Sommario alfabeta2 n°35 – aprile/maggio 2014

Editoriale
Alfamigrazione

EUROPA
Karl Heinz Roth e Zissis Papadimitriou
Europa, mon amour
Lelio Demichelis
L’Europa sadica
Quando perseverare è ideologico
Luciano Gallino. L’altra Europa
Disciplinare il capitalismo
Conversazione con Lelio Demichelis
Laura Bazzicalupo
La conquista delle anime
La bioeconomia europea della crisi
Gino Di Maggio
Un sodalizio molto speciale
L’asse Parigi-Berlino
Mario Pianta
Sbilanciamo l’Europa
Per un’alternativa

■ FEMMINISMO E LIBERTÀ
Cristina Morini
Tutta la vita deve cambiare
Nicoletta Poidimani
Per un femminismo post-vittimista
Daniela Pellegrini, una donna molto singolare
Conversazione con Chiara Martucci
Beatrice Busi e Simona de Simoni
Soggettività insolventi
Prospettive femministe al tempo della crisi
Alessandra Ghimenti
Paestum, con ri-guardo
Pamela Marelli
La prima femminista
Carlotta Cossutta e Arianna Mainardi
Oggi, qui: nuove sfide

■ L’AFFERMAZIONE SUICIDA
Paolo Fabbri
Il complesso di Sansone
Marzio Barbagli
Effetto Werther ed effetto Papageno
Massimiliano Coviello
Terrore kamikaze
Marco Moneta
Pratiche controverse: la sati

■ OSSERVAZIONE GIORNALISMO: LA MEDIAMORFOSI 2
Maria Teresa Carbone e Fabrizio Tonello
I ricchi e i poveri
Del giornalismo mondiale
Marco d’Eramo
Quanto costa la merce informazione
G.B Zorzoli
Brave New World
Mauro Forno
Al servizio dei padroni

■ SALVO
Renato Barilli
Archeologie del futuro
La pittura: due o tre cose che so di lei
Conversazione con Luigi Meneghelli
Giuseppe Pontiggia
La riscoperta della pittura

■ IL FOTOGRAFICO
Andrea Cortellessa
Un sogno di vigilanza
Raffaella Perna
L’effetto Galton
Détournements fotografici del paradigma sicuritario
Gian Maria Annovi
Foto-femminino
Tre tesi sull’identità
Stefano Velotti
Il controllo dell’arte
Estetiche contemporanee della fotografia
Elisabetta Marangon
Un nuovo viaggio in Italia
Giorgio Falco
Io sono alla terza persona
Sabrina Ragucci
Il contrario di un sogno

■ ECOLOGIA POLITICA E ANTICAPITALISMO
Stéphane Haber
Tra marxismo ed ecologismo
Davide Gallo Lassere
Tra linee di frattura e ricomposizioni
Marino Badiale
La decrescita è rivoluzionaria
Ma i marxisti non lo sanno
Andrea Inglese
Il terzo intruso
Per un’autocritica delle forme di vita quotidiane
Paul Guillibert
Decolonizzare la natura

■ ARTE PUBBLICA
Manuela Gandini
L’opera plurale e liquida
Arte sociale, relazione urbana
Christian Caliandro
Al tempo della crisi
Carlo Antonio Borghi
Maria Penelope Lai
Tiziana Migliore
Squarci nel muro
Francesca Pasini
L’Arte Siamo Noi

■ MODERNITÀ/CONTEMPORANEITÀ
Nicolas Martino
Tzimtzum
Sulla domesticazione moderna
Paolo Godani
L’anima moderna del neoliberalismo
Marco Assennato
Unfinished Italy
Architettura «compiuta» della modernità politica
Riccardo Venturi
Punk Picasso
Punkizzare la modernità
Augusto Illuminati
Rovine
Andrea Cortellessa
Un’archeologia del futuro

■ SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

Speciale AlfaECOLOGIA
a cura di Marco Scotini

Piero Gilardi
Politiche della vegetazione
Conversazione con Marco Scotini
Philippe Zourgane
La piantagione come matrice della colonizzazione
Critical Art Ensemble
Precarietà e nuove alleanze
Claire Pentecost
Campi di zombie
Agricoltura biotech e privatizzazione del sapere
Fernando García-Dory
L’artista come agro-ecologista
Tiziana Villani
Ecologia politica
Marjetica Potr
Orti comunitari a Soweto
Intervista di Marco Scotini

ilRACCONTO
Antonín Kosík
Racconti

laPOESIA
Rosaria Lo Russo
Nel nosocomio

iLIBRI
Andrea Inglese
su Yves Citton
Paolo Godani
su Daniele Giglioli
Giorgio Tinazzi
su Paolo Bertetto
Alberto Boatto
su Stefano Catucci e Simon Winchester
Riccardo Donati
su Elena Cappellini
Stefano Colangelo
su Vittorio Sereni
Andrea Cortellessa
su Valerio Magrelli
Antonella Anedda
su Gian Maria Annovi
Paolo Giovannetti
su Gherardo Bortolotti e Alessandro Broggi
Stefano Garzonio
su Marietta Cudakova
Federico Francucci
su John Barth
Luigi Azzariti Fumaroli
su Louis Wolfson
Paola Décina Lombardi

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Un’archeologia del futuro

Andrea Cortellessa

Il titolo L’età dell’estremismo traduce quello dell’ultimo classico della storiografia del Novecento: il libro di Eric J. Hobsbawm da noi uscito nel 1995 come Il secolo breve – ma il cui titolo suonava, in originale, The Age of the Extremes. Un’ambiguità meglio espressa dal titolo di un libro-conversazione con lo storico britannico (pubblicata nel ’98 da Carocci): L’età degli estremi.

Perché il vero tema di questo libro policentrico – come sempre quelli di Marco Belpoliti – è appunto la somiglianza perturbante, quasi la «rima» anacronica, fra due temperie storiche diverse: due estremi, appunto. Allo stesso modo quello di Hobsbawm si apriva col gesto di François Mitterrand, che il 28 giugno 1992 si recò a Sarajevo, in Bosnia: così «citando» il 28 giugno di 78 anni prima, quando nella stessa città s’era accesa la miccia della Grande Guerra. Dal primo «estremo» del «secolo breve» a quello che lo conclude: il crollo del Muro di Berlino di cui la «nuova» crisi balcanica rappresentava la conseguenza più sanguinosa. Anche i muri più possenti, da un momento all’altro, possono crollare in modo inaspettato: almeno per chi non si era accorto delle incrinature che da tempo li percorrevano.

Proprio due crolli venivano da Belpoliti messi in «rima» in un libro, che appunto Crolli s’intitolava (pubblicato da Einaudi nel 2005), e che di questo ora uscito rappresenta la matrice. Da una parte di nuovo il Muro di Berlino; dall’altra le Torri a New York. Meno di dodici anni dal 1989 al 2001: nuova cesura dalla quale guardare con la stessa «bocca aperta», gli stessi «occhi spalancati» coi quali l’angelo di Klee, nella Nona Tesi di Benjamin, guarda al cumulo di «macerie su macerie» che è stato il Novecento. Come quello dell’Angelus Novus, lo sguardo di Crolli – alla metà esatta degli Anni Zero – era retrospettivo.

Era alle crisi del Novecento che guardava: alle crepe che percorrevano l’immaginario e che poi si sarebbero clamorosamente realizzate nella storia materiale: quella che va a toccare le vite di tutti. Lo spazio vuoto fra le Twin Towers su cui si fissa, a Torri appena innalzate, «l’artista del disastro quotidiano» Gordon Matta-Clark; i mille angosciosi vuoti fra le steli di Richard Serra, che Peter Eisenman ha collocato sotto alla Porta di Brandeburgo come Memoriale degli ebrei d’Europa; la memoria inelaborata dei bombardamenti che si scopre alle radici delle quêtes di W.G. Sebald; la polvere negli «allevamenti» di Duchamp che si ritrova in Damien Hirst o in Claudio Parmiggiani, ad anticipare quella sollevata dai crolli; l’ibridazione a oltranza degli artisti post-human, come Matthew Barney o Andres Serrano;

