Manganelli inviato speciale nell’aldilà

Uno speciale su Manganelli con testi di Cortellessa - Francucci - Manganelli - Dattilo - Pulce - Papetti - Borelli **

DAL NOSTRO INVIATO NELL'ALDILÀ
Andrea Cortellessa

Un quarto di secolo fa, il 28 maggio 1990, moriva Giorgio Manganelli. A sentire Viola Papetti se lo sentiva ormai da un pezzo, d’essere arrivato alla fine (e questo spiegherebbe forse il gesto di sigillarsi, l’anno prima, in un’Antologia privata che risulta ottimo baedeker, oggi che viene riproposto da Quodlibet, per il manganelliano in erba); mi piacerebbe capire quanto, fatta la tara al sarcasmo di prammatica, potesse immaginare per sé il futuro postumo (lui che di morte, e di postume gesta e simposî, tanto aveva fantasticato in vita) che gli è toccato.
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I LIBRI NON ESISTONO: MA ESISTE IL NOSTRO FARSI CARNE ANCHE DI LORO
Giorgio Manganelli con una nota di Federico Francucci

Leggere i cinque quaderni di appunti critici scritti da Manganelli tra 1948 e 1956 (ora custoditi presso il Centro manoscritti dell’Università di Pavia, fondato da Maria Corti) vuol dire prima di tutto assistere, seguendo i tracciati della penna, alla maturazione, o alla fabbricazione, di una personalità: e questi sedimenti di una soggettivazione che si riattivano sotto il nostro sguardo mostrano ampie zone di contatto sia con le poesie giovanili (pubblicate da Daniele Piccini nel 2006 per Crocetti), sia con la straboccante officina coeva del prosatore, molti anni prima dell’esordio ilarotragico (1964), una porzione della quale è stata resa nota da Salvatore Silvano Nigro (nell’importante collettore postumo di inediti Ti ucciderò, mia capitale, Adelphi 2011), ma che resta ancora ampiamente inesplorata.
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DISCORSO SULLA DIFFICOLTÀ DI PARLARE COI VIVI
Emanuele Dattilo

Un giorno di maggio di venticinque anni fa, Giorgio Manganelli morì. Ciò non turbò particolarmente i suoi lettori, abituati a un’incerta cognizione della sua esistenza, sospettosi da sempre della liceità di ogni biografia. È vissuto, Manganelli? Chi scrive si esercita a morire da giovane: consegna il suo ancora balbettante discorso all’inchiostro e alla carta, lascia che le parole gli precipitino avvizzite giù dalla lingua, perdendo così il timbro vivace della propria voce, per farsi gelide cifre alfabetiche, a volte arroganti missionarie di un significato. Ma ecco, si sta già presentando la più irresistibile delle tentazioni per chi scrive di Manganelli: quella di manganellizzare.
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COSE CHE NON ESISTONO
Andrea Cortellessa

Quando apparve la prima volta (presso Rizzoli, nel settembre dell’89) la borgesiana, testamentaria Antologia privata ora riproposta dalla «Compagnia Extra» Quodlibet, col suo proverbiale feticismo per le copertine – e ben assecondato dalla grafica di John Alcorn – Manganelli evitò le immagini pittoriche prescelte in precedenza, optando nella circostanza per un gusto essenziale-epigrafico, lapidario-perentorio, funereo-solenne.
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MANGIARE LA NOTTE
Graziella Pulce

Se il motivo della notte intride più o meno capillarmente larga parte della scrittura di Manganelli, quello del cuocere e del mangiare è motivo molto più discreto, o meglio metamorfico e spesso dissimulato, ma che una volta marcato si evidenzia con una fitta rete di presenze distribuite regolarmente lungo l’arco che va da Hilarotragoedia fino alla Palude definitiva.
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MANGANELLI L'AFRICANO
Viola Papetti

«Da un labirinto si esce solo per trapassare ad un altro labirinto» scrisse Manganelli a commento della Mitobiografia di Ernst Bernhard (Adelphi 2000). Questo inanellarsi delle esperienze, che a Manganelli spesso piacque, era stato in qualche modo suggerito dal mitico Bernhard. Dopo questo Ur-viaggio africano trapassò ad altri golosi viaggi, ormai esperto, meno commosso, ma sempre mitopoietico, alla Bernhard appunto.
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FANTASMI, VOCI E SIMULACRI DEL SENSO
Massimiliano Borelli

Chissà se finalmente, nel prossimo futuro, tornerà disponibile al lettore italiano di Giorgio Manganelli uno dei suoi libri più affascinanti e meno conosciuti, quel Rumori o voci che dalla prima edizione Rizzoli del 1987 non è mai più stato ristampato. Sarebbe un peccato se così non fosse, perché proprio da lì un neofita manganelliano potrebbe proficuamente iniziare a addentrarsi nel cosmo sulfureo e discenditivo apparso nel 1964 – data dell’esordio hilarotragico – nelle lettere italiane.
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Dal nostro inviato nell’aldilà

Andrea Cortellessa

Un quarto di secolo fa, il 28 maggio 1990, moriva Giorgio Manganelli. A sentire Viola Papetti se lo sentiva ormai da un pezzo, d’essere arrivato alla fine (e questo spiegherebbe forse il gesto di sigillarsi, l’anno prima, in un’Antologia privata che risulta ottimo baedeker, oggi che viene riproposto da Quodlibet, per il manganelliano in erba); mi piacerebbe capire quanto, fatta la tara al sarcasmo di prammatica, potesse immaginare per sé il futuro postumo (lui che di morte, e di postume gesta e simposî, tanto aveva fantasticato in vita) che gli è toccato. Nel 1958, quando all’uscita del primo libro mancavano ancora sei anni (e faceva spazientire anche le riviste che lo invitavano a collaborare), così scriveva a Luciano Anceschi: «ecco una visione di “Verri” fitti di Manga, cataloghi folti di Manga, e saggi sul Manga, dibattiti sul Manga, donne suicide pel Manga, interrogazioni al Parlamento sul Manga…» (da Borborigmi di un’anima. Carteggio Manganelli-Anceschi, Aragno 2010).

Da allora il bilancio delle pubblicazioni in vita, del Manga, assomma 24 libri, dal 1964 di Hilarotragoedia al 1990 di Encomio del tiranno (per una media di 0.8 libri all’anno); mentre dal ’90 a oggi, se non vado errato, ne conta di ulteriori – cioè appunto postumi – 38 (1,5 all’anno). Molti di questi libri, sia fra quelli pubblicati in vita che fra quelli in morte, conoscono riedizioni ampliate (è il caso di Cina e altri orienti, splendidamente restaurato due anni fa da Silvano Nigro) o ripetute ristampe; Adelphi – il main publisher, come si dice, storicamente meritorio ma negli ultimi tempi non così scattoso – lo propone anche in e-book (13 i titoli sinora disponibili – da Hilarotragoedia alla Palude definitiva, passando da Esperimento con l’India, una delle prime e più memorabili uscite postume). A lui si sono ispirati, e continuano a ispirarsi, artisti, compositori, teatranti. Insomma, non è mai stato tanto vivo, Manganelli, ora che è morto. E il suo ghigno sarcastico, puntuale, risuona dall’oltretomba.

I materiali che proponiamo paiono testimoniare appieno tale vitalità. Intanto perché presentano un assoluto inedito, sinora completamente sconosciuto e ancora tutto da indagare (ma che si può far risalire al periodo «alto», più o meno alle metà degli anni Sessanta), come la Catatonia notturna consegnata ad Aragno da Lietta Manganelli (un tentativo incompiuto, più che di seguito di Hilarotragoedia, di espansione regolativa del principio ipersintattico di Hyperipotesi; con ogni probabilità Manganelli si avvide che la macchina della retorica, stavolta, girava davvero a vuoto, e scelse di cambiare strada: avventurandosi in quell’estremo della sua prima maniera che è Nuovo commento); e un libro ancora a venire come i giovanili Appunti critici, conservati al Fondo Manoscritti di Pavia e risalenti all’«archeologia» pre-ilarotragica, che dopo numerosi assaggi parziali Federico Francucci ha trascritto integralmente. Facile anticipare che sarà questo, quando vedrà finalmente la luce, il libro decisivo per capire come si diventa Manganelli.

Ma l’aspetto che pare a me più promettente riguarda quella cosa fuori moda che, al suo modo inimitabile, il Manga sapeva prestidigitare da maestro. La critica. Sulla sua opera, dopo una sparuta e quasi irrisa età di pionieri (qui rappresentati da studiose e amiche di diverse generazioni come Graziella Pulce e Viola Papetti – della quale riproponiamo l’insight, affettuoso quanto documentato, sul fondamentale viaggio in Africa fatto da Manganelli nel ’70: ora proposto da La vita felice nella redazione «ufficiale», mentre quella più «personale» è uscita da Adelphi, nel 2006 col titolo Viaggio in Africa, ma solo in un’edizione fuori commercio), le giovani generazioni si affollano, in questo momento, con un entusiasmo che non può essere indotto (solo) dall’industrializzazione seriale della ricerca accademica. In Manganelli si cerca, mi pare, un esempio di letteratura radicale: che, proprio nello sprofondare – assolutamente, provocatoriamente – in se stessa, pone le premesse per uscire – chissà? – finalmente. Federico Francucci è nato nel 1974, Massimiliano Borelli nel 1982, Filippo Milani nel 1983, Emanuele Dattilo nel 1985, Giorgio Biferali – dio lo perdoni – nel 1988. Ci sarà da divertirsi, nei prossimi anni.

