Sul rifiuto del lavoro

Intervista di Jacopo Galimberti a Nicolas Martino

Puoi descrivere in breve il tuo lavoro?

Per descrivere il mio lavoro molto sinteticamente si potrebbe dire che sono un knowledge worker.

Come ti sei avvicinato alla tradizione politica dell'operaismo e/o al Marxismo dell'autonomia degli anni Settanta?

Da bambino il mio immaginario è stato «catturato» dalle produzioni artistiche cosiddette postmoderne: le immagini che vedevo alludevano a un mutamento sociale più ampio che non riguardava solo lo specifico estetico, in quegli anni la critica e le teorie dell'arte parlavano del '77 come di una svolta, insistevano su un prima e un dopo. Percepivo queste cose come delle suggestioni, finché al liceo interessandomi di politica mi capitò di leggere dei saggi sul '77 e scoprii così l'autonomia, il movimento che aveva vissuto e descritto in presa diretta la trasformazione a cui alludevano quelle opere d'arte, il passaggio dal fordismo al postfordismo, cercando immediatamente anche una risposta a quella trasformazione, ma senza cadere nelle mistificazioni ideologiche del postmodernismo. Scoprii così che in Italia c'era stata una nobile e raffinata tradizione politica marxista e libertaria, quella dell'operaismo.

Cosa significa per te oggi "rifiuto del lavoro"?

Ancora oggi il rifiuto del lavoro significa dire «No», come nello smalto di Mario Schifano del 1960 dove su sfondo bianco si legge in rosso un grande No. Sarebbe la copertina giusta per «Operai e capitale» di Mario Tronti, la bibbia del rifiuto: «Il no operaio alle rivendicazioni dei capitalisti esploderà allora come una dichiarazione di guerra totale». O come nel telegramma del 1978 con il quale Francesco Matarrese comunicava il suo rifiuto del lavoro astratto in arte. Certo, oggi è tutto più complicato perché il capitalismo riesce sempre di più a mettere a valore le passioni tristi, l'opportunismo, la paura e il cinismo, in una parola la «libido serviendi» degli uomini, facendone dei complici che dicono sempre sì, sempre più sfruttati ma felici e contenti di esserlo. Senza contare i danni prodotti dall'ideologia dell'autoimprenditorialità che ha trasformato molti ex operai in tanti piccoli Attila Melanchini (non il grande condottiero delle steppe, ma il fattore di «Novecento» di Bernardo Bertolucci), ovvero in padroncini.

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Paul Signac, Au temps d’harmonie (L’âge d’or n’est pas dans le passé, il est dans l’avenir), 1893-1895.

Attila Melanchini è l'archetipo dei padronicini che hanno fatto la (s)fortuna del lombardo-veneto negli anni Ottanta e Novanta, studiando il suo personaggio si può disegnare una mappa delle psicopatologie del comando in epoca neoliberista. Rifiuto del lavoro significa allora imparare a individuare il «dispositivo Attila Melanchini» e imparare a rifiutarlo, significa riscoprire il coraggio e la forza di saper odiare l'«avversario» (interessante notare che secondo il linguista Semerano la parola Satana che significa «avversario» corrisponde a un termine babilonese che stava a indicare il «controllore», il capo di un'amministrazione1), significa definire confini netti tra il lavoro che produce ricchezza e relazioni e chi lo parassita per costruire un piccolo e misero potere personale cercando di frenare e controllare la potenza sociale della cooperazione produttiva. Senza dimenticare che oggi ognuno di noi è contemporaneamente anche il padrone e quindi bisogna lottare contro se stessi, contro quel «desiderio-padroncino» - direbbe Lordon - che è sempre in agguato.

Come cerchi di mettere in pratica questo rifiuto?

Rifiutando il «desiderio-padroncino» ogni volta che questo si presenta, cercando di mettere in pratica quanto ci ha insegnato Luciano Bianciardi, ovvero che il padrone, grande o piccolo che sia, è un tuo nemico e merita di essere appeso a testa in giù. Ma perché questo rifiuto diventi davvero operativo e potente bisogna costruire i soviet dell'intellettualità di massa, vale a dire una grande coalizione del lavoro culturale autonomo e indipendente.

  1. «Satana originariamente è nell'aspetto di un amministratore severo, di un fiduciario del padrone», cfr. Giovanni Semerano, Le origini della cultura europea. Rivelazioni della linguistica storica, vol.1, Olschki editore, 1984, p. 148. []

Sul rifiuto del lavoro

Intervista di Jacopo Galimberti a un intellettuale anonimo

Puoi descrivere in breve il tuo lavoro?