la diversa, «epica» oltranza degli architetti che hanno sognato lo skykline trasgressivo di New York, e che pare anticipare a rovescio l’esaltazione distruttiva di Mohamed Atta e degli altri kamikaze, che quello skyline hanno deturpato per sempre («la costruzione dei grattacieli è l’equivalente più prossimo della guerra in tempo di pace» dice nel 1928 William A. Starrett, uno dei progettisti dell’Empire State Building). Tutti fenomeni – fra gli innumerevoli che Belpoliti mette in risonanza l’uno con l’altro – in cui si tocca con mano il vero spirito del Novecento, l’ambivalenza che così lui riassume: «Alla volontà di costruire, di erigere, si contrappone sempre l’opposto: la volontà di distruggere» (quella che un altro libro del 2005, Il secolo di Alain Badiou, lacanianamente ha definito la sua «passione del reale»).

«Creare storia con gli stessi detriti della storia», era stata la missione di Benjamin. E questo libro, coi detriti del Novecento, ha raccontato soprattutto la storia psichica degli anni che lo hanno seguito, e in cui il libro è stato scritto. Gli Anni Zero, cioè: tempo-pròtesi, tempo-prolunga, tempo-supplemento (La 25a ora post-11 settembre di Spike Lee). Un tempo visualizzato dall’installazione Shibboleth, esposta da Doris Salcedo a Londra nel 2007: una fenditura in mezzo al pavimento della sala e che ne mette a rischio i visitatori. Chi vuole entrare lo deve fare percorrendo la faglia: questo pavimento spezzato è l’unico su cui poggiare i piedi. Esattamente come questo tempo-faglia, questo tempo senza nome in cui abbiamo vissuto negli anni che ci separano da Ground Zero.

Ora però, che da Crolli è passato quasi un altro decennio, questi materiali hanno cambiato segno. Uno degli ultimi racconti di Primo Levi s’intitola Il passa-muri: capovolgendo l’apologo anni Sessanta dell’amico Calvino, Il conte di Montecristo, Levi immagina un modo di evadere dal muro invalicabile di una prigione facendosi, paradossalmente, della stessa materia di quel muro. E i muri che appaiono nei capitoli scritti più di recente, i più acuti e tormentosi del libro di Belpoliti, come quello alzato dagli israeliani in Palestina (raffigurato dal fotografo della Primavera di Praga, Josef Koudelka, e discusso dall’architetto Eyal Weizman), non sono più muri in polvere, caduti in macerie. Sono solidi e di nuovo imponenti, come la luce di un tempo nuovo – duro e minaccioso al pari di quelli che lo hanno preceduto.

Dall’abisso del Novecento Kafka aveva potuto scrivere che per quelli del suo tempo Babele non era più una Torre: «noi scaviamo la fossa di Babele». Ma Paul Zumthor, commentando questo aforisma, ha detto che Babele non è il segno della «fine della storia quanto la sua ripresa, su basi ancora indicibili, perfino inconcepibili». E una volta Daniel Libeskind, l’architetto che dal secolo seguente ha ridato un volto a Berlino (benjaminianamente definita, da Belpoliti, «capitale del Ventesimo secolo») – ma che non ha potuto dare il suo segno alla capitale degli Anni Zero, Ground Zero appunto – ha detto che «considerarsi parte di una fine è già l’inizio di qualcosa». Con discrezione, per parte sua, Belpoliti ricorda che mentre Crolli era dedicato a sua madre, allora appena morta, L’età dell’estremismo è dedicato alle sue giovani figlie. Sì, gli Anni Zero sono proprio finiti.

