Oxi. Il momento della verità

Francesca Coin

È bastata una parola. Referendum. Re-fe-ren-dum. Sembra una parola banale, ma come un corpo pieno di lividi che innalzi uno specchio davanti al suo aggressore, l'Europa per qualche ora ha perso il controllo.

Il comunicato dell'Eurogruppo delle ore 16 del 27 Giugno, poi elegantemente commentato da Varoufakis sul suo blog, era chiaro: i diciotto ministri all'unanimità – cioè, senza il collega greco, in una forma eccezionale di unanimità, diciamo - hanno convenuto che la Grecia avesse rotto “unilateralmente” le trattative, concludendone che, a fine mese, cioé martedì, scadrà il programma d'assistenza alla Grecia, e con esso la possibilità per la Grecia di accedere all'assistenza europea oltre che ai proventi delle privatizzazioni e profitti Anfa e Smp. La reazione dei creditori all'ipotesi referedum in altre parole è stata scomposta, minacciosa, addirittura quasi onesta, come se quella parola proibita “re-fe-ren-dum” avesse innescato un desiderio di vendetta: se tu rivendichi la democrazia noi ti facciamo saltare le banche.

L'ha scritto Yanis Varoufakis, con la sua solita, spericolata aplomb. “La democrazia aveva bisogno di un incoraggiamento in Europa. L'abbiamo dato. Lasceremo decidere la popolazione. Ma fa sorridere quanto sembri radicale questo concetto!” L'aplomb di Varoufakis, quella stessa postura che gli è stata così spesso criticata, tradisce, infatti, un'ovvietà esplosiva: il fatto cioé che la democrazia non è affatto permessa, oggi. Anzi, la democrazia è proibita, e lo è in modo strutturale. Èquesta la verità proibita che i creditori cercano di occultare.

Vediamo cosa è successo negli ultimi giorni. Dopo la “sorpresa negativa” del referendum, per dirla con Dijsselbloem, ieri la Bce ha rilasciato un comunicato ufficiale. Era sull'Ela, il Programma di liquidità d'emergenza che la Bce fornisce alle banche greche. Il comunicato avvisava che in attesa di nuovi interventi, la Bce avrebbe lasciato il tetto dell'Ela inalterato. Inalterato significa due cose: primo, che la Bce intendeva dare un messaggio di normalità. Però, ed è il secondo punto, mantenere inalterata Ela in un contesto di crescente deflusso di capitali significa perpetuare una minaccia.

Siamo di nuovo al punto di prima: dietro quest'apparente normalità la finalità europea non è cambiata: il fine dell'Europa è e rimane destabilizzare la Grecia e possibilmente sostituirne il governo – ma in modo chirurgico e democratico. La risposta di Varoufakis, da questo punto di vista, è stata, al solito, spericolata e contro-intuitiva. Varoufakis ha fatto sapere a metà pomeriggio che non avrebbe posto capital controls in Grecia. Non avrebbe, in altre parole, introdotto controlli sulla circolazione dei capitali perché questi, parole sue, sono “incompatibili con il concetto di Europa”.

Si è sentito varie volte dire, in questi giorni, che i due uomini chiave di Syriza, Tsipras e Varoufakis, sarebbero ingenui. È stato detto che non hanno un piano B, questo e quello. Rigirata a cotante menti la critica di ingenuità sarebbe però troppo generosa. Quando Varoufakis dice che i controlli sui capitali sono “incompatibili con il concetto di Europa” dice che se l'Europa intende staccare la spina alle banche greche deve farlo in modo manifesto. Dice cioé che i creditori possono annientare la Grecia – in questi rapporti di forza possiamo realmente attenderci il contrario? - ma se vogliono farlo devono mostrare la loro vera faccia.

A che cosa sta pensando Syriza? Sicuramente a molte cose, ma tra queste alla divisione sociale, all'arretramento pauroso della consapevolezza collettiva rispetto alla radicalità di quanto sta avvenendo, a quella che Marazzi ha chiamato una sorta di “guerriglia semantica”, uno scontro di verità dietro al quale si cela un agguato.

