Come ho letto la poesia di Leonard Cohen – un abbozzo

Damiano Abeni

 With three parameters, I can fit an elephant.
Lord Kelvin

What is the nature of an experimental action?
It is simply an action the outcome of which is not foreseen.
John Cage

 

 La base di ogni attività è la misurazione.

La misurazione, indipendentemente dallo strumento impiegato e dal suo grado di precisione – ad esempio, dall’occhio al microscopio elettronico –, non è altro che un esercizio di rappresentazione di una realtà che si cerca di conoscere.

Una misurazione esatta è impossibile. Anche nel caso più semplice, ad esempio la misurazione di una lunghezza, tra un millimetro e l’altro – come tra ogni numero e qualsiasi altro – esistono infinite frazioni di millimetro e la probabilità che noi misuriamo esattamente quella lunghezza è uno fratto infinito. Per definizione: zero.

Ciò nonostante, sulla base di misurazioni più o meno imprecise, si prendono decisioni (pensate a quando attraversate una strada).

Misurazioni ottenute con buona approssimazione ci mettono in condizione di prendere buone o cattive decisioni. Sulla base di misurazioni ottenute con cattiva approssimazione è raro prendere buone decisioni.

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Nello Zibaldone, citando Pindemonte, il 13 settembre 1831 Leopardi scrive che le parole sono “non la veste, ma il corpo de’ pensieri”. È quindi lavorando sulle parole e sui componenti delle parole, e sul sistema di relazione tra le parole e i componenti delle parole che si può approssimare la conoscenza del corpo della poesia.

Il parametro visivo è il primo che ispezioniamo, dal quale raccogliamo indizi, o prove.

La macrostruttura è di solito facile da individuare: forme codificate, strofe, rime, numero di sillabe e accenti, ripetizioni, anafore, ecc.

Poi è utile stilare regesti: una concordanza delle singole lettere (quante a, e, i,… quante b, c, d, ecc.), una conta delle vocali accentate e delle sillabe implicate/libere (da cui dipende la durata della vocale accentata: note vs. notte), e così via.

Quindi si passa a classificare vocali (incrociando le classi anteriore, centrale, posteriore con le caratteristiche chiusa, semichiusa, semiaperta, aperta) e consonanti (polmoniche e non polmoniche, e poi via via occlusive, nasali, ecc, da incrociare con bilabiali, labiodentali ecc….).

A questo punto si comincia a studiare la relazione tra le parti.

È utile copiare a mano libera la poesia da tradurre.

Utile anche battere a macchina (ormai, al computer) la poesia: prima lentamente e poi il più rapidamente possibile – senza pensare minimamente a quello che si sta scrivendo, ma cercando di percepire dove e con che frequenza vanno a cadere i polpastrelli.

Poi si passa al colore (Dylan Thomas: the colour of saying): su una fotocopia ingrandita, con matite colorate si evidenzia tutto quello che si è visto ai passi precedenti, e si tracciano linee e simboli che fanno risaltare le relazioni tra le parti. A colore uguale corrisponde rima uguale, assonanza uguale, allitterazione, ritorni di consonanti dentali, velari, ecc. Guardare la poesia colorata da una certa distanza, senza che si possano leggere le parole, dà una buona idea del colore di quel dire.

Il secondo paramentro è quello sonoro, e ovviamente discende dal primo.

Il suono ha quattro caratteristiche: altezza, timbro, intensità e durata. La durata comprende sia il suono che il silenzio.

La poesia va letta ad alta voce. Va letta più volte, sforzandosi di leggerla in modi diversi: questo è importante. Le letture andrebbero registrate e riascoltate. Per imparare a leggere “in modi diversi” è fondamentale ascoltare le due registrazioni delle Variazioni Goldberg di Glenn Gould. Ma è utile anche ascoltare canzonette pop in varie versioni (Knocking on Heaven’s Door, da Bob Dylan – le innumerevoli versioni di Dylan – fino ai Leningrad Cowboys, per esempio).

