Che cosa vuol dire leggere oggi

Francesca Rigotti

Mi hanno dato ben 6.000 caratteri per svolgere il tema Che cosa vuol dire leggere oggi, ma mi rendo subito conto che non sono in grado di scriverli in maniera impersonale. Come si legga oggi non lo so con precisione: dovrei aver fatto una ricerca accurata sul tema e possedere competenze sociologiche che non ho.

Certo che mi arrivano segnali dall'esterno, ma vivendo da eremita tra paesi stranieri non ne colgo molti. Viaggiando tanto però, in treno e in aereo, cònstato con i miei occhi che i viaggiatori non hanno più in mano libri o giornali, se non sporadicamente: la stragrande maggioranza di loro manovra uno smartphone o un computer, raramente, molto raramente un tablet; quindi non legge caratteri ma guarda messaggi, anche se prevalentemente ascolta musica. L'unica cosa che so bene è che cosa vuol dire per me leggere oggi e di questo scrivo.

Sono una donna, una docente e una autrice di saggi nata nel 1951; vivo tra i libri da quando ho iniziato a leggere, a tre anni, nel 1954 (ne parlo più avanti), anche se sono nata e cresciuta in una casa senza libri e mi sono dovuta arrangiare da subito con prestiti tra amiche e compagne e soprattutto con le biblioteche. Ottimo sistema, il prestito pubblico, o la lettura diretta in bilioteca, che permettere di leggere tantissimi libri senza acquistarli, col doppio vantaggio di non spendere e di non riempirsi la casa. So che l'affermazione può scandalizzare: editori e librerie ne patiscono, e il lettore non possiede materialmente i libri che legge; molti non lo sopportano e dichiarano che loro i libri devono possederli per sentirsi bene, e mostrano con orgoglio le loro bibliotechine di casa o le distese dei loro palazzi con le stanze dei libri, come quelle di Massimo Cacciari. Io il problema non ce l'ho, non l'ho mai avuto e non so nemmeno come potrei soddisfare la brama di aver libri, se mai mi prendesse, col mio budget limitato e le nostre abitazioni di formato ridotto.

Leggo oggi di media dai 12 ai 18 libri al mese in inglese, italiano, tedesco, francese, libri di carta, pesanti, oggetti solidi da tenere in mano e sfogliare, che mi segnalano a che punto sono dallo spessore delle pagine a sinistra, quelle già lette, rispetto a quello delle pagine a destra, ancora da leggere. Libri di saggistica, prevalentemente, ma anche libri di narrativa, la sera e nel fine settimana. Questo per i libri interi; di fatto leggo molte più pagine di saggi scientifici, contributi a congressi, articoli di riviste e giornali, tesi, relazioni e lavoretti degli studenti (in forma mista, talvolta cartacea, talvolta elettronica), e poi, in rete, articoli, osservazioni, commenti, oltre alla impegnativa posta quotidiana.

Talvolta mi sembra che leggere sia la mia unica competenza, la più importante per la mia formazione e per la mia vita; una competenza imparata, senza accorgermene, da piccolissima. La leggenda familiare racconta che iniziai a leggere insieme a mia sorella maggiore – che oggi è affermata studiosa e docente universitaria a Caen, specializzata in letteratura italiana per l'infanzia e che si firma come Mariella Colin ma che allora era Mariella (Maria Rosaria) Rigotti – quando ella frequentava la prima elementare e io non andavo nemmeno alla scuola materna (che allora si chiamava asilo). A Natale del 1954, quando Mariella aveva sei anni e io tre, leggevamo entrambe speditamente.

Lessi da quel momento in poi tutti i caratteri stampati che trovavo; leggevo persino, ad alta voce, le pubblicità all'interno dei tram verdi e gialli di Milano, in braccio alla mamma, compiacendomi del fatto che la gente si meravigliasse (è uno dei miei primi ricordi). Lessi tutti i pochi libri per l'infanzia che c'erano in casa, lessi e rilessi fino a disfarli i volumi dell'Enciclopedia dei ragazzi (quegli strani “ragazzi mondadori” che né mia sorella né io capivamo chi fossero), per poi tuffarmi nella bibliotechina di quartiere che si trovava in un locale della scuola elementare, di mia sorella e poi mia, la scuola «Ariberto di Intimiano e Matilde di Toscana» in via Ariberto a Milano. Lì i libri mi venivano porti da sopra il bancone, cui non arrivavo, da una bibliotecaria molto simile alla signora Felpa di Mathilda di Roald Dahl; libri che io non “ordinavo” ma che la signora individuava come adatti e interessanti.

Poi, all'età di otto anni, mi venne in mente, non so come, di stendere un elenco degli autori e dei titoli dei libri che avevo letto fino a quel momento – erano ben settantasette -. Quell'elenco è continuato, svolgendosi lungo tre quaderni, fino ad oggi, quando la somma sta per toccare quota tremilacinquecento. L'elenco comprende esclusivamente e rigorosamente libri letti per intero, gli unici che hanno diritto a entrarvi; quelli di cui ho letto una parte più o meno lunga, un saggio, due capitoli ecc. non vi hanno accesso anche se sono infinitamente di più.

E oggi? Dal momento che in Italia è considerato lettore forte chi legge un libro al mese, penso di essere lettrice forte, fortissima, forzuta. Continuo a procurarmi i libri nelle biblioteche, alcuni ne acquisto, altri mi arrivano per recensione o in omaggio. Se li leggo sul tablet? No, ancora no anche se non penso che manchi molto. In viaggio e la sera romanzi; durante la giornata la saggistica, sul divano con la matita in mano ma più spesso alla scrivania per appuntare i passi che mi interessano su quaderni, una serie che a metterli in fila occupa parecchi metri di dorsi. Tutti schedati, datati e indicizzati. Appunto su quei quaderni gli spunti, le idee, le citazioni relative agli argomenti che sto seguendo in un dato periodo, tre o quattro, e che in genere mi servono per scrivere altri saggi o altri libri.

Se poi tutti questi libri, i miei e quelli degli altri, siano davvero indispensabili e importanti, francamente lo dubito. Tanto più che oggi sovente si usa la tattica di montare un libro intorno a una idea, magari interessante ma una sola, il che non basta. Un esempio, relativamente a un libro di narrativa letto di recente: The Goldfinch di Donna Tarrt, Il cardellino. Quasi ottocento pagine su una e una sola idea, la scomparsa di un piccolo dipinto di pittore olandese del Seicento durante un attentato. Tutto ciò è fuori misura e inadeguato e rivela la presenza di un'operazione commerciale di bassa lega e nemmeno tanto coperta. Terminato il romanzo mi sono consolata con Se una notte d'inverno un viaggiatore.

Se condivido con qualcuno le mie letture? No, me le tengo per me: è raro che mi capiti di parlarne con qualcuno ma non importa, leggere è una passione solitaria, sempre più solitaria. Se riesco a leggere in maniera rilassata e continuativa? No, o molto meno che in passato. Le lunghe ore ininterrotte dedicate alla pagina scritta sono un ricordo del tempo che fu anche per una lettrice tutto sommato di vecchia maniera. Le interruzioni sono frequenti e non sono quelle per andare in bagno o bere un bicchiere d'acqua e neanche per rispondere a squilli di telefoni ormai quasi inesistenti. Sono le note interruzioni del ping dell'e-mail o dell'SMS (non del contatto FB o Twitter o altro social network a cui ho scelto deliberatamente di non collegarmi per non cadere in nuove dipendenze).

Sullo Speciale Leggere oggi anche
Mario Marchetti, Leggere un inedito (per il premio Calvino)

Leggere un inedito (per il premio Calvino)

Mario Marchetti

Chi scrive e manda il manoscritto a un concorso lo fa sostanzialmente per due motivi (mi baso sull'esperienza fatta al Calvino): perché desidera essere letto (desidera che il suo vissuto e le sue fantasie vengano condivise, vorrebbe che ad esse fosse riconosciuto un senso e il suo atto è quindi una sorta di protesi esistenziale) o perché desidera essere pubblicato (aspira al successo o alla “gloria”, per usare un’espressione leopardiana); naturalmente i due ordini di motivi non poche volte s’intrecciano.

Gli uni vogliono fondamentalmente comunicare, parlare, discutere dei temi che stanno loro a cuore, non sentirsi “soli al mondo”, hanno bisogno di essere-insieme ad altri simili (e non pare che la rete, coi suoi portali, coi suoi blog s coi suoi talking points, possa essere sostitutiva o sufficiente): non dimentichiamo che la scrittura è, a suo modo, carne e non virtualità pura; gli altri, per lo meno all’inizio, hanno bisogno di indicazioni, consigli, critiche riguardo alla loro scrittura e alla loro pubblicabilità. Entrambe le categorie vogliono “incontro”. E questo che il Premio cerca di offrire, è questa la direzione. Intervenire anche a monte e a valle.