Già in un recente articolo scritto insieme ad Andrea Fumagalli avevamo osservato come la Grecia avesse portato avanti le proprie negoziazioni a partire da una posizione di “debolezza coercitiva”, utilizzando cioè la posizione di debolezza del debitore per ricattare i creditori, spingendoli per quanto possibile a ristrutturare il debito greco a partire dalla constatazione che un default avrebbe avuto un effetto domino sugli stati che hanno concesso prestiti bilaterali potenzialmente innescando un evento creditizio sui Cdc. In questo gioco il collaterale del debito greco è la tenuta del sistema finanziario europeo nel suo complesso - l'ordine stesso del mondo per come l'abbiamo conosciuto negli ultimi quarant'anni. Ciò che la Grecia facendo, da questo punto di vista, è arditamente coraggioso: la Grecia sta usando il proprio corpo come esca per disvelare le volontà del creditore. In altre parole sta mettendo in gioco tutta se stesa – consapevole di non avere alternative.

L'hanno ammesso in tanti, in questi anni, incluse voci interne al FMI da Paulo Nogueira Batista al Mea Culpa di Strauss Kahn. La finalità dei creditori in Grecia non è mai stata salvare la Grecia. Come ha spiegato egregiamente Minenna, docente di finanza matematica alla Bocconi:se si ritiene che l’obiettivo della Troika fosse quello di risanare le finanze pubbliche e riportare il debito su una traiettoria sostenibile, si dovrebbe registrare una disfatta su tutta la linea”. Ma non questa è la prospettiva che dovremmo usare.

La verità è che il debito greco per taluni creditori è stato un affare. Sia nel primo che nel secondo salvataggio, il controvalore dei prestiti concessi alla Grecia è stato simile all'esposizione delle banche Francesi e tedesche prima, e poi anglo-americane, configurando il salvataggio del paese ellenico più propriamente come un processo strumentale al completo trasferimento del rischio sul debito greco dai grandi sistemi bancari ai contribuenti dell'Eurozona. La Grecia, da questo punto di vista, è il modello stesso del capitalismo finanziario odierno, un paese da cui estrarre la linfa, risorse, ricchezza, vita, capitale per il sistema finanziario, per quel minotauro globale che, secondo Varoufakis, dalla crisi del Fordismo negli anni Settanta si tiene in vita risucchiando la nostra.

Cosa dobbiamo attenderci, dunque, nei prossimi giorni. Certamente il tentativo di destabilizzare il governo greco con le armi della finanza minacciandone le banche e il governo nel tentativo – vitale per i creditori – di mantenere la Grecia in una condizione di sudditanza.

Syriza invece ha una carta sola in mano. L'unica carta che può realmente giocarsi è quella della ribellione e della solidarietà sociale. Sta a noi, adesso. Lasciare la Grecia sola o fare sì che da questa sofferenza emerga almeno una visione collettiva. Il cinque luglio non deve essere un referendum. Deve essere un'ovazione, una celebrazione, il volto stesso di una nuova Europa in erba.

Non si è ancora fatto sera

Franco Berardi Bifo

L’Europa è unita come lo fu nel 1941
Il futuro dell’Unione europea è iscritto nell’esito del referendum che Alexis Tsipras è stato costretto a convocare per il 5 luglio, ma comunque vada questo referendum, - che vinca improbabilmente il no al ricatto e all’umiliazione, o che vinca dolorosamente il sì al ricatto e all’umiliazione, - il futuro d’Europa è segnato. Finirà nel sangue, dopo un lungo periodo di miseria e umiliazione. La Jugoslavia del 1993 su scala continentale: questo è ciò che ha prodotto l’arroganza finanziaria, questa è la vendetta del Fondo Monetario Internazionale.

