli uomini», significa contribuire al ripristino della complessità di quel volano di progresso intellettuale e umano che è stato in Italia il marxismo.

I benefici di tale lettura, allora, varranno intanto da un’ottica generale di teoria e metodo: la letteratura per Spinella è, secondo la lezione engelsiana, «un a sé formale, attraverso il quale si penetra – quando l’operazione riesce – più profondamente in quella difficile area che è la conoscenza dell’uomo e del mondo, e dell’uomo nel mondo». La forza dei risultati di un’opera, sul modello del Realismo di Balzac, oltrepassa i limiti ideologici dell’autore che la realizza. Non deve sorprendere perciò che l’opera di un poeta come Montale venga accostata a un’ideologia socialista, senz’altro estranea all’autore. In una recensione del 1971, l’ironia e la «serissima» ricerca poetica di Satura lavorano per «l’uomo fatto uomo all’uomo, di Marx e del comunismo». Più in generale la proposta montaliana, riassunta più tardi in Lavoro e rigore di Montale (1975), appare paradigmatica, poiché è equidistante da inclinazioni «naturalistiche» e da qualsiasi tentazione fenomenologica – dove con fenomenologia Spinella intende la contingenza non meditata, non sufficientemente trasposta entro la macchina letteraria. Montale è perciò rivoluzionario, proprio come Gramsci: il rigore della loro dialettica, capace di assumere in sé e risolvere le antinomie di opposte sollecitazioni, supera nel metodo le rispettive scorie ideologiche e si offre come esempio di un lavoro volto alla fondazione del sogno di Marx, ovvero la realizzazione di un «umano mondo della grazia», «contro la goffaggine di un mondo che vive de “l’economia politica, de “la logica del profitto”». Il vero poeta, rispetto al «facitore di versi», lotta con la lingua, non ripete ciò che altri hanno fatto prima di lui, non accetta la lingua per quella che è. Più in generale, qualsiasi vero scrittore lavora con la lingua, e questo suo sforzo, se fatto con rigore, ha ricadute nella lotta sociale, dal momento che tra lingua letteraria e lingua della comunicazione quotidiana ci sono, come si sa, scambi continui.

È chiaro che per Spinella la pratica letteraria opera in una dimensione simbolica. Così, accanto alla guida teorica del marxismo, e in particolare al magistero di Gramsci, egli trova in Freud e nel freudismo il secondo fuoco del proprio ragionamento. In particolare, la speculazione lacaniana gli offre la possibilità di tenere insieme, accettandone complessità e contraddittorietà, lo storico e l’esistenziale. Ne risulta un umanesimo marxista perennemente impegnato a utilizzare lo strumento critico del gusto. «La scrittura, la “finzione”» scrive Spinella in Due testi dopo la Neoavanguardia (1975) «non sono – se uno scrittore è attento – piattini di gastronomia, ma sollecitazione alla riflessione, critica e teorica, con buona pace dei disattenti, e dei populisti».

In questo quadro, gli scrittori cui va la preferenza del critico operano di norma entro uno spazio che evita le due polarità della mimesi e del freddo sperimentalismo fine a sé stesso, come giustamente si legge nell’introduzione. Gadda, cui Spinella dedica due recensioni nel 1970 (a La meccanica) e nel 1971 (Novella seconda), e il cui nome ricorre in numerose occasioni come pietra di paragone per altri narratori, ha così il merito di esprimere per via di metafora una meditazione sulla “cognizione” umana “del dolore”, al di là delle «contingenze che pur ama chiamare in causa». Volponi è scrittore che non confonde mai la rappresentazione artistica con la realtà e che perciò non fa «della psicologia», non descrive «uomini», ma apre «aditi conoscitivi attraverso quello specifico linguaggio che è l’elaborazione artistica». Calvino, cui Spinella dedica un bellissimo ricordo nel settembre 1985 mentre lo scrittore è «tra la vita e la morte», è il fautore di un illuminismo capace di conciliare la «vocazione fiabesca» con una costante «lucidità dello sguardo», anche in epoca di montante irrazionalismo. L’area della neoavanguardia, quando oltrepassa l’iconoclastia della pura opposizione, risulta particolarmente consonante alle simpatie del critico. A Germano Lombardi dedica ben quattro interventi. Di Giuliano Gramigna recensisce L’empio Enea, in quello che forse è il più bel pezzo raccolto dal volume, oltre al Testo del racconto e al Gran trucco. E ancora, dedica interventi ad Arbasino, Balestrini, Porta e Sanguineti.