Se è vero che la scrittura, non diversamente dalla lettura, per citare il Nobel Gao Xinjang è un atto di solitudine – è pur vero che il Nobel cinese ci parla di vocazioni alte, univoche, totalizzanti − non nasce o difficilmente nasce dall'isolamento; ricordiamo, poi, che in passato i letterati o gli aspiranti tali disponevano di riviste, circoli, gruppi di amici, caffè, che li seguivano, li sostenevano, o magari anche li stroncavano (meglio del silenzio e del vuoto), istituti oggi sostituiti da nulla o dal nulla. Sovente si scherza sul fatto che in Italia sarebbero più numerosi gli scrittori che non i lettori: certo la cosa si presta all’ironia, ma c’è un altro aspetto da considerare, la domanda sottesa di umanità che c’è nello scrivere, domanda che va accolta e recepita. La scrittura è poi comunque un atto di democrazia che si basa sull'uso libero e universale della parola, e in un certo senso possiamo considerarla come una pratica legata all'economia del dono.

Si tratta di considerazioni, naturalmente, che non intendono eludere il problema del valore letterario della scrittura. Ma siamo convinti che un tessuto di più fitto sostegno e comunicazione potrebbe far meglio emergere ciò che ha un valore significativo, destinato a durare, un valore più generale ( più universale, si diceva un tempo). Ci sembra che occorra ricreare uno spazio tra il nulla, l'isolamento e la macchina editoriale. L'editoria, ovviamente, ha le sue leggi: è un'industria, un investimento, deve fare profitto. Non possiamo più chiedere agli editori di oggi ciò che facevano, sia pure in modi diversi, Giulio Einaudi o Valentino Bompiani.

Ed è proprio questo che cerchiamo di fare col Premio Calvino, non limitarci a premiare, ma creare uno spazio che permetta l'emersione del nuovo, che metta in contatto scrittori, critici, addetti ai lavori, appassionati, che faccia crescere un discorso, che permetta scambi di idee, conoscenze esternamente alla macchina editoriale, anche se parallelamente ad essa e non in conflitto con essa. Uno spazio in cui si possa ragionare liberamente senza calcoli immediati di vendibilità. Dopodiché, non si nega, ça va sans dire, l'importanza di essere pubblicati e ben distribuiti. Ma questo dev'essere un approdo.

Tutto ciò implica per il lettore del Calvino un particolare atteggiamento: non si legge unicamente per selezionare gli eletti, o l’eletto, ed escludere gli altri. Questa è una lettura da casa editrice. Ed è ovviamente più che legittima. La casa editrice deve stabilire cosa sia, o meno, pubblicabile secondo propri criteri che possono essere di linea editoriale complessiva, di collana specifica, commerciali, di gusto del pubblico, di supposta attualità. Teniamo presente poi che oggi, per lo più, il bilancio costi/benefici si fa libro per libro, il che ha delle evidenti ricadute sulle scelte dei responsabili di collana o di settore. Questa lettura può essere relativamente rapida: in effetti per stabilire se un libro abbia certi requisiti è sufficiente leggere, per chi abbia la mano, poche decine di pagine all’inizio e sparsamente. Solo se il libro appare corrispondere a certe esigenze editoriali, verrà poi letto più compiutamente, e spesso ancora da lettori esterni. Superata la lettura integrale, il libro potrà quindi passare nelle mani di un responsabile interno… Insomma la strada è lunga e costellata da una serie di passaggi, tramite i quali via via procede la selezione.

Il lettore del Calvino legge, invece, il testo integralmente, anche se si tratta di una saga fantasy proliferante per centinaia di pagine, come usa e non poche volte accade, anche se l’autore pensa, non sempre ragionevolmente, di avere scritto un nuovo Don Chisciotte. Prima di tutto occorre comprendere il testo e le sue motivazioni, e questo in vista della stesura della scheda che, al termine di ogni edizione, si invia a ciascun concorrente. Ci si può accorgere che il testo è decisamente velleitario, che il concorrente, in modo, più o meno ingenuo, più o meno consapevole, mira, nelle sue fantasie, a un immediato successo di mercato, imitando o plagiando i successi del momento. Ci si può, invece, rendere conto di come il testo, per quanto letterariamente non persuasivo, risponda a motivazioni profonde dell’autore, a un bisogno di mettere sulla pagina cose che lo coinvolgono, che sovente lo hanno anche ferito (in questo caso la scrittura funge da balsamo); un testo può essere il regesto di esperienze del passato, di storie di paese, di costumi dimenticati.

Quanti libri soprattutto negli anni Novanta abbiamo ricevuto di donne che raggiunta la maturità, sotto l’influenza dell’aura femminista e del pensiero femminile diffusi nei decenni precedenti, hanno sentito il bisogno di fare il punto sulla propria vita: tutti testi dignitosi per la spinta stessa che si trova alle loro origini. O quanti libri di persone anziane che ritornavano al passato, a quando le metropoli di oggi confinavano ancora con la campagna, a quando nelle risaie si pescavano ancora le rane, agli anni della ricostruzione, quando l’impulso al lavoro era una sorta di inno collettivo. C’è chi ci ha raccontato la sua reale follia, chi ci ha raccontato di infamanti accuse che ha subito, come quella di molestie nei confronti dei suoi figli. Ecco, allora nel redigere la scheda dobbiamo tenere conto del prezioso nucleo di verità e di umanità che ci è stato affidato, dobbiamo “parlarne” con chi ce lo ha offerto con fiducia.

Ad altro livello si pone il problema del valore letterario e narrativo dell’opera. Qui le cose si fanno più complesse per vari motivi. Abbiamo infatti spesso a che fare con opere interessanti, ma ancora grezze, che non hanno vissuto un processo di rifinitura. Dobbiamo cercare di individuare l’oro sparso nel materiale roccioso in cui è immerso, da cui talora è anche sommerso. Ma qual è il nostro oro? Anche qui non è facile fornire definizioni: diciamo subito che non abbiamo una “linea” letteraria. Il Premio, a mio avviso, correttamente non ha mai voluto sceglierne una specifica (in tal caso sarebbe una scuola, un movimento, cioè un’altra cosa), e d’altronde viviamo oggi in un’epoca, in cui non è facile individuare linee di tendenza. Nei testi cerchiamo soprattutto la forza, emotiva o di linguaggio.

Non ci importa il genere letterario, se romanzo o racconto, se memoria autobiografica o se testo meticcio tra narrativa e saggio, tra narrativa e cronaca, ogni genere è per noi accettabile purché abbia un tocco di genuinità letteraria. Il linguaggio non deve essere piatto o di imitazione. L’argomento deve essere presentato da un angolo visuale nuovo, con inediti barbagli prospettici. Apprezziamo la capacità di narrare anche se la struttura del testo presenta pecche, l’apprezziamo malgrado certe imprecisioni formali. L’incompiutezza può essere accolta se individuiamo un torsolo forte o nuclei interessanti. Ci sono cose, infatti, che si possono imparare o possono essere emendate, altre no. Il libro ben confezionato non ci interessa se non ha i requisiti cui si è fatto cenno, se rientra, senza margini e senza guizzi, in un genere canonico o mainstream.

Insomma un compito non facile il nostro, che esige di essere insieme partecipi e critici, atteggiamenti che paiono in contrasto, ma che nella sostanza non lo sono: dare piena fiducia al testo senza venir meno al ruolo che ci compete di scoperta e di giudizio.

 

Sulla difficoltà di leggere

Giorgio Agamben

Il testo che proponiamo qui è tratto dalla raccolta di saggi di Giorgio Agamben Il fuoco e il racconto, che la casa editrice nottetempo manda in libreria venerdì 16 maggio. Si tratta della trascrizione, finora inedita, dell'intervento presentato alla tavola rotonda Leggere è un rischio durante la Fiera della piccola e media editoria di Roma, nel dicembre 2012.

Vorrei parlarvi non della lettura e dei rischi che essa comporta, ma di un rischio che è ancora piú a monte, cioè della difficoltà o dell’impossibilità di leggere; vorrei provare a parlarvi non della lettura, ma dell’illeggibilità.

Ciascuno di voi avrà fatto esperienza di quei momenti in cui vorremmo leggere, ma non ci riusciamo, in cui ci ostiniamo a sfogliare le pagine di un libro, ma esso ci cade letteralmente dalle mani. Nei trattati sulla vita dei monaci, questo era anzi il rischio per eccellenza cui il monaco soccombeva: l’accidia, il demone meridiano, la tentazione piú terribile che minaccia gli homines religiosi si manifesta innanzitutto nell’impossibilità di leggere.

Ecco la descrizione che ne dà san Nilo: Quando il monaco accidioso prova a leggere, s’interrompe inquieto e, un minuto dopo, scivola nel sonno; si sfrega la faccia con le mani, distende le dita e va avanti a leggere per qualche riga, ribalbettando la fine di ogni parola che legge; e, intanto, si riempie la testa con calcoli oziosi, conta il numero delle pagine che gli rimangono da leggere e i fogli dei quaderni e gli vengono in odio le lettere e le belle miniature che ha davanti agli occhi finché, da ultimo, richiude il libro e lo usa come un cuscino per la sua testa, cadendo in un sonno breve e profondo.