Senior Lecturer in una materia marginale nel panorama anglosassone, a metà tra le scienze sociali e le scienze umane, in una università inglese di medio calibro. Come tutti da queste parti, il mio lavoro si divide in tre aree: insegnamento, ricerca, e amministrazione, equamente distribuiti (in teoria) sul tempo complessivo di lavoro e regolarmente monitorati (in pratica) dal management. Insegno 3 corsi per semestre, di 2 ore a settimana ciascuno, pubblico regolarmente nel mio campo, e mi occupo di varie amenità relative alla gestione ordinaria del dipartimento.

Come ti sei avvicinato/a alla tradizione politica dell'operaismo e/o al Marxismo dell'autonomia degli anni Settanta?

Attraverso dei compagni che erano vicini a queste posizioni, quando ero studente. Posizioni decisamente minoritarie (ma non marginali) nella città dove ho studiato, e che mi hanno interessato immediatamente per il loro carattere radicale. Mi attirava principalmente una cosa: la radicalità delle posizioni teorico-politiche. Non solo politiche (c’erano alternative di pratica politica disponibili e altrettanto radicali nell’ambiente dove mi muovevo, in termini di occupazioni, resistenza quotidiana e rifiuto del sistema) e non solo teoriche (le mie conoscenze teoriche erano in realtà abbastanza limitate, e spesso superficiali e di seconda mano, perché mi sono avvicinato alla politica un po’ tardi), ma teorico-politiche insieme. Mi interessava, cioè, il fondamento teorico delle pratiche radicali di resistenza e di lotta, e mi interessava tradurre in pratica le posizioni piu radicali che circolavano nell’ambiente. Dunque un’anarchico (sic!) mi consiglia di leggere Virtuosismo e rivoluzione di Virno, un autonomo mi passa il Balestrini-Moroni, la nostra bibbia, un’autonoma baratta con me la sua copia di TAZ di Hakim Bey contro un numero di Vis-a-Vis (ci promettiamo di renderci rispettivamente il barattato, ma non lo abbiamo mai fatto, dunque ho sempre la sua copia). Dunque molto eclettismo, ai margini di un movimento dominato principalmente da due posizioni, i comunisti di Rifondazione e gli autonomi toscani, ergo anti-negriani. Naturalmente, tra le due cose, mi incanalo subito nell’operaismo e nel marxismo negriano, per avvicinarmi, molto piu tardi, all’althusserismo teorico.

Cosa significa per te oggi "rifiuto del lavoro" e come cerchi di mettere in pratica questo rifiuto?

Una parola d’ordine teorica ma, ahime, ben poco pratica (vedi sopra). È molto difficile se non impossibile praticarlo. Una prima considerazione, tuttavia: il problema non è , nel mio campo, solo nell’”oggi” di cui mi domandi. È “sempre” stato un problema. Il lavoro intellettuale di ricerca – nelle scienze umane in particolare - è fatto principalmente di comprensione del presente e del passato (l’uno attraverso l’altro) attraverso la lettura, la discussione, la scrittura. Queste attività sono sempre state per me il mezzo per criticare il presente e agire politicamente per la sua trasformazione anche radicale. Ora, la virtù di questo lavoro, e uno dei motivi principali per cui ho scelto di farlo, è che certo, in qualche modo, il meccanismo di estrazione di plusvalore, più o meno direttamente, è all’opera. Tuttavia, tutto quello che tu leggi e capisci ti rimane in qualche modo incollato addosso.

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Marco Fusinato, From The Horde To The Bee (2015)

È solo una copia che viene estratta da te e dalla tua testa, ma l’”originale” ti resta dentro. Dunque produci in qualche modo plusvalore (formando politici, amministratori, funzionari, insegnanti, ecc.), ma senza che questo ti venga realmente sottratto. Ora, questo è il bello. Il brutto pero’ viene insieme, nel senso che proprio per questo stesso motivo rifiutare il lavoro vuol dire rifiutare se stesso. Rifiutare il lavoro significa cosa per noi: non leggere? Non riflettere? Non discutere? Non elaborare? Non comprendere il passato e il presente? Non criticarlo? Il rifiuto del lavoro diviene rifiuto della propria stessa essenza. Questo non ha a che fare con le condizioni presenti, di neo-liberalismo e managerialismo spinto, ma con l’essenza stessa di questa attività. Diverso il fatto se riusciamo a distinguere i tre ambiti di cui parlavo sopra (ricerca, insegnamento, amministrazione). Purtroppo la macchina anglosassone è ben rodata e in qualche modo perfino corretta nel distribuire premi (un buon salario innanzitutto) e punizioni, cosi come nel monitorare l’insieme di queste attività: rifiutare non è veramente possibile senza incorrere nella punizione. Un discorso diverso si potrebbe fare per l’altro grande pilastro che rappresenta, per me, l’essere autonomo e che va del pari con il rifiuto del lavoro, e cioè  il “sabotaggio”. Ma questo non è  il soggetto della tua domanda, Forse nella prossima inchiesta…