Sono molti altri gli scrittori che andrebbero ricordati, tra presenze stabili e forti del canone (da Sciascia a Pasolini, da Parise a Carlo Levi) e «grandi minori» del nostro secondo Novecento (Castellaneta, Cancogni, Brignetti per citarne qualcuno). Questi pochi esempi valgano per ciò che sono: un vago accenno alla ricchezza dell’orizzonte intellettuale di Mario Spinella e del suo contributo che, dalle pagine di «Rinascita» e di riviste come «Il Piccolo Hans» e «Alfabeta» (giustamente rappresentate da Gialloreto in appendice), questo importante volume riconsegna alle attenzioni della critica contemporanea.

Mario Spinella

Scritture dal secondo Novecento. Interventi su «Rinascita»

a cura di Andrea Gialloreto

Prospero, 2018, XXIII-332 pp., € 20

Venezia 2018 / “American Dharma”, “22 July”

Morris vs. Bannon. Il generale Selvaggio e il documentarista bombardiere

Roberto Silvestri

Che sorpresa non vedere qui al Lido, dopo Salvini, anche Steve Bannon, il cervello dei conservatori americani, l'istigatore di Charlottesville, il fidato e astuto braccio destro di Trump nella fase finale, vincente e spettacolarmente scorretta della campagna presidenziale 2016. E non sentire neppure il suo nome scandito dall'altoparlante alla proiezione non pienissima di American Dharma (ovvero il destino, il fato e il dovere americano è quello di essere i killer del mondo, a fin di bene) che Errol Morris, il più adorato dei documentaristi-artisti, convinto elettore di Hillary, ha voluto realizzare con e sul suo ex compagno di studi ad Harvard, l' “apocalittico razionale”, come si definisce, che vuol strappare i repubblicani ai petrolieri e fondare un “partito operaio nazionale d'America”. Perché parlare con Mazzarini moderni così pericolosi? Perché – spiega Morris – “con i nemici bisogna discutere, comprenderne le strategie”, smascherarne le bugie, convincerli dei loro errori, se no come si batte la destra suprematista, nativista e fascistoide, rampante in tutto il mondo? Perché, cerco di spiegarvelo, sono Richelieu “tigri di carta”.

C'è comunque chi assicura di avere visto il biondo e corpulento “Lucifero di Breitbart” (il sito on line di “fake news” finora più efficace della storia che si è avvalso di protettori ben globalizzati) intrufolarsi subdolamente nella platea del Palazzo del Cinema, ma più per citare, da cinefilo quale è, i tic nevrotici di Terrence Malick, che per paura di una sinistra festivaliera, che sembra sparita, o di una destra giustizialista. Ma le polemiche suscitate a New York e Londra dopo il doppio invito del New Yorker e dell'Economist e il boicottaggio dei loro festival da parte di Jim Carrey, Judd Apatow, Laurie Penny e Ally Fog che si rifiutano di discutere con questo nuovo prototipo di un-american, gli devono aver consigliato il profilo bassissimo.