La salute dell’anima coincide qui con la leggibilità del libro (che è anche, per il Medioevo, il libro del mondo), il peccato con l’impossibilità di leggere, col diventare illeggibile del mondo. Simone Weil parlava, in questo senso, di una lettura del mondo e di una non lettura, di un’opacità che resiste a ogni interpretazione e ogni ermeneutica. Vorrei suggerirvi di fare attenzione ai vostri momenti di non lettura e di opacità, quando il libro del mondo vi cade dalle mani, perché l’impossibilità di leggere vi riguarda quanto la lettura ed è forse altrettanto e piú istruttiva di questa.

Vi è anche un’altra e piú radicale impossibilità di leggere, che fino a non molti anni fa era anzi del tutto comune. Mi riferisco agli analfabeti, questi uomini troppo in fretta dimenticati, che solo un secolo fa erano, almeno in Italia, la maggioranza. Un grande poeta peruviano del XX secolo ha scritto in una sua poesia: Por el analfabeto a quien escribo. È importante comprendere il senso di quel “per”: non tanto “perché l’analfabeta mi legga”, visto che per definizione non potrà farlo, quanto “al suo posto”, come Primo Levi diceva di testimoniare per quelli che nel gergo di Auschwitz si chiamavano i musulmani, cioè coloro che non potevano né avrebbero potuto testimoniare, perché, poco dopo il loro ingresso nel campo, avevano perduto ogni coscienza e ogni sensibilità.

Vorrei che rifletteste sullo statuto speciale di un libro che è destinato a occhi che non possono leggerlo ed è stato scritto con una mano che, in un certo senso, non sa scrivere. Il poeta o lo scrittore che scrivono per l’analfabeta o per il musulmano provano a scrivere ciò che non può essere letto, mettono su carta l’illeggibile. Ma proprio questo rende la loro scrittura piú interessante di quella che è stata scritta solo per chi sa o può leggere.

Vi è poi un altro caso di non lettura di cui vorrei parlarvi. Mi riferisco ai libri che non hanno trovato quella che Benjamin chiamava l’ora della loro leggibilità, che sono stati scritti e pubblicati, ma sono – forse per sempre – in attesa di essere letti. Io conosco, e ciascuno di voi, penso, potrebbe nominare libri che meritavano di essere letti e non sono stati letti, o sono stati letti da troppo pochi lettori. Qual è lo statuto di questi libri? Io penso che, se questi libri sono davvero buoni, non si debba parlare di un’attesa, ma di un’esigenza. Questi libri non aspettano, ma esigono di essere letti, anche se non lo sono stati e non lo saranno mai. L’esigenza è un concetto molto interessante, che non si riferisce all’ambito dei fatti, ma a una sfera superiore e piú decisiva, la cui natura lascio a ciascuno di voi precisare.

Ma allora vorrei dare un consiglio agli editori e a coloro che si occupano di libri: smettetela di guardare alle infami, sí, infami classifiche dei libri piú venduti e – si presume – piú letti e provate a costruire invece nella vostra mente una classifica dei libri che esigono di essere letti. Solo un’editoria fondata su questa classifica mentale potrebbe far uscire il libro dalla crisi che – a quanto sento dire e ripetere – sta attraversando.

Un poeta ha compendiato una volta la sua poetica nella formula: “Leggere ciò che non è mai stato scritto”. Si tratta, come vedete, di un’esperienza in qualche modo simmetrica a quella del poeta che scrive per l’analfabeta che non può leggerlo: alla scrittura senza lettura, corrisponde qui una lettura senza scrittura. A condizione di precisare che anche i tempi sono invertiti: là una scrittura che non è seguita da alcuna lettura, qua una lettura che non è preceduta da alcuna scrittura.

Ma forse in entrambe queste formulazioni si tratta di qualcosa di simile, cioè di un’esperienza della scrittura e della lettura che mette in questione la rappresentazione che ci facciamo solitamente di queste due pratiche cosí strettamente legate, che si oppongono e insieme rimandano a qualcosa di illeggibile e di inscrivibile che le ha precedute e non cessa di accompagnarle.

Avrete capito che mi riferisco all’oralità. La nostra letteratura nasce in intima relazione all’oralità. Perché che cosa fa Dante quando decide di scrivere in volgare, se non appunto scrivere ciò che non è mai stato letto e leggere ciò che non è mai stato scritto, cioè quel “parlar materno” analfabeta, che esisteva soltanto nella dimensione orale? E tentare di mettere per iscritto il parlar materno, lo obbliga non semplicemente a trascriverlo, ma, come sapete, a inventare quella lingua della poesia, quel volgare illustre, che non esiste da nessuna parte e, come la pantera dei bestiari medievali, “spande ovunque il suo profumo, ma non risiede in alcun luogo”.

Io credo che non si possa comprendere correttamente la grande fioritura della poesia italiana nel Novecento, se non si avverte in essa qualcosa come un richiamo di quell’illeggibile oralità che, dice Dante, “una e sola è prima nella mente”. Se non s’intende, cioè, che essa è accompagnata dall’altrettanto straordinaria fioritura della poesia in dialetto. Forse la letteratura italiana del Novecento è tutta percorsa da una inconsapevole memoria, quasi da un’affannosa commemorazione dell’analfabetismo. Chi ha avuto tra le mani uno di questi libri, in cui alla pagina scritta – o, meglio, trascritta – in dialetto sta a fronte la traduzione in lingua, non ha potuto non chiedersi, mentre i suoi occhi trascorrevano inquieti da una pagina all’altra, se il luogo vero della poesia non fosse per caso né in una pagina né nell’altra, ma nello spazio vuoto fra entrambe.

E vorrei concludere questa breve riflessione sulla difficoltà della lettura, chiedendovi se ciò che chiamiamo poesia non sia in verità qualcosa che incessantemente abita, lavora e sottende la lingua scritta per restituirla a quell’illeggibile da cui proviene e verso cui si mantiene in viaggio.
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Tutti i testi dello speciale Leggere oggi

Lettura futura, un interrogativo plurale

Maria Teresa Carbone

Mai come negli ultimi dieci o vent'anni la lettura si è rivelata per quello che in realtà è, a dispetto dei suoi goffi propagandisti: una attività profondamente innaturale – se per naturale si intende una di quelle pratiche, come camminare o giocare, che hanno accompagnato la specie umana per un tempo sufficientemente lungo da potersi confondere con essa.

Leggere, no: a voler essere generosi, lo sappiamo fare da cinquemila anni, il tempo di un respiro nell'orologio dell'umanità, ma quel “noi” è in larga parte usurpato se – anche tacendo i lunghi secoli in cui i lettori, e ancora di più le lettrici, erano una minuscola minoranza – solo sei decenni fa, nel 1950, si calcolava che almeno il 44 per cento della popolazione mondiale fosse completamente analfabeta.

Questi banalissimi dati bisognerebbe tenere a mente, a mo' di tela di fondo, tutte le volte che parliamo di lettura, magari stracciandoci le vesti perché un italiano su due non prende in mano neanche un libro l'anno (ma sarà poi vero, o forse anche l'idea di libro, come quella di lettura, è più fluida di quanto si immagina solitamente?) o scuotendo la testa di fronte all'idea di leggere un romanzo sullo schermo dello smartphone o infine scoprendo inorriditi che noi stessi, sacerdoti della lettura d'antan, non siamo più capaci di soffermarci a lungo sulla pagina scritta.

In effetti abbiamo (come specie) “imparato a leggere” così di recente, che qualsiasi variazione indotta dall'introduzione di nuove tecnologie è tutt'altro che sorprendente. Senza contare – ma naturalmente conta, e parecchio! – che sempre più spesso gli stessi dispositivi sui quali leggiamo ci offrono, quasi senza soluzione di continuità, altri stimoli, visuali e sonori, che di fatto trasformano la modalità della lettura o forse, più precisamente, aggiungono ad essa una dimensione nuova.

A una idea astratta e prescrittiva della lettura, se ne sostituisce un'altra, plurale e interrogativa. Plurale, perché ci rendiamo conto che la lettura è condizionata da una infinità di fattori (chi siamo, cosa leggiamo, dove leggiamo, come ci sentiamo...) che di fatto modellano il nostro rapporto con il testo, e in fondo il testo stesso, o per lo meno quello che noi ne ricorderemo. Interrogativa, perché non siamo affatto sicuri dove tutti questi cambiamenti – l'aumento esponenziale dei leggenti, la nascita di nuovi supporti, una organizzazione sempre più serrata dei tempi di vita – porteranno.

Sia chiaro, infatti: se possiamo immaginare che fra cinquanta o cento anni il nostro modo di camminare o di mangiare non sarà poi molto diverso da quello che mettiamo in pratica oggi, non altrettanto possiamo dire del leggere. Quali saranno le conseguenze del calo di concentrazione provocato quasi fisiologicamente dalla lettura su schermo? Il testo scritto ha sufficiente vitalità da poter rivaleggiare – sui grandi numeri – con una quantità crescente di “piattaforme” alternative? Oppure si assisterà al paradosso di un numero sempre maggiore di alfabetizzati e di un parallelo calo della lettura di libri? Comprensibile, in questa situazione, il disorientamento degli editori e dei librai, che vedono trasformarsi giorno dopo giorno il paesaggio a cui si erano abituati e che hanno spesso la sensazione di navigare in un mare aperto e burrascoso, senza possibili punti di approdo.

