Sul rifiuto del lavoro

Intervista di Jacopo Galimberti a Ilaria Bussoni

Puoi descrivere in breve il tuo lavoro?

Il suo contenuto è quello di qualunque altro lavoro di conoscenza: generiche facoltà linguistiche applicate a scrivere, correggere, tradurre, tagliare incollare ricucire, fare scelte, ipotesi, scenari; umane (e femminili) facoltà di relazione impegnate in una rete che si regge sugli affetti e sugli altri: desiderio, soddisfazione, riconoscimento, anche cura. Il contenuto del mio lavoro coincide con gli strumenti per realizzarlo. Il prodotto del mio lavoro sono dei libri, dunque merci, che si vendono con un prezzo. Ma il prodotto del mio lavoro sono a loro volta quelle stesse facoltà che sembrano precederlo e renderlo possibile. Non c’è da un lato una capacità e dall’altro una materia più o meno reattiva sulla quale la capacità si esercita. Non c’è una facoltà di relazione che sta prima della relazione stessa. Da qui un primato assoluto della prassi, del mezzo sul fine e l’impressione che il prodotto del lavoro (la merce-libro nel mio caso) sia quasi uno scarto, il residuo di un’attività impegnata in tutt’altra opera. La forma giuridica del mio lavoro è quella di molti altri: lavoro autonomo di terza generazione. In un altro periodo storico sarei stata «un padrone». A tratti probabilmente lo sono, come molti altri lavoratori a prescindere dal loro reddito e della loro precarietà.

Come ti sei avvicinato alla tradizione politica dell'operaismo e/o al Marxismo dell'autonomia degli anni Settanta?

Alcune condizioni strutturali: una libreria cooperativa di una città di provincia; la pubblicazione del libro I sentimenti dell’aldiquà; il movimento di studenti della Pantera. E alcuni fatti personali: entravo nell’adolescenza a metà anni Ottanta e per me Bretton Woods si traduceva in un compagno di classe che alla lavagna faceva il calcolo quotidiano di quanto costavano i miei vestiti e quanto i suoi, cintura el charro, stivali campero, jeans americanino, giubbotto monclair, skuba, il suo totale era più dello stipendio di mia madre. Io avevo la felpa con sopra Charlie Brown che veniva dal mercato, tra l’altro mi piaceva anche. Alla lavagna ogni mattina facevo l’esperienza di un valore apodittico, spropositato rispetto alle misure per me in vigore fino a quel momento. Non solo non capivo il senso di quel valore, ma quel valore veniva usato per una gerarchia dei poteri che mi obbligava persino a cambiare quel che piaceva a me. Questo avveniva in una classe dove le femmine si chiamavano Sonia, Monia, Tania, Veruska, Katiuscia e i maschi Ivan e Yuri. Era chiaro che il partito comunista non mi serviva proprio a un bel niente. Quando, con il movimento della Pantera, ho iniziato a intravedere l’operaismo italiano e l’autonomia, grossomodo ho pensato: questi sono i cattivi. Ecco una tradizione non di cattivi maestri, di cattivi e basta. Che te ne facevi del Pci e della sua transizione piagnucolante per capire la violenza del Monclair?

 

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Cosa significa per te oggi "rifiuto del lavoro"?

C’è una locandina, credo degli IWW, sulla quale è raffigurata una donna che si rivolta nel letto. Sotto il lenzuolo è nuda e dice: «I didn’t go to work today… I don’t think I’ll go to work tomorrow». Chiunque può riconoscersi nel movimento della donna che si rigira per prolungare il piacere del sonno. È l’esperienza quotidiana di ciascuno, ma qui messa in relazione al lavoro. Anche l’immagine di una chiave inglese dentro una ruota dentata dice del rifiuto del lavoro, ovviamente. Ma il movimento di quella donna continua a tradurre un gesto di resistenza che vale anche per l’oggi, quando l’insubordinazione operaia e la fuga dal lavoro sembrano difficili da rappresentare nell’epoca della vita messa al lavoro. Anche nel film di Allan Sekula e Noël Burch, The Forgetten Space, la vita di due operaie cinesi si traduce nel loro desiderio di un reggiseno chiaro imbottito per l’estate: questo rappresenta la loro vita, non il loro lavoro.