Marco Belpoliti
L’età dell’estremismo
Guanda (2014), pp. 288
€ 18,00

Questione di genere

Alessio Vaccari

Judith Butler è un’autrice scomoda per il dibattito culturale italiano. Sebbene le sue opere siano fra le più studiate e citate nel panorama filosofico internazionale, nel nostro paese la sua influenza è marginale, soprattutto all’interno del mondo accademico.

Nel movimento femminista italiano la sua influenza si è invece progressivamente consolidata. Butler è considerata l’espressione più autorevole della Third Wave, la terza fase dei Gender Studies europei e americani. Dopo una prima ondata liberale ed emancipazionista e una seconda, radicale, che ha agito sul piano simbolico piuttosto che sul cambiamento di opportunità socio-economiche delle donne, si assiste a un nuovo modo (influenzato a vari livelli dalla teoria psicoanalitica) di inquadrare il problema della differenza sessuale.

Nella prospettiva di Butler sono presenti tre diverse linee teoriche che hanno caratterizzato la costellazione dei nuovi femminismi europei e americani. In primo luogo, il tema del ruolo performativo del linguaggio: i suoi effetti in relazione alle esigenze di riconoscimento e di legittimazione sociale e politica. In secondo luogo, l’elaborazione di un nuovo concetto di agency che sappia ispirare forme di democrazia radicale capaci di superare i confini nazionali e le logiche identitarie. Infine, un progetto filosofico antinaturalistico.

In contrasto con l’idea che nei nostri geni siano inscritte fatalmente le nostre vite, Butler difende la tesi della scelta libera e responsabile dell’omosessualità e delle relazioni «non naturali». Il primo e l’ultimo di questi temi trovano una straordinaria elaborazione in Gender Trouble, pubblicato nel 1990, tradotto una prima volta da Sansoni nel 2004 e oggi riproposto in una nuova traduzione di Sergia Adamo (con un titolo più fedele all’originale rispetto al precedente Scambi di genere). Come accade sovente nei suoi libri, Butler discute con una serie eclettica di autori e autrici per mettere a nudo le inadeguatezze della riflessione del Novecento rispetto ad alcune questioni filosofiche fondamentali.

Attraverso un’indagine sulla violenza prodotta dalle norme che stabiliscono i criteri coercitivi di normalità per i corpi e per la soggettività, Butler mette in crisi l’originarietà del duale maschio-femmina. Questo percorso genealogico prende avvio dalla critica alla presunta unità del genere maschile e femminile costituita attorno all'l’intreccio causale fra sesso, desiderio e genere.

Attraverso la discussione delle posizioni di Beauvoir, Irigaray e Wittig si mostra come la sessualità non sia affatto qualcosa che possa emergere da un’analisi naturalista, ma sia invece il prodotto storico e sociale dell’applicazione di una norma eterosessuale e di una logica binaria che pretende che ogni individuo rientri nella categoria del maschile o del femminile. Nel secondo capitolo, la discussione con Lévi-Strauss, Freud e Lacan è lo sfondo a partire dal quale Butler indaga come lo strutturalismo e la psicoanalisi abbiano riformulato lo statuto e il potere dei divieti che istituiscono il genere.

Ampio spazio è dedicato alla critica della nozione freudiana di «predisposizione» sessuale, che Butler rifiuta di considerare un fatto psichico primario e legge invece come effetto prodotto da una legge imposta dalla cultura. La natura performativa del genere viene infine esaminata a partire da Foucault e dall’indagine sulla costruzione del corpo materno da parte di Julia Kristeva.

Butler inaugura qui la sua originale e fortunata decostruzione del concetto di genere che prefigura un nuovo scenario: al posto di comportamenti ripetuti e stereotipati con i quali si acquisirebbe un’identità sessuale, l’autrice immagina una pluralità di corpi, opachi a se stessi e agli altri, che costruiscono e disfano la propria narrazione di sé all’interno dei molteplici contesti relazionali che attraversano la loro esistenza.

Judith Butler
Questione di genere
Il femminismo e la sovversione dell’identità
traduzione di Sergia Adamo
Laterza (2013), pp. XXXIV-220
€ 22,00