E tuttavia, a meno di ipotizzare che la lettura sia condannata a morte, questa tempesta va affrontata con gli occhi aperti e con la disponibilità a scoprire i paesaggi inattesi che si possono presentare sotto i nostri occhi. È quello che Alfapiù si propone di fare con lo speciale Leggere oggi che presentiamo online alla vigilia del Salone del libro di Torino e che si arricchirà nei prossimi giorni di nuovi interventi.

La solitudine che connette

Luca Ferrieri

In solitude, for company
Auden,
Horae canonicae

 Tra le tante contraddizioni attraverso cui ci conduce la pratica della lettura (sempre le siano rese grazie), c’è quella tra la solitudine dell’atto e la ricchezza di relazioni, umane, spirituali e sociali che spalanca. Come di fronte ad ogni contraddizione che esprima fedelmente una verità e non derivi da un paralogismo o da un’oscillazione nominalistica, la tentazione della conciliazione e della complementarietà (insomma dell’et-et) è forte. In questo caso essa potrebbe appoggiarsi proprio sulla dimostrabilità plateale di entrambe le affermazioni:

a. la lettura è un atto solitario (per esempio, Proust: essa ci permette di godere della “potenza intellettuale della solitudine, […] che la conversazione dissipa immediatamente”);

b. la lettura è un atto sociale (per esempio, Wallace: il libro esiste per combattere la solitudine). Ma la verità degli opposti dovrebbe vieppiù metterci in guardia dalla fallacia di una sintesi “ecumenica”: essa infatti rischierebbe di occultare proprio la necessità di una scelta, nel tempo e nello spazio di lettura dati e nella materialità della relazione che essa instaura. E la lettura si nutre di scelte, piccole e grandi. Nel “punto di lettura”, infatti, solitudine e socialità lottano per escludersi: o c’è l’una o c’è l’altra o c’è un ibrido instabile. Entrambe le prospettive appartengono alla lettura ma il loro dosaggio o bilanciamento può ribaltarsi nello spazio di una riga. Subito dopo aver chiuso il mondo fuori dalla porta della sua lettura, il lettore cercherà di farlo rientrare dalla finestra, lasciando tracce o addirittura convocando convitati e complici. (È forse superfluo ma importante ricordarlo: ciò che non ha capito l’et-et, non lo capisce certo meglio l’aut-aut, con le sue ipostasi che congelano e rendono incomunicanti gli estremi).

Quando si pensa alla solitudine della lettura in realtà si fa riferimento a una costellazione di termini e di situazioni non sempre coincidenti e sovrapponibili. Esiste la solitudine primigenia e fondante del piacere di leggere, quella non delegabile e non trasferibile, sovversiva e segreta, descritta da Roland Barthes e da tanti altri, in cui il godimento del testo “mette in stato di perdita”, “fa vacillare le assise storiche, culturali, psicologiche del lettore” (Il piacere del testo). Cento giorni di solitudine sono necessari per leggere (veramente) un testo. Ma subito si scopre che il nucleo centrale di questa solitudine è in realtà un rapporto a due, anzi una serie di rapporti a due (autore/lettore, libro/lettore, personaggio/lettore, lettore/lettore…). Una solitudine che, come direbbe Stevens attraverso le lenti di Bloom, “solo i due possono condividere”. Si tratta quindi di una solitudine amorosa, di un rapporto protetto, intimo, esclusivo (di qui la gelosia del lettore di cui ci hanno raccontato sempre Barthes, nella voce “Lettura” dell’Enciclopedia Einaudi, oltre a Proust, Pennac, Canetti e molti altri). Con il libro non ci sono convenevoli (Proust), ma ci sono molti riti, molte scaramanzie, molti passi di danza e molti passi falsi (ti leggo, non ti leggo, se ti leggessi… se ti leggesse UN ALTRO!).

E in ogni caso, come nota Jorge Larrosa, dire che la lettura sia solitaria non significa che sia un’esperienza di solitudine. Anzi. A rompere la solitudine, infatti, c’è innanzitutto la presenza di un’assemblea di scrittori e di lettori intorno a noi, che veglia sul libro aperto, ci chiama, ci provoca, ci strattona. Se il lettore per lo scrittore è sempre postumo, vuol dire che egli è sempre impegnato nella scelta e nella costruzione del suo precursore, come diceva Borges. A questo punto si intravede quella particolarità della condizione solitaria della lettura cui corrisponde, sull’altro versante, la particolare socialità della lettura. La solitudine della lettura è in realtà un combattimento, una difesa dell’autonomia di chi legge, una barriera protettiva, cui il libro e anche l’ebook si prestano perfettamente, isolandoci nella “bolla” di lettura, schermandoci da intrusioni, confidenze e approcci indesiderati. È l’esperienza di sottrazione e irreperibilità di cui ci racconta la sovrana lettrice di Bennett, la “conversazione silenziosa nella dittatura del rumore” di Cioran, la rivendicazione della stanza tutta per sé di Virginia Woolf, vero brodo primordiale della lettura moderna.

La costellazione della solitudine, per noi lettori e lettrici di oggi, si richiama in modo diretto a questa prima dichiarazione di indipendenza della lettura, che non a caso si fonde e confonde con un gesto di libertà femminile. Non possiamo interrogarci sul futuro e sulle mutazioni della lettura se non partendo dal rapporto diretto, di filiazione, che la lettura intrattiene con la formazione dell’individuo moderno e della sua concezione di individualità. La solitudine di cui stiamo parlando, infatti, non è certo anomia e anonimato, ma l’opposto: pienezza della autonomia e della responsabilità individuale. In questo senso la solitudine del lettore è esattamente il contrario di quella descritta da Riesman nella Folla solitaria che poi prosegue nell’uomo flessibile e fungibile di Sennett, una solitudine, questa sì, che nasce dalla deprivazione e dalla indifferenza verso il simile e non a caso si caratterizza per l’assoluta incapacità di leggere i comportamenti altrui, differenziando i propri (la lettura è,batesonianamente, una differenza).

Talvolta la dimensione della solitudine viene confusa o sovrapposta ad altre, che fanno parte della costellazione, ma possono esistere anche autonomamente. Il silenzio, per esempio. La pratica della lettura silenziosa, o endofasica, da Ambrogio in poi, è dominante nel mondo occidentale scolarizzato, in cui la lettura ad alta voce, al di fuori di alcune situazioni eccezionali, è considerata segno di scarsa alfabetizzazione o di cattiva educazione. Ma la lettura è silenziosa anche nel senso che crea silenzio (diceva Fortini in Non solo oggi, crea “aria, silenzio e tempo intorno alla parola scritta”), opera una rarefazione della massa culturale circolante, esercita un’azione di ecologia della lettura. La vicinanza tra lettura silenziosa e preghiera, richiamata spesso da Fortini, può alludere a una azione di questo tipo. Tuttavia vi sono letture solitarie ad alta voce (alcune addirittura frutto di una solitudine imposta o autoimposta, ad esempio la recitazione di versi all’interno di istituzioni totali, come forma di libertà e sopravvivenza) e vi possono essere letture silenziose massive e gregarie. La dialettica tra solitudine e silenzio si collega molto strettamente a quella tra oralità e scrittura che ha conosciuto, da McLuhan a Ong, molti rovesciamenti: basti pensare a come oggi, più che a una seconda oralità siamo in presenza di una seconda scrittura, ossia alla nascita di un codice ibrido tra oralità e scrittura che si sta sviluppando sul web e sui social network.

Un discorso analogo si potrebbe fare per la dimensione di unicità e singolarità della lettura. Sulla singolarità ha detto cose molto importanti Derek Attridge che non a caso sono collegate al concetto di responsabilità e di etica della lettura. Attridge, nel definire il termine, ci tiene a non concepirlo semplicemente come l’opposto di universale, o come sinonimo di particolare, contingente, specifico, unico. Sebbene il concetto di singolarità sia molto lontano da quello usato in fisica, qualcosa della singolarità del big bang o di un buco nero trapassa nella visione di Attridge. La singolarità infatti definisce uno spazio etico, irriducibile e inviolabile, allude a una sospensione della legalità ordinaria, a uno stato di eccezione, a un incontro tra il carattere inatteso del testo e la creatività del lettore che lo interpreta e trasforma. Ogni lettore è libero di fare il suo testo o di fare suo il testo, ma non di farlo arbitrariamente, perché risponde a una sua chiamata e si impegna a risponderne. La libertà consiste proprio nell’essere responsabile della lettura fatta (Miller, Etica della lettura). Anche questa dialettica, quindi, agisce sulla solitudine del lettore creando zone di sovrapposizione e zone di fuga. Proprio perché il lettore è solo nel cuore del testo, egli sente che la lettura non è solo sua. Levinas direbbe che la singolarità della lettura consiste proprio nella sua esposizione all’altro.