Eppure della “requisitoria” di Errol Morris, 95' di interrogatorio in un hangar d'aeroporto (per citare Cielo di fuoco, il film preferito da Bannon), opera prudentemente collocata fuori concorso da Barbera, il Falstaff di Trump (il Presidente si è poi sbarazzato del suo acuto giullare) è il protagonista assoluto. Qualcuno aggiunge stupito, non in qualità di imputato ma di interrogato mai troppo incalzato (se non attraverso la sovrimpressione dei titoli di giornali on line che commentano a raffica, approfondiscono e contestano le sue affermazioni: ma solo gli esperti in videogame riescono a seguire tutto senza giramenti di testa). Bannon oltrettutto si dice uno sfegatato ammiratore di The Fog of War e condanna il partito democratico per aver mandato a morire proletari nelle due guerre mondiali e in Vietnam. Dimenticando la repubblicana guerra di Corea, di Afghanistan e Iraq....

Certo, Morris non è un umorista d'assalto, come Michael Moore, non aggredisce, lascia piuttosto ai suoi soggetti la parola, in modo che quel che dicono venga usato contro di loro. O, almeno, rende un po' più aromatici e poetici sciovinismo, ignoranza e fanatismo dominanti (Mike Leigh ci ha ben spiegato in Peterloo perché il modello democratico applicato in Usa, di derivazione britannico, permette di far perdere le elezioni a chi le vince con 3 milioni di voti in più: basta modificare le aree elettorali e usare con astuzia il maggioritario contro candidate precedentemente “distratte”).

Morris ha applicato il suo metodo di lavoro, con risultati stupefacenti, con McNamara, di cui abbiamo ben compreso prima di The Post la teoria della minimizzazione delle perdite in Vietnam (120 mila morti in Corea si ridussero a 60 mila), e, con risultati più modesti, con Rumsfield, che della gang Bush jr. è stato un pericoloso stratega, l'untore del radicalismo islamista nel pianeta e un ambiguo nemico-amico dell'Isis.

Bannon, come Trump e come Reagan è un politico sui generis. La triade viene dal mondo dello spettacolo (che è però solo un comparto minore dei megaconglomerati ingegneristico-managerial-finanziari). Reagan ex attore del cinema, Bannon ex regista di film di propaganda e organizzatore di “festival del cinema conservatore”, affinché anche la destra comprenda che la cultura (bitcoin compresi) deve guidare la politica; e Trump un ex divo della televisione e icona pop ben prima di convincere i suoi concittadini a portare alla Casa Bianca lui, erede di papponi del Klondike, perennemente rispettoso di quei valori aviti, anima della civiltà cristiana bianca. Ed è proprio alla Hollywood classica degli anni 20-50, e ai suoi divi mitici, John Wayne, Gregory Peck e Henry Fonda (così giocondamente fraintesi), che, come gli squadristi di Act of Killing, Bannon si ispira per raccontare la sua filosofia ed etica. Secondo Bannon, ammiratore di Napoleone e della Brexit, la globalizzazione provoca una reazione dal basso che senza immediati e radicali cambiamenti potrebbe sfociare in una pericolosa (auspicata?) rivoluzione sociale. Conferma, in questo senso, che contro Sanders lo scontro poteva essere perdente, mentre Hillary è caduta nella loro trappola, perché impossibilitata a rispondere con soluzioni concrete (muro, dazi, America First) ai diktat del mercato globale. Si ha l'impressione che Morris voglia rispondere a Bannon come le sue stesse armi. Producendo con il suo film un “sovraccarico sensoriale” che intontisca l'avversario (e il pubblico non esperto in informazione digitale). E utilizzi contro l'ammiratore di Alec Guiness e di Un ponte sul fiume Kwai e di Kubrick di Orizzonti di gloria, che molto poco hanno a che fare con la Hollywood classica, l'identica unità di combattimento che il generale Savage (Gregory Peck) ottimizza in Cielo di fuoco di Henry King (1949) l'unità di bombardieri 918. “Peck non è il mio mito, ma ha inventato la comunicazione moderna. A costo di farsi odiare utilizzare l'arma emozionale. Fuori uscire da sé, quando in gioco c'è il destino della Nazione. Diventare pedine del Fato. Semplificare semplificare, dice Bannon (in questo hitleriano). Complicare, complicare, risponde Morris. Le regole sono complicazioni. I politici sono complicazioni. Benemerite. Conquistate. Imposte dalla moltitudine.