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Mettere l’accento su quella vita sussunta, disciplinata, subordinata ai dispositivi di estrazione del valore contemporaneo, continuare a sentire quel desiderio che ci muove dentro e fuori dal lavoro, dentro e fuori dalle soggezioni, dunque anche dalle posizioni soggettive che finiamo per incarnare, questo mi sembra essere l’incipit per parlare di rifiuto del lavoro oggi. Rifiuto di quel lavoro che mortifica il desiderio, del quale si trovano molte tracce anche nei lavori più gratificanti e prestigiosi. Rifiuto di un lavoro che subordina i mezzi ai fini, che perde i tratti del piacere di un atto. Rifiuto di un lavoro di merda, come diceva un altro slogan degli anni Settanta. Ci sono diverse strade che provano a riprendere questo «rifiuto». Una passa per la reintroduzione di un limite, di una separazione tra vita e lavoro. La vediamo all’opera negli uffici pubblici, tra gli impiegati di Stato o in alcune malfatte letture di stampo lacaniano. Un’altra passa per Carla Lonzi e la sua insistenza sull’«autenticità», concetto ovviamente problematico ma che mi sembra alluda esattamente a questa immanenza della prassi.

Come cerchi di mettere in pratica questo rifiuto?

Guardando di cosa è fatto il mio lavoro, materialmente. Con quali gesti, quali discussioni, quali relazioni, quali affetti è tessuto? Cercando di fare un passo indietro rispetto a un «me» col quale sono costantemente alle prese, di volta in volta gratificato o frustrato dal successo o l’insuccesso, dal riconoscimento, dalla sua valorizzazione o svalorizzazione simbolica o salariale. Sottraendo la prassi, l’azione performativa tipica del lavoro contemporaneo, dalla visibilità di una scena o di un palco. Dunque spegnendo le luci della ribalta accese dai dispositivi di valorizzazione individuale del neoliberismo e sotto le quali avvengono la maggior parte delle performance dell’intelletto generale messo al lavoro oggi. Di tanto in tanto provo a immaginare che non c’è nessuna scena, nessuna luce e nessun pubblico pronto ad applaudire o a fischiare. Rimango da sola con la mia esecuzione e a chiedermi se mi piace. Spesso mi piace, anche senza applausi. Un po’ come accade alla protagonista di Europa 51 di Rossellini, la quale inorridita per il lavoro di fabbrica che «è una cosa mostruosa», inizia a seguire un filo di incontri, relazioni, affetti che è la traccia di un suo desiderio, per l’altro, per i molti, per una plebe gioiosa, per una non classe fatta di umori, affetti e linguaggio e relazioni, che finisce letteralmente per smaterializzarla, trascinandola fuori dal soggetto che era. Poi, mi rigiro il più a lungo possibile nel letto al mattino.

Sul rifiuto del lavoro

Intervista di Jacopo Galimberti a Claire Fontaine

Puoi descrivere in breve il tuo lavoro?

Il mio è un lavoro strano perché non conosce pause e non conosce vacanze, è collettivo per nostra scelta ed è quello che si definisce un lavoro d’artista. Gli artisti lavorano mentre dormono, lavorano quando non fanno nulla, lavorano quando sono angosciati perché non hanno mostre o hanno mostre e non hanno opere da esporre, lavorano sempre, come le madri. Gran parte del lavoro d’artista non è artistica e gran parte della vita degli artisti è abitata dal desiderio politico di estirpare la bruttezza e la volgarità che sono degli agenti distruttori di ogni ambizione visiva e concettuale. È una vita pericolosa dal punto di vista economico e dal punto di vista emotivo, ma la maggior parte delle persone al di fuori dell’ambiente dell’arte non se ne accorge – a volte non lo vedono neanche le persone del nostro ambiente professionale.

