La terra ferma, ovvero il cinema inesistente di un paese alla deriva

Francesco Crispino

Un relitto al quale sono disperatamente attaccate un centinaio di braccia sferzate dalle onde. Due funivie che si sfiorano e che poi si allontanano in opposte direzioni. La sconsolata lettera d’addio di un alieno, fuggito deluso dalla Terra e dai suoi abitanti. Per parlare dello stato attuale del nostro cinema forse si potrebbe partire da qui, dalle immagini ufficiali, da quelle designate per rappresentarlo all’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (edizione 68) nonché, nel primo caso, anche per la selezione dell’Academy Award. Immagini che costituiscono simbolicamente la vetrina di un cinema attraversato dall’endemica incapacità di saper parlare dell’Altro, di saperlo ri-conoscere, di saperlo accogliere. E quindi incapace di parlare d’altro che non sia se stesso, laconicamente autoreferenziale, sclerotizzato su formule narrative e consunti modelli in cui si rispecchia l’immaginario di un paese fermo, improduttivo, naufragato. Entrambi, il paese come il cinema che lo rappresenta, alla disperata ricerca di una “terraferma”.  Leggi tutto "La terra ferma, ovvero il cinema inesistente di un paese alla deriva"

In memoria di Cy Twombly

Achille Bonito Oliva

1957, arriva a Roma e si mette in silenzio ad abitarla.

Presenta i suoi segni con discrezione e distacco come non fossero suoi. E subito riceve i consensi di un ambiente che ne percepisce la novità di impianto. Cy Twombly, americano della Virginia, arriva in Italia lasciandosi alle spalle la situazione ormai matura dell'action painting. Una pittura che cercava di esorcizzare l'esterno attraverso l'attuazione di un gesto vitalizzante, che si accampava perentoriamente nello spazio estetico. E il gesto era assoluto, inglobava la presentività di sé e la necessità di una regressione alla felicità della matrice. Leggi tutto "In memoria di Cy Twombly"

La scrittura, il coraggio e la paura della neve

Diego Guzzi

«Non sono rassegnato a morire, né angustiato dalla morte. Sono furioso, straordinariamente irritato dall’idea che presto non sarò più qui, in mezzo alla bellezza del mondo o, al contrario, nel suo scialbo grigiore». Così Jorge Semprun su «Le Monde», pochi mesi prima di andarsene. Nato a Madrid nel 1923, esiliato in Francia all’arrivo del franchismo, decise di militare nella resistenza comunista. Arrestato dalla Gestapo, venne torturato e deportato a Buchenwald. Uno dei momenti più drammatici dei sedici mesi nel Lager fu l’incontro con un ebreo polacco, reduce di un Sonderkommando di Auschwitz: una riunione clandestina nell’infermeria del campo e il racconto dell’annientamento sistematico nelle camere a gas; una violenza che, per la prima volta nella storia, non lasciava sopravvissuti. Al ritorno nelle baracche infuriava una burrasca di gelo. Da quel momento, per Semprun la neve divenne il simbolo, fortuito quanto indelebile, di una vicenda di morte. E, al contempo, un’esortazione a testimoniare. Leggi tutto "La scrittura, il coraggio e la paura della neve"

Berlusconi e la paura del racconto. A proposito di Silvio Forever

Alberto Gangemi

Più d’uno ha scritto che Silvio Forever, il film di Roberto Faenza e Filippo Macelloni, scritto da Gian Antonio Stella e Marco Rizzo, è un film su Berlusconi diverso da tutti gli altri. Chiunque l’abbia visto sa che è così. Gli stessi autori e registi lo attribuiscono a una scelta di genere inedita come l’autobiografia non autorizzata. Di biografie non autorizzate di B. se ne contano a decine, in effetti, ma di autobiografie ancora non se ne erano viste.

Le malefatte del Presidente del Consiglio, i vizi, le frequentazioni, le parole d’ordine, gli amici, il Milan, la Televisione, le Donne e Mamma Rosa: tutto questo lo spettatore già lo sa a menadito: quello che c’era da sapere, in fondo, lo si è saputo. Colpisce, invece, sentirselo raccontare dalla viva voce dell’interessato, come si dice, «con parole sue». Leggi tutto "Berlusconi e la paura del racconto. A proposito di Silvio Forever"

Ancora sul caso Fondazione Giacometti-John Baldessari

[Su alfabeta2 di aprile Raffaella Perna ha riferito delle opere di John Baldessari ispirate ad Alberto Giacometti ed oggetto di controversia. Exibart.tv ha pubblicato una videointervista al curatore della mostra Germano Celant e The Indipendent ha una galleria fotografica delle opere contestate. Abbiamo chiesto all'autrice un approfondimento che pubblichiamo qui.]

Raffaella Perna

Controversie legali incentrate sulla nozione di plagio come quella attualmente in corso tra la Fondazione Giacometti di Parigi e l'artista californiano John Baldessari (si veda il n. 8 di “Alfabeta2”) rendono evidente l'intrinseco disagio nell'elaborare e nell'esplicitare una possibile definizione d'arte, valida a livello critico, filosofico, giuridico. Leggi tutto "Ancora sul caso Fondazione Giacometti-John Baldessari"

La serena nostalgia

Michele Emmer

Still ist mein Herz, und harret seiner Stunde!
Die liebe Erde allüberall
blüht auf im Lenz und grünt
Aufs neu! Allüberall und ewig
blauen licht die Fernen!
Ewig... ewig....
(Tace il mio cuore e attende con ansia la sua ora!
La cara terra dovunque
fiorisce in primavera e verdeggia
sempre di nuovo. Dovunque, eternamente
d'azzurro s'illuminano i lontani orizzonti!
Eternamente...eternamente...")

Le parole conclusive dell’ultima lirica di Der Abschied (l’addio)  de Das Lied von der Erde (il canto della terra) di Gustav Mahler, del 1908. "Il canto della terra è la musica più personale che io abbia mai scritto",  Mahler all'amico Bruno Walter, il famoso direttore d’orchestra che diresse la prima assoluta del Canto della terra dopo la morte del compositore. Rassegnazione, presagio della fine, sinfonia ma senza la numerazione della altre sinfonie di Mahler. Leggi tutto "La serena nostalgia"

“Capitan Simonini c’est moi”

Maurizio Ferraris

Bagna cauda, finanziera, agnolotti alla piemontese, pisci d’ovu, babbaluci a picchipacchi, piscistocco alla ghiotta, tartaruga al madeira, poulet archiduc, canard à la presse, truffes au champagne. Confesso che anch’io ho sofferto sulle ricette disseminate da Umberto Eco in Il cimitero di Praga, ho incominciato a contarle, a un certo punto mi sembrava davvero che fossero messe lì per allungare il brodo. Poi ho capito che erano tra i pochi documenti verificabili in un libro sui falsi, e soprattutto ho capito che non è vero che tutti i personaggi sono storici tranne Simonino Simonini, che è di invenzione. Piuttosto, è il contrario. I personaggi storici sono appunto falsati dalla storia, mentre Simonini è vero per intero, ed è Umberto Eco. Simonino Simonini c’est lui, e Il cimitero di Praga è un’altra tappa di quella autobiografia incominciata con Il nome della rosa (e in realtà con Diario Minimo) e proseguita attraverso gli altri romanzi (giusto per dire, la Bompiani anni Sessanta raccontata in Il pendolo di Foucault, o la Milano anni Novanta di La misteriosa fiamma). Leggi tutto "“Capitan Simonini c’est moi”"