Intellettuali: tra critica e carisma

Daniele Giglioli

Il dibattito sugli intellettuali e la loro fine è come una febbre che si riaccende periodicamente. Se ne guarisce ma lascia sfiniti, e si ha la certezza che ritornerà. Formuliamo allora qualche auspicio per fare, come diceva Pascal, buon uso della malattia.

Ce ne dà occasione la prima uscita della nuova serie di “Alfabeta”. Ne discutono Umberto Eco, Andrea Cortellessa, Andrea Inglese, Augusto Illuminati. Il tema viene ripreso da Eugenio Scalfari sull’”Espresso”,  mentre altri gli dedicano cenni di una sufficienza preventiva che sarebbe anche questa tutta da interpretare (roba da vecchi bacucchi, hanno scritto non so più se Sergio Luzzatto sul “Sole 24 ore” o Mariarosa Mancuso sul “Foglio”). Fatte le differenze, nessuno ostenta ottimismo, così come malinconici erano fin dal titolo un volume di Alberto Asor Rosa uscito non molto tempo fa (Intellettuali, il grande silenzio), o un articolo di Romano Luperini comparso sull’Unità nel 2004 (Intellettuali, non una voce). L’intellettuale, un certo tipo di intellettuale, è senz’altro scomparso: non ha più pubblico, non ha più influenza, non ha più mandato sociale, parla solo ai suoi simili, che spesso, come nota giustamente Scalfari, non lo ascoltano nemmeno loro. L’alternativa è elaborare il lutto o continuare a mantenere in vita un cadavere. Ma è proprio così? O la crisi contiene un germe di opportunità? Leggi tutto "Intellettuali: tra critica e carisma"

Soggetti politici e/o soggetti economici: l’esodo verso la Rete del lavoratore intellettuale non garantito

[Proponiamo un articolo postato sul sito Precariementi, lunedì, 26 luglio 2010]

Claudia Boscolo

In un articolo apparso sul n° 1 di Alfabeta2 (luglio-agosto 2010) e in seguito riproposto sul lit-blog Nazione Indiana, Andrea Inglese tratta alcuni temi che sono di interesse anche ai lettori di PrecarieMenti.
La prima questione posta dall’autore riguarda i criteri secondo i quali sia valutabile in termini di qualità il contributo effettivo del lavoratore intellettuale all’interno di una società in cui il declino dell’istituzione che tradizionalmente ne legittimava il lavoro non è più in grado di garantirne il ruolo e la giusta retribuzione. Inglese rivolge il proprio discorso all’università, ma in questa sede si può allargarlo e includere la scuola fra le sedi che legittimano il lavoro dell’intellettuale e fra i canali preposti a diffondere la conoscenza, visto che se il problema è il ruolo dell’intellettuale in Italia oggi, in Italia la docenza universitaria in moltissimi e illustrissimi casi storicamente giunge dopo un lungo apprendistato nei licei Leggi tutto "Soggetti politici e/o soggetti economici: l’esodo verso la Rete del lavoratore intellettuale non garantito"

Intellettuali ed esilio

Paolo Febbraro

Nel 1815, appena tornati a Milano dopo la lunga parentesi napoleonica, gli Austriaci chiamarono Ugo Foscolo e gli offrirono ‒ dietro lauto stipendio ‒ la direzione di un periodico culturale che chiamasse a raccolta gli scrittori volenterosi di dare un sapiente contributo al ritorno del “buon governo” asburgico. Foscolo rispose di sì; ma la notte del 30 marzo partì per la Svizzera, esiliandosi.

Propongo di eleggere questa storia a emblema del rapporto fra intellettuali e potere, almeno in Italia. Sul primo numero di «Alfabeta 2», uscito lo scorso 8 luglio e dedicato alla figura dell’intellettuale militante, Umberto Eco e Andrea Cortellessa hanno scelto invece il celebre J’accuse con cui Émile Zola diede inizio al caso Dreyfus: scelta non indifferente, poiché solo rievocare quel titanico episodio conduce a chiedersi sconsolatamente dove mai saranno, oggi, gli scrittori della caratura di Zola. La parabola foscoliana, invece, ci fa cogliere perfettamente l’incrocio fra i difetti possibili del tipico ‒ anche se grande ‒ intellettuale italiano e quelli del tipico ‒ anche se straniero ‒ regime italiano: occupazione dall’alto, proposta di complicità, persecuzione. Leggi tutto "Intellettuali ed esilio"

Organico e moderno

Fausto Curi

Se non mi sento disorganico, basterà questo a farmi essere organico? E se non mi sento post-moderno, basterà a farmi essere moderno? Diomio, questa “Alfabeta” è appena nata, o meglio rinata, e già scatena queste laceranti interrogazioni. Certo fra “sentirsi” qualcuno o qualcosa e “essere” qualcuno o qualcosa la differenza non è poca. Però se mi sento poco bene, sto poco bene. E in realtà sto poco bene, se provo solo a immaginarmi disorganico e post-moderno. E poi, “sentirmi”. Ma mi rendo conto che già dire che “mi sento” mi fa essere “autoreferenziale” e basta quindi a innescare i sospetti di tre illustri intellettuali quali sono Bondi, La Russa e Verdini? Per fortuna c’è Umberto Eco che (nel primo fascicolo di “Alfabeta”, Alfabeto per intellettuali disorganici) con la consueta lucidità e piacevolezza mi aiuta a capire che cosa è oggi un intellettuale, dicendo, fra l’altro, che “il vero intellettuale è anzitutto colui che sa criticare quelli della propria parte”. Dunque, c‘è una “parte”. Ma se sono di parte, come faccio a essere disorganico? E se sono disorganico, come faccio a essere di parte? Leggi tutto "Organico e moderno"