Come ti sei avvicinata alla tradizione politica dell'operaismo e/o al Marxismo dell'autonomia degli anni Settanta?

Vivendo in Italia, venendo da una famiglia in cui il ‘68 è stato considerato come un momento fondatore e il ‘77 mai menzionato. Andando all’università e scoprendo le verità nascoste sul mio paese e su molti dei suoi abitanti.

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Claire Fontaine, Untitled (Sell your debt), 2012.

Cosa significa per te oggi "rifiuto del lavoro"?

Il lavoro – come era stato già predetto appunto da alcune analisi operaiste – ha ormai esondato il suo letto ristretto e sindacabile e ha invaso tutto, che si sia artisti o editori, manager o bottegai, disoccupati o precari si lavora sempre e si fa molto lavoro non remunerato. La nozione di rifiuto del lavoro quindi dovrebbe diventare rifiuto di una certa forma di vita, di un certo equilibrio tra la vita e quello che appare all’esterno come il lavoro vero e proprio. Questo tipo di azione è quello che noi definiamo lo sciopero umano, cioè il tentativo di disinnescare le dinamiche che ci fanno identificare soggettivamente col posto che occupiamo nella società “produttiva”; bisogna praticare la libertà e la condizione per farlo è rifiutare non solo il lavoro ma la soggettività che ne deriva, che lo rende accettabile anche quando è inaccettabile.

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Claire Fontaine, Untitled (White whale), 2015.

Come cerchi di mettere in pratica questo rifiuto?

Lo sciopero umano è difficile da descrivere, è poco visibile, poco spettacolare. È fatto di piccoli e grandi gesti del quotidiano che si fanno tanto sul lavoro tanto nella vita, come mantenere una certa distanza da quello che gli altri possono credere che noi siamo, restare costantemente in dialogo con le parti di sé che sono complici della libertà, della gioia, di ciò che è vitale. Lo sciopero umano è mettersi dal lato della vita, ascoltare il lamento soffocato di ogni sforzo e di ogni organizzazione economica ed ecologica che non sono sostenibili, questo è già un lavoro immenso!

Sul rifiuto del lavoro

Intervista di Jacopo Galimberti a Becky

Puoi descrivere in breve il tuo lavoro?
L'anno scorso, dopo aver finito il mio dottorato, ho fatto ricerca in alcune università e organizzazioni artistiche. Va bene. Imparo delle cose. Non è ripetitivo e posso organizzare come e quando faccio le mie cose. Ma è un po’ deprimente perché si tratta di avanzare proposte e fare suggerimenti con i quali non sono d'accordo. Non si possono vendere critiche nichiliste e di ultra-sinistra oltretutto scritte male. Si potrebbero forse anche vendere, ma questo comporterebbe la creazione di un personaggio accademico, di un marchio, che sarebbe altrettanto falso di quello che faccio ora. Lavoro quando mi viene offerto: 5 giorni per questo progetto, 30 giorni per un altro, poi nulla per un paio di mesi. Sono pagata circa 100 sterline al giorno. Vivo a Londra, ma nonostante abbia 32 anni, non guadagno abbastanza per avere una casa in cui vivere.

Come ti sei avvicinata alla tradizione politica dell'operaismo e/o al Marxismo dell'autonomia degli anni Settanta?

Ho incominciato a conoscere l’operismo e l’autonomia italiana qualche anno fa, quando la mio migliore amica stava leggendo le prime cose di Tronti e Negri per un corso di “filosofia continentale”. O forse questo è accaduto dopo che siamo andate in Piemonte un'estate - al campo NOTAV - e abbiamo incontrato alcuni ragazzi di Askatasuna che ci piacevano. Forse avevo già letto Federici e Fortunati con un gruppo di lettura femminista. Avevo assolutamente letto frammenti di Impero e le critiche dell’autonomia del gruppo britannico Aufheben ((Raccolti qui: http://libcom.org/library/aufheben-autonomia)) che erano circolate negli ambienti degli squatters.

