Intervista al movimento 15-M

a cura di Luigi Bosco

[L’intervista che segue è stata realizzata grazie alla collaborazione dell’Ufficio Stampa di DRY del movimento 15-M. In particolare ringrazio Dario Lovaglio, Aitor Tinoco, Adrià Rodriguez e Klaudia per la disponibilità e la pazienza. Inoltre, ringrazio Alfabeta2 per l’ospitalità. ]

Chi sono gli indignados che fanno parte di questo movimiento così eterogeneo? Riuscite ad offrirci un identikit “socio-demografico” del movimento?

Il Movimiento 15-M riunisce gente di tutte le classi, età e condizioni economiche. In termini generali, il movimento è composto da persone che si sono rese conto del fatto che il sistema attuale non funziona.

Nonostante la grande diversità che caratterizza i suoi membri, il movimiento riesce a mantenersi unito attorno a dei principi comuni. Cosa vi unisce rendendo “innocue”, fin quasi ad annullarle, le diversità?

Ciò che ci unisce è un nuovo modo di relazionarci con l’altro, prestando meno attenzione alle cose che ci differenziano per concentrarci maggiormente su quelle che abbiamo in comune. Ora, sebbene ciò sia inizialmente complicato – poiché veniamo addotrinati sin da bambini a fare il contrario – una volta superata questa barriera, ci si rende conto del fatto che le cose che abbiamo in comune sono infinitamente più importanti e profonde rispetto a quelle a cui prestavamo attenzione anteriormente. Leggi tutto "Intervista al movimento 15-M"

La non-rappresentanza è solo il principio

Aurelio Sainz Pezonaga

Per il 15M la non-rappresentanza non è che il principio. Questa affermazione, bisogna riconoscerlo, è attraversata da una strutturale ambiguità: perché il principio è l’inizio nel tempo, ed effettivamente il 15M inizia dichiarando che i politici non ci rappresentano, ma il principio può essere inteso anche come un tratto caratteristico del 15M. Il «non ci rappresentano» in questo caso è una presa di posizione che definisce il carattere di rottura del movimento, la distanza e la novità rispetto al modo in cui la politica ha funzionato fino a oggi. Si può aggiungere ancora che la non-rappresentanza non è altro che il principio, nel senso che si tratta solo di un gesto di rifiuto, semplice indizio di un esodo, di per sé in grado appena di produrre qualche conseguenza reale. E infine è solo il principio proprio per la sua ambiguità, perché il «non ci rappresentano» è una parola d’ordine tanto vaga che quasi non significa nulla.

Ciononostante, per uno di quei paradossi dell’immaginario, benché sembri vuoto, il «non ci rappresentano» in realtà è pieno, stracolmo dei molti e diversi modi di intendere il rapporto tra la cittadinanza e il sistema dei partiti in seno al movimento. In modo che, trattandosi di una presa di posizione fondamentale per il 15M, quel «non ci rappresentano» può significare sempre troppe cose. Conviene allora passare in rassegna almeno alcune di esse, senza pretendere di abbracciare uno spazio che eccede le nostre capacità, alla ricerca però di qualche indicazione utile a orientarci in questo vuoto così affollato. Leggi tutto "La non-rappresentanza è solo il principio"

Il potere come natura morta

Conversazione di Marco Dinelli con Lev Rubinštejn

Lev Rubinštejn, poeta e saggista, nasce a Mosca nel 1947. Considerato uno dei fondatori della scuola concettualista moscovita, è entrato nella storia della cultura russa grazie all’invenzione di un nuovo genere letterario: versi scritti su cartoncini simili a quelli utilizzati per la schedatura dei libri nelle biblioteche. I suoi testi sono circolati a lungo negli ambienti dell’underground moscovita. Le sue opere cominciano a essere pubblicate in Occidente nel 1979 e in Russia a partire dal 1989 (le sue «cartoteche» nel 1991). Negli anni Novanta e Duemila si dedica all’attività giornalistica. Ci siamo incontrati in un locale nel centro di Mosca. Abbiamo ordinato della vodka e qualche tartina al lardo. La conversazione è iniziata.

Il poeta Michail Ajzenberg parla degli anni Settanta come di una «scatola nera», una cosa in sé di cui non si è ancora riusciti a individuare un carattere specifico, un periodo non storicizzato, a differenza degli anni Sessanta, proiettati ottimisticamente verso il futuro, e degli Ottanta che segnano l’entrata della storia. Come se i due decenni fossero collegati da un anello mancante, sfuggente. Qual è la tua opinione?