Le nozioni di singolarità e di responsabilità, così strettamente legate, annunciano il cambio di paradigma che dalla solitudine della lettura conduce alla condivisione. Per quanto il passaggio possa apparire naturale, esso è sempre il frutto di un cambio di punto di vista, di una scelta del lettore. Tra gli esempi di lettura condivisa vi sono quelli di lettura “duale” o plurale come la lettura della buonanotte proposta da un adulto a un bambino (o viceversa), la lettura degli amanti di cui ci sussurra Quignard, e naturalmente la lettura nel/del gruppo di lettura. Essa nasce da uno strappo rispetto alla condizione solitaria del lettore: non nega la legittimità e la necessità della bolla di lettura, anzi la sancisce, ma afferma la volontà di mettere in comune i frutti della lettura individuale.

La lettura condivisa va distinta dalla lettura collettiva e dalle sue varie manifestazioni storiche, dalle quali si distanzia vistosamente. Sono forme di lettura collettiva, per esempio, la lettura ecclesiale di un testo sacro (o la corrispondente pratica di letture ideologiche e identitarie in comunità laiche), la lettura contadina durante le veglie intorno a un fuoco (di cui ci ha raccontato Chartier), le letture patriarcali alla famiglia riunita, le letture operaie agli albori della rivoluzione industriale, o quelle dei sigarai cubani, quando un lavoratore leggeva a voce alta per gli altri, “che rimborsavano di tasca loro il denaro che in questo modo il compagno perdeva” (Altick), le letture pubbliche, teatrali, scolastiche, ecc. In questa dimensione la lettura diventa una specie di offerta votiva alla collettività; deriva da un’autoria, può essere autorevole o autoritaria; si esprime attraverso un’oralizzazione spinta anche quando ne sono venuti meno i presupposti storico-sociali. La lettura collettiva corre sempre il rischio di una qualche, anche se generosa, strumentalità; lavora per mettersi al servizio della comunità mentre la lettura condivisa effettua esattamente il percorso inverso, costruisce la comunità sui bisogni di lettura.

La lettura condivisa disegna un’idea di comunità e di comune (e anche di bene comune potremmo dire con un termine oggi al centro della discussione politica ma anche da questa usurato), in cui ciò che si mette in comune è esattamente il niente che si ha in comune, e questo niente, o quasi niente (Jankélévitch) è ciò che permette al quasi tutto della lettura di dispiegarsi. L’idea batailliana, blanchotiana, della comunità si avvicina alla comunità di lettura molto di più delle visioni organicistiche, spiritualistiche, retoriche della lettura collettiva. E la lettura condivisa riabilita anche un’altra componente, etimologica e pratica, del concetto e della vita di comunità: il dono, anche se è vero che nella sua accezione di munus (“cum munus”), esso si porta appresso una sfumatura di doverosità, di obbligatorietà, che certamente contrasta con le pratiche autofinalizzate di lettura, ma esprime nel contempo il carico, il debito etico che attraverso la lettura si contrae.

La principale espressione della lettura condivisa è oggi rappresentata dai gruppi di lettura. Lontani discendenti di esperienze sette-ottocentesche come i caffè e i club letterari, e naturalmente molto distanti da quelle origini, si sono diffusi massicciamente nei paesi anglosassoni intorno agli anni novanta del secolo scorso, e sono poi approdati, attraverso la mediazione spagnola, anche in Italia, dove se ne contano circa un migliaio raccolti intorno alle biblioteche, alla rete e al blog dei gruppi di lettura. In queste sedi reali o virtuali si cerca di praticare il dono e l’arte della condivisione e della conversazione, suggerendo letture, discutendo, dividendosi e reincontrandosi, cambiando il punto di vista, osservando il mondo attraverso lo sguardo di un personaggio, immaginando diverse soluzioni narrative, in una sorta di autofiction governata dal lettore, facendo dell’etica della lettura il fondamento anche delle relazioni tra lettori (il che non è affatto scontato: vi sono accaniti lettori che accanitamente taglierebbero la testa ad altri lettori, per non dire dei non-lettori). Dice un frequentatore dei GdL americani: “Quando qualcuno diceva che leggere da solo è come bere da solo, io non ero d'accordo. Ho sempre amato leggere da solo. Poi frequentando un gruppo di lettura ho capito: non è che leggere da solo sia male, è che leggere con altri è meglio” (in The Book Group Bookdi Ellen Slezak). I gruppi americani, soprattutto quelli segnati dall’impronta mediatica di Oprah Winfrey, nascono all’insegna di una larvata o dichiarata polemica verso la solitudine della lettura. Tra i valori aggiunti che il gruppo mette in campo rispetto alla lettura solitaria vanno menzionati anche quelli relativi al mutuo soccorso tra lettori, il conforto nella traversata di libri difficili, l’aiuto solidale contro gli attacchi di paura di leggere (una sindrome che può colpire anche i lettori più allenati, magari dopo un trauma di lettura, perché la lettura in ambito scolastico, professionale, lavorativo può divenire una prestazione e una fonte di ansia e di stress).

Molti gruppi di lettura hanno poi utilizzato gli strumenti di comunicazione della rete per facilitare gli scambi e pubblicizzare le proprie attività, o in alcuni casi sono migrati sul web atterrando nel multiforme pianeta del social reading. Notevoli, infatti, sembravano le affinità: la condivisione e la partecipazione sono il vangelo del web 2.0, così come la spolverata di like ad ogni commento ricorda il “mi piace /non mi piace” del primo giro di tavolo in un bookgroup. In realtà il rapporto tra gruppi di lettura e social reading, pur essendo vivo e reale, si è rivelato non sempre idilliaco: la condivisione richiesta dalla lettura è più esigente e non si accontenta delle pratiche plebiscitarie o un po’ approssimative in voga su Internet. I gruppi di lettura esclusivamente virtuali hanno avuto spesso vita breve o difficile, con una forte presenza di lurkers, al contrario dei gruppi di lettura “fisici”, in cui la contribuzione attiva è molto elevata. Il che suggerisce che il valore aggiunto di Internet, in cui vige la regola 90-9-1 (90 silenti, 9 saltuari, 1 attivo), non sia precisamente quello della partecipazione, e fa pensare che anche qui stia ormai prevalendo un sistema di comunicazione similtelevisivo, broadcasting e push.

Vi sono poi dei punti di contrasto ancora più netti tra la socialità dei gruppi di lettura e quella dei social reading, sia che li si intenda come network per la socializzazione della lettura (Anobii, Goodreads, LibraryThing, Bookliners, ecc.), sia che li si intenda come software per la condivisione della lettura, come quelli esistenti sugli ebook, che consentono di scambiarsi opinioni, sottolineature, note, e di comunicare istantaneamente lo stato d’animo di chi legge, l’umore e le passioni suscitate dalla lettura. Mentre il social reading sembra basarsi sulla estemporaneità e sulla simultaneità (in questo senso è forse uno streaming reading…), il gruppo di lettura è asincrono e lavora “in differita”: si fonda sulla distinzione tra il momento di lettura individuale e la rielaborazione successiva operata dal gruppo. Il differimento, la procrastinazione e la programmazione sono elementi che caratterizzano fortemente la vita del gruppo, permettendogli anche di esprimere una propria autonomia rispetto alle pressioni della moda e del mercato. Ciò può avvenire anche in un gruppo online, ma il gruppo di lettura cerca di agire selettivamente e in controtendenza rispetto ai flussi e alla religione della iperconnettività, praticando l’approccio diretto ai testi e la risalita delle fonti, opponendosi quindi a quel primato del commento (Steiner) che imperversa su Internet. A volte l’impressione è che nell’ambito del social reading le letture tendano a moltiplicarsi all’infinito e a viaggiare in mondi paralleli senza incontrarsi e scalfirsi mai, mentre i gruppi di lettura sono impegnati nel continuo tentativo di produrre l’incontro e il clinamen degli atomi di lettura, in uno sfibrante corpo a corpo con la loro finitudine.

La citazione di Auden posta in epigrafe a questo post (che non a caso figura come titolo del capitolo dedicato alla socialità della lettura nel libro di Alan Jacobs, The pleasures of Reading in an Age of Distraction), può quindi essere letta in molti modi. Due i principali ed opposti: la solitudine è una buona compagnia oppure è l’unica che ci resta. La lettura non scioglie questa incertezza interpretativa, anzi la alimenta. Quando siamo immersi in una “ora canonica” come quella di Auden o in una notte di lettura come quelle descritte da Romano Guardini, quando i libri diventano esseri viventi, “singolarmente viventi”, avvertiamo anche noi la sensazione di pienezza e di pace prodotta dalla solitudine di lettura. Ma se un libro ci lascia senza fiato sentiamo irresistibile la pulsione del giovane Holden: “quando l’hai finito di leggere e tutto quel che segue vorresti che l'autore fosse un tuo amico per la pelle per poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”.