American Dharma (fuori concorso)

Regia: Errol Morris

Il 22 luglio a Utoya

Mariuccia Ciotta

La parola “shoot” per Paul Greengrass, vuol dire una cosa sola, spara. L'atto di girare, infatti, ha il suono della mitragliatrice per il regista britannico che con 22 July (concorso) aggiunge un altro massacro alla sua filmografia fatta di attentati terroristi, guerre e rapimenti (Bloody Sunday, United 92, Green Zone, Captain Phillips, Jason Bourne).

Era l'estate del 2011 all'isola di Utoya, un campus organizzato dal partito laburista norvegese accolse centinaia di ragazzi dai 10 ai 20 anni, festosi nelle immagini del film prima dell'arrivo alle 15,25 di Anders Behring Breivik, 32 anni, sovranista di estrema destra che sparò e uccise 69 di loro e ne ferì 110.

Netflix presenta l'ennesimo titolo della Mostra, che però, al contrario di Roma di Cuarón sembra confezionato a misura del grande mondo digitale, un film di “genere” diretto da un regista muscolare che ha trovato la sua fortuna nel docu-dramma.

Livido il cielo di Oslo quando il furgone carico di esplosivo devasta il palazzo dove ha sede il governo e l'ufficio del primo ministro laburista Jens Stoltenberg, 8 morti, 209 feriti. Lo vediamo, Breivik (Anders Danielsen Lie), preparare l'esplosivo, caricare le armi, indossare una divisa da poliziotto, sfuggire lo sguardo della madre, partire verso il centro della città e poi dirigersi verso Utoya. Anzi, seguiamo Breivik passo dopo passo con il gusto di essere a fianco dell'assassino, mentre all'opposto in Massacro in Norvegia, io c'ero, documentario a cura del National Geographic Channel, “io” è la vittima.

La storia è realmente accaduta” ed eccola in “diretta”, una telecamera riprende il killer che si fa traghettare nell'isola e poi spara con freddezza, punta e spara mentre avanza tra gli alberi. I ragazzi fuggono, urlano, piangono e si nascondono. Il punto di vista si capovolge, uno studente gravemente ferito, Viljar (Jonas Strand) diventerà la controparte narrativa del killer. Il buono e il cattivo.

Greengrass assicura di aver chiesto e ottenuto il consenso delle famiglie, e parla di “moderazione” per le scene più cruente di 22 July tratto dal libro Uno di noi: La storia di Anders Breivik della giornalista norvegese Asne Seierstad. Ed è proprio la moderazione a disinnescare ogni “scandalo”. L'emozione si fa voyeur e il film si sterilizza nel formato telefilm, non certo perché manca il sangue. Il film oscura i fatti, la carica dei neonazisti che Breivik rappresenta, adepto dei Cavalieri Templari, in missione per ripulire la Norvegia dagli immigrati, responsabili della “distruzione della cultura norvegese”. Ambiguità del killer che prima si proclama pazzo e poi innocente perché ha agito in nome della patria (sarà condannato a 21 anni di carcere, il massimo per la legge norvegese). Isolato, un tipo eccentrico, fiero patriota che ce l'ha con i “marxisti, i liberali e i figli dell'élite”, il Breivik di Greengrass non ha parenti tra i sovranisti di oggi, i neonazisti europei che dilagano, e in Svezia minacciano di vincere le elezioni. Durante la proiezione di 22 luglio, Steve Bannon, l'ideologo della destra trumpista, protagonista di America Dharma di Errol Morris, è stato avvistato in giro per il Lido. Ma a vedere la reazione dei festivalieri, nessuna – a parte qualche protesta durante la conferenza stampa di Morris – forse era solo un fantasma.