I libri non esistono: ma esiste il nostro farsi carne anche di loro

Giorgio Manganelli con una nota di Federico Francucci

Leggere i cinque quaderni di appunti critici scritti da Manganelli tra 1948 e 1956 (ora custoditi presso il Centro manoscritti dell’Università di Pavia, fondato da Maria Corti) vuol dire prima di tutto assistere, seguendo i tracciati della penna, alla maturazione, o alla fabbricazione, di una personalità: e questi sedimenti di una soggettivazione che si riattivano sotto il nostro sguardo mostrano ampie zone di contatto sia con le poesie giovanili (pubblicate da Daniele Piccini nel 2006 per Crocetti), sia con la straboccante officina coeva del prosatore, molti anni prima dell’esordio ilarotragico (1964), una porzione della quale è stata resa nota da salvatore Silvano Nigro (nell’importante collettore postumo di inediti Ti ucciderò, mia capitale, Adelphi 2011), ma che resta ancora ampiamente inesplorata; sono inoltre il terreno della prima formulazione, già molto fine e articolata, di molti giudizi che si ritroveranno, più elaborati ma perfettamente riconoscibili, lungo tutta la produzione critica di Manganelli.

Letti e citati ormai da diversi studiosi, pubblicati in parte da Andrea Cortellessa nel numero manganelliano di «Riga» (2006), questi materiali – interessantissimi per la miscela di journal intime, penetrante affondo critico e sollecitazione fantastica impressa ai testi che li anima – sono particolarmente importanti perché, se da una parte precisano, fornendole un retroterra, l’immagine culturale abitualmente associata a Manganelli (il lettore maniacale in grado di trasformare in retorica tutto ciò che tocca; il demiurgo e cerimoniere di una letteratura intesa come sontuoso arazzo linguistico steso sul nulla), dall’altra mostrano una soggettività molto più variegata e combattuta, spasmodicamente tesa, negli anni convulsi e disperati della sua formazione, a fare attrito sulla realtà declinando il letterario attraverso un’ampia serie di tonalità politiche, storiche, filosofiche, sociali, con un’ampiezza di orizzonte esistenziale e teorico che non sarà più così apertamente dichiarato (senza con questo dissolversi, tutt’altro) nelle pagine a venire; pagine che invece conserveranno, di questi antichi quaderni, la voracità propriamente letteraria (autori latini e greci, letteratura medievale europea, letteratura moderna inglese, americana, francese e italiana).

Tra i percorsi possibili in queste scritture, che si sviluppano tra gli estremi dell’annotazione fulminante e del minisaggio, ne ho scelto uno brevissimo che assembla appunti stesi tra il ’51 e il ’53 e mostra, sovrapposti e inscindibili, un Manganelli noto a tutti e uno insospettato ai più. L’«orso» insieme «prepotente» e «impotente» che proprio mentre cerca il modo di far diventare carne la carta, ossia di lasciare che il suo corpo, ciò che lo inserisce nel mondo, sia modellato dalle letture e queste divengano così vero organo di contatto con l’altro da sé, se ne sta barricato tra i libri producendo il suo isolamento e la sua separazione, è chiaramente imparentato con le figure della sovranità che tanto più incrudelisce quanto più vuoto – puramente verbale – si rivela il suo dominio; figure che lungo tutto l’arco degli appunti Manganelli ritaglia dai testi più vari, e che soprattutto individua nei drammi elisabettiani e negli amatissimi plays shakespeariani, letti e riletti per tutta la vita (come documentato dalla biblioteca dell’autore, anch’essa conservata a Pavia). L’analisi inesausta del character regale o tirannico, accompagnata a quella della violenza devastante, follemente distruttiva e autodistruttiva da esso esercitata, è una strada maestra dei quaderni che permette di legare il vissuto autobiografico di Manganelli alle tante numinose concrezioni vocali del sovrano disseminate nella sua opera: e fin qui la continuità sembra perfetta, e la solidarietà con il Manganelli più pubblico, totale. Ma in questi appunti si vede anche come, in una maniera non clamorosa ma riproposta con tenacia, tutte queste figure siano ricondotte anche, e esplicitamente, a uno scenario storico terribile e ancora molto recente quando Manganelli scriveva, quell’avvento in Europa di nazismo e fascismo che aveva portato alla Guerra Mondiale.

All’inizio degli ani Cinquanta, insomma, è evidente che quando Manganelli pensa al sovrano non può non associare questo personaggio a quelli di Hitler e di Mussolini (e, in letteratura, a quello del d’Annunzio più sciaguratamente trombonesco e guerrafondaio); e che l’ambivalenza fatta di fascinazione e ripulsa nei confronti della regalità onnipotente e vuota non dipende solamente da ragioni personali e psichiche, ma anche, almeno altrettanto, da ragioni storiche e politiche. Ragioni che in questi quaderni si fanno sentire ancora molto bene, e sulle quali più avanti, invece, calerà il silenzio.

Ma forse è arrivato il momento di pensare che il dissidio, la profonda scissione che attraversa la letteratura manganelliana, e la sostanziale indecidibilità che è il suo più evidente approdo, abbiano, insieme a quella psichica, anche un’altra radice. Se il sovrano manganelliano non ha nome sulla pagina (pensiamo per esempio a Un re, in Agli dèi ulteriori; ma ci sono tanti altri casi), è anche perché i nomi che la storia suggerisce sono troppo orribili da pronunciare.

Federico Francucci

Dagli Appunti critici
[29-11-1951]

Il metodo dello studiare, e dell’usare dello studio come nutrimento di idee, è tutt’uno con il sapere coscientemente riconoscere noi stessi, e naturalmente aderirvi. I libri non esistono: ma esiste il nostro farsi carne anche di loro. E sono anni che mi affatico a cercare il come, e tra i miei libri me ne sto goffo e prepotente come un orso, e sostanzialmente impotente. Sono afflitto da una vera, continua, maligna impotenza, che riconosco affatto estranea al mio carattere, ma che c’è, come un porro sul naso, o un odore fastidioso di vivande di terz’ordine. È la mia volgarità, una sorta di fisiologicità intellettuale: una cosa vergognosa.

[29-11-1951]
È incredibile: se dentro di me i «liberali» arrivassero al potere, dovrebbero in primo luogo promulgare una «carta dei diritti» da cui dovrebbe risultare che io posso leggere tutti i libri che voglio, guardare tutti i quadri, ascoltare la radio, eccetera. Ma io vivo sotto una sorta di Gran Khan, che è assistito da una polizia occhiuta e maliziosa, e che cerca da ogni parte l’odore dei liberali: e ogni tanto ne impicca qualcuno. Di notte, scrivo sui muri interni, (magari dell’orinatoio) – abbasso il Gran Khan.

[30-12-1951]
La nostra civiltà è ancora infantile e piena di Dio: un Dio pasticcione inframmettente e reazionario, come tutti gli Dei. (E quanta paura, a scrivere queste parole!) Ma altrove Dio è come una gran massa, che si sbriciola educatamente; presto, dove si ergeva il massiccio corpo della divinità, sarà un’aria trasparente, senza ostilità, neutra, che attraverseranno anche i nostri bambini.

[10-2-1952]
Le Barbier de Séville del Beaumarchais (1755): (manifestazione) contemplazione – e accettazione – del vitale: secondo un ritmo, una carità, una coerenza, che porta quasi alle lacrime. È difficile scegliere per sé la gioia, la volontà di vivere, la fedeltà all’istante, ed alla sua nobiltà, è difficile non fare né simboli né ideali, non pregare, non accusarsi, non fuggire, accettare voglie, capricci, tenerezze, e la propria meravigliosa mortalità. Ecco qui tutto ciò: ecco la più «religiosa» volontà di vivere: quelle creature hanno un movimento di fibre e di membra, che sta nel profondo, interessa tutto il corpo, e non l’anima che sanno mortale. Ma neppure lo sanno, così sono intenti a quel meraviglioso, faticoso (Figaro è pieno di fatica) compito di fabbricare i mattoni dell’esistenza. Di rado capiterà di leggere pagine di una felicità così impudica e aggressiva: e tanta umiltà, in questo accettare, ricompensata con l’inverosimile gioia che il computo delle proprie membra dà alla creatura.

Dobbiamo benedire la Francia: è stata il territorio d’asilo della gioia, quando da noi non la voleva nessuno. E ora, chi la vuole?

[16-2 -1952]
Non vi può essere alcun dialogo tra apparati, tra organizzazioni: queste non possono cedere senza mettere in forse la loro continuità vitale. Devono vincere o morire. Sono idee «corporali». E che cosa significa essere «antifascisti»? Significa portare la persona al luogo degli organismi, i problemi autentici al posto delle false soluzioni. In Italia l’intelligenza è stata assediata dalla miseria, dalla immobilità, e coperta dall’affettuoso mortorio di tutte le chiese, culminante in Chiesa Cattolica e Fascismo: ipocriti e tracotanti, tutti i filistei della società italiana.

[21-2 -1952]
Richard Wright: Native Son (1940) Come l’altro di Wright (Uncle Tom’s Children) libro sfacciatamente problematic, non propriamente a tesi, nato da una tensione di problem oggettivi e insieme morali, umani. Libro-messaggio e insieme libro. Generalmente i messaggi danno ai nervi. Ad ogni modo Wright quando scrive non dà l’impressione di avere tutto il libro in mente dal principio. Due terzi di questo sono racconto puro, nudissimo, senza la minima pausa, affatto cinematografico. Le ultime 80 pagine sono tutto fuorché racconto. Sono un’esplosione.