Cosa significa per te oggi "rifiuto del lavoro"?
Quando si parla di rifiuto, penso a Tronti, penso all’assenteismo e al sabotaggio dei lavoratori in fabbrica. Penso al furto e al mancato pagamento dei trasporti e delle bollette. Penso a una potenza non istituzionalizzata che non presenta delle richieste [positive demands]. Penso a ciò che è il motore del capitale ed è organizzato da esso, ma anche a ciò che si oppone a una società interamente sussunta negli imperativi del capitale. Penso a ciò che potrebbe distruggere lo stato, il lavoro e la classe operaia. Penso a come il capitale oggi è diventato sempre più aggrovigliato nei propri circuiti e come il lavoro ci frutta sempre meno soldi. Penso alle lotte per la casa, penso a come attraverso il costo degli affitti le persone siano cacciate fuori da Londra in zone dove la loro riproduzione è più conveniente per il capitale. Penso ai furgoni di poliziotti che si aggirano a Tottenham e Brixton e alla criminalizzazione degli squats. E immagino la feroce resistenza spontanea che anticipa e reagisce a tutto questo.

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Giovanni Rubino, Variazioni a una citazione di un volantino dell'assemblea autonoma di Porto Marghera (2015) - usato nel libro MORTEDISON del 1973 di Giovanni Rubino.
Testi di Corrado Costa e altri autori.

Come cerchi di mettere in pratica questo rifiuto? 
Al momento non c’è molta esuberanza nel mio rifiuto del lavoro. Passo molto tempo a preoccuparmi di non averne abbastanza. Il massimo che si possa dire è che io rifiuto nel senso che non ho mai avuto l’intenzione o l'entusiasmo di costruirmi una carriera. Ma poi mi preoccupo. Dovrei avere un posto all’università, ormai. Dovrei avere un mutuo e pagare dei contributi per la pensione. Dovrei avere dei figli. Mi preoccupo di essere esclusa, di starmi perdendo qualcosa. Mi preoccupo per non avere soldi. Ma finora non mi è mancato niente e preferisco questa casa occupata, dove mi trovo ora, a qualsiasi altro luogo. Quest’anno c’è stato un tentativo di ricominciare a occupare edifici residenziali. I movimenti contro l’austerità avevano occupato appartementi vuoti per far vedere che la “crisi degli alloggi” a Londra non ha niente a che vedere con la mancanza di alloggi.

Gli squatters hanno cercato di aggirare l’illegalità di creare degli “squat” chiamandoli “occupazioni” ((Due squatupation blog: https://fightfortheaylesbury.wordpress.com https://guinnessoccupation.wordpress.com)). “Non ci faranno più occupare [squat]”, ha riso qualcuno l’altro giorno, “ci fanno protestare attivamente!”. La cosa non è così stupida come sembra: da un lato cercano di sradicare il rifiuto del lavoro e di imporre un’insopportabile povertà, dall’altro consentono una patina di resistenza creativa che nasconda questa strategia. Ma non è sicuro che ci riescano. Un gran numero di lotte locali è emerso. Nuclei di resistenza non connesse contro gli sgomberi. Persino le mobilitazioni ancora ancorate a delle preoccupazioni trotzkiste (il numero di manifestazioni, etc.) sono legittimate da un crescente numero di reti e di gruppi di supporto per delle lotte concrete legate all’appropriazione e all’autoriduzione. Le lotte di persone che non vogliono prendere il potere ma sono pronte a battersi per delle vite che non siano completamente orrende. Tutto il potere al rifiuto!

giugno 2015

Traduzione di Jacopo Galimberti

Sul rifiuto del lavoro

Intervista di Jacopo Galimberti a una lavoratrice e militante comunista tedesca

Puoi descrivere in breve il tuo lavoro?

Lavoro in una libreria circa venti ore alla settimana, a volte di più, a volte meno. È un impiego soggetto all’obbligo assicurativo, da poco ho anche un contratto regolare che include appunto la previdenza sociale. Il lavoro di per sé è fantastico, le condizioni di lavoro, invece, lo sono spesso molto meno. Non c’è la benché minima struttura che potrebbe proteggere la lavoratrice (come un consiglio aziendale [Betriebsrat], per esempio) e domina una carenza cronica di personale come avviene del resto quasi sempre nel commercio al dettaglio.