22 July (in concorso)

Regia: Paul Greengrass

Rocket Man vs Dotard

Maria Anna Mariani

I speak not like a dotard nor a fool,” dice Leonato in Molto rumore per nulla. La sua voce è tremula d’offesa.

Quando ieri Kim Jong-un ha chiamato Trump ‘dotard’ nessuno, scrive il “New York Times”, sapeva cosa voleva dire questa parola. E così tutti i vocabolari, elettronici o di carta pastosa, si sono trovati in simultanea spalancati su un epiteto prelevato da Shakespeare. Dotard: vecchio rimbambito. Con sgomento adesso ci accorgiamo che dotard è proprio la parola che cattura l’essenza del vegliardo schizoide al comando degli Stati Uniti. Facciamo caso anche al significante nudo e crudo: basta permutare due lettere, e DOnAlD diventa DOtArD.

Dotard è la risposta iper-letteraria all’appellativo pop che una settimana fa Trump ha scagliato contro Kim Jong-Un: Rocket Man, dal titolo di una canzone di Elton John. I contesti da cui sono carpite queste parole, che sembrano missili lanciati a razzo l’uno in reazione all’altro, condensano gli immaginari stereotipi di due culture in attrito: una glitterata e ammiccante e l’altra arcaica e solenne. Ma questa è solo la prima osservazione che viene in mente quando si accostano le due parole. Andiamocelo a riascoltare tutto quanto il testo di Rocket Man.

https://www.youtube.com/watch?v=DtVBCG6ThDk

Ecco: ci ricordiamo adesso che la canzone è dolente, che l’uomo missile è una figura che ispira compassione. Povero Rocket Man: se ne va su Marte, blindato dentro una navicella che lo porta via dalla terra, via dalla moglie, via dai figli mai nati (su Marte fa freddo, non è posto dove far crescere i bambini, poveri bambini con chi giocherebbero mai su Marte. È solo, Rocket Man, fa un lavoro che lo distanzia da se stesso e dal mondo, è un ingranaggio di quella scienza che non capisce, non capisce, che mai capirà).

Ma ecco Trump cosa fa: non gliene importa un bel niente del povero Rocket Man che ci fa struggere per il suo destino di reietto cosmico. La capsula spaziale che ingabbiava quest’uomo e lo allontanava dai suoi affetti diventa d’un tratto una siringa atomica che ci minaccia tutti quanti, che farà divampare in cielo due soli e ci trasformerà in ombre anonime tatuate sul cemento, come quelle che stanno a Hiroshima ad ammonirci che l’umanità intera è eliminabile.

Trump brandisce il nomignolo Rocket Man come un’arma e fa della citazione una pura operazione della perdita: solo se restauriamo il contesto ci ricordiamo che Rocket Man va compianto, non temuto.

Ma Kim Jong-Un e i suoi generali che gli si stringono intorno a quel tavolo felpato di mappe, tutti ridenti, non l’hanno mica restaurato il contesto della canzone di Elton John. Rocket Man è ormai una scheggia linguistica immemore del suo intorno di parole. Rocket Man si è tramutato in un uomo bionico che coincide con l’arsenale atomico che ha alimentato negli anni.

Non ci sono contesti capaci di arginare il più aggressivo degli atti linguistici: l’insulto. Che è personalistico: si appunta sui tratti di un individuo e li irrigidisce in caricatura. E genera così una reazione viscerale, uguale e contraria: sei deficiente-sei ritardato, sei uno stronzo-sei un testa di cazzo. Ma poi ci si mena. Solo che qui le mani che menano sono mani bioniche, che si trascinano via nel pugno scagliato nazioni intere, forse il mondo intero. Il mondo intero con la leucemia per colpa di una canzone mutilata.