Ma c’è altro: c’è questa idea di una colossale, collettiva frustrazione, di tutta una fetta dell’umanità, e c’è quella figura di Bigger, che uccide per caso, e poi «accetta» il suo omicidio, e lo usa come un’arma, come strumento per vivere. Quell’uomo che uccide per capire, per essere reale, per lavare quell’usurpazione, quel tradimento che su di lui eseguiscono le «facce bianche». In questo senso, ecco l’avvocato: «perché la morte di Mary significhi qualcosa» chiede la vita per Bigger: l’assassino e l’assassinato si spiegano a vicenda, e insieme spiegano tutto l’universo, sono il segno della contraddizione, del disaccordo. Assassino e assassinato eseguiscono il dialogo più autentico, e l’atrocità del loro esistere in quella forma (metafora) rivela l’atrocità di qualsiasi altro esistere, solo apparentemente diverso e più umano, ma ugualmente gettato a naufragare in uno dei termini del dialogo. Tuttavia assai importa che tra assassino e assassinato ci sia definitiva chiarezza e pietà. Solo «dopo» (dopo lo scacco universale del delitto) ci può essere umanità e pietà e dialogo, che presuppone una così bruciante pietà da fare dei due esseri, due tempi di una allacciata dialettica. Come sempre, l’assassino e l’assassinato sono coloro che si sono spinti più avanti – né è detto che ciò implichi coscienza – quelli in cui l’eterna frattura della realtà si fa sensibile, assieme ad un aut aut. Dice Wright: se l’assassino verrà punito con la morte, ciò vorrà dire che noi non vogliamo capire, per cui la frattura si farà più totale, e l’assassino e l’assassinato diventeranno i terribili protagonisti di tutti i giorni. Noi sappiamo che ciò è assolutamente vero: e tuttavia quel dialogo continua, la frattura è orribile, ma morti e uccisori si affacciano ai due lati, e continuano il dialogo. Credo che sia «giusto» uccidere Bigger: che sia giusto che il numero degli assassini cresca: che l’odio inconscio, e il non-essere divengano tanto alti da rendere necessario un ultimo aut-aut, che sia fra l’essere e il non-essere, totali, senza equivoci. Ma la storia ci dimostra che i mostri sono sempre uno di meno del necessario per aprire gli occhi. Wright – è importante – non ci dice di avere simpatia per Bigger: ma ci dice di considerare Bigger come il segno clamoroso di un male oggettivo. Non è l’assassino: è il portatore di una condizione di assassinio, non metafisica, ma storicamente determinata. È scelto. So che è perfettamente reazionario, ma come non dubitare se questa condizione non sia assoluta, non storica, trascendente? (Lutero) Quella frattura è realmente componibile? Ma so che è un fascino pericoloso. L’assassino e l’assassinato possono essere due termini di dialettica fisiologica, necessaria e perciò inutile: e possono vedersi come le punte del dialogo, dialogo parzialmente libero (totalmente libero come dialogo) e quindi momento attivo, luminoso, irripetibile. Per amore di questo dialogo, occorre lottare. Ma dov’è la sintesi? Noi non crediamo nell’al-di-là, ed è terribile questa angoscia di una sintesi terrena, cui sappiamo che non arriveremo.

[11-1 -1953]
Gloucester del Riccardo III non è un nazista, così come nazista non è Machiavelli: i fascisti non erano la tecnica pura, ma la tecnica usata come liturgia del mito. Erano, specie in Germania, gli uomini delle tribù: adoratori del sole, in mezzo alle lucide superfici delle dinamo. Gloucester è forse un «caso patologico»: ma perfettamente consapevole; l’odio è un presupposto, ma Gloucester è tecnica. C’è una forza non solo romantica:

Lady Anne: Villain, thou know’st no law of god nor man:
No beast so fierce but knows some touch of pity
Gloucester: But I know none, and therefore am no beast.

È esatto: Gloucester non è una bestia; anzi, la sua delinquenza è eminentemente intellettuale, addirittura cerebrale.
La sua superiorità sugli altri è enorme: si veda con Lady Anne, che gli sputa addosso, per poi sposarlo e farsi amare da lui. Pure è sconfitto, perché la sua delittuosità intellettuale è in certo senso inutile, gratuita: stilista dell’omicidio, Riccardo III è per la sua assenza di passioni terrene, incapace di mettersi in fila e coonestare la sua atrocità sotto una volontà universale. È il tiranno, supremo aborto di una razza, ma in fondo estraneo a politica e società. Chiusa la guerra civile, l’episodio di Riccardo resta inutile e incomprensibile: aberrante impasto di demenza – o di sola intelligenza.

[11-1-1953]
Macbeth: si è detto che è il «dramma del rimorso»: non è tutto vero. È il rimorso religioso: qui il peccato è in special modo sacrilegio. Shakespeare qui pare avere inteso che il mondo delle cosiddette «passioni elementari» è un mondo assai complesso, ma non nel senso che implica inquietudine morale o una qualsivoglia problematica – ma perché implica una fase religiosa, in cui tabù e allucinazioni fanno le veci di un mondo morale. Macbeth è in bilico tra le pure forze della religione della tribù, – santi e demoni – e una sua condizione anarchica, istintiva e inconsapevole. Il suo delitto viola un tabù: per compierlo si è affidato alla diretta potenza di una malignità demoniaca che direi «locale»: non c’è la categoria del male, ma i suoi procurataori nell’ambito della tribù. Sottratto così alla garanzia della tribù, Macbeth, affatto isolato, eseguisce delitti «puri»: ma sempre li eseguisce perché in lotta con la tribù, e con ciò che in lui è tribù. Qui non c’è fato greco, ma fato barbarico: quasi una elasticità del tabù, che si potrà conculcare ma non spezzare. Finirà annientato, ma ingiudicabile.

Fisica e profezia e allucinazioni: Shakespeare non è mai stato tanto selvaggio: un discorso in cui la coscienza galleggia come puro aggregato di simboli. E mai è stato più «religioso», più consapevole di quella follia che tenta di inquadrare l’universo nei suoi schemi allucinati e impermanenti. Macbeth tenta di uscire dalla religione per la strada sbagliata: cercando di «uccidere» una intera realtà, se ne fa un frenetico difensore. Assassino, ucciso alla fine, è un testimone, un martire: tutta la sua follia è un inno alla tribù.

[17-1-1953]
Passando dal Cambyses al Gorboduc si ha un sobbalzo, come a lasciare una carrettiera per una autostrada: attacca subito con versi lisci, ben pettinati, esclamazioni di scuola, eccetera. Si sente che è gente di buona famiglia, e da piccoli prendevano lezioni di ballo. Ma di codesta versificazione si può dire quel che Eliot dice di Milton: muraglia cinese. Ma qui muraglia scolastica, molto decente, ma senza grandezza, neppure quella perversa verticalità di Milton. Cioè, una cosa piuttosto inutile. Dà l’idea di una recita maldestra, ma che spiri una certa nobiltà, lustra di titoli. Ma Gorboduc non è poi una cosa tanto innocente: è raro che la perfetta retorica sia innocua. Gorboduc è un libello poetico, nato in una classe affetta da fascismo high-life: e tutta quella lentezza scolastica di effetti e parole, è la metafora di quell’ordine fatto di buona scuola, devozione degli inferiori, di una coincidenza divina di moralità e classe sociale. L’eterna nostalgia dei reazionari. Ma qui la somma emozione è la rispettabilità. Un filisteismo di buona marca, educato, ma non perciò meno feroce. Le pagine dove rimane la lotta coi popolani insorti sono calma e compunta apologia del massacro. Il paternalismo diventa sempre, allo stato finale, gangsterismo a sfondo religioso. Molti delitti: nessuno in scena.

Come nei classici, racconti di nunzi. Mi chiedo se questa retorica pigra non sia una testimonianza aristocratica: un certo disdegno della vitalità; non si uccide: si ascolta il racconto dell’uccisione. È più distinto. La vita sporca. Il fascismo che noi conosciamo era invece eminentemente teppistico.

A questa gente secca molto che il popolo possa «giudicare» il principe. Moralità come classe, dunque. È curioso notare che questi problemi non appaiono affatto casualmente nell’opera: tanto che si sa che Norton tolse dei versi, quando diventò puritano. Versi di politica, si intende. E infatti la «conclusione» è un lamento sui mali della società non saldamente retta da un «uno». Tuttavia non c’è aria di tribù: qui sono usate, con sereno distacco, le istituzioni della tribù: ma il valore sacramentale è perso. Non follia, dunque: filisteismo puro.

Discorso sulla difficoltà di parlare coi vivi

Emanuele Dattilo

Un giorno di maggio di venticinque anni fa, Giorgio Manganelli morì. Ciò non turbò particolarmente i suoi lettori, abituati a un’incerta cognizione della sua esistenza, sospettosi da sempre della liceità di ogni biografia. È vissuto, Manganelli? Chi scrive si esercita a morire da giovane: consegna il suo ancora balbettante discorso all’inchiostro e alla carta, lascia che le parole gli precipitino avvizzite giù dalla lingua, perdendo così il timbro vivace della propria voce, per farsi gelide cifre alfabetiche, a volte arroganti missionarie di un significato. Ma ecco, si sta già presentando la più irresistibile delle tentazioni per chi scrive di Manganelli: quella di manganellizzare. Essendo Manganelli certamente non un uomo, ma una specie di cristallo puro di linguaggio, una retorica assoluta, questa tentazione è particolarmente forte, in quanto la retorica è per sua natura astratta, impersonale e contagiosa. La sfida impervia in cui si deve provare ogni suo critico è quella di abbandonarsi dolcemente a questo linguaggio, assaporarlo e lasciarsene pervadere totalmente, e tuttavia, per non scimmiottarlo, opporre una resistenza che permetta di contemplarlo in trasparenza.