Avvenire della cultura, avvenire dell’Europa

Paola Dècina Lombardi

La cultura al centro delle politiche comunitarie, una rete europea per promuovere il libro e la lettura: con questi obiettivi il Ministro Aurélie Filippetti il 4 e 5 aprile scorso ha invitato a Parigi, al Forum de Chaillot, diciotto ministri della cultura e numerosi rappresentanti europei delle varie categorie – scrittori, editori, librai e artisti, musicisti, attori. E all’insegna della eccezione culturale, questa sorta di Stati generali ha lanciato un segnale forte per convincere la UE dell’equazione Avenir de la Culture, Avenir de l'Europe. Unanime è stato l’accordo su salvaguardia del diritto d’autore, fisco equo e norme contro la concorrenza-capestro delle multinazionali e alla vigilia delle elezioni europee la mobilitazione per una strategia condivisa contro le resistenze di alcuni apparati europei e del mercato americano, ha acquistato più forza. “Non si tratta di protezionismo… la cultura non deve sottostare a logiche commerciali” - ha detto il ministro Dario Franceschini annunciando l’impegno italiano nel prossimo semestre europeo. Migliori normative e maggiori contributi alla cultura aiuteranno a uscire dalla crisi?

In effetti, nell’Europa che da qualche anno ha registrato un calo di lettori e vendite di libri anche nei paesi “forti”, quella del libro resta la prima industria culturale con un giro d’affari di 22,5 miliardi di euro. E non a caso, in occasione del Forum de Chaillot, il CNL, Centre National du livre, ha lanciato Les rencontres des organismes éuropéens du livre con l’obiettivo di “contribuire allo sviluppo di un’Europa democratica” attraverso una rete europea del libro e della lettura che al prossimo Salone di Francoforte presenterà una dichiarazione comune per incidere sulle politiche culturali comunitarie. Nonostante l’impegno di Franceschini, il nostro Organismo del libro non ha però risposto all’appello. Scrittrice ed editrice di Nottetempo, c’era Ginevra Bompiani. Eppure, un Centro per la promozione del libro e della lettura, lo abbiamo e la sua asseenza è tanto più sorprendente perché alla Camera è in discussione un Disegno di legge che ne propone il “rafforzamento”.

Dopo Veltroni e Melandri, a farsi oggi paladino della diffusione del libro in qualsiasi supporto e per la promozione della lettura, è l‘onorevole Giancarlo Giordano, che chiede 50 milioni di euro per il 2014 e 125 all’anno a partire dal 2015. E la copertura? Le variazioni di bilancio che il Ministro dell’Economia deve apportare riducendo “i regimi di esenzione, esclusione e favori fiscali (DL 2011 n.68). Nella crisi in cui versa il paese le cifre, di gran lunga superiori ai budget dei paesi virtuosi, sono audaci.

I dati della lettura e della vendita di libri in Italia sono tristemente noti, seppure con minime variazioni – l’Istat considera anche i libri scolastici, e i lettori a partire da sei anni mentre Nielsen parte dai 14 anni. Nel 2013 solo il 43% della popolazione con più di sei anni ha letto almeno un libro l’anno, solo il 23% ne ha letto più di tre e una sparutissima minoranza, il 6%, ne ha letto almeno uno al mese. In Europa, il calo di lettori e di libri si registra un po’ dappertutto ma, per esempio, in Germania la popolazione che legge almeno un libro l’anno è l’82 % , in Francia il 70% e in Spagna il 63%. C’è un incremento della lettura di bambini e adolescenti, le donne seguitano a leggere di più, e a preferire la narrativa alla saggistica. In Germania, nel 2012, il 66% delle donne ha acquistato libri contro il 52% degli uomini; Il 45% delle donne ha letto ogni giorno o più volte la settimana rispetto al 30% degli uomini. E in controtendenza, dal 2007 in Spagna il tasso di lettura del 57,7% è aumentato di un punto nel 2011 (ultimo rilevamento), seguitando a salire grazie alla percentuale di lettori in digitale e su Internet. Secondo Marco Polito, presidente dell’AIE e membro del Consiglio scientifico del Cepell, “Al maggiore impegno pubblico nella promozione, corrispondono migliori risultati... Serve un Centro per il Libro più forte e autonomo, sul modello di quello francese”. Il Cepell si è ispirato proprio al CNL, il Centre du livre et de la lecture, ma ne ha recepito davvero i criteri fondamentali?

Sull’obiettivo del ddl sulla diffusione del libro in qualsiasi supporto e per la promozione della lettura - coniugare la crescita culturale del paese con lo sviluppo di un settore economico, allargando il mercato del lavoro, e rendendo più concreto un ampio ventaglio di azioni da condividere con altre Istituzioni per ottimizzare le risorse e produrre efficaci risultati, non si può non essere d’accordo. Dietro all’ “attenzione” ai consueti settori, è evidente il lodevole obiettivo di creare posti di lavoro per bibliotecari, esperti della filiera del libro e formatori, senza trascurare la libreria, il cui “prezioso ruolo” sarà incentivato se provvista di spazi ampi e personale specializzato. E gli editori, soprattutto i piccoli, o le librerie senza spazi? E chi, con quali criteri valuterà “l’alto valore culturale”, assegnando sovvenzioni, incentivi, premi e provvidenze varie?

Nel sottolineare l’importanza della collaborazione e della “connessione tra i vari livelli di governo, comunale, regionale e statale”, il ddl Giordano ricalca linee guida precedenti e punta alla creazione di reti sul territorio oltreché al rafforzamento delle biblioteche scolastiche, da dotare di nuove tecnologie e da aprire al pubblico. Ma è quanto già avviene con le cosiddette pratiche buone di Associazioni, biblioteche, scuole e librerie che da quasi vent’anni, con mezzi scarsi o nulli promuovono la lettura in Italia, seppure a macchia di leopardo e con iniziative analoghe alle migliori che si registrano in Europa.

Le buone pratiche

Da 15 anni, l’editore Laterza promuove la lettura direttamente con i Presidi del libro in Puglia e collaborando col Forum del libro che, tra l’altro, coinvolge biblioteche, librerie e “volontariato” culturale in Libri per crescere e con Agora apre la scuola alla città come una piazza per imparare la democrazia. Ogni anno, in 10 scuole di cinque città, c’è un incontro pomeridiano con autorevoli relatori. Dalla Grecia antica all’automobilismo, dall’economia alla filosofia, dal giornalismo al jazz, un libro è l’occasione per uno scambio di idee tra relatore, studenti e pubblico. Contributi del Cepell? “Macché - dice Giuseppe Laterza. Ce li ha dati Banca Intesa. I soldi di per sé non risolvono tutto, è importante creare un rapporto di condivisione come fanno le librerie itineranti creando dei piccoli eventi o la Biblioteca di Grado che organizza il prestito in spiaggia”. Ed è al Forum del libro che si deve l’interessante, accurato Rapporto sulla promozione della lettura in Italia, marzo 2013, finanziato dalla Presidenza del Consiglio e curato da Giovanni Solimine.

Tra gli esempi di piccole buone pratiche, le libraie di Ottimo Massimo, con un furgone-libreria dal 2006 hanno letto storie a più di 40000 bambini, da Ostia a Lampedusa e perfino a Casablanca. Pianissimo libri sulla strada, il pullmino in giro per i piccoli centri siciliani senza biblioteche e con poche librerie, ha il merito di diffondere la piccola editoria collaborando con associazioni. A Roma Monteverdelegge organizza nel Centro diurno di un Dipartimento di salute mentale corsi e gruppi di lettura e, in un comprensorio, l’ ex abitazione del portiere è stata adibita a biblioteca alimentata da condomini e abitanti del quartiere. Ma il fulcro delle buone pratiche restano alcuni editori e le biblioteche virtuose, come la piccola Di Giampaolo a Pescara, nata dalla donazione di un maestro. Con librerie, scuole e volontari, facendo convergere iniziative e risorse territoriali, organizza incontri, laboratori d’ascolto e di lettura ad alta voce per bambini, letture in lingua straniera per ragazzi e adulti e soprattutto sensibilizza i neogenitori, come d’altronde in Germania, Francia e Inghilterra fanno da tempo anche i pediatri.

Che collaborazione e condivisione di esperienze la strada giusta, l’AIB, l’Associazione italiana dei bibliotecari l’ aveva capita, e in parte percorsa da tempo. E non è un caso se il maggior tasso di lettura si registra soprattutto al Nord e al centro, dove i sistemi bibliotecari regionali hanno realizzato interessanti progetti condivisi con scuole, librerie, famiglie, professionisti di varie discipline e anche pediatri. In Italia, furono proprio i bibliotecari illuminati e di buona volontà a recepire pienamente le direttive del Manifesto dell’Unesco del 1994 sull’importanza della biblioteca pubblica come “via d’accesso locale alla conoscenza, condizione essenziale per promuovere la pace e il benessere spirituale delle menti”. Indicando come punti chiave l’infanzia e l’adolescenza, l’accesso alle espressioni di tutte le arti, lo sviluppo delle tecnologie e le “strategie a lungo termine”, quel Manifesto si rivolgeva soprattutto alle Istituzioni politiche. E in molti paesi, non solo europei, i risultati ci sono stati.