Dotard è un insulto ancora più personalistico di Rocket Man. Già percepiamo l’escalation dell’irritazione. Dotard mette in ridicolo i tratti più vulnerabili e creaturali dell’uomo: il corpo e la mente in disfacimento. Tutta la demenza senile è condensata dentro questa parola che offende ben più di Rocket Man. Anzi, al confronto Rocket Man diventa un complimento: postumana corazza tecnologica, impermeabile al tempo. È così che Kim trionfa, mentre mostra a Trump e a tutti noi che padroneggia perfettamente il lessico dell’inglese-linguaggio universale. Non solo lo padroneggia, ma ci ritorce contro Shakespeare.

Qualche ora fa Trump gli ha risposto: Little rocket man, cercando di incrinare la potenza bionica che gli aveva prima associato. Non sei onnipotente Rocket Man: sei piccino, hai un arsenale ridicolo, sei solo un bambinone bulimico coi suoi giocattoli fiammanti.

Così dice Dotard. Ma Dotard, dotard, ripensiamoci un istante al contesto di questa parola: la commedia Tanto rumore per nulla. Il titolo è entrato nel linguaggio comune e si è ossificato in un’espressione che indica qualcosa di irrilevante e trascurabile. Ma sarà proprio vero che questi insulti fanno tanto rumore a vuoto? È davvero solo uno scambio di atti linguistici? O invece che parole facili a dileguarsi nel nulla, è un nulla di altro tipo quello a cui ci condannano? Pensiamoci, mentre aspettiamo il prossimo missile – e speriamo che sia ancora solo verbale.

Alfadomenica # 4 – settembre 2017

Prima di presentare il sommario dell'Alfadomenica di oggi, un ringraziamento ai lettori che, dentro e fuori il Cantiere di Alfabeta, hanno risposto al questionario che vi abbiamo proposto nelle scorse settimane. A giudicare dalle risposte arrivate finora, il pubblico della rivista ne dà un giudizio complessivamente positivo, individuando i punti di forza nella "dimensione politica dell'approccio culturale", nel "buon livello dei materiali proposti", negli "approfondimenti degli Speciali". La maggior parte dei lettori ci ha scoperto relativamente da poco (due-tre anni), in Rete, ma non mancano i fedeli della prima serie (1979-1988). In molti - e li ringraziamo due volte - condividono sui social e per email gli articoli che hanno apprezzato particolarmente. Chi desiderasse partecipare a questo piccolo sondaggio molto informale, ma per noi utilissimo, trova le domande sotto il sommario.

Ed ecco cosa potete leggere oggi su Alfadomenica:

  • Lucio Saviani, Dialogo, Polis, Polemos. Idee di Europa: Intorno alla metà degli anni novanta del secolo scorso Václav Havel, l’ex dissidente da poco eletto presidente della Repubblica Ceca, pronunciò alcuni storici discorsi in occasione di visite ufficiali in diverse città e capitali europee. All’importanza storica e alla levatura teorica di quei discorsi si è via via aggiunta, nei due decenni successivi, una straordinaria forza premonitrice. - Leggi:>
  • Antonello Tolve, La lunga estate di PolignanoPolignano a Mare prepara, da qualche tempo, un piano di lavoro annuale, quello del prossimo 2018, per celebrare una ricorrenza dolorosa eppure dovuta: l’incidente in moto avvenuto il 30 agosto 1968, in seguito al quale, qualche giorno dopo, l’11 settembre più precisamente, Pino Pascali ha perso la vita. All’indomani del tragico episodio Eliseo Mattiacci, legato da intensa amicizia a Pascali entrato nello studio di via Boccea con la famiglia ha fatto proprio, per affetto, il tecnigrafo che ha utilizzato poi per pensare ai propri lavori  - Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / Garden Casserole: Questa ricetta è in Eat well and stay well di Ancel e Margaret Keys, pubblicato nel 1959 e tradotto tre anni dopo da Adalberta Fidanza (Mangiar bene e stare bene, Piccin, 1962). Ancel Keys è l’inventore della dieta mediterranea, o meglio colui che per primo, studiando l’alimentazione delle popolazioni di Nicotera in Calabria e di Creta, ha messo a punto alcuni principi nutritivi basati sul consumo di cereali, di vegetali e di frutta, da proporre negli Stati Uniti, a un pubblico di carnivori cardiopatici, con alti tassi di colesterolo.  - Leggi:>
  • Semaforo: Francia - Germania - Russia - Leggi:>