La lingua-Manganelli è dunque, come abbiamo detto, una lingua morta; morta, sia chiaro, ben prima di quella giornata di maggio di venticinque anni fa. È una lingua che ha riconosciuto sin dall’inizio nella morte, nel non-essere, il presupposto e il centro di ogni autentica esperienza letteraria. La lapide che egli si scrisse, a facilitare i suoi commentatori e commemoratori, come quarta di copertina di uno dei suoi ultimi libri, Antologia privata, recitava: «Egli era stato assai competente in fatto di Cose che non esistono»; e Manganelli percepì da subito se stesso come non totalmente esistente, come – secondo una celebre figura di Hilarotragedianonnato. Ma come può, un nonnato, morire? Bisogna partire dall’apparente paradosso secondo cui la morte non ha nulla a che fare con l’interruzione della vita, ma rappresenta piuttosto uno stato incoativo, dinamico della vita stessa, come ebbe a scrivere un autore massimamente manganelliano: «Ponete il punto della morte in mezzo al circolo della vita (la quale in fatti tutta intorno a lei si rivolge, essendo, come diremo, il vivere un continuato morire) avete sopra che condurre i pensieri a conoscere verità, e gli affetti a intraprendere utilissime operazioni» (Daniello Bartoli, L’uomo al punto, cioè l’uomo in punto di morte). Allo stesso modo, una lingua morta non è una lingua storica che ha cessato di essere parlata abitualmente da alcuni locutori, ma è una lingua che ha fatto dell’impossibilità di essere pronunciata il proprio centro, una lingua la cui predicazione nel mondo si è resa costantemente impossibile. La letteratura è questo discorso di un morto ad altri morti, e ogni lettura ha il suo archetipo nell’«intervista impossibile», nel dialogo con un morto; scrittore e lettore si incontrano in un luogo imprecisato, simile al Bardo tibetano, lo stadio intermedio tra vita, morte e rinascita: un puro spazio linguistico.

«La letteratura come menzogna» parte da questo paradosso: il linguaggio non può che falsificare totalmente il mondo, la letteratura è un’immensa fantasmagoria che non ha nulla a che vedere con la cosiddetta realtà, e anzi le si oppone di fronte come la morte davanti alla vita; tuttavia non esiste che il linguaggio, ogni cosa e ogni accadimento di cui facciamo esperienza, dal più sordido al più metafisico (e in Manganelli queste due dimensioni tendono sempre a coincidere), è intriso e bagnato di parole e di letteratura. Questa tesi, implicita a tutto il discorso manganelliano, è alla base di un più grave paradosso che i suoi lettori conoscono bene: pochi scrittori del secolo scorso sono stati così straordinariamente speculativi come Manganelli, nessuno ha mostrato lo stesso allucinato e irrefrenabile estro metafisico, diretto ai temi più disparati del pensiero, dal linguaggio alla morte, dall’amore a Dio; eppure pochi scrittori, come lui, hanno rivendicato con maggiore forza la propria ostinata volontà di non dire assolutamente nulla, il fatto che la scrittura sia fatta soltanto di parole, prive di significato e di direzione. Come vanno prese allora le tesi filosofiche che Manganelli enuncia, in forma assertiva di trattatista barocco o in quella divagante del fool metafisico, con un rigore e una precisione spesso insuperabili? Sono, le sue idee, soltanto parole, o vanno prese invece sul serio?

Il tentativo di avvicinarsi a questa questione può generare due errori: il primo è quello che potremmo chiamare, in senso lato, «nichilistico», che fa esistere solamente il linguaggio che ruota su se stesso, privo di mondo; il secondo è quello che si potrebbe chiamare «realista», che fa esistere le cose rappresentate come se esistessero prima e fossero indipendenti dalla lingua che le espone. Da un lato, cioè, il rischio è quello di prendere Manganelli come un geniale inventore di paradossi e di mirabili giochi linguistici, un virtuosistico devoto della forma estetica, da collocare nel ristretto ambito della post-avanguardia, sulla serietà dei cui contenuti non bisogna però attardarsi. L’altro rischio è quello, sempre presente quando si parla di letteratura, di prendere invece le idee esposte nei suoi libri come delle vere e proprie teorie enunciate sul mondo e sul linguaggio, al pari delle tesi di Wittgenstein o di Heidegger, e quindi liquidare come un vezzo o una perdonabile civetteria le dichiarazioni sul «non aver nulla da dire» o sulla letteratura come menzogna, e soprattutto considerare queste tesi deponendo come un accidente secondario la funambolica, euforica lingua in cui vengono enunciate. Queste due tesi sono, a ben vedere, speculari e non colgono la peculiare relazione che Manganelli istituisce tra linguaggio e mondo.

La risposta a questo dilemma, che riguarda più in generale il rapporto tra la letteratura e il suo contenuto di verità, si trova a mio avviso in quella summa del pensiero manganelliano che è Nuovo commento. L’operazione che avviene nel libro è nota: in esso viene svolto con acribia un puntuale, esaustivo commento a un testo che non c’è e che non conosciamo, di cui non abbiamo alcuna traccia. Come avvisava ironicamente e ingannevolmente la fascetta posta sulla copertina della prima edizione: «Il libro è “altrove”». La peculiarità straordinaria di questo libro è che il commento, apparentemente subordinato vademecum per la lettura, diventa qui il testo stesso; l’apparato di note e di scholia che costituisce il Nuovo commento si è reso infine autonomo rispetto al fantomatico testo di partenza, talmente prossimo ad esso da divorarlo e trasformarsi anzi nel testo medesimo. Poniamo che il linguaggio non sia che una sorta di «commento» al mondo e alla realtà: esso tende gradualmente, per una sorta di irrefrenabile smania amorosa, ad avvicinarsi e a trasformarsi in ciò che descrive, di cui pretende di parlare, e a farsi assoluto. Non è vero che in Nuovo commento il testo non vi sia: esso risiede come un sogno all’interno del commento stesso, ormai diventato testo; è il desiderio che il commento è riuscito finalmente a realizzare. Ogni parola è, dunque, «parallela», in quanto la realtà che vuole toccare non è di natura diversa o eterogenea rispetto alla propria, ma tende invece ad esistere dentro essa («Il “libro parallelo”», dice Manganelli nell’introduzione al suo Pinocchio, «è tale all’interno del libro che persegue»).

La differenza tra il linguaggio e il mondo viene annullata e inghiottita nel furore centripeto del linguaggio commentatorio. Il primato del linguaggio, in Manganelli, non vuol dire che ci siano soltanto parole prive di realtà, ma significa piuttosto una totale, reciproca compenetrazione tra parole e mondo, per cui il mondo abita nascostamente all’interno del linguaggio, e la lingua a sua volta vive una vita autonoma e parassitaria nel cuore del mondo, come Pinocchio all’interno della balena. La vocazione metamorfica del linguaggio – di cui possiamo prendere come figura allegorica proprio Pinocchio – è la sua possibilità di diventare mondo, di avere il suo stesso statuto, di ruotare intorno ad esso come attorno ad un punto in cui va lentamente trasformandosi; rispetto alla «realtà», quest’astrazione retorica, il linguaggio non può però che essere finzione, proprio in quanto si esilia per un attimo da se stesso e simula un discorso sulle «cose che esistono».

Nuovo commento si conclude con uno dei numerosi intermezzi narrativi che contraddistinguono i primi libri manganelliani e che costituiscono, qui come in Hilarotragedia, dei veri e propri trattati metafisici esposti in forma narrativa, in cui le astratte architetture concettuali accettano di mostrarsi nei panni dimessi della prima persona singolare. Il testo a cui ci riferiamo è la memoria finale del figlio dei divinatori, in cui il protagonista rievoca in punto di morte la propria breve e dissennata vicenda terrena, suggerendo quindi con una certa timorosa reticenza la propria scoperta. Il mondo si era dato, ai genitori di lui e a lui medesimo, nella forma di un immane, disordinato ammasso di linguaggi e di retoriche eterogenee, di cui lui per primo intuì una coerenza formale, arrivando infine a sospettare la possibilità di leggere nei più svariati lacerti verbali, che baluginavano nelle foglie o nel vento, gli echi di un unico, sotterraneo, totale linguaggio, con cui si identifica il mondo intero. Questa scoperta estrema comporta, naturalmente, l’imminente morte del mantico, ormai preda di se stesso come scheggia e immagine contratta di questo linguaggio assoluto, insopportabile.