Ne La questione della colpa (Die Schuldfrage), un testo del 1946, Karl Jaspers, il filosofo tedesco che viene considerato uno dei padri dell’esistenzialismo, distingue il carattere "metafisico" della colpa da quello “storico”, per ricordare che se ci siamo liberati del nazismo come evento storico, ancora non ci siamo liberati da ciò "che ha reso possibile" il nazismo, e precisamente la dipendenza della volontà e dell’azione individuale dalla potenza ingovernabile della tecnica, o meglio della catena di automatismi che la tecnica iscrive nella vita sociale.

Introducendo l’edizione italiana del testo di Jaspers (La questione della colpa, Sulla responsabilità politica della Germania, Raffaello Cortina Editore, 1996), Umberto Galimberti cita un brano di Gunther Anders: “In una delle settanta interviste che Gitta Sereny fece a Franz Stangl, direttore generale del campo di sterminio di Treblinka, si legge: «Quanta gente arrivava con un convoglio?», chiesi a Stangl. «Di solito circa cinquemila. Qualche volta di più». «Ha mai parlato con qualcuna delle persone che arrivavano?». «Parlato? No... generalmente lavoravo nel mio ufficio fino alle undici – c'era molto lavoro d'ufficio. Poi facevo un altro giro partendo dal Totenlager. A quell'ora, lì erano già un bel pezzo avanti con il lavoro (voleva dire che a quell'ora le cinque o seimila persone arrivate quella mattina erano già morte: il «lavoro» era la sistemazione dei corpi, che richiedeva quasi tutto il giorno e che spesso proseguiva anche durante la notte). [...] Oh, la mattina a quell'ora tutto era per lo più finito, nel campo inferiore. Normalmente un convoglio teneva impegnati per due o tre ore. A mezzogiorno pranzavo... Poi un altro giro e altro lavoro in ufficio». […] «Ma lei non poteva cambiare tutto questo?», chiesi io. «Nella sua posizione, non poteva far cessare quella nudità, quelle frustate, quegli orrendi orrori dei recinti da bestiame?». «No, no, no... Il lavoro di uccidere con il gas e bruciare cinquemila e in alcuni campi fino a ventimila persone in ventiquattro ore esige il massimo di efficienza. Nessun gesto inutile, nessun attrito, niente complicazioni, niente accumulo. Arrivavano e, tempo due ore, erano già morti. Questo era il sistema. L'aveva escogitato Wirth. Funzionava. E dal momento che funzionava era irreversibile»" (G. Anders, Noi figli di Eichmann, Giuntina,1995, titolo originale: Wir Eichmannsöhne (1964).

Sono parole che andrebbero meditate oggi alla luce dell’incarnarsi del tecnototalitarismo nell’automa finanziario. Può parere eccessivo paragonare l’attuale dominio degli automatismi finanziari sulla democrazia politica al nazismo. Non lo è affatto. L’Europa è unita oggi come lo fu nel 1941, e gli effetti del pieno dispiegamento del nazismo finanziario li conosceremo nei prossimi dieci anni. Al di là del suo determinarsi come evento storico nella Germania degli anni ’30 e ’40 il nazismo è il primato della funzionalità tecnica sulla compassione per la fragilità dell’organismo umano. Per questo non è affatto improprio dire che il governo tedesco del 2015 è nazista, che Mario Draghi è nazista, che il Fondo Monetario internazionale è l’organo centrale del nazismo contemporaneo.

Nel 1964 scriveva Anders: “La tecnica che il Terzo Reich ha avviato su vasta scala non ha ancora raggiunto i confini del mondo, non è ancora “tecno-totalitaria". Non si è ancora fatto sera. Questo, naturalmente non ci deve consolare e soprattutto non ci deve far considerare il regno ("Reich") che ci sta dietro come qualcosa di unico e di erratico, come qualcosa di atipico per la nostra epoca o per il nostro mondo occidentale, perché l'operare tecnico generalizzato a dimensione globale e senza lacuna, con conseguente irresponsabilità individuale, ha preso le mosse da lì.” E aggiunge:«l'orrore del regno che viene supererà di gran lunga quello di ieri che, al confronto, apparirà soltanto come un teatro sperimentale di provincia, una prova generale del totalitarismo agghindato da stupida ideologia» (G. Anders, Noi figli di Eichmann, cit., p. 66).