Il questionario di Alfabeta: 

  • Da quanto tempo leggi Alfabeta? Con quale frequenza leggi gli articoli di alfa+? Come accedi ai testi che pubblichiamo online: attraverso la newsletter, passando per i link dei social (Facebook, Twitter, Instagram, Pinterest) o direttamente dal sito? Ti è mai capitato di segnalare o condividere gli articoli di Alfabeta2?
  • Quali sono secondo te gli aspetti più interessanti di Alfabeta2 e cosa invece si potrebbe migliorare?
  • Cosa ti ha spinto (o ti potrebbe spingere) a iscriverti all’associazione Alfabeta? Oggi il sito di Alfabeta2 è completamente gratuito. Come valuti l’ipotesi di proporre parte dei testi (per esempio Alfadomenica) a pagamento, riservandone la lettura solo ai soci?

Alfagiochi / Biennale alla lettera – 1

Antonella Sbrilli

green light olafureliasson netBaleni N. E.: non è il titolo possibile di un racconto di Peter Handke (Epopea del baleno), o di Banana Yoshimoto (N. P. - North Point) né di una canzone di Elisa ( Tramonti a nord est), ma solo un anagramma della parola Biennale. Un anagramma semplice, anche se non privo di un suo orientamento geografico e di una suggestione. La LVII edizione della mostra di Venezia, curata quest’anno dalla francese Christine Macel e intitolata “Viva Arte Viva”, è aperta fino al 26 novembre prossimo (su Alfabeta2 le abbiamo dedicato uno Speciale a più voci, ma ci torneremo ancora): fra i Giardini e l’Arsenale, c’è chi va in cerca di guizzi improvvisi di luce, delusioni e sorprese. C’è chi - come il regista Stefano Scialotti - prepara un padiglione ideale, accostando in un video una selezione di opere incontrate durante le lunghe camminate (sarà pronto prima della chiusura della manifestazione e presentato a Roma, alla Sapienza, in autunno).
I giocatori e le giocatrici di “Alfabeta2” sono invitati a un viaggio letterale nella mostra veneziana, che non esclude una visita reale, ma semmai la aumenta di allusioni nascoste nei nomi degli artisti.

Il gioco Intitolati (vedi qui le istruzioni) mescola le lettere del nome di un artista e le ricombina in frasi che potrebbero anche essere titoli di mostre, coerenti con lo stile dell’artista scelto; questo nostro gioco prosegue ora lungo i padiglioni nazionali, le mostre e gli eventi collaterali della Biennale 2017.

A questi indirizzi web si possono scorrere i nomi degli artisti presenti nelle diverse sezioni della Biennale:

http://www.labiennale.org/it/arte/esposizione/artisti/
http://www.labiennale.org/it/arte/esposizione/partecipazioni-nazionali/ .

Dai lunghi elenchi si possono poi scegliere i nomi e i cognomi che più ispirano e proporre degli anagrammi, inviandoli - senza indicare la soluzione - su Twitter @alfabetadue con gli hashtag #alfagiochi #Biennale o via mail all’indirizzo redazione@alfabeta2.it.
Un esempio:
Coraggio era lantidoto” è l’anagramma di un artista presente alla Biennale di Venezia #alfagiochi #Biennale. Di chi si tratta?