Il presupposto della mantica è che ogni cosa possa essere oggetto di lettura, che l’atto di leggere abbia dunque una sorta di priorità rispetto all’atto di scrittura. Nessuno scrive i sassi che vengono gettati, i voli degli uccelli, o le stelle che disegnano nel cielo notturno il nostro carattere; nessun autore e nessuna intenzione comunicativa è riconoscibile in questa arcaicissima tra le letture umane. In ugual modo la letteratura, inesauribile riserva di sogni e di finzioni sul mondo, si avvicina ad esso come un commento parallelo, per giungere infine a diventare quello stesso incomunicabile linguaggio assoluto delle cose. La lingua morta di Manganelli, questa lingua della finzione che ha deposto ogni intenzione comunicativa e descrittiva, è qualcosa di simile a quella che Benjamin ha chiamato «pura lingua». Non una serie di opinioni vere dobbiamo cercare nelle sue affermazioni, ma la verità del mondo e di noi stessi come deposito inesauribile di linguaggi che ci è dato leggere.

Cose che non esistono

Andrea Cortellessa

Quando apparve la prima volta (presso Rizzoli, nel settembre dell’89) la borgesiana, testamentaria Antologia privata ora riproposta dalla «Compagnia Extra» Quodlibet, col suo proverbiale feticismo per le copertine – e ben assecondato dalla grafica di John Alcorn – Manganelli evitò le immagini pittoriche prescelte in precedenza, optando nella circostanza per un gusto essenziale-epigrafico, lapidario-perentorio, funereo-solenne. Il nome dell’autore (lo «pseudonimo quadratico» suo omonimo, cioè) si legge al piatto superiore, e a quello inferiore un motto icastico (quello che la barbarie di oggi, forse, definirebbe un blurb): incorniciati da una specie di doppia greca rossa che, a quel nome, conferisce l’aura di un’iscrizione toponomastica (così anticipando scelte, dell’apposito ufficio comunale, che ci auguriamo imminenti), o di un cartello al basamento d’un (assai meno preventivabile, in effetti) monumento equestre, eretto a edificazione e monito dei passanti. Ma l’allusione si precisa, poi, leggendo l’iscrizione posta all’altro capo del libro – una volta che fra le mani ci si rigiri, nervosi, quell’oggetto perturbante: «egli era stato | assai competente | in fatto di Cose | che non esistono». Con quell’imperfetto rendendo evidente come di un epicedio si tratti, in effetti: secondo prassi dettato in vita dall’interessato ma, di contro alla prassi, esposto ancora in vita (seppure per pochi mesi ulteriori) allo sguardo degli astanti.

Di Cose che non esistono (il maiuscolo allegorico, e anzi emblematico, cade purtroppo dalla versione banalizzata che del mot, disposta su due righe «in prosa», si legge nella controcopertina quodlibetale), in effetti, se ne incontrano a iosa nei testi raccolti nell’Antologia: dalle allucinazioni psicotiche di Un Re (da Agli dèi ulteriori) alla «sfera» enigmatica, e lancinante, partorita da una donna nella Centuria numero Settantacinque, passando per l’ermeneutica del refuso di Pinocchio: un libro parallelo e per il «cristallo dalle innumere, spietate e incandescenti facce» che sono le Operette morali in Laboriose inezie. Già: quel Leopardi che gli aveva insegnato, fra il molto altro, che «la facoltà immaginativa […] può concepire le cose che non sono, e in un modo in cui le cose reali non sono» e, più radicalmente (nella famosa pagina che comincia «Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male»), che «non v’è altro bene che il non essere; non v’ha altro di buono che quel che non è; le cose che non son cose».

Di qui la passione di Manganelli per il campo psichico che, con termine inadeguato, viene di norma definito (anche nella Letteratura come menzogna, peraltro) «fantastico». Un copioso zibaldone di cose che non son cose, nel 2003 una prima volta pubblicato nella bella e sfortunata stagione dell’editore romano Quiritta, viene ora succulentemente riproposto da una piccola sigla specializzata in «Future Fiction», Mincione (alla quale è però da rimproverare l’oblio in cui tiene, chissà perché, la curatrice d’allora, la manganelliana D.O.C. Graziella Pulce; così che risulta incomprensibile – al lettore dell’attuale edizione – la sigla «G.P.» residuata in calce alla nota ai testi…). Al centro, Ufo e altri oggetti non identificati, ha la curiosità irrefrenabile – a più riprese dall’interessato dichiarata, nella folla di «improvvisi» da lui riversati sulle pagine dei giornali – di Manganelli per gli Ufo, appunto. Quelle proiezioni dell’immaginario che il mentore del suo mentore Ernst Bernhard, Jung, in uno dei suoi ultimi scritti aveva definito «cose che si vedono in cielo». Dice per una volta con chiarezza inequivoca, in un articolo del ’79, il Manga: «i dischi volanti, esistano o meno, sono oggetti o fantasmi carichi di nostre proiezioni». E commenta Raffaele Manica nell’elegante postfazione al volume (questa invece, nella nuova edizione, opportunamente conservata): «Manganelli non credeva che gli oggetti non identificati fossero realtà; credeva che la realtà fosse un oggetto non identificato né identificabile».

Ma da questo assunto discende (o forse il vettore, psicologicamente, sarà da considerare rovesciato) altresì la filosofia d’amore, diciamo, di Manganelli. (Era stato ancora Leopardi, del resto, a dettare un pungente autocommento alla canzone Alla sua Donna: «La donna, cioè l’innamorata dell’autore, è una di quelle immagini, uno di quei fantasmi di bellezza e virtù celeste e ineffabile, che ci occorrono spesso alla fantasia, nel sonno e nella veglia, quando siamo poco più che fanciulli, e poi qualche rara volta nel sonno, o in una quasi alienazione di mente, quando siamo giovani. Infine è la donna che non si trova».) Un assunto assai saldo, se è vero che lo troviamo già in una pagina degli Appunti critici conservati a Pavia (e qui presentati da Federico Francucci), risalente al giugno del 1953, in cui si legge: «Le cose possono essere affette della qualità positiva della non / esistenza […]: ci son cose che ci si presentano solo sotto tale aspetto: così, per me, le donne; la casa in cui vivo; altre terribili cose (mia figlia)».

In termini paradossalmente sistematici, appunto filosofici, tale convinzione di Manganelli si dispiega appieno, però, solo in un suo libro maiuscolo, di radicale oltranza, che resta purtroppo confinato alla ormai rara princeps rizzoliana, data alle stampe nel 1981, e che proprio Amore ha il coraggio d’intitolarsi. Nel dialoghetto fra i topici «A e B», che quasi lo conclude, si legge fra l’altro: «Dunque si può amare cosa che non vedi. | Che non vedo, ma rammento». E poi: «Si può amare dunque cosa inesistente. | Certo, tutti gli amanti lo fanno. | Appunto: nessuno ha ciò che ama. Nessuno consegue ciò che ama. | Nessuno. Mai». E, nel lungo monologo fatico in precedenza rivolto dalla Cosa che non esiste Amante alla Cosa che non esiste Amata: «Lo sai da sempre, non farmi ripetitivo: nulla in te mi va a genio più del tuo non esserci». Amore è un fantasma o, più precisamente, un phantasma: alla lettera un’immagine (un’immaginazione) proiettata sullo schermo della mente. In termini psicoanalitici, evidentemente, ma prima di tutto – si diceva – filosofici. Se è vero che l’esergo posto all’inizio di Amore – «Donna me prega, – per ch’eo voglio dire / d’un accidente – che sovente – è fero / ed è sì altero – ch’è chiamato amore» – è tolto alla famosa canzone dottrinaria di Guido Cavalcanti, di proverbiale impervietà, che alla definizione d’amore è appunto dedicata.

Tanto che una volta Viola Papetti consiglierà di indagare il «neostilnovismo di Amore», quale possibile chiave d’accesso alla mens di Manganelli. Suggerimento con ogni probabilità superfluo, se è vero che era rivolto a Maria Corti: oltre che a sua volta amica di lunga data, del Manga, studiosa precisamente dei diversi atteggiamenti di Cavalcanti e Dante rispetto alle dottrine d’amore medievali (per esempio in un libro felice, è il caso di dire, come La felicità mentale). La nota si legge in una lettera del 1995, una delle 26 lunghe lettere che Corti, all’indomani della morte dell’amico il 28 maggio 1990, chiese di scriverle in suo ricordo alla saggista e studiosa d’anglistica che di lui, oltre che amica, era stata a più riprese amante, e che da allora in effetti ha dedicato parte non esigua della sua esistenza alla sua memoria: appunto Viola Papetti. Lettere senza risposta (così s’intitola il volume che le raccoglie): perché Corti preferiva rilanciare per telefono; come senza le repliche (andate purtroppo perdute) restano le quattordici scritte a Viola dal Manga, dal ’66 al ’73. Lettere d’amore, sì. Un doppio scambio doppiamente mutilo, dunque: che preterintenzionalmente (ma quanto mai sintomaticamente) riproduce con esattezza lo squilibrio, la dissimmetria, l’incostanza del rapporto fra i due anglomani. (E il Manga non manca di prefigurarlo: «ho una voglia gretta e invadente di tenerti chiusa in un breve e trascritto monologo a due; nel quale sarai silenziosa, ma riecheggerai con la tua voce silenziosa».)