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Come ti sei avvicinata alla tradizione politica dell'operaismo e/o al Marxismo dell'autonomia degli anni Settanta?

Soprattutto nel contesto della mia attività politica nella Interventionistische Linke e durante la mia laurea in Sociologia, per esempio attraverso gli scritti di Antonio Negri.

Cosa significa per te oggi "rifiuto del lavoro"?

Un bel sogno! Troppo raramente c’è un quadro definito all’interno del quale ci si potrebbe ribellare. Molti lavorano come partita IVA o in modo precario e sono pagati solo per determinate prestazioni. Per fortuna, ci sono pur sempre dei posti di lavoro dove scioperare da dei risultati, ma solo dove i lavoratori sono organizzati.

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Come cerchi di mettere in pratica questo rifiuto?

Nella mia attività, come ho accennato, non c’è nessun consiglio aziendale [Betriebsrat] o una forma di organizzazione simile, ed è quindi impossibile scioperare. Un rifiuto del lavoro non può funzionare in un quadro di isolamento. Per poter essere efficace necessita l’organizzazione di quelli che lavorano all’interno di un’azienda [Betrieb].

Traduzione dal tedesco di Jacopo Galimberti

Sul rifiuto del lavoro

Intervista di Jacopo Galimberti a Irene Fernández Ramos *

Puoi descrivere in breve il tuo lavoro?

Al momento scrivo la mia tesi dottorale all’università di Londra e lavoro quattro ore al giorno in un social network a Berlino, città dove abito. Faccio anche l’insegnante di spagnolo una volta alla settimana.

Come ti sei avvicinata alla tradizione politica dell'operaismo e/o al Marxismo dell'autonomia degli anni Settanta?

Abbastanza tarde. Sono cresciuta in un ambiente conservatore a Madrid dove ho sentito sin da piccola il discorso del lavoro a destajo (a cottimo) e del sacrificio come un valore morale che doveva essere coltivato e valorizzato. Il lavoro fisso, indefinito ed stabile era una conseguenza logica della mia formazione, e portava mano a mano a formare una famiglia e diventare una donna vera. Sei anni dopo aver lasciato la Spagna per lavorare nel settore dello sviluppo in Centroamerica e Medio Oriente, sono tornata in Europa per studiare a Londra. Nella mia università (SOAS) mi hanno guidato, a traverso l’idea gramsciana di egemonia culturale, fino a i testi di Negri.

Cosa significa per te oggi "rifiuto del lavoro"?

Secondo me, il rifiuto del lavoro si è transformato in una nozione molto più fluida nel contesto della globalizzazione. In contesti europei in cui la precarietà lavorativa è la norma – come in Spagna o Italia -, la flessibilità e mobilità può essere identificata erroneamente con un certo rifiuto del lavoro che però non è affatto tale. Vedo intorno a me gente della mia età che mette in pratica un certo livello di rifiuto ma solo finché non hanno accesso a un lavoro che sia concorde con le sue aspirazioni, normalmente economiche. Il rifiuto del lavoro sarebbe un stile di vita che non cerca di essere al 100% coerente; piutosto piccoli boicottaggi quotidiani che cercano di avvicinarsi ad un equilibrio perfetto nello scambio tempo-soldi che si trova alla base del lavoro subordinato.

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Come cerchi di mettere in pratica questo rifiuto?

Un po' incosciamente ho sempre cercato lavori che potessero essero lasciati facilmente. Ho anche cercato di farmi pagare per lavori che sarebbero considerati poco degni oppure con una reputazione dubbiosa, come lavorare come clown, o invece farmi pagare, per esempio, per tagliarmi i capelli. L’idea del dottorato è uscita dal desiderio di dedicarmi a un lavoro che mi aportasse uno stimolo intelettuale, mi permetesse di avere orari flessibili e che dissolvesse la divisione tra la mia vita ed il mio lavoro.