Il flop delle Scuole di lettura in biblioteca

Contro la cronica disaffezione per la lettura, anche il nostro Ministero per i Beni culturali, fresco di riforma, tra il 1999 e il 2000, varò una clamorosa campagna coinvolgendo le biblioteche di sua competenza. Otto miliardi di lire in tre anni, per promuovere la lettura e incrementare le iniziative già avviate dall’ Ufficio per i Beni librari e gli Istituti Culturali, ritagliati dai 270 della legge Biscardi che ne destinava 50 alle biblioteche. Varando le “Scuole di lettura in Biblioteca”, tre edizioni tra il 1999 e il 2001, con un arco di più o meno otto mesi e due miliardi di lire, il Ministro Melandri voleva “spalancare le porte alle iniziative per il libro e la lettura”. Ma alla Nazionale di Firenze, da anni era in corso Leggere per crescere a cura di Anna Benedetti, e sul territorio crescevano analoghe, più interessanti esperienze.

D’altronde, diversa era la finalità di quelle 22 biblioteche nazionali e statali in parte storiche, dotate di manoscritti, incunaboli e cinquecentine, frequentate più da studiosi che dal grande pubblico che si voleva “scolarizzare”. Le critiche non mancarono, a cominciare dall’allora Presidente dell’AIB, Igino Poggiali. “Un Flop” – scrisse una sua collega sulla rivista di categoria, citando alcuni dati. E come darle torto? Nelle prime due edizioni ci furono – replicò il Ministro a un mio articolo critico su La stampa - “30.000 presenze”. Tuttavia non furono sollecitate a tornare. Anzi, proprio nelle biblioteche di competenza del Mibac, dal 1998 al 2002, le statiche dicono che il numero dei frequentatori scese da 2.313.509 a 1.646.678, con un calo delle opere in prestito proprio nel periodo delle “Scuole”. Ci si chiede perché nuovi soggetti che si volevano “istruire” alla lettura non abbiano raccolto il messaggio e perché l’1,1% di aumento del tasso di lettura tra il 2000 e il 2002, secondo i dati dell’AIE, su base Istat, dipendesse dai “lettori forti” soprattutto a Nord e ai libri allegati ai quotidiani. Insomma, il “contagio” previsto dalla Melandri non ci fu. Costi alti, benefici nulli, se non una grande operazione mediatica per promuovere il ministro e qualche scrittore, non la lettura.

Il modello francese e il Cepell

Il bilancio delle Scuole di lettura è utile per riflettere sulle finalità e sull’operato del Cepell, vista la somma di cui lo si vorrebbe dotare e rafforzare sul “modello francese”. Secondo Marco Polillo, Presidente dell’AIE e membro del Comitato scientifico del Cepell, per renderlo efficace e operativo necessita di “un budget congruo, maggiore autonomia e responsabilità”. E lamenta i lacci burocratici, la lentezza degli iter e delle realizzazioni attraverso i bandi oltre alle scarsissime risorse. È vero, ma quelle in dotazione come le hanno spese? Il sito Cepell non lo dice. Su quello del CNL francese, ecco le cifre chiave del 2012 : 41,9M€ di entrate, di cui 34,6M€ derivanti dalle tasse; 43,1M€ di uscite, di cui 29,6M€ destinate a interventi di sovvenzione e prestiti (+ 1,5 M€ per studi, grandi interventi e partenariati); i 31,1 M€ destinati all’attività, rappresentano il 72 % delle spese). Sei, i campi d’intervento: autori e traduttori; edizione, diffusione (librerie e bibliotecari); promozione; digitale; internazionale. Trenta i dispositivi di sovvenzione; 71 impiegati a tempo pieno e 300 esperti divisi in 21 commissioni e comitati; 4218 richieste di sostegno e 2800 contributi attribuiti.

Si tratta di un sito senza vistosi video e illustrazioni pubblicitarie, con poche foto formato tessera di qualche autore e del direttore. Chiarezza, ricchezza di informazioni per categorie, sobrietà e soprattutto trasparenza lo caratterizzano. C’è di più. Informa sulle indicazioni della Corte dei Conti per la riduzione e ottimizzazione del budget sceso a 30.000.000 di euro per il 2013 e mostra un organigramma basato sulla competenza: Comitato scientifico di 15 persone affiancato dalle Commissioni – circa 300 persone- divise per disciplina e composte da specialisti indipendenti: scrittori, critici, insegnanti di ogni ordine e grado, universitari e ricercatori, artisti, giornalisti e traduttori, editori e librai, oltre a una vasta rete di collaboratori esterni.

Sul sito del Mibac, ben fatto, alla voce trasparenza è scritto: “ «accessibilità totale» alle informazioni relative all'organizzazione e all'attività delle pubbliche amministrazioni (DL14 marzo 2013, n. 33), per favorire un controllo diffuso da parte del cittadino sull'operato delle istituzioni e sull'utilizzo delle risorse pubbliche”. Ma su quello del Cepell non troverete molto, anzi nulla per capire come le poche risorse vengono spese. Sono troppi i No records fund e insufficienti quanto farraginosi i criteri delle Banche dati. Alla Lista case editrici- Ricerche da filtro- totale 9365 trovate una maschera ma provate a cliccare Einaudi o Castelvecchi, Poesia o Architettura, non uscirà nulla. E’ da riempire come quasi tutta quella per i traduttori, costata 80.000 euro su “bando a gara ristretta” del 2010, valida anche con una sola offerta. E provate anche su Risorse.

Qua e là, qualche informazione si trova sul sito del Mibac e, casualmente, su Internet. Scopriamo così che la prima preoccupazione del Cepell, oltre al rinnovamento del sito, sono state banche dati e statistiche. In tempo di crisi e con poche risorse, era proprio necessario ricorrere alla Nielsen, e alle sue brutte slide, quando l’Istat tiene conto della lettura a partire dai 6 anni e l’AIE fa un ottimo lavoro di elaborazione e comunicazione? Corre voce che l’affitto per la bella sede nei giardini dell’Accademia dei Lincei, ammontasse a 300.000 euro l’anno, con aggiunta di utenze e manutenzione. Non si poteva trovare una sede istituzionale come il Museo Andersen dove il Cepell è ora traslocato? Quale, il budget di partenza? In quello del 2012, l’unico trovato (dopo vana richiesta), dei circa 1.200.000 euro di entrate, alle spese correnti per “servizi” sono andati 941.000 e agli “Interventi diversi” 51.000.100 per “trasferimenti passivi”. Ma le previsioni definitive di cassa indicano 1.486.000 euro.

Video discutibili, come A corto di libri (o a corto di idee?); Photogallery con ampia presenza della direttrice, e giovani lettori con marche di prodotti in bella vista (sponsor?); grafica scadente – che dire del logo del Maggio dei libri con caratteri e colori da saggio sul Terzo Reich?- tante immagini e musiche poco consone a un’Istituzione che per sua natura deve servire a professionisti della filiera del libro e ai promotori della lettura. Dopo aver fatto propria un’iniziativa dell’Aie situata in ottobre, ribattezzandola Il Maggio dei libri, il Cepell ha avviato con “grande soddisfazione” In vitro, un discutibile progetto targato Arcus spa, “per costruire nell’arco di un biennio, un modello di promozione della lettura”, cioè una sorta di laboratorio di ricerca su sei territori provinciali. Sperimentazione e modelli, già c’erano. Bastava convocare gli Stati generali delle buone pratiche, dell’AIB e dell’AIE per decidere un modello condiviso da applicare, e il team di esperti e amministratori cui affidare fondi e responsabilità.

Ma l’Arcus spa, ha portato in dote 2 milioni di euro cui si sommano i 900 a carico di regioni e province interessate.Un generoso mecenate? Niente affatto. Arcus, di suo non ha nessun capitale. Nata nel 2003, la società è alimentata completamente dal Ministero dell’Economia (all’epoca con 90 milioni di euro), per realizzare a favore del Mibac opere di compensazione cioè la realizzazione di infrastrutture laddove, per esempio, c’erano stati espropri o danni al patrimonio artistico. Due anni dopo, l’azione si allargò ad altre attività finché la spending review ne decretò la messa in liquidazione per la gestione non troppo limpida. Guarda caso, il suo presidente era un ex Direttore generale del Mibac, Salvatore Italia. Lo ha sostituito l’Ambasciatore Ortona come commissario liquidatore, ma pare che, nonostante l’evidenza dei fatti e le pesanti critiche di stampa e sindacati, Arcus non sarà liquidata. Perché i fondi del MEF non sono andati direttamente al Mibac? E perché Arcus seguita ad amministrare quelli rientrati? Con i due milioni annui per sede e stipendi dei vertici e di dieci impiegati, meglio comprare libri per le biblioteche scolastiche o donare un libro ai bambini nel giorno della Festa dei libri come si fa in Inghilterra. Che competenza in materia hanno un ex ambasciatore, un esperto di banche e finanze e un ingegnere delle telecomunicazioni? Non gli restava, come hanno fatto ma-pare- senza i dati iniziali, che inserire nel progetto almeno il Forum del libro e Nati per leggere.