Non possono certo sorprendere, e non necessariamente incantano, i fasti barocchi coi quali Manganelli si rivolge all’amante epitetizzandola à gogo (la «giovane virgo anglissima», l’«adolescente Viola d’amore» «dotta, didattica, drastica e delenda», la «femme internationale» «deliziosamente pettegola», «incolta, senza occhiali, rudimentale e desiderabile») o mettendo lepidamente «in bella» (facendo timidi omissis giusto di quelle più ruvidamente letterali) le sconcezze che un po’ tutti gli amanti si deliziano a pronunciare («Quanto sto bene stretto a te, con te, su di te, dentro di te: guaina, fodero, rilegatura, discesa, labirinto, adito»). Più interessa come il rapporto, fra i due, si disegni – in omaggio alla filosofia d’amore di cui sopra – come virtuosa delibazione d’assenze, amor de lonh (con frequenti puntate, dell’una e dell’altro, in assai conradiane «tenebre africane»), distillarsi centellinato di attese stremanti («un appassionato dell’attesa», si ricorderà, è protagonista di una Centuria), appuntamento sempre e necessariamente mancato: che i cozzi languidi o corruschi della carne, rievocati o prefigurati, neppure si sognano di emendare o surrogare.

Il «neostilnovismo» di Manganelli è insomma assai più cavalcantiano che dantesco: se è vero che in Donna me prega l’amore sensuale, il «diletto» dei sensi, viene associato alla «scuritate», a un simbolico intorbidarsi della luce (mentre il suo allievo e rivale, si sa, spingerà il pedale fotosimbolico dell’«intelletto d’amore» sino ai veri e propri trionfi illuminotecnici del Paradiso). Una penombra mentale, un viola d’ombra è infatti la sfera cromatica di un amore che allora, più che assenza, è in effetti invisibilità dell’Altro (Papetti a Corti: «difendeva […], con ogni mezzo, uno spazio vuoto accanto a sé. Era sacro, necessario, provocatorio»). Tant’è vero che se c’è un momento, in queste lettere, in cui paia d’avvertire un’ombra di autenticità – possa il Manga perdonarmi! – è quando l’amante, il futuro autore di Rumori o voci, freme al pensiero della «voce blesa» dell’amante: preciso stigma, questo dettaglio acustico a più riprese evocato, d’una presenza concreta ed effettiva: tanto carnale e sensuale quanto immateriale e, appunto, invisibile.

Era stata facile profeta, Viola Papetti, nel prevedere già nel ’92 il momento in cui – dalla scrittura intimidatoria e «terrorizzante» di Manganelli, dall’opera sua alta e ardua – si sarebbe passati, collo show-biz in cui già allora veniva trasformandosi la «cultura» nei media, al «desiderio per la biografia dell’artista». Il libro da lei pubblicato, a questo desiderio, si dà consapevolmente in pasto; e, dai suddetti media, in quanto tale è stato fagocitato. Ma entrambi gli anglomani amavano ripetere l’adagio di Keats secondo il quale «la vita di un uomo che valga qualcosa è una continua allegoria» (il che però non toglie che, per scrutare l’allegorizzato, ben convenga conoscere l’allegorizzante). In Amore si legge: «So di non avere alcun passato da rammentare, e che la biografia che i miei servi, giorno dopo giorno, andrebbero ricostruendo, sarebbe da me dettata loro, e messa assieme, pazientemente, con i frantumi di un futuro di possibili». Così ci metteva in guardia, lui, che forse sapeva d’essere destinato a pubblicare assai più da morto che da vivo. Perché siamo noi che lo leggiamo, nonché i suoi servi, i suoi possibili futuri.

Giorgio Manganelli, Viola Papetti
Lettere senza risposta
nottetempo, 2015, 145 pp.
€ 13

Giorgio Manganelli
Antologia privata
Quodlibet «Compagnia Extra», 2015, 271 pp.
€ 16.50

Ufo e altri oggetti non identificati
con un saggio di Raffaele Manica
Mincione, 2015, 197 pp., € 13

Mangiare la notte

Graziella Pulce

Se il motivo della notte intride più o meno capillarmente larga parte della scrittura di Manganelli, quello del cuocere e del mangiare è motivo molto più discreto, o meglio metamorfico e spesso dissimulato, ma che una volta marcato si evidenzia con una fitta rete di presenze distribuite regolarmente lungo l’arco che va da Hilarotragoedia fino alla Palude definitiva. Nell’opera di esordio troviamo l’ipotesi dell’ameba-antenata che mastica un grumo primordiale di nulla: «l’ameba nonnina masticò il primo parvolissimo punto, il perlino minutissimo, il primo frantume di duro, indigeribile niente», e nella pagina successiva si parla di «questo inveterato pàbulo di carne spastica, e sughi di malefizio, e brodi di delirio, e maionesi dogliosissime, questo nutrimento occulto, quotidiano, ininterrotto, di paste lievitate di “no”, di fermentati alcoli moritivi».

Che il mangiare sia cosa da dèi e faccenda connessa con il tragico, il lettore di Hilarotragoedia lo aveva intuito qualche pagina prima, quando il narratore aveva presentato una notte di tregenda «in cui ci si schiaccia contro la crosta del pianeta che ci vortica. In una notte siffatta il dio sonnolento ed affamato non solleciti brasato o barolo dai suoi fedeli; ché non ci sono fedeli, in notti siffatte. E, allora, l’onesto tempio scristianato digraderà». Sin da subito in Manganelli la discesa e il disfacimento trovano una naturale correlazione con la notte, la fame e la cottura. Nella Palude definitiva, al cap. 13, la voce che in prima persona divaga e discorre ipotizza di essere chiuso in enorme uovo: «Sono disteso sul letto […] sento la casa come un gran guscio amico, già, non sarà il guscio abbandonato di un uovo gigantesco, deposto da un uccello gigantesco? Mi piacerebbe sapermi accolto all’interno di un grande uovo» (passo che resta notevole per la presenza dell’elemento narrante che si percepisce all’interno di una struttura circolare, naturale, strettamente connessa con l’origine della vita – cosmica e individuale). D’altra parte l’indicibile violazione compiuta da Atreo contro i figli del proprio fratello Tieste, «sbrodettati», «stracotti» e serviti come pietanza al loro padre, è chiamata a testimonianza nel risvolto di copertina di Antologia privata, autoantologia pubblicata nell’’89, qualche mese prima della morte dell’autore.

Dunque cottura, masticazione, digestione declinano sul piano alimentare per un verso il tema dell’inconsumabile trasformazione cui gli elementi naturali sono sottoposti, il tema del protratto infierire della natura come Grande Animale, per l’altro la naturale inclinazione alla ferocia verso i propri simili. Nell’inedito ora pubblicato da Aragno, intitolato La notte (ma che, per evitare l’omonimia colla raccolta di inediti curata da Silvano Nigro per Adelphi nel 1996, prende il titolo – sempre estratto dal testo – di Catatonia Notturna), si parla di «Verwandlung, il trasmutarsi in altro da sé che include il totale di sé, la iniziazione consumata e consommée; il pasto di Dio, la risaldatura a quell’origine da cui venimmo strappati e divisi, e per segreta saggezza divisi, noi che eravamo una cosa sola». Dunque questo è anche un libro che rielabora i miti teogonici in chiave di antropofagia e svela di che lacrime e di che sangue sia fatta la sostanza più segreta degli esseri umani. Letteralmente, quale sia la loro «pasta».

Da notare che, soprattutto all’altezza degli anni Sessanta e Settanta, Manganelli coinvolge la figura in un ruolo chiave di determinazione e di governo del processo di cottura e trasformazione in cibo degli umani. Le pagine iniziali di Catatonia Notturna pullulano di fantasie e divagazioni sul tema della cottura e della notte. Il genere umano è costretto in pentola o pentolaccia e chi presiede alla cottura mira a rendere succulento il «cibo», e a conseguirne sughi e altri umori che meglio ne esaltino i sapori.

È stato Lévi-Strauss a tracciare una linea di demarcazione tra il bollito e l’arrosto, e a rilevare quanto il bollito contenuto nella pentola sia contiguo al putrido e quanto la pentola che lo contiene sia espressione del femminile che accoglie e cuoce il cibo e i suoi umori. Non si hanno al momento informazioni se non essenziali sul testo di Manganelli appena pubblicato, e col tempo si avrà modo di esaminare i dattiloscritti originali e ipotizzare datazioni e circostanze che portarono alla stesura ma non alla pubblicazione di questo testo. Quel che è certo è che soprattutto le pagine finali di Catatonia notturna, con l’immagine della notte come «pentola» e come femminilità ancipite, devastante e materna, chiariscono il senso di tutto quel proliferare di indugi sul tormentare, pungere, spremere, ustionare, smembrare, rendere morbido e «mangiabile» qualcosa di dotato di coscienza e di facoltà di costruire ipotesi. Qui sbocca la violenza verbale indirizzata al potere e al potere femminile e materno, vessatorio, ricattatorio, dissimulante. Il potere di quella «Grande Madre» di cui Ernst Bernhard, l’analista di Manganelli, aveva dato descrizione compiuta e definitiva.

I lettori di Laboriose inezie ricorderanno che nel testo dedicato all’Artusi, Manganelli rimarca con insistenza il legame che sussiste tra la cottura dei cibi e la massaia, che prende il posto della matriarca. Fu così che si poté unificare «gli incolti italiani riluttanti a farsi impastare». Raccontando le ricette delle varie tradizioni gastronomiche della penisola, Artusi «invase il centro donnesco, materno, dell’inconscio italiano». Ed è per questo motivo che La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene si conquista per Manganelli la palma di «classico».