Senza lettura ad alta voce è impossibile misurare l’intonazione, la cadenza, lo sviluppo armonico delle parti e del testo nel suo complesso.

Aiuta sentire la poesia letta dall’autore/autrice, ma non è essenziale. A volte lo è, raramente.

Le letture di attori/attrici sono in genere da evitare, se non per il fatto che possono fornire ottimi esempi di cose da evitare.

Il parametro ctonio è, per definizione, il meno definibile.

Corrisponde a quello che i musicisti chiamano pulse, l’impulso e l’eco che sottende la parte più direttamente percepibile di ritmo e armonia. È la voce dell’universo di ogni singola poesia, raccolta di poesia, opera poetica di un autore.

Spesso è ciò che colpisce per primo, sempre è ciò che si misura per ultimo, se mai ci si riesce.

Qui c’è bisogno di più ricerca sistematica. Ma siamo arrivati a misurare cose apparentemente indefinibili come la temperatura, l’ansia e la depressione…

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A un certo punto si traduce. Allora va letta la traduzione, va “misurata” secondo gli stessi parametri e con gli stessi strumenti dell’originale.

Funziona?

Il processo di misurazione andrà ripetuto sulla traduzione, o anche sull’originale, fino ad arrivare a rispondere “più o meno funziona”.

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Tutto ciò dà per scontato che le parole abbiano un significato, e che il significato sia almeno in parte condiviso. Insomma che bianco e nero, destra e sinistra non siano sinonimi, o comunque non mutualmente interscambiabili senza conseguenze.

In un paese in cui la gente chiaramente non capisce la differenza tra “entrata” e “uscita” (sui mezzi pubblici, ad esempio), e continua a votare come vota, mi sono sentito in dovere di dirlo.

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Così le poesie di Leonard Cohen sono finite in mano a un giudice e a un epidemiologo. Figure professionali che devono avere a che fare con la realtà, anzi con la rappresentazione della realtà sulla base della quale si devono poi prendere decisioni.

Certo, il processo descritto qui sopra non è stato ripetuto meticolosamente su ogni pagina per circa millequattrocento pagine, nei dieci anni in cui sono usciti i sei libri di Cohen pubblicati da Minimum Fax.

Ma voi, ogni volta che attraversate la strada, prendete in considerazione esattamente la larghezza della sede stradale, la velocità delle auto che si avvicinano, la vostra velocità, lo stato dell’asfalto, il tipo di scarpe che portate, le condizioni metereologiche, l’illuminazione… ?

Questo testo è la rielaborazione dell'intervento che Damiano Abeni ha tenuto sabato 10 maggio alle 15.30 al Salone del libro di Torino nell'ambito del ciclo di incontri sulla traduzione editoriale L'autore invisibile. Il programma completo del ciclo, curato da Ilide Carmignani, si può consultare alla pagina Facebook https://www.facebook.com/AutoreInvisibile

Pubblichiamo qui di seguito il Prologo con cui a sorpresa si chiude il volume Caos, pendole, cocomeri (L'Obliquo 2014), che contiene alcuni dei moltissimi testi tradotti da Damiano Abeni nella sua quarantennale attività.

PROLOGO

Rivendico drasticamente l’atipia
lentissimamente imparata
della mia minore magia,
poesia in forma data
e significato chiuso. Non esiste
in italiano nulla come i miei originali:
l’eccellenza del poeta consiste
nel cogliere opportunità singolari
nel proprio linguaggio.
Tecnica, sogno, fortuna, coraggio
e giustezza di mano
sul foglio non vanno lontano
se dal vedere non si sale al percepire,
dal sopravvivere al vivere, che è dire.

I proprietari di motociclette leggono?