Vorrei iniziare dalla cronologia. Gli anni Settanta sono stati un decennio molto lungo, durato più di dieci anni. Per me gli anni Settanta sono iniziati nel 1968, in concomitanza con vari eventi storici, per voi è stata la rivoluzione studentesca, per noi l’entrata dei carri armati sovietici a Praga. E si sono conclusi nel 1985, quando è cominciata la Perestrojka. Penso che gli eventi del 1968 siano stati molto importanti sia per la generazione degli scrittori dell’epoca del disgelo (i cosiddetti «sessantini») che per la nostra. Leggi tutto "Il potere come natura morta"

Strike, occupy, shut down! Occupy Oakland oltre lo sciopero generale

Intervista ad Alessandro De Giorgi, professore presso il Department of Justice Studies, San José State University, California.

A cura di Claudia Bernardi e Paolo Do

Negli ultimi giorni stiamo assistendo a un'inedita intensificazione del movimento Occupy. Non si tratta soltanto di una maggior diffusione delle occupazioni su tutto il territorio statunitense, piuttosto, la West Coast, in particolare Oakland, sta assumendo nuova centralità, qualificandosi come lo spazio più interessante per la capacità di rilanciare sul terreno delle pratiche e della composizione. Qual è il contesto specifico in cui nasce questa occupazione?

Oakland è una città dalla storia straordinaria, attraversata da profondissime contraddizioni socioeconomiche che si sovrappongono a quelle razziali; il suo passato è fatto di lotte sociali e mobilitazioni radicali. Qui sono nate le Black Panters, partendo dai programmi d’intervento sociale nel quartiere, per poi trasformarsi nel partito rivoluzionario che tutti conosciamo. Oakland è il luogo dove tutto questo è iniziato. Una città che, nonostante abbia subito gli effetti della feroce ristrutturazione capitalistica degli anni Ottanta, ha mantenuto un fortissimo tessuto di attivismo sociale. Leggi tutto "Strike, occupy, shut down! Occupy Oakland oltre lo sciopero generale"

La lotta degli “intermittenti dello spettacolo” in Francia

Intervista a Maurizio Lazzarato

a cura di Andrea Inglese

Maurizio Lazzarato, sociologo e filosofo, residente a Parigi, si è occupato approfonditamente del movimento sociale più innovativo e duraturo che la Francia abbia prodotto nell’ultimo ventennio, ossia il movimento dei cosiddetti intermittents du spectacle, artisti, operai o tecnici, che lavorano nell’ambito del cinema, della televisione, della musica o del teatro. Lazzarato, con Antonella Corsani, ha pubblicato nel 2008 anche un libro, Intermittents et Précaires, che raccoglie i risultati di uno studio nato dalla collaborazione tra militanti del movimento e ricercatori universitari intorno alla figura ibrida del “lavoratore culturale”. Ci pare importante, oggi, ritracciare la storia di questa lotta e la riflessione sulla realtà che essa ha prodotto. Leggi tutto "La lotta degli “intermittenti dello spettacolo” in Francia"

Intrattenere è glorioso: la videocrazia cinese

Simone Pieranni

I cinesi hanno un nome per ogni cosa con rigorose caratteristiche locali. Le fiction che risultano essere gradite al partito si chiamano Socialist mainstream melody (shihui zhuyi zhuxuanlu). Quello che non volevano i governanti cinesi invece, era scritto molto chiaro, senza lesinare parole: «Non vanno bene le fiction che non descrivono lo spirito coraggioso dei “lavoratori-contadini-soldati” e degli intellettuali durante il Periodo delle riforme in modo colorato e vivo e che si perdono dietro storie d’amore invogliando anche i rapporti extraconiugali». Anni Ottanta, quando la Cina stava per mettersi ai blocchi di partenza, dopo aver visto la morte di Mao, la fine della Rivoluzione culturale e l’arresto della Banda dei Quattro: Deng Xiaoping pronto a riportare il paese a essere la Terra di Mezzo. Leggi tutto "Intrattenere è glorioso: la videocrazia cinese"

We are 99. Come la folla rivendica la sovranità

Daniele Salerno

Rivolte, riots, disordini, sommosse, cortei, rivoluzioni. Sono queste probabilmente le parole più usate nel 2011 e ciò evidenzia che il grande protagonista di quest’anno è stata la folla. La differenza tra le parole evocate sta nei modi in cui la folla si forma e diviene soggetto collettivo all’interno di una scala tra il massimo grado di dispersione e il massimo grado di aggregazione. Nei disordini (per esempio quelli dell’estate in Inghilterra) la folla viene rappresentata come sfrangiata, in flusso verso i mille rivoli degli spazi urbani: essa è pulviscolare e non dotata di volontà o intenzionalità collettiva (erano casomai intenzionalità singole uguali, e quindi potenzialmente in conflitto, che si contendevano lo stesso oggetto: la roba); nei cortei la folla appare formata dalle pratiche proprie delle manifestazioni politiche: slogan, musiche e ritmi insieme a striscioni e bandiere costruiscono discontinuità regolari, oltre che spazi di parola veri e propri. Leggi tutto "We are 99. Come la folla rivendica la sovranità"