 

Sul rifiuto del lavoro

Intervista di Jacopo Galimberti a Sandra Lang

Inizia oggi una nuova rubrica a cura di Jacopo Galimberti: una serie di interviste brevi che si interrogano sul «rifiuto del lavoro», nobile strategia di lotta dell'operaio massa, oggi stretta tra servitù e sedizione nell'epoca dell'anima messa al lavoro.

Puoi descrivere in breve il tuo lavoro?

Da alcuni anni il mio tempo si divide tra molteplici tipi o categorie di lavoro: Lavoro pagato e lavoro non pagato. Lavoro immateriale, lavoro affettivo, lavoro artigianale. Lavoro a forma di progetto, a tempo determinato, lavoro “a richiesta”. Da alcuni mesi ho un lavoro con un contratto indeterminato (part-time 4 giorni la settimana) da liutaia-archettaia e che mi permette di abbandonare i prima cumulati jobs occasionali. Lavoro teoricamente a tempo pieno (studio) questo tempo pieno l’ho sempre combinato con lavori part-time per guadagnarmi da mangiare e con delle attività supplementari non pagate. Sono studentessa e operaia contemporaneamente. In più svolgo dei lavori nel settore dell’arte, della produzione di cultura (che però integro in parte nel mio percorso di studi). Considero tutte le mie attività come lavoro, anche se alcune di esse potrebbero andare sotto la categoria „attività libera“ e anche se alcune (molte) di esse non sono remunerate.

Come ti sei avvicinata alla tradizione politica dell'operaismo e/o al Marxismo dell'autonomia degli anni Settanta?

Attraverso i miei studi teorici alla scuola d’arte in Svizzera. Si potrebbe dire da una parte attraverso i libri e scritti, ma forse più importante sono stati e sono ancora gli incontri con certe persone in qualche modo vicine al pensiero dell’operaismo e alle pratiche e sperimentazioni politiche dell’autonomia.

Cosa significa per te oggi "rifiuto del lavoro"?

Non penso che tra oggi è ieri ci sia una enorme differenza di come possa essere inteso. Rifiuto del lavoro significa il rifiuto deciso dello sfruttamento capitalistico delle mie risorse fisico-mentali a livello individuale, ma anche a livello collettivo. Anzi, vedo il rifiuto del lavoro come una rivendicazione estremamente ambiziosa e bella, che si nutre di comportamenti individuali certo, ma che si deve sviluppare realmente su un piano collettivo.

Come cerchi di mettere in pratica questo rifiuto?

Non penso di metterlo realmente in pratica. Nel settore dell’arte ove comunque il più delle volte una/uno non è pagata/o cerco di evitare la collaborazione con persone o istituzioni che penso cerchino solo di approfittare di me, che cercano di distorcere le mie intenzioni o censurare i miei contenuti. Ma ci si casca dentro comunque e non sono affatto certa che questi rifiuti occasionali abbiano qualcosa a che vedere con “il” rifiuto del lavoro. All’interno di ogni rapporto di lavoro una/uno coscientemente o incoscientemente sviluppa delle micropratiche di resistenza allo sfruttamento, ma in realtà nel mio caso penso che essi siano estremamente limitate. Penso che con la sopra descritta combinazione di diversi tipi di attività, come gli svolgo io, si arrivi al contrario abbastanza al massimo di sfruttamento e auto-sfruttamento. Detto questo non voglio sembrare una totale pessimista, passo la mia giornata con delle attività che mi danno molta soddisfazione, sono appassionata delle cose delle quali mi occupo e svolgo del lavoro politico, culturale, artistico che ha molta importanza per me, alcune attività che hanno, ritengo un valore critico. Ma mi dico, forse proprio sul piano del rifiuto del lavoro non ci siamo, cioè io non ci sono di certo.

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