Antonella Agnoli

Il maggior pregio del volume La biblioteca che vorrei di Antonella Agnoli (Editrice Bibliografica 2014) è di fornire, con abbondanza di esempi concreti, le “istruzioni per l'uso” necessarie per trasformare ogni biblioteca in uno spazio di incontro vitalissimo per la comunità di riferimento. Ma Agnoli non perde l'occasione, come nello stralcio che proponiamo qui sotto, di sfatare una quantità di luoghi comuni su libri e (non) lettori.

“Gli italiani non leggono e anche per questo non vanno in biblioteca” è una frase che sento dire da decenni. È lo sfondo del dibattito sui problemi del libro. Cosa ci dice l’Istat? “La po-polazione di 6 anni e più che, nel 2013, si è dedicata alla lettura di libri (per motivi non strettamente scolastici o professionali) nell’arco dell’ultimi 12 mesi è pari al 43,0 per cento”.

Quindi meno di un italiano su due legge almeno un libro l’anno: “Nel 2013 – continua l’Istat – si assiste ad una significativa flessione dei lettori di libri i quali, nel 2012, risultavano essere il 46,0 per cento della popolazione considerata: meno 3 punti percentuali” [Istat 2013]. Le sconsolanti conclusioni tratte da queste nude cifre sono così inattaccabili? Hanno il significato che viene loro attribuito nei convegni? “Quel che vedi dipende dal tuo punto di vista” mi ha insegnato Marianella Sclavi, un’amica che gira il mondo insegnando “l’arte di ascoltare” [Sclavi 2003].

Proviamo a guardare le cose diversamente: siamo sicuri che quando chiediamo a qualcuno se ha letto un libro negli ultimi 12 mesi, la parola “libro” abbia lo stesso significato per noi e per lui? Per “noi” intendo chi lavora nell’editoria o nelle biblioteche, gli intellettuali che di volumi ne possiedono a centinaia o a migliaia, i rilevatori dell’Istat. Per queste categorie di persone un libro è qualsiasi oggetto cartaceo rilegato che si compra in libreria. Ma “loro”, i cittadini che sono sempre di fretta, non per seguire gli aggiornamenti su Twitter ma per i ritmi frenetici che la vita impone, danno alla parola lo stesso significato? Forse no.

Condizionate da una tradizione intellettuale un po’ spocchiosa, le donne pensano che il ricettario di cucina che hanno comprato, e usato, non sia un libro. E gli uomini che si sono procurati un utilissimo manuale di bricolage rispondono “no” quando gli si chiede se hanno “letto un libro”. Entrambi probabilmente hanno dimenticato di aver comprato un giallo all’edicola della stazione, la dieta Dukan o magari La felicità di Epicuro nelle edizioni Stampa Alternativa. Bruno Mari, il vicepresidente della Giunti, spiega che esiste un’area grigia del mercato editoriale italiano (la manualistica, la cucina, gli atlanti, i dizionari) che interessa a milioni di persone che si considerano “non lettori” [Mari 2013].

Del resto, basterebbe guardare le statistiche dei prestiti nelle biblioteche, o le classifiche della “varia” pubblicate dai giornali, per scoprire che i libri con un risvolto pratico, i libri che insegnano a fare qualcosa sono richiestissimi. “La scomparsa degli utensili dalla nostra educazione collettiva è il primo passo verso una maggiore ignoranza del mondo di oggetti in cui abitiamo” [Crawford 2010, p. 1]. I cosiddetti non-lettori intuiscono che non c’è vero “sapere” senza “saper fare”, mentre i nostri punti di vista convenzionali spesso rendono sterile la discussione su cultura, ricerca e innovazione in Italia.