In Catatonia la notte è rappresentata come una possente divinità originaria, che alterna follia e quiete, demenza e dolcezza: «impietosi e machiavellosi psicoterapeuti, che lavorano sulla delusa e illusa anima della notte, per condurla a saviezza, e intanto la stringono nei duri abbracci della tela dei dementi, con corde, e bottoni (stelle) per impedirle di far male ad altri ed a sé; e in tal modo si contrasta la furia notturna, che ci vorrebbe tutti morti e straziati; è la nostra attesa, chiusi come in un angolo del manicomio, e attendiamo che la cura faccia effetto, e la notte, tornata normale, sciolta dai suoi lacci, possa tornare o diventare colloquiante amica, forse materna».

È fuori discussione che la «cottura» sia la veste linguistica di rifrazione di un processo vessatorio, il cui scopo finale è l’ingenerazione del senso di colpa. Quella furia notturna li vorrebbe tutti morti e straziati e «la colpa di colui che divora si placa nella punizione di quel che viene divorato». Ciò che accade viene raccontato esclusivamente dalla parte del soggetto che subisce passivamente. Egli risulta dotato di strenua volontà di coscienza e di leopardiano disprezzo per la forza demente e cieca che governa il fuoco che tormenta. Del resto il sistema solare è rappresentato come «una periferica colonia penale dell’universo, una Caienna per omicidi e avvelenatrici, da tener in gran pena e in tristissima ambascia». Il motivo viene sviluppato poi ancora in direzione leopardiana, con l’ipotesi di una «sentenza stilata e depositata tanti mai secoli prima che l’ingegnosità degli dèi portasse a perfezione l’invenzione della nostra incomportabile nequizia». L’invenzione, tutta manganelliana, sta nell’idea che le sofferenze inferte al genere umano abbiano un sottinteso intento pedagogico. Su questo presupposto si fonda la ferma volontà del soggetto che dice «io» di non collaborare con le potenze vessatrici, ma anche la strenua insistenza nel costruire ipotesi, cioè invenzioni che raccontano e danno un senso alle altrimenti dementi frenesie della divinità impazzita. Il correre senza freni delle ipotesi conduce a un’immagine che tornerà poi ripetutamente in Manganelli; l’ipotesi finale è che non ci siano semplicemente salvati e dannati: le due parti si rivelano essere i lati contrapposti di un’unica sostanza, un unico dio.

Catatonia notturna pare testo scritto di getto, seguendo una sorta di cavallo lanciato e lasciato libero di scegliere autonomamente la propria strada. Un testo che fa della divagazione e degli scarti la materia prima del discorso, che si scempia e si frastaglia in Miti e Personaggi e nel quale il lettore di Manganelli trova motivi sviluppati più compiutamente in opere che già conosce. Motivi che qui troviamo allo stato di esplosione angosciosa e blasfema.

Giorgio Manganelli
Catatonia Notturna
premessa di Lietta Manganelli
Aragno, 2015, 134 pp., € 12

Manganelli l’africano

Viola Papetti

«Da un labirinto si esce solo per trapassare ad un altro labirinto» scrisse Manganelli a commento della Mitobiografia di Ernst Bernhard (Adelphi 2000). Questo inanellarsi delle esperienze, che a Manganelli spesso piacque, era stato in qualche modo suggerito dal mitico Bernhard. Dopo questo Ur-viaggio africano trapassò ad altri golosi viaggi, ormai esperto, meno commosso, ma sempre mitopoietico, alla Bernhard appunto. Nel 1970 si era creata all’improvviso una catena di casi che alla fine lo inchiodò, riluttante, a quel mutamento drammatico, quasi un cambiamento di specie. Dalla simpatica ma anche umile condizione di scrittore sempre in poltrona, o sdraiato a letto dove passava pomeriggi con la matita in mano a leggere il libro preferito, trapassò di colpo a scrittore in cammino per il mondo. Occhio prensile che fissa mentalmente paesaggi e architetture – mai con la macchina fotografica – palato che gusta esotismi vari, naso che annusa incensi in chiese sparse ovunque. Se il motore primo era stato l’iperuranio Bernhard, la sua longa mano terrena fu Silvana Radogna, sua discepola e mia psicanalista alla fine degli anni Sessanta. Da lei ero arrivata su indicazione di Manganelli. Silvana – che in passato era stata amica di Bob Bazlen e Natalia Ginzburg – mi iniziò ai tarocchi e mi spedì da astrologhi e clairvoyant. In quegli anni era sposata con Carlo Castaldi, dirigente fantasioso e munifico di Bonifica, una società multinazionale per cui progettò di tracciare una strada lungo la costa dell’Africa Orientale, dal Cairo a Dar es Salam, la Transafricana1 (in breve TA1).

Castaldi pensò a un gruppetto di esperti – una fotografa, un ingegnere, forse altri, e uno scrittore, che in qualche modo fosse il cantore dell’impresa – da spedire in Africa per circa due mesi. Aveva in mente due candidati per colui che doveva essere la mente e l’anima di quel viaggio speciale, e uno dei due era Manganelli. Incaricò Silvana di interrogare i tarocchi, e puntualmente sortiva quel nome. Castaldi prese la sua avventata decisione e mi chiese di saggiare il terreno presso Manganelli. Era disponibile per un’avventura del genere? Sì, Manganelli era disponibile, ma sospettoso. Il procedimento di quella scelta lo aveva sommamente indispettito e quei vecchi tarocchi, che Silvana maneggiava con tanta affettuosa sicumera, erano diventati il bersaglio apparente di un sordo furore. I Castaldi ci invitarono nella loro bella casa di Spoleto, e Manganelli fu un gelido convitato per tutta la cena. Ogni spunto di conversazione cadeva inerte sul piatto. Ma quando il contratto arrivò, lo firmò. Recava la data del 9 febbraio 1970, ed era indirizzato all’abitazione di allora, Via Monte del Gallo, 26, un villino con più appartamenti, situato sulla curva della solitaria stradina che si arrampica su per il cosiddetto monte. Non c’era riscaldamento in quella palazzina, ma aveva un’aria gradevole, un pò campagnola, e vi abitavano anche Gabriele Ferzetti e Vanessa Redgrave con il loro bambino.

Mi lesse ad alta voce la sua nomina a «responsabile dello scenario – qualsiasi cosa quel termine volesse dire per Castaldi – della revisione in lingua inglese dello stesso e degli altri elaborati componenti la documentazione ufficiale». La durata era di tre mesi (compresa la scrittura), il compenso tre milioni rateizzati. In caso di morte, Lietta poteva ambire a un massimale di 40 milioni. Un particolare che lo divertì.

Cominciò la processione dei vaccini, l’acquisto avido di guide e mappe, e di una esigua grammatica swahili. Ma lo swahili destò la coscienza di una lacuna ben più grave: quella del sanscrito. Se ne doleva molto, e mi consigliò di cominciare a studiarlo, io che ero giovane. Dell’acquisto di quello che riteneva l’equipaggiamento opportuno per un europeo che calpestasse per la prima volta suolo africano, non mi fece parola. Ma conoscendo le sue idee in proposito, retaggio di una influenza austro-ungarica patita nella prima gioventù, non mi meravigliai quando lo seppi. La completezza e la congruenza lo portavano fatalmente a una concezione formale e qualche volta leggermente sovraccarica dell’abbigliamento, oppure (che è la stessa cosa) a una supervalutazione della situazione a cui andava incontro. Fu così che al primo albergo africano apparve agli occhi della piccola compagnia in completo kaki, berretto con visiera e ombrello. «Dall’infanzia, una oscura memoria di esploratori ci suggerisce un’Africa per uomini forti, recenti letture giornalistiche suggeriscono un’Africa immersa in un’allusione cannibalesca che ci consente una agevole superiorità etica e un brivido di rassicurata lontananza». Quella fantasia adolescenziale lo rese inerme o lo difese dalla eccezionalità dell’esperienza africana? Mentre scrive Manganelli si sdoppia: unico modo per sbrogliare la matassa delle emozioni. Si fa antropologo che stabilisce un confronto serrato tra sé e l’altro, l’europeo e il tanto e solido mondo alle sue spalle (l’Europa, continente-città) e quel tantissimo e incerto mondo che gli è dinanzi, non abitato dall’africano con pari certezza, ancora intriso com’è di materia edenica. «Città rare e lontanissime; spazi indifferenti, un pachiderma planetario abitato e percorso da insetti lievissimi e provvisori».

A pensarci bene, solo in Africa poteva incontrare l’ingegnere Gianni Filippi e stringere con lui un’amicizia decennale da buontemponi in vacanza, viveur di buonsenso, libertini con giudizio. Cravattino a farfalla, un bracciale a ogni polso, capelli bianchi ondulati, estrose sortite alla Yorick, l’ingegner Filippi – che divenne l’ingegner Mosca del ritrattino asiano pubblicato su Playboy – fu il suo giocoso maestro di vita. Ebbe il privilegio di fotografarlo mentre faceva pipì contro l’orizzonte africano, un fortunato scatto che non volle cedere a Maria Corti. Durante il viaggio, Manganelli si era guadagnato il posto migliore nel gippone con l’insolenza del più debole. Si narra che tirasse il cappelletto a una mosca, ma non la prese; una scarpa a una rana gigante, ma quella non smise di gracidare; trovava intollerabile dormire in due in una stanza; si svegliò in piena notte per assistere all’arrivo del leone nel guado, ma lo perse; però vide, con una certa trepidazione, i coccodrilli che scendevano in spiaggia mentre su una piccola barca andavano dal lago Alberto al lago Vittoria. Sul confine con la Tanzania incontrò Alessandro Serpieri, illustre collega anglista, lui in piedi sul gippone che osservava gli animali. A Mombasa chiese l’indirizzo dell’albergo a un poliziotto chiaramente sbronzo che lo prese per mano e non lo avrebbe mollato senza l’intervento di Gianni.