Purtroppo non vengo pagata per studiare e adesso lavoro part-time in una start-up dove vengo pagata il minimo per un lavoro che richiede persone altamente qualificate; allora, il mio rifiuto lo metto in prattica usando le risorse dell’azienda (dalla carta igienica, la stampante, la frutta e i dolci che ci danno fino al tempo che devo dedicare al lavoro) per i miei fini personali.

* I redattori hanno deciso di non corregere i refusi, poiché pensano che a volte occorra sabotare e meticciare anche le lingue.

Sul rifiuto del lavoro

Intervista di Jacopo Galimberti a Stefano Taccone 

Puoi descrivere in breve il tuo lavoro?

Sono dottorando con borsa in Metodi e metodologie della ricerca archeologica e storico-artistica presso l’Università di Salerno e docente a contratto di storia dell’arte contemporanea presso la RUFA - Rome University of Fine Arts. A ciò vorrei aggiungere almeno i vari volumi che ho scritto o curato e che ho in programma di scrivere o curare; i testi per cataloghi di mostre o raccolte di saggi e le recensioni sulle riviste di settore – in particolare«Segno» -, nonché la collaborazione con la mia tutor del dottorato durante le lezioni e gli esami dei suoi corsi.

Come ti sei avvicinato alla tradizione politica dell'operaismo e/o al Marxismo dell'autonomia degli anni Settanta?

In realtà fin dalla prima adolescenza mi interessano tutte le forme di comunismo possibili e immaginabili – ma specie le più eretiche - o, più in generale, tutte le teorie e le pratiche di vita alternative al capitalismo, allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, alla reificazione del vivente, alla divisione del lavoro. Il mio stesso approccio allo studio dei fenomeni artistici ha molto a che vedere con tali questioni, così come con tali questioni hanno molto a che vedere le avanguardie storiche. In esse affonda le radici - tra l’altro - l’ “ala creativa” dell’Autonomia e quello che resta forse il suo più compiuto ed emblematico esperimento, Radio Alice. Non è un caso del resto che la tendenza comunista eretica alla quale mi sono avvicinato e che maggiormente conosco sia quella identificabile con l’Internazionale Situazionista e con le sue rispettive eresie, che peraltro presenta non pochi punti di tangenza con l’Autonomia, a cominciare proprio dal rifiuto del lavoro. Fu Guy Debord - già nel 1953 - a scrivere su di un muro di Rue de Seine il famoso Ne travaillez jamais!

Cosa significa per te oggi "rifiuto del lavoro"?

“Rifiuto del lavoro” significherebbe oggi come ieri sottrarsi allo sfruttamento fisico e psichico cui la logica capitalista costringe l’uomo onde perpetuare il suo processo di valorizzazione o almeno lottare per sottrarsi. Mettere fuori gioco la regola non scritta per la quale avresti diritto ai bisogni essenziali solo se sei in grado di collocarti opportunamente sul mercato e non a priori, in quanto essere umano. Rispetto al passato credo siano però mutati almeno due aspetti, peraltro assolutamente compenetrantisi: da una parte, se, come ci insegnano ormai da almeno un quindicennio Virno, Negri ecc., il tempo di lavoro e di non lavoro sono sempre meno distinti, vuol dire che l’oppressione del lavoro è divenuta ancora più pervasiva rispetto all’era fordista; dall’altra proprio la fine del fordismo con le sue certezze sembra molto spesso indurre meno a cercare nuove strade fuori dal lavoro che a puntare ad un ripristino, nel complesso – piaccia o meno - alquanto improbabile, degli antichi ammortizzatori del capitalismo selvaggio, tendenza che non di rado sfocia appunto - tra l’altro - in un’attitudine apologetica nei confronti della nozione di lavoro.

Come cerchi di mettere in pratica questo rifiuto?