Greci ed ebrei
La forma universale del nazismo come prevalere automatico del funzionamento rispetto alla singolarità sembra oggi incarnarsi nel prevalere dell’automatismo tecno-finanziario rispetto alla volontà politica della società.

Mario Draghi ha ripetuto più volte che le elezioni greche non cambiano nulla, perché le politiche finanziarie europee (e le loro implicazioni economiche) proseguono grazie al pilota automatico. Votando per Syriza la maggioranza dei cittadini greci ha inteso rifiutare l’imposizione di politiche ultra-liberiste come punizione infinita per il debito che grava sul sistema bancario europeo. Ma l’Unione europea, e particolarmente il gruppo dirigente tedesco, pretendono che il governo greco rispetti gli impegni presi dai governi precedenti, anche se questi comportano una catastrofe umanitaria di cui nessuno può negare la gravità.

Lo pretendono perché la resistenza e la sofferenza dei greci non si adatta alla regola matematica della finanza. Il fastidio dei tedeschi per i greci ha le stesse motivazioni e le stesse tonalità del fastidio che il buon tedesco provava per gli ebrei nel 1939. In un articolo del 1918 scriveva Carl Gustav Jung:“Lo psicoteraputa di estrazione ebraica non trova nell’uomo germanico quell’umorismo malinconico che a lui viene dai tempi di Davide, ma vede il barbaro dell’altro ieri, cioè un essere per cui la faccenda diventa subito tremendamente seria. Questa serietà corrucciata dell’uomo barbaro colpì anche Nietzsche, ed è per questo che egli apprezza la mentalità ebraica e rivendica il cantare e il volare e il non prendersi sul serio.” (Jung: Opere, Bollati Boringhieri, 1998, Volume 10, pag. 13).

L’ironia e l’ambiguità dell’ebreo derivano dalla stratificazione di molte esperienze, di molte patrie, di molte illusioni e delusioni. All’opposto sta per Jung la corrucciata serietà dell’uomo tedesco incrollabile nelle sue convinzioni. Naturalmente qui Jung pensa al suo rapporto con Freud, ma nel suo rapporto con Freud coglie un aspetto che va ben al di là dei confini della psicoanalisi (ammesso che la psicoanalisi abbia dei confini): la “belva bionda” (Blonde Tier nelle parole di Nietzsche riprese da Jung) si sente in pericolo quando le certezze vengono messe in dubbio e vede nell’ebreo colui che mina dall’interno le certezze della civiltà.

La Germania è mutata profondamente nella seconda parte del ventesimo secolo, eppure il sospetto e il disgusto che il contribuente tedesco sembra provare di fronte ai Greci contemporanei ripropongono i sentimenti che la “belva bionda” provava davanti all’ebreo. La belva bionda si è democratizzata negli ultimi decenni, questo è noto. Ha sostituito l’uniforme militare con le mezze maniche del ragioniere. Ma l’incrollabilità della fede è la stessa. Dio (o Wotan) è stato sostituito con l’algoritmo finanziario, ma Gott ist mit Uns in ogni caso.

Ecco allora i banchieri tedeschi dare ordini agli Untermenschen, eccoli esigere che gli altri popoli (meridionali pigri ambigui) facciano i compiti a casa. Finora i bravi scolaretti Rajoy Hollande e Renzi hanno penosamente provato a fare i compiti a casa e hanno ricevuto qualche buffetto di incoraggiamento o più spesso qualche rimbrotto da parte dei giudici dell’altrui moralità. Ma i greci hanno deciso di non piegarsi ulteriormente all’umiliazione e alla rapina finanziaria. Per loro è pronta la soluzione finale.