Ancora Gianni in «europeise» spaventò un nativo minaccioso mentre attraversavano un quartiere all black. Non stupisce che poi una volta a Roma, Gianni-Lucignolo si vide affidato il compito di Master of the Revels dall’inetto ma volenteroso amico, e improvvisò per lui gite nei paesini del viterbese, cene notturne con pochi intimi nella tenuta di Vignanello, e fu il confidente di amori e errori.

Dopo il primo viaggio in Asia, Manganelli scrisse che il viaggiatore «è sempre e sostanzialmente un ricercatore di segni, di parole implicite, di “modi di dire”, di in folio e di brochures». Ma in Africa esistono brochures, in-folio, esistono parole implicite, «modi di dire» e tutta la ricchezza tesaurizzata da un linguaggio in cui tutto è stato già detto, e permette citazioni, commenti a piè di pagina, ricche riletture? Quei segni che il viaggiatore può interrogare, sono solo segni fisiologici. «Steso su una gigantesca tavola anatomica, l’Africa presenta lo scheletro calcinato di un corpo arcaico. L’Africa appare morta, qualcosa che non è mai stato vivo». Dal New Arusha Hotel, il 30 marzo mi spedì una letterina decorata di fauna africana: «... con l’aiuto delle piogge tropicali, riesco a scriverti: È un viaggio splendido e massacrante. Così stiamo facendo tappa sotto una pioggia scrosciante Queste settimane non abbiamo avuto tregua, stasera saremo a Dar es Salam... l’Africa è una incredibile meraviglia, ma che pesantezza. Poi ne parleremo, scriverne è impossibile. O un libro o niente». Il libro allora non ci fu, ma nella relazione per Bonifica l’Africa si definisce attraverso una serie di violente epifanie visive. Costole, ossame geologico di un cadavere geologico: montagne di ciottoli lavorate da un’acqua furibonda ed effimera, valli livide, tra giallo e ocra, luoghi inaccessibili, protetti o esclusi da barriere invalicabili. «Natura edenica, che ancora odora di creazione» come nel selvaggio cratere di Ngorongoro, e si impone in sorprendenti cataloghi di simboli. Ma anche menzogna che ci invischia in secolari «fantasie di liberazione, essenzialità, solitudine».

Quello che doveva essere un trattatello operativo per la progettazione della grande strada costiera, divenne l’emozionata confessione di un sentimento profondo di colpa e un di un pari senso di meraviglia. L’Africa coloniale poi, disegnata dal compasso delle potenze europee, è miraggio e incubo «nati dal nostro passato e dal nostro angustiato presente», terra promessa di violenze e impossibili utopie. Il 5 aprile dal Ghion Imperial di Addis Abeba: «Carissima Sua Turpidutine, io quest’anno la pasqua l’ho passata ad Arusha, Tanzania, sotto tonnellate di pioggia tropicale, zanzare da fare arrosto e lucertole con la retromarcia. Sono ad Addis Abeba, che è una miscela di via Cristoforo Colombo e Borgata Gordiani. Mendicanti e Alitalia. Non sono di buonumore, ho visto cose deprimenti anche per Alberto Sordi». E ancora da Addis Abeba, l’11 aprile: «Il viaggio procede nella parte conclusiva, sebbene non faccia previsioni; al più, saranno due settimane da oggi, e poi rieccomi nella terra dell’abbacchio. Io sto bene, sono solo un po’ stanco, e anche travolto dalle impressioni a valanga. Te ne parlerò, ti farò venire la nausea dell’Africa».

Il volo per il Cairo era fissato per il giovedì 15 o il venerdì successivi. Malgrado la stanchezza su suggerimento di Gianni fecero una puntata ad Atene, e al tramonto visitarono il tempio di Poseidone a Capo Sunio. Anni dopo, recensì una mostra di arte africana, ricordando: «Ho visto la prima volta il Partenone arrivando dall’Africa nera. Ho immediatamente preso in uggia, ho rifiutato la supponenza geometrica della macchina architettonica, quel rettilineo sfregio nella rotondità dello spazio, quella finzione di esattezza: un progetto per l’Europa; in realtà, un gesto di violenza ragionevole nei confronti della stessa demonicità greca, un rifiuto di Eleusi, e di Colono, la cancellazione dei dactyloi di Cibele, del banchetto di Tieste, delle orge silvane di Dioniso e di Pan. La Grecia non era la processione delle Panatenaiche, disegnate da Fidia, in odor di peculato, era la caldaia di Medea. Tutto questo era chiaro perché venivo dall’Africa nera, l’Africa magmatica, informale, deforme, il grande corpo planetario che essuda forme, coaguli di immagini, carmina e amuleti: una terra in cui l’uomo, essere labile e spaventato, ininterrottamente tratta la propria sopravvivenza con l’indifferenza del mondo...» (Geometria dell’esorcismo, giugno 1987, rist. in Salons, Adelphi 2000).

Nei mesi caldi che seguirono, Manganelli e Castaldi ridiscussero a lungo i contenuti della relazione, e ne venne fuori una seconda relazione, in qualche modo un compromesso. La prima aveva mirato al cuore del progetto neocolonialista di Bonifica, e ne aveva criticato le ragioni antropologiche profonde. La costruzione della TA1 avrebbe reso quella parte di Africa più comodamente vendibile alle agenzie turistiche: nuovi alberghi, i nativi arruolati come personale alberghiero sotto una nuova forma di apartheid, centri ferroviari che avrebbero generato nuove città in incerto rapporto con il mondo tribale alle spalle. La città africana non si lega all’ambiente, lo stato africano non è nazione, le guerre per i confini restano una triste eredità coloniale. Cosa può portare la modernità a questa Africa segnata da angosciose contraddizioni? «Catturato nel suo spazio vasto e intransitabile, irretito in una splendida e angosciosa trama di animali, insetti, alberi, argilla e rupi, l’africano è prigioniero dei suoi luoghi senza confine». L’intimità di quelle terre è oggi parzialmente violata da una turismo che si aggruma in certi luoghi circoscritti. Ma quanto l’Africa, nella sua complessa e fratturata identità, può valersi dalla esposizione al contatto con il mondo occidentale? Quali benefici ne può trarre? «Forse il regalo più ambiguo, euforico e rischioso, sta appunto nella proposta della speranza. Solo la speranza per quanto incauta e temeraria può dare il colpo fatale al mondo della tribù, al tempo lento della vita, la preistoria patologica. Chi può misurare quanto sia fonda e irreparabile la ferita simbolica che a questa vita viene dal passaggio di un aereo, o dal contatto con il metallo di una macchina?».

In luglio un Manganelli in canottiera, accaldato e maldisposto, si apprestava a dare più speranza alla speranza. Si rimise alla macchina da scrivere e batté nervosamente una relazione lunga il doppio della prima, dove con pacatezza dava conto delle tante letture, distendeva il groviglio delle emozioni in sette capitoletti, doverosamente titolati dal dattilografo di Bonifica, e probabilmente da lui approvati: Europa: privilegi e disagio attuale e prospettico, Africa: malessere attuale e prospettico, Atteggiamento dell’Africa verso l’Europa, Atteggiamento dell’Europa verso l’Africa, Intervento tecnologico: obiettivi generali-forme generali, L’intervento tecnologico in Africa Orientale. Nella Conclusione si auspica che il progetto di Bonifica per la prima volta nell’Africa postcoloniale possa offrire «il modello di un intervento che non abbia l’Europa come unità di misura», anche se prevedibilmente la TA1 avrebbe generato non poche difficoltà. Manganelli dà prova di genialità sartoriale nel tentativo di ricucire la nascente poetica postcoloniale di rivendicazione e riconoscimento al pragmatico neocolonialismo ferroviere e alberghiero, portatore di moneta. «È il primo ideogramma destinato a integrarsi in un nuovo mondo linguistico, un mondo nuovo per l’Europa, liberata dalla sua solitudine coatta, e la prima indicazione di un linguaggio con cui l’Africa sarà in grado di sperimentare e progettare il proprio destino nei termini della civiltà moderna».

Castaldi non abboccò, e lo considerò, a torto, un banale trattatello storico-sciologico-economico che non avrebbe lanciato la sua avventura africana nei cieli della fattibilità. Non ci fu infatti una TA1, e tantomeno una TA2 o 3 o 4. Nella recensione all’arte africana, Manganelli concludeva: l’Africa «è un gigante anonimo, ma è anche un gigante terrorizzato, e che produce ciò che chiamiamo “arte” per placare la demonicità che lo insidia… Perché il mondo africano non ama né il principio di identità né il principio di contraddizione, consapevole della ambiguità rovinosa dell’umano, il plasmatore vede nell’ipotesi di figura umana – mai meno di un’ipotesi – un’allusione animale, un segno infero e un’insegna regale, un indizio di danza e un copricapo bellicoso e cerimoniale; il sasso, la bestia, il fiore confluiscono in una invenzione del mondo che non rinuncia mai alla propria terribilità». Tanto più terribile in quanto illeggibile, se non attraverso le forme demoniache dell’arte. Non tornò più in Africa, un continente senza scrittura.

Si propone qui, per gentile concessione dell’editore, la postfazione di Viola Papetti a Giorgio Manganelli, Africa, Milano, La Vita Felice, 2015 (80 pp., € 12)