E qui viene il difficile! Diciamo che nella mia vita ho fatto sempre scelte molto più sbilanciate sul versante della passione che su quello della convenienza, pagandone anche le conseguenze. Già scegliere di condurre degli studi umanistici costituisce sempre più un'opzione “sconsigliabile” e in definitiva poco “furba”, ma ancora meno “astute” sono state le modalità con cui mi sono mosso nel sistema dell’arte contemporanea – e non a caso dopo qualche anno ho deciso di smettere di essere curatore di mostre – e gli argomenti che ho scelto per le mie ricerche.

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Devo chiarire però che reputo tutto ciò ben al di qua di un autentico “rifiuto del lavoro”, che non credo di praticare più di quanto lo pratichi l'amica e compagna Sandra Lang che mi ha preceduto, anzi forse anche meno. Talvolta con dei miei cari amici parliamo di ritirarci in campagna, di vivere dei prodotti della terra e lasciare tutto o quasi. Sarebbe forse questa l’unica via praticabile in tempi relativamente brevi per provare a sperimentare un certa forma possibile di rifiuto, fermo restando che il successo non sarebbe affatto garantito e la “ricaduta nel lavoro” sarebbe sempre in agguato. D’altra parte non mi sento psicologicamente pronto per una scelta così radicale, né so se mai lo sarò. Altro discorso sarebbe se appunto si creassero le condizioni storiche perché sorgesse una tendenza collettiva al rifiuto, cosa a mio parere non impossibile, ma non saprei delineare con nettezza il quando e il come.

Sul rifiuto del lavoro

Intervista di Jacopo Galimberti a un'anonima studentessa e militante franco-italiana

Puoi descrivere in breve il tuo lavoro?

Sono studentessa in sociologia, quinto anno di università in Francia, paese dove sono nata e cresciuta. Non lo considero un lavoro, visto che non sono pagata. Ho lavorato nel settore finanziario prima di riprendere la specializzazione, appunto per permettermi di studiare durante 2 anni.

Come ti sei avvicinata alla tradizione politica dell'operaismo e/o al Marxismo dell'autonomia degli anni Settanta?

Tutta colpa della famiglia...

Cosa significa per te oggi "rifiuto del lavoro"?

Significa non entrare nelle logiche che ti fanno poco a poco considerare la tua azienda o organizzazione lavorativa come una cazzo di famiglia, non pensare che ci passerai la vita o che darà un senso alla tua vita. Non credere che si prenderanno cura di te. Lavorare quello che lo stipendio ti paga. Anzi anche se lo stipendio non è da miseria, non passare tutto il propio tempo al lavoro. Significa considerare che c’è sempre qualcosa di più importante. Che è solo un modo per guadagnarsi il pane. Fare in modo di essere in una situazione nella quale puoi lasciarlo il lavoro se ti fa sbroccare. Per esempio essere in grado di ridure di brutto le spese minime, quindi sapere rubare quando c’è ne bisogno, occupare case (ovvio che quando hai figli o che, diventa propio dura riddure le spese). O allora avere due lavori, due capi/e. Il che non solo ti permette di giocare tra i due per ritagliarti i tuoi spazi usando la scusa dell’altro lavoro, ma inoltre te ne resta sempre uno se ti buttano fuori dall’altro o se gli mandi affanculo. Ma sopratutto significa non essere riccatabile dalla retorica del lavoro ben fatto qualsiasi sia lo stipendio. A stipendio di merda, lavoro di merda.

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Come cerchi di mettere in pratica questo rifiuto?

Se fin’ora c’è l'ho fatta ad entrare e uscire dal lavoro quando ne avevo voglia io, invece non sono mai riuscita più di tanto a sbarazzarmi della retorica del lavoro ben fatto. Se faccio un lavoro che mi piace, lavoro più di quello che la paga vale. E anche se non mi piace ma se metto i/le colleghi/e nella merda, cerco di fare le cose perbene. Gli unici compiti di lavoro che riesco a trascurare volontariamente sono le cose che considero inutili e da fare per capi/e o colleghi/e stronzi/e.

* I redattori hanno deciso di non correggere i refusi poiché li ritengono testimonianze di vicende storiche in parte legate al rifiuto del lavoro.