Soluzione: 7, 9, 4

Soluzioni arretrate

Nella scorsa rubrica abbiamo giocato col nome di Olafur Eliasson, grande artista nato in Danimarca, presente alla Biennale con un’opera-laboratorio, il Green Light Workshop.

Fra i primi solutori si posiziona Bantam (@tueetterin) che confessa di “avere barato” (ma come? siamo curiosi).

Luigi Scebba risolve e propone un altro anagramma pertinente alle tecniche di Olafur Eliasson = “Ora Linea Flusso”.

Viola Fiore inventa due mostre immaginarie che corrispondono ad altrettanti bellissimi anagrammi “A Fool L. A. Sunrise” e “È la Solar Fusion”, davvero perfetto per l’artista che nel 2003 ha riscaldato la Tate Modern di Londra con un sole artificiale.

E il gioco delle lettere di Alfabeta2? Ancora un po’ di pazienza.

Cosa è il Cantiere di Alfabeta

cantiereIl Cantiere di Alfabeta è online.

Ecco, in poche parole, in cosa consiste il progetto:

  • Il Cantiere è un forum accessibile solo ai soci dell'associazione Alfabeta.
  • Il forum è studiato per una partecipazione attiva, sia dal computer, sia da tablet o smartphone.
  • Nel Cantiere discutiamo e approfondiamo insieme i temi che consideriamo centrali per la nostra vita, dal lavoro alla scuola, dai media all'industria culturale.
  • In molti casi il dibattito online sarà la base per seminari e incontri che terremo a Roma, a Milano e in altre città.
  • All'interno del Cantiere, oltre ai dibattiti in corso, vengono a mano a mano pubblicati materiali d'archivio (in particolare testi e numeri della prima serie di Alfabeta e contenuti di Alfabeta2 2010-2014), che consideriamo strumenti preziosi di confronto e di indagine per comprendere il presente.
  • Il Cantiere è il cuore di un percorso che mette al centro l'analisi critica del presente per costruire un futuro diverso da quello che l'1 per cento cerca di imporre.

Ecco sinteticamente l'obiettivo che ci siamo posti. Ci auguriamo che sarete in tanti a rispondere al nostro invito e ad aderire all'associazione Alfabeta, perché il Cantiere si nutre del confronto fra una pluralità di voci.

Vi aspettiamo!
La redazione di Alfabeta2

 

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Parola misteriosa, almanacco. Venuta a noi dagli arabi di Spagna, ma dalle origini oscure: le tavole astronomiche, che davano il modo di determinare il giorno della settimana o la posizione media del sole, avevano forse le loro radici in una vocabolo antico, manakb, il luogo ove si fanno inginocchiare i cammelli d’una carovana per il carico e lo scarico o il riposo. E questa idea di sosta, una sosta tranquilla nel corso di un lungo movimento, ci piace, perché in qualche modo abbraccia i due aspetti del libro che avete in mano: da un lato una riflessione sull’anno che è appena trascorso, attraverso una serie di cronache selezionate tra le moltissime proposte da alfa+, il quotidiano diario di Alfabeta2 online; dall’altro, il desiderio di affrontare quello che è, al di là delle immediate contingenze, uno dei nodi più intricati della vita umana sempre, di quella attuale in particolare: il nostro rapporto con il tempo che, in questa nostra epoca globalizzata, si sta trasformando e ci sta trasformando. Non abbiamo la presunzione di proporre risposte, ma di avere lanciato interrogativi per l’anno, gli anni a venire, questo sì.

A cura di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa, Nicolas Martino

Progetto grafico Fayçal Zaouali

POST-FUTURO

Testi di Franco Berardi Bifo, Sergio Bologna, Aldo Bonomi, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa, Lelio Demichelis, Nunzio d’Eramo, Andrea Fumagalli, Andrea Inglese, Nicolas Martino, Cristina Morini, Luisa Muraro, Letizia Paolozzi, Fabrizio Tonello, G.B.Zorzoli.

 

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