Non sarò io a sostenere che tutto va bene e che l’Italia è in realtà un paese di lettori, al contrario: so bene che “si dichiarano lettori di libri nel tempo libero il 30,7% dei residenti nell’Italia meridionale” meno di un terzo della popolazione [Istat 2013, p. 221]. Sono però convinta che dobbiamo rivalutare alcune forme di sapere “non libresco”, di artigianato. La competenza del contadino che sa tutto dei suoi campi, quella del pescatore che prevede il tempo solo guardando l’orizzonte, quella del giardiniere a cui basta un’occhiata per valutare lo stato di salute di una pianta sono saperi articolati, complessi e preziosi [Bonet 2014]. Molto più di quelli della “lettrice forte” che ogni settimana va in libreria a comprarsi l’ultimo romanzo entrato in finale al Campiello o allo Strega. Se provassimo a portare alcune di queste competenze in biblioteca, per farne fruire anche chi fatica ad avvitare una lampadina?

Un libro-culto della mia generazione è stato quello di Robert Pirsig Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta. Libro misterioso: diario di viaggio, trattato di filosofia, saggio sulla civiltà occidentale e nello stesso tempo manuale di manutenzione della motocicletta. Il suo significato, almeno per come l’ho capito io, è però semplice: la nostra visione della vita non può prescindere dal rapporto con il costruire, aggiustare, riparare gli oggetti. Una vita usa-e-getta mutila la nostra anima, come hanno riscoperto recentemente anche Richard Sennett [2012] e Matthew Crawford [2010].

Dobbiamo saper fare: controllare la moto, rimettere al suo posto la catena della bicicletta, cambiare la guarnizione di un rubinetto, accendere il caminetto senza incendiare la casa. In questa prospettiva, creare un luogo pubblico dove si facciano corsi di giardinaggio, si insegni l’uncinetto, si trovi qualcuno che ti aiuta a costruire uno scaffale, si tengano corsi di ikebana, o di soffiatura del vetro, è un luogo dove circolano dei saperi. Un tempo questa abilità passavano di padre in figlio, oppure si andava all’osteria in piazza e si trovava chi ti spiegava e magari ti dava una mano. Oggi le osterie mirano solo ad accalappiare i turisti, e per il rubinetto che gocciola siamo costretti a chiamare l’idraulico, ma c’è un bisogno latente di recuperare una dimensione manuale della conoscenza, e della vita, come ha mostrato Richard Sennett nel suo L’uomo artigiano [2012].

È questo bisogno che viene recepito dalle biblioteche nei paesi scandinavi, o negli Stati Uniti, dove i gruppi spontanei si danno appuntamento per un corso di falegnameria o l’organizzazione di una parata di Harley Davidson. È questo bisogno che oggi trova una nuova dimensione nelle stampanti 3D, che teoricamente consentono di produrre in casa praticamente qualsiasi cosa. È questo bisogno che viene riscoperto nelle social street, dove il mutuo aiuto viene organizzato con l’aiuto dei social network. È questo bisogno che possiamo intercettare attraverso la biblioteca, che ovviamente deve suscitare interessi, facilitare scoperte, organizzare gruppi, non trasformarsi in officina (anche se avere una stampante 3D in biblioteca è un esperimento interessante).

Oggi far nascere una biblioteca richiede un movimento che nasce dal basso, un progetto di edificio che nasce dalla domanda di cultura e di socialità, come è avvenuto con le tante manifestazioni del tipo di quelle per il recupero dei cantieri della Zisa a Palermo o del teatro Valle a Roma. Non è un caso che il movimento Occupy Wall Street, a New York, come prima iniziativa abbia aperto una piccola biblioteca sotto una tenda a Zuccotti Park, ed è ancora meno un caso che un giudice americano abbia condannato l’amministrazione comunale a risarcire la distruzione del patrimonio librario causata dalla polizia durante il successivo sgombero. Negli Stati Uniti si possono manganellare i dimostranti, non buttare al macero i libri: possiamo fare nostra questa grande manifestazione di democrazia, oltre che di rispetto per la cultura? Lo stesso è avvenuto nel 2013 anche nel Gezi Park di Istanbul, dove i manifestanti avevano costruito una biblioteca all’aria aperta.