Si chiedono più soldi, ma i pochi vengono spesi male a pioggia, come anche i 270.000 euro di contributi della Direzione per le Biblioteche e gli Istituti Culturali a Convegni e Pubblicazioni. Se non si risolve la confusione tra ruolo amministrativo e tecnico, cioè la competenza in materia, di chi amministra e chi progetta e seleziona, ai costi non corrisponderanno mai i benefici. Soldi sì, ma non a questo Cepell.

Reading Life. Nuovi comportamenti del lettore digitale

Maurizio Caminito

A partire da Amazon, i più grandi players del mondo digitale, già da tempo, stanno operando per l’integrazione, all’interno della propria rete di clienti, di piattaforme di lettura social. In questo senso infatti si può leggere l’acquisizione nel 2013 da parte di Amazon di Goodreads, il celebre social network per i libri che, come ha rilevato lo scrittore statunitense Scott Turow, è “un sito noto per la profondità e la mole dei giudizi critici redatti dagli utenti. Il passaparola tra lettori che hanno gusti simili sembra essere il Santo Graal del commercio di libri online. E grazie alla combinazione del database delle recensioni di Goodreads con quello di Amazon in cui è registrato lo storico degli acquisti fatti dai lettori, il controllo di Amazon sul mercato online del libro si profila incontrastabile”1

Allo stesso obiettivo in fondo, pur se a scala minore e in ritardo, tende l’operazione italiana Anobii – Mondadori – eReader Kobo. La gestione globale del web però ci ha spesso abituato a continui cambi di scenario. E proprio quando il sistema delle raccomandazioni di lettura, basato sulle preferenze dei lettori dello stesso testo, si integra sempre di più con le piattaforme di acquisto on line, il social reading riparte proprio dal libro.2

 Zola Books3, per fare l’esempio di maggior successo, è una piattaforma che unisce la natura di libreria on line con la funzione social in un modo decisamente diverso. Lanciata nel 2012, è stata subito descritta dal Washington Post come "un'impresa la cui strategia è quella di combinare tutte e tre le funzioni principali del mondo degli e-book e della lettura digitale: la vendita al dettaglio, la ricerca di titoli e il social-networking, in un tentativo ambizioso di diventare un punto di partenza per tutti gli amanti del libro sul Web".4 Zola è anche una piccola azienda proprietaria del sito Bookish.com5, che è stato rilevato dopo che Hachette, Penguin Group (USA) e Simon & Schuster, inizialmente promotori del progetto, lo hanno abbandonato sfiduciati per l’assenza di risultati6.

 Bookish si basa su un algoritmo che raccomanda al lettore un piccolo numero di libri a partire dalle caratteristiche del primo libro scelto. Per fare ciò analizza dozzine di attributi e dati associati a ciascun titolo: l’autore, l’editore, l’eventuale illustratore, premi che un libro ha vinto, il genere, la data di pubblicazione, e poi ancora più in profondità i temi affrontati, i concetti, i sentimenti, ecc. Confluiscono in questo sistema di raccomandazioni anche i consigli del bibliotecario, dell’esperto o della rivista letteraria autorevole. Una redazione organizzata secondo i vari generi letterari controlla ed aggiorna continuamente i dati7.

L’esperienza della lettura digitale si arricchisce ogni giorno di nuovi strumenti, che da un lato sembrano recuperare modi e comportamenti usuali che accompagnano da sempre la lettura (fare sottolineature, note a margine, ecc.), ma dall’altro inseriscono il testo che si sta leggendo in un sistema di rimandi e di approfondimenti molto più ricco e di facilissimo uso.

 Un servizio online come Highlighter8, per esempio, rende molto semplice non solo commentare i singoli passi di un libro, ma anche condividere opinioni e notazioni, confrontarsi, fruire di informazioni aggiuntive riguardo a personaggi e luoghi narrati nel testo9. Openmargin10 invita il lettore “nello spazio libero di un libro all’interno del quale condividere i propri pensieri”11, rendendo facilissimo annotare i propri commenti a lato di un testo e, contemporaneamente confrontarli con quelli di altri lettori.

L’italiana Bookliners12 offre la possibilità di leggere le anteprime e i libri gratuiti messi a disposizione dagli editori, commentare ogni singola parola dei libri in lettura, visionare e rispondere ai commenti degli altri lettori, creare gruppi di lettura aperti a chiunque o riservati solo agli amici e quindi arrivare a conoscere altri lettori con gli stessi gusti.

Anche Kobo13 ha creato il programma di lettura “Reading Life”, aggiungendo alla fruizione del libro tutta una serie di elementi social che sono curiosi ma indicativi. Grazie a “Reading Life”14 il “nuovo modo di leggere tutto digitale”, ciascuno può scoprire molto sulle proprie abitudini di lettore. Si può controllare quanti eBook sono stati letti, quante ore sono state dedicate alla lettura, quanti libri presenti nella propria libreria sono ancora in attesa di essere sfogliati. E tutte queste funzioni, per essere più facilmente riconoscibili, sono abbinate all’assegnazione di badge colorati che attribuiscono un simbolo alle abitudini di lettura.

E “Se state leggendo ‘Alice nel paese delle meraviglie’, quando la protagonista entra in scena nel romanzo, accanto al testo appare una piccola icona che lancia un pop-up con su scritto: ‘Hai incontrato Alice, vuoi dirlo su Facebook?’. In questo modo Alice diventa una specie di tua amica o contatto virtuale e tu puoi pensare di costruire intorno ad essa un social network”15

Inoltre la funzionalità “Oltre il libro” offre ai lettori i retroscena della storia che stanno leggendo. Basta toccare le parole evidenziate per ottenere articoli web, libri simili e autori che sono tematicamente correlati. E così “Oltre il libro” consente davvero un'esperienza di lettura ‘aumentata’.

È proprio attraverso il concetto di “reading life”, che non è solo una funzione meramente tecnica, né soltanto social legata alla pura e semplice ‘condivisione’ (come continuamente sollecita a fare Facebook), che la lettura ‘digitale’ potrebbe diventare uno strumento efficace per la crescita di un profilo nuovo del lettore futuro.

  1. Cfr: Il blog THE AUTHORS GUILD, “Turow on Amazon/Goodreads: This is how modern monopolies can be built”, http://www.authorsguild.org/advocacy/turow-on-amazongoodreads-this-is-how-modern-monopolies-can-be-built/ oppure l’articolo su BLOOMBERG di Tom Giles “Amazon Buys Goodreads to Add Tools to Help Users Discover Book”, http://www.bloomberg.com/news/2013-03-28/amazon-buys-goodreads-to-add-tools-to-help-users-discover-book.html []
  2. A questo cambio di paradigma, che inizia ad investire anche le grandi biblioteche statunitensi, è dedicato, in particolare il mio articolo “I nuovi paradigmi della lettura digitale, tra raccomandazioni e reading life”, pubblicato sul blog AVVERTENZE PER GENI http://avvertenze.wordpress.com/2014/04/13/i-nuovi-paradigmi-della-lettura-digitale-tra-raccomandazioni-e-reading-life/ []
  3. https://zolabooks.com/ []
  4. Nance, Kevin (October 3, 2012). "ZolaBooks plans to be one-stop shop for e-reading"The Washington Post. []
  5. http://www.bookish.com/home []
  6. Vedi a tal proposito l’articolo di Laura Hazard Owen “Two years and three CEOs later, publisher JV Bookish is ready to help users find their next book”, http://gigaom.com/2013/02/04/2-years-and-3-ceos-later-publisher-jv-bookish-debuts-to-help-users-find-their-next-book/ []
  7. Bookish è stato recentemente adottato anche da BiblioCommons, il nuovo servizio proposto della New York Public Library che aiuta l’utente della biblioteca a scoprire nuovi libri partendo dalle proprie preferenze e dai propri gusti di lettura. []
  8. http://highlighter.com/ []
  9. Ecco un video che illustra le possibilità offerte da Highlighter: https://vimeo.com/26091209 []
  10. http://www.openmargin.com/ []
  11. Anche in questo caso le prime informazioni sulle possibilità offerte dalla piattaforma sono fornite da un breve video: https://www.youtube.com/watch?v=GcjdVLh-G10 []
  12. http://www.bookliners.com/_front/it/ []
  13. La multinazionale nippo/canadese, produttrice di eReader, in Italia ha stretto un accordo, prima con Mondadori e poi nel 2013 anche con Feltrinelli, diventando la più importante piattaforma di acquisto di eBook, insieme a IBS. []
  14. Kobo Reading Life http://it.kobo.com/koboarc7hd#readinglife []
  15. Intervento di Gino Roncaglia, citato da Alessio Iacona nell’articolo “Social Reading is here” all’interno del suo blog http://jacona.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/06/29/social-reading-is-here/ []